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Potenza è
nota come "città verticale" per la sua particolare
struttura urbanistica, che
presenta il centro storico posto sull'altura più elevata e i
restanti quartieri posti ad altitudini gradualmente inferiori; con i suoi
819 metri di altitudine s.l.m. Potenza è il capoluogo di regione situato
alla quota più elevata in Italia ed
è il secondo per altitudine tra i capoluoghi di provincia dopo Enna. È
nota anche come "città delle cento scale" o
"città delle scale", per
via del suo sistema di scale, antiche e moderne, che collega le varie
parti del centro urbano: la città possiede, infatti, il sistema di scale
mobili per il trasporto pubblico di maggior estensione in Europa ed
il secondo al mondo dopo quello di Tokyo.
La
città sorge nell'alta valle del Basento, lungo una dorsale
appenninica racchiusa da vari monti più alti, tra i quali i Monti Li
Foj, pertanto Potenza sorge in una zona ad alta sismicità. Da
un punto di vista geologico il bacino di Potenza è il risultato di due
distinti cicli sedimentari: l'unità di Altavilla (Pliocene inferiore-medio)
e l'unità di Ariano (Pliocene medio-superiore).
Il
nucleo medievale dell'abitato è posto su un rilievo a 819 metri s.l.m.,
cosicché per altitudine ufficiale Potenza è seconda solo a Enna tra
i capoluoghi di provincia italiani. I quartieri più moderni sorgono
invece più in basso, sino a lambire il corso del fiume Basento, il cui
alveo a partire dalla seconda metà del XX secolo è stato fortemente
antropizzato.
La
prima teoria sull'origine del nome della città venne riportata dallo
storico Emmanuele Viggiano, il quale nelle sue Memorie
della Città di Potenza cita
un'ipotesi secondo cui il toponimo deriverebbe dagli antichi Greci che,
vedendo la città posta originariamente sulle sponde del Basento e
colpiti dall'uso che gli abitanti facevano delle sue acque, le avrebbero
attribuito lo stesso nome dato al fiume, che corrispondeva alla parola greca Potizo;
tale termine in lingua latina sarebbe poi divenuto Potentia,
da cui deriverebbe il nome attuale. Secondo Viggiano, quindi, il nome
della città avrebbe un carattere prettamente greco, che non sarebbe
potuto derivare dalla lingua del popolo dei Lucani.

L'ipotesi
degli storici contemporanei è invece che la città abbia assunto tale
denominazione in occasione della fondazione della colonia romana di Potentia,
in quanto simile al nome di altre colonie quali Florentia, Valentia o Faventia il
nome di Potentia, in particolare, sarebbe una formazione
latina di tipo augurale, traducibile con “la potente”.
Un'altra
ipotesi presa in esame dagli storici contemporanei è che il popolo
Lucano e quello dei Sanniti furono grandi sostenitori del
popolo Cartaginese, il quale esercito nel 207 a.C., sotto il comando
del Generale Asdrubale, era collocato alle rive del fiume
Metauro, pronto a ingaggiare una sanguinosa battaglia contro le forze
romane.
Con
la netta vittoria dell’esercito romano presso il fiume Metauro, le
truppe cartaginesi iniziarono una lenta ritirata. Le popolazioni dei
Lucani e dei Sanniti si ritrovarono così ad affrontare da sole la feroce
vendetta di Roma, la quale era decisa a lanciare un forte segnale ai
popoli che un tempo avevano fiancheggiato con l’ostile Cartagine e così,
dopo una dilaniante guerra, i romani ebbero la meglio sulle popolazioni
locali e vollero incidere il proprio dominio anche nel nome del nuovo
insediamento, chiamato “Potentia Romanorum”, “la Potenza dei
Romani”, con il quale nome i romani vollero dimostrare la propria forza
e il proprio trionfo militare, oltre a lasciare un monito ben visibile ai
nemici dell’Urbe
L’inviato
del quotidiano “La Repubblica”, Filippo Ceccarelli, in un
reportage da Potenza del 23 ottobre 2007, riprende in esame un’antica
epigrafe sulla quale vi è inciso “Potentia Romanorum hic nos
relegavit”. Tale epigrafe, a seguito dell’indagine, dimostrò
l’uso e la conoscenza da parte dei Potentini del nome della città
“Potentia Romanorum” come quando nei tempi antichi erano soliti i
latini chiamare tale insediamento.
STORIA
- L'origine
della città è certamente antica, ma incerta: secondo alcuni storici,
come riporta il Riviello,
sarebbe pelasgica, sabellica o
di stirpe italo-greca.
