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Palazzo
Pomarici e Casa Noha
La
costruzione
di
Palazzo
Pomarici
risale
presumibilmente
a
XVI
sec.
Esteso
su
tre
livelli
e
su
una
superficie
di
tremila
metri
quadri,
il
Palazzo,
come
altri
edifici
dell’epoca,
presenta
quegli
aspetti
architettonici
tipici
della
cosiddetta
casa
palazzata:
il
portone
d’ingresso
con
arco
con
volute,
la
corte
con
la
signorile
scala
d’accesso
al
piano
nobile
e
i
vari
appartamenti,
che
dovevano
essere
molti
e
ben
disposti.
Dalla
corte
principale
si
accede
a
sette
ampie
grotte
modellate
nella
roccia
e
alle
cosiddette
“Sale
della
Caccia”,
ambienti
decorati
con
pitture
murali
tra
cui
sono
leggibili
ritratti,
scene
bucoliche
e
venatorie.
Il
Musma
illustra
la
storia
della
scultura
italiana
e
intemazionale
dalla
fine
del
1800
a
oggi
con
un
ricco
corpus
di
opere,
circa
400
tra
sculture,
ceramiche,
medaglie,
gioielli,
disegni,
opere
grafiche,
libri
d’artista.
Il
museo
è
inoltre
arricchito
da
una
raccolta
di
monografie,
cataloghi
d’arte,
testi
letterari
e
di
saggistica,
fotografie
originali,
documenti
destinati
alla
Biblioteca
dall’editore
Vanni
Scheiwiller,
anch’egli
innamorato
di
Matera.
Uscendo
dal
Musma,
percorrendo
un
tratto
di
Via
San
Giacomo,
si
giunge
nel
cuore
del
Rione
Pianelle
con
le
sue
caratteristiche
costruzioni,
le
più
antiche
delle
quali
risalirebbero
al
1300,
alle
origini
cioè
dell’espansione
del
casale
che
avrebbe
dato
vita
al
Sasso
Caveoso,
oltre
le
antiche
mura
della
Civita.
Percorrendo
ancora
un
tratto
di
Via
San
Giacomo
fino
a
incrociare,
sulla
sinistra,
Via
San
Potito,
che
risaliamo
in
direzione
Duomo,
si
giunge
a
Casa
Noha
un
palazzo
patrizio
trasformato
in
progetto
turistico
culturale
che
si
propone
al
visitatore
come
descrizione
virtuale
della
città,
ripercorrendone
la
storia
grazie
a
un
innovativo
progetto
di
comunicazione.
Con
la
sua
struttura
in
tufo,
i
soffitti
a
volta,
i
delicati
intagli
e
le
cornici,
l’edificio
rappresenta
un
esempio
di
architettura
privata
dei
Sassi.
Una
scala
esterna
conduce
dall’ariosa
corte
ai
cinque
ambienti
interni,
proprietà,
un
tempo,
della
nobile
famiglia
Noha.
Il
Palazzo
è
stato
edificato
tra
il
XVI
ed
il
XVII
secolo,
in
Contrada
del
Cavone,
precisamente
su
un
canale
d’erosione
proveniente
da
Via
San
Potito
sul
quale
non
si
era
mai
edificato
prima
per
via
della
particolare
morfologia
del
suolo,
per
l’elevata
pendenza
e
un
sottosuolo
ricco
di
antichi
bacini
e
cisterne.
La
Casa
è
stata
donata
al
FAI
dagli
eredi,
nel
2004.
La
Fondazione
ha
realizzato
un
accurato
restauro
conservativo
e
ha
progettato
un
“inedito
e
avvincente
viaggio
multimediale
che
narra
il
territorio
da
diverse
prospettive:
dall’architettura
alla
storia
dell’arte,
dall’archeologia
alla
storia
del
cinema”.
Ne
è
risultato
un
video:
“I
Sassi
invisibili.
Viaggio
straordinario
nella
storia
di
Matera”,
ideato
da
Giovanni
Carrada
e
proiettato
su
pareti,
soffitti
e
pavimenti
delle
stanze,
che
offre
al
visitatore
una
ricostruzione
completa
della
storia
della
città
dalle
origini
ai
nostri
giorni.
Salendo
per
un
altro
tratto,
in
direzione
di
Piazza
Duomo,
si
raggiunge
il
Museo
della
Fotografia
Pino
Settanni,
un
grande
fotografo,
nato
a
Grottaglie,
in
provincia
di
Taranto,
scomparso
nel
2010.
