Matera
  
 

Palazzo Lanfranchi

Nella piazzetta, davanti al palazzo, si profila subito, però, la grande “Goccia”, scultura in bronzo fuso, opera dello scultore giapponese Kengiro Azuma, del quale, nel 2010, il Musma aveva tenuto una mostra, nell’ambito delle grandi mostre dei Sassi promosse dalla Fondazione Zetema e dal Circolo culturale La Scaletta, a cura del noto critico, anch’egli di origini lucane, Giuseppe Appella. In quell’occasione, la Regione Basilicata acquistò l’opera, che venne collocata davanti a Palazzo Lanfranchi, e che si aggiunge alle opere donate dal maestro al Museo della Scultura di Matera, a partire da uno dei tre cancelli di ingresso, il cancello Porta della vita, installato nel 2010, perfetta sintesi della sua filosofia artistica.

L'opera venne progettata e fatta costruire, tra il 1668 e il 1672, da frate Francesco da Copertino su richiesta dell'arcivescovo Vincenzo Lanfranchi, con il fine di ospitare il seminario diocesano. L'edificazione della struttura inglobò anche il "Convento del Carmine", preesistente. Nel 1864, dopo l'Unità d'Italia, il Palazzo Lanfranchi ospitò fino al 1967 il liceo ginnasio statale Emanuele Duni, dove insegnò anche Pascoli dal 1882 al 1884.

A partire dagli anni ottanta l'edificio ha dato spazio agli uffici della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Basilicata e, a partire dal 6 maggio 2003, è diventato la sede del museo nazionale d'arte medievale e moderna della Basilicata, suddiviso in quattro sezioni: Arte Sacra, Collezionismo con una galleria di dipinti, appartenuta a Camillo D'Errico, di Ruoppolo, Abraham Brueghel, De Mura e Preti, Arte contemporanea, con opere di Carlo, e Sezione Demoetnoantropologica.

La costruzione di esso ha comportato notevoli problemi di fondazione data la presenza di numerosi vuoti nel sottosuolo. All'interno di Palazzo Lanfranchi è stato rinvenuto un cimitero barbarico. Difatti il vescovo Vincenzo Lanfranchi, cui si deve il palazzo, aveva tentato di reperire un'area di insediamento nella Civita, ma a causa della limitata disponibilità di superfici libere in quella zona accettò di acquistare alcuni terreni siti sul pianoro tufaceo a sud del Sasso Caveoso.

Quanto al disegno architettonico esso è opera del cappuccino Francesco da Copertino che progettò la facciata principale su via Ridola e la disposizione degli ambienti su due piani, intorno ad un chiostro centrale.

La facciata, asimmetrica, è divisa orizzontalmente in due parti da un cornicione. Nella parte inferiore sono presenti cinque nicchie in cui si possono ammirare le statue della Madonna del Carmine e di Santi. La parte superiore presenta lesene verticali complete di capitello, nove arcate cieche di cui la più grande sovrasta ed ingloba il rosone, e sopra il coronamento della facciata si nota un frontone con un orologio al centro.

Nel 1676 l'arcivescovo Zunica fece erigere un ulteriore corpo di fabbrica a ovest,costituito da due grandi ambienti coperti a volta, e, nel 1822, monsignor Di Macco ampliò ancora il complesso verso sud, modificando, in certo qual modo, l'originaria compattezza del progetto lanfranchiano.

La collocazione topografica del Palazzo, al termine dell'asse settecentesco di via Ridola e immediatamente prospiciente la conca tufacea del Sasso Caveoso, ne fa il punto di sutura tra la moderna città del piano e gli antichi Rioni Sassi, di recente entrati nel patrimonio culturale dell'UNESCO.

Nel 1853, il secondo piano fu sopraelevato per ottenerne camerate e il recente restauro, liberandolo da ormai incongrue tramezzature, gli ha restituito la volumetria e la spazialità indispensabili alla nuova destinazione d'uso.

Una scalinata conduce all’interno del palazzo dove il chiostro seicentesco espone, lungo le pareti del porticato, i busti delle persone che favorirono l’edificazione, ovvero i tre vescovi Lanfranchi, del Ryos Culminarez e Brancaccio, oltre al busto del conte Malvinni Malvezzi che contribuì finanziariamente all’opera. 

Palazzo Lanfranchi è considerato la massima espressione dell’architettura del Seicento a Matera e ha rappresentato un punto di snodo per lo sviluppo urbanistico della città in senso barocco, sulla scia di quanto stava avvenendo nei maggiori centri pugliesi, e salentini in particolare, cui la città poteva affiancarsi.  

L'edificio articola i suoi ambienti su quattro livelli, ognuno di essi idoneo ad accogliere funzioni diverse del museo.

Alcuni locali del piano interrato, adeguatamente adattati a prevenire fenomeni di umidità e condensa, potrebbero essere razionalmente organizzati per ospitare depositi di opere d'arte o, laddove quest'uso fosse inibito, magazzini di materiale vario e di allestimento.

