Matera
  
 

Cattedrale della Madonna della Bruna e di Sant'Eustachio

La Cattedrale, sorta sull'area di un precedente castello Normanno e, come attestano recenti scavi, su un precedente luogo di culto paleocristiano, è la più maestosa cattedrale della regione.

Sull'area dell'antico monastero benedettino di Sant'Eustachio, protettore della città, dove già tra il 1093 e il 1094 aveva soggiornato papa Urbano II, la cattedrale fu edificata a partire dal 1230, alcuni anni dopo che papa Innocenzo III aveva elevato la città di Matera al rango di arcidiocesi in unione con Acerenza; fu eretta per volere dell'Imperatore Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero e Conte di Matera. Per fare in modo che il nuovo tempio dominasse con la sua mole le costruzioni circostanti e le due vallate sottostanti dei Sassi, fu necessario rialzare la base rocciosa di oltre sei metri.

Completata nel 1270, la nuova cattedrale fu dedicata originariamente a Santa Maria di Matera, come risulta da un atto notarile dell'epoca. Successivamente in un testamento del 1318 risulta intitolata a santa Maria dell'Episcopio e dal 1389, anno in cui papa Urbano VI (già arcivescovo di Matera) istituì la festa della Visitazione, fu intitolata a santa Maria della Bruna, anch'essa protettrice della città. Infine a partire dal 1627 mons. Fabrizio Antinori, arcivescovo di Matera, intitolò la cattedrale di Matera alla Madonna della Bruna e a sant'Eustachio. Il 2 luglio 1962 papa Giovanni XXIII la elevò alla dignità di basilica minore.

Nel 1991 ricevette la visita di papa Giovanni Paolo II. Dal 2003 è stata interessata da importanti lavori di restauro. Nel 2006 ha ricevuto una serie di interventi di consolidamento e restauro, tra cui quello delle capriate medievali e di cornicioni precedentemente crollati. Questi interventi sono stati realizzati anche grazie ai fondi del Gioco del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/96.

Il 5 marzo 2016 è stata riaperta al culto dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, che per l'occasione ha aperto la porta santa giubilare. Erano presenti anche mons. Salvatore Ligorio, arcivescovo metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, mons. Agostino Superbo, arcivescovo emerito di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, mons. Antonio Ciliberti, arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace, mons. Michele Scandiffio, arcivescovo emerito di Acerenza, mons. Giuseppe Favale, vescovo emerito di Vallo della Lucania, e mons. Pierdomenico Di Candia, amministratore diocesano dell'Arcidiocesi di Matera-Irsina.

Si pensa che la sua perfetta posizione verso ovest sia opera dei calcoli dell'astronomo Alano da Matera.

A differenza dell'interno che nel tempo ha subìto diverse trasformazioni, l'esterno conserva quasi intatta la sua forma originaria. La facciata è dominata dal rosone a sedici raggi, sormontato dall'arcangelo Michele che schiaccia il drago; ai lati vi sono due figure maschili ed in basso un'altra che funge da atlante. Il rosone è affiancato da 4 colonnine, mentre dal frontone scendono altre 12 colonnine pensili, simboleggianti rispettivamente i 4 evangelisti ed i 12 apostoli, sostenute da telamoni. Al centro della facciata vi è la porta maggiore, chiusa da un arco a tutto sesto con la statua della Madonna della Bruna nella lunetta. 

Ai lati della porta vi sono le statue dei santi Pietro e Paolo, mentre alle estremità della facciata quelle seicentesche in altorilievo dei santi Eustachio e Teopista. La facciata laterale è quella rivolta verso la piazza e presenta due porte. La prima è comunemente detta la “Porta di piazza” e ha vari elementi decorativi: in alto una piccola formella rappresenta in bassorilievo il profeta Abramo, ed è quella normalmente utilizzata per l’accesso all’interno, ornata da due piccole statue che propongono due monaci benedettini. La porta a destra, invece, è chiamata “Porta dei leoni”, poiché il timpano presenta due figure di leoni stilofori che avvinghiano un uomo, le colonnine reggono un protiro cuspidato. Gli archivolti sono ornati di motivi vegetali, sull’architrave fanno bella mostra cinque volti di ragazze, che stanno a simboleggiare le virtù. Tra le due porte vi è una bellissima monofora riccamente decorata con lavori a intaglio.

Sul lato posteriore sinistro vi è il campanile, coevo alla chiesa, alto 52 metri e a quattro piani, di cui tre con finestrelle bifore, mentre il quarto con monofore e, in cima, una cuspide sovrastata da una sfera con una croce sopra.  

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L’interno della Cattedrale, come è accaduto molto spesso nelle chiese di antica edificazione, è stato più volte rimaneggiato, per essere “aggiornato” alle esigenze estetiche e culturali, risultando conseguentemente confuso nell’impianto stilistico.

I primi rifacimenti risalgono all'inizio del XVII secolo, ma fu monsignor Brancaccio a decidere, tra il 1703 e il 1722, un radicale rimaneggiamento in senso barocco.