Matera
dedica
alle
sue
opere
un
Museo
della
fotografia
contemporanea
a
cura
di
Giovanni
Viceconte
e
della
moglie
di
Pino,
Monique.
Settanni
aveva
più
volte
apprezzato
la
città
dei
Sassi
per
la
sua
quasi
cristallizzata
staticità,
e
aveva
manifestato
l’intenzione
di
tornarci
in
futuro.
A
iniziarlo
alla
fotografia
erano
stati
i
volti
e
i
paesaggi
del
Sud.
Il
Museo
è
ospitato
a
Palazzo
Viceconte,
un
altro
palazzo
patrizio
risalente
all’epoca
d’oro
della
città.

Palombaro
lungo
Anche
in questo caso ci troviamo di fronte a una straordinaria scoperta tutto
sommato molto recente. Fu, infatti, tra il 1989 e il 1990 che, durante i
lavori di sistemazione di Piazza Vittorio Veneto, fu rinvenuto
dall’architetto Antonio Acito, che si era calato lì dov’era
l’imbocco di un pozzo, del quale si aveva notizia e che tutti credevano
asciutto. Agli occhi dell’incredulo indagatore si rivelò, invece,
un’immensa cisterna nella quale era un lago di acqua pulitissima, che fu
perlustrato con l’impiego di canottini gonfiabili. La cisterna, della
cui entità si era persa memoria, era stata abbandonata nei primi anni del
XX secolo, a seguito della costruzione dell’Acquedotto pugliese.
   Il
nome, che in dialetto suonava “Palummère”, viene fatto derivare, da
alcuni, dal latino “plumbarius”, che descriveva un luogo realizzato
per la raccolta delle acque, secondo altri deriva da “palmento”, cavità
impermeabile scavata nella roccia. È definito “lungo” per le enormi
dimensioni strutturali, che lo rendono uno dei più grandi al mondo. Il
Palombaro lungo ricorda, fatte le dovute proporzioni, lo Yerabatan,
l’enorme cisterna di Istanbul, nei pressi della chiesa di Santa Sofia.
Al
momento della chiusura, la cisterna era stata da poco risistemata: era
stata progettata nel 1882 dall’ingegner Rossi, che aveva collegato due
livelli sovrapposti di grotte presenti sotto la piazza e inglobando al suo
interno anche altre cisterne preesistenti. La sua altezza è di 15 metri,
ed è in grado di contenere cinque milioni di litri d’acqua. Le acque
provenivano dalla collina del Lapillo, dove sorge il Castello, poi,
assorbite dalle pareti rocciose e opportunamente incanalate, sgorgavano
all’interno della cisterna.
Scavato
interamente a mano e ingrandito nel corso dei secoli, il Palombaro era
stato impermeabilizzato rivestendo le pareti con un particolare intonaco,
il cocciopesto. L’acqua della cisterna veniva prelevata dai materani
calando dei secchi attraverso dei “fori”, che fungevano da vera,
presenti sul piano di calpestio della piazza. Moltissimi,
al momento della sua reindividuazione, i secchi ritrovati. Per il
riutilizzo del grande spazio si è pensato, al momento è solo un’idea,
ad un Museo della musica.
Nel
corso degli stessi scavi è riemersa una torre aragonese, databile
più o meno allo stesso periodo (XV secolo) della costruzione del Castello
Tramontano, il maniero che sovrasta la città dal lato Ovest. La presenza
della torre confermerebbe l’ipotesi, avanzata dagli storici,
dell’esistenza di una cinta muraria che, dal versante del Sasso Barisano
fino alla sommità di Piazza Vittorio Veneto, cingendo la Civita, si
congiungeva con il Castello che il Tramontano mai completò a seguito
della sua violenta morte.

Matera Sum
Prima
dell'immissione nella grande piazza, soffermandoci sul lato sinistro del
Palazzo del Governo si entra nel “Recinto XX Settembre” dove ci si
trova all’imbocco di un’altra città, questa volta insospettabile e,
nella sua dimensione, inimmaginabile. Stiamo parlando di Matera Sum,
un luogo riscoperto e ripulito con fondi privati, che si estende sotto il
livello stradale fino a 12 metri di profondità ed è proposto alla
fruizione soltanto dal dicembre del 2016.