Il piano terra, accessibile da due ingressi su Piazza Pascoli, oltre agli ambienti espressamente destinati dall'amministrazione comunale al Centro "Carlo Levi", e alla "Sala Levi", che continuerà ad ospitare convegni, mostre e manifestazione di natura esclusivamente culturale, accoglierà strutture di supporto all'attività museale vera e propria: una biblioteca specializzata, una fototeca e diateca, adeguatamente ordinate e attrezzate per rapide consultazioni, e, obiettive a medio e lungo termine, una sala per la fruizione di dati tecnici e scientifici informatizzati e per il potenziamento di attività multimediali.

Il primo piano è elettivamente destinato alle esposizioni, in virtù della espansa spazialità degli ambienti e dei collegamenti, di cui questi godono fra loro, mediante varchi nelle murature perimetrali e di separazione. Un corridoio, snodandosi parallelamente ai locali, ne assicura agevolmente l'accesso e garantisce l'unitarietà del percorso, senza soluzioni di continuità.

L'estremità dell'ala del piano, prospiciente su via Ridola e Piazzetta Pascoli, ospiterà la direzione e gli uffici amministrativi.

All'ultimo piano l'unico spazio praticabile è l'imponente "Salone delle Arcate". Esso sia per conformazione planimetrica sia perché posto immediatamente sotto i tetti e irradiato da grandi finestre, può essere adibito ad ospitare un lapidarium o mostre temporanee di oggetti non facilmente deteriorabili.

Il percorso espositivo del Museo Nazionale di Arte Medievale e Moderna della Basilicata, si articola in tre sezioni: Arte Sacra, Collezionismo e Arte Contemporanea.

La sezione di Arte Sacra si compone di un nucleo di opere, dipinti su tela, su tavola, sculture, manufatti lignei e lapidei, provenienti dalle chiese del territorio regionale che hanno perso l’originaria collocazione o che, prelevate per essere sottoposte ad interventi di restauro, vengono momentaneamente esposte, per documentare l’attività di tutela, salvaguardia e valorizzazione che la Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici svolge sul territorio e raccontare la storia e l’arte figurativa della Basilicata.

La sezione del Collezionismo espone una serie di dipinti della raccolta Camillo d’Errico di Palazzo San Gervasio, importante testimonianza di collezionismo privato ottocentesco in Basilicata, che consta di oltre trecento tele di scuola napoletana del Sei e Settecento, tra cui capolavori di artisti d’eccellenza nel panorama della cultura figurativa di questi secoli, come Micco Brandi, Luigi Stanziani, passando per la scuola di Salvator Rosa. In questa sezione, inoltre, vengono anche ospitate mostre temporanee di rilievo.

La sezione di Arte Contemporanea presenta le opere di Carlo Levi (Torino 1902 - Roma 1975), tra cui il grande telerò “Lucania ’61”, dipinto in occasione della mostra “Italia 1961”, organizzata a Torino per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia, e una selezione delle centocinquanta opere del pittore materano Luigi Guerricchio .

Va ricordato che Carlo Levi, autore di “Cristo si è fermato a Eboli’’, uno dei più grandi romanzi della letteratura italiana, ha avuto un ruolo determinante nella storia recente di Matera, nel cui territorio (ad Aliano, dove la casa che l’ospitava è divenuta museo) fu confinato dal fascismo e che, proprio per questo, ebbe modo di conoscere molto bene i Lucani e ad amarli. Levi ha donato l’intera sua produzione pittorica a una terra che gli si rivelò generosa e ospitale, della quale amò la ricchezza della storia millenaria e la sua storica povertà: i quadri degli anni Venti, dove forte è la presenza della pittura europea e di un intimismo originale, poi i dipinti del confino, e infine il rude e materico realismo dei volti contadini, l’astrattismo visionario delle opere ultime, anni 60-70.  

Palazzo dell’Annunziata

Il palazzo dell'Annunziata è un edificio sito in piazza Vittorio Veneto a Matera. La data di edificazione è il 1735, come si legge sull'architrave di uno degli ingressi al monastero claustrale, quello del "parlatorio". Incaricato del progetto è l'architetto Vito Valentino di Bitonto con il visto della Commissione pontificia di Roma. Lo si evince dalla Convenzione fra le monache domenicane e lo stesso Valentino, il quale, data l'urgenza, si impegna a realizzare l'opera in cinque anni.

Nel 1734 il progetto è pronto, nel 1735 i lavori già procedono a pieno ritmo, ma ben presto si conoscono le prime difficoltà: il piano di sedime su cui poggiare le fondazioni risulta troppo profondo infatti raggiungeva circa quindici metri. La parte anteriore poggia sulla torre cinquecentesca, appartenente alle fortificazioni del conte Tramontano.

Arriva però il momento in cui tra l'amministratore delle monache domenicane e l'architetto Valentino si crea un forte attrito tanto che nel 1739 i lavori risultano sospesi e il Valentino viene allontanato. Le cronache non dicono nulla sulle cause di questo allontanamento. L'ipotesi può essere il ritardo dei lavori o l'acquisizione di altri compiti da parte del Valentino, il quale contravvenne così agli accordi che gli vietano di assumere altri impegni. Subentra allora, come nuovo architetto, Mauro Manieri, chiamato direttamente da Lecce insieme ai fratelli Simone che assumono a loro volta l'impegno di completare l'opera: siamo già nel 1742.

