Potenza
 
 
  

Architetture civili

Gli edifici civili più importanti della città sono situati prevalentemente nel centro storico; alcuni di essi sono di costruzione ottocentesca o novecentesca, ma non mancano palazzi nobiliari risalenti al seicento o di epoca medievale.

Palazzo di Città

Il Palazzo di Città è un edificio che affaccia su piazza Giacomo Matteotti. Il palazzo ospita l'amministrazione comunale e la sua costruzione originale risalirebbe all'epoca angioina. Come quasi tutti gli edifici storici di Potenza anch'esso è stato più volte restaurato e ricostruito in seguito ai molti terremoti che hanno colpito la zona. L'elemento artistico di rilievo è una facciata del 1882, con un arco a tutto sesto situato tra due grandi finestre e una grande balconata.

Ad oggi palazzo del Comune, il piano inferiore è costituito da un arco a tutto sesto, nei due piani superiori vi sono invece delle balconate.

Dopo il terremoto del 1826, la costruzione medievale in precedenza occupata dal Sedile fu ristrutturata. Nel 1882 nacque la costruzione attuale dove si trova il Palazzo di Città, mantenendo un aspetto storico grazie ad un balcone in pietra presente al piano centrale. Tra il 1905 ed il 1980 vi fu inoltre un'ala aggiuntiva ad utilizzo scolastico. 

Palazzo della Prefettura

Il palazzo del Governo e l'antistante piazza dedicata al martire della Repubblica Napoletana del 1799, Mario Pagano, sorgono nel centro storico. Attualmente il palazzo si presenta molto mutato rispetto alle sue origini; in seguito al terremoto della notte tra il 16 e 17 dicembre 1857 il palazzo riportò gravi danni che ne determinarono l'inagibilità. Dopo i giorni del disastro, si avvia la ricostruzione del palazzo, iniziando a lavorare ininterrottamente, anche d'inverno. Nel 1860 il primo Prefetto della provincia della Basilicata si trasferì in questo stabile. All'interno del palazzo del Governo si trovano opere d'arte di celebri pittori quali Vincenzo Marinelli, Giuseppe Mona, Giacomo Di Chirico, Andrea Petroni, Cesare Colasuonno, Vincenzo la Creta.

Dopo la legge del 20 marzo 1865, con l'istituzione della Prefettura, si aggiunge nella medesima sede il nuovo organo elettivo della Provincia e, alla fine del secolo, la Giunta provinciale amministrativa e la Questura, che sostituiscono rispettivamente il Consiglio di Prefettura e l'ufficio di Pubblica sicurezza. Il tutto fu inaugurato dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, il 23 novembre 1983.

Annessa al Palazzo Del Governo è situata la villa del Prefetto, ovvero il giardino del palazzo del governo. Tali giardini, che ospitano una rigogliosa vegetazione, sono stati realizzati nell'ottocento su delle terezze collegate tra di loro con delle scalinate.

La villa, d'impianto novecentesco, si estende su di un terreno a forte pendenza, occupando una grande scarpata posta lungo il lato posteriore del Palazzo del Governo, in più tratti con andamento rettilineo o curvilineo. Il palazzo del governo rivela i caratteri essenziali dell'architettura ottocentesca ispirata alla linearità delle forme, alla simmetria, alla razionalità, ma manifesta anche la mancanza di uno stile unitario, articolato intorno all'ingresso principale e alla scalinata a tenaglia: questo spazio funzionale, situato in posizione centrale, guida l'immediata individuazione dei percorsi ed accompagna all'evidente identificazione dell'ordine gerarchico degli ambienti.

Nella facciata, in particolare, s'intravede la volontà di proporre l'uso di elementi architettonici diversificati: i timpani sui balconi, le mensole e le cornici che s'integrano con le paraste che riquadrano l'ingresso principale formando un ordine gigante elevato su alti stilobati e concluso da una spessa trabeazione sulla quale poggia il lungo balcone del salone di rappresentanza.

Il prospetto tripartito, caratterizzato da un alto bugnato liscio con parti modellate di scarso rilievo, rispecchia tuttora (con la parte centrale avanzata e nella scansione delle aperture ai vari livelli) l'articolazione spaziale interna.

In seguito al terremoto del 1980, l'orologio posto in alto si fermò alle 19:35.

Palazzo del Fascio

Il Palazzo del Fascio, anche noto come Casa del Fascio analogamente ad altri edifici dello stesso genere in Italia, è un edificio storico situato nel centro della città, in piazza Matteotti.

L'antico edificio, ormai non più esistente, risaliva al XV secolo. Esso accoglieva la cappella di San Nicola, che venne in seguito sconsacrata. L'edificio venne trasformato in un teatro dedicato all'omonimo santo. 

Durante il ventennio fascista la struttura venne abbattuta, sostituita da un edificio in stile neoclassico volto ad ospitare la sede locale del Partito Nazionale Fascista. Tale nuovo edificio è ad oggi la sede del Consiglio comunale di Potenza.

Il palazzo conserva gli ultimi resti di un'altra antica cappella che si trovava lì: la cappella della Madonna del Carmine, sconsacrata nel 1850. Unica traccia della cappella è una colonna a fusto liscio, sormontata da un putto con le mani giunte a preghiera, il quale è coronato da due anelli concentrici di foglie e un capitello ornato da foglie con volute.

Palazzo Loffredo

Palazzo Loffredo è un palazzo storico situato nel centro storico. Si affaccia su largo Duomo, largo Pignatari e via Andrea Serrao. L'edificio, la cui prima funzione fu ospitare gli uffici della sede amministrativa della contea, è fra gli esempi più rilevanti dell'edilizia civile potentina.

Dopo aver ospitato l'Ufficio dell'Intendenza, il Real Collegio e il Conservatorio di Potenza "Gesualdo da Venosa" nel XIX secolo, l'Istituto Tecnico-Commerciale "Leonardo Da Vinci" e il Convitto Nazionale "Salvator Rosa" nel corso del XX secolo, dal 2005 è la sede del Museo archeologico nazionale della Basilicata.  

Il 26 febbraio del 1443 Alfonso V d'Aragona entrava trionfalmente a Napoli; al suo seguito si trovava anche Iñigo de Guevara. Al nobil uomo d'arme fu assegnata dal sovrano aragonese nel 1444 la contea di Potenza, insieme con le terre di Vignola, Anzi, Vietri e Rivisco.

I Guevara lasciarono nel corso del possesso della contea, durato oltre un secolo e mezzo, numerosi segni tangibili della loro presenza nell'urbanistica cittadina, tra cui il palazzo comitale fatto costruire da Iñigo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo su un sito che era occupato, a partire dalla prima metà del XIV secolo, da un monastero della congregazione dei Celestini.

La città passò nel 1596 ai Lannoy, con il matrimonio di Filippo II di Lannoy con Porzia de Guevara e nel 1604 ai Loffredo marchesi di Trevico, con il matrimonio di Beatrice con Enrico Loffredo.

Il sisma del 1694 danneggiò gravemente la Cattedrale e il palazzo comitale, mentre quello del 1698, caratterizzato da scosse minori ma più frequenti, suscitò molto panico fra la popolazione, ma nessuna grave conseguenza. 

Tuttavia altre fonti forniscono un resoconto molto più grave della situazione cittadina alle porte del XVIII secolo. I danni apparivano capillarmente diffusi per tutta la città, con gravi lesioni ad abitazioni e botteghe, fino a renderle inabitabili, e crolli lungo le strade pubbliche.

