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Architetture
civili
Gli
edifici civili più importanti della città sono situati prevalentemente
nel centro
storico; alcuni di essi sono di costruzione ottocentesca o novecentesca,
ma non mancano palazzi nobiliari risalenti al seicento o di epoca
medievale.
Palazzo
di Città
Il Palazzo
di Città è un edificio che
affaccia su piazza
Giacomo Matteotti.
Il palazzo ospita l'amministrazione comunale e la sua costruzione
originale risalirebbe all'epoca
angioina.
Come quasi tutti gli edifici storici di Potenza anch'esso è stato più
volte restaurato e ricostruito in seguito ai molti terremoti che hanno
colpito la zona. L'elemento artistico di rilievo è una facciata del 1882,
con un arco
a tutto sesto situato
tra due grandi finestre e una grande balconata.
Ad
oggi palazzo del Comune, il piano inferiore è costituito da un arco a
tutto sesto, nei due piani superiori vi sono invece delle balconate.
Dopo
il terremoto del 1826, la costruzione medievale in
precedenza occupata dal Sedile fu ristrutturata. Nel 1882 nacque la
costruzione attuale dove si trova il Palazzo di Città, mantenendo un
aspetto storico grazie ad un balcone in
pietra presente al piano centrale. Tra il 1905 ed il 1980 vi fu inoltre
un'ala aggiuntiva ad utilizzo scolastico.
Palazzo
della Prefettura
Il
palazzo del Governo e l'antistante piazza dedicata al martire della Repubblica
Napoletana del 1799, Mario
Pagano,
sorgono nel centro storico. Attualmente il palazzo si presenta molto
mutato rispetto alle sue origini; in seguito al terremoto
della notte tra il 16 e 17 dicembre 1857 il
palazzo riportò gravi danni che ne determinarono l'inagibilità. Dopo i
giorni del disastro, si avvia la ricostruzione del palazzo, iniziando a
lavorare ininterrottamente, anche d'inverno. Nel 1860 il primo Prefetto
della provincia della Basilicata si trasferì in questo stabile.
All'interno del palazzo del Governo si trovano opere d'arte di celebri
pittori quali Vincenzo
Marinelli,
Giuseppe Mona, Giacomo
Di Chirico,
Andrea Petroni, Cesare Colasuonno, Vincenzo la Creta.
Dopo
la legge del 20 marzo 1865, con l'istituzione della Prefettura, si
aggiunge nella medesima sede il nuovo organo elettivo della Provincia e,
alla fine del secolo, la Giunta provinciale amministrativa e la Questura,
che sostituiscono rispettivamente il Consiglio di Prefettura e l'ufficio
di Pubblica sicurezza. Il tutto fu inaugurato dal presidente della
Repubblica Sandro
Pertini,
il 23 novembre 1983.
Annessa
al Palazzo Del Governo è situata la villa
del Prefetto,
ovvero il giardino del palazzo del governo. Tali giardini, che ospitano
una rigogliosa vegetazione, sono stati realizzati nell'ottocento su
delle terezze collegate tra di loro con delle scalinate.
La
villa, d'impianto novecentesco, si estende su di un terreno a forte
pendenza, occupando una grande scarpata posta lungo il lato posteriore del
Palazzo del Governo, in più tratti con andamento rettilineo o curvilineo.
Il palazzo del governo rivela i caratteri essenziali dell'architettura
ottocentesca ispirata alla linearità delle forme, alla simmetria,
alla razionalità, ma manifesta anche la mancanza di uno stile unitario,
articolato intorno all'ingresso principale e alla scalinata a tenaglia:
questo spazio funzionale, situato in posizione centrale, guida l'immediata
individuazione dei percorsi ed accompagna all'evidente identificazione
dell'ordine gerarchico degli ambienti.
Nella
facciata, in particolare, s'intravede la volontà di proporre l'uso di
elementi architettonici diversificati: i timpani sui
balconi, le mensole e le cornici che s'integrano con le paraste che
riquadrano l'ingresso principale formando un ordine gigante elevato su
alti stilobati e concluso da una spessa trabeazione sulla
quale poggia il lungo balcone del salone di rappresentanza.
Il
prospetto tripartito, caratterizzato da un alto bugnato liscio
con parti modellate di scarso rilievo, rispecchia tuttora (con la parte
centrale avanzata e nella scansione delle aperture ai vari livelli)
l'articolazione spaziale interna.
In
seguito al terremoto
del 1980,
l'orologio posto in alto si fermò alle 19:35.
Palazzo
del Fascio

Il Palazzo
del Fascio, anche noto come Casa del Fascio analogamente ad
altri edifici
dello stesso genere in Italia,
è un edificio storico situato nel centro
della città,
in piazza
Matteotti.
L'antico
edificio, ormai non più esistente, risaliva al XV
secolo.
Esso
accoglieva la cappella di San
Nicola,
che venne in seguito sconsacrata. L'edificio venne trasformato in un teatro dedicato
all'omonimo santo.
Durante
il ventennio fascista la struttura venne abbattuta, sostituita da un
edificio in stile neoclassico volto
ad ospitare la sede locale del Partito
Nazionale Fascista.
Tale nuovo edificio è ad oggi la sede del Consiglio
comunale di
Potenza.
Il
palazzo conserva gli ultimi resti di un'altra antica cappella che si
trovava lì: la cappella della Madonna
del Carmine,
sconsacrata nel 1850.
Unica traccia della cappella è una colonna a
fusto liscio, sormontata da un putto con le mani giunte a preghiera, il
quale è coronato da due anelli concentrici di foglie e un capitello ornato
da foglie con volute.
Palazzo
Loffredo
Palazzo
Loffredo è un palazzo storico situato nel centro storico. Si
affaccia su largo Duomo, largo Pignatari e via Andrea Serrao. L'edificio,
la cui prima funzione fu ospitare gli uffici della sede amministrativa
della contea, è fra gli esempi più rilevanti dell'edilizia civile
potentina.
Dopo
aver ospitato l'Ufficio dell'Intendenza, il Real Collegio e il
Conservatorio di Potenza "Gesualdo da Venosa" nel XIX
secolo, l'Istituto Tecnico-Commerciale "Leonardo Da Vinci" e il
Convitto Nazionale "Salvator Rosa" nel corso del XX secolo,
dal 2005 è la sede del Museo archeologico nazionale della
Basilicata.
Il
26 febbraio del 1443 Alfonso
V d'Aragona entrava trionfalmente a Napoli; al suo seguito si
trovava anche Iñigo de Guevara. Al nobil uomo d'arme fu assegnata
dal sovrano aragonese nel 1444 la contea di Potenza, insieme con
le terre di Vignola, Anzi, Vietri e Rivisco.
I Guevara lasciarono
nel corso del possesso della contea, durato oltre un secolo e mezzo,
numerosi segni tangibili della loro presenza nell'urbanistica cittadina,
tra cui il palazzo comitale fatto costruire da Iñigo tra la fine del XV e
l’inizio del XVI secolo su un sito che era occupato, a partire
dalla prima metà del XIV secolo, da un monastero della congregazione
dei Celestini.
La
città passò nel 1596 ai Lannoy,
con il matrimonio di Filippo II di Lannoy con Porzia de Guevara
e nel 1604 ai Loffredo marchesi di Trevico, con il matrimonio di Beatrice
con Enrico Loffredo.
Il sisma
del 1694 danneggiò gravemente la Cattedrale e il palazzo comitale,
mentre quello del 1698, caratterizzato da scosse minori ma più
frequenti, suscitò molto panico fra la popolazione, ma nessuna grave
conseguenza.
Tuttavia altre fonti forniscono un resoconto molto più grave della
situazione cittadina alle porte del XVIII secolo. I danni apparivano
capillarmente diffusi per tutta la città, con gravi lesioni ad abitazioni
e botteghe, fino a renderle inabitabili, e crolli lungo le strade
pubbliche.