Un
luogo misterioso e affascinante che proietta il visitatore in un viaggio
nel tempo alla scoperta di tradizioni lontane, suggestive, emozionanti. Si
tratta di un percorso di circa 1200 metri quadri, composto da cunicoli
alternati a murature, case grotta, vicinati, mulini arcaici e luoghi di
culto rimaneggiati nei secoli, che testimoniano la continuità insediativa
nella città.
Il
complesso ipogeo, venuto alla luce quasi per caso, ma il cui disvelamento
ha comportato un lungo e faticoso lavoro di svuotamento
dell’enorme quantità di materiali accumulati dal tempo, era sicuramente
frequentato nella Matera medievale (ma certamente in uso anche nei secoli
precedenti, come gran parte delle cripte e ipogei disseminati nel
territorio) e probabilmente utilizzato, nei secoli successivi, come
deposito da parte delle famiglie nobiliari che avevano accesso alla zona.
Lo
spazio concesso per la costruzione della chiesa e del monastero dei Padri
Predicatori, si trovava nella zona del piano poco fuori le mura, detta dei
“foggiali” per la presenza, come già detto, di cavità, nelle quali
venivano immagazzinate derrate alimentari.

Fontana Ferninandea
Centrale
nella storia e nella toponomastica locale, la Fontana fu eretta nel
1832 e dedicata al re Ferdinando di Borbone per decisione del Comune (o,
come si diceva allora, dell’Università). Il luogo dove oggi sorge è
popolarmente indicato come Piazza Fontana. Essa fu costruita alla sommità
dell’antica condotta idrica, risalente alla metà del quattordicesimo
secolo, condotta che distribuiva l’acqua nei vari serbatoti (o
palombari) che erano stati realizzati nell’area urbana, per comodità
della popolazione.
In
realtà questa fontana, sormontata da un arco commemorativo, ha avuto una
storia piuttosto travagliata, essendo stata prima demolita, poi
ricostruita in un diverso sito e, solo di recente, ricollocata in quello
originario.
Alle
sue spalle sorge l’Istituto superiore di restauro e conservazione,
inaugurato il 4 marzo 2017, intitolato a Michele D’Elia, tra i più
accorti e autorevoli studiosi di storia dell’arte. Sede staccata
dell’Isrc di Roma, l’Istituto, riconosciuto come corso universitario
abilitante, è, oggi, punto di riferimento importante per il restauro
delle opere d’arte provenienti dal Sud e dai paesi del bacino del
Mediterraneo.

Torre
Metellana
e Casa Ortega
La
Torre
Metellana
è quel
che
rimane
dell’antica
struttura
difensiva
che
proteggeva
la
Civita,
l’acrocoro
che
domina i
rioni
Sassi,
il luogo
dove
sarebbe
avvenuta
la prima
forma di
insediamento
urbano,
risalente
al VII
secolo
in epoca
longobarda.
Oggi
la torre
è uno
degli
elementi
identificativi
degli
antichi
rioni,
posizionata
a
nord-ovest
della
Piazza
del
Duomo, a
marcare
il
confine
fra la
Civita e
il Sasso
Barisano.
Si
tratta
di una
torre
circolare
in conci
di tufo
calcareo,
dalla
tessitura
incerta,
il cui
interno
è
ricolmo
di
terriccio.
Parzialmente
inglobata
nell’antico
Palazzo
Gattini,
era,
probabilmente,
posta a
controllo
dell’adiacente
Porta
di San
Nicola
del Sole
che
faceva
parte
della
cinta
muraria
difensiva
che
proteggeva
la
Civita,
la parte
della
città
che si
trova
sul
pianoro
e che
era da
sempre
un
bastione
difensivo
per
tutti i
cittadini,
oltre
che il
cuore
politico
e
religioso.
Affacciata
com’è
sul
burrone
della
Gravina,
alla
Civita
bastava
una
semplice
cinta
muraria
per
renderla
praticamente
inespugnabile,
come
un’antica
acropoli.
Le
torri
lungo le
mura -
secondo
uno
storico
-
dovevano
essere
sei,
fatte
edificare
tutte
nell’XI
sec., a
spese
della
comunità,
da un
certo
Metello,
valoroso
capitano.
Si
racconta,
che dopo
aver
sconfitto
i
terribili
Saraceni
prese
stabile
dimora
nella
città.
