Matera
  
 

La città si trova nella parte orientale della regione Basilicata a 401 m s.l.m., al confine con la parte sud-occidentale della città metropolitana di Bari (con i comuni di Altamura, Gravina in Puglia e Santeramo in Colle) e l'estrema parte nord-occidentale della provincia di Taranto (con i comuni di Ginosa e Laterza). Sorge sulla continuazione dell'altopiano delle Murge ad est e la fossa Bradanica ad ovest, solcata dal fiume Bradano. Il corso di questo fiume è sbarrato da una diga, costruita alla fine degli anni cinquanta per scopi irrigui, e il lago artificiale creato dallo sbarramento, chiamato lago di San Giuliano, fa parte di una riserva naturale regionale denominata riserva naturale di San Giuliano.

La gravina di Matera, un torrente affluente di sinistra del Bradano, scorre nella profonda fossa naturale che delimita i due antichi rioni della città: Sasso Barisano e Sasso Caveoso. Sull'altra sponda c'è la Murgia, rientrante in parte nel Parco Regionale Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri, noto anche come parco della Murgia Materana. I "Sassi", assieme alle cisterne ed i sistemi di raccolta delle acque, sono la caratteristica peculiare di Matera. Si tratta di antichi aggregati di case scavate nella calcarenite, a ridosso di un profondo burrone, la "Gravina".  

Matera è nota anche come città dei Sassi, proprio per la peculiarità e l'unicità del suo centro storico. Scavati e costruiti a ridosso della Gravina di Matera, una profonda gola che divide il territorio in due, i Sassi di Matera, rioni che costituiscono la parte antica della città, si distendono in due vallette, che guardano ad est, leggermente sottoposte rispetto ai territori circostanti, separate tra loro dallo sperone roccioso della Civita.

Il Sasso Barisano, girato a nord-ovest sull'orlo della rupe, se si prende come riferimento la Civita, fulcro della città vecchia, è il più ricco di portali scolpiti e fregi che ne nascondono il cuore sotterraneo. Il Sasso Caveoso, che guarda invece a sud, ubicato in una lama più ampia e corta, assume vagamente la forma di una cavea teatrale. Al centro la Civita, sperone roccioso che separa i due Sassi, sulla cui sommità si trovano la Cattedrale ed i palazzi nobiliari. Insieme formano l'antico nucleo urbano di Matera, dichiarato dall'UNESCO paesaggio culturale.

I Sassi di Matera sono un insediamento urbano derivante dalle varie forme di civilizzazione ed antropizzazione succedutesi nel tempo. Da quelle preistoriche dei villaggi trincerati del periodo neolitico, all'habitat della civiltà rupestre (IX-XI secolo), che costituisce il sostrato urbanistico dei Sassi, con i suoi vicinati, camminamenti, canalizzazioni, cisterne; dalla civitas di matrice normanno-sveva (XI-XIII secolo), con le sue fortificazioni, alle successive espansioni rinascimentali (XV-XVI secolo) e sistemazioni urbane barocche (XVII-XVIII secolo); ed infine dal degrado igienico-sociale del XIX e della prima metà del XX secolo allo sfollamento disposto con legge nazionale negli anni cinquanta, fino all'attuale recupero iniziato a partire dalla legge del 1986.

Nel 2017 la Zecca di Stato conia una moneta in argento da 10 euro, celebrativa dei Sassi di Matera in tiratura limitata.

Le cisterne e i sistemi di raccolta delle acque - La scelta di questo sito, sebbene abbia garantito un'estrema sicurezza all'abitato, ha comportato ai suoi abitanti enormi difficoltà nell'approvvigionamento delle acque. Di fatto i Sassi si trovano su un enorme banco calcarenitico a circa 150 metri dal livello del torrente, mentre le colline d'argilla che li circondano ad ovest risultano essere troppo lontane per assicurare l'approvvigionamento idrico in caso di assedi.

Perpetuando un uso documentabile sin dalle fasi neolitiche, gli abitanti hanno sfruttato a proprio vantaggio la friabilità della roccia e le pendenze per realizzare un complesso sistema di canalizzazione delle acque, condotte in una diffusa rete di cisterne e "palombari".