Agli inizi dell'800, con l'elevazione di Potenza a Capoluogo di Provincia, sorse il problema dell'ubicazione dell'ufficio dell'Intendenza, simbolo della nuova identità della città. Diversi furono gli edifici candidati ad accogliere tale prestigioso ufficio, fra cui il convento francescano; tuttavia, nel 1813, il regime murattiano dispose la temporanea ubicazione dell'Intendenza a Palazzo Loffredo. 

Con decreto di Ferdinando I del 1º maggio 1816 il Real Collegio di Basilicata fu trasferito a Potenza dalla vicina Avigliano. I locali necessari furono ricavati nel vecchio complesso del Seminario, secondo un progetto dell'ingegnere Olivieri. Tuttavia gli spazi a disposizione erano angusti e, per questo, il disegno fu approvato con grosse riserve e dopo molte discussioni; in ogni caso fu una scelta obbligata dall'indisponibilità di altri locali che potessero ospitare la prestigiosa scuola. 

Nel 1822 si rese disponibile Palazzo Loffredo che soddisfaceva tutti i requisiti: posizione ottimale (di fronte al Vescovado), e la necessaria rappresentatività. Gli ingegneri Scodes e Massari lavorarono al progetto di adattamento dell'edificio, eseguito entro il 1830.

Le vicende del '48 interessarono tutto il Regno e a Potenza un focolaio di rivoluzione si ebbe proprio all'interno del corpo docente del Collegio. A seguito di tali eventi, nel 1850, la direzione della scuola venne affidata ai Padri Gesuiti, che giunsero nel capoluogo. 

I religiosi furono promotori di importanti iniziative, tra cui il restauro del palazzo baronale, un potenziale trasferimento nel Palazzo del Tribunale e la riapertura del vecchio collegio di Avigliano. Ritenendo Palazzo Loffredo inadatto, decisero di costruire un nuovo edificio su una zona di proprietà dei Viggiani, nella parte meridionale dell'abitato. I lavori non andarono a lungo avanti, poiché nel 1860 i Gesuiti furono cacciati dalla città. Su tale costruzione sorgerà agli inizi del XX secolo il palazzo degli Uffici Governativi. Nel 1862, il Real Collegio, dopo aver ospitato nel '61 un reparto dell'esercito giunto in città per la lotta al brigantaggio, verrà convertito in Liceo.

Nel corso del Novecento il palazzo ha ospitato fra i suoi locali il Conservatorio di Potenza "Gesualdo da Venosa", l'Istituto Tecnico-Commerciale "Leonardo Da Vinci" e il Convitto Nazionale "Salvator Rosa". Dal 2005 ospita il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata "Dinu Adameșteanu". 

Il Museo è articolato su due piani secondo un criterio cronologico e territoriale che offre al visitatore il quadro archeologico dell’intera regione, dalla fase precedente alla colonizzazione greca sino alla conquista romana, con un approfondimento sul territorio di Potenza. Particolare attenzione è riservata ai ritrovamenti di Vaglio, da cui provengono ricchi corredi funerari, databili tra la fine del VI e la metà del V secolo a.C. Le raffinate armature dalle tombe dei guerrieri e i preziosi gioielli dalle tombe femminili attestano la presenza di una élite in cui si possono riconoscere i re (basileis) dei Peuketiantes, le genti che occupavano il territorio in età arcaica. 

Le testimonianze più significative riguardanti l'occupazione della Basilicata interna nel corso del IV secolo a.C. da parte dei Lucani sono state restituite dal santuario di Rossano di Vaglio: lamine sbalzate, frammenti di statue in bronzo, gioielli in oro e argento, statuette in marmo e in terracotta costituiscono gli ex-voto più preziosi, esposti nel Museo con un allestimento particolarmente suggestivo.

Lo stabilimento attuale conserva la struttura monasteriale del chiostro centrale, attualmente esistente. Nell'attuale corpo del palazzo vennero inglobate le fondamenta del monastero, che costituirono materiale di spoglio per la costruzione del nuovo Palazzo Guevara, secondo l'abitudine di non demolire completamente edifici sacri ed includerli nei nuovi progetti di costruzione, sia per conservare la sacralità dell'edificio sacro, sia per conservarne la memoria nella mentalità collettiva.

Nei primi due secoli del dominio borbonico il palazzo comitale aveva una forma quasi cubica e priva della corte antistante. Il palazzo si ergeva su tre livelli: un primo, seminterrato, con accesso carrabile a valle; un piano nobile caratterizzato, nel prospetto da una loggia cinquecentesca a cinque archi a pieno sesto; un ultimo livello privo di aperture sul fronte principale, coperto da un tetto a spioventi.

Dopo il Concilio di Trento l'edilizia religiosa ebbe uno sviluppo più notevole rispetto a quella nobiliare, soprattutto per disponibilità economica dei conti. Imponente tuttavia risultava il Palazzo Comitale, che occupava una vasta area di fronte all'episcopato e alla Cattedrale. Era dotato di un ampio cortile con le scuderie e di una cappella privata. Sul volgere del '500, prospiciente il palazzo sorse la Cavallerizza dei Conti: la fabbrica, dotata di un'ampia corte, presenta ancor oggi un fronte definito da un robusto portale bugnato, che si apre su Largo Pignatari, sorto nello stesso periodo. Nel 1709 vennero accorpate nel complesso alcune case costruiti su terreni attigui di proprietà del monastero di San Francesco e nel 1722 il palazzo e le sue pertinenze occupavano un'area che si estendeva a sud fino all'attuale via Pretoria.  

Il restauro dell'edificio compiuto nel Settecento dai conti Loffredo, diede all'edificio il suo aspetto attuale. La novità più rilevante fu la costruzione della gradinata monumentale che conduce all'attuale ingresso, sormontata da una loggia d'ingresso dove sono ubicate le due porte con fastosi portali in stile catalano-durazzesco e dello stesso stile sono i numerosi archi, che adornano con i loro stipiti e archi a tutto sesto, le sovrastanti finestre che donano completezza e bellezza architettonica a tutto il prospetto d'ingresso del palazzo stesso. Gli archi sono stati realizzati dal maestro Pappacoda di Lacedonia.

Nel capoluogo lucano sono attestati numerosi esempi di architettura tardo-gotica, che in Basilicata nel XV secolo ebbe ampia diffusione, specialmente nella variante catalano-durazzesca. Tale corrente architettonica nasce dall'incontro tra il gotico angioino-durazzesco, espressione meridionale del tardogotico europeo, con quello catalano e senese, introdotto fra '400 e '500 da lapicidi napoletani e casertani che operarono nel Mezzogiorno d'Italia. 

A Potenza, oltre che nel portale del Palazzo Loffredo, tale corrente architettonica è attestata negli absidi di Santa Maria del Sepolcro e del convento di San Francesco, nel portale d'ingresso di quest'ultimo convento e nell'arco d'ingresso del Sedile (andato distrutto nella seconda metà dell'800). La soluzione architettonica dell'arco in tali edifici prevede il peduccio d'imposta, riccamente decorato con motivi geometrici e floreali, su cui termina l'ultima ghiera.  

Palazzo Vescovile

Il Palazzo Vescovile è la residenza del vescovo dell'Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e sede della relativa Curia. Si trova nel centro storico in largo Duomo, a sinistra della Cattedrale di San Gerardo.

Il palazzo venne fatto costruire per volere del vescovo di Potenza Andrea Caracciolo, in carica dal 1616 al 1623, e fu completato tra il XVII ed il XVIII secolo. Nel 1799 fu il teatro del brutale assassinio del vescovo e intellettuale Giovanni Andrea Serrao per mano dei sanfedisti che si opponevano ai giacobini durante i moti del 1799.

