|
Palazzo
Lanfranchi
Nella
piazzetta,
davanti
al
palazzo,
si
profila
subito,
però,
la
grande
“Goccia”,
scultura
in
bronzo
fuso,
opera
dello
scultore
giapponese
Kengiro
Azuma,
del
quale,
nel
2010,
il
Musma
aveva
tenuto
una
mostra,
nell’ambito
delle
grandi
mostre
dei
Sassi
promosse
dalla
Fondazione
Zetema
e
dal
Circolo
culturale
La
Scaletta,
a
cura
del
noto
critico,
anch’egli
di
origini
lucane,
Giuseppe
Appella.
In
quell’occasione,
la
Regione
Basilicata
acquistò
l’opera,
che
venne
collocata
davanti
a
Palazzo
Lanfranchi,
e
che
si
aggiunge
alle
opere
donate
dal
maestro
al
Museo
della
Scultura
di
Matera,
a
partire
da
uno
dei
tre
cancelli
di
ingresso,
il
cancello
Porta
della
vita,
installato
nel
2010,
perfetta
sintesi
della
sua
filosofia
artistica.
L'opera
venne
progettata
e
fatta
costruire,
tra
il 1668 e
il 1672,
da
frate Francesco
da
Copertino su
richiesta
dell'arcivescovo
Vincenzo
Lanfranchi,
con
il
fine
di
ospitare
il
seminario
diocesano.
L'edificazione
della
struttura
inglobò
anche
il
"Convento
del
Carmine",
preesistente.
Nel 1864,
dopo
l'Unità
d'Italia,
il
Palazzo
Lanfranchi
ospitò
fino
al 1967 il liceo
ginnasio
statale
Emanuele
Duni,
dove
insegnò
anche Pascoli dal 1882 al 1884.
A
partire dagli anni
ottanta l'edificio ha dato spazio agli uffici della Soprintendenza
per i Beni Artistici e Storici della Basilicata e, a partire dal 6
maggio 2003,
è diventato la sede del museo
nazionale d'arte medievale e moderna della Basilicata, suddiviso in
quattro sezioni: Arte Sacra, Collezionismo con una galleria
di dipinti, appartenuta a Camillo
D'Errico, di Ruoppolo, Abraham
Brueghel, De
Mura e Preti, Arte
contemporanea, con opere di Carlo, e Sezione Demoetnoantropologica.
La
costruzione di esso ha comportato notevoli problemi di fondazione data la
presenza di numerosi vuoti nel sottosuolo. All'interno di Palazzo
Lanfranchi è stato rinvenuto un cimitero barbarico.
Difatti il vescovo Vincenzo
Lanfranchi, cui si deve il palazzo, aveva tentato di reperire un'area
di insediamento nella Civita, ma a causa della limitata disponibilità di
superfici libere in quella zona accettò di acquistare alcuni terreni siti
sul pianoro tufaceo a sud del Sasso
Caveoso.
Quanto
al disegno architettonico esso è opera del cappuccino Francesco da
Copertino che progettò la facciata principale su via Ridola e la
disposizione degli ambienti su due piani, intorno ad un chiostro centrale.
La
facciata, asimmetrica, è divisa orizzontalmente in due parti da un
cornicione. Nella parte inferiore sono presenti cinque nicchie in cui si
possono ammirare le statue della Madonna del Carmine e di Santi. La parte
superiore presenta lesene verticali
complete di capitello, nove arcate cieche di cui la più grande sovrasta
ed ingloba il rosone,
e sopra il coronamento della facciata si nota un frontone con
un orologio al centro.
Nel 1676 l'arcivescovo
Zunica fece erigere un ulteriore corpo di fabbrica a ovest,costituito da
due grandi ambienti coperti a volta, e, nel 1822,
monsignor Di Macco ampliò ancora il complesso verso sud, modificando, in
certo qual modo, l'originaria compattezza del progetto lanfranchiano.
La
collocazione topografica del Palazzo, al termine dell'asse settecentesco
di via Ridola e immediatamente prospiciente la conca tufacea del Sasso
Caveoso, ne fa il punto di sutura tra la moderna città del piano e gli
antichi Rioni Sassi, di recente entrati nel patrimonio culturale dell'UNESCO.
Nel 1853,
il secondo piano fu sopraelevato per ottenerne camerate e il recente
restauro, liberandolo da ormai incongrue tramezzature, gli ha restituito
la volumetria e la spazialità indispensabili alla nuova destinazione
d'uso.
Una
scalinata
conduce
all’interno
del
palazzo
dove
il
chiostro
seicentesco
espone,
lungo
le
pareti
del
porticato,
i
busti
delle
persone
che
favorirono
l’edificazione,
ovvero
i
tre
vescovi
Lanfranchi,
del
Ryos
Culminarez
e
Brancaccio,
oltre
al
busto
del
conte
Malvinni
Malvezzi
che
contribuì
finanziariamente
all’opera.
Palazzo
Lanfranchi
è
considerato
la
massima
espressione
dell’architettura
del
Seicento
a
Matera
e
ha
rappresentato
un
punto
di
snodo
per
lo
sviluppo
urbanistico
della
città
in
senso
barocco,
sulla
scia
di
quanto
stava
avvenendo
nei
maggiori
centri
pugliesi,
e
salentini
in
particolare,
cui
la
città
poteva
affiancarsi.
L'edificio
articola i suoi ambienti su quattro livelli, ognuno di essi idoneo ad
accogliere funzioni diverse del museo.