Un'attenta lettura sulle murature e sulle volte della fabbrica tradisce il "cambio di mano" tra gli architetti e fissa con buona approssimazione lo stato dei lavori sospesi da Valentino nel 1739, per esempio la differenza si intravede nella tessitura delle murature e delle volte. L'impostazione progettuale che il Valentino aveva dato al complesso monastico ricalca sostanzialmente la struttura attuale con la Chiesa al centro e l'organizzazione spaziale del Monastero intorno ad essa.

Le modifiche introdotte da Manieri si possono leggere soltanto nelle quattro finestre laterali limitandosi a fornire alle maestranze il disegno di finestre simili a quelle realizzate a Lecce in alcune sue opere. Le cronache dell'epoca ci informano che la Chiesa era già costruita per metà in elevazione; in effetti si nota che il complesso aveva raggiunto circa tre metri sopra il livello del primo piano. Il nuovo architetto Mauro Manieri modifica la distribuzione interna e demolisce la Chiesa, creando al suo posto un cortile interno e proponendo la costruzione di una nuova, all'esterno del monastero. Tale Chiesa non sarà però mai realizzata.

Probabilmente la Chiesa, com'era tipico del periodo storico, doveva essere a pianta centrale e a croce greca. Le murature dei vani sottostanti costituiscono le fondamenta da cui si può evincere la forma della Chiesa. Dalle strutture sotterranee si deduce un'impostazione planimetrica più complessa, su base esagonale con quattro altari laterali più quello principale. Prima che la fabbrica volga al termine le monache si sistemano provvisoriamente presso altre congreghe, solo nel 1747 avrebbero preso possesso del nuovo Monastero con la fabbrica non ancora ultimata e senza la realizzazione della Chiesa. Anche ad opera non completa ciò che emerge è l'imponenza della facciata: agli occhi dei materani appare subito enorme tanto da essere, ancora oggi, termine di paragone per tutte le cose che appaiono fuori scala. Circa cento anni dopo le monache decideranno finalmente di realizzare la Chiesa per dare lustro e completezza al complesso monastico. Nel 1844 l'ingegnere Gaetano di Giorgio realizza la chiesa dell'Annunziata nel cortile centrale del complesso monastico. Nel 1861 si ha la soppressione del monastero e il passaggio dei beni al demanio comunale.

Il complesso, ormai orfano, diviene in parte sede del Tribunale e degli uffici giudiziari e in parte sede della scuola media. Nei primi anni del '900 viene costruito il cornicione, sul quale viene posizionato l'orologio che completa la facciata principale. Negli anni Settanta si propone di ubicare nel monastero la nuova sede della Biblioteca Provinciale ritornando ad una monofunzione, quella culturale, sulla base di diversi parametri, quello storico (per comprendere l'idea originaria così come si era sviluppata nel tempo), quello statico (per capire quali potessero essere gli interventi strutturali), quello funzionale (per verificare la compatibilità con la nuova funzione) e quello estetico, la parte più impegnativa del progetto. Per il palazzo dell'Annunziata si è cercato di realizzare una "sintesi" tra passato e futuro per mettere in pratica l'opera di recupero dell'antico fabbricato.

Dopo il terremoto del 1980, gli uffici giudiziari e la scuola media vengono trasferiti in altri edifici, vista la situazione di pericolo dell'ex convento. Ormai in degrado totale, nel 1993 viene restaurato e il 14 maggio 1998 viene inaugurata, alla presenza del presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, la biblioteca provinciale, sita al suo interno. Fondata nel 1933, con sede in via Don Minzoni, in seguito in via San Rocco, nel palazzo Malvinni-Malvezzi in piazza Duomo ed al convento dei Cappuccini, la Biblioteca Provinciale "Tommaso Stigliani", trova quindi la sua sede definitiva. Al suo interno, oltre all'importante e vasta raccolta di libri e manoscritti, si trovava un'importante raccolta numismatica.

La vecchia chiesa è stata adibita a cinema comunale intitolato a Gerardo Guerrieri, mentre alcuni spazi a piano terra hanno ospitato la mediateca provinciale.

Palazzo del Sedile

Il palazzo del Sedile, collocato nell'omonima piazza, rappresenta il fulcro della vita culturale e amministrativa della città di Matera.

A Matera, in quanto città del Regno di Napoli, il Parlamento comunale rappresentava la maggiore istituzione politica e aveva sede nel cosiddetto Sedile. Il Sedile era anche detto "Portico" o "Tocco" e ospitava le riunioni delle Curie e delle Fratrie. Il primo Sedile era sito sul sagrato del Duomo, dove si tenevano le assemblee, mentre la Cancelleria era collocata nella casa di Tuccio de Scalzonis e dei Signori Moro.