Agli
inizi dell'800, con l'elevazione di Potenza a Capoluogo di Provincia,
sorse il problema dell'ubicazione dell'ufficio dell'Intendenza, simbolo
della nuova identità della città. Diversi furono gli edifici candidati
ad accogliere tale prestigioso ufficio, fra cui il convento francescano;
tuttavia, nel 1813, il regime murattiano dispose la temporanea ubicazione
dell'Intendenza a Palazzo Loffredo.
Con
decreto di Ferdinando
I del 1º maggio 1816 il Real Collegio di Basilicata fu trasferito a
Potenza dalla vicina Avigliano. I locali necessari furono ricavati
nel vecchio complesso del Seminario, secondo un progetto dell'ingegnere
Olivieri.
Tuttavia gli spazi a disposizione erano angusti e, per questo, il disegno
fu approvato con grosse riserve e dopo molte discussioni; in ogni caso fu
una scelta obbligata dall'indisponibilità di altri locali che potessero
ospitare la prestigiosa scuola.
Nel 1822 si rese disponibile Palazzo
Loffredo che soddisfaceva tutti i requisiti: posizione ottimale (di fronte
al Vescovado), e la necessaria rappresentatività. Gli ingegneri Scodes e
Massari lavorarono al progetto di adattamento dell'edificio, eseguito
entro il 1830.
Le
vicende del '48 interessarono tutto il Regno e a Potenza un focolaio di
rivoluzione si ebbe proprio all'interno del corpo docente del Collegio. A
seguito di tali eventi, nel 1850, la direzione della scuola venne affidata
ai Padri
Gesuiti, che giunsero nel capoluogo.
I religiosi furono promotori di
importanti iniziative, tra cui il restauro del palazzo baronale, un
potenziale trasferimento nel Palazzo del Tribunale e la riapertura del
vecchio collegio di Avigliano. Ritenendo Palazzo Loffredo inadatto,
decisero di costruire un nuovo edificio su una zona di proprietà dei
Viggiani, nella parte meridionale dell'abitato. I lavori non andarono a
lungo avanti, poiché nel 1860 i Gesuiti furono cacciati dalla città.
Su tale costruzione sorgerà agli inizi del XX secolo il palazzo degli
Uffici Governativi. Nel 1862, il Real Collegio, dopo aver ospitato nel '61
un reparto dell'esercito giunto in città per la lotta al brigantaggio,
verrà convertito in Liceo.
Nel
corso del Novecento il palazzo ha ospitato fra i suoi locali il
Conservatorio di Potenza "Gesualdo da Venosa", l'Istituto
Tecnico-Commerciale "Leonardo Da Vinci" e il Convitto Nazionale
"Salvator Rosa". Dal 2005 ospita il Museo Archeologico Nazionale
della Basilicata "Dinu
Adameșteanu".
Il Museo è articolato su due piani secondo un
criterio cronologico e territoriale che offre al visitatore il quadro
archeologico dell’intera regione, dalla fase precedente alla
colonizzazione greca sino alla conquista romana, con un approfondimento
sul territorio di Potenza. Particolare attenzione è riservata ai
ritrovamenti di Vaglio, da cui provengono ricchi corredi funerari,
databili tra la fine del VI e la metà del V secolo a.C. Le raffinate
armature dalle tombe dei guerrieri e i preziosi gioielli dalle tombe
femminili attestano la presenza di una élite in cui si possono
riconoscere i re (basileis) dei Peuketiantes, le genti che occupavano il
territorio in età arcaica.
Le testimonianze più significative
riguardanti l'occupazione della Basilicata interna nel corso del IV secolo
a.C. da parte dei Lucani sono state restituite dal santuario di Rossano di
Vaglio: lamine sbalzate, frammenti di statue in bronzo, gioielli in oro e
argento, statuette in marmo e in terracotta costituiscono gli ex-voto più
preziosi, esposti nel Museo con un allestimento particolarmente suggestivo.
Lo
stabilimento attuale conserva la struttura monasteriale del chiostro centrale,
attualmente esistente. Nell'attuale corpo del palazzo vennero inglobate le
fondamenta del monastero, che costituirono materiale di spoglio per la
costruzione del nuovo Palazzo Guevara, secondo l'abitudine di non demolire
completamente edifici sacri ed includerli nei nuovi progetti di
costruzione, sia per conservare la sacralità dell'edificio sacro, sia per
conservarne la memoria nella mentalità collettiva.
Nei
primi due secoli del dominio borbonico il palazzo comitale aveva una forma
quasi cubica e priva della corte antistante. Il palazzo si ergeva su tre
livelli: un primo, seminterrato, con accesso carrabile a valle; un piano
nobile caratterizzato, nel prospetto da una loggia cinquecentesca
a cinque archi a pieno sesto; un ultimo livello privo di aperture sul
fronte principale, coperto da un tetto a spioventi.
Dopo
il Concilio
di Trento l'edilizia religiosa ebbe uno sviluppo più notevole
rispetto a quella nobiliare, soprattutto per disponibilità economica dei
conti. Imponente tuttavia risultava il Palazzo Comitale, che occupava una
vasta area di fronte all'episcopato e alla Cattedrale. Era dotato di un
ampio cortile con le scuderie e di una cappella privata.
Sul volgere del '500, prospiciente il palazzo sorse la Cavallerizza dei
Conti: la fabbrica, dotata di un'ampia corte, presenta ancor oggi un
fronte definito da un robusto portale bugnato, che si apre su Largo
Pignatari, sorto nello stesso periodo.
Nel 1709 vennero accorpate nel complesso alcune case costruiti su terreni
attigui di proprietà del monastero di San Francesco e
nel 1722 il palazzo e le sue pertinenze occupavano un'area che si
estendeva a sud fino all'attuale via Pretoria.
Il
restauro dell'edificio compiuto nel Settecento dai conti Loffredo, diede
all'edificio il suo aspetto attuale. La novità più rilevante fu la
costruzione della gradinata monumentale che conduce all'attuale ingresso,
sormontata da una loggia d'ingresso dove sono ubicate le due porte con
fastosi portali in stile catalano-durazzesco e dello stesso stile sono i
numerosi archi, che adornano con i loro stipiti e archi a tutto sesto, le
sovrastanti finestre che donano completezza e bellezza architettonica a
tutto il prospetto d'ingresso del palazzo stesso. Gli archi sono stati
realizzati dal maestro Pappacoda di Lacedonia.
Nel
capoluogo lucano sono attestati numerosi esempi di architettura
tardo-gotica, che in Basilicata nel XV secolo ebbe ampia diffusione,
specialmente nella variante catalano-durazzesca. Tale corrente
architettonica nasce dall'incontro tra il gotico angioino-durazzesco,
espressione meridionale del tardogotico europeo, con quello catalano e
senese, introdotto fra '400 e '500 da lapicidi napoletani e casertani che
operarono nel Mezzogiorno d'Italia.
A Potenza, oltre che nel portale del
Palazzo Loffredo, tale corrente architettonica è attestata negli absidi
di Santa Maria del Sepolcro e del convento di San Francesco, nel portale
d'ingresso di quest'ultimo convento e nell'arco d'ingresso del Sedile
(andato distrutto nella seconda metà dell'800). La soluzione
architettonica dell'arco in tali edifici prevede il peduccio d'imposta,
riccamente decorato con motivi geometrici e floreali, su cui termina
l'ultima ghiera.
Palazzo
Vescovile

Il Palazzo
Vescovile è la residenza del vescovo dell'Arcidiocesi
di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e sede della relativa
Curia. Si trova nel centro
storico in largo Duomo, a sinistra della Cattedrale
di San Gerardo.
Il
palazzo venne fatto costruire per volere del vescovo di Potenza Andrea
Caracciolo,
in carica dal 1616 al 1623,
e fu completato tra il XVII ed
il XVIII
secolo. Nel 1799 fu
il teatro del brutale assassinio del vescovo e
intellettuale Giovanni
Andrea Serrao per
mano dei sanfedisti che
si opponevano ai giacobini durante
i moti
del 1799.
