La
Cattedrale,
sorta
sull'area
di un
precedente
castello
Normanno
e, come
attestano
recenti
scavi,
su un
precedente
luogo di
culto
paleocristiano,
è la più
maestosa
cattedrale
della
regione.
Sull'area
dell'antico
monastero
benedettino
di Sant'Eustachio,
protettore
della
città,
dove già
tra il 1093 e
il 1094 aveva
soggiornato papa
Urbano
II, la
cattedrale
fu
edificata
a
partire
dal 1230,
alcuni
anni
dopo che papa
Innocenzo
III aveva
elevato
la città
di
Matera
al rango
di arcidiocesi in
unione
con Acerenza;
fu
eretta
per
volere
dell'Imperatore Federico
II di
Svevia,
Imperatore
del Sacro
Romano
Impero e Conte
di
Matera.
Per fare
in modo
che il
nuovo
tempio
dominasse
con la
sua mole
le
costruzioni
circostanti
e le due
vallate
sottostanti
dei
Sassi,
fu
necessario
rialzare
la base
rocciosa
di oltre
sei
metri.
Completata
nel 1270,
la nuova
cattedrale
fu
dedicata
originariamente
a Santa
Maria di
Matera,
come
risulta
da un
atto
notarile
dell'epoca.
Successivamente
in un
testamento
del 1318 risulta
intitolata
a santa
Maria
dell'Episcopio
e dal 1389,
anno in
cui papa
Urbano
VI (già
arcivescovo
di
Matera)
istituì
la festa
della Visitazione,
fu
intitolata
a santa
Maria
della
Bruna,
anch'essa
protettrice
della
città.
Infine a
partire
dal 1627 mons.
Fabrizio
Antinori,
arcivescovo
di
Matera,
intitolò
la
cattedrale
di
Matera
alla
Madonna
della
Bruna e
a
sant'Eustachio.
Il 2
luglio 1962 papa
Giovanni
XXIII la
elevò
alla
dignità
di basilica
minore.
Nel 1991 ricevette
la
visita
di papa
Giovanni
Paolo
II. Dal 2003 è
stata
interessata
da
importanti
lavori
di
restauro.
Nel 2006 ha
ricevuto
una
serie di
interventi
di
consolidamento
e
restauro,
tra cui
quello
delle
capriate
medievali
e di
cornicioni
precedentemente
crollati.
Questi
interventi
sono
stati
realizzati
anche
grazie
ai fondi
del Gioco
del
Lotto,
in base
a quanto
regolato
dalla legge
662/96.
Il
5 marzo 2016 è
stata
riaperta
al culto
dal
cardinale Pietro
Parolin, segretario
di
Stato,
che per
l'occasione
ha
aperto
la porta
santa giubilare. Erano
presenti
anche
mons. Salvatore
Ligorio,
arcivescovo
metropolita
di Potenza-Muro
Lucano-Marsico
Nuovo,
mons. Claudio
Maniago,
vescovo
di Castellaneta,
mons. Agostino
Superbo,
arcivescovo
emerito
di Potenza-Muro
Lucano-Marsico
Nuovo,
mons. Antonio
Ciliberti,
arcivescovo
emerito
di Catanzaro-Squillace,
mons. Michele
Scandiffio,
arcivescovo
emerito
di Acerenza,
mons. Giuseppe
Favale,
vescovo
emerito
di Vallo
della
Lucania,
e mons.
Pierdomenico
Di
Candia,
amministratore
diocesano
dell'Arcidiocesi
di
Matera-Irsina.
Si
pensa
che la
sua
perfetta
posizione
verso
ovest
sia
opera
dei
calcoli
dell'astronomo Alano
da
Matera.
A
differenza
dell'interno
che nel
tempo ha
subìto
diverse
trasformazioni,
l'esterno
conserva
quasi
intatta
la sua
forma
originaria.
La
facciata
è
dominata
dal rosone a
sedici
raggi,
sormontato
dall'arcangelo
Michele
che
schiaccia
il
drago;
ai lati
vi sono
due
figure
maschili
ed in
basso
un'altra
che
funge da atlante.
Il
rosone
è
affiancato
da 4
colonnine,
mentre
dal frontone scendono
altre 12
colonnine
pensili,
simboleggianti
rispettivamente
i 4
evangelisti
ed i 12
apostoli,
sostenute
da telamoni.
Al
centro
della
facciata
vi è la
porta
maggiore,
chiusa
da un
arco a
tutto
sesto
con la
statua
della
Madonna
della
Bruna
nella
lunetta.
Ai
lati
della
porta vi
sono le
statue
dei
santi
Pietro e
Paolo,
mentre
alle
estremità
della
facciata
quelle
seicentesche
in
altorilievo
dei
santi
Eustachio e Teopista.
La
facciata
laterale
è
quella
rivolta
verso la
piazza e
presenta
due
porte.
La prima
è
comunemente
detta la
“Porta
di
piazza”
e ha
vari
elementi
decorativi:
in alto
una
piccola
formella
rappresenta
in
bassorilievo
il
profeta
Abramo,
ed è
quella
normalmente
utilizzata
per
l’accesso
all’interno,
ornata
da due
piccole
statue
che
propongono
due
monaci
benedettini.
La porta
a
destra,
invece,
è
chiamata
“Porta
dei
leoni”,
poiché
il
timpano
presenta
due
figure
di leoni
stilofori
che
avvinghiano
un uomo,
le
colonnine
reggono
un
protiro
cuspidato.
Gli
archivolti
sono
ornati
di
motivi
vegetali,
sull’architrave
fanno
bella
mostra
cinque
volti di
ragazze,
che
stanno a
simboleggiare
le virtù.
Tra le
due
porte vi
è una
bellissima
monofora
riccamente
decorata
con
lavori a
intaglio.
Sul
lato
posteriore
sinistro
vi è il
campanile,
coevo
alla
chiesa,
alto 52
metri e
a
quattro
piani,
di cui
tre con
finestrelle
bifore,
mentre
il
quarto
con
monofore
e, in
cima,
una
cuspide
sovrastata
da una
sfera
con una
croce
sopra.