Anche il soffitto originale è stato coperto nel 1719 con un controsoffitto ligneo, nel quale furono inserite, nel XIX secolo, tre tele dipinte da Battista Santoro, con i riferimenti alla cultualità locale: San Giovanni da Matera e Sant’Eustachio nei medaglioni laterali, e la Visitazione della Vergine al centro. Nei riquadri sulle pareti sotto al soffitto campeggiano le Storie della Vergine, affreschi di Anseimo Palmieri, altro artista lucano. A destra dell’ingresso principale si trova il famoso affresco de II giudizio universale, che è tutto ciò che rimane della decorazione pittorica medioevale originaria della Cattedrale, eseguita da Rinaldo da Taranto.

Nella navata destra, sulla prima porta di ingresso (Porta di Piazza), vi è la Madonna delle Grazie tra i Santi Ilario e Giovanni da Matera, opera di un altro esponente della famiglia Persio, Domizio (1592), mentre sulla seconda porta (dei Leoni), c’è una bella tela del pittore bitontino Carlo Rosa (le cui opere sono presenti tra l’altro nella Cattedrale di San Nicola di Bari) rappresentante San Gaetano.

Sull’ultimo altare della navata destra è il Polittico di Vito Antonio Conversi.  

L’altare maggiore, proveniente dall’Abbazia di Montescaglioso, è realizzato in marmo bianco ed è sovrastato dalla “Cona dell’altare grande” acquistata a Napoli nel 1580, opera giovanile di Fabrizio Santafede. Rappresenta nella parte centrale la Vergine attorniata dai Santi Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Biagio, Donato, Pietro e Paolo, e nell’ovale in alto, la SS. Trinità. In basso, nei riquadri, scene dal Vangelo. Alle spalle dell’altare maggiore è situato il Coro ligneo, minuziosamente intagliato nel 1453 da Giovanni Tantino da Ariano Irpino. A sinistra, è assolutamente da vedere, soprattutto per gli appassionati dell’arte pre- sepiara, il presepe collocato nella cappella detta “di San Nicola al cimitero”, scolpito nel 1534 da Altobello Persio e Sannazzaro da Alessano in pietra calcarea dipinta.

Il primo altare della navata, utilizzato come altare maggiore sino al 1776, ospita l’affresco della Madonna della Bruna (1270), protettrice della città. Il nome “Bruna” secondo alcuni è un riferimento al colorito scuro del volto della Madonna, ma, secondo molti studiosi, deriverebbe, come molti nomi medievali, dal vocabolo longobardo “brunja”, che vuol dire “corazza, armatura”, con riferimento alla protezione esercitata dalla Patrona sulla città. Sulla navata di sinistra, infine, da segnalare Valtare dedicato a San Giovanni da Matera, le cui reliquie, dapprima poste sotto l’altare dell’Abbazia di Pulsano (nei pressi di Monte Sant’Angelo), furono traslate nel 1930 a Matera e conservate nel sarcofago qui venerato.

Nato a Matera intorno al 1070, secondo la tradizione, scambiò i suoi abiti lussuosi con quelli di un mendicante e poi partì per Taranto. Qui, desiderando vivere una vita semplice, accettò di badare alle pecore dei monaci basiliani dell’Isola di San Pietro. In cerca di Dio, girovagò per Calabria, Sicilia e Puglia e fece una lunga sosta a Ginosa, vicino Taranto. Per sfuggire alle persecuzioni di un signorotto del luogo, Roberto di Chiaromonte, fuggì poi a Capua. Lasciò presto anche la città campana e si diresse sui monti dell’Irpinia, dove incontrò San Guglielmo da Vercelli, che sarebbe poi stato venerato nella città. Sempre in Puglia, a Foggia, fondò un nuovo monastero nei pressi della vecchia Chiesa di San Giacomo per diffondere la comunità, dopo esserne stato a capo per dieci anni. Qui morì il 20 giugno 1139. Fu proclamato Santo da Papa Alessandro III nel 1177.  

Chiesa di San Giovanni Battista

Percorrendo Via San Biagio, lungo la quale si affacciano una sequenza di locali caratteristici, ci si immette in un’altra bella e ampia piazza, Piazza San Rocco, sullo sfondo della quale campeggiano due grandi chiese, di epoche e stili molto diversi: la più recente e lineare, San Rocco, sulla destra, e la più sontuosa e ampia, San Giovanni Battista, sulla sinistra, una delle chiese più antiche e importanti della città.  

È stata la prima struttura sacra a sorgere fuori dalle mura della città. La Chiesa di San Giovanni Battista, fondata nel 1233, su mandato delle monache Agostiniane di Santa Maria d’Accon, fu dedicata a Santa Maria la Nova ai Foggiali. Quando le monache si trasferirono, intorno alla fine del Quattrocento, la chiesa fu abbandonata e rimase inutilizzata fino al 1695, anno in cui monsignor del Ryos Culminarez ne sancì la riapertura al culto, conferendole l’attuale intitolazione. 

Durante la guerra d'Otranto (1480) fu abbandonata; fu poi riaperta al culto nel 1695 e intitolata a san Giovanni Battista. La struttura subì diverse modifiche nel corso dei secoli.

La sua architettura è principalmente romanica, ma si notano influenze di vari stili, come quello arabo nei portali, gotico negli archi e greco per via della sua pianta a croce.