L'edificio
ha subito diversi interventi di manutenzione e restauro conservativo: il
primo all'inizio del XX
secolo,
durante l'episcopato dei vescovi Monterisi prima e Razzoli poi; il secondo
tra il 1947 e
il 1950,
con il vescovo Bertazzoni,
a seguito della distruzione del palazzo a causa dei bombardamenti
occorsi durante il secondo conflitto mondiale;
il terzo voluto dal vescovo Vairo dopo i danni dovuti al terremoto
del 1980.
Il
palazzo, realizzato in muratura portante in pietra locale, è un imponente
struttura su pianta rettangolare che nel passato fungeva anche da cinta
muraria poiché si sviluppava lungo la strada extramurale. Nonostante
i restauri subiti nel corso del tempo, l'edificio conserva invariato il
suo aspetto architettonico originale. Il
prospetto frontale si presenta in pietra a faccia vista, con un portale sormontato
da un cornicione con
lo stemma vescovile
di Augusto Bertazzoni retto da una coppia di lesene; lungo il cornicione
si estende una finestra-balcone con architrave in pietra sagomata. Al
piano terra si trovano l'atrio di ingresso, gli uffici della Curia ed il
vestibolo che custodisce alcuni dei beni artistici del palazzo; al primo
piano si trovano gli alloggi vescovili ed una pregevole cappella per uso
interno; l'ultimo piano è interamente occupato da piccoli appartamenti.
Il
palazzo vescovile conserva il sarcofago che
in passato custodiva le spoglie del vescovo San
Gerardo di Potenza.
Il sarcofago, di marmo strigliato,
databile tra II e III
secolo,
presenta ai suoi angoli due eroti con due fiaccole rivolte verso il basso
in segno di lutto, mentre nel riquadro centrale sono scolpite le figure
delle tre
grazie.
Nello stesso vestibolo in cui si trova il sarcofago è situato anche una
statua del Sacro
Cuore di Gesù. La
cappella del primo piano ospita un altare in marmo policromo proveniente
dalla chiesa
di San Francesco e
un crocifisso in
maiolica su struttura in legno con decorazioni dorate, entrambi opera di
Francesco Carbotti.

Palazzo
Reale
Il palazzo
Reale, citato a volte anche come skinny Reale, è un edificio situato
nel centro storico. Per la sua particolare struttura costituisce una eccezionalità
architettonica ed una architettura limite.
Il
palazzo prende il nome dall'ingegnere proprietario dell'azienda a cui
venne affidata la costruzione, ovvero l'ing. Saverio Reale. L'edificio
venne inizialmente commissionato all'architetto Giuseppe Pisanti da Ascanio
Branca, figura di spicco della politica lucana e nazionale, più volte
ministro del Regno d'Italia, patriota e garibaldino; dopo la sua
morte, avvenuta nel 1903, la moglie, la nobildonna Anna Caracciolo,
ed il figlio Gerardo commissionarono il completamento della
struttura all'ing. Reale. La
prima parte del progetto venne completata nel 1922, l'intero edificio
invece solo nel 1927.
La
costruzione, di pianta trapezoidale scalena,
si caratterizza per una struttura ed una morfologia molto particolari, in
cui una delle tre dimensioni spaziali è molto più ridotta
delle altre due, dando origine ad un edificio stretto e sottile. Secondo Franco
Purini il Palazzo Reale di Potenza costituisce una eccezionalità
architettonica, di cui si possono considerare due precedenti simili:
la prima è la Casa Scaccabarozzi di Torino, dalla cui
architettura sabauda l'edificio potentino trae parzialmente ispirazione,
così come anche lo sfasamento dei balconi è di ispirazione torinese,
caratteristica che si ritrova infatti in edifici quali Casa Tasca o Casa
Fenoglio-Lafleur; la seconda è un'altra architettura limite presente
a Napoli lungo Corso Umberto I. Sempre
secondo il Purini, il palazzo ricorda in qualche modo anche il Flatiron
Building di New York, che in maniera analoga è stato realizzato
su un lotto di terreno derivante dalla rotazione degli assi del tracciato
urbano. Vista
la similitudine con alcuni edifici londinesi quali lo Skinny
Building di South Kensington, lo Skinny di
Coldharbour Lane a Brixton o lo Skinny Building di Queen
Victoria Street a Blackfriars, l'edificio è a volte menzionato
come Skinny Reale.
Sebbene
nel complesso l'opera si presenti come un manufatto in stile
eclettico, ci sono anche evidenti richiami al liberty napoletano e torinese per
quanto riguarda il puntale, mentre il lato che affaccia su corso XVIII
Agosto è di gusto neoclassico.
Il
puntale non richiama solo il liberty ma, anche grazie ad alcuni dettagli
come la presenza di bow-window e l'assenza di motivi floreali,
con il suo stile sobrio sembra già anticipare i temi tipici dell'art déco;
lo stile del palazzo può quindi considerarsi come di transizione tra
l'architettura neoclassica e quella moderna, passando per il liberty.
Il
palazzo presenta alcune caratteristiche che è possibile interpretare come
elementi simbolici atti a trasmettere un messaggio esoterico,
come del resto era abbastanza tipico della corrente artistica del liberty
di inizio Novecento.
Considerando
il lato che affaccia su corso XVIII Agosto si nota come il numero di
finestre tra una lesena e
l'altra non è costante ma segue la successione numerica
due-cinque-quattro-quattro, per poi concludere nel puntale; i numeri due e
cinque, di cui il primo rappresenta la bipolarità ed il dualismo ed il
secondo la consapevolezza dei sensi, possono corrispondere ai due livelli
presenti su via del Popolo ed ai cinque presenti su corso XVIII Agosto, la
cui somma è sette, altro numero dal valore simbolico sia per il cristianesimo che
per i pitagorici, per i quali era collegato ai concetti di unità e
unicità. Il
numero quattro è associabile ai punti cardinali, alla materia e alla
Terra, alla suddivisione temporale dell'anno in quattro stagioni e, di
nuovo, ad un concetto pitagorico, quello della tetractys;
i moduli da quattro finestre sono due, comprendendo quindi otto finestre:
questo numero può simboleggiare l'infinito, la giustizia, il karma,
la prosperità, ma anche il mondo, che secondo Pitagora era
costituito da un doppio quaternario, ovvero un ottagono.
Le logge dell'edificio
sono sette al terzo livello, otto al quarto, ancora sette al quinto più
sei logge lungo la facciata di Via del Popolo, quattro logge ternarie nel
puntale ed infine una sul puntale a livello dell’attico, per un totale
di 33, altro numero carico di significati sia all'interno della Bibbia ma
anche nella tradizione massonica, per la quale esso è il numero del
massimo grado della iniziazione raggiungibile secondo il Rito
scozzese antico ed accettato. Sotto
ogni loggia sporgente si trovano inoltre rappresentate due figure
altrettanto dense di significati: una losanga e una vescica
piscis.
Il
fabbricato presenta anche due diversi tipi di balaustre,
utilizzate frequentemente come simbolo all'interno della massoneria.
Infine,
al secondo e terzo livello sul lato di corso XVIII Agosto si trovano dei
fregi architettonici degli architravi a forma di conchiglia,
oggetto che ha rappresentato i concetti di fecondità, vita, purezza e
resurrezione nella cultura romana e poi in quella cristiana, ma
è anche simbolo di conoscenza esoterica.
Palazzo
Marsico

Il palazzo
Marsico è un edificio storico situato in un piccolo largo del lato
ovest del centro
cittadino, nei pressi di via 4 novembre e via Mazzini.
Il
palazzo venne edificato nella metà del XIX
secolo secondo
il progetto dell'architetto Giuseppe D'Errico, su commissione di un'antica
famiglia potentina, i Marsico, da cui l'edificio prende il nome.
Il
fabbricato, che presenta un piano seminterrato con finestre a bocca di
lupo ed un piano fuori terra,
con la sua struttura massiccia domina il piccolo largo in cui è situato. L'ingresso
principale presenta un portale a tutto sesto in pietra chiara, mentre le
quattro finestre sono decorate da timpani. La
facciata principale è suddivisa longitudinalmente da sei paraste in
mattoni, sormontate da capitelli che supportano una trabeazione modanata;
un piccolo bugnato ed
un coronamento sui beccatelli completano
le decorazioni del prospetto principale. L'uso congiunto di pietra e
laterizi conferisce una suggestiva variabilità cromatica all'edificio,
che risulta di chiaro gusto neoclassico.