L’interno
della
Cattedrale,
come è
accaduto
molto
spesso
nelle
chiese
di
antica
edificazione,
è stato
più
volte
rimaneggiato,
per
essere
“aggiornato”
alle
esigenze
estetiche
e
culturali,
risultando
conseguentemente
confuso
nell’impianto
stilistico.
I
primi
rifacimenti
risalgono
all'inizio
del XVII
secolo,
ma fu
monsignor
Brancaccio
a
decidere,
tra il
1703 e
il 1722,
un
radicale
rimaneggiamento
in senso
barocco.
Anche
il
soffitto
originale
è stato
coperto
nel 1719
con un
controsoffitto
ligneo,
nel
quale
furono
inserite,
nel XIX
secolo,
tre tele
dipinte
da
Battista
Santoro,
con i
riferimenti
alla
cultualità
locale:
San
Giovanni
da
Matera e
Sant’Eustachio
nei
medaglioni
laterali,
e la
Visitazione
della
Vergine
al
centro.
Nei
riquadri
sulle
pareti
sotto al
soffitto
campeggiano
le
Storie
della
Vergine,
affreschi
di
Anseimo
Palmieri,
altro
artista
lucano.
A destra
dell’ingresso
principale
si trova
il
famoso
affresco
de II
giudizio
universale,
che è
tutto ciò
che
rimane
della
decorazione
pittorica
medioevale
originaria
della
Cattedrale,
eseguita
da
Rinaldo
da
Taranto.
Nella
navata
destra,
sulla
prima
porta di
ingresso
(Porta
di
Piazza),
vi è la
Madonna
delle
Grazie
tra i
Santi
Ilario e
Giovanni
da
Matera,
opera di
un altro
esponente
della
famiglia
Persio,
Domizio
(1592),
mentre
sulla
seconda
porta
(dei
Leoni),
c’è
una
bella
tela del
pittore
bitontino
Carlo
Rosa (le
cui
opere
sono
presenti
tra
l’altro
nella
Cattedrale
di San
Nicola
di Bari)
rappresentante
San
Gaetano.
Sull’ultimo
altare
della
navata
destra
è il
Polittico
di Vito
Antonio
Conversi.
L’altare
maggiore,
proveniente
dall’Abbazia
di
Montescaglioso,
è
realizzato
in marmo
bianco
ed è
sovrastato
dalla
“Cona
dell’altare
grande”
acquistata
a Napoli
nel
1580,
opera
giovanile
di
Fabrizio
Santafede.
Rappresenta
nella
parte
centrale
la
Vergine
attorniata
dai
Santi
Giovanni
Battista,
Giovanni
Evangelista,
Biagio,
Donato,
Pietro e
Paolo, e
nell’ovale
in alto,
la SS.
Trinità.
In
basso,
nei
riquadri,
scene
dal
Vangelo.
Alle
spalle
dell’altare
maggiore
è
situato
il Coro
ligneo,
minuziosamente
intagliato
nel 1453
da
Giovanni
Tantino
da
Ariano
Irpino.
A
sinistra,
è
assolutamente
da
vedere,
soprattutto
per gli
appassionati
dell’arte
pre-
sepiara,
il
presepe
collocato
nella
cappella
detta
“di
San
Nicola
al
cimitero”,
scolpito
nel 1534
da
Altobello
Persio e
Sannazzaro
da
Alessano
in
pietra
calcarea
dipinta.
Il
primo
altare
della
navata,
utilizzato
come
altare
maggiore
sino al
1776,
ospita
l’affresco
della
Madonna
della
Bruna
(1270),
protettrice
della
città.
Il nome
“Bruna”
secondo
alcuni
è un
riferimento
al
colorito
scuro
del
volto
della
Madonna,
ma,
secondo
molti
studiosi,
deriverebbe,
come
molti
nomi
medievali,
dal
vocabolo
longobardo
“brunja”,
che vuol
dire
“corazza,
armatura”,
con
riferimento
alla
protezione
esercitata
dalla
Patrona
sulla
città.
Sulla
navata
di
sinistra,
infine,
da
segnalare
Valtare
dedicato
a San
Giovanni
da
Matera,
le cui
reliquie,
dapprima
poste
sotto
l’altare
dell’Abbazia
di
Pulsano
(nei
pressi
di Monte
Sant’Angelo),
furono
traslate
nel 1930
a Matera
e
conservate
nel
sarcofago
qui
venerato.
Nato
a Matera
intorno
al 1070,
secondo
la
tradizione,
scambiò
i suoi
abiti
lussuosi
con
quelli
di un
mendicante
e poi
partì
per
Taranto.
Qui,
desiderando
vivere
una vita
semplice,
accettò
di
badare
alle
pecore
dei
monaci
basiliani
dell’Isola
di San
Pietro.
In cerca
di Dio,
girovagò
per
Calabria,
Sicilia
e Puglia
e fece
una
lunga
sosta a
Ginosa,
vicino
Taranto.
Per
sfuggire
alle
persecuzioni
di un
signorotto
del
luogo,
Roberto
di
Chiaromonte,
fuggì
poi a
Capua.
Lasciò
presto
anche la
città
campana
e si
diresse
sui
monti
dell’Irpinia,
dove
incontrò
San
Guglielmo
da
Vercelli,
che
sarebbe
poi
stato
venerato
nella
città.
Sempre
in
Puglia,
a
Foggia,
fondò
un nuovo
monastero
nei
pressi
della
vecchia
Chiesa
di San
Giacomo
per
diffondere
la
comunità,
dopo
esserne
stato a
capo per
dieci
anni.
Qui morì
il 20
giugno
1139. Fu
proclamato
Santo da
Papa
Alessandro
III nel
1177.