Il fianco destro della chiesa (il tempio non ha una vera e propria facciata) è dominato dal portale principale, finemente decorato con volute vegetali; è ornato anche da colonnine pensili e sculture di animali. Un'opera di tufo rappresentante san Giovanni Battista occupa la nicchia sotto il rosone del grande timpano.

Alla Chiesa si accede dal portale laterale, finemente lavorato, dal momento che il principale è rimasto incorporato nell’attiguo stabile, sorto nel 1610 con finalità di ospedaletto che, nel corso dei secoli ha conosciuto varie destinazioni. Il portale, comunque, è sormontato da un rosone decorato da elementi scultorei e da una statua di San Giovanni Battista realizzata in pietra policroma. 

L'interno ha tre navate, delimitate da otto pilastri sormontati da capitelli decorati con motivi floreali e animali; la navata centrale presenta la volta a stella, mentre sulle navate laterali le grandi arcate trasversali formano volte a crociera. Le cappelle medievali contengono un affresco del XVI secolo della Madonna della Nova e due statue lignee rappresentanti i santi medici Cosma e Damiano. Nella cappella sull'altare è presente una tela della metà del Settecento di Vito Antonio Conversi.

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Da ammirare, sulla navata sinistra, l’affresco di Santa Maria la Nova e il gruppo scultoreo rappresentante l’Annunciazione e Dio Padre, attribuito alla bottega di Altobello Persio (Montescaglioso, 1507 - Matera, 1593), scultore materano molto noto e maestro di artisti, filosofi e letterati che hanno dato lustro alla città: tra questi ricordiamo Domizio e Giulio, per le loro opere di pittura e scultura. 

Di pregevole fattura anche la tela secentesca di Vito Paolo Conversi, che raffigura un "In vocazione alla Vergine con i santi particolarmente venerati nella città: Antonio, Cosimo, Damiano, Biagio e Domenico e, nell’ultima cappella La Pietà lignea di fino Ottocento di Pasquale Calabrese, scultore anch’egli materano.  

Chiesa della Mater Domini

La Chiesa della Mater Domini fu fatta costruire dei Cavalieri di Malta nel 1680 sulla sottostante chiesa dello Spirito Santo. La piccola ma preziosa chiesa presenta, oltre all’altare dedicato alla Madonna dell’Annunziata, le statue dell’Arcangelo Gabriele e della Vergine. 

Come in altre chiese materane, l’ingresso della Mater Domini presenta una scultura della Madonna col Bambino. 

Un altro elemento singolare che ne caratterizza il prospetto, è il campanile a torre piatta che presenta, al centro, gli stemmi dei Cavalieri di Malta e della famiglia Zurla, che promosse l’edificazione.  

Chiesa di San Francesco di Paola

La Chiesa di San Francesco da Paola è un edificio religioso situato nel cuore del centro storico di Matera, che ospita l'arciconfraternita della città.

Essa riveste un ruolo importante per la città poiché è qui che viene accolta la Madonna della Bruna durante la processione dei pastori il 2 luglio.

I lavori per la costruzione di questo tempio furono di molto successivi alla propagazione, da parte dei frati minimi del santo paullano, della devozione che aveva trovato riscontro già nel ‘600 con la costruzione della vecchia Chiesa dedicata al Santo, poi divenuta Cappella di Santa Maria de Armenis situata nel Sasso Caveoso, dietro il Convitto Nazionale. 

Progettata dal materano Lazzaro Caputo, la chiesa fu realizzata, nella sua parte inferiore, nel 1774 e non terminata del tutto per assenza di fondi disponibili. Oltre alla chiesa, negli stessi anni, furono realizzati anche la sacrestia e i locali annessi. 

La chiesa fu completata, nel suo ordine superiore, nel 1791, su progetto del materano Michele Del Giudice, autore, tra tanti edifici, anche della vicina chiesa delle Ss. Lucia e Agata.

Terminata la costruzione della nuova chiesa, solennemente consacrata dall’Arcivescovo Francesco Zunica il 29 settembre 1795, numerosi furono i benefattori che nel corso del tempo si preoccuparono di abbellirla e di dotarla della suppellettile necessaria. Tra questi il Duca di Santa Candida, Domenico Malvinni Malvezzi, che commissionò la realizzazione dell’altare maggiore, sostituito, a fine Ottocento, dall’attuale altare marmoreo realizzato dal napoletano Raimondo Belliazzi.

Nel 1856, la Confraternita, riscontrata l’insufficienza della chiesa ad accogliere i fedeli, decise di commissionare un progetto di ampliamento all’architetto tarantino Davide Conversano, modificato e realizzato, tra il 1863 e il 1865, dall’ingegnere materano Giovanni Radogna.

A seguito dell’ampliamento, furono realizzati, sotto le quattro grandi arcate della navata, gli altari: di San Michele, con statua lignea del 1895 di autori napoletani; di Santa Teresa d’Avila, con tela del 1813 firmata da Saverio Calò; di Maria SS. Addolorata, con statua lignea in abito nero del 1886; e di Maria SS. Immacolata, con tela del 1776, firmata dal pittore Nunzio Bonamassa. Al di sotto dell’altare di Santa Teresa, vennero esposte, alla venerazione dei fedeli, le reliquie di San Restituto martire, donate dalla nobildonna Maria Bronzini Greco.