Vista in quest'ottica Matera risulta essere uno dei più antichi e meglio conservati esempi di bio-architettura al mondo. Una breve analisi dei sistemi insediativi costruiti intorno all'acqua, mostra come di fatto le civiltà e le tradizioni costruttive più antiche del mondo, abbiano numerosi punti in comune, sebbene secoli e chilometri le vedano come elementi distinti. Strutture apparentemente semplici e rudimentali si rivelano come dei prodigi di efficienza tecnica. Le umili tecniche arcaiche, dimenticate dagli stessi abitanti, acquistano un fascino ed un valore un tempo inimmaginabile.

Storia

Recenti acquisizioni scientifiche fanno arretrare all’era paleolitica i primi insediamenti umani, finora attribuiti al Neolitico, scavati nelle pareti tufacee che costituivano l’enorme canyon della gravina sulla quale sorse Matera. Non per niente tra le definizioni attribuitele c’è quella di città più antica del mondo, volendo significare che è un esempio davvero unico di continuità abitativa, di persistenza della presenza umana negli stessi luoghi da circa 10.000 anni. Dovette apparire un luogo ameno, per la sua disposizione e per l’abbondanza delle acque, agli uomini primitivi che scelsero e approfondirono gli anfratti che costellavano le pareti, per realizzarvi le loro abitazioni.

Origini che Matera condivide con le località costiere dell’arco ionico dove si ebbero insediamenti importanti, poi condivisi con le ondate migratorie provenienti soprattutto dai Balcani, lungo le analoghe gravine che costellano il territorio: canali d’impluvio che l’acqua piovana ha scavato nella roccia tufacea, aprendo grandi canyon lungo i quali gli uomini primitivi ricavarono le proprie abitazioni, godendo dell’acqua che dalle colline scendeva al mare e fruendo del riparo di primitive cavità. E il fenomeno che è andato sotto la definizione di civiltà rupestre, che coinvolge numerosi centri del Materano, ma anche della limitrofa provincia di Bari e ancor più la vicinissima provincia di Taranto. 

Una civiltà nata nella pietra e che ha conosciuto fenomeni storici di grande pregnanza, come l’espansione della religiosità basiliana, portata dall’Oriente ortodosso dai monaci di San Basilio, che cosparsero le gravine di un numero impressionante di chiese rupestri, affrescate alla maniera bizantina. Ma solo qui, a Matera, la civiltà della grotta ebbe una dimensione così vasta e una persistenza così consolidata da dare vita a un unicum assoluto, rappresentato dai due quartieri contigui che, non per niente, sono stati denominati Sassi, il Sasso Barisano verso Nord e il Sasso Caveoso verso Sud: circa 38 ettari di abitazioni rupestri che rappresentano il cuore misterioso della città e che non hanno mai smesso la loro vita, ma l’hanno semmai vista attenuarsi negli anni Cinquanta, solo per vederla rinascere dopo un laborioso e straordinario lavoro di recupero.  

Non c’è invece identità di vedute per quanto riguarda le origini del nome di Matera, che alcuni vorrebbero scaturito dal greco “Meteoron”, ovvero madre, altri da Metello, il console romano che la rifondò nel 90 a.C., al tempo della guerra civile, e che è ricordato dalla torre denominata Metellana, una delle torrette poste lungo il perimetro delle antiche mura, non più evidenti. Altri sostengono, in maniera un po’ fantasiosa, che sia la fusione delle parole: Metaponto ed Heraclea, che ricorderebbe così le due città ellenistiche andate distrutte. C’è chi propone che derivi da “Materies” con riferimento all’abbondanza di legna ricavata dai boschi e chi ancora sostiene che possa essere originata dalle parole greche “mataios” e “olos” che starebbero a significare “tutto vuoto”. Ipotesi tutte affascinanti, ma che appaiono, alla fine, poco convincenti.