L'edificio ha subito diversi interventi di manutenzione e restauro conservativo: il primo all'inizio del XX secolo, durante l'episcopato dei vescovi Monterisi prima e Razzoli poi; il secondo tra il 1947 e il 1950, con il vescovo Bertazzoni, a seguito della distruzione del palazzo a causa dei bombardamenti occorsi durante il secondo conflitto mondiale; il terzo voluto dal vescovo Vairo dopo i danni dovuti al terremoto del 1980.

Il palazzo, realizzato in muratura portante in pietra locale, è un imponente struttura su pianta rettangolare che nel passato fungeva anche da cinta muraria poiché si sviluppava lungo la strada extramurale. Nonostante i restauri subiti nel corso del tempo, l'edificio conserva invariato il suo aspetto architettonico originale. Il prospetto frontale si presenta in pietra a faccia vista, con un portale sormontato da un cornicione con lo stemma vescovile di Augusto Bertazzoni retto da una coppia di lesene; lungo il cornicione si estende una finestra-balcone con architrave in pietra sagomata. Al piano terra si trovano l'atrio di ingresso, gli uffici della Curia ed il vestibolo che custodisce alcuni dei beni artistici del palazzo; al primo piano si trovano gli alloggi vescovili ed una pregevole cappella per uso interno; l'ultimo piano è interamente occupato da piccoli appartamenti.

Il palazzo vescovile conserva il sarcofago che in passato custodiva le spoglie del vescovo San Gerardo di Potenza. Il sarcofago, di marmo strigliato, databile tra II e III secolo, presenta ai suoi angoli due eroti con due fiaccole rivolte verso il basso in segno di lutto, mentre nel riquadro centrale sono scolpite le figure delle tre grazie. Nello stesso vestibolo in cui si trova il sarcofago è situato anche una statua del Sacro Cuore di Gesù. La cappella del primo piano ospita un altare in marmo policromo proveniente dalla chiesa di San Francesco e un crocifisso in maiolica su struttura in legno con decorazioni dorate, entrambi opera di Francesco Carbotti.

Palazzo Reale

Il palazzo Reale, citato a volte anche come skinny Reale, è un edificio situato nel centro storico. Per la sua particolare struttura costituisce una eccezionalità architettonica ed una architettura limite.

Il palazzo prende il nome dall'ingegnere proprietario dell'azienda a cui venne affidata la costruzione, ovvero l'ing. Saverio Reale. L'edificio venne inizialmente commissionato all'architetto Giuseppe Pisanti da Ascanio Branca, figura di spicco della politica lucana e nazionale, più volte ministro del Regno d'Italia, patriota e garibaldino; dopo la sua morte, avvenuta nel 1903, la moglie, la nobildonna Anna Caracciolo, ed il figlio Gerardo commissionarono il completamento della struttura all'ing. Reale. La prima parte del progetto venne completata nel 1922, l'intero edificio invece solo nel 1927.

La costruzione, di pianta trapezoidale scalena, si caratterizza per una struttura ed una morfologia molto particolari, in cui una delle tre dimensioni spaziali è molto più ridotta delle altre due, dando origine ad un edificio stretto e sottile. Secondo Franco Purini il Palazzo Reale di Potenza costituisce una eccezionalità architettonica, di cui si possono considerare due precedenti simili: la prima è la Casa Scaccabarozzi di Torino, dalla cui architettura sabauda l'edificio potentino trae parzialmente ispirazione, così come anche lo sfasamento dei balconi è di ispirazione torinese, caratteristica che si ritrova infatti in edifici quali Casa Tasca o Casa Fenoglio-Lafleur; la seconda è un'altra architettura limite presente a Napoli lungo Corso Umberto I. Sempre secondo il Purini, il palazzo ricorda in qualche modo anche il Flatiron Building di New York, che in maniera analoga è stato realizzato su un lotto di terreno derivante dalla rotazione degli assi del tracciato urbano. Vista la similitudine con alcuni edifici londinesi quali lo Skinny Building di South Kensington, lo Skinny di Coldharbour Lane a Brixton o lo Skinny Building di Queen Victoria Street a Blackfriars, l'edificio è a volte menzionato come Skinny Reale.

Sebbene nel complesso l'opera si presenti come un manufatto in stile eclettico, ci sono anche evidenti richiami al liberty napoletano e torinese per quanto riguarda il puntale, mentre il lato che affaccia su corso XVIII Agosto è di gusto neoclassico. 

Il puntale non richiama solo il liberty ma, anche grazie ad alcuni dettagli come la presenza di bow-window e l'assenza di motivi floreali, con il suo stile sobrio sembra già anticipare i temi tipici dell'art déco; lo stile del palazzo può quindi considerarsi come di transizione tra l'architettura neoclassica e quella moderna, passando per il liberty.

Il palazzo presenta alcune caratteristiche che è possibile interpretare come elementi simbolici atti a trasmettere un messaggio esoterico, come del resto era abbastanza tipico della corrente artistica del liberty di inizio Novecento.

Considerando il lato che affaccia su corso XVIII Agosto si nota come il numero di finestre tra una lesena e l'altra non è costante ma segue la successione numerica due-cinque-quattro-quattro, per poi concludere nel puntale; i numeri due e cinque, di cui il primo rappresenta la bipolarità ed il dualismo ed il secondo la consapevolezza dei sensi, possono corrispondere ai due livelli presenti su via del Popolo ed ai cinque presenti su corso XVIII Agosto, la cui somma è sette, altro numero dal valore simbolico sia per il cristianesimo che per i pitagorici, per i quali era collegato ai concetti di unità e unicità. Il numero quattro è associabile ai punti cardinali, alla materia e alla Terra, alla suddivisione temporale dell'anno in quattro stagioni e, di nuovo, ad un concetto pitagorico, quello della tetractys; i moduli da quattro finestre sono due, comprendendo quindi otto finestre: questo numero può simboleggiare l'infinito, la giustizia, il karma, la prosperità, ma anche il mondo, che secondo Pitagora era costituito da un doppio quaternario, ovvero un ottagono.

Le logge dell'edificio sono sette al terzo livello, otto al quarto, ancora sette al quinto più sei logge lungo la facciata di Via del Popolo, quattro logge ternarie nel puntale ed infine una sul puntale a livello dell’attico, per un totale di 33, altro numero carico di significati sia all'interno della Bibbia ma anche nella tradizione massonica, per la quale esso è il numero del massimo grado della iniziazione raggiungibile secondo il Rito scozzese antico ed accettato. Sotto ogni loggia sporgente si trovano inoltre rappresentate due figure altrettanto dense di significati: una losanga e una vescica piscis.

Il fabbricato presenta anche due diversi tipi di balaustre, utilizzate frequentemente come simbolo all'interno della massoneria. Infine, al secondo e terzo livello sul lato di corso XVIII Agosto si trovano dei fregi architettonici degli architravi a forma di conchiglia, oggetto che ha rappresentato i concetti di fecondità, vita, purezza e resurrezione nella cultura romana e poi in quella cristiana, ma è anche simbolo di conoscenza esoterica.

Palazzo Marsico

Il palazzo Marsico è un edificio storico situato in un piccolo largo del lato ovest del centro cittadino, nei pressi di via 4 novembre e via Mazzini.

Il palazzo venne edificato nella metà del XIX secolo secondo il progetto dell'architetto Giuseppe D'Errico, su commissione di un'antica famiglia potentina, i Marsico, da cui l'edificio prende il nome.

Il fabbricato, che presenta un piano seminterrato con finestre a bocca di lupo ed un piano fuori terra, con la sua struttura massiccia domina il piccolo largo in cui è situato. L'ingresso principale presenta un portale a tutto sesto in pietra chiara, mentre le quattro finestre sono decorate da timpani. La facciata principale è suddivisa longitudinalmente da sei paraste in mattoni, sormontate da capitelli che supportano una trabeazione modanata; un piccolo bugnato ed un coronamento sui beccatelli completano le decorazioni del prospetto principale. L'uso congiunto di pietra e laterizi conferisce una suggestiva variabilità cromatica all'edificio, che risulta di chiaro gusto neoclassico.

