Matera
  
 

Palazzo Pomarici e Casa Noha

La costruzione di Palazzo Pomarici risale presumibilmente a XVI sec. Esteso su tre livelli e su una superficie di tremila metri quadri, il Palazzo, come altri edifici dell’epoca, presenta quegli aspetti architettonici tipici della cosiddetta casa palazzata: il portone d’ingresso con arco con volute, la corte con la signorile scala d’accesso al piano nobile e i vari appartamenti, che dovevano essere molti e ben disposti. Dalla corte principale si accede a sette ampie grotte modellate nella roccia e alle cosiddette “Sale della Caccia”, ambienti decorati con pitture murali tra cui sono leggibili ritratti, scene bucoliche e venatorie.

Il Musma illustra la storia della scultura italiana e intemazionale dalla fine del 1800 a oggi con un ricco corpus di opere, circa 400 tra sculture, ceramiche, medaglie, gioielli, disegni, opere grafiche, libri d’artista. Il museo è inoltre arricchito da una raccolta di monografie, cataloghi d’arte, testi letterari e di saggistica, fotografie originali, documenti destinati alla Biblioteca dall’editore Vanni Scheiwiller, anch’egli innamorato di Matera.

Uscendo dal Musma, percorrendo un tratto di Via San Giacomo, si giunge nel cuore del Rione Pianelle con le sue caratteristiche costruzioni, le più antiche delle quali risalirebbero al 1300, alle origini cioè dell’espansione del casale che avrebbe dato vita al Sasso Caveoso, oltre le antiche mura della Civita.

Percorrendo ancora un tratto di Via San Giacomo fino a incrociare, sulla sinistra, Via San Potito, che risaliamo in direzione Duomo, si giunge a Casa Noha un palazzo patrizio trasformato in progetto turistico culturale che si propone al visitatore come descrizione virtuale della città, ripercorrendone la storia grazie a un innovativo progetto di comunicazione.

Con la sua struttura in tufo, i soffitti a volta, i delicati intagli e le cornici, l’edificio rappresenta un esempio di architettura privata dei Sassi. Una scala esterna conduce dall’ariosa corte ai cinque ambienti interni, proprietà, un tempo, della nobile famiglia Noha. 

Il Palazzo è stato edificato tra il XVI ed il XVII secolo, in Contrada del Cavone, precisamente su un canale d’erosione proveniente da Via San Potito sul quale non si era mai edificato prima per via della particolare morfologia del suolo, per l’elevata pendenza e un sottosuolo ricco di antichi bacini e cisterne. 

La Casa è stata donata al FAI dagli eredi, nel 2004. La Fondazione ha realizzato un accurato restauro conservativo e ha progettato un “inedito e avvincente viaggio multimediale che narra il territorio da diverse prospettive: dall’architettura alla storia dell’arte, dall’archeologia alla storia del cinema”. Ne è risultato un video: “I Sassi invisibili. Viaggio straordinario nella storia di Matera”, ideato da Giovanni Carrada e proiettato su pareti, soffitti e pavimenti delle stanze, che offre al visitatore una ricostruzione completa della storia della città dalle origini ai nostri giorni.

Salendo per un altro tratto, in direzione di Piazza Duomo, si raggiunge il Museo della Fotografia Pino Settanni, un grande fotografo, nato a Grottaglie, in provincia di Taranto, scomparso nel 2010. Matera dedica alle sue opere un Museo della fotografia contemporanea a cura di Giovanni Viceconte e della moglie di Pino, Monique. Settanni aveva più volte apprezzato la città dei Sassi per la sua quasi cristallizzata staticità, e aveva manifestato l’in­tenzione di tornarci in futuro. A iniziarlo alla fotografia erano stati i volti e i paesaggi del Sud. Il Museo è ospitato a Palazzo Viceconte, un altro palazzo patrizio risalente all’epoca d’oro della città.  