Alcuni
locali del piano interrato, adeguatamente adattati a prevenire fenomeni di
umidità e condensa, potrebbero essere razionalmente organizzati per
ospitare depositi di opere d'arte o, laddove quest'uso fosse inibito,
magazzini di materiale vario e di allestimento.
Il
piano terra, accessibile da due ingressi su Piazza Pascoli, oltre agli
ambienti espressamente destinati dall'amministrazione comunale al Centro
"Carlo Levi", e alla "Sala Levi", che continuerà ad
ospitare convegni, mostre e manifestazione di natura esclusivamente
culturale, accoglierà strutture di supporto all'attività museale vera e
propria: una biblioteca specializzata, una fototeca e diateca,
adeguatamente ordinate e attrezzate per rapide consultazioni, e, obiettive
a medio e lungo termine, una sala per la fruizione di dati tecnici e
scientifici informatizzati e per il potenziamento di attività
multimediali.
Il
primo piano è elettivamente destinato alle esposizioni, in virtù della
espansa spazialità degli ambienti e dei collegamenti, di cui questi
godono fra loro, mediante varchi nelle murature perimetrali e di
separazione. Un corridoio, snodandosi parallelamente ai locali, ne
assicura agevolmente l'accesso e garantisce l'unitarietà del percorso,
senza soluzioni di continuità.
L'estremità
dell'ala del piano, prospiciente su via Ridola e Piazzetta Pascoli,
ospiterà la direzione e gli uffici amministrativi.
All'ultimo
piano l'unico spazio praticabile è l'imponente "Salone delle
Arcate". Esso sia per conformazione planimetrica sia perché posto
immediatamente sotto i tetti e irradiato da grandi finestre, può essere
adibito ad ospitare un lapidarium o mostre temporanee di oggetti non
facilmente deteriorabili.
Il
percorso
espositivo
del
Museo
Nazionale
di
Arte
Medievale
e
Moderna
della
Basilicata,
si
articola
in
tre
sezioni:
Arte
Sacra,
Collezionismo
e
Arte
Contemporanea.
La
sezione
di
Arte
Sacra
si
compone
di
un
nucleo
di
opere,
dipinti
su
tela,
su
tavola,
sculture,
manufatti
lignei
e
lapidei,
provenienti
dalle
chiese
del
territorio
regionale
che
hanno
perso
l’originaria
collocazione
o
che,
prelevate
per
essere
sottoposte
ad
interventi
di
restauro,
vengono
momentaneamente
esposte,
per
documentare
l’attività
di
tutela,
salvaguardia
e
valorizzazione
che
la
Soprintendenza
per
i
Beni
Storici
Artistici
ed
Etnoantropologici
svolge
sul
territorio
e
raccontare
la
storia
e
l’arte
figurativa
della
Basilicata.
La
sezione
del
Collezionismo
espone
una
serie
di
dipinti
della
raccolta
Camillo
d’Errico
di
Palazzo
San
Gervasio,
importante
testimonianza
di
collezionismo
privato
ottocentesco
in
Basilicata,
che
consta
di
oltre
trecento
tele
di
scuola
napoletana
del
Sei
e
Settecento,
tra
cui
capolavori
di
artisti
d’eccellenza
nel
panorama
della
cultura
figurativa
di
questi
secoli,
come
Micco
Brandi,
Luigi
Stanziani,
passando
per
la
scuola
di
Salvator
Rosa.
In
questa
sezione,
inoltre,
vengono
anche
ospitate
mostre
temporanee
di
rilievo.
La
sezione
di
Arte
Contemporanea
presenta
le
opere
di
Carlo
Levi
(Torino
1902
-
Roma
1975),
tra
cui
il
grande
telerò
“Lucania
’61”,
dipinto
in
occasione
della
mostra
“Italia
1961”,
organizzata
a
Torino
per
celebrare
il
centenario
dell’Unità
d’Italia,
e
una
selezione
delle
centocinquanta
opere
del
pittore
materano
Luigi
Guerricchio
.
Va
ricordato
che
Carlo
Levi,
autore
di
“Cristo
si
è
fermato
a
Eboli’’,
uno
dei
più
grandi
romanzi
della
letteratura
italiana,
ha
avuto
un
ruolo
determinante
nella
storia
recente
di
Matera,
nel
cui
territorio
(ad
Aliano,
dove
la
casa
che
l’ospitava
è
divenuta
museo)
fu
confinato
dal
fascismo
e
che,
proprio
per
questo,
ebbe
modo
di
conoscere
molto
bene
i
Lucani
e
ad
amarli.
Levi
ha
donato
l’intera
sua
produzione
pittorica
a
una
terra
che
gli
si
rivelò
generosa
e
ospitale,
della
quale
amò
la
ricchezza
della
storia
millenaria
e
la
sua
storica
povertà:
i
quadri
degli
anni
Venti,
dove
forte
è
la
presenza
della
pittura
europea
e
di
un
intimismo
originale,
poi
i
dipinti
del
confino,
e
infine
il
rude
e
materico
realismo
dei
volti
contadini,
l’astrattismo
visionario
delle
opere
ultime,
anni
60-70.

Palazzo
dell’Annunziata
Il palazzo dell'Annunziata è un
edificio sito in piazza Vittorio Veneto a Matera.
La data di edificazione è il 1735,
come si legge sull'architrave di uno degli ingressi al monastero
claustrale, quello del "parlatorio". Incaricato del progetto è
l'architetto Vito Valentino di Bitonto con
il visto della Commissione pontificia di Roma.