Palazzo Scafarelli

Il palazzo Scafarelli è un edificio storico situato in una zona pregevole del centro cittadino, avendo l'ingresso principale nello stesso largo dove si trovano il Palazzo Vescovile e la Cattedrale.

Il palazzo, risalente al XVIII secolo, è stato realizzato come abitazione borghese per una delle famiglie più facoltose ed illustri della Città, che ha avuto tra i suoi membri militari, imprenditori, uomini di legge: la famiglia Scafarelli, di cui il fabbricato porta il nome. 

L’edificio appartiene ancora oggi agli eredi di tale famiglia. Tra la fine degli anni settanta del novecento e il 1981 è stato anche sede temporanea della Banca Popolare Cooperativa di Pescopagano.

Costruito su tre livelli più uno seminterrato, presenta gli elementi più interessanti sulla facciata principale. L'ingresso è costituito da un portale in pietra a tutto sesto, collocato in posizione decentrata rispetto alla vista frontale e che presenta nell'archivolto lo stemma familiare, realizzato in marmo, degli Scafarelli. 

Le decorazioni del contorno delle finestre e delle aperture, il bugnato, i cantoni in stucco, il coronamento modanato e gli elementi marcapiano contribuiscono ad abbellire la sobria architettura del palazzo. 

Al centro del prospetto principale si trova un balcone su gattoni in pietra. Altri elementi di interesse sono i mascheroni con anelli presenti sulla facciata esterna, anticamente utilizzati per legare le cavalcature.

Il portone del palazzo, quale elemento di pregio della struttura, è un bene architettonico tutelato dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Basilicata.

Palazzo Pignatari

Il palazzo Pignatari è un edificio storico situato nell'omonimo largo nel centro storico della città.

L'edificio storico risale probabilmente al XVI secolo. Il palazzo nasce come ricovero delle cavalcature per i conti di Potenza, i Guevara, famiglia di condottieri spagnoli; per questo motivo nei documenti del tempo era menzionato con il nome di "cavallerizza".

Nel 1604 il palazzo passò ai conti Loffredo, nuovi signori della città. In seguito l'edificio venne venduto ad altre famiglie illustri del luogo, nello specifico prima agli Addone e, successivamente, tramite ulteriore vendita, alla famiglia Ciccotti. Fu soltanto negli ultimi anni dell'Ottocento che il matrimonio tra Emilia Ciccotti e Pasquale Pignatari, ingegnere cilentano, giunto a Potenza per lavoro e diseredato dalla sua ricca famiglia d'origine, segnò l'unione tra queste due casate ed il passaggio della proprietà di buona parte dell'edificio alla famiglia Pignatari, da cui prese il nome sia il palazzo che il largo su cui si affaccia.

La costruzione si sviluppa intorno ad una corte interna su cui si affacciano gli ambienti residenziali; del complesso originale si conserva solo l'antico portale d'ingresso ad arco costituito da grandi bugne di pietra.

Il palazzo fa parte dei beni architettonici tutelati dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Basilicata.

Palazzo Bonifacio

Il palazzo Bonifacio è una ex residenza nobiliare sita nel lato est del centro storico, alla fine di via Pretoria.

Il palazzo è stato edificato verosimilmente tra la fine del '600 e i primi decenni del '700; l'unico elemento in grado di definirne la data della costruzione è la decorazione costituita da piccole piastrelle apposte sotto il tetto, tra le quali una reca la data dell'anno 1731.

Il fabbricato era inizialmente conosciuto come Palazzo Iorio, dal nome dell'antica famiglia proprietaria dell'immobile. Discendenti dai Baroni di Civitavecchia, gli Iorio, ricordati per i fratelli Carlo, scrittore di diritto e magistrato, e Diego, dottore di medicina e scrittore, vissero nello stesso periodo in cui è databile la costruzione.

A metà dell'Ottocento l'erede dell'edificio è Don Pasquale Iorio, il quale sposa l'erede della famiglia d'Amato, altro antico casato presente a Potenza già nel '500, che era in possesso di grandi appezzamenti di terreni del Capitolo di San Michele. Anche un'altra famiglia è legata alla storia di questo edificio: gli Amati Cantorio di Ferrandina, che sono rappresentati a metà '800 da don Nicola, uno dei più ricchi proprietari di terre nel Materano e di un notevole palazzo al centro del suo paese; di queste due famiglie, gli Amati Iorio di Potenza e gli Amati Cantorio di Ferrandina, resta anche una traccia nella sigla 'IAC' individuata in un mobile nelle soffitte del palazzo in questione. Questo giustifica il secondo nome attribuito all'edificio: Palazzo Amati Iorio.

Il fabbricato, passato per eredità da Matteo Amati al figlio don Luigi sposato con Marietta Benchi, è ceduto agli inizi del '900 all'avvocato Michele Bonifacio da Genzano di Lucania, in quegli anni Presidente della Deputazione Provinciale di Potenza, dal cui nome di famiglia viene la denominazione odierna del palazzo.

Il palazzo per quasi tre secoli rimane nascosto in uno stretto della Strada Pretoria; dopo aver resistito nel corso del tempo ai vari terremoti che hanno colpito Potenza, viene messo parzialmente in mostra, almeno per quanto riguarda il lato prospettico, grazie all'abbattimento di alcuni edifici adiacenti. Tra il 1918 e il 1919 il proprietario Bonifacio vi apporta alcune opere di manutenzione: i lavori consistono nel rifacimento della pavimentazione, realizzata con motivi decorativi floreali a mosaico, nell'apertura di due lucernari e nella installazione di uno dei primi impianti di riscaldamento dell'edilizia potentina, con la caldaia a carbone posta al primo piano e i termosifoni con elementi in ghisa decorati sempre con motivi floreali.

Nel 1975 sono apportate ulteriori modifiche: in seguito ai danni all'edificio provocati dall'abbattimento di costruzioni adiacenti per la realizzazione di un'area adibita a mercato su via Bonaventura, sono rifatti gli intonaci e la copertura del tetto. Il palazzo è restaurato definitivamente nel 1988 e dichiarato dal Ministro per i Beni Culturali ed Ambientali di interesse ai sensi della Legge del 1º giugno 1939, divenendo quindi sottoposto a vincolo monumentale. Oggi questo edificio rimane uno dei pochi ricordi del passato urbanisitico della città.

Come la maggior parte dei palazzi seicenteschi esso presenta una struttura imponente e severa, con poche aperture fra le mura. Internamente è conservato un piccolo cortile lastricato e dotato ancora di parte degli arredi originali; fra questi si trovano tre anelli per legare gli animali, di cui uno infisso in un mascherone decorativo. L'edificio presenta un possente cornicione che poggia su mensole in pietra, con un frontone in pietra e mattoni. Sempre di pietra è anche il massiccio portale principale, affiancato da altri due portali più piccoli che consentivano l'ingresso ai locali di servizio. Come si evince da molte sue caratteristiche architettoniche la funzione dell'edificio era probabilmente quella di palazzo fortino. Tale teoria è avvalorata anche dalla presenza di quattro feritoie archibugiere di circa trenta centimetri.  

Palazzo Giuliani

Il Palazzo Giuliani è un palazzo storico situato nel centro storico di Potenza.

Inizialmente esso fu posseduto dalla nobile famiglia dei Centomani e successivamente dai Giuliani, a cui è dedicato attualmente il palazzo. Di certo già nel XVIII secolo il palazzo apparteneva ai Giuliani, tesi accreditata dallo stemma nobiliare del casato situato sul portale d'ingresso e su un balcone ottocentesco. 