Al 1892 risale l’indoratura della chiesa, operata dal napoletano Pasquale Bussola.

Infine, nella circolare del cappellone, furono realizzati, nel 1930, entro sei cornici di stucco dorato, le tempere del prof. Salvatore Cozzolino, raffiguranti: San Francesco da Paola che edifica monasteri e guarisce ammalati, Il miracolo dell’acqua fatta scaturire dalla roccia con il tocco del bastone, Il passaggio dello stretto di Messina, Il miracolo del sangue fatto schizzare dalle monete davanti al Re, La visita del Santo al Lazzaretto e la guarigione di appestati, La restituzione alla vita del nipote morto.

All’interno è visibile, tra l’altro una tela del 1755 che raffigura l’episodio del rogo con cui gli Ugonotti, nel 1501, diedero alle fiamme, a Tour, le spoglie di San Francesco di Paola. L’opera è del pittore Vito Antonio Conversi, che fu anche priore della Congrega. Anche l’artigiano cretaro Pasquale Calabrese (1855-1927), entrato a far parte della Confraternita, lasciò una sua opera: la statua in terracotta del Santo nell’altare maggiore e quella posta nella nicchia dietro l’altare. 

Chiesa di San Pietro e Paolo al Caveoso

La sua costruzione dell'attuale chiesa risale al 1218. La chiesa originaria era scavata nel costone roccioso che dalla sommità, su cui sorge la Madonna dell'Idris, scendeva fino alla piazza le cui dimensioni erano molto più ridotte rispetto ad oggi. Della chiesa rupestre sono rimaste solo alcune tracce nella navata laterale destra, dove attualmente c'è una nicchia con la statua di San Giovanni da Matera. L'edificio ha subito modifiche e ristrutturazioni nel corso dei secoli con la perdita di molte delle caratteristiche costruttive originali. Già la facciata ha subito diversi interventi di ristrutturazione e si presenta piuttosto semplice con elementi che richiamano il barocco. 

Nel XVII secolo la chiesa venne ristrutturata totalmente con l'aggiunta dell'attuale facciata e la costruzione del campanile, mentre l'interno venne ingrandito con l'aggiunta di cappelle laterali e sostituendo l'originario soffitto ligneo a capriate con un tetto di tufo.

Nel 1706 la chiesa fu riconsacrata, come indicato su una lapide, e fu ancora modificata: fu aggiunta la cuspide sul campanile, l'interno fu rivestito con stucchi e decorazioni e fu posto un controsoffitto ligneo sotto il tetto in tufo.

La barocca facciata a salienti presenta, nella parte inferiore, tre portali con semplice cornice sulla parte superiore. Sopra ognuno di essi, si aprono altrettante nicchie semicircolare contenenti statue; esse raffigurano: la Madonna del Confalone o De vexillo (sopra il portale centrale), San Paolo apostolo (sopra il portale di destra) e San Pietro Apostolo (sopra il portale di sinistra). Le due nicchie laterali sono a loro volta sormontate da una finestra rettangolare ciascuna; quella centrale, invece, è affiancata da due monofore con arco a tutto sesto e sormontata da un rosone circolare.

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Alla sinistra della facciata si erge il campanile, su tre ordini; tra il secondo e il terzo ordine, si trova un ballatoio con balaustra scolpita con motivi geometrici. 

Il campanile, che è stato edificato nel XVII secolo, ha una base quadrata con una balaustra adornata con clementi geometrici. Fu ancora una volta l’arcivescovo Lanfranchi a riaprirla al culto nel 1752, non prima di avervi apportato ulteriori modifiche: al campanile fu aggiunta una cuspide, sullo stile di quella del Duomo, mentre all’interno venne collocato un controsoffitto in legno, decorato con opere di artisti locali, che rappresentano il Cristo che affida il futuro della Chiesa a San Pietro e la conversione di San Paolo.

La navata centrale di tufo è nascosta dalla controsoffittatura di tavoloni in legno, ornati da pitture che rappresentano Cristo che affida il futuro della Chiesa a san Pietro, Madonna del Confalone e Conversione di san Paolo. Nei medaglioni: San Giovanni da Matera, San Donato e gli angeli e, in corrispondenza dell'altare maggiore, Incoronazione della Vergine.

In origine erano presenti otto cappelle laterali, quattro a sinistra e quattro a destra. Queste ultime sono state distrutte per fare posto alla costruzione dell'oratorio e ed un arco di passaggio per l'accesso carrabile alle spalle dei rioni Malve-Casalnuovo lungo il ciglio superiore della Gravina di Matera.

La navata centrale termina con un altare settecentesco dominato da un polittico in legno datato intorno al 1540, opera di un anonimo pittore materano, raffigurante la Madonna con Bambino tra i santi Pietro e Paolo; sulla predella è raffigurata l'Ultima Cena; nella parte superiore la raffigurazione dell'Eterno.