Sparsi nelle varie grotte che costellavano l’immensa gravina, le popolazioni probabilmente non ebbero una vera e propria struttura sociale, essendo per lo più pastori o cacciatori, fino all’arrivo dei romani, ma si andarono stanziando sulla Murgecchia, sulla Murgia Timone, entrambe località oggi ricadenti nel Parco della Murgia Materana, al di là del torrente Gravina, e sul colle che diventerà poi la Civita, ovvero il vero e proprio centro urbano fortificato, sulla parte più alta dominata dalla Cattedrale. Sarà proprio su questo colle, in posizione baricentrica rispetto anche ai terreni coltivabili verso il Bradano, che gli abitanti si concentreranno in età altomedievale, trovando riparo dentro le mura cittadine.

Sarà poi l’avvento del Cristianesimo a caratterizzare in maniera decisa la storia di Matera, le cui testimonianze sono ancora oggi il punto caratterizzante del disegno urbano, con la presenza di un numero eccezionale di chiese, spesso affiancate da conventi e monasteri, in parte di rito greco, in parte cattolico: se ne contano 150 che, se rapportate al numero di abitanti, che era all’epoca di poche migliaia, fanno risaltare proprio il ruolo di punto di snodo e di incontro tra l’Oriente bizantino e l’Occidente. Per tutto il Medioevo il paesaggio rupestre subì una totale manomissione grazie alla costituzione di piccole comunità orientali, monastiche e laiche, qui arrivate a seguito della persecuzione iconoclasta da Cappadocia, Armenia, Asia Minore e Siria che, rifugiandosi nelle grotte già esistenti, ne ricavarono altre utilizzandole come abitazioni e luoghi di preghiera. Nacquero così le splendide chiese rupestri, preziosi scrigni di arte e cultura, accanto alle già presenti comunità cattoliche, molto floride e numerose nella città.

I Longobardi vollero erigere Matera a Castaldato e la cinsero con una cinta muraria, su cui vigilava l’antico castello, perciò detto: Castelvecchio, di cui oggi restano solo tracce.

Con il succedersi delle dominazioni normanna, sveva e angioina, la disposizione urbana resta pressoché identica: la Civita è la città vera e propria, protetta dalle mura, mentre all’esterno, verso Nord e verso Sud, si vanno sviluppando i casali, esterni al contesto urbano ma in continua evoluzione, nei quali pastori e contadini ricavano le proprie abitazioni, strappandole alla roccia tufacea e aggiungendovi, quando è possibile, superfetazioni in grado di assecondare l’ampliamento dei nuclei. Sono questi i settori urbani che danno vita ai due Sassi, dai nomi affascinanti e misteriosi: il Caveoso a sud, che prende il suo nome dalla disposizione a cavea, derivazione analoga a quella di Montescaglioso, Comune a sud della città, che in antico era Mons Caveosus, e il Barisano a nord, il cui nome deriverebbe dalla sua disposizione orientata verso Bari o dal nome di un patrizio romano, Varisius.

La fine dell’età medievale conosce un incremento del patrimonio architettonico, iniziato nel XIII sec. che ha per fulcro la fabbrica della Cattedrale e che si consolida poi con la costruzione di grandi chiese e conventi, oltre che di palazzi patrizi. La fine del XV secolo, poi, coincide con l’acquisizione, da parte della città, della libertà dalla sottomissione feudale, messa in discussione solo per pochi anni dalla momentanea attribuzione di Matera al conte Tramontano, assassinato nel 1515, e la possibilità di ampliare la città al di là della cinta muraria, in quello che sarà, poi, il Piano.

Alla metà del Cinquecento si registra l’arrivo in massa di profughi provenienti dall’Albania e dai Balcani, che fuggivano a seguito dell’occupazione turca contro la quale si era lungamente battuto l’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg. Le comunità, giunte qui come pure in Puglia, Calabria e Abruzzo, denominate “schiavoni” (derivante da Sclavoni che indicava gli Slavi) si impiantarono in una nuova contrada, detta appunto Casalnuovo, prolungamento del Sasso Caveoso.

Nel 1663 Matera, che da Federico II di Svevia era stata inserita nel Giustizierato di Terra d’Otranto ed era quindi considerata città pugliese a tutti gli effetti, viene eletta dagli Spagnoli sede della Regia Udienza e capoluogo della Basilicata, funzione che mantenne fino al 1806, anno in cui fu declassata a sottintendenza da Giuseppe Bonaparte, che volle così punirla per l’orientamento filoborbonico mantenuto negli anni della Rivoluzione napoletana. Solo molto più tardi, con l’istituzione del nuovo pacchetto di provincie, voluto dal governo fascista e varato il 2 gennaio 1927, diverrà capoluogo di provincia.

