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Itinerario
1 - Dal Piano alla Civita
Il
percorso inizia dalla Villa Comunale, al margine del quartiere
denominato il Piano, sviluppatosi verso Occidente, a ridosso dei rioni
storici più antichi. Subito dopo ci si immette in Via XX Settembre dove si
trova, a destra, la Chiesa di San Francesco di Paola.
Prima
dell'immissione nella grande piazza, soffermandoci sul lato sinistro del Palazzo
del Governo si entra nel “Recinto XX Settembre” dove ci si trova
all’imbocco di un’altra città, questa volta insospettabile e, nella sua
dimensione, inimmaginabile. Stiamo parlando di Matera Sum, un luogo
riscoperto e ripulito con fondi privati, che si estende sotto il livello
stradale fino a 12 metri di profondità ed è proposto alla fruizione
soltanto dal dicembre del 2016.
A
questo punto si raggiunge il cuore della città storica: la vasta Piazza
Vittorio Veneto, che dai materani è più comunemente chiamata Piazza
Fontana. Merita una visita molto approfondita che consenta di apprezzare
anche attraverso i vasti ipogei, quello che era il Fondaco di mezzo, antico
mercato cittadino, che fu attivo fino alla fine del 1800. A destra si trova
il grandioso palazzo sorto sull’ex Convento dell’Annunziata, il quale
ospita la grande Biblioteca provinciale e la Mediateca, sul cui tetto
panoramico si può gustare qualche specialità, godendo di una vista
mozzafiato.
Di
fronte è l’ampio semicerchio della piazza, dal quale ci si può già
proiettare sul Sasso Barisano, semplicemente affacciandosi ai tre archi del Belvedere
Guerricchio, che porta il nome del grande artista maturano (1932-1998),
che ebbe una certa rinomanza a livello nazionale ed espose, tra l’altro,
alla Quadriennale di Roma e alla Biennale di Venezia. Il Sasso appare nella
sua suggestione stordente, e ci attira.
Basta
voltare le spalle ai tre archi e ci si trova di fronte a una breve
depressione, circoscritta da una ringhiera, all’imbocco della quale vi è
una scultura dell’artista lucano Nicola Morelli (1921-1994), raffigurante
il bracciante materano: l’opera sta a ricordare come lo spettacolo
di questa città unica sia debitrice dell’umile ma vigorosa presenza di
tanti lavoratori, che per secoli hanno strappato la vita alla terra con il
sudore la forza delle braccia.
Basta
scendere pochi gradini e ci si trova all’ingresso degli ipogei della Chiesa
rupestre dello Spirito Santo, della quale sono messe a nudo alcun
arcate. I Cavalieri di Malta l’avevano ricevuta dai Benedettini, che
l’avevano edificata intorno all’anno Mille, ampliandola e rendendola a
tre facciate con l’accesso posteriore sul Sasso Barisano, nel rione detto
dei Lombardi.
Nello
stesso livello ci si imbatte in uno sconcertante capriccio dell’antica
sapienza architettonica: il Palombaro lungo. Anche in questo caso ci
troviamo di fronte a una straordinaria scoperta tutto sommato molto recente.
Percorrendo
Via San Biagio, lungo la quale si affacciano una sequenza di locali
caratteristici, ci si immette in un’altra bella e ampia piazza, Piazza
San Rocco, sullo sfondo della quale campeggiano due grandi chiese, di
epoche e stili molto diversi: la più recente e lineare, San Rocco,
sulla destra, e la più sontuosa e ampia, San Giovanni Battista,
sulla sinistra, una delle chiese più antiche e importanti della città.
Procedendo
tra le due chiese, la strada, inerpicandosi, incrocia il seicentesco Palazzo
Anselmi, che ha una preziosa balconata in pilastrini tufacei scolpiti, e
la Chiesetta di San Biagio.