Palombaro lungo

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una straordinaria scoperta tutto sommato molto recente. Fu, infatti, tra il 1989 e il 1990 che, durante i lavori di sistemazione di Piazza Vittorio Veneto, fu rinvenuto dall’architetto Antonio Acito, che si era calato lì dov’era l’imbocco di un pozzo, del quale si aveva notizia e che tutti credevano asciutto. Agli occhi dell’incredulo indagatore si rivelò, invece, un’immensa cisterna nella quale era un lago di acqua pulitissima, che fu perlustrato con l’impiego di canottini gonfiabili. La cisterna, della cui entità si era persa memoria, era stata abbandonata nei primi anni del XX secolo, a seguito della costruzione dell’Acquedotto pugliese.

PalombaroLungo2.jpg (120281 byte)PalombaroLungo5.jpg (257012 byte)PalombaroLungo.jpg (105475 byte)PalombaroLungo4.jpg (246325 byte)Il nome, che in dialetto suonava “Palummère”, viene fatto derivare, da alcuni, dal latino “plumbarius”, che descriveva un luogo realizzato per la raccolta delle acque, secondo altri deriva da “palmento”, cavità impermeabile scavata nella roccia. È definito “lungo” per le enormi dimensioni strutturali, che lo rendono uno dei più grandi al mondo. Il Palombaro lungo ricorda, fatte le dovute proporzioni, lo Yerabatan, l’enorme cisterna di Istanbul, nei pressi della chiesa di Santa Sofia.

Al momento della chiusura, la cisterna era stata da poco risistemata: era stata progettata nel 1882 dall’ingegner Rossi, che aveva collegato due livelli sovrapposti di grotte presenti sotto la piazza e inglobando al suo interno anche altre cisterne preesistenti. La sua altezza è di 15 metri, ed è in grado di contenere cinque milioni di litri d’acqua. Le acque provenivano dalla collina del Lapillo, dove sorge il Castello, poi, assorbite dalle pareti rocciose e opportunamente incanalate, sgorgavano all’interno della cisterna. 

Scavato interamente a mano e ingrandito nel corso dei secoli, il Palombaro era stato impermeabilizzato rivestendo le pareti con un particolare intonaco, il cocciopesto. L’acqua della cisterna veniva prelevata dai materani calando dei secchi attraverso dei “fori”, che fungevano da vera, presenti sul piano di calpestio della piazza. Moltissimi, al momento della sua reindividuazione, i secchi ritrovati. Per il riutilizzo del grande spazio si è pensato, al momento è solo un’idea, ad un Museo della musica.

Nel corso degli stessi scavi è riemersa una torre aragonese, databile più o meno allo stesso periodo (XV secolo) della costruzione del Castello Tramontano, il maniero che sovrasta la città dal lato Ovest. La presenza della torre confermerebbe l’ipotesi, avanzata dagli storici, dell’esistenza di una cinta muraria che, dal versante del Sasso Barisano fino alla sommità di Piazza Vittorio Veneto, cingendo la Civita, si congiungeva con il Castello che il Tramontano mai completò a seguito della sua violenta morte.  

Matera Sum  

Prima dell'immissione nella grande piazza, soffermandoci sul lato sinistro del Palazzo del Governo si entra nel “Recinto XX Settembre” dove ci si trova all’imbocco di un’altra città, questa volta insospettabile e, nella sua dimensione, inimmaginabile. Stiamo parlando di Matera Sum, un luogo riscoperto e ripulito con fondi privati, che si estende sotto il livello stradale fino a 12 metri di profondità ed è proposto alla fruizione soltanto dal dicembre del 2016. 

Un luogo misterioso e affascinante che proietta il visitatore in un viaggio nel tempo alla scoperta di tradizioni lontane, suggestive, emozionanti. Si tratta di un percorso di circa 1200 metri quadri, composto da cunicoli alternati a murature, case grotta, vicinati, mulini arcaici e luoghi di culto rimaneggiati nei secoli, che testimoniano la continuità insediativa nella città. 

Il complesso ipogeo, venuto alla luce quasi per caso, ma il cui disvelamento ha comportato un lungo e faticoso lavoro di svuotamento dell’enorme quantità di materiali accumulati dal tempo, era sicuramente frequentato nella Matera medievale (ma certamente in uso anche nei secoli precedenti, come gran parte delle cripte e ipogei disseminati nel territorio) e probabilmente utilizzato, nei secoli successivi, come deposito da parte delle famiglie nobiliari che avevano accesso alla zona.