Intanto, nel Settecento, anche per via del privilegio della funzione attribuitale dagli Spagnoli, che comportava la sua elezione a sede del Tribunale, Matera si arricchisce di nuove chiese, conventi, palazzi nobiliari, edifici pubblici molto interessanti dal punto di vista architettonico. Questo processo si fermerà nel secolo successivo, di pari passo col suo “declassamento”. Le cose peggioreranno ancor di più dopo l’Unità d’Italia: il territorio di Matera, assieme a molta parte di quello lucano, sarà tra i più martoriati dagli effetti del brigantaggio e della reazione sabauda che spalancò le strade all’emigrazione di massa. L’incameramento e la vendita dei beni ecclesiali, che pur con tutti i limiti avevano consentito la sopravvivenza delle classi più povere, assieme alla mancata ripartizione delle terre demaniali, che venivano acquisite dai più abbienti e dai nuovi burocrati filopiemontesi, aggravò la condizioni delle classi rurali, che intanto crescevano e si inurbavano, in condizioni sempre più precarie.  

La vita nei Sassi, i quartieri più popolosi e popolari, in genere abitati da contadini e pastori, che condividevano gli umili ambienti anche con gli animali domestici, compreso il mulo, non fu mai facile. Come in un immenso, spontaneo presepe in continuo divenire, sfruttando ogni anfratto, la popolazione occupava tutti gli spazi liberi, anche i più minuscoli, che, peraltro, divenivano sempre più esigui. Fu tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento che la situazione si andò complicando ulteriormente. Infatti, nonostante i tassi di mortalità infantile altissimi e le difficoltà di mantenere livelli igienici accettabili, livelli che rendevano più letali le conseguenze delle epidemie che si sviluppavano periodicamente, la popolazione continuava a crescere occupando anche le grotte destinate al ricovero degli animali da pascolo, convivendo, in questo modo, con capre e pecore.

Solo nel secondo dopoguerra, con l’avvento della Repubblica e il contributo di grandi personalità come Carlo Levi, Adriano Olivetti, Alcide De Gasperi, l’Italia scoprì Matera, che, additata come simbolo della vergogna del nostro Paese, divenne un’emergenza nazionale da affrontare con decisione e tempestività.

Per concludere un’ultima importante annotazione: Matera fu la prima città del Mezzogiorno a ribellarsi al Nazismo. Il 21 settembre 1943, infatti, i cittadini insorsero contro i saccheggi e gli abusi dei nazisti: furono uccise 26 persone tra cui 18 civili. La città venne decorata al Valor Militare il 21 settembre 1966.  

La rinascita di Matera, laboratorio internazionale. Fu con una legge speciale, la 619 del 1952, che circa 15.000 persone furono costrette ad abbandonare i Sassi e, cedendo la propria casa, ricevevano in cambio una nuova abitazione pubblica messa a loro disposizione: l’antico nucleo urbano chiudeva i battenti e le due storiche conche furono abbandonate.

Stranamente, però, quanto avviene a Matera, col trasferimento in massa di persone e abbandono di ettari ed ettari di un habitat unico in Italia, diventa una sorta di laboratorio intemazionale fino agli anni Settanta che coinvolge l’antropologia, l’urbanistica, l’architettura, la politica, la cultura in senso lato. Urbanisti, architetti, ma anche cineasti, artisti, intellettuali italiani e stranieri arrivano nella città dei Sassi per comprendere, per elaborare progetti e idee in una sorta di laboratorio in progress, per trasformare la vergogna nazionale in virtuosità nazionale. Percorso che si concluderà nel 1993 con la decisione dell’Unesco di inserire la città nel Patrimonio dell’Umanità.

Anche questo processo merita un accenno, per cercare di capire quale sia stato il percorso, ancora una volta unico, che ha riversato la Matera di ieri in quell’esaltazione della bellezza che è la Matera di oggi. E per dimostrare come il “caso Matera”, con la realizzazione dei nuovi quartieri residenziali che offrissero dignità a una grossa fetta di popolazione, sia diventato un caso nel dibattito urbanistico architettonico intemazionale. E cominciamo a ricordare come, con la legge speciale voluta da De Gasperi, che aveva visitato la città rimanendone sconvolto, fu disposto lo sfollamento dei due Sassi e la realizzazione di nuovi alloggi per la popolazione.