Tuttavia tale divisione divenne insostenibile e così, mentre si procedeva alla costruzione "dell'abitual residenza" (il Municipio), il Sedile occupò l'antica chiesa subdivale di Sant'Eustachio. Gli argomenti trattati nel Sedile erano molto vari: si passava dal fissare il prezzo del pane, dei formaggi e dei legumi, dall'approvvigionamento dell'acqua al risarcimento della condotta di acqua della Fontana, alla disciplina per la vendita del ghiaccio. Molti provvedimenti erano presi per ovviare alla miseria molto diffusa nella popolazione. Un argomento di grande importanza fu discusso in Sedile nel 1584 per la costruzione di un ponte sulla Gravina di Picciano, mentre il 25 dicembre 1599 il Sindaco propose l'ampliamento della Cancelleria e la sistemazione dell'Archivio. Nel 1575 il Palazzo del Sedile fu poi collocato ai piedi delle mura del castrum, tra la porta di Juso e l'altura di San Francesco, in Piazza Maggiore (l'attuale Piazza del Sedile).

Nel 1779 fu ammodernata la facciata del Palazzo in stile rinascimentale. Resa imponente da due torri campanarie, fu arricchita da diverse statue; a sinistra Sant'Eustachio e a destra Sant'Irene (ai cui piedi è riconoscibile la rappresentazione dei Sassi di Matera). Malgrado quest'ultima sia stata talvolta identificata come la statua della Madonna della Bruna, tuttavia Pietro Antonio Ridola, nella Descrizione storico-statistica della città di Matera del 1857, afferma che la statua della Madonna della Bruna era posta originariamente al centro tra san'Eustachio e sant'Irene e fu rovinata da una tempesta. 

Quattro altre statue, rappresentanti le quattro virtù cardinali, furono sistemate in nicchie valvate: in basso a destra, una donna con ai piedi un serpente simboleggia la prudenza, in alto a destra una donna che spezza una colonna simboleggia la fortezza; in basso a sinistra una donna che versa dell'acqua in una coppa di vino simboleggia la temperanza; in alto a sinistra una donna con in mano una bilancia e una spada simboleggia la giustizia. È evidente che queste statue non abbiano una funzione decorativa, bensì rendono il Sedile un "palazzo parlante": comunicano infatti a chi è all'esterno quali siano gli ideali propri di un buon amministratore.

Il grande arco d'ingresso è tipicamente rinascimentale ed è fiancheggiato da due torri caratterizzate dalla presenza di un orologio e una meridiana. Nell'androne sulla destra è possibile ammirare un affresco raffigurante Carlo III a cavallo e sulla volta dei dipinti celebrativi delle bellezze del Regno di Napoli. Nel 1840 fu decisa la costruzione della Sala Consiliare, struttura interna in aggiunta al Sedile esterno. Davanti all'androne d'ingresso, era presente il Sedile, monumento politico-amministrativo della città, che verso il 1930 fu inspiegabilmente abbattuto.

Nel 1965 venne istituita una sezione distaccata del Conservatorio "Niccolò Piccinni" di Bari, intitolata al musicista materano Egidio Romualdo Duni, che ha ottenuto l'autonomia nel 1970. Nei primi anni di funzionamento per poter svolgere saggi, concerti e dibattiti, è stato utilizzato il teatrino di casa Malvezzi, poi sostituito da un grande Auditorium intitolato a Raffaele Gervasio, con una capienza di circa 400 posti a sedere, promosso dal Comune di Matera e dalla Regione Basilicata. La scelta del Palazzo del Sedile come prima sede del Conservatorio di musica di Matera è da ritenersi di grande importanza perché la presenza di un'attiva istituzione ha reso possibile arginare lo svuotamento del centro storico.

Palazzo Bernardini

Palazzo Bernardini, storicamente noto anche come Palazzo Ferraù o Giudicepietro, domina il Sasso Caveoso di Matera.

Originariamente appartenente alla famiglia Ulmo, diviene proprietà della famiglia Ferraù (o Firrao), portato in dote a Giambattista Ferraù dalla moglie Beatrice Ulmo. La prima residenza della famiglia era situata in via Conservatorio, nella casa che ospitò il conte Giancarlo Tramontano. 

Non si hanno dati certi circa alle generazioni susseguitesi nel tempo: a Giuseppe seguì Giambattista. A quest'ultimo si deve l'inversione dell'ingresso del palazzo dal recinto di San Nicola all'Arco piazza, una volta terminati i lavori della sede comunale nel 1759. 

A Giambattista seguì il figlio Giuseppe che sposò una patrizia napoletana (donna Marianna Caracciolo de’ marchesi di Pannarano) e per accoglierla al meglio decise di ammodernare l'appartamento con «stoffe bianche e gialle con bellissimi ornati di stucco bianco e oro e con stupende sovrapporte di soggetti mitologici a chiaroscuro su fondo nero». Ulteriori modifiche interessarono il palazzo in occasione dell'arrivo a Matera, il 30 maggio 1806, del re di Napoli Giuseppe Bonaparte: l'ingresso venne spostato in piazza Sedile e nel palazzo venne organizzata una grande festa da ballo cui parteciparono i funzionari della Regia Udienza assieme alle famiglie più nobili di Matera.