Lo si evince dalla Convenzione fra le monache
domenicane e lo stesso Valentino, il quale, data l'urgenza, si
impegna a realizzare l'opera in cinque anni.
Nel 1734 il
progetto è pronto, nel 1735 i
lavori già procedono a pieno ritmo, ma ben presto si conoscono le prime
difficoltà: il piano di sedime su cui poggiare le fondazioni risulta
troppo profondo infatti raggiungeva circa quindici metri. La parte
anteriore poggia sulla torre cinquecentesca, appartenente alle
fortificazioni del conte
Tramontano.
Arriva però il momento in cui tra
l'amministratore delle monache domenicane e l'architetto Valentino si crea
un forte attrito tanto che nel 1739 i
lavori risultano sospesi e il Valentino viene allontanato. Le cronache non
dicono nulla sulle cause di questo allontanamento. L'ipotesi può essere
il ritardo dei lavori o l'acquisizione di altri compiti da parte del
Valentino, il quale contravvenne così agli accordi che gli vietano di
assumere altri impegni. Subentra allora, come nuovo architetto, Mauro
Manieri, chiamato direttamente da Lecce insieme
ai fratelli Simone che assumono a loro volta l'impegno di completare
l'opera: siamo già nel 1742.
Un'attenta lettura sulle murature e sulle volte
della fabbrica tradisce il "cambio di mano" tra gli architetti e
fissa con buona approssimazione lo stato dei lavori sospesi da Valentino
nel 1739, per esempio la differenza si intravede nella tessitura delle
murature e delle volte. L'impostazione progettuale che il Valentino aveva
dato al complesso monastico ricalca sostanzialmente la struttura attuale
con la Chiesa al centro e l'organizzazione spaziale del Monastero intorno
ad essa.
Le modifiche introdotte da Manieri si possono
leggere soltanto nelle quattro finestre laterali limitandosi a fornire
alle maestranze il disegno di finestre simili a quelle realizzate a Lecce
in alcune sue opere. Le cronache dell'epoca ci informano che la Chiesa era
già costruita per metà in elevazione; in effetti si nota che il
complesso aveva raggiunto circa tre metri sopra il livello del primo
piano. Il nuovo architetto Mauro Manieri modifica la distribuzione interna
e demolisce la Chiesa, creando al suo posto un cortile interno e
proponendo la costruzione di una nuova, all'esterno del monastero. Tale
Chiesa non sarà però mai realizzata.
Probabilmente la Chiesa, com'era tipico del
periodo storico, doveva essere a pianta centrale e a croce greca. Le
murature dei vani sottostanti costituiscono le fondamenta da cui si può
evincere la forma della Chiesa. Dalle strutture sotterranee si deduce
un'impostazione planimetrica più complessa, su base esagonale con quattro
altari laterali più quello principale.
Prima che la fabbrica volga al termine le monache si sistemano
provvisoriamente presso altre congreghe, solo nel 1747 avrebbero preso
possesso del nuovo Monastero con la fabbrica non ancora ultimata e senza
la realizzazione della Chiesa. Anche ad opera non completa ciò che emerge
è l'imponenza della facciata: agli occhi dei materani appare subito
enorme tanto da essere, ancora oggi, termine di paragone per tutte le cose
che appaiono fuori scala. Circa cento anni dopo le monache decideranno
finalmente di realizzare la Chiesa per dare lustro e completezza al
complesso monastico. Nel 1844 l'ingegnere
Gaetano di Giorgio realizza la chiesa dell'Annunziata nel cortile centrale
del complesso monastico. Nel 1861 si
ha la soppressione del monastero e il passaggio dei beni al demanio
comunale.
Il complesso, ormai orfano, diviene in parte sede
del Tribunale e degli uffici giudiziari e in parte sede della scuola
media. Nei primi anni del '900 viene costruito il cornicione, sul quale
viene posizionato l'orologio che completa la facciata principale. Negli
anni Settanta si propone di ubicare nel monastero la nuova sede della
Biblioteca Provinciale ritornando ad una monofunzione, quella culturale,
sulla base di diversi parametri, quello storico (per comprendere
l'idea originaria così come si era sviluppata nel tempo), quello statico (per
capire quali potessero essere gli interventi strutturali), quello funzionale (per
verificare la compatibilità con la nuova funzione) e quello estetico,
la parte più impegnativa del progetto. Per il palazzo dell'Annunziata si
è cercato di realizzare una "sintesi" tra passato e futuro per
mettere in pratica l'opera di recupero dell'antico fabbricato.
Dopo il terremoto
del 1980, gli uffici giudiziari e la scuola media vengono trasferiti
in altri edifici, vista la situazione di pericolo dell'ex convento. Ormai
in degrado totale, nel 1993 viene restaurato e il 14 maggio 1998 viene
inaugurata, alla presenza del presidente
del Consiglio dei ministri, Romano
Prodi, la biblioteca
provinciale, sita al suo interno. Fondata nel 1933,
con sede in via Don Minzoni, in seguito in via San Rocco, nel palazzo
Malvinni-Malvezzi in piazza Duomo ed al convento dei Cappuccini,
la Biblioteca
Provinciale "Tommaso
Stigliani", trova quindi la sua sede definitiva. Al suo interno,
oltre all'importante e vasta raccolta di libri e manoscritti, si trovava
un'importante raccolta numismatica.
La vecchia chiesa è stata adibita a cinema
comunale intitolato a Gerardo
Guerrieri, mentre alcuni spazi a piano terra hanno ospitato la
mediateca provinciale.