Lo spazio concesso per la costruzione della chiesa e del monastero dei Padri Predicatori, si trovava nella zona del piano poco fuori le mura, detta dei “foggiali” per la presenza, come già detto, di cavità, nelle quali venivano immagazzinate derrate alimentari.  

Fontana Ferninandea

Centrale nella storia e nella toponomastica locale, la Fontana fu eretta nel 1832 e dedicata al re Ferdinando di Borbone per decisione del Comune (o, come si diceva allora, dell’Università). Il luogo dove oggi sorge è popolarmente indicato come Piazza Fontana. Essa fu costruita alla sommità dell’antica condotta idrica, risalente alla metà del quattordicesimo secolo, condotta che distribuiva l’acqua nei vari serbatoti (o palombari) che erano stati realizzati nell’area urbana, per comodità della popolazione.

In realtà questa fontana, sormontata da un arco commemorativo, ha avuto una storia piuttosto travagliata, essendo stata prima demolita, poi ricostruita in un diverso sito e, solo di recente, ricollocata in quello originario.

Alle sue spalle sorge l’Istituto superiore di restauro e conservazione, inaugurato il 4 marzo 2017, intitolato a Michele D’Elia, tra i più accorti e autorevoli studiosi di storia dell’arte. Sede staccata dell’Isrc di Roma, l’Istituto, riconosciuto come corso universitario abilitante, è, oggi, punto di riferimento importante per il restauro delle opere d’arte provenienti dal Sud e dai paesi del bacino del Mediterraneo.  

Torre Metellana e Casa Ortega

La Torre Metellana è quel che rimane dell’antica struttura difensiva che proteggeva la Civita, l’acrocoro che domina i rioni Sassi, il luogo dove sarebbe avvenuta la prima forma di insediamento urbano, risalente al VII secolo in epoca longobarda.

Oggi la torre è uno degli elementi identificativi degli antichi rioni, posizionata a nord-ovest della Piazza del Duomo, a marcare il confine fra la Civita e il Sasso Barisano. Si tratta di una torre circolare in conci di tufo calcareo, dalla tessitura incerta, il cui interno è ricolmo di terriccio. 

Parzialmente inglobata nell’antico Palazzo Gattini, era, probabilmente, posta a controllo dell’adiacente Porta di San Nicola del Sole che faceva parte della cinta muraria difensiva che proteggeva la Civita, la parte della città che si trova sul pianoro e che era da sempre un bastione difensivo per tutti i cittadini, oltre che il cuore politico e religioso. Affacciata com’è sul burrone della Gravina, alla Civita bastava una semplice cinta muraria per renderla praticamente inespugnabile, come un’antica acropoli. 

Le torri lungo le mura - secondo uno storico - dovevano essere sei, fatte edificare tutte nell’XI sec., a spese della comunità, da un certo Metello, valoroso capitano. Si racconta, che dopo aver sconfitto i terribili Saraceni prese stabile dimora nella città. Da qui il nome Torre Metellana.

L’altra torre superstite è la Torre Capone, visibile però dal Sasso Caveoso: con la Porta di Suso, l’arco dal quale si accede alla Cattedrale, è l’unico altro elemento visibile di questo antico sistema difensivo. La leggenda, benedetta leggenda!, attribuisce la costruzione della torre addirittura al Console romano Quinto Cecilio Metello Numicidio, dal quale, secondo alcuni, deriverebbe il nome di Matera.

Al di sotto della torre si trova una delle tante chiese rupestri dedicate al principe degli apostoli, San Pietro, che la tradizione riferisce sia passato da queste parti, la Cripta di San Pietro in Principibus.

Alle spalle di Porta Metellana, sull’imbocco di Via San Nicola del Sole, che si trova poi alla fine del gradone che, in direzione Sud, risale verso il Duomo, ci attende, ancora lungo il perimetro longobardo di fortificazione, un’altra straordinaria sorpresa, la Casa di Ortega, preziosa testimonianza del legame con Matera del grande artista spagnolo che ne volle acquistare una parte.