Chiesa
di San
Giovanni
Battista
Percorrendo
Via San
Biagio,
lungo la
quale si
affacciano
una
sequenza
di
locali
caratteristici,
ci si
immette
in
un’altra
bella e
ampia
piazza, Piazza
San
Rocco,
sullo
sfondo
della
quale
campeggiano
due
grandi
chiese,
di
epoche e
stili
molto
diversi:
la più
recente
e
lineare,
San
Rocco,
sulla
destra,
e la più
sontuosa
e ampia,
San
Giovanni
Battista,
sulla
sinistra,
una
delle
chiese
più
antiche
e
importanti
della
città.
È stata la
prima struttura sacra a sorgere fuori dalle mura della città. La
Chiesa
di San
Giovanni
Battista,
fondata
nel
1233, su
mandato
delle
monache
Agostiniane
di Santa
Maria
d’Accon,
fu
dedicata
a Santa
Maria la
Nova ai
Foggiali.
Quando
le
monache
si
trasferirono,
intorno
alla
fine del
Quattrocento,
la
chiesa
fu
abbandonata
e rimase
inutilizzata
fino al
1695,
anno in
cui
monsignor
del Ryos
Culminarez
ne sancì
la
riapertura
al
culto,
conferendole
l’attuale
intitolazione.
Durante la guerra
d'Otranto (1480)
fu abbandonata; fu poi riaperta al culto nel 1695 e
intitolata a san
Giovanni Battista. La struttura subì diverse modifiche nel corso dei
secoli.
La sua
architettura è principalmente romanica,
ma si notano influenze di vari stili, come quello arabo nei portali, gotico negli
archi e greco per via della sua pianta
a croce.
Il fianco
destro della chiesa (il tempio non ha una vera e propria facciata)
è dominato dal portale principale,
finemente decorato con volute vegetali; è ornato anche da colonnine pensili e
sculture di animali. Un'opera di tufo rappresentante
san Giovanni Battista occupa la nicchia sotto il rosone del
grande timpano.
Alla
Chiesa
si
accede
dal
portale
laterale,
finemente
lavorato,
dal
momento
che il
principale
è
rimasto
incorporato
nell’attiguo
stabile,
sorto
nel 1610
con
finalità
di
ospedaletto
che, nel
corso
dei
secoli
ha
conosciuto
varie
destinazioni.
Il
portale,
comunque,
è
sormontato
da un
rosone
decorato
da
elementi
scultorei
e da una
statua
di San
Giovanni
Battista
realizzata
in
pietra
policroma.
L'interno
ha tre navate,
delimitate
da otto
pilastri
sormontati
da
capitelli
decorati
con
motivi
floreali
e
animali;
la
navata
centrale
presenta
la volta
a stella,
mentre
sulle
navate
laterali
le
grandi
arcate
trasversali
formano volte
a
crociera.
Le cappelle medievali
contengono
un affresco del
XVI
secolo
della
Madonna
della
Nova e
due
statue
lignee
rappresentanti
i santi
medici Cosma
e
Damiano.
Nella
cappella
sull'altare
è
presente
una tela della
metà
del Settecento di Vito
Antonio
Conversi.

Da
ammirare,
sulla
navata
sinistra,
l’affresco
di Santa
Maria la
Nova e
il
gruppo
scultoreo
rappresentante
l’Annunciazione
e Dio
Padre,
attribuito
alla
bottega
di
Altobello
Persio
(Montescaglioso,
1507 -
Matera,
1593),
scultore
materano
molto
noto e
maestro
di
artisti,
filosofi
e
letterati
che
hanno
dato
lustro
alla
città:
tra
questi
ricordiamo
Domizio
e
Giulio,
per le
loro
opere di
pittura
e
scultura.
Di
pregevole
fattura
anche la
tela
secentesca
di Vito
Paolo
Conversi,
che
raffigura
un
"In
vocazione
alla
Vergine
con i
santi
particolarmente
venerati
nella
città:
Antonio,
Cosimo,
Damiano,
Biagio e
Domenico
e,
nell’ultima
cappella
La Pietà
lignea
di fino
Ottocento
di
Pasquale
Calabrese,
scultore
anch’egli
materano.
Chiesa
della
Mater
Domini
La
Chiesa
della
Mater
Domini
fu fatta
costruire
dei
Cavalieri
di Malta
nel 1680
sulla
sottostante
chiesa
dello
Spirito
Santo.
La
piccola
ma
preziosa
chiesa
presenta,
oltre
all’altare
dedicato
alla
Madonna
dell’Annunziata,
le
statue
dell’Arcangelo
Gabriele
e della
Vergine.
Come in
altre
chiese
materane,
l’ingresso
della
Mater
Domini
presenta
una
scultura
della
Madonna
col
Bambino.
Un altro
elemento
singolare
che ne
caratterizza
il
prospetto,
è il
campanile
a torre
piatta
che
presenta,
al
centro,
gli
stemmi
dei
Cavalieri
di Malta
e della
famiglia
Zurla,
che
promosse
l’edificazione.
Chiesa
di San
Francesco
di Paola
La
Chiesa
di San
Francesco
da Paola
è un
edificio
religioso
situato
nel
cuore
del
centro
storico
di Matera,
che
ospita
l'arciconfraternita
della
città.
Essa
riveste un ruolo importante per la città poiché è qui che viene accolta la Madonna
della Bruna durante la processione dei pastori il 2 luglio.
I
lavori
per la
costruzione
di
questo
tempio
furono
di molto
successivi
alla
propagazione,
da parte
dei
frati
minimi
del
santo
paullano,
della
devozione
che
aveva
trovato
riscontro
già nel
‘600
con la
costruzione
della
vecchia
Chiesa
dedicata
al
Santo,
poi
divenuta
Cappella
di Santa
Maria de
Armenis
situata
nel
Sasso
Caveoso,
dietro
il
Convitto
Nazionale.
Progettata
dal
materano
Lazzaro
Caputo,
la
chiesa
fu
realizzata,
nella
sua
parte
inferiore,
nel 1774
e non
terminata
del
tutto
per
assenza
di fondi
disponibili.
Oltre
alla
chiesa,
negli
stessi
anni,
furono
realizzati
anche la
sacrestia
e i
locali
annessi.