Palazzo del Sedile
Il palazzo del Sedile, collocato nell'omonima
piazza, rappresenta il fulcro della vita culturale e amministrativa
della città di Matera.
A Matera, in quanto città del Regno
di Napoli, il Parlamento comunale rappresentava la maggiore
istituzione politica e aveva sede nel cosiddetto Sedile. Il Sedile era
anche detto "Portico" o "Tocco" e ospitava le riunioni
delle Curie e delle Fratrie. Il primo Sedile era sito sul sagrato del Duomo,
dove si tenevano le assemblee, mentre la Cancelleria era collocata nella
casa di Tuccio de Scalzonis e dei Signori Moro.
Tuttavia tale divisione divenne insostenibile e
così, mentre si procedeva alla costruzione "dell'abitual
residenza" (il Municipio),
il Sedile occupò l'antica chiesa subdivale di Sant'Eustachio.
Gli argomenti trattati nel Sedile erano molto vari: si passava dal fissare
il prezzo del pane, dei formaggi e dei legumi, dall'approvvigionamento
dell'acqua al risarcimento della condotta di acqua della Fontana, alla
disciplina per la vendita del ghiaccio. Molti provvedimenti erano presi
per ovviare alla miseria molto diffusa nella popolazione. Un argomento di
grande importanza fu discusso in Sedile nel 1584 per
la costruzione di un ponte sulla Gravina di Picciano, mentre il 25
dicembre 1599 il
Sindaco propose l'ampliamento della Cancelleria e la sistemazione
dell'Archivio. Nel 1575 il Palazzo del Sedile fu poi collocato ai piedi
delle mura del castrum, tra la porta di Juso e l'altura di San
Francesco, in Piazza Maggiore (l'attuale Piazza del Sedile).
Nel 1779 fu ammodernata la facciata del Palazzo in stile
rinascimentale. Resa imponente da due torri campanarie, fu arricchita
da diverse statue; a sinistra Sant'Eustachio e a destra Sant'Irene (ai
cui piedi è riconoscibile la rappresentazione dei Sassi
di Matera). Malgrado quest'ultima sia stata talvolta identificata come
la statua della Madonna
della Bruna,
tuttavia Pietro Antonio Ridola, nella Descrizione storico-statistica
della città di Matera del 1857, afferma che la statua della Madonna
della Bruna era posta originariamente al centro tra san'Eustachio e
sant'Irene e fu rovinata da una tempesta.
Quattro altre statue, rappresentanti le quattro virtù
cardinali, furono sistemate in nicchie valvate: in basso a destra, una
donna con ai piedi un serpente simboleggia la prudenza, in alto a destra
una donna che spezza una colonna simboleggia la fortezza; in basso a
sinistra una donna che versa dell'acqua in una coppa di vino simboleggia
la temperanza; in alto a sinistra una donna con in mano una bilancia e una
spada simboleggia la giustizia. È evidente che queste statue non abbiano
una funzione decorativa, bensì rendono il Sedile un "palazzo
parlante": comunicano infatti a chi è all'esterno quali siano gli
ideali propri di un buon amministratore.

Il grande arco d'ingresso è tipicamente
rinascimentale ed è fiancheggiato da due torri caratterizzate dalla
presenza di un orologio e una meridiana.
Nell'androne sulla destra è possibile ammirare un affresco raffigurante Carlo
III a cavallo e sulla volta dei dipinti celebrativi delle
bellezze del Regno di Napoli. Nel 1840 fu
decisa la costruzione della Sala Consiliare, struttura interna in aggiunta
al Sedile esterno. Davanti all'androne d'ingresso, era presente il Sedile,
monumento politico-amministrativo della città, che verso il 1930 fu
inspiegabilmente abbattuto.
Nel 1965 venne istituita una sezione distaccata
del Conservatorio "Niccolò
Piccinni" di Bari,
intitolata al musicista materano Egidio
Romualdo Duni, che ha ottenuto l'autonomia nel 1970. Nei primi anni di
funzionamento per poter svolgere saggi, concerti e dibattiti, è stato
utilizzato il teatrino di casa
Malvezzi, poi sostituito da un grande Auditorium intitolato a Raffaele
Gervasio, con una capienza di circa 400 posti a sedere, promosso dal
Comune di Matera e dalla Regione
Basilicata. La scelta del Palazzo del Sedile come prima sede del Conservatorio
di musica di Matera è da ritenersi di grande importanza perché
la presenza di un'attiva istituzione ha reso possibile arginare lo
svuotamento del centro storico.
Palazzo Bernardini
Palazzo Bernardini, storicamente noto anche come Palazzo
Ferraù o Giudicepietro, domina il Sasso
Caveoso di Matera.
Originariamente
appartenente alla famiglia Ulmo, diviene proprietà della famiglia Ferraù
(o Firrao), portato in dote a Giambattista Ferraù dalla moglie Beatrice
Ulmo. La prima residenza della famiglia era situata in via Conservatorio,
nella casa che ospitò il conte Giancarlo
Tramontano.
Non si hanno dati certi circa alle generazioni
susseguitesi nel tempo: a Giuseppe seguì Giambattista. A quest'ultimo si
deve l'inversione dell'ingresso del palazzo dal recinto di San Nicola
all'Arco piazza, una volta terminati i lavori della sede comunale nel
1759.
