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La città
si trova nella parte orientale della regione Basilicata a 401 m
s.l.m., al confine con la parte sud-occidentale della città
metropolitana di Bari (con i comuni di Altamura, Gravina in
Puglia e Santeramo in Colle) e l'estrema parte nord-occidentale della
provincia di
Taranto (con i comuni di Ginosa e Laterza). Sorge sulla
continuazione dell'altopiano delle Murge ad
est e la fossa Bradanica ad ovest, solcata dal fiume Bradano.
Il corso di questo fiume è sbarrato da una diga, costruita alla fine
degli anni cinquanta per scopi irrigui, e il lago artificiale creato dallo
sbarramento, chiamato lago di San Giuliano, fa parte di una riserva
naturale regionale denominata riserva
naturale di San Giuliano.
La gravina
di Matera, un torrente affluente di sinistra del Bradano, scorre
nella profonda fossa naturale che delimita i due antichi rioni della città:
Sasso Barisano e Sasso Caveoso. Sull'altra sponda c'è la Murgia,
rientrante in parte nel Parco Regionale Archeologico Storico Naturale
delle Chiese Rupestri, noto anche come parco
della Murgia Materana. I "Sassi",
assieme alle cisterne ed i sistemi di raccolta delle acque, sono la
caratteristica peculiare di Matera. Si tratta di antichi aggregati di case
scavate nella calcarenite, a ridosso di un profondo burrone, la "Gravina".
Matera
è nota anche come città dei Sassi, proprio per la peculiarità
e l'unicità del suo centro storico. Scavati e costruiti a ridosso della
Gravina di Matera, una profonda gola che divide il territorio in due, i Sassi
di Matera, rioni che costituiscono la parte antica della città, si
distendono in due vallette, che guardano ad est, leggermente sottoposte
rispetto ai territori circostanti, separate tra loro dallo sperone
roccioso della Civita.
Il
Sasso Barisano, girato a nord-ovest sull'orlo
della rupe, se si prende come riferimento la Civita, fulcro
della città vecchia, è il più ricco di portali scolpiti e fregi che ne
nascondono il cuore sotterraneo. Il Sasso Caveoso, che guarda
invece a sud,
ubicato in una lama più ampia e corta, assume vagamente la forma di una
cavea teatrale. Al centro la Civita, sperone roccioso che separa i due
Sassi, sulla cui sommità si trovano la Cattedrale ed
i palazzi nobiliari. Insieme formano l'antico nucleo urbano di Matera,
dichiarato dall'UNESCO paesaggio culturale.
I
Sassi di Matera sono un insediamento urbano derivante dalle varie forme di
civilizzazione ed antropizzazione succedutesi nel tempo. Da quelle
preistoriche dei villaggi trincerati del periodo neolitico,
all'habitat della civiltà rupestre (IX-XI
secolo), che costituisce il sostrato urbanistico dei Sassi, con i
suoi vicinati, camminamenti, canalizzazioni, cisterne; dalla civitas di
matrice normanno-sveva (XI-XIII
secolo), con le sue fortificazioni, alle successive espansioni
rinascimentali (XV-XVI
secolo) e sistemazioni urbane barocche (XVII-XVIII
secolo); ed infine dal degrado igienico-sociale del XIX e
della prima metà del XX
secolo allo sfollamento disposto con legge nazionale negli anni
cinquanta, fino all'attuale recupero iniziato a partire dalla legge
del 1986.
Nel
2017 la Zecca
di Stato conia una moneta in argento da 10 euro, celebrativa
dei Sassi di Matera in tiratura limitata.
Le
cisterne e i sistemi di raccolta delle acque - La
scelta di questo sito, sebbene abbia garantito un'estrema sicurezza
all'abitato, ha comportato ai suoi abitanti enormi difficoltà
nell'approvvigionamento delle acque. Di fatto i Sassi si trovano su un
enorme banco calcarenitico a circa 150 metri dal livello del torrente,
mentre le colline d'argilla che li circondano ad ovest risultano essere
troppo lontane per assicurare l'approvvigionamento idrico in caso di
assedi.
Perpetuando
un uso documentabile sin dalle fasi neolitiche, gli abitanti hanno
sfruttato a proprio vantaggio la friabilità della roccia e le pendenze
per realizzare un complesso sistema di canalizzazione delle acque,
condotte in una diffusa rete di cisterne e "palombari".