La famiglia Firraù dal 1822 iniziò ad elargire il proprio patrimonio in favore di varie famiglie tra cui due case a Castelvecchio acquistate da don Filippo Giudicepietro nel 1859. Andrea Giudicepietro, padre di Filippo, negoziante di stoffe, cedette al figlio il negozio e l'abitazione. Filippo sposò nel 1808 Lucrezia Morcinelli, che aveva come dote alcune case e 3000 ducati in contanti. La disponibilità economica di Filippo gli permise di acquistare il palazzo Firraù, che alla sua morte passò al nipote Andrea.

Nel 1974 la famiglia Giudicepietro decide di vendere l'appartamento di piazza Sedile, che viene acquistato da Aldo Bernardini e da questi sottoposto a lavori di restauro.

Allo stato attuale tutti gli elementi presenti all'interno del salone hanno mantenuto la loro versione originale. 

Nella stanza coperta da una volta a botte si possono ammirare i dipinti su tela che sovrastano console dai ripiani in marmo e laccate in bianco con ornati in color oro. Anche le poltroncine e i divani conservano ancora l'originale stoffa di rivestimento, in damasco giallo. Soltanto il pavimento è stato modificato. La stanza principale, il salone, acquista leggerezza grazie agli alti specchi e al grande lampadario a candele in cristallo di Murano. 

Il fregio a monocromo nei toni pastello è interrotto da bassorilievi con figurine in bianco a fondo blu che riportano allo stile delle porcellane di Wedgwood. Queste si riferiscono all'arte figurativa romana in linea con il gusto archeologico sorto in seguito ai ritrovamenti di Ercolano e Pompei. Le varie figure stilizzate si aggirano nei pressi di un cippo lapideo: una trascina un coniglio, le altre guidano un cavallo e un toro. La volta si presenta scandita da riquadrature geometriche dipinte a mo' di cornici in stucco dagli ornati delicati, nei toni del verde, rosa e giallo pastello.

Molto importanti sono i quadri. Nell'inventario dei beni di famiglia si elencano "4 tremò con cornice di legno in dorato e pitture al di sopra rappresentanti le Favole de' Falsi dei con cornocopii di ottone dorati a due lumi valutati centosessanta ducati". Nel titolo riportato dal notaio si impiega il titolo "favola" con il quale già dal XVI secolo si voleva indicare il mito nelle diverse manifestazioni artistiche; i "falsi dei" sono naturalmente gli dei pagani. Alla base di questa grande riproduzione, forse, vi era un accordo con la commissione.

I quadri e le tele presenti nel palazzo svariano nelle varie figure mitologiche: da "Diana a caccia" fino al " Rapimento di Elena".

Museo Archeologico “Ridola”

Palazzo Ridola si trova all'inizio di Via Duomo, sul lato sinistro, di fronte alla torre divenuta palazzo Vizziello. La prima abitazione palazziata aveva l'ingresso da via Tre Corone. 

La struttura aveva due livelli: l'abitazione della famiglia Ridola, affermatasi a partire dalla seconda metà del Settecento, e una terrazza decorata da statue demolita nel 1860 nell'ambito dei lavori di ampliamento del palazzo, realizzati con grande maestria, in seguito ai quali l'ingresso fu spostato in via Duomo.

Subito dopo l'ingresso sono riconoscibili a sinistra due ambienti: la cappella privata con l'altare e una sala contenente oltre mille libri di letteratura, storia e argomenti vari. Sulla destra dell'ingresso si trova l'ambulatorio composto da varie stanze (la sala d'attesa, la sala per le visite e la biblioteca). L'ultima stanza venne utilizzata come deposito di raccolta di cimeli archeologici il cui numero, che andava ad aumentare, impose di trasferire il Museo prima in un'aula del Liceo ginnasio statale Emanuele Duni e poi nei locali dell'ex monastero di Santa Chiara messo a disposizione dal Comune. Al centro dell'ingresso al primo piano si sviluppa l’appoggio padronale composto di numerosi vani posti a destra e sinistra della sala di intrattenimento della famiglia.

Istituito nel 1911 per volontà del senatore Domenico Ridola, che donò allo Stato le sue importanti collezioni archeologiche, conserva preziose testimonianze rinvenute nel comprensorio di Matera.

Quella del Ridola è una figura centrale nella storia moderna di Matera: medico, sindaco, consigliere comunale, poi deputato e infine senatore, egli fu anche un appassionato archeologo che organizzò numerose campagne di scavo in tutto il territorio materano e delle Murge. Tutte queste iniziative gli consentirono, già a partire dal 1872, di fare scoperte di grande rilevanza, tra le quali un’importante necropoli e una ricchissima stipe votiva a Timmari, nei pressi della città, oltre al sito neolitico di Serra d’Alto, celebre soprattutto per le sue ceramiche.