A Giambattista seguì il figlio Giuseppe che sposò una patrizia
napoletana (donna Marianna Caracciolo de’ marchesi di Pannarano) e per
accoglierla al meglio decise di ammodernare l'appartamento con «stoffe
bianche e gialle con bellissimi ornati di stucco bianco e oro e con
stupende sovrapporte di soggetti mitologici a chiaroscuro su fondo nero». Ulteriori
modifiche interessarono il palazzo in occasione dell'arrivo a Matera, il
30 maggio 1806, del re di Napoli Giuseppe
Bonaparte: l'ingresso venne spostato in piazza Sedile e nel palazzo
venne organizzata una grande festa da ballo cui parteciparono i funzionari
della Regia
Udienza assieme alle famiglie più nobili di Matera.
La famiglia Firraù dal 1822 iniziò ad elargire
il proprio patrimonio in favore di varie famiglie tra cui due case a
Castelvecchio acquistate da don Filippo Giudicepietro nel 1859. Andrea
Giudicepietro, padre di Filippo, negoziante di stoffe, cedette al figlio
il negozio e l'abitazione. Filippo sposò nel 1808 Lucrezia Morcinelli,
che aveva come dote alcune case e 3000 ducati in contanti. La disponibilità
economica di Filippo gli permise di acquistare il palazzo Firraù, che
alla sua morte passò al nipote Andrea.
Nel 1974 la famiglia Giudicepietro decide di
vendere l'appartamento di piazza Sedile, che viene acquistato da Aldo
Bernardini e da questi sottoposto a lavori di restauro.
Allo stato attuale tutti gli elementi presenti
all'interno del salone hanno mantenuto la loro versione originale.
Nella
stanza coperta da una volta a botte si possono ammirare i dipinti su tela
che sovrastano console dai ripiani in marmo e laccate in bianco con ornati
in color oro. Anche le poltroncine e i divani conservano ancora
l'originale stoffa di rivestimento, in damasco giallo. Soltanto il
pavimento è stato modificato. La stanza principale, il salone, acquista
leggerezza grazie agli alti specchi e al grande lampadario a candele in
cristallo di Murano.
Il
fregio a monocromo nei toni pastello è interrotto da bassorilievi con
figurine in bianco a fondo blu che riportano allo stile delle porcellane
di Wedgwood.
Queste si riferiscono all'arte figurativa romana in linea con il gusto
archeologico sorto in seguito ai ritrovamenti di Ercolano e Pompei.
Le varie figure stilizzate si aggirano nei pressi di un cippo lapideo: una
trascina un coniglio, le altre guidano un cavallo e un toro. La volta si
presenta scandita da riquadrature geometriche dipinte a mo' di cornici in
stucco dagli ornati delicati, nei toni del verde, rosa e giallo pastello.
Molto importanti sono i quadri. Nell'inventario
dei beni di famiglia si elencano "4 tremò con cornice di legno in
dorato e pitture al di sopra rappresentanti le Favole de' Falsi dei con
cornocopii di ottone dorati a due lumi valutati centosessanta ducati".
Nel titolo riportato dal notaio si impiega il titolo "favola"
con il quale già dal XVI secolo si voleva indicare il mito nelle diverse
manifestazioni artistiche; i "falsi dei" sono naturalmente gli
dei pagani. Alla base di questa grande riproduzione, forse, vi era un
accordo con la commissione.
I quadri e le tele presenti nel palazzo svariano
nelle varie figure mitologiche: da "Diana a caccia" fino al
" Rapimento di Elena".
Museo
Archeologico
“Ridola”
Palazzo
Ridola si
trova all'inizio di Via Duomo, sul lato sinistro, di fronte alla torre
divenuta palazzo Vizziello. La prima abitazione palazziata aveva
l'ingresso da via Tre Corone.
La
struttura aveva due livelli: l'abitazione della famiglia Ridola,
affermatasi a partire dalla seconda metà del Settecento, e una terrazza
decorata da statue demolita nel 1860 nell'ambito dei lavori di ampliamento
del palazzo, realizzati con grande maestria, in seguito ai quali
l'ingresso fu spostato in via Duomo.
Subito
dopo l'ingresso sono riconoscibili a sinistra due ambienti: la cappella
privata con l'altare e una sala contenente oltre mille libri di
letteratura, storia e argomenti vari. Sulla destra dell'ingresso si trova
l'ambulatorio composto da varie stanze (la sala d'attesa, la sala per le
visite e la biblioteca). L'ultima stanza venne utilizzata come deposito di
raccolta di cimeli archeologici il cui numero, che andava ad aumentare,
impose di trasferire il Museo prima in un'aula del Liceo
ginnasio statale Emanuele Duni e poi nei locali dell'ex monastero
di Santa Chiara messo a disposizione dal Comune. Al centro dell'ingresso
al primo piano si sviluppa l’appoggio padronale composto di numerosi
vani posti a destra e sinistra della sala di intrattenimento della
famiglia.

Istituito
nel
1911
per
volontà
del
senatore
Domenico
Ridola,
che
donò
allo
Stato
le
sue
importanti
collezioni
archeologiche,
conserva
preziose
testimonianze
rinvenute
nel
comprensorio
di
Matera.
Quella
del
Ridola
è
una
figura
centrale
nella
storia
moderna
di
Matera:
medico,
sindaco,
consigliere
comunale,
poi
deputato
e
infine
senatore,
egli
fu
anche
un
appassionato
archeologo
che
organizzò
numerose
campagne
di
scavo
in
tutto
il
territorio
materano
e
delle
Murge.