Il passaggio della proprietà dell'edificio dai Centomani ai Giuliani non è ben chiaro, ma è probabile che la famiglia Giuliani abbia avuto una qualche parentela con i precedenti proprietari, o forse che il palazzo sia stato regolarmente acquistato invece che ereditato.

Durante il periodo borbonico i condannati a morte erano soliti passare davanti al palazzo attraversando la via Pretoria dalle antiche carceri fino alla al pianoro di Montereale, dove veniva eseguita la sentenza; scortati dai gendarmi i prigionieri tentavano di rallentare il passo e rivolgere lo sguardo verso il balcone perché il nobile ed influente Giuliani, affacciandosi, avrebbe avuto la facoltà di annullare l'esecuzione.

Il portone di ingresso presenta un arco a tutto sesto in pietra grigia e consente l'accesso all’atrio interno, dove si trovano ancora gli anelli utilizzati nel passato per legare le cavalcature. Sia sul portone che sul balcone ottocentesco è presente lo stemma nobiliare della famiglia Giuliani.

Il palazzo è un bene architettonico tutelato dalla Sopraintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Basilicata.

Palazzo Biscotti

Il palazzo Biscotti è un edificio storico situato in via Pretoria, nel centro cittadino.

Il palazzo prende il nome dalla famiglia borghese dei Biscotti, una delle più importanti della città, di cui fu per secoli la dimora. I Biscotti, originariamente appartenenti alla borghesia terriera del XVII secolo, si affermarono progressivamente nell'ambito sociale ed economico cittadino, come testimoniato dai matrimoni con esponenti di altre famiglie gentilizie potentine. 

All'inizio del XVIII secolo è censita la proprietà del suddetto palazzo in pieno centro da parte di Antonio Biscotti, che risulta essere anche Commissario Arredatore del Tabacco della città e grande affittatore di terre alle chiese potentine. Nel XIX secolo il palazzo è ancora di proprietà della famiglia, che oltre all'edificio possiede anche attività artigianali, proprietà terriere ed immobiliari.

Negli anni quaranta del Novecento il palazzo, che versava già in cattive condizioni, ospitò il giornalista, scrittore e politico Giovanni Russo durante il suo periodo potentino.

Attualmente l'edificio è in fase di restauro.

L'edificio presenta una facciata principale in pietra faccia a vista e laterizi, su cui si trova l’ingresso principale su via Pretoria. Il portone di ingresso, decorato da un portale ad arco a tutto sesto con due paraste ed un cornicione, consente l'accesso alla corte interna; sul cornicione è collocato un balcone con architrave in pietra sagomata. In base alla documentazione fotografica il palazzo mostrava anche la presenza, sull'archivolto del portale, dello stemma della famiglia Biscotti, di cui però ora non si conosce più l'ubicazione.

Palazzo de Bonis

Il Palazzo de Bonis è situato nei pressi della porta di San Giovanni e l'adiacente torre di avvistamento. Il primo piano dell'edificio era situato lì dove si trovavano le mura di cinta a difesa della città.

L'origine dell'edificio è da far risalire a una data antecedente al 1150, anno in cui la struttura venne adibita ad ospedale. Il palazzo ospitò quindi il primo ospedale della città potentina. Il palazzo venne ampliato con l'edificazione del suo secondo piano durante la dominazione francese in Italia. 

Dal 1700 in poi il palazzo fu di proprietà della nobile famiglia de Bonis, che da l'attuale nome all'edificio. 

Nel 1930 grazie all'avvocato Gaetano de Bonis il palazzo, mediante la dichiarazione della sovrintendenza regia, si fregiò del titolo di "monumento storico". In quest'anno venne edificato anche il terzo piano dell'edificio. 

Durante il terremoto del 1980 il palazzo storico subì dei pesantissimi danni che gli costarono numerosi restauri attuati anche dalla soprintendenza alle belle arti. Successivamente il palazzo è stato abitato dai discendenti della famiglia de Bonis e da altri residenti.

La struttura presenta tre piani edificati in epoche diverse e un piano sotterraneo. In quest'ultimo si trova un pozzo di acqua sorgiva. Internamente si trovano delle scritte latine risalenti all'epoca in cui la struttura era adibita a funzione ospedaliera. Di quest'epoca si possono notare la sala mortuaria e la sala operatoria.

Palazzo Riviello

Palazzo Riviello, già palazzo Alianelli, è un edificio storico sito nel centro storico della città, nei pressi di Piazza Mario Pagano.

Il palazzo Riviello venne edificato nel XVII secolo e venne inizialmente intitolato allo statista lucano Nicola Alianelli, che vi dimorò. In seguito il palazzo prese il nome attuale dalla nuova famiglia proprietaria dello stesso, mentre ad Alianelli venne dedicata la via che costeggia un lato dell'edificio, oltre a un'epigrafe posta su una delle facciate della struttura.

L'edificio ha avuto probabilmente anche la funzione di ricovero temporaneo dei prigionieri da condurre a giudizio nel vicino tribunale, ora non più esistente.

L'edificio è molto diverso da come doveva apparire all'atto della costruzione a causa delle varie modifiche e ristrutturazioni che ha subito nel corso del tempo. Presenta ancora un'antica cancellata utilizzata in quelli che un tempo erano gli spazi delle celle di detenzione del palazzo. Durante alcuni lavori di restauro per il consolidamento delle vecchie fondamenta dell'immobile è stata ritrovata una cassetta per le lettere in pietra del 1824, che è stata posta all'ingresso ed è visibile attraverso la vetrata del portone principale.

Palazzo Branca-Quagliano

Il palazzo Branca-Quagliano è un edificio storico ubicato nel centro cittadino, in via Pretoria.

Il palazzo era originariamente di proprietà della famiglia Siani; il 24 febbraio 1799 fu teatro dell'assassinio dei fratelli rivoluzionari Nicola e Giovanni Siani, durante la repressione dei moti che avevano portato alla Repubblica Napoletana. 

All'inizio dell'ottocento passò ai Branca, casato di origine contadina che alla metà del settecento aveva assunto una posizione di rilievo economico e acquisito numerose proprietà in città, a seguito del matrimonio tra Gerardo Branca e Marianna Siani, genitori del patriota risorgimentale Ascanio Branca. 

Nel settembre del 1846 vi soggiornò il re Ferdinando II in visita a Potenza. Recentemente restaurato, è utilizzato anche per ospitare concerti di musica da camera.

Il portone principale dell'edificio si affaccia su via Pretoria; attraverso di esso si accede ad un atrio interno con pavimentazione a ciottoli, sormontato da una volta a crociera.

Ex palazzo della Banca Popolare di Pescopagano

L'ex palazzo della Banca Popolare di Pescopagano, in passato noto anche come Palazzo della Banca Mediterranea, o più recentemente come Palazzo dell'UniCredit o castello postmoderno, è un edificio situato nel rione Francioso, in via Nazario Sauro.

L'edificio venne costruito tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta per ospitare gli uffici della sede principale della Banca Popolare di Pescopagano nella città di Potenza. La progettazione architettonica venne affidata a Dante Benedetto Maggio, che iniziò a produrre i primi appunti definitivi del progetto nel gennaio del 1973, di ritorno da un viaggio a New York che gli permise di trarre spunto dal Manufacturers Trust Company Building, sebbene la ricerca di fonti di ispirazioni architettoniche e stilistiche impegnò il progettista almeno fino al 1977. La costruzione, ultimata nel 1985, suscitò l'interesse ed il giudizio positivo di critici d'arte e architetti come Gillo Dorfles e Benedetto Gravagnuolo.