La
chiesa
fu
completata,
nel suo
ordine
superiore,
nel
1791, su
progetto
del
materano
Michele
Del
Giudice,
autore,
tra
tanti
edifici,
anche
della
vicina
chiesa
delle
Ss.
Lucia e
Agata.
Terminata
la
costruzione
della
nuova
chiesa,
solennemente
consacrata
dall’Arcivescovo
Francesco
Zunica
il 29
settembre
1795,
numerosi
furono i
benefattori
che nel
corso
del
tempo si
preoccuparono
di
abbellirla
e di
dotarla
della
suppellettile
necessaria.
Tra
questi
il Duca
di Santa
Candida,
Domenico
Malvinni
Malvezzi,
che
commissionò
la
realizzazione
dell’altare
maggiore,
sostituito,
a fine
Ottocento,
dall’attuale
altare
marmoreo
realizzato
dal
napoletano
Raimondo
Belliazzi.
Nel
1856, la
Confraternita,
riscontrata
l’insufficienza
della
chiesa
ad
accogliere
i
fedeli,
decise
di
commissionare
un
progetto
di
ampliamento
all’architetto
tarantino
Davide
Conversano,
modificato
e
realizzato,
tra il
1863 e
il 1865,
dall’ingegnere
materano
Giovanni
Radogna.
A
seguito
dell’ampliamento,
furono
realizzati,
sotto le
quattro
grandi
arcate
della
navata,
gli
altari:
di San
Michele,
con
statua
lignea
del 1895
di
autori
napoletani;
di Santa
Teresa
d’Avila,
con tela
del 1813
firmata
da
Saverio
Calò;
di Maria
SS.
Addolorata,
con
statua
lignea
in abito
nero del
1886; e
di Maria
SS.
Immacolata,
con tela
del
1776,
firmata
dal
pittore
Nunzio
Bonamassa.
Al di
sotto
dell’altare
di Santa
Teresa,
vennero
esposte,
alla
venerazione
dei
fedeli,
le
reliquie
di San
Restituto
martire,
donate
dalla
nobildonna
Maria
Bronzini
Greco.
Al
1892
risale
l’indoratura
della
chiesa,
operata
dal
napoletano
Pasquale
Bussola.
Infine,
nella
circolare
del
cappellone,
furono
realizzati,
nel
1930,
entro
sei
cornici
di
stucco
dorato,
le
tempere
del
prof.
Salvatore
Cozzolino,
raffiguranti:
San
Francesco
da Paola
che
edifica
monasteri
e
guarisce
ammalati,
Il
miracolo
dell’acqua
fatta
scaturire
dalla
roccia
con il
tocco
del
bastone,
Il
passaggio
dello
stretto
di
Messina,
Il
miracolo
del
sangue
fatto
schizzare
dalle
monete
davanti
al Re,
La
visita
del
Santo al
Lazzaretto
e la
guarigione
di
appestati,
La
restituzione
alla
vita del
nipote
morto.
All’interno
è
visibile,
tra
l’altro
una tela
del 1755
che
raffigura
l’episodio
del rogo
con cui
gli
Ugonotti,
nel
1501,
diedero
alle
fiamme,
a Tour,
le
spoglie
di San
Francesco
di
Paola.
L’opera
è del
pittore
Vito
Antonio
Conversi,
che fu
anche
priore
della
Congrega.
Anche
l’artigiano
cretaro
Pasquale
Calabrese
(1855-1927),
entrato
a far
parte
della
Confraternita,
lasciò
una sua
opera:
la
statua
in
terracotta
del
Santo
nell’altare
maggiore
e quella
posta
nella
nicchia
dietro
l’altare.
Chiesa
di San Pietro e Paolo al Caveoso

La sua
costruzione dell'attuale chiesa risale al 1218. La chiesa originaria era
scavata nel costone roccioso che dalla sommità, su cui sorge la Madonna
dell'Idris, scendeva fino alla piazza le cui dimensioni erano molto più
ridotte rispetto ad oggi. Della chiesa rupestre sono rimaste solo alcune
tracce nella navata laterale destra, dove attualmente c'è una nicchia con la
statua di San Giovanni da Matera. L'edificio ha subito modifiche e
ristrutturazioni nel corso dei secoli con la perdita di molte delle
caratteristiche costruttive originali. Già
la facciata ha subito diversi interventi di ristrutturazione e si presenta
piuttosto semplice con elementi che richiamano il barocco.
Nel XVII
secolo la chiesa venne ristrutturata totalmente con l'aggiunta
dell'attuale facciata e la costruzione del campanile, mentre l'interno venne
ingrandito con l'aggiunta di cappelle laterali e sostituendo l'originario
soffitto ligneo a capriate con un tetto di tufo.
Nel 1706 la
chiesa fu riconsacrata, come indicato su una lapide, e fu ancora modificata:
fu aggiunta la cuspide sul campanile, l'interno fu rivestito con stucchi e
decorazioni e fu posto un controsoffitto ligneo sotto il tetto in tufo.
La barocca facciata
a salienti presenta, nella parte inferiore, tre portali con
semplice cornice sulla parte superiore. Sopra ognuno di essi, si aprono
altrettante nicchie semicircolare
contenenti statue; esse raffigurano: la Madonna del Confalone o De
vexillo (sopra il portale centrale), San Paolo apostolo (sopra
il portale di destra) e San Pietro Apostolo (sopra il portale di
sinistra). Le due nicchie laterali sono a loro volta sormontate da una
finestra rettangolare
ciascuna; quella centrale, invece, è affiancata da due monofore con arco
a tutto sesto e sormontata da un rosone circolare.


Alla sinistra
della facciata si erge il campanile,
su tre ordini; tra il secondo e il terzo ordine, si trova un ballatoio con
balaustra scolpita con motivi geometrici.