Tra le quattro cappelle a sinistra, la prima è dedicata alla Vergine Addolorata, con volta a crociera e scarsissime tracce di affresco presumibilmente del XV secolo; ospita una tela seicentesca con la Pietà del pittore Alessandro Fracanzano, databile tra secondo e terzo decennio, che riprende nella composizione e nei modi pittorici lo stesso soggetto di Palma il Giovane oggi nell'Episcopio di Monopoli.

Nella seconda cappella, attualmente del SS. Sacramento, sotto la copertura di stucchi settecenteschi, sono riapparsi, dopo i restauri, due gruppi di affreschi seicenteschi eseguiti da Martino Deghello.

La terza cappella è dedicata a sant'Antonio ed ospita un altare decorato da sei pannelli in tufo, a bassorilievo, datato 1531 ed eseguito probabilmente da Altobello Persio. A destra ed a sinistra due dipinti seicenteschi raffiguranti una Madonna del Rosario e San Vincenzo Ferreri.

L'ultima cappella attualmente ospita il fonte battesimale del XIII secolo, decorato con bassorilievi, rivelati dai restauri che lo hanno liberato dallo strato di stucco aggiunto nel corso dei secoli. Ci si conservano inoltre affreschi seicenteschi di santi, tra cui San Francesco da Paola e San Domenico, e parte di un bassorilievo ligneo probabilmente cinquecentesco che rappresenta Dio Padre benedicente.

Sulla destra sono presenti tre nicchie nelle quali sono presenti le statue di San Leonardo, la madonna del Confalone o De vexillo, e San Giovanni da Matera. 

Chiesa di San Francesco d’Assisi

La Chiesa di San Francesco d’Assis è situata in posizione di spicco al termine di Via del Corso e all’inizio di Via Ridola. Come la gran parte delle strutture architettoniche materane, anche questa sorge al di sopra di numerosi ipogei. La prima fase costruttiva si attesta intorno al 1200, su un preesistente convento dei Santi Pietro e Paolo. 

Nel XV secolo la chiesa fu ampliata con la costruzione del convento attiguo e le cappelle laterali dell’interno. A questa fase risalgono gli affreschi quattrocenteschi venuti alla luce con la rimozione del coro ligneo dietro l’altare maggiore: raffigurano immagini dei miracoli di San Giacomo Maggiore, L’Annunciazione, una Madonna in trono e i Quattro martiri di Albano.

Se nel 1670 gli interni subirono una prima trasformazione secondo la moda barocca del tempo per iniziativa dell’arcivescovo Lanfranchi, uno degli artefici del rinnovamento urbanistico di Matera; un secolo dopo, l’interno venne nuovamente trasformato: con Carlo Casino e Domenico Preziosi la chiesa, infatti, fu invasa da ricchi fregi in stucco.

La facciata, risultato di un intervento settecentesco, opera degli architetti Vito Valentino e Tommaso Pennetta, è un esempio di architettura barocca. Suddivisa in due parti, quella inferiore oltre al portale presenta cinque finestre con elementi decorativi floreali, quella superiore una statua della Madonna posta sulla nicchia centrale. Sulle estremità del cornicione sono collocate le belle statue di San Francesco, a destra, e di Sant’Antonio di Padova, a sinistra. 

L’interno è ad una sola navata e tante piccole nicchie dedicate ai nobili materani, ad esclusione della prima di sinistra, nella quale sono alloggiate le statue dei Santi Patroni della città: Sant’Eustachio e la Madonna della Bruna. La Madonna con diversi Santi (XV sec.) ha paternità ancora incerta, attribuita a Bartolomeo Vivarini o Lazzaro Bastiani.

Tra le opere d’arte da sottolineare è l’antichissima acquasantiera (XIII sec.), finemente scolpita in pietra e attribuita agli stessi lapicidi operanti nella Cattedrale e in altre chiese materane.

Chiesa di Santa Chiara

La Chiesa di Santa Chiara che fu edificata contemporaneamente al Seminario Lanfranchi tra il 1668 e il 1672, su iniziativa del vescovo di Matera, Antonio del Ryos Culminarez, altro fervido promotore di iniziative, che abbiamo già incontrato; la chiesa faceva parte, infatti, del quartiere “Case nuove”, realizzato per ospitare le maestranze impegnate alla costruzione del Seminario. Sono, quindi, complessi che risalgono alla fase immediatamente successiva alla nomina di Matera a sede della Regia Udienza della Basilicata: in questo periodo le attività politiche e commerciali cominciarono a concentrarsi tutte sul Piano. La chiesa venne affidata alle Clarisse, assieme all’ospedale che l’affiancava, diventando poi convento di clausura.

La facciata, molto lineare, presenta diversi elementi ornamentali e artistici, a partire dalle colonne e dalle due nicchie con le statue di San Francesco d’Assisi e Santa Chiara. Il portone ligneo è riccamente decorato. In alto è visibile lo stemma del vescovo del Ryos Culminarez e, sopra di esso, è un’altra nicchia con la Madonna del Carmine. Sulla sommità, al di sopra di un ampio finestrone semicircolare, vi è un bassorilievo con Dio Padre Benedicente. 