Palazzo
Scafarelli
Il palazzo
Scafarelli è un edificio storico situato in una zona pregevole del centro
cittadino, avendo l'ingresso principale nello stesso largo dove si
trovano il Palazzo
Vescovile e la Cattedrale.
Il
palazzo, risalente al XVIII
secolo,
è stato realizzato come abitazione borghese per una delle famiglie più
facoltose ed illustri della Città, che ha avuto tra i suoi membri
militari, imprenditori, uomini di legge: la famiglia Scafarelli, di cui il
fabbricato porta il nome.
L’edificio
appartiene ancora oggi agli eredi di tale famiglia. Tra la fine degli anni
settanta del novecento e
il 1981 è
stato anche sede temporanea della Banca Popolare Cooperativa di
Pescopagano.
Costruito
su tre livelli più uno seminterrato, presenta gli elementi più
interessanti sulla facciata principale. L'ingresso
è costituito da un portale in pietra a tutto sesto, collocato in
posizione decentrata rispetto alla vista frontale e che presenta
nell'archivolto lo stemma familiare, realizzato in marmo, degli
Scafarelli.
Le
decorazioni del contorno delle finestre e delle aperture, il bugnato, i
cantoni in stucco, il coronamento modanato e gli elementi marcapiano
contribuiscono ad abbellire la sobria architettura del palazzo.
Al
centro del prospetto principale si trova un balcone su gattoni in pietra. Altri
elementi di interesse sono i mascheroni con anelli presenti sulla facciata
esterna, anticamente utilizzati per legare le cavalcature.
Il
portone del palazzo, quale elemento di pregio della struttura, è un bene
architettonico tutelato dalla Soprintendenza Archeologia
Belle Arti e Paesaggio della Basilicata.
Palazzo
Pignatari
Il palazzo
Pignatari è un edificio storico situato nell'omonimo largo nel centro
storico della città.
L'edificio
storico risale probabilmente al XVI
secolo. Il
palazzo nasce come ricovero delle cavalcature per i conti di Potenza, i Guevara,
famiglia di condottieri spagnoli; per questo motivo nei documenti del
tempo era menzionato con il nome di "cavallerizza".
Nel 1604 il
palazzo passò ai conti Loffredo,
nuovi signori della città. In seguito l'edificio venne venduto ad altre
famiglie illustri del luogo, nello specifico prima agli Addone e,
successivamente, tramite ulteriore vendita, alla famiglia Ciccotti. Fu
soltanto negli ultimi anni dell'Ottocento che
il matrimonio tra Emilia Ciccotti e Pasquale Pignatari, ingegnere cilentano,
giunto a Potenza per lavoro e diseredato dalla sua ricca famiglia
d'origine, segnò l'unione tra queste due casate ed il passaggio della
proprietà di buona parte dell'edificio alla famiglia Pignatari, da cui
prese il nome sia il palazzo che il largo su cui si affaccia.
La
costruzione si sviluppa intorno ad una corte interna su cui si affacciano
gli ambienti residenziali; del complesso originale si conserva solo
l'antico portale d'ingresso ad arco costituito da grandi bugne di pietra.
Il
palazzo fa parte dei beni architettonici tutelati dalla Soprintendenza Archeologia
Belle Arti e Paesaggio della Basilicata.

Palazzo
Bonifacio
Il palazzo
Bonifacio è una ex residenza nobiliare sita nel lato est del centro
storico, alla fine di via Pretoria.
Il
palazzo è stato edificato verosimilmente tra la fine del '600 e
i primi decenni del '700; l'unico elemento in grado di definirne la
data della costruzione è la decorazione costituita da piccole piastrelle
apposte sotto il tetto, tra le quali una reca la data dell'anno 1731.
Il
fabbricato era inizialmente conosciuto come Palazzo Iorio, dal nome
dell'antica famiglia proprietaria dell'immobile. Discendenti dai Baroni di Civitavecchia,
gli Iorio, ricordati per i fratelli Carlo, scrittore di diritto e
magistrato, e Diego, dottore di medicina e scrittore, vissero nello stesso
periodo in cui è databile la costruzione.
A
metà dell'Ottocento l'erede
dell'edificio è Don Pasquale Iorio, il quale sposa l'erede della famiglia
d'Amato, altro antico casato presente a Potenza già nel '500, che
era in possesso di grandi appezzamenti di terreni del Capitolo di San
Michele. Anche un'altra famiglia è legata alla storia di questo edificio:
gli Amati Cantorio di Ferrandina, che sono rappresentati a metà '800
da don Nicola, uno dei più ricchi proprietari di terre nel Materano e di
un notevole palazzo al centro del suo paese; di queste due famiglie, gli
Amati Iorio di Potenza e gli Amati Cantorio di Ferrandina, resta anche una
traccia nella sigla 'IAC' individuata in un mobile nelle soffitte del
palazzo in questione. Questo giustifica il secondo nome attribuito
all'edificio: Palazzo Amati Iorio.
Il
fabbricato, passato per eredità da Matteo Amati al figlio don Luigi
sposato con Marietta Benchi, è ceduto agli inizi del '900 all'avvocato
Michele Bonifacio da Genzano di Lucania, in quegli anni Presidente
della Deputazione Provinciale di Potenza, dal cui nome di famiglia viene
la denominazione odierna del palazzo.
Il
palazzo per quasi tre secoli rimane nascosto in uno stretto della Strada
Pretoria; dopo aver resistito nel corso del tempo ai vari terremoti che
hanno colpito Potenza, viene messo parzialmente in mostra, almeno per
quanto riguarda il lato prospettico, grazie all'abbattimento di alcuni
edifici adiacenti. Tra il 1918 e
il 1919 il proprietario Bonifacio vi apporta alcune opere di
manutenzione: i lavori consistono nel rifacimento della pavimentazione,
realizzata con motivi decorativi floreali a mosaico, nell'apertura di due
lucernari e nella installazione di uno dei primi impianti di riscaldamento
dell'edilizia potentina, con la caldaia a carbone posta al primo piano e i
termosifoni con elementi in ghisa decorati sempre con motivi floreali.
Nel 1975 sono
apportate ulteriori modifiche: in seguito ai danni all'edificio provocati
dall'abbattimento di costruzioni adiacenti per la realizzazione di un'area
adibita a mercato su via Bonaventura, sono rifatti gli intonaci e la
copertura del tetto. Il palazzo è restaurato definitivamente nel 1988 e
dichiarato dal Ministro per i Beni Culturali ed Ambientali di
interesse ai sensi della Legge del 1º giugno 1939, divenendo quindi
sottoposto a vincolo monumentale. Oggi
questo edificio rimane uno dei pochi ricordi del passato urbanisitico
della città.
Come
la maggior parte dei palazzi seicenteschi esso presenta una struttura
imponente e severa, con poche aperture fra le mura. Internamente
è conservato un piccolo cortile lastricato e dotato ancora di parte degli
arredi originali; fra questi si trovano tre anelli per legare gli animali,
di cui uno infisso in un mascherone decorativo. L'edificio
presenta un possente cornicione che poggia su mensole in pietra, con un
frontone in pietra e mattoni. Sempre
di pietra è anche il massiccio portale principale, affiancato da altri
due portali più piccoli che consentivano l'ingresso ai locali di
servizio. Come
si evince da molte sue caratteristiche architettoniche la funzione
dell'edificio era probabilmente quella di palazzo fortino. Tale teoria è
avvalorata anche dalla presenza di quattro feritoie archibugiere di
circa trenta centimetri.
Palazzo
Giuliani
Il Palazzo
Giuliani è un palazzo storico situato nel centro
storico di Potenza.