Vista
in quest'ottica Matera risulta essere uno dei più antichi e meglio
conservati esempi di bio-architettura al mondo. Una breve analisi dei
sistemi insediativi costruiti intorno all'acqua, mostra come di fatto le
civiltà e le tradizioni costruttive più antiche del mondo, abbiano
numerosi punti in comune, sebbene secoli e chilometri le vedano come
elementi distinti. Strutture apparentemente semplici e rudimentali si
rivelano come dei prodigi di efficienza tecnica. Le umili tecniche
arcaiche, dimenticate dagli stessi abitanti, acquistano un fascino ed un
valore un tempo inimmaginabile.
Storia

Recenti
acquisizioni scientifiche fanno arretrare all’era paleolitica i primi
insediamenti umani, finora attribuiti al Neolitico, scavati nelle pareti
tufacee che costituivano l’enorme canyon della gravina sulla quale sorse
Matera. Non per niente tra le definizioni attribuitele c’è quella di
città più antica del mondo, volendo significare che è un esempio
davvero unico di continuità abitativa, di persistenza della presenza
umana negli stessi luoghi da circa 10.000 anni. Dovette apparire un luogo
ameno, per la sua disposizione e per l’abbondanza delle acque, agli
uomini primitivi che scelsero e approfondirono gli anfratti che
costellavano le pareti, per realizzarvi le loro abitazioni.
Origini
che Matera condivide con le località costiere dell’arco ionico dove si
ebbero insediamenti importanti, poi condivisi con le ondate migratorie
provenienti soprattutto dai Balcani, lungo le analoghe gravine
che costellano il territorio: canali d’impluvio che l’acqua piovana ha
scavato nella roccia tufacea, aprendo grandi canyon lungo i quali gli
uomini primitivi ricavarono le proprie abitazioni, godendo dell’acqua
che dalle colline scendeva al mare e fruendo del riparo di primitive cavità.
E il fenomeno che è andato sotto la definizione di civiltà rupestre, che
coinvolge numerosi centri del Materano, ma anche della limitrofa provincia
di Bari e ancor più la vicinissima provincia di Taranto.
Una civiltà
nata nella pietra e che ha conosciuto fenomeni storici di grande
pregnanza, come l’espansione della religiosità basiliana, portata
dall’Oriente ortodosso dai monaci di San Basilio, che cosparsero le
gravine di un numero impressionante di chiese rupestri, affrescate alla
maniera bizantina. Ma solo qui, a Matera, la civiltà della grotta ebbe
una dimensione così vasta e una persistenza così consolidata da dare
vita a un unicum assoluto, rappresentato dai due quartieri contigui che,
non per niente, sono stati denominati Sassi, il Sasso Barisano verso Nord
e il Sasso Caveoso verso Sud: circa 38 ettari di abitazioni rupestri che
rappresentano il cuore misterioso della città e che non hanno mai smesso
la loro vita, ma l’hanno semmai vista attenuarsi negli anni Cinquanta,
solo per vederla rinascere dopo un laborioso e straordinario lavoro di
recupero.

Non
c’è invece identità di vedute per quanto riguarda le origini del nome
di Matera, che alcuni vorrebbero scaturito dal greco “Meteoron”,
ovvero madre, altri da Metello, il console romano che la rifondò nel 90
a.C., al tempo della guerra civile, e che è ricordato dalla torre
denominata Metellana, una delle torrette poste lungo il perimetro delle
antiche mura, non più evidenti. Altri sostengono, in maniera un po’
fantasiosa, che sia la fusione delle parole: Metaponto ed Heraclea, che
ricorderebbe così le due città ellenistiche andate distrutte. C’è chi
propone che derivi da “Materies” con riferimento all’abbondanza di
legna ricavata dai boschi e chi ancora sostiene che possa essere originata
dalle parole greche “mataios” e “olos” che starebbero a
significare “tutto vuoto”. Ipotesi tutte affascinanti, ma che
appaiono, alla fine, poco convincenti.