Negli spazi espositivi del Museo, i reperti seguono un ordine cronologico e topografico. Nella sezione preistorica i rinvenimenti più significativi riguardano i villaggi trincerati di età neolitica, che testimoniano, a partire dal VI millennio a.C., l’introduzione dell’agricoltura e, conseguentemente, il delinearsi di insediamenti stabili, sulle tipologie diffuse nell’area del Mediterraneo Orientale. 

Per quanto riguarda, invece, le fasi più recenti della preistoria, e poi per la fase di VI-IV secolo a.C., la documentazione di maggior interesse è proprio quella relativa al sito di Timmari. Da questo centro provengono, tra l’altro, alcuni corredi funerari del IV secolo a.C. caratterizzati da armature in bronzo e da monumentali vasi a figure rosse, oltre a numerose statuette votive, di pregevole fattura, rinvenute in un’area sacra.  

Del palazzo divenne proprietaria Giuseppina Ridola che il 21 Giugno 1990 vendette il palazzo al Comune di Matera.

Palazzo Gattini 

Palazzo Gattini è un palazzo signorile di Matera, in cui risiedeva una delle famiglie emergenti della nobiltà materana: i conti Gattini. Il palazzo si trova in Piazza Duomo.

Il palazzo più antico sorgeva nel rione della Porta di San Nicola del Sole, area occidentale della Civita, promontorio cinto da mura che rappresentava il primo nucleo urbano con dodici palazzi nobiliari delle famiglie più potenti. Nonostante i gravi danni subiti nel Medioevo dalla città per distruzioni e incendi, esso è ancora in piedi.

È costruito con il tufo, roccia molto presente in questa zona. Presenta diverse finestre piuttosto alte, prive di persiane, la maggior parte senza alcuna decorazione, ad eccezione di due, l'una che termina con un arco acuto, l'altra che possiede stipiti decorati e arricchita sotto il davanzale da un motivo a modiglioni. Sopra la finestra decorata è possibile vedere lo stemma della famiglia non più leggibile che presentava un gatto poggiato sopra tre monti con una vipera in bocca.

Nel Settecento fu presa l'iniziativa di dare una sistemazione alla Piazza del Duomo mediante la costruzione di un avancorpo che a fine Settecento fu ulteriormente ampliato, diventando così l'odierno Palazzo Gattini. Esso è organizzato in due piani, il primo con ingresso da Piazza Duomo destinato alla famiglia Gattini, il secondo con ingresso in via Muro.

Dopo l'ingresso si trova un atrio in fondo al quale c'è un lamione che veniva utilizzato per le carrozze. Dopo una breve rampa si trova l'appartamento nobiliare con una sala da pranzo, una cucina, un salotto, l'armeria, ampie finestre con lunghe balconate, una ricca biblioteca con una raccolta di documenti, una collezione di monete antiche e un migliaio di manoscritti. Il salotto che fungeva da galleria era arricchito con vasi italo-greci e moltissimi quadri, tra cui piccoli cartoni, tavole, opere in rame e tele. I dipinti furono trasferiti a Roma, ma ben presto furono trafugati.

La famiglia Gattini, dopo l'eccidio Gattini del 1860 si trasferì a Roma e il palazzo e tutti i latifondi da loro posseduti sono stati venduti al Consorzio "Sassi di Matera" nel 1989 con l'atto pubblico n.228. Il palazzo è stato acquistato per farne una struttura alberghiera di lusso, restaurato dall'architetto Ettore Mocchetti, il quale per mezzo di un'opera di ristrutturazione ha conservato lo splendore del palazzo secolare.

Palazzo Malvinni Malvezzi

Palazzo Malvinni Malvezzi è un palazzo ducale che sorge tra gli antichi Sassi di Matera, nell'odierna Piazza Duomo. Prende il nome dalla famiglia Malvinni, Melvindi, Malvindi o Malvezzi, che lo abitò dal '400 fino agli anni sessanta del secolo scorso. Il complesso si sviluppa su tre livelli, frutto di vari ampliamenti nel corso dei secoli. Attualmente è di proprietà dell'Amministrazione provinciale di Matera.

Secondo un documento, un ramo del casato Malvezzi si trasferì a Matera quando Erennio di Giovanni Malevindi chiese, insieme ad altri professionisti e forestieri, a Giovanni Antonio Ursino, Principe di Taranto e Conte di Matera e Lecce, un suolo nelle vicinanze di contrada di Castelvecchio per edificare un'abitazione. Ottenuto il suolo in Castelvecchio, i Malvezzi realizzarono il primo dei tre corpi che nel tempo formarono il grande Palazzo Ducale di Santa Candida.

A Matera, già nel XV secolo, i Malvinni si legarono alla terra e, militari nelle file degli eserciti dei regnanti, entrarono nell'ordine del Priorato gerosolimitano e acquistarono in seguito il titolo di duchi di Santa Candida che accompagnava il secondo cognome, Malvezzi, di nobile ascendenza bolognese. Dal 1470 al 1657, molti furono i discendenti del ramo Malvinni Malvezzi che occuparono alte cariche e s'imparentarono con altre nobili famiglie di Matera. Aumentate le esigenze, la famiglia acquistò la vicina costruzione, con ingresso dalla salita di Castelvecchio.