Inizialmente
esso fu posseduto dalla nobile famiglia dei Centomani e successivamente
dai Giuliani, a cui è dedicato attualmente il palazzo. Di
certo già nel XVIII
secolo il
palazzo apparteneva ai Giuliani, tesi accreditata dallo stemma nobiliare
del casato situato sul portale d'ingresso e su un balcone ottocentesco.
Il
passaggio della proprietà dell'edificio dai Centomani ai Giuliani non è
ben chiaro, ma è probabile che la famiglia Giuliani abbia avuto una
qualche parentela con i precedenti proprietari, o forse che il palazzo sia
stato regolarmente acquistato invece che ereditato.
Durante
il periodo
borbonico i
condannati a morte erano soliti passare davanti al palazzo attraversando
la via Pretoria dalle antiche carceri fino alla al pianoro di Montereale,
dove veniva eseguita la sentenza; scortati dai gendarmi i prigionieri
tentavano di rallentare il passo e rivolgere lo sguardo verso il balcone
perché il nobile ed influente Giuliani, affacciandosi, avrebbe avuto la
facoltà di annullare l'esecuzione.
Il
portone di ingresso presenta un arco a tutto sesto in pietra grigia e
consente l'accesso all’atrio interno, dove si trovano ancora gli anelli
utilizzati nel passato per legare le cavalcature. Sia
sul portone che sul balcone ottocentesco è presente lo stemma nobiliare
della famiglia Giuliani.
Il
palazzo è un bene architettonico tutelato dalla Sopraintendenza Archeologia
Belle Arti e Paesaggio della Basilicata.
Palazzo
Biscotti
Il palazzo
Biscotti è un edificio storico situato in via Pretoria, nel centro
cittadino.
Il
palazzo prende il nome dalla famiglia borghese dei Biscotti, una delle più
importanti della città, di cui fu per secoli la dimora. I
Biscotti, originariamente appartenenti alla borghesia terriera del XVII secolo,
si affermarono progressivamente nell'ambito sociale ed economico
cittadino, come testimoniato dai matrimoni con esponenti di altre famiglie
gentilizie potentine.
All'inizio
del XVIII secolo
è censita la proprietà del suddetto palazzo in pieno centro da parte di
Antonio Biscotti, che risulta essere anche Commissario Arredatore
del Tabacco della città e grande affittatore di terre alle
chiese potentine. Nel XIX secolo
il palazzo è ancora di proprietà della famiglia, che oltre all'edificio
possiede anche attività artigianali, proprietà terriere ed immobiliari.
Negli anni
quaranta del Novecento il
palazzo, che versava già in cattive condizioni, ospitò il giornalista,
scrittore e politico Giovanni
Russo durante
il suo periodo potentino.
Attualmente
l'edificio è in fase di restauro.
L'edificio
presenta una facciata principale in pietra faccia a vista e laterizi, su
cui si trova l’ingresso principale su via Pretoria. Il
portone di ingresso, decorato da un portale ad arco a tutto sesto con due
paraste ed un cornicione, consente l'accesso alla corte interna; sul
cornicione è collocato un balcone con architrave in pietra sagomata. In
base alla documentazione fotografica il palazzo mostrava anche la
presenza, sull'archivolto del portale, dello stemma della famiglia
Biscotti, di cui però ora non si conosce più l'ubicazione.
Palazzo
de Bonis
Il Palazzo
de Bonis è situato nei pressi della porta di San Giovanni e
l'adiacente torre di avvistamento. Il primo piano dell'edificio era
situato lì dove si trovavano le mura di
cinta a difesa della città.
L'origine
dell'edificio è da far risalire a una data antecedente al 1150,
anno in cui la struttura venne adibita ad ospedale.
Il palazzo ospitò quindi il primo ospedale della città potentina. Il
palazzo venne ampliato con l'edificazione del suo secondo piano durante la
dominazione francese in Italia.
Dal 1700 in
poi il palazzo fu di proprietà della nobile famiglia de Bonis, che da
l'attuale nome all'edificio.
Nel 1930 grazie
all'avvocato Gaetano de Bonis il palazzo, mediante la dichiarazione della
sovrintendenza regia, si fregiò del titolo di "monumento
storico". In quest'anno venne edificato anche il terzo piano
dell'edificio.
Durante
il terremoto del 1980 il
palazzo storico subì dei pesantissimi danni che gli costarono numerosi
restauri attuati anche dalla soprintendenza alle belle arti. Successivamente
il palazzo è stato abitato dai discendenti della famiglia de Bonis e da
altri residenti.
La
struttura presenta tre piani edificati in epoche diverse e un piano
sotterraneo. In quest'ultimo si trova un pozzo di acqua sorgiva. Internamente
si trovano delle scritte latine risalenti all'epoca in cui la struttura
era adibita a funzione ospedaliera. Di quest'epoca si possono notare la
sala mortuaria e la sala operatoria.
Palazzo
Riviello
Palazzo
Riviello, già palazzo Alianelli, è un edificio storico sito nel centro
storico della città, nei pressi di Piazza
Mario Pagano.
Il
palazzo Riviello venne edificato nel XVII
secolo e
venne inizialmente intitolato allo statista lucano Nicola
Alianelli,
che vi dimorò. In
seguito il palazzo prese il nome attuale dalla nuova famiglia proprietaria
dello stesso, mentre ad Alianelli venne dedicata la via che costeggia un
lato dell'edificio, oltre a un'epigrafe posta su una delle facciate della
struttura.
L'edificio
ha avuto probabilmente anche la funzione di ricovero temporaneo dei
prigionieri da condurre a giudizio nel vicino tribunale, ora non più
esistente.
L'edificio
è molto diverso da come doveva apparire all'atto della costruzione a
causa delle varie modifiche e ristrutturazioni che ha subito nel corso del
tempo. Presenta
ancora un'antica cancellata utilizzata in quelli che un tempo erano gli
spazi delle celle di detenzione del palazzo. Durante
alcuni lavori di restauro per il consolidamento delle vecchie fondamenta
dell'immobile è stata ritrovata una cassetta per le lettere in pietra del 1824,
che è stata posta all'ingresso ed è visibile attraverso la vetrata del
portone principale.

Palazzo
Branca-Quagliano
Il palazzo
Branca-Quagliano è un edificio storico ubicato nel centro
cittadino, in via Pretoria.
Il
palazzo era originariamente di proprietà della famiglia Siani; il 24
febbraio 1799 fu
teatro dell'assassinio dei fratelli rivoluzionari Nicola e Giovanni Siani,
durante la repressione dei moti che avevano portato alla Repubblica
Napoletana.
All'inizio
dell'ottocento passò
ai Branca, casato di origine contadina che alla metà del settecento aveva
assunto una posizione di rilievo economico e acquisito numerose proprietà
in città, a seguito del matrimonio tra Gerardo Branca e Marianna Siani,
genitori del patriota risorgimentale Ascanio
Branca.
Nel
settembre del 1846 vi
soggiornò il re Ferdinando
II in
visita a Potenza. Recentemente
restaurato, è utilizzato anche per ospitare concerti di musica
da camera.
Il
portone principale dell'edificio si affaccia su via Pretoria; attraverso
di esso si accede ad un atrio interno con pavimentazione a ciottoli,
sormontato da una volta a crociera.
Ex
palazzo della Banca Popolare di Pescopagano
L'ex
palazzo della Banca Popolare di Pescopagano, in passato noto anche come Palazzo
della Banca Mediterranea, o più recentemente come Palazzo
dell'UniCredit o castello postmoderno, è un edificio situato
nel rione Francioso, in via Nazario Sauro.
L'edificio
venne costruito tra la fine degli anni
settanta e la prima metà degli anni ottanta per ospitare
gli uffici della sede principale della Banca Popolare di Pescopagano nella
città di Potenza. La
progettazione architettonica venne affidata a Dante Benedetto Maggio, che
iniziò a produrre i primi appunti definitivi del progetto nel gennaio del 1973,
di ritorno da un viaggio a New York che gli permise di trarre
spunto dal Manufacturers Trust Company Building,
sebbene la ricerca di fonti di ispirazioni architettoniche e stilistiche
impegnò il progettista almeno fino al 1977. La
costruzione, ultimata nel 1985, suscitò l'interesse ed il giudizio
positivo di critici d'arte e architetti come Gillo Dorfles e
Benedetto Gravagnuolo.