La proprietà dell'edificio passò nel 1992 alla Banca Mediterranea, nata dalla fusione della Banca Popolare di Pescopagano, originale proprietaria dell'immobile, con la Banca di Lucania; a partire da tale data il palazzo iniziò quindi ad essere conosciuto anche come Palazzo della Banca Mediterranea. L'immobile passò poi alla Banca di Roma, che assorbì la Banca Mediterranea nel 2000, ed è attualmente di proprietà del gruppo UniCredit, di cui la Banca di Roma è entrata a far parte nel 2007; per tale ragione, a partire dai tardi anni 2000 l'edificio è anche a volte menzionato come Palazzo dell'UniCredit. Tale gruppo bancario si è fatto carico della ristrutturazione del palazzo avvenuta nella seconda metà degli anni 2010.

La progettazione del palazzo fu preceduta da un'opera di ricerca stilistica e di documentazione da parte dell'architetto, che si ispirò a molteplici opere dell'architettura moderna e postmoderna, tra le quali, per sua stessa dichiarazione, si possono citare il palazzo della Manufacturers Trust Company di Skidmore, Owings and Merrill a New York, la sede della Österreichische Postsparkasse di Otto Wagner a Vienna, entrambe strutture visitate personalmente dallo stesso architetto, e la Villa di Poggioreale così come appare descritta nel Trattato di Sebastiano Serlio, per quanto riguarda l'impostazione della planimetria.

Il progettista ha però mantenuto tra i modelli ispiratori anche l'architettura tradizionale della sua città, Potenza, e della sua regione: l'edificio della Banca, infatti, per certi versi simile ad un castello o ad un forte, trae in parte ispirazione dal vicino Castello di Lagopesole, quantomeno dal punto di vista della essenzialità volumetrica, che ha funto da continuo punto di riferimento per lo studio e la progettazione.

Nell'analisi dell'architettura del palazzo fatta da Benedetto Gravagnuolo si afferma anche che vi sono evidenti citazioni a Carlo Scarpa per quanto riguarda lo stile dei cornicioni, a Le Corbusier per l'utilizzo del cemento a faccia vista, ai Laboratori Richards di Louis Kahn per l'uso delle altimetrie delle torri, al Ford Foundation Building di Roche e Dinkeloo per la tipologia compositiva. Lo stesso Gravagnuolo non manca comunque di notare la non estraneità dell'architettura dell'edificio nei confronti del contesto locale e cittadino di Potenza.

Il palazzo si presenta, come era stato immaginato sin dall'inizio dal progettista, come un volume cubico racchiuso tra quattro torri agli spigoli, con una sagoma "massiccia e solenne per le sue dimensioni ma al tempo stesso di estrema sobrietà e stringatezza", che richiama l'immagine di un castello medievale o di una fortificazione aragonese. La scelta di tale immagine è dovuta sia a motivazioni legate alla storia, vedasi il già citato Castello di Lagopesole tra le fonti di ispirazione, sia ad una ragione pubblicitaria che punta a rafforzare la sensazione di sicurezza ed affidabilità dell'istituzione bancaria.

Le pareti esterne dell'edificio vedono largo impiego del cemento a vista, tipico dell'architettura moderna ma senza sfociare nel brutalismo, tranne che per il corpo cubico centrale che è contenuto da pareti vetrate del tipo a facciata continua, le quali formano così una membrana trasparente che rende visibile l'interno. Secondo l'architetto con questa soluzione "l'immagine garante della banca viene così fuori attraverso la trasparenza del palazzo" (cit. Maggio) piuttosto che dalla tradizionale chiusura ed impenetrabilità dei palazzi bancari. Gli elementi interni dell'arredo rimandano ad oggetti tipici di uno spazio pubblico più che a quelli di un edificio privato: le panchine, le illuminazioni simili a lampioni, la pavimentazione richiamano l'arredo urbano, come a voler rivendicare la necessità di spazi di aggregazione troppo spesso negati nelle periferie moderne, riappropriandosene tramite l'edilizia bancaria, tanto che l'interno della banca arriva a ricordare una piazza.

Un'altra peculiarità degna di nota è la disposizione delle superfici vetrate per lo sfruttamento dell'illuminazione naturale: la copertura del grande salone della hall centrale permette di far filtrare e diffondere la luce solare, anche grazie ad un sapiente sistema di riflessione su superfici cristalline e metalliche, esaltando così anche le caratteristiche climatiche di una città di montagna, ma al tempo stesso meridionale, quale è Potenza; inoltre, i banchi delle postazioni di lavoro sono stati distribuiti in funzione del ciclo solare e della disposizione degli assi eliotermici, per garantire la corretta illuminazione degli spazi.

Vi è inoltre una voluta ricerca dell'asimmetria delle strutture precorritrice delle architetture del Brutalismo Sovietico, riscontrabile nella sfasatura delle torri, nell'organizzazione della pianta, dei caveau e persino della copertura vitrea; tale asimmetria è ritenuta uno degli aspetti più significativi dell'opera, dato che gli permette di svincolarsi dallo schematismo modulare e di formulare il proprio linguaggio architettonico.

In conclusione, il palazzo bancario di Dante Benedetto Maggio rappresenta una riuscita sintesi tra due elementi di ispirazione diversi e discordanti: uno costituito dall'elemento medioevale di origine locale del Castello federiciano di Lagopesole, l'altro di stampo internazionale e contemporaneo, composto dai diversi riferimenti attinti dal progettista dal bagaglio dell'architettura moderna.  

Palazzo del Banco di Napoli

Il Palazzo del Banco di Napoli è un edificio storico situato nel centro della città, in corso XVIII Agosto.

La sede potentina del Banco di Napoli fu la prima filiale di un istituto di credito ad essere aperta nel capoluogo dell'allora provincia di Basilicata, sebbene sin dal 1868 lo stesso Banco avesse ricevuto l'autorizzazione ad aprire sedi e succursali in tutte le province meridionali. Il palazzo venne realizzato tra il 1910 ed il 1914 su progetto dell’ingegner Boldoni. Danneggiato dal sisma del 1980, venne restaurato nel 1982 a cura dell'ingegner Donato Sparacio. Attualmente è di proprietà del gruppo Intesa Sanpaolo, che ha acquisito la proprietà del Banco di Napoli nel 2002.

L'edificio è stato edificato in un lotto trapezoidale delimitato dalle strade preesistenti e presenta all'esterno, in corrispondenza del lato più corto, un piccolo giardino di pertinenza. È realizzato in muratura portante e ricalca lo stile tipicamente neoclassico dei palazzi settecenteschi del Vanvitelli e del Fuga. 

Costituito da tre piani adibiti ad uffici, collegati tra loro da una grande scalinata decorata con stucchi e marmo rosso di Verona, più un piano seminterrato utilizzato come caveau, il palazzo si sviluppa attorno all'atrio centrale, che è lo spazio più significativo dell'edificio a livello formale, funzionale ed estetico: adibito a sede degli sportelli al pubblico, è sormontato da un lucernario e si affaccia direttamente su corso XVIII Agosto tramite l'ingresso principale, venendo valorizzato dagli effetti di luce generati dai loggiati e dalle arcate decorate con stucchi. Vista l'evidente similitudine dell'edificio con alcuni palazzi storici napoletani, venne considerato l'esempio di architettura colta nel capoluogo lucano, almeno fino all'avvento delle successive architetture di epoca fascista.  

Palazzo della Banca d'Italia

Il Palazzo della Banca d'Italia è un edificio storico situato nel centro della città, in Via Pretoria nei pressi di piazza Matteotti.