Tutte
queste
iniziative
gli
consentirono,
già
a
partire
dal
1872,
di
fare
scoperte
di
grande
rilevanza,
tra
le
quali
un’importante
necropoli
e
una
ricchissima
stipe
votiva
a
Timmari,
nei
pressi
della
città,
oltre
al
sito
neolitico
di
Serra
d’Alto,
celebre
soprattutto
per
le
sue
ceramiche.
Negli
spazi
espositivi
del
Museo,
i
reperti
seguono
un
ordine
cronologico
e
topografico.
Nella
sezione
preistorica
i
rinvenimenti
più
significativi
riguardano
i
villaggi
trincerati
di
età
neolitica,
che
testimoniano,
a
partire
dal
VI
millennio
a.C.,
l’introduzione
dell’agricoltura
e,
conseguentemente,
il
delinearsi
di
insediamenti
stabili,
sulle
tipologie
diffuse
nell’area
del
Mediterraneo
Orientale.
Per
quanto
riguarda,
invece,
le
fasi
più
recenti
della
preistoria,
e
poi
per
la
fase
di
VI-IV
secolo
a.C.,
la
documentazione
di
maggior
interesse
è
proprio
quella
relativa
al
sito
di
Timmari.
Da
questo
centro
provengono,
tra
l’altro,
alcuni
corredi
funerari
del
IV
secolo
a.C.
caratterizzati
da
armature
in
bronzo
e
da
monumentali
vasi
a
figure
rosse,
oltre
a
numerose
statuette
votive,
di
pregevole
fattura,
rinvenute
in
un’area
sacra.
Del
palazzo
divenne
proprietaria
Giuseppina
Ridola
che
il
21
Giugno
1990
vendette
il
palazzo
al
Comune
di
Matera.
Palazzo Gattini

Palazzo Gattini è un palazzo signorile di Matera,
in cui risiedeva una delle famiglie emergenti della nobiltà materana: i
conti Gattini. Il palazzo si trova in Piazza Duomo.
Il palazzo più antico sorgeva nel rione della
Porta di San Nicola del Sole, area occidentale della Civita, promontorio
cinto da mura che rappresentava il primo nucleo urbano con dodici palazzi
nobiliari delle famiglie più potenti. Nonostante i gravi danni subiti nel Medioevo dalla
città per distruzioni e incendi, esso è ancora in piedi.
È costruito con il tufo,
roccia molto presente in questa zona. Presenta diverse finestre piuttosto
alte, prive di persiane, la maggior parte senza alcuna decorazione, ad
eccezione di due, l'una che termina con un arco
acuto, l'altra che possiede stipiti decorati e arricchita sotto il
davanzale da un motivo a modiglioni. Sopra la finestra decorata è
possibile vedere lo stemma della famiglia non più leggibile che
presentava un gatto poggiato sopra tre monti con una vipera in bocca.
Nel Settecento fu presa l'iniziativa di dare una
sistemazione alla Piazza del Duomo mediante la costruzione di un avancorpo
che a fine Settecento fu ulteriormente ampliato, diventando così
l'odierno Palazzo Gattini. Esso è organizzato in due piani, il primo con
ingresso da Piazza Duomo destinato alla famiglia Gattini, il secondo con
ingresso in via Muro.
Dopo l'ingresso si trova un atrio in fondo al
quale c'è un lamione che veniva utilizzato per le carrozze. Dopo una
breve rampa si trova l'appartamento nobiliare con una sala da pranzo, una
cucina, un salotto, l'armeria, ampie finestre con lunghe balconate, una
ricca biblioteca con una raccolta di documenti, una collezione di monete
antiche e un migliaio di manoscritti. Il salotto che fungeva da galleria
era arricchito con vasi italo-greci e moltissimi quadri, tra cui piccoli
cartoni, tavole, opere in rame e tele. I dipinti furono trasferiti a Roma,
ma ben presto furono trafugati.
La famiglia Gattini, dopo l'eccidio
Gattini del 1860 si trasferì a Roma e il palazzo e tutti i
latifondi da loro posseduti sono stati venduti al Consorzio "Sassi
di Matera" nel 1989 con l'atto pubblico n.228. Il palazzo è
stato acquistato per farne una struttura alberghiera di lusso, restaurato
dall'architetto Ettore Mocchetti, il quale per mezzo di un'opera di
ristrutturazione ha conservato lo splendore del palazzo secolare.
Palazzo Malvinni Malvezzi

Palazzo Malvinni Malvezzi è un palazzo
ducale che sorge tra gli antichi Sassi
di Matera, nell'odierna Piazza Duomo. Prende il nome dalla famiglia
Malvinni, Melvindi, Malvindi o Malvezzi, che lo abitò dal '400 fino agli anni
sessanta del secolo scorso. Il complesso si sviluppa su tre
livelli, frutto di vari ampliamenti nel corso dei secoli. Attualmente è
di proprietà dell'Amministrazione
provinciale di Matera.
Secondo un documento, un ramo del casato Malvezzi si
trasferì a Matera quando Erennio di Giovanni Malevindi chiese, insieme ad
altri professionisti e forestieri, a Giovanni
Antonio Ursino, Principe
di Taranto e Conte
di Matera e Lecce,
un suolo nelle vicinanze di contrada di Castelvecchio per edificare
un'abitazione. Ottenuto il suolo in Castelvecchio, i Malvezzi realizzarono
il primo dei tre corpi che nel tempo formarono il grande Palazzo Ducale di
Santa Candida.