Sparsi
nelle varie grotte che costellavano l’immensa gravina, le popolazioni
probabilmente non ebbero una vera e propria struttura sociale, essendo per
lo più pastori o cacciatori, fino all’arrivo dei romani, ma si andarono
stanziando sulla Murgecchia, sulla Murgia Timone, entrambe località oggi
ricadenti nel Parco della Murgia Materana, al di là del torrente Gravina,
e sul colle che diventerà poi la Civita, ovvero il vero e proprio centro
urbano fortificato, sulla parte più alta dominata dalla Cattedrale. Sarà
proprio su questo colle, in posizione baricentrica rispetto
anche ai terreni coltivabili verso il Bradano, che gli abitanti si
concentreranno in età altomedievale, trovando riparo dentro le mura
cittadine.
Sarà
poi l’avvento del Cristianesimo a caratterizzare in maniera decisa la
storia di Matera, le cui testimonianze sono ancora oggi il punto
caratterizzante del disegno urbano, con la presenza di un numero
eccezionale di chiese, spesso affiancate da conventi e monasteri, in parte
di rito greco, in parte cattolico: se ne contano 150 che, se rapportate al
numero di abitanti, che era all’epoca di poche migliaia, fanno risaltare
proprio il
ruolo di punto di snodo e di incontro tra l’Oriente bizantino e
l’Occidente. Per tutto il Medioevo il paesaggio rupestre subì una
totale manomissione grazie alla costituzione di piccole comunità
orientali, monastiche e laiche, qui arrivate a seguito della persecuzione
iconoclasta da Cappadocia, Armenia, Asia Minore e Siria che, rifugiandosi
nelle grotte già esistenti, ne ricavarono altre utilizzandole come
abitazioni e luoghi di preghiera. Nacquero così le splendide chiese
rupestri, preziosi scrigni di arte e cultura, accanto alle già presenti
comunità cattoliche, molto floride e numerose nella città.
I
Longobardi vollero erigere Matera a Castaldato e la cinsero con una cinta
muraria, su cui vigilava l’antico castello, perciò detto:
Castelvecchio, di cui oggi restano solo tracce.
Con
il succedersi delle dominazioni normanna, sveva e angioina, la
disposizione urbana resta pressoché identica: la Civita è la città vera
e propria, protetta dalle mura, mentre all’esterno, verso Nord e verso
Sud, si vanno sviluppando i casali, esterni al contesto urbano ma in
continua evoluzione, nei quali pastori e contadini ricavano le proprie
abitazioni, strappandole alla roccia tufacea e aggiungendovi, quando è
possibile, superfetazioni in grado di assecondare l’ampliamento dei
nuclei. Sono questi i settori urbani che danno vita ai due Sassi, dai nomi
affascinanti e misteriosi: il Caveoso a sud, che prende il suo nome dalla
disposizione a cavea, derivazione analoga a quella di Montescaglioso,
Comune a sud della città, che in antico era Mons Caveosus, e il Barisano
a nord, il cui nome deriverebbe dalla sua disposizione orientata verso
Bari o dal nome di un patrizio romano, Varisius.
La
fine dell’età medievale conosce un incremento del patrimonio
architettonico, iniziato nel XIII sec. che ha per fulcro la fabbrica della
Cattedrale e che si consolida poi con la costruzione di grandi chiese e
conventi, oltre che di palazzi patrizi. La fine del XV secolo, poi,
coincide con l’acquisizione, da parte della città, della libertà dalla
sottomissione feudale, messa in discussione solo per pochi anni dalla
momentanea attribuzione di Matera al conte Tramontano, assassinato nel
1515, e la possibilità di ampliare la città al di là della cinta
muraria, in quello che sarà, poi, il Piano.
Alla
metà del Cinquecento si registra l’arrivo in massa di profughi
provenienti dall’Albania e dai Balcani, che fuggivano a seguito
dell’occupazione turca contro la quale si era lungamente battuto
l’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg. Le comunità, giunte qui
come pure in Puglia, Calabria e Abruzzo, denominate “schiavoni”
(derivante da Sclavoni che indicava gli Slavi) si impiantarono in una
nuova contrada, detta appunto Casalnuovo, prolungamento del Sasso Caveoso.
Nel
1663 Matera, che da Federico II di Svevia era stata inserita nel
Giustizierato di Terra d’Otranto ed era quindi considerata città
pugliese a tutti gli effetti, viene eletta dagli Spagnoli sede della Regia
Udienza e capoluogo della Basilicata, funzione che mantenne fino al 1806,
anno in cui fu declassata a sottintendenza da Giuseppe Bonaparte, che
volle così punirla per l’orientamento filoborbonico mantenuto negli
anni della
Rivoluzione napoletana. Solo molto più tardi, con l’istituzione del
nuovo pacchetto di provincie, voluto dal governo fascista e varato il 2
gennaio 1927, diverrà capoluogo di provincia.