L’interno è a un’unica navata con volta a botte culminante in un arco a sesto acuto. Alle spalle dell’altare maggiore è collocata un’alzata in legno che costituisce uno degli elementi più interessanti della chiesa. I vari altari sono adornati da dipinti e statue di indubbio valore artistico. Sul primo a destra vi è una tela raffigurante La presentazione di Maria al Tempio, in quello successivo, invece, La presentazione di Gesù al Tempio.  

Chiesa del Purgatorio

La Chiesa del Purgatorio è uno degli edifici che impreziosiscono via Ridola e che sembra seguire un disegno ordinato e prestabilito, cui fu artefice il vescovo del Ryos, e che comprende Santa Chiara e Palazzo Lanfranchi.

La chiesa del Purgatorio venne costruita nel XVIII secolo nell’area dove anticamente era presente un piccolo lago. Si ebbe necessità di realizzarla nella zona del Piano, così è denominata tutta l’area della quale stiamo scrivendo, data la difficoltà di raggiungere la vecchia chiesa sita nel Sasso Caveoso. Per edificarla si adoperarono tutte le confraternite cittadine tra le quali quella del Purgatorio.

Il progetto della Chiesa è di Giuseppe Fatone di Andria, mentre quello della facciata è di Vitoantonio Buonvino e Bartolomeo Martemucci. 

Ciò che colpisce davvero della facciata sono le decorazioni con il ricorrente tema della morte e della purificazione delle anime attraverso il Purgatorio nello stile all’epoca in voga: il tardo barocco. Nella parte superiore sono presenti angeli, cesti di frutta e penitenti avvolti nelle fiamme, mentre al centro è la Madonna col Bambino; ma è la parte inferiore la più significativa. Al centro è presente un bellissimo portale ligneo con 36 riquadri che riportano, nella parte alta, i teschi di prelati e regnanti e, in quella bassa, quelli dei comuni cittadini, quasi a ricordare l’uguaglianza di fronte alla morte. Sulla parte alta del portale è riportata la seguente iscrizione: MISEREMINI MEI MISERE-MINI MEI SALTEM VOS AMICI MEI (abbiate pietà di me, almeno voi, amici miei). Nelle due nicchie laterali sono collocati San Michele Arcangelo, a sinistra, e un Angelo Custode, a destra. 

Al di sopra del portale principale troviamo un’epigrafe che ricorda l’anno di fine lavori: 1747. 

L'interno della Chiesa è a croce greca. La parte centrale è sormontata da una cupola ottagonale che si poggia su un tamburo circolare sorretto da colonne ornate con capitelli corinzi. I due altari laterali ospitano dipinti del settecento, mentre sull'altare maggiore si trova una tela con San Gaetano e la Madonna.

Al di sopra del portale d'ingresso, su cantoria lignea, si trova l'organo a canne, costruito da Leonardo Carelli nel 1755; esso mantiene pressoché inalterate le sue caratteristiche foniche originarie e venne restaurato da Camillo Liguori tra la fine del XVIII secolo e gli inizi di quello successivo, e Nicola Canosa nel 2006.

Lo strumento è a trasmissione integralmente meccanica e dispone di 9 registri; la consolle è a finestra, con un'unica tastiera con prima ottava scavezza e pedaliera a leggio priva di registri propri e costantemente unita al manuale. Il materiale fonico è interamente racchiuso entro una cassa lignea riccamente scolpita, con mostra composta da 45 canne di principale disposte in tre cuspidi entro altrettanti campi, con bocche a mitria sormontate da delle stelle dipinte.

Chiesa di San Domenico

La chiesa di San Domenico è un edificio di culto in stile romanico parte di un monastero del XIII secolo situato nella centralissima Piazza Vittorio Veneto della città di Matera.

All'epoca della sua costruzione era ubicato ai margini della cinta muraria della città. Lo spazio concesso per la costruzione della chiesa e del monastero dei Padri Predicatori, si trovava, infatti, nella zona detta dei “foggiali”, per la presenza di cavità, nelle quali venivano immagazzinate le derrate alimentari. La sua edificazione risalirebbe ai primi decenni del XIII secolo, ed è ascritta all’opera e alla predicazione del Beato Nicola Paglia da Giovinazzo, che era discepolo di San Domenico e fondatore anche dei primi conventi domenicani di Trani, Brindisi e Monopoli. 

Nel 1700 il monastero, al culmine della sua prosperità, ospitava una ventina religiosi e una scuola di teologia, filosofia e scienze, aperta anche ad esterni. Nel 1774 la Chiesa venne restaurata. La facciata principale esterna della chiesa è l’unico elemento superstite della originaria struttura medioevale, la cui parte superiore però terminava a cuspide e che, nel XVII secolo, a causa di rimaneggiamenti della vecchia volta a capriate, venne modificata fino a prendere la conformazione attuale. La pianta originaria a una sola navata venne, anche a seguito della crescita della comunità monastica, ampliata a tre navate, modificando il fianco destro della chiesa. 

La comunità monastica, tra alti e bassi, cessò di esistere nel 1809, anno in cui Gioacchino Murat decretò la soppressione degli ordini religiosi e lo stabile fu adibito a caserma, poi a ufficio postale e, infine, nel 1927, a sede della Prefettura. Vi prese dimora anche il poeta Giovanni Pascoli, durante il suo soggiorno a Matera.