Fu immediatamente affidata all’architetto Luigi Piccinato la realizzazione del Piano regolatore generale che, approvato dal governo nel 1954, prevedeva la realizzazione di abitazioni in grado di ospitare 15.000 sfollati. Piccinato insisteva perché i nuovi quartieri venissero realizzati, “presso il luogo del loro lavoro”. La sua idea sarà solo parzialmente attuata e darà vita a quello che in un saggio di recente pubblicazione, viene definito “Il più bel borgo rurale dell’Italia” ovvero: La Martella. Anche Borgo Venusio segue la stessa logica, ma non la stessa dinamica.

Obiettivo del progetto di La Martella era quello di dare, alla gente che lasciava i Sassi, una casa attrezzata, igienicamente idonea, con lo spazio per il mulo all’esterno dell’abitazione (prima era all’interno anche perché la bestia riscaldava l’ambiente), i terreni (quelli del latifondo diviso ni quote) il più vicino possibile alla casa stessa, a distanza di un chilometro o due; e in più: un carrettino con le ruote basse di gomma e una vacca svizzera, donazione, quest’ultima, dell’Ente riforma. Il progetto prevedeva anche: l’ufficio del medico condotto, quello dell’ufficiale d’anagrafe, una chiesa, la stazione dei carabinieri, il posto fisso telefonico, tutti punti importanti di riferimento per una comunità.  

Nel ‘57-’58 arrivano i nuovi quartieri: Serra Venerdì, che si limitava però all’assegnazione di casa, e Spine Bianche. La logica dello Stato è quella dello scambio: dare la casa a La Martella e a Serra Venerdì in cambio della vecchia abitazione nei Sassi, permettendo, comunque, a chi si trasferiva l’utilizzo dei suoi vecchi locali per piccole attività di famiglia, per deposito di derrate, di olio, di vino, ecc...

Il fior fiore degli urbanisti e degli architetti dell’epoca vengono coinvolti nei progetti edilizi. La città diviene fulcro del dibattito urbanistico internazionale. Nel rione Spine Bianche (detto anche Bottiglione) nasce la “Stecca”, un corpo di fabbrica progettato dal grande urbanista Giancarlo De Carlo che, riproponendo il modello orizzontale che tanto piaceva al razionalismo socialista, spaccò il mondo di urbanisti ed architetti, per il tentativo di riproporre il vicinato, gli ambienti comuni, anche con piccole soluzioni di ambienti collettivi.

Il modello De Carlo per Matera diventa motivo di dibattito in architettura. Nel 1956, quale membro italiano dei Ciam, i Congressi internazionali di architettura moderna, De Carlo presenta il suo progetto in cui tutti i principi di le Corbusier, il teorico del razionalismo, vengono ignorati. E' chiaramente una netta rottura con la vecchia generazione di architetti e col mito di un “modello di architettura intemazionale unico” (International Style). Proprio quel congresso, quindi, segna la fine dei Ciam e l’inizio del Team X, dove la X sta per “decimo”, che raggruppa tutta la nuova generazione di architetti invitata a partecipare all’ultimo congresso (il decimo, appunto), che pretende un nuovo tipo di architettura, che si adatti meglio alle condizioni sociali e ambientali locali, un’architettura in cui l’uomo non sia ridotto a una figura astratta o un insieme di misure standard.

Per De Carlo fu un’occasione per alimentare la sua ormai consolidata diffidenza nei confronti di un certo modo dogmatico di intendere il Movimento moderno e soprattutto la sua identificazione con aspetti meramente stilistico-formali (tetto piano, pilotis, finestre a nastro: ovvero l’adesione epidermica al verbo lecorbuseriano). Un capitolo molto interessante della storia dell’urbanistica italiana e internazionale nel quale il “caso Matera” ha un ruolo importantissimo, perché è al centro di un dibattito, oltre che di studi e ricerche, che coinvolge molti dei più noti architetti e urbanisti italiani.