Il
campanile, che è stato edificato nel XVII secolo, ha una base quadrata con
una balaustra adornata con clementi geometrici. Fu ancora una volta
l’arcivescovo Lanfranchi a riaprirla al culto nel 1752, non prima di avervi
apportato ulteriori modifiche: al campanile fu aggiunta una cuspide, sullo
stile di quella
del Duomo, mentre all’interno venne collocato un controsoffitto in legno,
decorato con opere di artisti locali, che rappresentano il Cristo che affida
il futuro della Chiesa a San Pietro e la conversione di San
Paolo.
La navata centrale
di tufo è nascosta dalla controsoffittatura di tavoloni in legno, ornati da
pitture che rappresentano Cristo che affida il futuro della Chiesa a san
Pietro, Madonna del Confalone e Conversione di san Paolo. Nei
medaglioni: San
Giovanni da Matera, San Donato e gli angeli e, in
corrispondenza dell'altare maggiore, Incoronazione della Vergine.
In origine
erano presenti otto cappelle laterali,
quattro a sinistra e quattro a destra. Queste ultime sono state distrutte per
fare posto alla costruzione dell'oratorio e ed un arco di passaggio per
l'accesso carrabile alle spalle dei rioni Malve-Casalnuovo lungo il ciglio
superiore della Gravina
di Matera.
La navata
centrale termina con un altare settecentesco dominato da un polittico in
legno datato intorno al 1540, opera di un anonimo pittore materano,
raffigurante la Madonna con Bambino tra i santi Pietro e Paolo;
sulla predella è
raffigurata l'Ultima Cena; nella parte superiore la raffigurazione
dell'Eterno.
Tra le
quattro cappelle a sinistra, la prima è dedicata alla Vergine Addolorata,
con volta a
crociera e scarsissime tracce di affresco presumibilmente
del XV secolo;
ospita una tela seicentesca con
la Pietà del pittore Alessandro
Fracanzano, databile tra secondo e terzo decennio, che riprende nella
composizione e nei modi pittorici lo stesso soggetto di Palma
il Giovane oggi nell'Episcopio di Monopoli.
Nella seconda
cappella, attualmente del SS. Sacramento, sotto la copertura di stucchi settecenteschi,
sono riapparsi, dopo i restauri, due gruppi di affreschi seicenteschi eseguiti
da Martino
Deghello.
La terza
cappella è dedicata a sant'Antonio ed ospita un altare decorato da sei
pannelli in tufo, a bassorilievo,
datato 1531 ed eseguito probabilmente da Altobello
Persio. A destra ed a sinistra due dipinti seicenteschi raffiguranti
una Madonna del Rosario e San Vincenzo Ferreri.
L'ultima
cappella attualmente ospita il fonte
battesimale del XIII
secolo, decorato con bassorilievi, rivelati dai restauri che lo hanno
liberato dallo strato di stucco aggiunto nel corso dei secoli. Ci si
conservano inoltre affreschi seicenteschi di santi, tra cui San Francesco
da Paola e San Domenico, e parte di un bassorilievo ligneo
probabilmente cinquecentesco che rappresenta Dio Padre benedicente.
Sulla destra
sono presenti tre nicchie nelle quali sono presenti le statue di San Leonardo,
la madonna del Confalone o De vexillo, e San Giovanni da Matera.
Chiesa
di San Francesco d’Assisi

La
Chiesa di San Francesco d’Assis è situata in posizione di spicco al termine
di Via del Corso e all’inizio di Via Ridola. Come la gran parte delle
strutture architettoniche materane, anche questa sorge al di sopra di numerosi
ipogei. La prima fase costruttiva si attesta intorno al 1200, su un
preesistente convento dei Santi Pietro e Paolo.
Nel
XV secolo la chiesa fu ampliata con la costruzione del convento attiguo e le
cappelle laterali dell’interno. A questa fase risalgono gli affreschi
quattrocenteschi venuti alla luce con la rimozione del coro ligneo dietro
l’altare maggiore: raffigurano immagini dei miracoli di San Giacomo
Maggiore, L’Annunciazione, una Madonna in trono e i Quattro martiri di
Albano.
Se
nel 1670 gli interni subirono una prima trasformazione secondo la moda barocca
del tempo per iniziativa dell’arcivescovo Lanfranchi, uno degli artefici del
rinnovamento urbanistico di Matera; un secolo dopo, l’interno venne
nuovamente trasformato: con Carlo Casino e Domenico Preziosi la chiesa,
infatti, fu invasa da ricchi fregi in stucco.
La
facciata, risultato di un intervento settecentesco, opera degli architetti
Vito Valentino e Tommaso Pennetta, è un esempio di architettura barocca.
Suddivisa in due parti, quella inferiore oltre al portale presenta cinque
finestre con elementi decorativi floreali, quella superiore una statua della
Madonna posta sulla nicchia centrale. Sulle estremità del cornicione sono
collocate le belle statue di San Francesco, a destra, e di Sant’Antonio di
Padova, a sinistra.
L’interno
è ad una sola navata e tante piccole nicchie dedicate ai nobili materani, ad
esclusione della prima di sinistra, nella quale sono alloggiate le statue dei
Santi Patroni della città: Sant’Eustachio e la Madonna della Bruna. La
Madonna con diversi Santi (XV sec.) ha paternità ancora incerta, attribuita a
Bartolomeo Vivarini o Lazzaro Bastiani.
Tra
le opere d’arte da sottolineare è l’antichissima acquasantiera (XIII
sec.), finemente scolpita in pietra e attribuita agli stessi lapicidi operanti
nella Cattedrale e in altre chiese materane.
Chiesa
di Santa Chiara

La
Chiesa di Santa Chiara che fu edificata contemporaneamente al Seminario
Lanfranchi tra il 1668 e il 1672, su iniziativa del vescovo di Matera, Antonio
del Ryos Culminarez, altro fervido promotore di iniziative, che abbiamo già
incontrato; la chiesa faceva parte, infatti, del quartiere “Case nuove”,
realizzato per ospitare le maestranze impegnate alla costruzione del
Seminario. Sono, quindi, complessi che risalgono alla fase immediatamente
successiva alla nomina di Matera a sede della Regia Udienza della Basilicata:
in questo periodo le attività politiche e commerciali cominciarono a
concentrarsi tutte sul Piano. La chiesa venne affidata alle Clarisse, assieme
all’ospedale che l’affiancava, diventando poi convento di clausura.