Intanto,
nel Settecento, anche per via del privilegio della funzione attribuitale
dagli Spagnoli, che comportava la sua elezione a sede del Tribunale,
Matera si arricchisce di nuove chiese, conventi, palazzi nobiliari,
edifici pubblici molto interessanti dal punto di vista architettonico.
Questo processo si fermerà nel secolo successivo, di pari passo col suo
“declassamento”. Le cose peggioreranno ancor di più dopo l’Unità
d’Italia: il territorio di Matera, assieme a molta parte di quello
lucano, sarà tra i più martoriati dagli effetti del brigantaggio e della
reazione sabauda che spalancò le strade all’emigrazione di massa.
L’incameramento e la vendita dei beni ecclesiali, che pur con tutti i
limiti avevano consentito la sopravvivenza delle classi più povere,
assieme alla mancata ripartizione delle terre demaniali, che venivano
acquisite dai più abbienti e dai nuovi burocrati filopiemontesi, aggravò
la condizioni delle classi rurali, che intanto crescevano e si inurbavano,
in condizioni sempre più precarie.
La
vita nei Sassi, i quartieri più popolosi e popolari, in genere abitati da
contadini e pastori, che condividevano gli umili ambienti anche con gli
animali domestici, compreso il mulo, non fu mai facile. Come in un
immenso, spontaneo presepe in continuo divenire, sfruttando ogni anfratto,
la popolazione occupava tutti gli spazi liberi, anche i più minuscoli,
che, peraltro, divenivano sempre più esigui. Fu tra la fine
dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento che la situazione si andò
complicando ulteriormente. Infatti, nonostante i tassi di mortalità
infantile altissimi e le difficoltà di mantenere livelli igienici
accettabili, livelli che rendevano più letali le conseguenze delle
epidemie che si sviluppavano periodicamente, la popolazione continuava a
crescere occupando anche le grotte destinate al ricovero degli animali da
pascolo, convivendo, in questo modo, con capre e pecore.
Solo
nel secondo dopoguerra, con l’avvento della Repubblica e il contributo
di grandi personalità come Carlo Levi, Adriano Olivetti, Alcide De
Gasperi, l’Italia scoprì Matera, che, additata come simbolo della
vergogna del nostro Paese, divenne un’emergenza nazionale da affrontare
con decisione e tempestività.
Per
concludere un’ultima importante annotazione: Matera fu la prima
città del Mezzogiorno a ribellarsi al Nazismo. Il 21 settembre 1943,
infatti, i cittadini insorsero contro i saccheggi e gli abusi dei nazisti:
furono uccise 26 persone tra cui 18 civili. La città venne decorata al
Valor Militare il 21 settembre 1966.
La
rinascita di Matera, laboratorio internazionale.
Fu con una legge speciale, la 619 del 1952, che circa 15.000 persone
furono costrette ad abbandonare i Sassi e, cedendo la propria casa,
ricevevano in cambio una nuova abitazione pubblica messa a loro
disposizione: l’antico nucleo urbano chiudeva i battenti e le due
storiche conche furono abbandonate.
Stranamente,
però, quanto avviene a Matera, col trasferimento in massa di persone e
abbandono di ettari ed ettari di un habitat unico in Italia, diventa una
sorta di laboratorio intemazionale fino agli anni Settanta che coinvolge
l’antropologia, l’urbanistica, l’architettura, la politica, la
cultura in senso lato. Urbanisti, architetti, ma anche cineasti, artisti,
intellettuali italiani e stranieri arrivano nella città dei Sassi per
comprendere, per elaborare progetti e idee in una sorta di laboratorio in
progress, per trasformare la vergogna nazionale in virtuosità nazionale.
Percorso che si concluderà nel 1993 con la decisione dell’Unesco di
inserire la città nel Patrimonio dell’Umanità.
Anche
questo processo merita un accenno, per cercare di capire quale sia stato
il percorso, ancora una volta unico, che ha riversato la Matera di ieri in
quell’esaltazione della bellezza che è la Matera di oggi. E per
dimostrare come il “caso Matera”, con la realizzazione dei nuovi
quartieri residenziali che offrissero dignità a una grossa fetta di
popolazione, sia diventato un caso nel dibattito urbanistico
architettonico intemazionale. E cominciamo a ricordare come, con la legge
speciale voluta da De Gasperi, che aveva visitato la città rimanendone
sconvolto, fu disposto lo sfollamento dei due Sassi e la realizzazione di
nuovi alloggi per la popolazione.