Il recupero dei Sassi. Mentre nascevano i quartieri alternativi di espansione, si avviava anche il recupero dell’immensa area dei Sassi. Fu, comunque, con la legge 771/86, che stanziava un miliardo di lire, una cifra enorme per l’epoca, a prendere il via l’azione di recupero. Essa affidava ai Comuni la gestione di quelle immense risorse che prevedevano tra l’altro finanziamenti notevoli a favore di tutti coloro che operavano nei due Rioni. Per anni furono entrambi un cantiere a cielo aperto: si trattava non solo di consolidare quel che c’era ma, anche, di renderlo vivibile senza sconquassarlo. Il risultato di quell’opera immensa ce lo abbiamo oggi sotto gli occhi.  

Matera

Storia, poesia, cultura, umanesimo sono gli ambiti che costituiscono l'essenza di Matera, laddove la storia interpreta e rappresenta un itinerario continuo che è forse un unicum al mondo, comprendendo e condensando anche un ruolo importante nella diffusione del Cristianesimo, che si rispecchia in circa 150 chiese presenti nel suo territorio, sorte già a partire dall'epoca paleocristiana. La poesia è data dal forte impatto sentimentale ed emotivo che la natura stessa dei luoghi provoca in quanti si trovano a viverli, sempre o per il breve tratto di una visita, e che è ben condensata dai tanti poeti che in quelle contrade sono nati o vissuti, o si sono semplicemente ispirati. La cultura è anche l'espressione tout court di una qualità complessiva del livello sociale raggiunto, che si è espresso nelle più aspre difficoltà e che ne è stato persino esaltato, fino a farlo diventare un patrimonio universale, inteso in senso materiale, e come tale riconosciuto dall'Unesco, che in senso immateriale, come lo si può valutare apprezzando la bellezza del lavoro umano, anche quando si trattava di far ricorso a tutti gli espedienti tecnici-artigianali per garantire semplicemente la sopravvivenza. Infine, è evidente che essa ha contribuito, con il suo carico di umanità, alla crescita di consapevolezza di un territorio che, fino a pochi decenni fa, era segnato come il simbolo dell’arretratezza, ma così vitale e forte da fare di quella criticità un vero e proprio modello, universalmente valido.

Una premessa necessaria a spiegare perché Matera è una città da conoscere, non solo da visitare di sfuggita, ma da capire intimamente, come hanno fatto molti uomini di cultura e grandi artisti, poiché la sua lezione resta incancellabile e gli “oh!” di meraviglia depositano nella memoria e nella coscienza dei visitatori un sostrato che diventa patrimonio, umano e culturale, intimo e universale.

Ecco, quindi, che questa visita alla città nota come “la città dei Sassi”, è un viaggio nella bellezza, ma anche nella capacità dell’uomo di interpretare la propria identità attraverso i “luoghi” come atto ricreativo. C’è, in queste strade, una dimensione mediterranea che è modello positivo assoluto e non solo paesaggistico, pure fondamentale.

Il fascino di questa complessità è quello che ha sicuramente ispirato gli scrittori ma anche i tantissimi registi, di varie generazioni, che hanno scelto Matera per ambientarvi le proprie storie. E’ quello che si respira semplicemente anche degustando il pane di grano nei panifici, o le specialità lucane nelle trattorie, dove artigiani e operatori orgogliosi del proprio lavoro e della tradizione offrono i propri prodotti, fatti ancora come una volta.

Il peso della retorica si sgretola di fronte a una città nella quale, ancora oggi, ognuno dei suoi abitanti, dei suoi commercianti, artisti, operatori culturali e così via, svolge un ruolo integrato, offrendo ai visitatori la possibilità di scoprire, ad esempio, come si viveva una volta, attraverso le case grotte, conservate nella loro integrità, in cui gli oggetti e le utilità restano a testimoniare il passato, attraverso numerose botteghe artistiche e artigianali, i piccoli musei o i tanti locali caratteristici o le tante chiese oggi visitabili, disseminati soprattutto nei Sassi, i due quartieri caratteristici per la straordinaria spontaneità che ha guidato la mano dei loro creatori-abitatori: il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano.

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Giugno 2022