La
facciata, molto lineare, presenta diversi elementi ornamentali e artistici, a
partire dalle colonne e dalle due nicchie con le statue di San Francesco
d’Assisi e Santa Chiara. Il portone ligneo è riccamente decorato. In alto
è visibile lo stemma del vescovo del Ryos Culminarez e, sopra di esso, è
un’altra nicchia con la Madonna del Carmine. Sulla sommità, al di sopra di
un ampio finestrone semicircolare, vi è un bassorilievo con Dio Padre
Benedicente.
L’interno
è a un’unica navata con volta a botte culminante in un arco a sesto acuto.
Alle spalle dell’altare maggiore è collocata un’alzata in legno che
costituisce uno degli elementi più interessanti della chiesa. I vari altari
sono adornati da dipinti e statue di indubbio valore artistico. Sul primo a
destra vi è una tela raffigurante La presentazione di Maria al Tempio, in
quello successivo, invece, La presentazione di Gesù al Tempio.
Chiesa
del Purgatorio

La
Chiesa del Purgatorio è uno degli edifici che impreziosiscono via Ridola e
che sembra seguire un disegno ordinato e prestabilito, cui fu artefice il
vescovo del Ryos, e che comprende Santa Chiara e Palazzo Lanfranchi.
La
chiesa del Purgatorio venne costruita nel XVIII secolo nell’area dove
anticamente era presente un piccolo lago. Si ebbe necessità di realizzarla
nella zona del Piano, così è denominata tutta l’area della quale stiamo
scrivendo, data la difficoltà di raggiungere la vecchia chiesa sita nel Sasso
Caveoso. Per edificarla si adoperarono tutte le confraternite cittadine tra le
quali quella del Purgatorio.
Il
progetto della Chiesa è di Giuseppe Fatone di Andria,
mentre quello della facciata è di Vitoantonio Buonvino e Bartolomeo
Martemucci.
Ciò
che colpisce davvero della facciata sono le decorazioni con il ricorrente tema
della morte e della purificazione delle anime attraverso il Purgatorio nello
stile all’epoca in voga: il tardo barocco. Nella parte superiore sono
presenti angeli, cesti di frutta e penitenti avvolti nelle fiamme, mentre al
centro è la Madonna col Bambino; ma è la parte inferiore la più
significativa. Al centro è presente un bellissimo portale ligneo con 36
riquadri che riportano, nella parte alta, i teschi di prelati e regnanti e, in
quella bassa, quelli dei comuni cittadini, quasi a ricordare l’uguaglianza
di fronte alla morte. Sulla parte alta del portale è riportata la seguente
iscrizione: MISEREMINI MEI MISERE-MINI MEI SALTEM VOS AMICI MEI (abbiate
pietà di me, almeno voi, amici miei). Nelle due nicchie laterali sono
collocati San Michele Arcangelo, a sinistra, e un Angelo Custode, a
destra.
Al
di sopra del portale principale troviamo un’epigrafe che ricorda l’anno di
fine lavori: 1747.
L'interno
della Chiesa è a croce greca. La parte centrale è sormontata da una cupola
ottagonale che si poggia su un tamburo circolare sorretto da colonne ornate
con capitelli corinzi. I due altari laterali ospitano dipinti del settecento,
mentre sull'altare maggiore si trova una tela con San Gaetano e la
Madonna.
Al
di sopra del portale d'ingresso, su cantoria lignea, si trova l'organo
a canne, costruito da Leonardo Carelli nel 1755;
esso mantiene pressoché inalterate le sue caratteristiche foniche originarie
e venne restaurato da Camillo Liguori tra la fine del XVIII
secolo e gli inizi di quello successivo, e Nicola Canosa nel 2006.
Lo
strumento è a trasmissione
integralmente meccanica e
dispone di 9 registri; la consolle è
a finestra, con un'unica tastiera con prima ottava scavezza e pedaliera a
leggio priva di registri propri e costantemente unita al manuale. Il materiale
fonico è interamente racchiuso entro una cassa lignea riccamente scolpita,
con mostra composta da 45 canne di principale disposte
in tre cuspidi entro altrettanti campi, con bocche a
mitria sormontate da delle stelle dipinte.
Chiesa
di San
Domenico

La chiesa
di San Domenico è un edificio di culto in stile romanico parte
di un monastero del XIII
secolo situato nella centralissima Piazza Vittorio Veneto della
città di Matera.
All'epoca
della
sua
costruzione
era
ubicato
ai
margini
della
cinta
muraria
della
città.
Lo
spazio
concesso
per la
costruzione
della
chiesa e
del
monastero
dei
Padri
Predicatori,
si
trovava,
infatti,
nella
zona
detta
dei
“foggiali”,
per la
presenza
di cavità,
nelle
quali
venivano
immagazzinate
le
derrate
alimentari.
La sua
edificazione
risalirebbe
ai primi
decenni
del XIII
secolo,
ed è
ascritta
all’opera
e alla
predicazione
del
Beato
Nicola
Paglia
da
Giovinazzo,
che era
discepolo
di San
Domenico
e
fondatore
anche
dei
primi
conventi
domenicani
di
Trani,
Brindisi
e
Monopoli.
Nel
1700 il
monastero,
al
culmine
della
sua
prosperità,
ospitava
una
ventina
religiosi
e una
scuola
di
teologia,
filosofia
e
scienze,
aperta
anche ad
esterni.
Nel 1774
la
Chiesa
venne
restaurata.
La
facciata
principale
esterna
della
chiesa
è
l’unico
elemento
superstite
della
originaria
struttura
medioevale,
la cui
parte
superiore
però
terminava
a
cuspide
e che,
nel XVII
secolo,
a causa
di
rimaneggiamenti
della
vecchia
volta a
capriate,
venne
modificata
fino a
prendere
la
conformazione
attuale.