Fu
immediatamente affidata all’architetto Luigi Piccinato la realizzazione
del Piano regolatore generale che, approvato dal governo nel 1954,
prevedeva la realizzazione di abitazioni in grado di ospitare 15.000
sfollati. Piccinato insisteva perché i nuovi quartieri venissero
realizzati, “presso il luogo del loro lavoro”. La sua idea sarà solo
parzialmente attuata e darà vita a quello che in un saggio di recente
pubblicazione, viene definito “Il più bel borgo rurale dell’Italia”
ovvero: La Martella. Anche Borgo Venusio segue la stessa logica, ma non la
stessa dinamica.
Obiettivo
del progetto di La Martella era quello di dare, alla gente che lasciava i
Sassi, una casa attrezzata, igienicamente idonea, con lo spazio per il
mulo all’esterno dell’abitazione (prima era all’interno anche perché
la bestia riscaldava l’ambiente), i terreni (quelli del latifondo diviso
ni quote) il più vicino possibile alla casa stessa, a distanza di un
chilometro o due; e in più: un carrettino con le ruote basse di gomma e
una vacca svizzera, donazione, quest’ultima, dell’Ente riforma. Il
progetto prevedeva anche: l’ufficio del medico condotto, quello
dell’ufficiale d’anagrafe, una chiesa, la stazione dei carabinieri, il
posto fisso telefonico, tutti punti importanti di riferimento per una
comunità.
Nel
‘57-’58 arrivano i nuovi quartieri: Serra Venerdì, che si limitava
però all’assegnazione di casa, e Spine Bianche. La logica dello Stato
è quella dello scambio: dare la casa a La Martella e a Serra Venerdì in
cambio della vecchia abitazione nei Sassi, permettendo, comunque, a chi si
trasferiva l’utilizzo dei suoi vecchi locali per piccole attività di
famiglia, per deposito di derrate, di olio, di vino, ecc...
Il
fior fiore degli urbanisti e degli architetti dell’epoca vengono
coinvolti nei progetti edilizi. La città diviene fulcro del dibattito
urbanistico internazionale. Nel rione Spine Bianche (detto anche
Bottiglione) nasce la “Stecca”, un corpo di fabbrica progettato dal
grande urbanista Giancarlo De Carlo che, riproponendo il modello
orizzontale che tanto piaceva al razionalismo socialista, spaccò il mondo
di urbanisti ed architetti, per il tentativo di riproporre il vicinato,
gli ambienti comuni, anche con piccole soluzioni di ambienti collettivi.
Il
modello De Carlo per Matera diventa motivo di dibattito in architettura.
Nel 1956, quale membro italiano dei Ciam, i Congressi internazionali di
architettura moderna, De Carlo presenta il suo progetto in cui tutti i
principi di le Corbusier, il teorico del razionalismo, vengono ignorati.
E' chiaramente una netta rottura con la vecchia generazione di architetti
e col mito di un “modello di architettura intemazionale unico”
(International Style). Proprio quel congresso, quindi, segna la fine dei
Ciam e l’inizio del Team X, dove la X sta per “decimo”, che
raggruppa tutta la nuova generazione di architetti invitata a partecipare
all’ultimo congresso (il decimo, appunto), che pretende un nuovo tipo di
architettura, che si adatti meglio alle condizioni sociali e ambientali
locali, un’architettura in cui l’uomo non sia ridotto a una figura
astratta o un insieme di misure standard.
Per
De Carlo fu un’occasione per alimentare la sua ormai consolidata
diffidenza nei confronti di un certo modo dogmatico di intendere il
Movimento moderno e soprattutto la sua identificazione con aspetti
meramente stilistico-formali (tetto piano, pilotis, finestre a nastro:
ovvero l’adesione epidermica al verbo lecorbuseriano). Un capitolo molto
interessante della storia dell’urbanistica italiana e internazionale nel
quale il “caso Matera” ha un ruolo importantissimo, perché è al
centro di un dibattito, oltre che di studi e ricerche, che coinvolge molti
dei più noti architetti e urbanisti italiani.