A Matera, già nel XV
secolo, i Malvinni si legarono alla terra e, militari nelle file degli
eserciti dei regnanti, entrarono nell'ordine del Priorato
gerosolimitano e acquistarono in seguito il titolo di duchi di
Santa Candida che accompagnava il secondo cognome, Malvezzi, di nobile
ascendenza bolognese.
Dal 1470 al 1657,
molti furono i discendenti del ramo Malvinni Malvezzi che occuparono alte
cariche e s'imparentarono con altre nobili famiglie di Matera. Aumentate
le esigenze, la famiglia acquistò la vicina costruzione, con ingresso
dalla salita di Castelvecchio.
Con l'elevazione di Matera a capoluogo della regione
lucana, avvenuta nel 1663,
si determinò la necessità di adeguare alcune strutture cittadine alle
esigenze richieste dal nuovo importante ruolo amministrativo. Si
costruirono nuovi alloggi, si ampliarono vecchi palazzi e se ne migliorò
la situazione di altri. In alcuni casi fu deciso di invertire gli ingressi
degli edifici, aperti verso Piazza Duomo.
Fra la fine del Settecento e
i primi anni dell'Ottocento,
il Palazzo Malvinni Malvezzi fu ampliato con un avancorpo dalla
struttura più fastosa ed elegante e ne fu curata la struttura e linea
architettonica. La parte nuova è ad oggi individuabile all'inizio della
salita di Castelvecchio, dove si può notare l'attacco della parte più
antica.
La facciata principale si presenta in stile
barocco.
Tre finestre e tre balconi sono adornati tramite
le cimase e da cornici e lungo tutto il primo piano corre la balconata
sorretta da 18 gattoni (9 a destra e 9 a sinistra). Al centro vi è il
grande portone d’ingresso, mentre ai lati due portoncini più piccoli
che conducono a due ambienti distinti.
Superato il portone centrale vi è
un grande atrio e tramite una rampa a ventaglio si entra nelle stanze
interne. Attraverso l'ingresso si ha l’accesso al piano
nobile, in cui una scala d’oro in marmo e la galleria affrescata
conducono alla concatenazione delle tre sale di rappresentanza.
Il primo livello consiste in una serie di stanze
comunicanti. Al loro interno sono ubicate quattordici tele di sovrapporta,
raffiguranti soggetti mitologici (ispirati principalmente alle favole
delle Metamorfosi ovidiane
e all’Eneide di Virgilio)
e incorniciate in strutture lignee laccate di bianco e ornate di rilievi
dorati, del tutto simili a quelle di Palazzo
Bernardini. La prima sala è di distribuzione e conduce nelle sale più
importanti: le sale degli specchi, chiamate così per la presenza degli
enormi specchi che avevano la funzione di rifrangere la luce proveniente
dalle candele o la luce naturale proveniente dal balcone che si affaccia
su Piazza Duomo.
Cappella
- La facciata principale si presenta in stile
neoclassico, con il timpano e le due colonne sormontate da due
capitelli in stile dorico. Sul fregio, tra i triglifi, sono presenti le
croci di Malta, e il fleur-de-lis,
simboli presenti sullo stemma dei duchi di Santa Candida.
Sull’architrave era presente una scritta in latino, purtroppo scomparsa
durante i lavori di restauro della cappella, che recitava: "Quisquis
beneficia petiturus ingreditur cuncta se impetrasse laetetur", ovvero
"Chiunque entra per chiedere aiuti esca lieto per essere stato
esaudito".
La cappella
gentilizia che faceva parte del Palazzo Ducale fu consacrata nel 1893 dal
Duca Malvinni Malvezzi. La cappella ha un'unica navata e la volta
a botte. Gli elementi caratteristici sono l’oculo centrale,
da cui entra la luce, e il matroneo che
ospitava le donne e, soprattutto, gli ospiti più importanti e al quale si
accedeva dalla terrazza mediante un percorso interno al palazzo. La
cappella è in stile neoclassico, come dimostrano le colonnine sormontate
dai capitelli corinzi. Inoltre sono presenti figure geometriche ed effetti
di trompe-l'œil su
tutta la volta.
Palazzo
Bronzini

Palazzo Bronzini, situato all'angolo tra Piazza
Sedile e Via Duomo, è stato costruito un paio di secoli fa dopo la
demolizione della chiesa dedicata a Santa Sofia, che era sede di due
fratellanze laiche: quella dei beccamorti e quella di San Crispino.
Nel XVIII secolo la Chiesa versava in uno stato di
degrado, di conseguenza il luogo di culto fu messo nel pubblico commercio
come stabile urbano. Successivamente i resti della chiesa furono
acquistati dalla famiglia Pino. Don Saverio Pino migliorò lo stato della
chiesa e creò ambienti nella Piazza grande. La stessa casata ampliò
l'immobile avente l'ingresso da Via Duomo. Dopo cinque generazioni
l'abitazione, nonostante la creazione di nuovi ambienti, divenne
insufficiente in termini di capienza. Pochi anni dopo la casa fu ereditata
dalla pronipote di Francesco Saverio Pino, Camilla Andricelli, che sposò
Domenico Bronzini, al quale si deve un importante contributo per
l'ampliamento e il miglioramento del palazzo. Il Comune di Matera acquistò
il palazzo per utilizzarlo come parte del conservatorio
di musica, istituito nel 1965 come sezione staccata del conservatorio
"N. Piccinni" di Bari,
poi divenuto autonomo nel 1969.