Uscendo
dalla chiesa e tornando indietro si raggiungere Piazza Vittorio Veneto;
all’imbocco di Via del Corso si trova la Fontana Ferninandea e, a
pochi passi, la Chiesa di Santa Lucia, sorta su una breve scalinata.
Da
Via del Corso si raggiunge la parallela Via delle Beccherie, che prende il
nome dalle numerose macellerie un tempo presenti in zona. Percorrendola per
intero si incontrano alcuni dei più importanti ed eleganti palazzi patrizi
della città, Palazzo Vitiello e Palazzo Ridola.
Si raggiunge Porta
De Suso (ovvero di “sopra”) per immettersi in Via Duomo, dopo aver
superato l’arco della Porta e il sontuoso Palazzo Santoro.
Si
tratta di un palazzo cinquecentesco, dall’architettura molto ricercata,
con un portale riccamente lavorato, al di sopra del quale è visibile lo
stemma di famiglia, mentre in alto un bel loggiato in stile rinascimentale
fa immaginare la ricchezza degli interni. Visibile anche una straordinaria
edicola in pietra con una scena domestica della Sacra Famiglia. La porta che
dà accesso alla piazza, e che racchiudeva la Civita intramezzando la cinta
muraria, è sormontata da un’abitazione edificata, come spesso accade per
le antiche fortificazioni, inglobando lo stesso muro di cinta: il Palazzo
Moro.
Da
qui si raggiunge la Cattedrale della Madonna della Bruna e di
Sant’Eustachio, sulla sommità della Civita, nello sperone roccioso
che divide i due Sassi, allargandosi verso il torrente Gravina, e
dominandoli. Questo è il vero centro storico di Matera, il quartiere più
antico della città, che era chiuso da muraglie con torri e si protendeva
verso il torrente, in direzione Est.
Lo
scenario che si apre di fronte a noi è di grande suggestione: in fondo al
quadrilatero irregolare della piazza, leggermente sulla sinistra, svetta la
Cattedrale, che porge il suo lato sinistro verso il Sasso Barisano, che si
può ammirare affacciandosi alla balaustra in pietra.
Alla
sua destra è il Palazzo Arcivescovile, la cui costruzione iniziò
nel 1123, incorporando parte del monastero benedettino di Sant’Eustachio,
e che conserva il bellissimo salone degli Stemmi, del primo ‘700,
attribuito a Vito Antonio Conversi, altro noto artista materano del
Settecento, diviso dal Palazzo Gattini dall’Arco di San Potito, a
sua volta affiancato dal Palazzo Malvinni Malvezzi.
Dal
lato sinistro della Cattedrale, ci immettiamo su Via Riscatto che ci porta
subito al Museo Diocesano, inaugurato nel 2011, dall’allora
arcivescovo Salvatore Ligorio.
Sempre
su Via Riscatto, al n. 12, all’interno di un cortiletto, è visibile la Chiesetta
di Santa Maria di Costantinopoli.
Itinerario
2 - Dalla Civita al Piano
Percorrendo
in senso inverso Via Duomo si raggiunge la bellissima Piazza del Sedile.
Risale agli stessi anni del Sedile la costruzione, alla sua destra, del Palazzo
del Governatore Regio, con annesse carceri.
Uscendo
dal Palazzo del Governatore, svoltando a destra, ci troviamo subito al
cospetto della poderosa struttura della Chiesa di San Francesco
d’Assisi, in posizione di spicco al termine di Via del Corso e
all’inizio di Via Ridola.
Ci
immettiamo nella bella Via Ridola incontrando subito, sulla destra, la Chiesa
del Purgatorio.
Sempre
sulla destra, affianca il Purgatorio, la Chiesa di Santa Chiara.
Usciti
dalla chiesa, percorriamo pochi passi, e siamo di fronte a una delle
istituzioni culturali più importanti della città: il Museo Archeologico
“Ridola”.