Da qui
il nome
Torre
Metellana.
L’altra
torre
superstite
è la
Torre
Capone,
visibile
però
dal
Sasso
Caveoso:
con la
Porta di
Suso,
l’arco
dal
quale si
accede
alla
Cattedrale,
è
l’unico
altro
elemento
visibile
di
questo
antico
sistema
difensivo.
La
leggenda,
benedetta
leggenda!,
attribuisce
la
costruzione
della
torre
addirittura
al
Console
romano
Quinto
Cecilio
Metello
Numicidio,
dal
quale,
secondo
alcuni,
deriverebbe
il nome
di
Matera.
Al
di sotto
della
torre si
trova
una
delle
tante
chiese
rupestri
dedicate
al
principe
degli
apostoli,
San
Pietro,
che la
tradizione
riferisce
sia
passato
da
queste
parti,
la Cripta
di San
Pietro
in
Principibus.
Alle
spalle
di Porta
Metellana,
sull’imbocco
di Via
San
Nicola
del
Sole,
che si
trova
poi alla
fine del
gradone
che, in
direzione
Sud,
risale
verso il
Duomo,
ci
attende,
ancora
lungo il
perimetro
longobardo
di
fortificazione,
un’altra
straordinaria
sorpresa,
la Casa
di
Ortega,
preziosa
testimonianza
del
legame
con
Matera
del
grande
artista
spagnolo
che ne
volle
acquistare
una
parte.
Il
palazzo,
risalente
al XVII
secolo,
fu
costruito
in una
posizione
dominante
e di
forte
impatto
sulla
città
vecchia.
Rimasto
per
oltre
trent’anni
disabitato
dopo le
leggi di
risanamento
dei
Sassi,
negli
anni 70
l’immobile
venne in
parte
acquistato
da Josè
Ortega
che,
dopo la
sua
morte,
dagli
eredi fu
donato
alla
Fondazione
Zetema
con il
vincolo
di
destinazione
museale.
Ora,
grazie
al
progetto
di
recupero,
è stato
restituito
a una
qualificata
funzione
culturale
e
salvato
dal
degrado
e
dall’abbandono.
“Il
progetto
della
Casa di
Ortega,
realizzato
dalla
Fondazione
Zetema
di
Matera,
è stato
ideato
con il
duplice
intento
di
documentare
la
presenza
a Matera
del
grande
artista
spagnolo
Josè
Ortega e
di
favorire
la
riscoperta
e la
valorizzazione
della
tradizione
artigiana
locale”.
Le
aree
espositive
ospitano
le opere
realizzate
da
Ortega
negli
anni 70,
durante
il suo
soggiorno
a
Matera,
e da lui
affidate
agli
amici
del
Circolo
La
Scaletta.
Si
tratta
di venti
bassorilievi
policromi
in
cartapesta
che
compongono
le due
serie
narrative
“Passarono
- Morte
e
nascita
degli
innocenti”.
Ortega
eseguì
questi
pannelli
in
collaborazione
con gli
artigiani
e i
cartapestai
locali
per
mettere
in
evidenza
l’importanza
del
legame
tra arte
nobile e
antichi
mestieri.
Questo
mix è
evidente
negli
ambienti
della
Casa,
tutti
suddivisi
secondo
un’ideale
destinazione
d’uso
domestica
(sala da
pranzo,
camera
da
letto,
soggiorno,
cucina),
ambienti
impreziositi
da
arredi e
decorazioni
realizzati
da
artigiani
locali.
I
manufatti
incorniciano
le opere
del
maestro
spagnolo,
creando,
così,
un
dialogo
che si
impone
agli
occhi
del
visitatore
per
l’armonica
naturalezza
con cui
le parti
interagiscono.
Spazio
particolare
è
riservato
ai
lavori
di
Giuseppe
Mitarotonda,
un
artigiano
che fu
stretto
collaboratore
di
Ortega.

Castello
Tramontano
Il
Castello
Tramontano
è una
straordinaria
opera
incompiuta,
che ha
superato
il mezzo
millennio
di
storia
rappresentando,
in
maniera
efficace,
la
megalomania
di un
potere
dispotico,
quello
del
conte
Giovan
Carlo
Tramontano,
feudatario
di
Matera,
che avviò
questa
poderosa
costruzione
allo
scopo di
avere il
pieno
controllo
della
città,
da
un’altura:
una
collinetta
chiamata
Lapillo,
esterna
alle
mura
cittadine,
sovrastante
il
centro
storico
di
Matera.