Con l'elevazione di Matera a capoluogo della regione lucana, avvenuta nel 1663, si determinò la necessità di adeguare alcune strutture cittadine alle esigenze richieste dal nuovo importante ruolo amministrativo. Si costruirono nuovi alloggi, si ampliarono vecchi palazzi e se ne migliorò la situazione di altri. In alcuni casi fu deciso di invertire gli ingressi degli edifici, aperti verso Piazza Duomo.

Fra la fine del Settecento e i primi anni dell'Ottocento, il Palazzo Malvinni Malvezzi fu ampliato con un avancorpo dalla struttura più fastosa ed elegante e ne fu curata la struttura e linea architettonica. La parte nuova è ad oggi individuabile all'inizio della salita di Castelvecchio, dove si può notare l'attacco della parte più antica.  

La facciata principale si presenta in stile barocco.

Tre finestre e tre balconi sono adornati tramite le cimase e da cornici e lungo tutto il primo piano corre la balconata sorretta da 18 gattoni (9 a destra e 9 a sinistra). Al centro vi è il grande portone d’ingresso, mentre ai lati due portoncini più piccoli che conducono a due ambienti distinti. 

Superato il portone centrale vi è un grande atrio e tramite una rampa a ventaglio si entra nelle stanze interne. Attraverso l'ingresso si ha l’accesso al piano nobile, in cui una scala d’oro in marmo e la galleria affrescata conducono alla concatenazione delle tre sale di rappresentanza.

Il primo livello consiste in una serie di stanze comunicanti. Al loro interno sono ubicate quattordici tele di sovrapporta, raffiguranti soggetti mitologici (ispirati principalmente alle favole delle Metamorfosi ovidiane e all’Eneide di Virgilio) e incorniciate in strutture lignee laccate di bianco e ornate di rilievi dorati, del tutto simili a quelle di Palazzo Bernardini. La prima sala è di distribuzione e conduce nelle sale più importanti: le sale degli specchi, chiamate così per la presenza degli enormi specchi che avevano la funzione di rifrangere la luce proveniente dalle candele o la luce naturale proveniente dal balcone che si affaccia su Piazza Duomo.  

Cappella - La facciata principale si presenta in stile neoclassico, con il timpano e le due colonne sormontate da due capitelli in stile dorico. Sul fregio, tra i triglifi, sono presenti le croci di Malta, e il fleur-de-lis, simboli presenti sullo stemma dei duchi di Santa Candida. Sull’architrave era presente una scritta in latino, purtroppo scomparsa durante i lavori di restauro della cappella, che recitava: "Quisquis beneficia petiturus ingreditur cuncta se impetrasse laetetur", ovvero "Chiunque entra per chiedere aiuti esca lieto per essere stato esaudito".

La cappella gentilizia che faceva parte del Palazzo Ducale fu consacrata nel 1893 dal Duca Malvinni Malvezzi. La cappella ha un'unica navata e la volta a botte. Gli elementi caratteristici sono l’oculo centrale, da cui entra la luce, e il matroneo che ospitava le donne e, soprattutto, gli ospiti più importanti e al quale si accedeva dalla terrazza mediante un percorso interno al palazzo. La cappella è in stile neoclassico, come dimostrano le colonnine sormontate dai capitelli corinzi. Inoltre sono presenti figure geometriche ed effetti di trompe-l'œil su tutta la volta.

Palazzo Bronzini

Palazzo Bronzini, situato all'angolo tra Piazza Sedile e Via Duomo, è stato costruito un paio di secoli fa dopo la demolizione della chiesa dedicata a Santa Sofia, che era sede di due fratellanze laiche: quella dei beccamorti e quella di San Crispino.

Nel XVIII secolo la Chiesa versava in uno stato di degrado, di conseguenza il luogo di culto fu messo nel pubblico commercio come stabile urbano. Successivamente i resti della chiesa furono acquistati dalla famiglia Pino. Don Saverio Pino migliorò lo stato della chiesa e creò ambienti nella Piazza grande. La stessa casata ampliò l'immobile avente l'ingresso da Via Duomo. Dopo cinque generazioni l'abitazione, nonostante la creazione di nuovi ambienti, divenne insufficiente in termini di capienza. Pochi anni dopo la casa fu ereditata dalla pronipote di Francesco Saverio Pino, Camilla Andricelli, che sposò Domenico Bronzini, al quale si deve un importante contributo per l'ampliamento e il miglioramento del palazzo. Il Comune di Matera acquistò il palazzo per utilizzarlo come parte del conservatorio di musica, istituito nel 1965 come sezione staccata del conservatorio "N. Piccinni" di Bari, poi divenuto autonomo nel 1969.