Riprendendo
il cammino in direzione Sud e, in fondo alla Piazzetta Pascoli, ecco aprirsi
l’elegante struttura di Palazzo Lanfranchi, diventato un po’ il
simbolo della rinascita di Matera. Nella piazzetta, davanti al palazzo, si
profila subito, però, la grande “Goccia”, scultura in bronzo
fuso, opera dello scultore giapponese Kengiro Azuma.
Usciti
da Palazzo Lanfranchi, sulla destra, un belvedere ci invita a scendere
subito verso il tesoro del Sasso Caveoso. Solo il tempo di percorrere
l’ultimo tratto di Via Ridola, ammirare il bel prospetto del Palazzo
della Provincia, uno degli edifici più grandi della città, fare anche
un po’ di shopping negli eleganti negozi del quartiere, e, poi,
infiliamoci in una delle discese per tuffarci nella magia dei Sassi.
Sulla
strada tra la storica Piazza del Sedile e Via Fiorentini è emerso durante i
lavori di ristrutturazione di un'abitzione del 1700, un sito rupestre che
nei suoi 40 metri di profondità percorre 1000 anni di storia materana.
L'antica
chiesa di San Giorgio al Paradiso ha nei secoli lasciato il posto
prima a un frantoio con i suoi oli e poi, nel '700, ad una cantina per la
pigiatura dell'uva e lo stoccaggio delle botti.
Il
sistema di recupero delle acque è visibile con i suoi canali intatti e con
le sue cisterne intonacate di cocciopesto. Il pozzo e il solco del mulo che
trascinava la macina, la splendida statua di San Giorgio e il palazzotto
gentilizio fanno rivivere, allo stesso, tempo secoli e secoli di
storia di Matera.
Fuori
dalle mura della Civita, nel Sasso Barisano, fra la contrada di San Vito e
quella di Santa Maria la Vetere, esisteva già in epoca medievale la
contrada di San Giorgio al Paradiso, il cui nome era legato appunto
all'omonima chiesa rupestre. Questo luogo era anticamnte caratterizzato da
terrazzamenti con orticelli e da spazi aperti e luminosi, sebbene con tutti
i limiti del suo orientamento a settentrione. Del manufatto rupestre venne
abbattuta l'aula, sostituita da un'ambiente in muratura sul quale si costruì
nel '700 un palazzotto.
Negli
anni successivi la contrada subì notevoli alterazioni: vennero eretti, sul
lato settentrionale e su quello occidentale, grandi palazzi gentilizi, che
infossarrono il sito privandolo della sua ariosità. Con la scomparsa della
chiesa rupestre il nome della contrada subì una contrazione diventandoo più
semplicemente "Il Paradiso".
San
Giorgio al Paradiso ha una tipica morfologia degli ipogei a galleria che
distingue i manufatti rupestri deputati alla lavorazione e allo stoccaggio
delle uve, delle olive e dei loro derivati. Entrando, a sinistra, si scorge
subito la cisterna con un lungo collo di boccaglio costruito in conci di
tufo. Più avanti si trova la seconda cisterna, detta a campana,
caratterizzata dal fondo assai concavo, cosa che consentiva più facilmente
lo scivolamento e la raccolta verso il centro, dei detriti trasportati
dall'acqua. L'invaso è servito da un ampio canale di adduzione rivestito di
tegole.

Poco
lontano da questa cisterna, sempre a destra nel muro, si scorge l'uscita di
un camino: questo permetteva di versare le olive da macinare nel frantoio
direttamente dalla strada sovrastante che scendeva dall'Arco di
Sant'Antonio.
A
poca distanza termina la parte costruita a frantoio e si entra nel
vero e proprio ipogeo rupestre. Ad occupare tutta la zona centrale del
pavimento è l'incisione circolare di circa 3 metri in cui era incastrata la
base del trappeto, ossia della macina da frantoio oleoario. Questa incisione
è frutto dell'erosione scavata dal quotidiano calpestio del mulo che
frenava la leva di rotazione della macina. Sono ancora visibili tra i due
doli, i resti dell'intonaco che rivestivano due vasche per la pigiatura
dell'uva, risalenti alla fase in cui la grotta fu trasformata in cantina nel
1700. Un'altra vasca intonacata e con le stesse caratteristiche, si trova
poco più avanti, oltre il dolio trasformato in cisterna. Questa veniva
adibita probabilmente a silos per lo stoccaggio delle olive.A sinistra, nel
pavimento, di fronte al primo dolio, si osserva una cavità ampia e profonda
alla cui base si può notare la mangiatoia.