Il nuovo
re di
Napoli,
Ferdinando
Il
d’Aragona,
alla
fine del
XV
secolo
aveva
promesso
ai
materani,
che si
erano
resi
liberi
pagando
diversi
riscatti,
di non
cedere
più la
città
ad alcun
feudatario
rimanendo
dipendenti
direttamente
dalla
Corona
reale.
Contravvenendo
però
alla
parola
data,
Ferrandino,
altro
nome di
Ferdinando
II,
consegnò
la città
al conte
Tramontano,
un uomo
evidentemente
potente
che
vantava
notevoli
crediti
nei
confronti
dell’Erario
reale.
Uomo
prepotente
e senza
scupoli,
il
Tramontano
si rese
presto
inviso
ai
materani
per via
delle
gravose
tasse
che
impose
tutte
utilizzate
per la
costruzione
del
castello
che
avrebbe
dovuto
essere
molto più
ampio di
come lo
vediamo
ora.
In
stile
aragonese,
il
castello,
con un
grandissimo
maschio
centrale
e due
torri
laterali
più
basse,
l’uno
e le
altre
rotonde,
smerlate
e dotate
di
feritoie,
e
circondato
da un
fossato,
fu
costruito
a
partire
dal
1501.
Lungo la
cinta
muraria
il
progetto
prevedeva
probabilmente
altre
torri di
difesa,
una
delle
quali
sarebbe
quella
rinvenuta
sotto
Piazza
Vittorio
Veneto
poi
incorporata
nel
convento
dell'Annunziata.
Per
la
costruzione
del
castello
furono
spesi
ben
25.000
ducati
frutto
delle
esose
imposte
che
gravavano
sulla
popolazione.
Dissanguati
e
stanchi
dei
continui
soprusi,
un
gruppo
di
materani,
questa
la
versione
più
accreditata,
organizzò
l’assassinio
del
“tiranno”
Tramontano,
anche se
non
manca
chi
sostiene
che a
decidere
la sua
eliminazione
fossero
stati
alcuni
suoi
vassalli.
Sia come
sia, il
29
dicembre
1514,
mentre
usciva
dalla
cattedrale,
il conte
fu
assassinato
in una
strada
laterale
in
seguito denominata
in modo
molto
eloquente
Via del
Riscatto.
Il
castello
restò
perciò
incompiuto.
Intanto,
è
Ferdinando
d’Aragona
del ramo
spagnolo
il nuovo
re di
Napoli:
assetato
di
denaro,
approfitta
del
cruento
avvenimento
per
imporre
alla
città
un’ammenda
di
10.000
ducati,
mentre
prende
tempo
per
rispondere
alla
richiesta
della
cittadini
di poter
demolire
il
maniero
e usarne
il
materiale:
se ne
sarebbe
occupato
il viceré
Raimondo
di
Cardona,
rispose.
La
decisione
non
giunse
mai e il
castello
rimase
per
sempre
lo
straordinario
incompiuto
che si
può
ammirare
ancora
oggi.

In stile aragonese,
il castello ha un maschio centrale
e due torri laterali più basse, l'uno e le altre rotonde, smerlate e
dotate di feritoie. Le due torri, collegate da un ponte, hanno subìto
delle modifiche in quanto il ponte è stato distrutto. Il progetto
prevedeva anche la costruzione di un camminamento tra il Castello
Tramontano e il Castiglione Normanno, che non fu mai realizzato.
Dal 2008 è
interessato, insieme al parco circostante, da lavori di restauro ancora in
corso. Alcuni di questi interventi sono finalizzati al recupero del
fossato con il ripristino delle pareti tufacee. Il progetto è finanziato
anche grazie ai fondi del Gioco
del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge
662/96.
Parco
Scultura
della
Palomba
In
contrada
Palomba
ci si
trova in
un’area
con una
diffusa
presenza
di
grandi
cave di
tufo.
Tra i
luoghi
che è
possibile
visitare:
il Parco
Scultura
della
Palomba,
che
affianca
il
Santuario,
costituito
da una
grande
cava e
da una
serie di
ambienti
caratteristici
della
Murgia
Materana
di
grande
fascino
e che,
ancora
una
volta,
pone la
scultura
al
centro
dell’espressione
artistica
più
congeniale
alla
città
dei
Sassi.