Il Palazzo Bronzini consta di tre livelli: al piano terra si trovavano le cantine, il bucataio e alcune botteghe di cui una utilizzata come ufficio postale, al primo piano si trovava l'appartamento padronale, al terzo piano le soffitte. L'iniziativa e l'intervento del Comune, il programma e le realizzazioni di alcuni architetti hanno permesso a Matera di creare una struttura con fini culturali che ha consentito lo svolgimento delle attività del Conservatorio.  

Palazzo Venusio

Palazzo Venusio è uno dei tanti palazzi nobiliari di Matera, edificato in via S. Potito.

La casata Venusio ha origini molto antiche ed era annoverata fra le famiglie più nobili della città, potendo godere di tutti i privilegi riservati alla nobiltà. La famiglia, originaria di Amalfi, si sarebbe trasferita a Matera intorno al 1455. I Venusio entrarono in possesso del titolo di marchese nel 1752, subito dopo aver acquisito il feudo di Turi in Terra di Bari, appartenente in precedenza alla famiglia Moles.

Il palazzo è situato nella Civita, alle spalle del Duomo con la facciata principale, lunga 40 metri, su via S. Potito. Occupa una superficie di 1600 m² con al centro una corte e due cortili esterni più piccoli, mentre nel lato sudorientale si trova inglobata la chiesa della Beatissima Vergine dei sette Dolori, cappella della famiglia Venusio.

La sistemazione dei locali di questo edificio rispecchiava quella tipica dei palazzi nobiliari del luogo: i piani sottostanti adibiti a depositi e cantine; il piano terra, delle volte a botte, abitato dalla servitù e provvisto di magazzini e stalle; il piano superiore, archivoltato mediante sistema di padiglione a volte composte, era utilizzato come residenza della famiglia.

Il Palazzo ha subìto nel tempo modifiche ed ampliamenti. Nel 1500 i Venusio acquistarono dalla famiglia Orsini un'abitazione con orto; ciò costituirà il precedente per l'acquisto di altri terreni limitrofi e, successivamente, per l'edificazione e il completamento del Palazzo.

Per prima fu costruita l'ala Est nel 1722, e ciò si rileva dalla controversia sorta fra i Venusio e i Guida, loro vicini. Durante la costruzione dell'ala est, i Venusio fecero riedificare e modernare l'antica chiesa sotto il titolo di Maria SS. dei Sette Dolori, unita al Palazzo. Dunque nel 1732 il palazzo, terminato nell'ala Est, a cui si era aggiunto l'inglobamento della chiesetta e la costruzione del vestibolo già nel 1725, era ancora in via di compimento.

Contemporaneamente alla facciata è stato costruito l'androne con a destra lo scalone di accesso ai piani superiori e poi ancora la parte sud-ovest del Palazzo; ciò si deduce sia dalle notizie storiche che dai rilievi eseguiti e dalla lettura delle strutture murarie. Differenze sono state notate dalle volte, dall'altezza e dalla distribuzione dei vani.

Da un atto notoriale del 1738 si apprende l'avvenuta formazione di un atrio antistante il portone d'ingresso; questo fu creato mediante l'abbattimento di alcune case di proprietà degli stessi Venusio, per un più facile accesso dei carri e delle carrozze di famiglie. Da questo il palazzo assume l'aspetto di un edificio a corte; non si trovano notizie però riguardanti l'avvenuta costruzione del lato Nord che darà al palazzo l'aspetto di edificio a corte chiusa. Si suppone che il lato a Nord sia stato costruito per ultimo, all'incirca durante la seconda metà del '700. Sulla facciata settentrionale, come su quella di via S. Potito, ritroviamo la linea di congiunzione dei tufi che testimonia l'accorpamento di quest'ultima parte della struttura del lato Nord-Est.

Che il lato Nord sia posteriore anche a quello Sud-Ovest, lo si deduce dalla evidente differenza di stile delle strutture architettoniche. Le volte, per esempio, qui sono complesse e scaricano sui pilastri anziché sui muri come nelle volte a padiglione nel resto del palazzo.

Nel 1960 il nuovo proprietario modificò il vecchio impianto tramite la demolizione delle volte del piano nobile che guardano su via S. Potito distruggendo per sempre gli affreschi esistenti e delle pregevole balaustra dello scalone sopraelevando un piano con attico. Questi lavori intrapresi non sono mai stati portati a termine per cui il fabbricato per anni è rimasto disabitato e in stato di degrado.

Attualmente il Palazzo è adibito a struttura alberghiera.

Palazzo del Casale

Questo palazzo, che prende il nome dal rione in cui è collocato, sarebbe stato costruito nel XVI secolo, ed era una volta il punto di snodo tra la Civita e il Sasso Barisano. 

Costruito all’estremità del “graviglione”, una sorta di fogna a cielo aperto che attraversava il Sasso, l’edificio presenta un prospetto su più piani, con terrazzi sorretti da archi in pietra.

Una parte degli ambienti è stata destinata all’accoglienza turistica, altri sono stati attrezzati temporaneamente per ospitare i volontari di Matera 2019. 

La struttura è stata individuata anche come sede dell’Open Design School e riunirà designer, artisti, artigiani, sviluppatori web, diplomati, studenti, professionisti e accademici.  

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