Nello
spazio che doveva, molto probabilmente, costituire il presbiterio
dell'antica chiesa di San Giorgio si vede, a sinistra, uno spanciamento
realizzato nella fase in cui il sito era adibito a cantina settecentesca:
serviva a fare spazio al muro di sostegno per le botti.

La
parete di fondo, dove era ubicata la lunetta absidale, mostra l'imbocco
della gradinata che scende nell'ultimo e più basso piano dell'ipogeo. In
questa parte sono presenti 9 gradini ampi e convavi che dovevano faciliare
lo spostamento delle botti; scendono nella sala dove la temperatura si
mantiene bassa grazie allo scarso scambio termico con l'esterno.
Lungo
la gradinata, a sinistra e a destra, sulle pareti sono scavate due nicchie,
una delle quali, quella di sinistra, è sormontata da una piccola e poco
visibile croce votiva, incisa sulla parete annerita di fumo.
Sull'architrave
di accesso alla sala, situata in fondo alle scale e rivolta verso l'esterno,
è riportata la data 1717 che fa riferimento all'anno di escavazione di
quest'ultimo ambiente e, dunque, di trasformazione in cantinea dell'intero
ipogeo. La data è posta su un grafito che riproduce in maniera molto
schematica un calice. Questo è forse l'emblema delle suore di Santa Lucia,
a cui l'ipogeo è appartenuto nel corso dei numerosi passaggi di proprietà.
Il
sito vide un periodo di decadenza dovuto allo sfollamento dei Sassi.
Itinerario
3 - Dal Sasso Caveoso al Sasso
Barisano
Scendendo
lungo Via Casalnuovo, dopo una modesta discesa, si raggiunge il Sasso
Caveoso, anfiteatro naturale di grande suggestione, che nasconde
innumerevoli tesori variamente sopravvissuti al tempo e alla storia. Il
casale da cui partiamo e che dà il nome alla via, è l'ultimo a essere
sorto ai margini del quartiere esterno alla città storica e fu anche
abitato, nel XVI secolo, dai profughi albanesi e dalmati che erano stati
scalzati dalla loro terra, sotto l’avanzare dell’Impero turco. Qui, come
nella Piana Albanese del Cosentino o nelle colonie costituite nella
provincia orientale di Taranto o in Abruzzo.
Ci
spingiamo quasi all’estremità meridionale del quartiere, percorrendo un
tratto della carrabile Via Casalnuovo per iniziare la visita da un luogo di
grande suggestione che ci introduce nel “clima” della civiltà rupestre,
che oscilla tra la città medievale dei Sassi, che giungono all’epoca
rinascimentale, e i preesistenti insediamenti basiliani: la Chiesa
rupestre di Santa Barbara.
Spingendoci
ancora a Sud, fino alla biforcazione con via Cappuccini, si trova, in una
abitazione privata al n. 13, la Chiesa rupestre della Madonna
dell’Abbondanza e, nel recinto dei Cappuccini, la Chiesa del
Cappuccino Vecchio, detta anche dell’Abbondanza Vecchia. Di maggiori
dimensioni, con le sue due navate, ma anche questa conserva ben poco dei
suoi antichi tesori.
Procedendo
verso Nord, ripercorrendo un tratto di Via Casalnuovo, si raggiunge,
svoltando per Vico Primo Casalnuovo e Vico San Leonardo, il Convicinio di
Sant’Antonio: scendendo per le scalinate di pietra che intarsiano il
costone pietroso, ci troviamo davanti a uno straordinario esempio di
complesso sacro rupestre, che prende il nome da una delle quattro chiesette
dalle quali è costituito.