La
proprietà dell'edificio passò nel 1992 alla
Banca Mediterranea, nata dalla fusione della Banca Popolare di
Pescopagano, originale proprietaria dell'immobile, con la Banca di Lucania;
a partire da tale data il palazzo iniziò quindi ad essere conosciuto
anche come Palazzo della Banca Mediterranea. L'immobile
passò poi alla Banca di Roma, che assorbì la Banca Mediterranea nel 2000,
ed è attualmente di proprietà del gruppo UniCredit, di cui la Banca
di Roma è entrata a far parte nel 2007; per tale ragione, a partire
dai tardi anni 2000 l'edificio è anche a volte menzionato come Palazzo
dell'UniCredit. Tale
gruppo bancario si è fatto carico della ristrutturazione del palazzo
avvenuta nella seconda metà degli anni 2010.
La
progettazione del palazzo fu preceduta da un'opera di ricerca stilistica e
di documentazione da parte dell'architetto, che si ispirò a molteplici
opere dell'architettura
moderna e postmoderna, tra le quali, per sua stessa
dichiarazione, si possono citare il palazzo della Manufacturers Trust
Company di Skidmore, Owings and Merrill a New York, la sede
della Österreichische Postsparkasse di Otto Wagner a Vienna,
entrambe strutture visitate personalmente dallo stesso architetto, e la Villa
di Poggioreale così come appare descritta nel Trattato di Sebastiano
Serlio, per quanto riguarda l'impostazione della planimetria.
Il
progettista ha però mantenuto tra i modelli ispiratori anche
l'architettura tradizionale della sua città, Potenza,
e della sua regione: l'edificio della Banca, infatti, per certi versi
simile ad un castello o ad un forte, trae in parte ispirazione dal vicino
Castello
di Lagopesole, quantomeno dal punto di vista della essenzialità
volumetrica, che ha funto da continuo punto di riferimento per lo studio e
la progettazione.
Nell'analisi
dell'architettura del palazzo fatta da Benedetto Gravagnuolo si afferma
anche che vi sono evidenti citazioni a Carlo
Scarpa per quanto riguarda lo stile dei cornicioni, a Le
Corbusier per l'utilizzo del cemento a faccia vista, ai Laboratori
Richards di Louis Kahn per l'uso delle altimetrie delle torri,
al Ford Foundation Building di Roche e Dinkeloo per
la tipologia compositiva. Lo
stesso Gravagnuolo non manca comunque di notare la non estraneità
dell'architettura dell'edificio nei confronti del contesto locale e
cittadino di Potenza.
Il
palazzo si presenta, come era stato immaginato sin dall'inizio dal
progettista,
come un volume cubico racchiuso tra quattro torri agli spigoli, con una
sagoma "massiccia e solenne per le sue dimensioni ma al tempo
stesso di estrema sobrietà e stringatezza",
che richiama l'immagine di un castello medievale o di una
fortificazione aragonese. La scelta di tale immagine è dovuta
sia a motivazioni legate alla storia, vedasi il già citato Castello di
Lagopesole tra le fonti di ispirazione, sia ad una ragione pubblicitaria
che punta a rafforzare la sensazione di sicurezza ed affidabilità
dell'istituzione bancaria.
Le
pareti esterne dell'edificio vedono largo impiego del cemento
a vista, tipico dell'architettura moderna ma senza sfociare nel brutalismo,
tranne che per il corpo cubico centrale che è contenuto da pareti vetrate
del tipo a facciata continua, le quali formano così una membrana
trasparente che rende visibile l'interno. Secondo
l'architetto con questa soluzione "l'immagine garante della banca
viene così fuori attraverso la trasparenza del palazzo" (cit.
Maggio) piuttosto che dalla tradizionale chiusura ed impenetrabilità dei
palazzi bancari. Gli
elementi interni dell'arredo rimandano ad oggetti tipici di uno spazio
pubblico più che a quelli di un edificio privato: le panchine, le
illuminazioni simili a lampioni, la pavimentazione richiamano l'arredo
urbano, come a voler rivendicare la necessità di spazi di aggregazione
troppo spesso negati nelle periferie moderne, riappropriandosene tramite
l'edilizia bancaria,
tanto che l'interno della banca arriva a ricordare una piazza.
Un'altra
peculiarità degna di nota è la disposizione delle superfici vetrate per
lo sfruttamento dell'illuminazione naturale: la copertura del grande
salone della hall centrale permette di far filtrare e diffondere la luce
solare, anche grazie ad un sapiente sistema di riflessione su superfici
cristalline e metalliche,
esaltando così anche le caratteristiche climatiche di una città di
montagna, ma al tempo stesso meridionale, quale è Potenza;
inoltre, i banchi delle postazioni di lavoro sono stati distribuiti in
funzione del ciclo solare e della disposizione degli assi eliotermici, per
garantire la corretta illuminazione degli spazi.
Vi
è inoltre una voluta ricerca dell'asimmetria delle
strutture precorritrice delle architetture del Brutalismo Sovietico,
riscontrabile nella sfasatura delle torri, nell'organizzazione della
pianta, dei caveau e persino della copertura vitrea; tale
asimmetria è ritenuta uno degli aspetti più significativi dell'opera,
dato che gli permette di svincolarsi dallo schematismo modulare e di
formulare il proprio linguaggio architettonico.
In
conclusione, il palazzo bancario di Dante Benedetto Maggio rappresenta una
riuscita sintesi tra due elementi di ispirazione diversi e discordanti:
uno costituito dall'elemento medioevale di
origine locale del Castello federiciano di Lagopesole,
l'altro di stampo internazionale e contemporaneo, composto dai diversi
riferimenti attinti dal progettista dal bagaglio dell'architettura
moderna.
Palazzo
del Banco di Napoli

Il Palazzo
del Banco di Napoli è un edificio storico situato nel centro
della città, in corso XVIII Agosto.
La
sede potentina del Banco
di Napoli fu
la prima filiale di un istituto di credito ad essere aperta nel capoluogo
dell'allora provincia di Basilicata,
sebbene sin dal 1868 lo
stesso Banco avesse ricevuto l'autorizzazione ad aprire sedi e succursali
in tutte le province
meridionali. Il
palazzo venne realizzato tra il 1910 ed
il 1914 su
progetto dell’ingegner Boldoni. Danneggiato
dal sisma
del 1980,
venne restaurato nel 1982 a
cura dell'ingegner Donato Sparacio. Attualmente
è di proprietà del gruppo Intesa
Sanpaolo,
che ha acquisito la proprietà del Banco di Napoli nel 2002.
L'edificio
è stato edificato in un lotto trapezoidale delimitato dalle strade
preesistenti e presenta all'esterno, in corrispondenza del lato più
corto, un piccolo giardino di pertinenza. È
realizzato in muratura portante e ricalca lo stile tipicamente neoclassico
dei palazzi settecenteschi del Vanvitelli e
del Fuga.
Costituito
da tre piani adibiti ad uffici, collegati tra loro da una grande scalinata
decorata con stucchi e marmo
rosso di Verona,
più un piano seminterrato utilizzato come caveau,
il palazzo si sviluppa attorno all'atrio centrale, che è lo spazio più
significativo dell'edificio a livello formale, funzionale ed estetico:
adibito a sede degli sportelli al pubblico, è sormontato da un lucernario
e si affaccia direttamente su corso XVIII Agosto tramite l'ingresso
principale, venendo valorizzato dagli effetti di luce generati dai
loggiati e dalle arcate decorate con stucchi. Vista
l'evidente similitudine dell'edificio con alcuni palazzi storici napoletani,
venne considerato l'esempio di architettura colta nel capoluogo lucano,
almeno fino all'avvento delle successive architetture di epoca
fascista.
Palazzo
della Banca d'Italia
Il Palazzo
della Banca d'Italia è un edificio storico situato nel centro
della città, in Via Pretoria nei pressi di piazza
Matteotti.