Qui
l’artista
Antonio
Paradiso
ha
creato
un luogo
straordinario
fondendo
il
paesaggio
rupestre
con le
proprie
opere,
alcune
gigantesche
in
pietra e
in
ferro.
L’ingresso
del sito
è ben
visibile
dalla
strada
che
conduce
da
Matera a
Taranto,
evidenziato
da un
automobile
schiacciata
da un
masso,
opera di
Paradiso
come,
tra le
altre,
l’Ultima
cena.
Questa e
altre
opere,
spesso
dedicate
al tema
del
volo,
tanto
caro
allo
scultore,
come
“Il
volo
degli
uccelli”
e
“Icaro”,
sono
disposte
all’interno
di
questo
spazio
di sei
ettari,
le cui
prime
frequentazioni
risalgono
al
Paleolitico,
anche se
oggi
conserva
tracce
di un
villaggio
neolitico
con
trincea
fortificata
e fondo
di
capanna,
pozzo e
muro
megalitico.
Una
galleria
coperta,
in fondo
alla
cava,
ospita
permanentemente
opere di
Nicola
Carrino,
Pietro
Coletta,
Luigi
Mainolfi,
Eliseo
Mattiacci,
Hidetoshi
Nagasawa,
Giuseppe
Spagnuo,
Mauro
Staccioli.

Parco
Archeologico
Storico
Naturale
delle
Chiese
Rupestri
del
Materano
Il
Parco
Archeologico
Storico
Naturale
delle
Chiese
Rupestri
del
Materano,
denominato
anche Parco
della
Murgia
Materana,
comprende
un
territorio
di circa
8.000
ettari.
Il Parco
circonda
la città
di
Matera e
costeggia
i Sassi
estendendosi
sul
versante
opposto
del
canyon
scavato
dal
tempo.
Il
Parco è
costituito
da
sistemi
morfologici
diversi,
primo
fra
tutti
quello
fluviale
del
torrente
Gravina,
che per
20
chilometri
percorre
il
centro
del
canyon
fino a
congiungersi
con il
fiume
Bradano
nel
territorio
di
Montescaglioso.
Ai lati
ci sono
ripidi
pendìi
la cui
altezza
massima
sul
livello
del mare
supera
di poco
i 500
metri.
La
morfologia
del
territorio
del
parco è
costituita
da
valloni,
valloncelli,
gravinclle,
con una
serie di
terrazzamenti
e
pianori
nelle
parti
alte
dove si
trova un
gran
numero
di
specie
di
interesse
botanico
e
faunistico.
A
seconda
della
posizione,
della
morfologia
geologica,
il parco
presenta
una
notevole
alternanza
di
paesaggi
caratterizzati
da
boschi,
fitta
macchia
mediterranea
e aree
dove da
secoli
l’uomo
conduce
pratiche
agricole
tipiche
dell’ambiente
murgiano,
testimoniate
dalla
presenza
di un
consistente
numero
di
masserie.
La
gente
della
Gravina
ha
sfruttato
ciò che
la
natura
gli ha
messo a
disposizione.
La
roccia
calcarea
è
friabile,
le
stalle
sono
state
scavate
a forza
di
braccia.
La gente
viveva
nelle
stalle
in una
sorta di
promiscuità
selvatica,
loro e
gli
animali,
sotto lo
stesso
antro di
protezione.
Nel
caciolaio,
il luogo
in cui
si
trasformava
il latte
in
formaggio,
c'era
una
piattaforma
di
roccia,
dove i
contadini
e gli
allevatori
dormivano.
L'acqua,
fonte di
vita, si
trovava
a due
passi;
per
questo
le
gravine
vengono
abitate,
fondamentalmente
perchè
sono al
riparo,
ma
soprattutto,
perchè
c'è
acqua.
Le
mucche
venivano
munte e
il latte
andava
direttamentel
nel
caciolaio
a
trasforarsi.
Il
pavimento,
leggermente
in
pendenza,
serviva
a far
defluire
i
luquami
e
tutt'oggi
sono
presenti
stratificazioni
di
letame
di
secoli.
Si
deve
immaginare
la
Gravina
come se
fosse un
palazzo.
Ogni
buco,
ogni
spazio,
ogni
grotta
veniva
occupata
dagli
animali,
dagli
attrezzi
e dalla
gente.