A
pochi passi è la Cripta di Sant’Andrea. Altra chiesa cenobitica,
datata tra il XII e il XIII secolo, divisa in tre ambienti, di cui il
secondo e il terzo sono ipogei. Conserva parte degli affreschi e dei decori
sopravvissuti alla manomissione dovuta, come per il Convicinio e per molte
altre cripte, al diverso utilizzo intervenuto nei secoli successivi.
Spostandoci
in direzione Nord lungo i viottoli e le scalinate di Casalnuovo si raggiunge
il Quartiere Malve, incontrando prima la Casa cripta del Casalnuovo e
poi, dopo un breve percorso, l’ampio tratto della Necropoli di Santa
Lucia alle Malve, alla sommità del complesso monastico di Santa Lucia
alle Malve, chiamato comunemente “Cimitero barbarico”, che è formato da
sepolture di epoca longobarda scavate nel piano roccioso.
A
destra, dopo aver percorso un breve tratto del tortuoso Vico Solitario, si
può visitare la Casa grotta di vico Solitario, uno degli esempi di
abitazione in grotta per lunghi secoli utilizzate dai materani. La casa
conserva gli arredi e gli attrezzi autentici, la cui gestione è affidata al
Teatro Gruppo Matera, che ha predisposto anche una descrizione multilingue,
che permette di comprendere come vi si svolgeva la vita. Vi si trovano i
poveri oggetti che facevano la ricchezza della famiglia di una volta. In
realtà, in entrambi i Sassi, lungo gli itinerari, si possono trovare altri
esempi di case grotte visitabili.
Pochi
passi avanti su Vico Solitario e giungiamo in Piazza San Pietro Caveoso, per
visitare l’omonima chiesa, la Chiesa di San Pietro e Paolo al Caveoso.

Basta
voltare le spalle alla piazza e ci troviamo di fronte a uno straordinario
sperone roccioso già citato che ci sovrasta da Ovest, spettacolo davvero
singolare, che ci conferma come nessuno spazio, anche se in contesto
morfologico apparentemente inaccessibile, venisse sottratto all’utilizzo.
Stiamo parlando del Monterrone (o Montirone) nel quale sono incastonate la Chiesa
di Santa Maria de Idris e San Giovanni in Monterrone. L’angolo,
estrapolato dal suo contesto, farebbe pensare a un romitorio alpino e invece
siamo nel bel mezzo dell’abitato di una città mediterranea. Da qui si
gode un panorama davvero unico.
Tornando
su Piazza San Pietro Caveoso, e riprendendo Via Madonna delle Virtù si può
ammirare alla nostra destra la Gravina e il suo torrente. Salendo si
inizia un’incursione nel territorio della Civita, per raggiungere, dopo
aver attraversato la sede del Musma, il Museo della scultura, che è
stato realizzato nel prestigioso Palazzo Pomarici, detto popolarmente “Il
Palazzo delle cento stanze”, per sottolinearne la vastità.
Uscendo
dal Musma, percorrendo un tratto di Via San Giacomo, si giunge nel cuore del
Rione Pianelle con le sue caratteristiche costruzioni, le più
antiche delle quali risalirebbero al 1300, alle origini cioè
dell’espansione del casale che avrebbe dato vita al Sasso Caveoso, oltre
le antiche mura della Civita.
Percorrendo
ancora un tratto di Via San Giacomo fino a incrociare, sulla sinistra, Via
San Potito, che risaliamo in direzione Duomo, si giunge a Casa Noha
un palazzo patrizio trasformato in progetto turistico culturale che si
propone al visitatore come descrizione virtuale della città,
ripercorrendone la storia grazie a un innovativo progetto di comunicazione.