Il palazzo, risalente al XVII secolo, fu costruito in una posizione dominante e di forte impatto sulla città vecchia. Rimasto per oltre trent’anni disabitato dopo le leggi di risanamento dei Sassi, negli anni 70 l’immobile venne in parte acquistato da Josè Ortega che, dopo la sua morte, dagli eredi fu donato alla Fondazione Zetema con il vincolo di destinazione museale. Ora, grazie al progetto di recupero, è stato restituito a una qualificata funzione culturale e salvato dal degrado e dall’abbandono.

“Il progetto della Casa di Ortega, realizzato dalla Fondazione Zetema di Matera, è stato ideato con il duplice intento di documentare la presenza a Matera del grande artista spagnolo Josè Ortega e di favorire la riscoperta e la valorizzazione della tradizione artigiana locale”.

Le aree espositive ospitano le opere realizzate da Ortega negli anni 70, durante il suo soggiorno a Matera, e da lui affidate agli amici del Circolo La Scaletta. Si tratta di venti bassorilievi policromi in cartapesta che compongono le due serie narrative “Passarono - Morte e nascita degli innocenti”.

Ortega eseguì questi pannelli in collaborazione con gli artigiani e i cartapestai locali per mettere in evidenza l’importanza del legame tra arte nobile e antichi mestieri. Questo mix è evidente negli ambienti della Casa, tutti suddivisi secondo un’ideale destinazione d’uso domestica (sala da pranzo, camera da letto, soggiorno, cucina), ambienti imprezio­siti da arredi e decorazioni realizzati da artigiani locali. I manufatti in­corniciano le opere del maestro spagnolo, creando, così, un dialogo che si impone agli occhi del visitatore per l’armonica naturalezza con cui le parti interagiscono. Spazio particolare è riservato ai lavori di Giuseppe Mitarotonda, un artigiano che fu stretto collaboratore di Ortega.  

Castello Tramontano

Il Castello Tramontano è una straordinaria opera incompiuta, che ha superato il mezzo millennio di storia rappresentando, in maniera efficace, la megalomania di un potere dispotico, quello del conte Giovan Carlo Tramontano, feudatario di Matera, che avviò questa poderosa costruzione allo scopo di avere il pieno controllo della città, da un’altura: una collinetta chiamata Lapillo, esterna alle mura cittadine, sovrastante il centro storico di Matera. Il nuovo re di Napoli, Ferdinando Il d’Aragona, alla fine del XV secolo aveva promesso ai materani, che si erano resi liberi pagando diversi riscatti, di non cedere più la città ad alcun feudatario rimanendo dipendenti direttamente dalla Corona reale. Contravvenendo però alla parola data, Ferrandino, altro nome di Ferdinando II, consegnò la città al conte Tramontano, un uomo evidentemente potente che vantava notevoli crediti nei confronti dell’Erario reale. Uomo prepotente e senza scupoli, il Tramontano si rese presto inviso ai materani per via delle gravose tasse che impose tutte utilizzate per la costruzione del castello che avrebbe dovuto essere molto più ampio di come lo vediamo ora.

In stile aragonese, il castello, con un grandissimo maschio centrale e due torri laterali più basse, l’uno e le altre rotonde, smerlate e dotate di feritoie, e circondato da un fossato, fu costruito a partire dal 1501. Lungo la cinta muraria il progetto prevedeva probabilmente altre torri di difesa, una delle quali sarebbe quella rinvenuta sotto Piazza Vittorio Veneto poi incorporata nel convento dell'Annunziata. 

Per la costruzione del castello furono spesi ben 25.000 ducati frutto delle esose imposte che gravavano sulla popolazione. Dissanguati e stanchi dei continui soprusi, un gruppo di materani, questa la versione più accreditata, organizzò l’assassinio del “tiranno” Tramontano, anche se non manca chi sostiene che a decidere la sua eliminazione fossero stati alcuni suoi vassalli. Sia come sia, il 29 dicembre 1514, mentre usciva dalla cattedrale, il conte fu assassinato in una strada laterale in seguito denominata in modo molto eloquente Via del Riscatto. Il castello restò perciò incompiuto.