Il Palazzo Bronzini consta di tre livelli: al
piano terra si trovavano le cantine, il bucataio e alcune botteghe di cui
una utilizzata come ufficio postale, al primo piano si trovava
l'appartamento padronale, al terzo piano le soffitte. L'iniziativa e
l'intervento del Comune, il programma e le realizzazioni di alcuni
architetti hanno permesso a Matera di creare una struttura con fini
culturali che ha consentito lo svolgimento delle attività del
Conservatorio.
Palazzo Venusio
Palazzo Venusio è uno dei tanti palazzi
nobiliari di Matera,
edificato in via S. Potito.
La casata Venusio ha origini molto antiche ed era
annoverata fra le famiglie più nobili della città, potendo godere di
tutti i privilegi riservati alla nobiltà. La famiglia, originaria di Amalfi,
si sarebbe trasferita a Matera intorno al 1455.
I Venusio entrarono in possesso del titolo di marchese nel 1752,
subito dopo aver acquisito il feudo di Turi in
Terra di Bari,
appartenente in precedenza alla famiglia Moles.
Il palazzo è situato nella Civita, alle spalle
del Duomo con
la facciata principale, lunga 40 metri, su via S. Potito. Occupa una
superficie di 1600 m² con al centro una corte e due cortili esterni più
piccoli, mentre nel lato sudorientale si trova inglobata la chiesa della
Beatissima Vergine dei sette Dolori, cappella della famiglia Venusio.
La sistemazione dei locali di questo edificio
rispecchiava quella tipica dei palazzi nobiliari del luogo: i piani
sottostanti adibiti a depositi e cantine; il piano terra, delle volte a
botte, abitato dalla servitù e provvisto di magazzini e stalle; il piano
superiore, archivoltato mediante sistema di padiglione a volte composte,
era utilizzato come residenza della famiglia.
Il Palazzo ha subìto nel tempo modifiche ed
ampliamenti. Nel 1500 i Venusio acquistarono dalla famiglia Orsini un'abitazione
con orto; ciò costituirà il precedente per l'acquisto di altri terreni
limitrofi e, successivamente, per l'edificazione e il completamento del
Palazzo.
Per prima fu costruita l'ala Est nel 1722,
e ciò si rileva dalla controversia sorta fra i Venusio e i Guida, loro
vicini. Durante la costruzione dell'ala est, i Venusio fecero riedificare
e modernare l'antica chiesa sotto il titolo di Maria SS. dei Sette Dolori,
unita al Palazzo. Dunque nel 1732 il palazzo, terminato nell'ala Est, a
cui si era aggiunto l'inglobamento della chiesetta e la costruzione del
vestibolo già nel 1725, era ancora in via di compimento.
Contemporaneamente alla facciata è stato
costruito l'androne con a destra lo scalone di accesso ai piani superiori
e poi ancora la parte sud-ovest del Palazzo; ciò si deduce sia dalle
notizie storiche che dai rilievi eseguiti e dalla lettura delle strutture
murarie. Differenze sono state notate dalle volte, dall'altezza e dalla
distribuzione dei vani.
Da un atto notoriale del 1738 si apprende
l'avvenuta formazione di un atrio antistante
il portone d'ingresso; questo fu creato mediante l'abbattimento di alcune
case di proprietà degli stessi Venusio, per un più facile accesso dei
carri e delle carrozze di
famiglie. Da questo il palazzo assume l'aspetto di un edificio a corte;
non si trovano notizie però riguardanti l'avvenuta costruzione del lato
Nord che darà al palazzo l'aspetto di edificio a corte chiusa. Si suppone
che il lato a Nord sia stato costruito per ultimo, all'incirca durante la
seconda metà del '700. Sulla facciata settentrionale, come su quella di
via S. Potito, ritroviamo la linea di congiunzione dei tufi che testimonia
l'accorpamento di quest'ultima parte della struttura del lato Nord-Est.
Che il lato Nord sia posteriore anche a quello
Sud-Ovest, lo si deduce dalla evidente differenza di stile delle strutture
architettoniche. Le volte, per esempio, qui sono complesse e scaricano sui
pilastri anziché sui muri come nelle volte a padiglione nel resto del
palazzo.
Nel 1960 il
nuovo proprietario modificò il vecchio impianto tramite la demolizione
delle volte del piano nobile che guardano su via S. Potito distruggendo
per sempre gli affreschi esistenti e delle pregevole balaustra dello
scalone sopraelevando un piano con attico. Questi lavori intrapresi non
sono mai stati portati a termine per cui il fabbricato per anni è rimasto
disabitato e in stato di degrado.
Attualmente il Palazzo è adibito a struttura
alberghiera.
Palazzo
del
Casale
Questo
palazzo,
che
prende
il nome
dal
rione in
cui è
collocato,
sarebbe
stato
costruito
nel XVI
secolo,
ed era
una
volta il
punto di
snodo
tra la
Civita e
il Sasso
Barisano.
Costruito
all’estremità
del
“graviglione”,
una
sorta di
fogna a
cielo
aperto
che
attraversava
il
Sasso,
l’edificio
presenta
un
prospetto
su più
piani,
con
terrazzi
sorretti
da archi
in
pietra.
Una
parte
degli
ambienti
è stata
destinata
all’accoglienza
turistica,
altri
sono
stati
attrezzati
temporaneamente
per
ospitare
i
volontari
di
Matera
2019.
La
struttura
è stata
individuata
anche
come
sede
dell’Open
Design
School e
riunirà
designer,
artisti,
artigiani,
sviluppatori
web,
diplomati,
studenti,
professionisti
e
accademici.
Pag.
4
Pag.
6
|