Salendo
per un altro tratto, in direzione di Piazza Duomo, si raggiunge il Museo
della Fotografia Pino Settanni, un grande fotografo, nato a Grottaglie,
in provincia di Taranto, scomparso nel 2010. Matera dedica alle sue opere un
Museo della fotografia contemporanea a cura di Giovanni Viceconte e della
moglie di Pino, Monique. Settanni aveva più volte apprezzato la città dei
Sassi per la sua quasi cristallizzata staticità, e aveva manifestato
l’intenzione di tornarci in futuro. A iniziarlo alla fotografia erano
stati i volti e i paesaggi del Sud. Il Museo è ospitato a Palazzo
Viceconte, un altro palazzo patrizio risalente all’epoca d’oro della
città.
Itinerario
4 - Dal Sasso Barisano al Piano
Quasi
di fronte a Porta Pistola, ma al di là della strada, protesa verso la
gravina e verso il torrente omonimo, sorge il complesso della Chiesa di
Santa Lucia e Sant’Agata alla Civita, il secondo ad essere edificato,
in ordine di tempo, per essere dedicato alle sante vergini siciliane, dopo
quello alle Malve e prima di quella al Piano.
Ritornando
su Via Madonna della Virtù si raggiunge il complesso delle chiese rupestri
della Madonna delle Virtù e di San Nicola dei Greci, le due grandi
chiese che formano un unico complesso, trasformato in un grande centro
espositivo, divenuto uno dei più importanti punti di riferimento culturale
di Matera, nel quale si svolgono importanti manifestazioni e, in
particolare, l’annuale grande mostra della scultura contemporanea.
Lasciata
la comoda arteria di Via Madonna delle Virtù, svoltiamo a sinistra per
imboccare Via del Casale, all’inizio della quale si giunge al Palazzo
del Casale, di recentissima ristrutturazione, nelle cui adiacenze vi è
la sede della Fondazione Matera-Basilicata 2019.
Proseguendo
per via del Casale si raggiunge la Torre Metellana: è quel che
rimane dell’antica struttura difensiva che proteggeva la Civita,
l’acrocoro che domina i rioni Sassi, il luogo dove sarebbe avvenuta la
prima forma di insediamento urbano, risalente al VII secolo in epoca
longobarda. Al
di sotto della torre si trova una delle tante chiese rupestri dedicate al
principe degli apostoli, San Pietro, che la tradizione riferisce sia passato
da queste parti, la Cripta di San Pietro in Principibus.
Alle
spalle di Porta Metellana, sull’imbocco di Via San Nicola del Sole, che si
trova poi alla fine del gradone che, in direzione Sud, risale verso il
Duomo, ci attende, ancora lungo il perimetro longobardo di fortificazione,
un’altra straordinaria sorpresa, la Casa di Ortega, preziosa
testimonianza del legame con Matera del grande artista spagnolo che ne volle
acquistare una parte.
Da
Via Casale ci riportiamo su Via Sant’Antonio Abate fino a raggiungere Via
Fiorentini, principale arteria che attraversa il Sasso Barisano fino
all’imbocco del Piano, quasi all’altezza di Piazza Vittorio Veneto.
Penetriamo così nel cuore segreto del Sasso Barisano che, quasi
completamente restaurato, con un lavoro concertato che ha coinvolto sia il
pubblico che il privato, si presenta ora ricco di locali caratteristici, di
botteghe artistiche e artigiane, di locande e ristorantini di grande
fascino.
Percorso
un breve tratto, sulla sinistra incontriamo la bottega di Eustachio Rizzi
con i suoi Sassi in miniatura. Si tratta di una scultura in tufo di 12 metri
quadri che l’abile artista artigiano ha realizzato in anni di intenso
lavoro per miniaturizzare, in scala, i quartieri di pietra che hanno reso
famosa la città nel mondo.