L'istituzione
della filiale locale della Banca
d'Italia a
Potenza risale al 23 luglio 1865,
dopo che il 25 settembre dell'anno precedente il Consiglio Provinciale di Basilicata aveva
approvato la creazione di un "Banco succursale nel capoluogo";
la motivazione va ricercata nel fatto che negli anni immediatamente
successivi all'Unità
d'Italia nacque
l'esigenza della Banca Nazionale di estendere la sua presenza alle
province meridionali del Regno,
per potersi veder assegnato il servizio di Tesoreria provinciale dello
Stato su tutto il territorio nazionale.
Il
Palazzo attuale fu però realizzato solo nella seconda metà degli anni
trenta del Novecento,
e per costruirlo venne abbattuto il preesistente Palazzo Viggiani,
appartenente all'omonima famiglia che lo vendette alla Banca d'Italia.
Il
Palazzo è il primo importante edificio d'epoca
fascista costruito
a Potenza, tuttavia è l'unico ad essere stato realizzato in stile
eclettico,
invece che in stile
moderno come
era consono per l'architettura del regime.
Situato
in posizione mediana rispetto al centro
cittadino,
si affaccia su Via Pretoria, sulla quale si apre l'ingresso monumentale, e
presenta due ingressi aggiuntivi, uno sul retro in Via XX Settembre e
l'altro sul lato in Vico Emanuele Viggiani.
L'edificio
è a pianta quadrata e si sviluppa intorno ad un atrio centrale coperto da
lucernario; presenta quattro piani sopraelevati, oltre ad uno
seminterrato.
I
progettisti, pur impiegando materiali quali il vetrocemento per
la realizzazione dell'atrio ed impostando la facciata e la pianta seguendo
uno schema rigoroso, per l'esterno del Palazzo utilizzano dettagli
stilistici di ispirazione rinascimentale quali
i balconi su mensoloni, il bugnato inciso nel basamento, le arcate dei
loggiati presenti all'ultimo piano che interrompono il cornicione
aggettante.
Il
prospetto dell'edificio su Via XX Settembre suscita particolare interesse
per la presenza, nel bugnato basamentale, di un portale marmoreo con colonne
doriche e,
in corrispondenza dell’archivio sul piano ammezzato, di una vetrata
scandita da una serie di pilastri sui quali continua il rivestimento a
bugne della parte inferiore. I
particolari decorativi in pietra scura, così come il bugnato, fanno
risaltare il colore chiaro dell'intonaco utilizzato per il resto
dell'edificio.
In
definitiva il Palazzo Bancario, inserito in un contesto urbano già
densamente popolato come elemento di contrasto rispetto agli edifici
circostanti,
rappresenta un esempio di mediazione tra lo stile eclettico proprio del
periodo di costruzione e quello del razionalismo,
che dominò la scena architettonica degli anni
trenta in
Italia.
Teatro
Francesco Stabile
Il Teatro
comunale Francesco Stabile è il teatro principale
della città di Potenza. Situato nel centro storico in Piazza
Mario Pagano, è intitolato al musicista lucano Francesco Stabile. È
l'unico teatro lirico presente in Basilicata, nonché
l'unico teatro storico della regione. Viene
considerato l'edificio più rappresentativo del capoluogo basilicatese.
L'esistenza
di un edificio adibito ad ospitare rappresentazioni teatrali in maniera
permanente a Potenza è documentata sin dalla metà del Settecento,
ma fu solo all'inizio dell'Ottocento,
con l'elevazione della città a capoluogo, che si avvertì l'esigenza di
dotare la comunità di un nuovo teatro lirico da realizzarsi
appositamente. Infatti
a partire dalla fine del XVIII secolo la progressiva affermazione
economica e sociale del ceto
borghese determinò
la costruzione, sia nei grandi
centri che nelle piccole e medie
città di
provincia, di questi edifici dalla forte funzione sociale e
rappresentativa. Fino
alla costruzione dello Stabile furono adattati a tale uso degli edifici
religiosi sconsacrati, in particolare la ex chiesa della Congregazione dei
Morti, utilizzata sino al 1823,
sostituita a partire da quell'anno dalla ex chiesa di San Nicola.
Dopo
due tentativi di reperire i fondi ed il terreno necessari ai lavori per un
nuovo teatro, prima da parte dell'intendente della Provincia di Basilicata
De Nigris nel 1822 con
un progetto dell'ingegner Nicola Scodes e
poi su iniziativa del nuovo intendente Winspeare nel 1838 con
nuova progettazione dell'ingegner Gaetano De Giorgio, nel 1854 si
definì il luogo di costruzione in un lotto confinante con l'allora largo
dell'Intendenza (l'attuale piazza Mario Pagano), grazie
all'abbattimento di alcuni edifici e con una variante al progetto ad opera
degli architetti Antonio Ferrara e Gerardo Grippo.
L'edificazione
iniziò quindi solo nel 1856,
anche grazie al sostegno diretto di parte della borghesia cittadina che
sottoscrisse dei titoli di credito per garantire il finanziamento
dell'opera. Il
progetto nel frattempo era stato nuovamente modificato dall'architetto
Vincenzo Pascale, nuovo direttore del cantiere,
ma i lavori subirono un arresto già nel 1857, a causa del terremoto
del 16 dicembre di quell'anno che colpì la città. Dopo
un primo tentativo di ripresa nel 1860, si poté ripartire solo nel 1865 a
seguito dell'ennesima revisione progettuale degli ingegneri Banchieri e
Tucci, per poi arrivare al progetto definitivo degli architetti Errico
Alvino e Giuseppe Pisanti, con l'ingegner Emmanuele Bruno alla
direzione dei lavori.
Nel 1866 il
Consiglio comunale decise di modificare il nome originario di "Teatro
Ferdinando di Borbone" e di intitolare l'edificio al compositore
lucano Francesco Stabile, il quale aveva fatto parte dei finanziatori
dell'opera e che era prematuramente deceduto nel 1860. La
costruzione terminò solo nel 1878 con però ancora la mancanza
di molti dettagli architettonici e decorativi.
L'inaugurazione
ufficiale avvenne il 26 gennaio 1881,
alla presenza del re d'Italia Umberto I, della regina Margherita e
del principe Amedeo, che assistettero alla rappresentazione de La
traviata di Giuseppe
Verdi. Il
re aveva promesso una visita in Basilicata dopo aver subito un tentato
assassinio da parte dell'anarchico basilicatese Giovanni Passannante,
avvenuto a Napoli nel 1878, per dimostrare affetto nei riguardi della
popolazione locale. Il
collaudo finale dell'opera è datato 1884 ad opera dell'ingegner
Grippo.
Già
nel 1910 il
teatro fu chiuso temporaneamente per il deterioramento degli arredi,
venendo poi riaperto nel 1912. Le
condizioni dell'edificio, nel corso degli anni utilizzato anche come cinematografo,
iniziarono a destare serie preoccupazioni a partire dai primi anni
Sessanta del Novecento, a causa della poca manutenzione,
tanto che nell'ambito del Piano regolatore generale comunale del 1966 si
arrivò addirittura a prevederne la demolizione,
scongiurata prima temporaneamente con l'intervento della Prefettura, poi
definitivamente nel 1974 con l'apposizione del vincolo
monumentale da parte del Ministero della Pubblica Istruzione ai
sensi della Legge 1089 del 1939.
Nel 1971 lo
Stabile venne chiuso nuovamente per consentire i lavori di restauro, che
erano ancora in corso quando la struttura subì, come il resto della città,
i danni del terremoto del 1980. La ristrutturazione venne quindi
sospesa per poi riprendere nel corso degli anni Ottanta, su progetto
dell'architetto Dante Benedetto Maggio e dell’ingegner Franco Gigli ed
essere completata nel 1990, accompagnata da polemiche riguardanti
l'aumento notevole dei costi dei lavori;
la riapertura al pubblico avvenne il 29 marzo dello stesso anno. Nel 2004 sono
stati effettuati ulteriori restauri dell'immobile, che consentirono la
ripresa delle normali attività in data 11 dicembre.