La
pianta
originaria
a una
sola
navata
venne,
anche a
seguito
della
crescita
della
comunità
monastica,
ampliata
a tre
navate,
modificando
il
fianco
destro
della
chiesa.
La
comunità
monastica,
tra alti
e bassi,
cessò
di
esistere
nel
1809,
anno in
cui
Gioacchino
Murat
decretò
la
soppressione
degli
ordini
religiosi
e lo
stabile
fu
adibito
a
caserma,
poi a
ufficio
postale
e,
infine,
nel
1927, a
sede
della
Prefettura.
Vi prese
dimora
anche il
poeta
Giovanni
Pascoli,
durante
il suo
soggiorno
a
Matera.
La struttura
originale duecentesca è evidente all'esterno della chiesa, a parte la
facciata ricostruita in stile romanico.
Elemento
di
spicco
della
facciata
esterna
è il
suo
rosone.
Esso
rappresenta
la ruota
della
vita:
sulla
sommità
campeggia
San
Michele
che
sconfigge
il
drago,
mentre
al
centro
è
rappresentato
il cane
con la
fiaccola
in
bocca,
simbolo
dell’ordine
domenicano.
L'interno è
a croce latina, a tre navate. Sopra l'ingresso si trova un organo del XVII
secolo.
All’interno
sono
presenti
opere
artistiche
di
pregio
come la
tomba di
Orazio
Persio
(1589-1649),
famoso
avvocato
e autore
materano.
La
cappella
del
Rosario
con
pianta
ottagonale
e volta
sferica,
voluta
dalla
omonima
confraternita,
presenta
elementi
di
notevole
pregio
come
l’arco
di
ingresso
a tutto
sesto e
la
statua
della
Madonna
del
Rosario
che,
come
riporta
un’iscrizione
sul
pilastro,
salvò
la città
nel 1630
dalla
peste.
In una
nicchia
vicino
alla
cappella
vi è la
statua
della
Madonna
col
Bambino,
del
grande
scultore
e
maestro
presepiaro
Stefano
da
Putignano
(1518),
un tempo
molto
venerata
a
Matera.
L'altare
maggiore è ornato da un complesso in cartapesta della Madonna del Rosario e
da un dipinto del seicento con la glorificazione di San Domenico.
Chiesa
di Santa
Lucia e
Sant’Agata
alla
Fontana
La
Chiesa
di Santa
Lucia e
Sant’Agata
alla
Fontana,
detta
anche
“al
Piano”,
è una
delle
tre
chiese
presenti
in città
dedicate
alle
sante
vergini
e
martiri
siciliane
e si
distingue
dalle
altre
(Santa
Lucia e
Sant’Agata
alle
Malve e
Santa
Lucia e
Sant’Agata
alla
Civita)
proprio
per la
denominazione
che si
motiva
con la
vicinanza
alla
Fontana.
Questa
chiesa,
con
l’annesso
convento,
fu
costruita
alla
fine del
XVIII
per
assecondare
l’esigenza
delle
monache
Benedettine
di
clausura
di
vivere
in
condizioni
più
confortevoli
rispetto
al
duecentesco
complesso
della
Civita,
dove,
per
l’insalubrità
del
luogo,
si era
registrata
una
mortalità
di
monache
piuttosto
alta. La
nuova
residenza,
purtroppo,
le
claustrali
benedettine
se la
godettero
per poco
tempo:
il
convento,
infatti,
fu
incamerato
dallo
Stato
all’inizio
dell’Ottocento
divenendo
sede del
Municipio.
Il
portale
della
chiesa
si
staglia
sulla
sommità
di una
scalinata
restaurata
in anni
recenti.
La
facciata
presenta
elementi
decorativi
lineari,
divisa
in due
da un
cornicione
marcapiano:
nella
parte
superiore
vi è
una
vetrata
abbellita
da un
arco
mistilineo,
che
richiama
l’estremità
della
facciata
stessa,
i cui
motivi
decorativi
sono
ripresi
dal
campanile. Nella
parte
inferiore,
al di
sopra
del
portale,
vi è
una
nicchia
che
ospita
la
statua
di San
Benedetto.
L’interno,
a una
sola
navata,
comprende
quattro
altari e
diverse
opere di
pregevole
fattura.
Si
segnala
la terza
nicchia
di
sinistra,
che
custodisce
una
espressiva
statua
lignea
raffigurante
Nostra
Signora
del SS.
Sacramento,
mentre,
in
quella
di
fronte,
vi è la
statua,
anch’essa
lignea,
di Santa
Lucia.
Oggi la
chiesa
è un
importante
punto di
riferimento
per la
cultualità
locale
in
quanto
sede
dell’Adorazione
perpetua
del SS.
Sacramento.
Monastero
di Sant’Agostino e Chiesa della Madonna delle Grazie

Il
complesso è costituito dal convento fatto costruire dai Monaci dell'ordine
degli Emeritani di Sant'Agostino, costruito nel 1592 e
dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, costruita nel 1594.
Il primo fu fondato su un antico ipogeo dedicato a san Guglielmo
da Vercelli. Distrutto nel 1734 da
un terribile terremoto, il complesso fu restaurato e in seguito diventò sede
del Capitolo Generale dell'Ordine degli Agostiniani. Il convento fu poi
soppresso. Oggi è sede della Soprintendenza per i Beni Architettonici e
Ambientali.
Fu
edificato tra il 1591
e il 1594 dai monaci Eremitani di Sant’Agostino, e restaurato, e in parte
riedificato, nel 1747, poiché soprattutto la Chiesa, intitolata alla Madonna
delle Grazie, era stata gravemente danneggiata dal terremoto che aveva colpito
la regione nel 1732. La chiesa sorge sulle rovine, visitabili all’interno,
dell’antico Cenobio rupestre di San Guglielmo da Vercelli, il grande vescovo
la cui vita fu fortemente influenzata dall’incontro con San Giovanni da
Matera, avvenuto intorno alla metà del XII sec., quando era transitato per
quelle contrade per assistere i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.