Intanto, è Ferdinando d’Aragona del ramo spagnolo il nuovo re di Napoli: assetato di denaro, approfitta del cruento avvenimento per imporre alla città un’ammenda di 10.000 ducati, mentre prende tempo per rispondere alla richiesta della cittadini di poter demolire il maniero e usarne il materiale: se ne sarebbe occupato il viceré Raimondo di Cardona, rispose. La decisione non giunse mai e il castello rimase per sempre lo straordinario incompiuto che si può ammirare ancora oggi.  

In stile aragonese, il castello ha un maschio centrale e due torri laterali più basse, l'uno e le altre rotonde, smerlate e dotate di feritoie. Le due torri, collegate da un ponte, hanno subìto delle modifiche in quanto il ponte è stato distrutto. Il progetto prevedeva anche la costruzione di un camminamento tra il Castello Tramontano e il Castiglione Normanno, che non fu mai realizzato.

Dal 2008 è interessato, insieme al parco circostante, da lavori di restauro ancora in corso. Alcuni di questi interventi sono finalizzati al recupero del fossato con il ripristino delle pareti tufacee. Il progetto è finanziato anche grazie ai fondi del Gioco del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/96.  

Parco Scultura della Palomba

In contrada Palomba ci si trova in un’area con una diffusa presenza di grandi cave di tufo. Tra i luoghi che è possibile visitare: il Parco Scultura della Palomba, che affianca il Santuario, costituito da una grande cava e da una serie di ambienti caratteristici della Murgia Materana di grande fascino e che, ancora una volta, pone la scultura al centro dell’espressione artistica più congeniale alla città dei Sassi. 

Qui l’artista Antonio Paradiso ha creato un luogo straordinario fondendo il paesaggio rupestre con le proprie opere, alcune gigantesche in pietra e in ferro. L’ingresso del sito è ben visibile dalla strada che conduce da Matera a Taranto, evidenziato da un automobile schiacciata da un masso, opera di Paradiso come, tra le altre, l’Ultima cena. 

Questa e altre opere, spesso dedicate al tema del volo, tanto caro allo scultore, come “Il volo degli uccelli” e “Icaro”, sono disposte all’interno di questo spazio di sei ettari, le cui prime frequentazioni risalgono al Paleolitico, anche se oggi conserva tracce di un villaggio neolitico con trincea fortificata e fondo di capanna, pozzo e muro megalitico. Una galleria coperta, in fondo alla cava, ospita permanentemente opere di Nicola Carrino, Pietro Coletta, Luigi Mainolfi, Eliseo Mattiacci, Hidetoshi Nagasawa, Giuseppe Spagnuo, Mauro Staccioli.  

Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano

Il Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano, denominato anche Parco della Murgia Materana, comprende un territorio di circa 8.000 ettari. Il Parco circonda la città di Matera e costeggia i Sassi estendendosi sul versante opposto del canyon scavato dal tempo.

Il Parco è costituito da sistemi morfologici diversi, primo fra tutti quello fluviale del torrente Gravina, che per 20 chilometri percorre il centro del canyon fino a congiungersi con il fiume Bradano nel territorio di Montescaglioso. Ai lati ci sono ripidi pendìi la cui altezza massima sul livello del mare supera di poco i 500 metri.

La morfologia del territorio del parco è costituita da valloni, valloncelli, gravinclle, con una serie di terrazzamenti e pianori nelle parti alte dove si trova un gran numero di specie di interesse botanico e faunistico. A seconda della posizione, della morfologia geologica, il parco presenta una notevole alternanza di paesaggi caratterizzati da boschi, fitta macchia mediterranea e aree dove da secoli l’uomo conduce pratiche agricole tipiche dell’ambiente murgiano, testimoniate dalla presenza di un consistente numero di masserie.  

La gente della Gravina ha sfruttato ciò che la natura gli ha messo a disposizione. La roccia calcarea è friabile, le stalle sono state scavate a forza di braccia. La gente viveva nelle stalle in una sorta di promiscuità selvatica, loro e gli animali, sotto lo stesso antro di protezione. Nel caciolaio, il luogo in cui si trasformava il latte in formaggio, c'era una piattaforma di roccia, dove i contadini e gli allevatori dormivano.