Negli
anni
50/60
era la
vergogna
d'Italia,
oggi è
un
viaggio
culturale
formativo.
Le
chiese
rupestri
scavate
nella
roccia
rappresentavano
l'unico
modo per
poter
superare
le
difficoltà
di
questa
vita
amara:
pregare,
credere
e avere
fede.

Tra
i luoghi
più
belli e
ricchi
di
storia
del
Parco
della
Murgia
Materana
è la Contrada
Murgecchia.
E’ un
area
vasta
che
contiene
alcune
tra le
più
belle e
interessanti
testimonianze
dell’insediamento
primordiale
dell'uomo
nel
territorio
materano.
Sono
presenti
un
villaggio
neolitico
indagato
all’inizio
del 1900
da
Domenico
Ridola,
una
necropoli
dell’età
del
bronzo,
e
diversi
complessi
rupestri
che
testimoniano
l’importanza
del
luogo
dal
neolitico
fino
all’alto
medioevo.
Nel
2015 è
stata
aggiunta
una
possibilità
davvero
incredibile
per
effettuare
le
escursioni,
attraversando
il
torrente
Gravina:
si
tratta
dell’installazione
del Ponte
sospeso,
che
qualcuno
ha
definito
“tibetano”.
Inaugurato
nel
2015, ma
non
sempre
aperto
con
regolarità
per
varie
ragioni,
il ponte
collega
i Sassi,
partendo
da Porta
Pistola,
al Parco
della
Murgia
Materana.
Il ponte
è
esclusivamente
pedonale,
offre
uno
spettacolo
magnifico
sul
torrente
e una
vista
unica.
Tra
i
villaggi
neolitici
dell’area,
di un
certo
interesse,
è la chiesa
rupestre
della
Madonna
delle
Croci,
ubicata
nella
piccola
conca in
cima
all’altopiano,
così
chiamata
per le
numerose
croci
greche
presenti
al suo
interno.
Oltre
ai siti
già
visitati,
altri
complessi
importanti
si
trovano
a Sud
della
città
di
Matera
dove il
Parco si
estende
fino al
territorio
del
limitrofo
comune
di
Montescaglioso.
A Sud
Est
sorgono
i complessi
di
contrada
Agna,
in cui
si trova
la
famosa Grotta
dei
Pipistrelli,
i cui
reperti
sono
esposti
presso
il Museo
Nazionale
Ridola;
quello
rupestre,
di
origine
monastica,
della Chiesa
di San
Nicola
dell’Ofra,
strutturato
su tre
livelli
comunicanti
tra di
loro
attraverso
vari
cunicoli
e tante
scalette
tagliate
nella
roccia
calcarea;
quello
del Santissimo
Crocifisso
alla
Selva
(noto
come
Cristo
la
Selva);
e,
ancora,
il Villaggio
Saraceno,
nonché
i complessi
di
Murgia
S.
Andrea
in agro
di
Montescaglioso.
Tradizioni e folclore
La festa patronale della Madonna
della Bruna si celebra il 2 luglio di ogni anno sin dal lontano 1389,
quando il Papa
Urbano VI, già arcivescovo di Matera, istituì la festa della Visitazione,
e va ricordata per la tradizione della distruzione di un carro trionfale
di cartapesta che ogni anno viene ricostruito.
La tradizione del Presepe
vivente nei Sassi di Matera,
iniziata negli anni
settanta grazie al Gruppo Teatro Matera e
successivamente interrotta per molti anni, è ripresa nel dicembre 2010 con
l'evento promosso dall'Unione Nazionale delle Pro
loco d'Italia e dalla Regione Basilicata.
Con la partecipazione
di diverse centinaia di figuranti su un percorso di 700 metri, è
considerato il più grande presepe vivente al mondo.
Sempre nei Sassi ha luogo una Via
Crucis.
Per i festeggiamenti carnascialeschi sono di
tradizione le matinate,
canti popolari di questua in cui si portava musica e allegria in casa di
parenti e conoscenti.
La danza tipica di Matera è la pizzica,
erede del passato pugliese della città e rappresentante ancora oggi del
forte legame tra Matera e la Puglia.
Essa è molto amata dai materani ed è rappresentata da molti gruppi
folcloristici locali.