La struttura originale duecentesca è evidente all'esterno della chiesa, a parte la facciata ricostruita in stile romanico.

Elemento di spicco della facciata esterna è il suo rosone. Esso rappresenta la ruota della vita: sulla sommità campeggia San Michele che sconfigge il drago, mentre al centro è rappresentato il cane con la fiaccola in bocca, simbolo dell’ordine domenicano.

L'interno è a croce latina, a tre navate. Sopra l'ingresso si trova un organo del XVII secolo. 

All’interno sono presenti opere artistiche di pregio come la tomba di Orazio Persio (1589-1649), famoso avvocato e autore materano. La cappella del Rosario con pianta ottagonale e volta sferica, voluta dalla omonima confraternita, presenta elementi di notevole pregio come l’arco di ingresso a tutto sesto e la statua della Madonna del Rosario che, come riporta un’iscrizione sul pilastro, salvò la città nel 1630 dalla peste. In una nicchia vicino alla cappella vi è la statua della Madonna col Bambino, del grande scultore e maestro presepiaro Stefano da Putignano (1518), un tempo molto venerata a Matera.  

L'altare maggiore è ornato da un complesso in cartapesta della Madonna del Rosario e da un dipinto del seicento con la glorificazione di San Domenico.

Chiesa di Santa Lucia e Sant’Agata alla Fontana

La Chiesa di Santa Lucia e Sant’Agata alla Fontana, detta anche “al Piano”, è una delle tre chiese presenti in città dedicate alle sante vergini e martiri siciliane e si distingue dalle altre (Santa Lucia e Sant’Agata alle Malve e Santa Lucia e Sant’Agata alla Civita) proprio per la denominazione che si motiva con la vicinanza alla Fontana.

Questa chiesa, con l’annesso convento, fu costruita alla fine del XVIII per assecondare l’esigenza delle monache Benedettine di clausura di vivere in condizioni più confortevoli rispetto al duecentesco complesso della Civita, dove, per l’insalubrità del luogo, si era registrata una mortalità di monache piuttosto alta. La nuova residenza, purtroppo, le claustrali benedettine se la godettero per poco tempo: il convento, infatti, fu incamerato dallo Stato all’inizio dell’Ottocento divenendo sede del Municipio.

Il portale della chiesa si staglia sulla sommità di una scalinata restaurata in anni recenti. La facciata presenta elementi decorativi lineari, divisa in due da un cornicione marcapiano: nella parte superiore vi è una vetrata abbellita da un arco mistilineo, che richiama l’estremità della facciata stessa, i cui motivi decorativi sono ripresi dal campanile. Nella parte inferiore, al di sopra del portale, vi è una nicchia che ospita la statua di San Benedetto. 

L’interno, a una sola navata, comprende quattro altari e diverse opere di pregevole fattura. Si segnala la terza nicchia di sinistra, che custodisce una espressiva statua lignea raffigurante Nostra Signora del SS. Sacramento, mentre, in quella di fronte, vi è la statua, anch’essa lignea, di Santa Lucia. 

Oggi la chiesa è un importante punto di riferimento per la cultualità locale in quanto sede dell’Adorazione perpetua del SS. Sacramento.

Monastero di Sant’Agostino e Chiesa della Madonna delle Grazie

Il complesso è costituito dal convento fatto costruire dai Monaci dell'ordine degli Emeritani di Sant'Agostino, costruito nel 1592 e dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, costruita nel 1594. Il primo fu fondato su un antico ipogeo dedicato a san Guglielmo da Vercelli. Distrutto nel 1734 da un terribile terremoto, il complesso fu restaurato e in seguito diventò sede del Capitolo Generale dell'Ordine degli Agostiniani. Il convento fu poi soppresso. Oggi è sede della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Ambientali.

Fu edificato tra il 1591 e il 1594 dai monaci Eremitani di Sant’Agostino, e restaurato, e in parte riedificato, nel 1747, poiché soprattutto la Chiesa, intitolata alla Madonna delle Grazie, era stata gravemente danneggiata dal terremoto che aveva colpito la regione nel 1732. La chiesa sorge sulle rovine, visitabili all’interno, dell’antico Cenobio rupestre di San Guglielmo da Vercelli, il grande vescovo la cui vita fu fortemente influenzata dall’incontro con San Giovanni da Matera, avvenuto intorno alla metà del XII sec., quando era transitato per quelle contrade per assistere i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa. 

Il cenobio, che conserva affreschi sia di epoca bizantina che di epoca rinascimentale, è visitabile.  

La Chiesa della Madonna delle Grazie è stata edificata su una rupe a strapiombo che guarda la gravina alle sue spalle.

La facciata della chiesa è dominata dal portale centrale, da una nicchia con la statua di Sant'Agostino. Ai due lati del cornicione sovrastante vi sono le statue di San Paolo e di San Pietro. Al centro del frontone, decorato con lesene fastigi e acroteri, si apre un finestrone rettangolare con cornice, sopra il quale una nicchia accoglie la statua di un Vescovo. Tra la chiesa e il convento, si eleva il campanile in tufo.