L'istituzione della filiale locale della Banca d'Italia a Potenza risale al 23 luglio 1865, dopo che il 25 settembre dell'anno precedente il Consiglio Provinciale di Basilicata aveva approvato la creazione di un "Banco succursale nel capoluogo"; la motivazione va ricercata nel fatto che negli anni immediatamente successivi all'Unità d'Italia nacque l'esigenza della Banca Nazionale di estendere la sua presenza alle province meridionali del Regno, per potersi veder assegnato il servizio di Tesoreria provinciale dello Stato su tutto il territorio nazionale. 

Il Palazzo attuale fu però realizzato solo nella seconda metà degli anni trenta del Novecento, e per costruirlo venne abbattuto il preesistente Palazzo Viggiani, appartenente all'omonima famiglia che lo vendette alla Banca d'Italia.

Il Palazzo è il primo importante edificio d'epoca fascista costruito a Potenza, tuttavia è l'unico ad essere stato realizzato in stile eclettico, invece che in stile moderno come era consono per l'architettura del regime. 

Situato in posizione mediana rispetto al centro cittadino, si affaccia su Via Pretoria, sulla quale si apre l'ingresso monumentale, e presenta due ingressi aggiuntivi, uno sul retro in Via XX Settembre e l'altro sul lato in Vico Emanuele Viggiani. 

L'edificio è a pianta quadrata e si sviluppa intorno ad un atrio centrale coperto da lucernario; presenta quattro piani sopraelevati, oltre ad uno seminterrato.

I progettisti, pur impiegando materiali quali il vetrocemento per la realizzazione dell'atrio ed impostando la facciata e la pianta seguendo uno schema rigoroso, per l'esterno del Palazzo utilizzano dettagli stilistici di ispirazione rinascimentale quali i balconi su mensoloni, il bugnato inciso nel basamento, le arcate dei loggiati presenti all'ultimo piano che interrompono il cornicione aggettante. 

Il prospetto dell'edificio su Via XX Settembre suscita particolare interesse per la presenza, nel bugnato basamentale, di un portale marmoreo con colonne doriche e, in corrispondenza dell’archivio sul piano ammezzato, di una vetrata scandita da una serie di pilastri sui quali continua il rivestimento a bugne della parte inferiore. I particolari decorativi in pietra scura, così come il bugnato, fanno risaltare il colore chiaro dell'intonaco utilizzato per il resto dell'edificio. 

In definitiva il Palazzo Bancario, inserito in un contesto urbano già densamente popolato come elemento di contrasto rispetto agli edifici circostanti, rappresenta un esempio di mediazione tra lo stile eclettico proprio del periodo di costruzione e quello del razionalismo, che dominò la scena architettonica degli anni trenta in Italia.

Teatro Francesco Stabile

Il Teatro comunale Francesco Stabile è il teatro principale della città di Potenza. Situato nel centro storico in Piazza Mario Pagano, è intitolato al musicista lucano Francesco Stabile. È l'unico teatro lirico presente in Basilicata, nonché l'unico teatro storico della regione. Viene considerato l'edificio più rappresentativo del capoluogo basilicatese.

L'esistenza di un edificio adibito ad ospitare rappresentazioni teatrali in maniera permanente a Potenza è documentata sin dalla metà del Settecento, ma fu solo all'inizio dell'Ottocento, con l'elevazione della città a capoluogo, che si avvertì l'esigenza di dotare la comunità di un nuovo teatro lirico da realizzarsi appositamente. Infatti a partire dalla fine del XVIII secolo la progressiva affermazione economica e sociale del ceto borghese determinò la costruzione, sia nei grandi centri che nelle piccole e medie città di provincia, di questi edifici dalla forte funzione sociale e rappresentativa. Fino alla costruzione dello Stabile furono adattati a tale uso degli edifici religiosi sconsacrati, in particolare la ex chiesa della Congregazione dei Morti, utilizzata sino al 1823, sostituita a partire da quell'anno dalla ex chiesa di San Nicola.

Dopo due tentativi di reperire i fondi ed il terreno necessari ai lavori per un nuovo teatro, prima da parte dell'intendente della Provincia di Basilicata De Nigris nel 1822 con un progetto dell'ingegner Nicola Scodes e poi su iniziativa del nuovo intendente Winspeare nel 1838 con nuova progettazione dell'ingegner Gaetano De Giorgio, nel 1854 si definì il luogo di costruzione in un lotto confinante con l'allora largo dell'Intendenza (l'attuale piazza Mario Pagano), grazie all'abbattimento di alcuni edifici e con una variante al progetto ad opera degli architetti Antonio Ferrara e Gerardo Grippo.

L'edificazione iniziò quindi solo nel 1856, anche grazie al sostegno diretto di parte della borghesia cittadina che sottoscrisse dei titoli di credito per garantire il finanziamento dell'opera. Il progetto nel frattempo era stato nuovamente modificato dall'architetto Vincenzo Pascale, nuovo direttore del cantiere, ma i lavori subirono un arresto già nel 1857, a causa del terremoto del 16 dicembre di quell'anno che colpì la città. Dopo un primo tentativo di ripresa nel 1860, si poté ripartire solo nel 1865 a seguito dell'ennesima revisione progettuale degli ingegneri Banchieri e Tucci, per poi arrivare al progetto definitivo degli architetti Errico Alvino e Giuseppe Pisanti, con l'ingegner Emmanuele Bruno alla direzione dei lavori.

Nel 1866 il Consiglio comunale decise di modificare il nome originario di "Teatro Ferdinando di Borbone" e di intitolare l'edificio al compositore lucano Francesco Stabile, il quale aveva fatto parte dei finanziatori dell'opera e che era prematuramente deceduto nel 1860. La costruzione terminò solo nel 1878 con però ancora la mancanza di molti dettagli architettonici e decorativi.

L'inaugurazione ufficiale avvenne il 26 gennaio 1881, alla presenza del re d'Italia Umberto I, della regina Margherita e del principe Amedeo, che assistettero alla rappresentazione de La traviata di Giuseppe Verdi. Il re aveva promesso una visita in Basilicata dopo aver subito un tentato assassinio da parte dell'anarchico basilicatese Giovanni Passannante, avvenuto a Napoli nel 1878, per dimostrare affetto nei riguardi della popolazione locale. Il collaudo finale dell'opera è datato 1884 ad opera dell'ingegner Grippo.

Già nel 1910 il teatro fu chiuso temporaneamente per il deterioramento degli arredi, venendo poi riaperto nel 1912. Le condizioni dell'edificio, nel corso degli anni utilizzato anche come cinematografo, iniziarono a destare serie preoccupazioni a partire dai primi anni Sessanta del Novecento, a causa della poca manutenzione, tanto che nell'ambito del Piano regolatore generale comunale del 1966 si arrivò addirittura a prevederne la demolizione, scongiurata prima temporaneamente con l'intervento della Prefettura, poi definitivamente nel 1974 con l'apposizione del vincolo monumentale da parte del Ministero della Pubblica Istruzione ai sensi della Legge 1089 del 1939. 

Nel 1971 lo Stabile venne chiuso nuovamente per consentire i lavori di restauro, che erano ancora in corso quando la struttura subì, come il resto della città, i danni del terremoto del 1980. La ristrutturazione venne quindi sospesa per poi riprendere nel corso degli anni Ottanta, su progetto dell'architetto Dante Benedetto Maggio e dell’ingegner Franco Gigli ed essere completata nel 1990, accompagnata da polemiche riguardanti l'aumento notevole dei costi dei lavori; la riapertura al pubblico avvenne il 29 marzo dello stesso anno. Nel 2004 sono stati effettuati ulteriori restauri dell'immobile, che consentirono la ripresa delle normali attività in data 11 dicembre.