Quasi
di fronte, in una corte che si affaccia in Via San Giovanni Vecchio,
troviamo, invece, il Museo laboratorio della civiltà contadina,
museo etno-antropologico che è situato all’interno di un palazzotto del
XVI sec., nel quale sono stati ricostruiti, per iniziativa dell’omonima
associazione, gli ambienti e i mestieri di un tempo, legati non solo al
lavoro dei campi, ma anche alle attività artigianali che si svolgevano
negli antichi rioni materani: setacciaio, conciapelli, pastore, cestaio,
cavamonti, lustrascarpe, barbiere, intagliatore, ebanista, mastro d’ascia,
fabbro, sarto, conciapiatti, vasaio, arrotino, sellaio, calderaio,
calzolaio, contadino, scalpellino.
Proseguiamo
il nostro itinerario che ci invita a vagare per i viali e le postierle alla
scoperta, interminabile, di case, palazzetti, corti, vicoli a volte
strettissimi e che si inerpicano sulle pareti tufacee, in alcuni casi in
maniera inverosimile, alla conquista di spazi da utilizzare palmo a palmo.
Dalle
Gradelle San Pietro Barisano si giunge alla Chiesa di San Pietro Barisano,
recentemente ristrutturata.
Riprendiamo
Via San Pietro Barisano e torniamo su via D’Addozio per giungere
all’ultimo monumento da visitare, all’estremità Nord del Sasso
Barisano: il Monastero di Sant’Agostino con l’annessa Chiesa della
Madonna delle Grazie, cui si giunge risalendo l’ampia scalinata sulla
sinistra. Il Monastero è oggi sede della Soprintendenza per i Beni Storici
Artistici ed Etnoantropologici della Basilicata, ultima sua destinazione
d’uso dopo l’acquisizione al demanio.
Itinerario
5 - Dal Castello
Tramontano al Parco delle Gravine

Il
Castello Tramontano è una straordinaria opera incompiuta, che ha
superato il mezzo millennio di storia rappresentando, in maniera efficace,
la megalomania di un potere dispotico, quello del conte Giovan Carlo
Tramontano, feudatario di Matera, che avviò questa poderosa costruzione
allo scopo di avere il pieno controllo della città, da un’altura: una
collinetta chiamata Lapillo, esterna alle mura cittadine, sovrastante il
centro storico di Matera.
La
Chiesa rupestre di Santa Maria la Vaglia (della Valle) è uno degli
insediamenti monastici rupestri più grandi dell’intero territorio di
Matera, non facilmente accessibile, è situata fuori città. Il sito è ad
oggi di proprietà privata ed è visitabile soltanto in occasione delle
giornate del Fai.
La
Chiesa di Santa Maria della Palomba è posta all’apice di un grande
complesso rupestre che si affaccia a strapiombo sulla Gravina di Matera e il
suo appellativo rimanda alla colomba scolpita sul portale.
In
contrada Palomba ci si trova in un’area con una diffusa presenza di
grandi cave di tufo. Tra i luoghi che è possibile visitare: il Parco
Scultura della Palomba, che affianca il Santuario, costituito da una
grande cava e da una serie di ambienti caratteristici della Murgia Materana
di grande fascino e che, ancora una volta, pone la scultura al centro
dell’espressione artistica più congeniale alla città dei Sassi. Qui
l’artista Antonio Paradiso ha creato un luogo straordinario fondendo il
paesaggio rupestre con le proprie opere, alcune gigantesche in pietra e in
ferro. L’ingresso del sito è ben visibile dalla strada che conduce da
Matera a Taranto, evidenziato da un’automobile schiacciata da un masso,
opera di Paradiso come, tra le altre, l’Ultima cena. Questa e altre opere,
spesso dedicate al tema del volo, tanto caro allo scultore, come “Il volo
degli uccelli” e “Icaro”, sono disposte all’interno di questo spazio
di sei ettari, le cui prime frequentazioni risalgono al Paleolitico, anche
se oggi conserva tracce di un villaggio neolitico con trincea fortificata e
fondo di capanna, pozzo e muro megalitico. Una galleria coperta, in fondo
alla cava, ospita permanentemente opere di Nicola Carrino, Pietro Coletta,
Luigi Mainolfi, Eliseo Mattiacci, Hidetoshi Nagasawa, Giuseppe Spagnuo,
Mauro Staccioli.