L'acqua, fonte di vita, si trovava a due passi; per questo le gravine vengono abitate, fondamentalmente perchè sono al riparo, ma soprattutto, perchè c'è acqua. Le mucche venivano munte e il latte andava direttamentel nel caciolaio a trasforarsi. Il pavimento, leggermente in pendenza, serviva a far defluire i luquami e tutt'oggi sono presenti stratificazioni di letame di secoli.

Si deve immaginare la Gravina come se fosse un palazzo. Ogni buco, ogni spazio, ogni grotta veniva occupata dagli animali, dagli attrezzi e dalla gente. Negli anni 50/60 era la vergogna d'Italia, oggi è un viaggio culturale formativo. 

Le chiese rupestri scavate nella roccia rappresentavano l'unico modo per poter superare le difficoltà di questa vita amara: pregare, credere e avere fede.

Tra i luoghi più belli e ricchi di storia del Parco della Murgia Materana è la Contrada Murgecchia. E’ un area vasta che contiene alcune tra le più belle e interessanti testimonianze dell’insediamento primordiale dell'uomo nel territorio materano. Sono presenti un villaggio neolitico indagato all’inizio del 1900 da Domenico Ridola, una necropoli dell’età del bronzo, e diversi complessi rupestri che testimoniano l’importanza del luogo dal neolitico fino all’alto medioevo. 

Nel 2015 è stata aggiunta una possibilità davvero incredibile per effettuare le escursioni, attraversando il torrente Gravina: si tratta dell’installazione del Ponte sospeso, che qualcuno ha definito “tibetano”. Inaugurato nel 2015, ma non sempre aperto con regolarità per varie ragioni, il ponte collega i Sassi, partendo da Porta Pistola, al Parco della Murgia Materana. Il ponte è esclusivamente pedonale, offre uno spettacolo magnifico sul torrente e una vista unica.

Tra i villaggi neolitici dell’area, di un certo interesse, è la chiesa rupestre della Madonna delle Croci, ubicata nella piccola conca in cima all’altopiano, così chiamata per le numerose croci greche presenti al suo interno.

Oltre ai siti già visitati, altri complessi importanti si trovano a Sud della città di Matera dove il Parco si estende fino al territorio del limitrofo comune di Montescaglioso. A Sud Est sorgono i complessi di contrada Agna, in cui si trova la famosa Grotta dei Pipistrelli, i cui reperti sono esposti presso il Museo Nazionale Ridola; quello rupestre, di origine monastica, della Chiesa di San Nicola dell’Ofra, strutturato su tre livelli comunicanti tra di loro attraverso vari cunicoli e tante scalette tagliate nella roccia calcarea; quello del Santissimo Crocifisso alla Selva (noto come Cristo la Selva); e, ancora, il Villaggio Saraceno, nonché i complessi di Murgia S. Andrea in agro di Montescaglioso.  

Tradizioni e folclore

La festa patronale della Madonna della Bruna si celebra il 2 luglio di ogni anno sin dal lontano 1389, quando il Papa Urbano VI, già arcivescovo di Matera, istituì la festa della Visitazione, e va ricordata per la tradizione della distruzione di un carro trionfale di cartapesta che ogni anno viene ricostruito.

La tradizione del Presepe vivente nei Sassi di Matera, iniziata negli anni settanta grazie al Gruppo Teatro Matera e successivamente interrotta per molti anni, è ripresa nel dicembre 2010 con l'evento promosso dall'Unione Nazionale delle Pro loco d'Italia e dalla Regione Basilicata.

 Con la partecipazione di diverse centinaia di figuranti su un percorso di 700 metri, è considerato il più grande presepe vivente al mondo. Sempre nei Sassi ha luogo una Via Crucis.

Per i festeggiamenti carnascialeschi sono di tradizione le matinate, canti popolari di questua in cui si portava musica e allegria in casa di parenti e conoscenti.

La danza tipica di Matera è la pizzica, erede del passato pugliese della città e rappresentante ancora oggi del forte legame tra Matera e la Puglia. Essa è molto amata dai materani ed è rappresentata da molti gruppi folcloristici locali.  