Nel 2014 è
stato riconosciuto quale "teatro storico lucano" dal
Consiglio regionale della Basilicata.
Il
Teatro Francesco Stabile si ispira per tipologia al Teatro
San Carlo di Napoli ed al Teatro alla Scala di Milano;
da essi derivano la facciata monumentale dell'edificio e la cura riposta
nel posizionamento dei locali accessori. La
sua localizzazione, in pieno centro e in prossimità delle
abitazioni dei ceti dominanti all'epoca dell'edificazione e dei palazzi
del potere, contribuisce a sottolinearne la funzione sociale.
Il
prospetto principale, di colore rosato,
presenta dei cantoni a bugne, un timpano sommitale e
degli archi a tutto sesto che sormontano il portone principale bronzeo,
gli ingressi secondari ai lati di esso ed i due vicoli che sboccano nella
strada che dà sul retro del teatro. Tre
dei cinque ampi finestroni del piano superiore, sormontati da una lunetta
decorativa, danno accesso ad un lungo balcone.
Il
timpano è decorato dallo stemma cittadino: uno scudo azzurro recante un
leone rampante d'oro, sostenuto da una banda rossa abbassata e sormontato
da tre stelle d'argento. La corona, che secondo le antiche descrizioni
dello stemma è posta sul capo del leone, in questo caso è invece
posizionata in cima e domina tutto lo scudo.
La platea,
tre ordini di palchi divisi da tramezzi radiali e un loggione sovrastante
racchiudono il palcoscenico e l'orchestra formando una
struttura ad alveare; gli ambienti di rappresentanza quali atrio,
vestibolo ed ingresso hanno dimensioni abbastanza contenute. La
sala è a forma di ferro di cavallo, la tipologia più evoluta del teatro
italiano d'opera, con
una pianta semicircolare raccordata al boccascena da due curve studiate
per ottimizzare l'acustica e la visibilità e
che ha permesso di posizionare le due rampe di scale ai due angoli del
lotto.
La
copertura è a capriata in legno, con il sottotetto che ospita
un ambiente adibito a deposito ed alla preparazione delle scenografie. Al
secondo piano è presente la Sala degli specchi, così chiamata per le
superfici riflettenti presenti come elementi decorativi insieme a carta da
parati e dipinti, che è utilizzata anche per convegni o matrimoni
civili.
Molti
elementi decorativi sono ispirati alla scuola pitagorica di Metaponto ed
alla scuola eleatica, in omaggio alla Magna Grecia ed al
suo ruolo nella tradizione culturale della Lucania antica, tra cui si
ricorda il dipinto del plafond ad opera di Luigi De Luise che raffigura l'Apoteosi
di Pitagora, come voluto dal professor Vincenzo Marinelli, che fu
incaricato dal Comune di Potenza di definire il soggetto dell'opera. Tale
dipinto sembra anche ispirato da l'Apoteosi dei sommi poeti di Giuseppe
Cammarano, che decora il soffitto a velario del Teatro San Carlo di
Napoli.
Anche
gli stucchi di Luigi Cangiano, presenti soprattutto nell'atrio e
nell'ingresso della sala, paiono trarre ispirazione dai bassorilievi di
Angelo Villa realizzati sempre per il famoso teatro napoletano. Ulteriore
elemento che trae spunto dal San Carlo è la decorazione neoclassica
utilizzata per la copertura del soffitto piano del sottotetto, utilizzata
anche da Antonio Niccolini a Napoli. La
scenografia fu realizzata dai milanesi Corazza e Masi, mentre il
macchinario da Papa e Spezzaferri.
In
seguito al sisma del
1980 il teatro subì numerosi danni, ma fu restaurato con un approccio
conservativo, rispettoso dell'architettura e dell'arredo preesistente,
consentendo di preservare le decorazioni del Cangiano, le finiture in
legno cerro, il plafond del De Luise, le lampade ad arco della fine
dell’Ottocento. Anche
il palcoscenico in abete ha mantenuto la pedana centrale in pioppo,
una delle pochissime rimaste nei teatri italiani.
Lo
Stabile conserva anche il pianoforte utilizzato
dal compositore Ruggero Leoncavallo durante gli anni che
trascorse a Potenza: un Franz Seiler Berlin della metà
dell'Ottocento; lo strumento venne rinvenuto nei locali dell'edificio nel 2017 e
restaurato nel 2019.
Nell'atrio
del teatro è collocata dal 2011 una
scultura rappresentante il personaggio di Sarachella,
la maschera ufficiale della Città di Potenza.

Auditorium
del Conservatorio Carlo Gesualdo da Venosa
L'Auditorium del
Conservatorio Carlo Gesualdo da Venosa è una struttura appartenente
all'omonimo conservatorio, situata nel
quartiere Poggio Tre Galli. Si tratta di un notevole esempio di architettura
postmoderna ed una delle più importanti opere realizzate
dall'architetto Giovanni Rebecchini.
La
progettazione di massima ed esecutiva di un auditorium per il
Conservatorio di Potenza venne affidata a Giovanni e Gaetano Rebecchini,
il primo architetto ed il secondo ingegnere, dopo che si erano aggiudicati
il primo posto nel concorso bandito dal Provveditorato regionale per le
Opere Pubbliche,
al quale parteciparono altri famosi architetti quali Franco Purini e
Nicola Pagliara. La
costruzione durò dal 1983 al 1986 e pochi anni dopo, nel 1990,
l'opera venne inserita, unica in Italia, nella lista dei 14 auditorium più
belli al mondo all'interno del libro Auditoriums. Nel 1992 venne
citata assieme al Ponte Musmeci come una delle costruzioni più
interessanti del capoluogo lucano. Attualmente
la struttura è utilizzata sia per le attività del Conservatorio che per
la fruizione di concerti: nel corso degli anni ha ospitato infatti le
esibizioni delle migliori orchestre europee.
L’Auditorium,
realizzato con elementi prefabbricati come da specifiche di
concorso,
consta di due parti fondamentali: la prima è l'edificio dell'Auditorium
vero e proprio deputato ai concerti al chiuso, la seconda consta di un anfiteatro all'aperto. L'impianto
architettonico di entrambe le parti è simmetrico rispetto ad un asse
longitudinale che è ortogonale alle curve di livello.
L'Auditorium
è stato progettato traendo ispirazione dall'architettura delle basiliche
medievali, in particolare a quella della chiesa collegiata di Sant Vincenç
di Cardona in Spagna,
volendo ispirarsi ai primi luoghi del medioevo europeo che storicamente
ospitarono esecuzioni musicali. La platea ed
il palcoscenico, separati dalla fossa d'orchestra, ma anche
l'abside, alcuni dettagli della muratura dell'edificio, le campiture dei
pilastri, i portali dell'atrio sono di chiara ispirazione medievale sia
nella forma ma anche nel materiale utilizzato, ovvero il tufo squadrato. L'ispirazione
al medioevo si trova anche nei percorsi laterali esterni utilizzati per
gli ingressi di servizio e le uscite di sicurezza, che richiamano antiche
mura difensive con torri, bastioni e ponti levatoi. Le
pannellature prefabbricate delle pareti e del soffitto, che incorporano
gli elementi fonoassorbenti, presentano un fondale realizzato di colore
scuro, il che genera la sensazione visiva per gli spettatori di trovarsi
in un luogo aperto notturno.
L'Anfiteatro
esterno e gli elementi di contorno conservano alcuni richiami medievali
come il podio semicircolare, le colonne di tufo, il portico antistante la
piazza che precede il teatro, le murature esterne. Accanto
ad essi si trovano però caratteristiche più attuali come la trave
reticolare che collega le torri di servizio, la pensilina a volta
trasparente, la passerella sostenuta da tiranti. Il
palcoscenico dell'Anfiteatro si rivolge direttamente verso il centro
della città, mentre la gradinata dà ad esso le spalle. La
parte esterna della struttura presenta, oltre all'Anfiteatro, due piazze
pavimentate decorate con simboli che fanno riferimento al mondo della
musica.

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