Capitale europea della cultura 2019
Candidata nel 2008, Matera è stata designata il
17 ottobre 2014 capitale europea della cultura per il 2019,
insieme alla città bulgara di Plovdiv.
È la quarta città italiana (dopo Bologna, Firenze e Genova),
la prima del Mezzogiorno,
a ricevere questo riconoscimento, ottenuto dopo essere entrata in una
lista ristretta che comprendeva le candidature di altre cinque città
italiane: Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena.
Il verdetto è stato comunicato da Steve Green, presidente della Giuria
internazionale di selezione composta da 13 membri (sei italiani e sette
stranieri), al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo
(Mibact) Dario
Franceschini;
lo slogan scelto da Matera per la sua candidatura è stato "Open
Future".
I
Fischietti
Colorato,
caratteristico e fatto a mano: sono queste le caratteristiche del cucù (o
cuccù che dir si voglia), il souvenir per eccellenza di Matera.
Si
tratta di un fischietto in terracotta a forma di gallo, lavorato e
decorato rigorosamente a mano da diversi artigiani di Matera. La
storia e la tradizione di questo manufatto sono molto antiche. Si parte
dalla Preistoria quando, con molta probabilità, aveva una funzione
ludica essendo stato ritrovato in molte sepolture di bambini, ed era
principalmente ricavato con ossa di mammiferi o gusci di molluschi.
Con
il passare dei secoli, dal Medioevo al Rinascimento, il cucù ha
assunto la veste del fischietto vero e proprio: si poggiavano le
labbra sulla coda del gallo e il soffio dava vita al tipico suono che
somigliava al verso del cuculo, da cui ne deriva ancora oggi il nome
“cucù”.
Non
poteva certamente mancare anche la funzione scaramantica, difatti per
molto tempo i cucù sono stati murati nei camini per allontanare
l’influsso degli spiriti maligni, oppure venivano posizionati sulle
culle dei bambini che non avevano ancora ricevuto il battesimo, sempre
come simbolo di protezione dall’invidia.
L’ultima
tradizione, quella più nota e tramandata oralmente, vuole che il cucù
fosse il dono d’amore alla propria futura sposa; il gallo era
(ed è) il simbolo di fertilità e prosperità, e il cucù diventava un
modo per misurare la grandezza dell’amore. Il pretendente commissionava
all’artigiano il fischietto da regalare alla ragazza e quanto più era
grande, colorato e abbellito era il cucù, tanto era intenso l’amore (e
il benessere economico) del ragazzo.
Con
gli anni, i significati del cucù sono mutati, ma è ancora considerato
simbolo di buon augurio e portafortuna. Per chi giunge in città può
sembrare un semplice souvenir, e invece, dietro questo galletto ci sono
tante storie e racconti locali da non dimenticare. Inoltre, essendo
prodotti fatti a mano, ogni artigiano ha il suo stile, la sua
tecnica, i suoi colori, quindi non resta che fare un giro tra le diverse
botteghe del centro storico e dei Sassi e lasciarsi trasportare dalle
diverse personalizzazioni.
I
fischietti possono essere di due tipi, ad aria e ad acqua. I primi
funzionano soffiando aria all'interno, nei secondi occorre riempire con
liquido una piccola cavità e poi si soffia per ottenere un bel trillo.
Il
cucù, a Matera, è anche altro. Tra le strade della città si possono
incontrare sette sculture di cucù a dimensione d’uomo che sono state
realizzate per la “Cucù Parade 2020” organizzata dalla Pro
Loco Matera, una iniziativa per reinventare i classici spazi urbani. E per
finire come non citare la canzone del cavalier Giovanni Martinelli dedicata
proprio al cucù?
Da
tanti anni facciamo i Cucù,
ora invece li fai pure tu,
ma l’argilla che abbiamo quaggiù,
certamente, non ce l’hai tu.
Tante
cose facciamo però,
con l’argilla a noi tutto si può,
piatti, quadri, gioielli e cucù,
noi facciamo di tutto e di più, cucù.
Ne
abbiam grandi e anche piccini, dai, fischia pure tu,
se lo suoni in ogni momento
tu sarai felice e contento,
se lo suoni in compagnia
porterà fortuna e allegria,
perciò, portalo sempre con te,
col Cucù tu sarai un vero Re,
perciò portalo sempre con te,
col Cucù sarai tu il vero Re!

Pag.
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Fonte
Matera
-
SilvanoTrevisani
Giugno
2022
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