Il
cenobio, che conserva affreschi sia di epoca bizantina che di epoca
rinascimentale, è visitabile.
La
Chiesa della Madonna delle Grazie è stata edificata su una rupe a strapiombo
che guarda la gravina alle sue spalle.
La facciata della
chiesa è dominata dal portale centrale, da una nicchia con la statua di
Sant'Agostino. Ai due lati del cornicione sovrastante vi sono le statue di San
Paolo e di San Pietro. Al centro del frontone, decorato con lesene fastigi e
acroteri, si apre un finestrone rettangolare con cornice, sopra il quale una
nicchia accoglie la statua di un Vescovo. Tra la chiesa e il convento, si
eleva il campanile in tufo.
L'interno è
a croce latina e
si sviluppa in un'unica navata con altari laterali, divisi da pilastri con
semicolonne e capitelli. Il primo altare a sinistra è sovrastato da una tela
incorniciata da volute e foglie, che raffigura una Crocifissione con la
Maddalena, san Giovanni
Battista e la Madonna. Il secondo è dedicato alla Madonna delle
Grazie. Il terzo è dominato da una tela raffigurante san Nicola
da Tolentino, San Vito, la Madonna col Bambino, Sant'Apollonia e
Santa Caterina.
Gli altari di
destra sono in pietra scolpita e dipinta. Sul primo, una tela raffigura alcuni
santi come san Francesco
da Paola, San Leonardo, San Giuseppe e sant'Anna.
Nel dipinto del secondo altare è raffigurata la Santa Trinità e altri santi.
Il terzo altare è sovrastato dalla tela della Madonna delle Grazie con in
basso Sant'Agostino.
Il transetto,
sormontato da una cupola, contiene una statua di San
Vito, e una di Sant'Agostino. In fondo si trova il coro ligneo. Davanti
al coro c'è l'altare maggiore in marmo intarsiato, su cui è collocato un
crocifisso ligneo del XVI
secolo.
Sulla cantoria dietro
l'altare maggiore, si trova l'organo
a canne, costruito nel 1749 dall'organaro Petrus
De Simone junior. Lo strumento, ripristinato nel 2005 dall'organaro Nicola
Canosa con un restauro, ha un'unica tastiera di 49 note con prima
ottava cromatica estesa ed una pedaliera
a leggio di 12 note costantemente unita al manuale. La trasmissione è
integralmente meccanica e lo strumento è alimentato da tre mantici
a cuneo situati dietro l'organo.
Santuario
di Santa Maria di Picciano
Il santuario
di Santa Maria di Picciano è un edificio di culto situato nei pressi
della città di Matera.
Sorge su un'altura a 440 m. a cavallo tra Basilicata e Puglia tra
la valle del fiume Bradano e
l'altopiano delle Murge.
Il primo
insediamento monastico e la chiesa erano situati lungo la Gravina
di Picciano, sulla sponda destra del torrente dove sorge la cappella
dei Grottini, segno superstite dell'antico insediamento ai piedi del
colle. Successivamente i monaci benedettini, la cui presenza è testimoniata a
partire dal 1219, si trasferirono sulla sommità del colle; a partire dalla
seconda metà del '300, ai monaci benedettini subentrarono i Gerosolimitani,
in seguito i Templari e
infine i Cavalieri
di Malta che costituirono una commenda e si presero cura del
santuario per circa quattro secoli.
Dalla fine
del Trecento la commenda di Santa Maria di Picciano estese in suoi beni in
diversi centri di Puglia e Basilicata. Alla fine del Cinquecento il
commendatore Gian Girolamo Carafa fece invertire l'orientamento della chiesa e
fece eseguire una copia della effigie della Madonna, che alla sua morte fu
collocata nella concattedrale de La Valletta, ed è ancora oggi venerata con
il nome di Madonna di Carafa. Il completamento dei lavori si deve al
commendatore Silvio Zurla di Crema tra il 1645 ed il 1685, che fece costruire
sul nuovo altare maggiore un'icona in pietra intagliata con figure a rilievo e
vi fece trasportare la sacra immagine della Vergine, originariamente presente
nell'affresco absidale, proteggendola con un cristallo proveniente da Venezia,
e completò la navata laterale sinistra.
La chiesa
ebbe il suo aspetto definitivo a partire dal 1794, quando fu costruita una
terza navata a destra di quella centrale. La commenda fu soppressa nel 1807,
anno delle soppressioni murattiane. Dopo un periodo di abbandono, nel 1966 c'è
stato il ritorno dei monaci benedettini e la ricostruzione del monastero, a
seguito dell'accordo siglato nel 1962 tra l'arcidiocesi
di Matera e la Congregazione
olivetana.
L'impianto
della chiesa, in stile romanico, è articolato su tre navate. Le diverse
ristrutturazioni avvenute nel corso dei secoli hanno ampliato l'oratorio,
apportando modifiche al soffitto che originariamente era a cupole e
successivamente è stato sostituito da una volta a botte. Sopra l'altare
maggiore vi è l'immagine della Madonna, databile al XV
secolo, e nella cappella alle spalle dell'altare la statua della
Madonna, risalente presumibilmente all'inizio del XVIII
secolo, che viene portata in processione.
La leggenda
narra che la Vergine apparve a un pastore abruzzese, in cerca dei suoi buoi
smarriti, che percorreva quei luoghi per la transumanza. Grande è la
devozione che spinge molti abruzzesi a recarsi al santuario il 25 marzo, per
la festività dell'Annunziata, continuando la tradizione. Da semplice
devozione popolare le festività diventarono culto ufficiale della chiesa
locale già nel Seicento, con il solenne pellegrinaggio di popolo proveniente
anche dalle regioni limitrofe e del clero guidato dall'arcivescovo di Matera
per la consacrazione ufficiale del luogo di culto. A partire dal 1785
l'organizzazione della festa passò dagli abruzzesi ai materani. L'afflusso
dei pellegrini, oltre che per la solennità del 25 marzo, continua per tutto
il mese di maggio.
Pag.
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Pag. 4
Giugno
2022