Capitale europea della cultura 2019

Candidata nel 2008, Matera è stata designata il 17 ottobre 2014 capitale europea della cultura per il 2019, insieme alla città bulgara di Plovdiv. È la quarta città italiana (dopo Bologna, Firenze e Genova), la prima del Mezzogiorno, a ricevere questo riconoscimento, ottenuto dopo essere entrata in una lista ristretta che comprendeva le candidature di altre cinque città italiane: Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena. 

Il verdetto è stato comunicato da Steve Green, presidente della Giuria internazionale di selezione composta da 13 membri (sei italiani e sette stranieri), al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) Dario Franceschini; lo slogan scelto da Matera per la sua candidatura è stato "Open Future".  

I Fischietti

Colorato, caratteristico e fatto a mano: sono queste le caratteristiche del cucù (o cuccù che dir si voglia), il souvenir per eccellenza di Matera. 

Si tratta di un fischietto in terracotta a forma di gallo, lavorato e decorato rigorosamente a mano da diversi artigiani di Matera. La storia e la tradizione di questo manufatto sono molto antiche. Si parte dalla Preistoria quando, con molta probabilità, aveva una funzione ludica essendo stato ritrovato in molte sepolture di bambini, ed era principalmente ricavato con ossa di mammiferi o gusci di molluschi. 

Con il passare dei secoli, dal Medioevo al Rinascimento, il cucù ha assunto la veste del fischietto vero e proprio: si poggiavano le labbra sulla coda del gallo e il soffio dava vita al tipico suono che somigliava al verso del cuculo, da cui ne deriva ancora oggi il nome “cucù”. 

Non poteva certamente mancare anche la funzione scaramantica, difatti per molto tempo i cucù sono stati murati nei camini per allontanare l’influsso degli spiriti maligni, oppure venivano posizionati sulle culle dei bambini che non avevano ancora ricevuto il battesimo, sempre come simbolo di protezione dall’invidia. 

L’ultima tradizione, quella più nota e tramandata oralmente, vuole che il cucù fosse il dono d’amore alla propria futura sposa; il gallo era (ed è) il simbolo di fertilità e prosperità, e il cucù diventava un modo per misurare la grandezza dell’amore. Il pretendente commissionava all’artigiano il fischietto da regalare alla ragazza e quanto più era grande, colorato e abbellito era il cucù, tanto era intenso l’amore (e il benessere economico) del ragazzo. 

Con gli anni, i significati del cucù sono mutati, ma è ancora considerato simbolo di buon augurio e portafortuna. Per chi giunge in città può sembrare un semplice souvenir, e invece, dietro questo galletto ci sono tante storie e racconti locali da non dimenticare. Inoltre, essendo prodotti fatti a mano, ogni artigiano ha il suo stile, la sua tecnica, i suoi colori, quindi non resta che fare un giro tra le diverse botteghe del centro storico e dei Sassi e lasciarsi trasportare dalle diverse personalizzazioni.

I fischietti possono essere di due tipi, ad aria e ad acqua. I primi funzionano soffiando aria all'interno, nei secondi occorre riempire con liquido una piccola cavità e poi si soffia per ottenere un bel trillo.

Il cucù, a Matera, è anche altro. Tra le strade della città si possono incontrare sette sculture di cucù a dimensione d’uomo che sono state realizzate per la “Cucù Parade 2020” organizzata dalla Pro Loco Matera, una iniziativa per reinventare i classici spazi urbani. E per finire come non citare la canzone del cavalier Giovanni Martinelli dedicata proprio al cucù? 

Da tanti anni facciamo i Cucù,
ora invece li fai pure tu,
ma l’argilla che abbiamo quaggiù,
certamente, non ce l’hai tu.

Tante cose facciamo però,
con l’argilla a noi tutto si può,
piatti, quadri, gioielli e cucù,
noi facciamo di tutto e di più, cucù.

Ne abbiam grandi e anche piccini, dai, fischia pure tu,
se lo suoni in ogni momento
tu sarai felice e contento,
se lo suoni in compagnia
porterà fortuna e allegria,
perciò, portalo sempre con te,
col Cucù tu sarai un vero Re,
perciò portalo sempre con te,
col Cucù sarai tu il vero Re!

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Fonte
Matera - SilvanoTrevisani

Giugno 2022