Siamo
già di fatto nel Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri
del Materano, denominato anche Parco della Murgia Materana, che
comprende un territorio di circa 8.000 ettari. Il Parco circonda la città
di Matera e costeggia i Sassi estendendosi sul versante opposto del canyon
scavato dal tempo.
Tra
i luoghi più belli e ricchi di storia del Parco della Murgia Materana è la
Contrada Murgecchia. E’ un area vasta che contiene alcune tra le più
belle e interessanti testimonianze dell’insediamento primordiale dell'uomo
nel territorio materano. Sono presenti un villaggio neolitico indagato
all’inizio del 1900 da Domenico Ridola, una necropoli dell’età del
bronzo, e diversi complessi rupestri che testimoniano l’importanza del
luogo dal neolitico fino all’alto medioevo. Qui è possibile visitare la Cripta
dello Spirito Santo, interamente scavata nella parete tufacea, oltre a
quel che resta della Cappella di San Giovanni da Matera e altre
cripte disseminate nella zona, tra le quali la Madonna delle Vergini e la
Madonna di Monteverde, ben visibile anche dal Sasso Caveoso. Al suo
interno è visibile una Madonna col Bambino.
Il
Belvedere del Parco è situato sulla sommità del sito, di fronte ai
Sassi di Matera. Di qui il paesaggio rupestre si offre in tutta la sua
spettacolare bellezza.
Risalendo
la via che dalla Statale porta fino al Belvedere, si trovano i complessi
rupestri di San Nicola alla Via Appia, di Murgia Tre Ponti e, sul
piano, il complesso con la Chiesa rupestre di San Falcione, nota
anche come San Canione, Santo martire di Atella, al quale pare da atti
notarili fosse inizialmente dedicata.
Accanto
a questa sorge un’altra chiesa rupestre, quella di San Vito.
Arrivati sul Belvedere, immediatamente sotto si trovano la Chiesa
rupestre di Madonna delle Tre Porte, e quella di Sant’Agnese.
Nel
2015 è stata aggiunta una possibilità davvero incredibile per effettuare
le escursioni, attraversando il torrente Gravina: si tratta
dell’installazione del Ponte sospeso, che qualcuno ha definito
“tibetano”. Inaugurato nel 2015, ma non sempre aperto con regolarità
per varie ragioni, il ponte collega i Sassi, partendo da Porta Pistola, al
Parco della Murgia Materana. Il ponte è esclusivamente pedonale, offre uno
spettacolo magnifico sul torrente e una vista unica.
Tra
i villaggi neolitici dell’area, di un certo interesse, è la chiesa
rupestre della Madonna delle Croci, ubicata nella piccola conca in cima
all’altopiano, così chiamata per le numerose croci greche presenti al suo
interno.
Oltre
ai siti già visitati, altri complessi importanti si trovano a Sud della
città di Matera dove il Parco si estende fino al territorio del limitrofo
comune di Montescaglioso. A Sud Est sorgono i complessi di contrada
Agna, in cui si trova la famosa Grotta dei Pipistrelli, i cui reperti
sono esposti presso il Museo Nazionale Ridola; quello rupestre, di origine
monastica, della Chiesa di San Nicola dell’Ofra, strutturato su tre
livelli comunicanti tra di loro attraverso vari cunicoli e tante scalette
tagliate nella roccia calcarea; quello del Santissimo Crocifisso alla
Selva (noto come Cristo la Selva); e, ancora, il Villaggio Saraceno,
nonché i complessi di Murgia S. Andrea in agro di Montescaglioso.
Sempre
a Sud, lungo la Gravina di Picciano, si trovano molti altri complessi come
quelli di Santa Lucia al Bradano e quello della Cripta del Peccato
Originale o Chiesa dei Cento Santi, lungo l’Appia Antica, in località
Pietrapenta.

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Pag. 3
Giugno
2022
|