L'interno è a croce latina e si sviluppa in un'unica navata con altari laterali, divisi da pilastri con semicolonne e capitelli. Il primo altare a sinistra è sovrastato da una tela incorniciata da volute e foglie, che raffigura una Crocifissione con la Maddalena, san Giovanni Battista e la Madonna. Il secondo è dedicato alla Madonna delle Grazie. Il terzo è dominato da una tela raffigurante san Nicola da Tolentino, San Vito, la Madonna col Bambino, Sant'Apollonia e Santa Caterina.

Gli altari di destra sono in pietra scolpita e dipinta. Sul primo, una tela raffigura alcuni santi come san Francesco da Paola, San Leonardo, San Giuseppe e sant'Anna. Nel dipinto del secondo altare è raffigurata la Santa Trinità e altri santi. Il terzo altare è sovrastato dalla tela della Madonna delle Grazie con in basso Sant'Agostino.

Il transetto, sormontato da una cupola, contiene una statua di San Vito, e una di Sant'Agostino. In fondo si trova il coro ligneo. Davanti al coro c'è l'altare maggiore in marmo intarsiato, su cui è collocato un crocifisso ligneo del XVI secolo.

Sulla cantoria dietro l'altare maggiore, si trova l'organo a canne, costruito nel 1749 dall'organaro Petrus De Simone junior. Lo strumento, ripristinato nel 2005 dall'organaro Nicola Canosa con un restauro, ha un'unica tastiera di 49 note con prima ottava cromatica estesa ed una pedaliera a leggio di 12 note costantemente unita al manuale. La trasmissione è integralmente meccanica e lo strumento è alimentato da tre mantici a cuneo situati dietro l'organo.

Santuario di Santa Maria di Picciano

Il santuario di Santa Maria di Picciano è un edificio di culto situato nei pressi della città di Matera. Sorge su un'altura a 440 m. a cavallo tra Basilicata e Puglia tra la valle del fiume Bradano e l'altopiano delle Murge.

Il primo insediamento monastico e la chiesa erano situati lungo la Gravina di Picciano, sulla sponda destra del torrente dove sorge la cappella dei Grottini, segno superstite dell'antico insediamento ai piedi del colle. Successivamente i monaci benedettini, la cui presenza è testimoniata a partire dal 1219, si trasferirono sulla sommità del colle; a partire dalla seconda metà del '300, ai monaci benedettini subentrarono i Gerosolimitani, in seguito i Templari e infine i Cavalieri di Malta che costituirono una commenda e si presero cura del santuario per circa quattro secoli.

Dalla fine del Trecento la commenda di Santa Maria di Picciano estese in suoi beni in diversi centri di Puglia e Basilicata. Alla fine del Cinquecento il commendatore Gian Girolamo Carafa fece invertire l'orientamento della chiesa e fece eseguire una copia della effigie della Madonna, che alla sua morte fu collocata nella concattedrale de La Valletta, ed è ancora oggi venerata con il nome di Madonna di Carafa. Il completamento dei lavori si deve al commendatore Silvio Zurla di Crema tra il 1645 ed il 1685, che fece costruire sul nuovo altare maggiore un'icona in pietra intagliata con figure a rilievo e vi fece trasportare la sacra immagine della Vergine, originariamente presente nell'affresco absidale, proteggendola con un cristallo proveniente da Venezia, e completò la navata laterale sinistra.

La chiesa ebbe il suo aspetto definitivo a partire dal 1794, quando fu costruita una terza navata a destra di quella centrale. La commenda fu soppressa nel 1807, anno delle soppressioni murattiane. Dopo un periodo di abbandono, nel 1966 c'è stato il ritorno dei monaci benedettini e la ricostruzione del monastero, a seguito dell'accordo siglato nel 1962 tra l'arcidiocesi di Matera e la Congregazione olivetana.

L'impianto della chiesa, in stile romanico, è articolato su tre navate. Le diverse ristrutturazioni avvenute nel corso dei secoli hanno ampliato l'oratorio, apportando modifiche al soffitto che originariamente era a cupole e successivamente è stato sostituito da una volta a botte. Sopra l'altare maggiore vi è l'immagine della Madonna, databile al XV secolo, e nella cappella alle spalle dell'altare la statua della Madonna, risalente presumibilmente all'inizio del XVIII secolo, che viene portata in processione.

La leggenda narra che la Vergine apparve a un pastore abruzzese, in cerca dei suoi buoi smarriti, che percorreva quei luoghi per la transumanza. Grande è la devozione che spinge molti abruzzesi a recarsi al santuario il 25 marzo, per la festività dell'Annunziata, continuando la tradizione. Da semplice devozione popolare le festività diventarono culto ufficiale della chiesa locale già nel Seicento, con il solenne pellegrinaggio di popolo proveniente anche dalle regioni limitrofe e del clero guidato dall'arcivescovo di Matera per la consacrazione ufficiale del luogo di culto. A partire dal 1785 l'organizzazione della festa passò dagli abruzzesi ai materani. L'afflusso dei pellegrini, oltre che per la solennità del 25 marzo, continua per tutto il mese di maggio.

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Giugno 2022