Nel 2014 è stato riconosciuto quale "teatro storico lucano" dal Consiglio regionale della Basilicata.

Il Teatro Francesco Stabile si ispira per tipologia al Teatro San Carlo di Napoli ed al Teatro alla Scala di Milano; da essi derivano la facciata monumentale dell'edificio e la cura riposta nel posizionamento dei locali accessori. La sua localizzazione, in pieno centro e in prossimità delle abitazioni dei ceti dominanti all'epoca dell'edificazione e dei palazzi del potere, contribuisce a sottolinearne la funzione sociale. 

Il prospetto principale, di colore rosato, presenta dei cantoni a bugne, un timpano sommitale e degli archi a tutto sesto che sormontano il portone principale bronzeo, gli ingressi secondari ai lati di esso ed i due vicoli che sboccano nella strada che dà sul retro del teatro. Tre dei cinque ampi finestroni del piano superiore, sormontati da una lunetta decorativa, danno accesso ad un lungo balcone. 

Il timpano è decorato dallo stemma cittadino: uno scudo azzurro recante un leone rampante d'oro, sostenuto da una banda rossa abbassata e sormontato da tre stelle d'argento. La corona, che secondo le antiche descrizioni dello stemma è posta sul capo del leone, in questo caso è invece posizionata in cima e domina tutto lo scudo.

La platea, tre ordini di palchi divisi da tramezzi radiali e un loggione sovrastante racchiudono il palcoscenico e l'orchestra formando una struttura ad alveare; gli ambienti di rappresentanza quali atrio, vestibolo ed ingresso hanno dimensioni abbastanza contenute. La sala è a forma di ferro di cavallo, la tipologia più evoluta del teatro italiano d'opera, con una pianta semicircolare raccordata al boccascena da due curve studiate per ottimizzare l'acustica e la visibilità e che ha permesso di posizionare le due rampe di scale ai due angoli del lotto. 

La copertura è a capriata in legno, con il sottotetto che ospita un ambiente adibito a deposito ed alla preparazione delle scenografie. Al secondo piano è presente la Sala degli specchi, così chiamata per le superfici riflettenti presenti come elementi decorativi insieme a carta da parati e dipinti, che è utilizzata anche per convegni o matrimoni civili.  

Molti elementi decorativi sono ispirati alla scuola pitagorica di Metaponto ed alla scuola eleatica, in omaggio alla Magna Grecia ed al suo ruolo nella tradizione culturale della Lucania antica, tra cui si ricorda il dipinto del plafond ad opera di Luigi De Luise che raffigura l'Apoteosi di Pitagora, come voluto dal professor Vincenzo Marinelli, che fu incaricato dal Comune di Potenza di definire il soggetto dell'opera. Tale dipinto sembra anche ispirato da l'Apoteosi dei sommi poeti di Giuseppe Cammarano, che decora il soffitto a velario del Teatro San Carlo di Napoli. 

Anche gli stucchi di Luigi Cangiano, presenti soprattutto nell'atrio e nell'ingresso della sala, paiono trarre ispirazione dai bassorilievi di Angelo Villa realizzati sempre per il famoso teatro napoletano. Ulteriore elemento che trae spunto dal San Carlo è la decorazione neoclassica utilizzata per la copertura del soffitto piano del sottotetto, utilizzata anche da Antonio Niccolini a Napoli. La scenografia fu realizzata dai milanesi Corazza e Masi, mentre il macchinario da Papa e Spezzaferri.

In seguito al sisma del 1980 il teatro subì numerosi danni, ma fu restaurato con un approccio conservativo, rispettoso dell'architettura e dell'arredo preesistente, consentendo di preservare le decorazioni del Cangiano, le finiture in legno cerro, il plafond del De Luise, le lampade ad arco della fine dell’Ottocento. Anche il palcoscenico in abete ha mantenuto la pedana centrale in pioppo, una delle pochissime rimaste nei teatri italiani.

Lo Stabile conserva anche il pianoforte utilizzato dal compositore Ruggero Leoncavallo durante gli anni che trascorse a Potenza: un Franz Seiler Berlin della metà dell'Ottocento; lo strumento venne rinvenuto nei locali dell'edificio nel 2017 e restaurato nel 2019.

Nell'atrio del teatro è collocata dal 2011 una scultura rappresentante il personaggio di Sarachella, la maschera ufficiale della Città di Potenza.

Auditorium del Conservatorio Carlo Gesualdo da Venosa

L'Auditorium del Conservatorio Carlo Gesualdo da Venosa è una struttura appartenente all'omonimo conservatorio, situata nel quartiere Poggio Tre Galli. Si tratta di un notevole esempio di architettura postmoderna ed una delle più importanti opere realizzate dall'architetto Giovanni Rebecchini.

La progettazione di massima ed esecutiva di un auditorium per il Conservatorio di Potenza venne affidata a Giovanni e Gaetano Rebecchini, il primo architetto ed il secondo ingegnere, dopo che si erano aggiudicati il primo posto nel concorso bandito dal Provveditorato regionale per le Opere Pubbliche, al quale parteciparono altri famosi architetti quali Franco Purini e Nicola Pagliara. La costruzione durò dal 1983 al 1986 e pochi anni dopo, nel 1990, l'opera venne inserita, unica in Italia, nella lista dei 14 auditorium più belli al mondo all'interno del libro Auditoriums. Nel 1992 venne citata assieme al Ponte Musmeci come una delle costruzioni più interessanti del capoluogo lucano. Attualmente la struttura è utilizzata sia per le attività del Conservatorio che per la fruizione di concerti: nel corso degli anni ha ospitato infatti le esibizioni delle migliori orchestre europee.

L’Auditorium, realizzato con elementi prefabbricati come da specifiche di concorso, consta di due parti fondamentali: la prima è l'edificio dell'Auditorium vero e proprio deputato ai concerti al chiuso, la seconda consta di un anfiteatro all'aperto. L'impianto architettonico di entrambe le parti è simmetrico rispetto ad un asse longitudinale che è ortogonale alle curve di livello.

L'Auditorium è stato progettato traendo ispirazione dall'architettura delle basiliche medievali, in particolare a quella della chiesa collegiata di Sant Vincenç di Cardona in Spagna, volendo ispirarsi ai primi luoghi del medioevo europeo che storicamente ospitarono esecuzioni musicali. La platea ed il palcoscenico, separati dalla fossa d'orchestra, ma anche l'abside, alcuni dettagli della muratura dell'edificio, le campiture dei pilastri, i portali dell'atrio sono di chiara ispirazione medievale sia nella forma ma anche nel materiale utilizzato, ovvero il tufo squadrato. L'ispirazione al medioevo si trova anche nei percorsi laterali esterni utilizzati per gli ingressi di servizio e le uscite di sicurezza, che richiamano antiche mura difensive con torri, bastioni e ponti levatoi. Le pannellature prefabbricate delle pareti e del soffitto, che incorporano gli elementi fonoassorbenti, presentano un fondale realizzato di colore scuro, il che genera la sensazione visiva per gli spettatori di trovarsi in un luogo aperto notturno.

L'Anfiteatro esterno e gli elementi di contorno conservano alcuni richiami medievali come il podio semicircolare, le colonne di tufo, il portico antistante la piazza che precede il teatro, le murature esterne. Accanto ad essi si trovano però caratteristiche più attuali come la trave reticolare che collega le torri di servizio, la pensilina a volta trasparente, la passerella sostenuta da tiranti. Il palcoscenico dell'Anfiteatro si rivolge direttamente verso il centro della città, mentre la gradinata dà ad esso le spalle. La parte esterna della struttura presenta, oltre all'Anfiteatro, due piazze pavimentate decorate con simboli che fanno riferimento al mondo della musica.

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