Il
recupero dei Sassi.
Mentre nascevano i quartieri alternativi di espansione, si avviava anche
il recupero dell’immensa area dei Sassi.
Fu, comunque, con la legge 771/86, che stanziava un miliardo di lire, una
cifra enorme per l’epoca, a prendere il via l’azione di recupero. Essa
affidava ai Comuni la gestione di quelle immense risorse che prevedevano
tra l’altro finanziamenti notevoli a favore di tutti coloro che
operavano nei due Rioni. Per anni furono entrambi un cantiere a cielo
aperto: si trattava non solo di consolidare quel che c’era ma, anche, di
renderlo vivibile senza sconquassarlo. Il risultato di quell’opera
immensa ce lo abbiamo oggi sotto gli occhi.

Matera
Storia,
poesia, cultura, umanesimo sono gli ambiti che costituiscono l'essenza di
Matera, laddove la storia interpreta e rappresenta un itinerario continuo
che è forse un unicum al mondo, comprendendo e condensando anche un ruolo
importante nella diffusione del Cristianesimo, che si rispecchia in circa
150 chiese presenti nel suo territorio, sorte già a partire dall'epoca
paleocristiana. La poesia è data dal forte impatto sentimentale ed
emotivo che la natura stessa dei luoghi provoca in quanti si trovano a
viverli, sempre o per il breve tratto di una visita, e che è ben
condensata dai tanti poeti che in quelle contrade sono nati o vissuti, o
si sono semplicemente ispirati. La cultura è anche l'espressione tout
court di una qualità complessiva del livello sociale raggiunto, che si è
espresso nelle più aspre difficoltà e che ne è stato persino esaltato,
fino a farlo diventare un patrimonio universale, inteso in senso
materiale, e come tale riconosciuto dall'Unesco, che in senso immateriale,
come lo si può valutare apprezzando la bellezza del lavoro umano, anche
quando si trattava di far ricorso a tutti gli espedienti
tecnici-artigianali per garantire semplicemente la sopravvivenza. Infine,
è evidente che essa ha contribuito, con il suo carico di umanità, alla
crescita di consapevolezza di un territorio che, fino a pochi decenni fa,
era segnato come il simbolo dell’arretratezza, ma così vitale e forte
da fare di quella criticità un vero e proprio modello, universalmente
valido.
Una
premessa necessaria a spiegare perché Matera è una città da conoscere,
non solo da visitare di sfuggita, ma da capire intimamente, come hanno
fatto molti uomini di cultura e grandi artisti, poiché la sua lezione
resta incancellabile e gli “oh!” di meraviglia depositano nella
memoria e nella coscienza dei visitatori un sostrato che diventa
patrimonio, umano e culturale, intimo e universale.
Ecco,
quindi, che questa visita alla città nota come “la città dei Sassi”,
è un viaggio nella bellezza, ma anche nella capacità dell’uomo di
interpretare la propria identità attraverso i “luoghi” come atto
ricreativo. C’è, in queste strade, una dimensione mediterranea che è
modello positivo assoluto e non solo paesaggistico, pure fondamentale.
Il
fascino di questa complessità è quello che ha sicuramente ispirato gli
scrittori ma anche i tantissimi registi, di varie generazioni, che hanno
scelto Matera per ambientarvi le proprie storie. E’ quello che si
respira semplicemente anche degustando il pane di grano nei panifici, o le
specialità lucane nelle trattorie, dove artigiani e operatori orgogliosi
del proprio lavoro e della tradizione offrono i propri prodotti, fatti
ancora come una volta.
Il
peso della retorica si sgretola di fronte a una città nella quale, ancora
oggi, ognuno dei suoi abitanti, dei suoi commercianti, artisti, operatori
culturali e così via, svolge un ruolo integrato, offrendo ai visitatori
la possibilità di scoprire, ad esempio, come si viveva una volta,
attraverso le case grotte, conservate nella loro integrità, in cui gli
oggetti e le utilità restano a testimoniare il passato, attraverso
numerose botteghe artistiche e artigianali, i piccoli musei o i tanti
locali caratteristici o le tante chiese oggi visitabili, disseminati
soprattutto nei Sassi, i due quartieri caratteristici per la straordinaria
spontaneità che ha guidato la mano dei loro creatori-abitatori: il Sasso
Caveoso e il Sasso Barisano.
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Giugno
2022
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