Il comprensorio della città risulta abitato sin dall'VII
secolo a.C. dall'antico
popolo indigeno dei Peuketiantes, affini per tradizioni ed
usanze alle popolazioni degli Iapigi e
dei Peuceti. Tra
il V e
il IV
secolo a.C. avvenne
l'insediamento dei Lucani nella
zona, che gradualmente si affermarono come l'etnia dominante del
territorio. Una
delle ipotesi più accreditate è che la città sia stata fondata proprio
dai Lucani nel IV secolo a.C., come testimoniato dal ritrovamento di
reperti archeologici dell'epoca. Tale
ipotesi sarebbe confermata dagli storici romani, secondo i quali Potenza
rappresentò un centro importante per i Lucani, essendo una delle undici
città-Stato cantonali
della Lucania preromana,
cinque delle quali comprese nel territorio dell'odierna Basilicata,
che costituivano la federazione delle città di quell'antico popolo. Potenza
sarebbe stata quindi anche la città-Stato lucana più vicina al santuario
federale di Rossano, adibito al culto della Dea
Mefite,
ed ai centri di Braida e Serra, oggi facenti parte del comune di Vaglio.
Se
nel IV
secolo a.C. oscillarono,
durante le guerre
sannitiche,
tra l'alleanza con i Sanniti e
quella con i Romani,
le popolazioni della zona di Potenza, come il resto dei Lucani, furono
apertamente ostili nei riguardi della nascente supremazia di Roma a
partire dal III
secolo a.C.,
dato che nelle guerre
pirriche si
schierarono con i nemici di quest'ultima. Al
termine di tale conflitto le popolazioni di Potenza e degli altri centri
lucani divennero socii dei
Romani, mantenendo però i loro usi ed istituzioni. Nonostante
la sconfitta militare, vissero senza particolari ripercussioni fino alla seconda
guerra punica,
nella quale furono inizialmente alleati dei Romani, ma a seguito della
rovinosa sconfitta nella battaglia
di Canne passarono
nel campo di Annibale. Dopo
la battaglia
del Metauro,
nel corso della quale fu vinto e ucciso il fratello Asdrubale
Barca,
Annibale si ritira in Africa lasciando alla mercé di Roma le città e le
popolazioni che lo avevano supportato, tra cui quelle della stessa
Potenza. A
partire dal II
secolo a.C. quindi,
a seguito delle guerre annibaliche, la Lucania ed il comprensorio della
città entrano definitivamente nell'orbita di Roma e si assiste a una loro
progressiva romanizzazione,
che portò a una crescita dell'importanza del centro abitato potentino a
discapito delle campagne circostanti. È
a questo periodo che risalirebbe la fondazione della colonia romana di Potentia che,
sebbene non si abbiano fonti certe che attestino l'ordinamento politico
assunto dalla città, ebbe verosimilmente la condizione di civitas
foederata,
governata da un praefectus.
Benché
i Lucani presero parte alla guerra
sociale nel I
secolo a.C. per
ottenere la cittadinanza
romana,
non ci sono evidenze sul coinvolgimento della città in tale conflitto a
causa della scarsezza della documentazione storica del periodo;
dalle testimonianze archeologiche si evince però che a partire dalla fine
della guerra sociale si accentuò il processo di romanizzazione della
zona. Successivamente,
sempre nel I secolo a.C., durante la guerra
civile romana combattuta
tra le fazioni di Mario e Silla Potentia si schierò, con le
altre popolazioni lucane e sannitiche,
dalla parte di Mario; i primi potentini presero quindi verosimilmente
parte alla decisiva battaglia
di Porta Collina a
seguito della quale si ebbe la vittoria finale di Silla, che si vendicò
spietatamente di tutti i suoi oppositori: per quanto riguarda Potentia,
fu imposta la distruzione delle mura e l'assegnazione di terre e case
requisite agli abitanti ai veterani di
Silla. La
storia si ripeté con la successiva guerra
civile romana tra Ottaviano e Marco Antonio,
a seguito della quale la città, che si era schierata dalla parte del
secondo, subì di nuovo devastazioni e confische a favore dei veterani di
Ottaviano vittoriosi nella battaglia
di Filippi.
Alla
tarda età
repubblicana risalgono
le prime informazioni precise circa lo status amministrativo di Potentia,
che risulta essere un municipium assegnato alla tribù Pomptina,
con un regolare apparato amministrativo comprendente un senato locale,
ovvero l'ordo
decurionum, quadrunviri, edili e questori. Nel I
secolo d.C. Potentia ereditò
il ruolo di centro di culto principale in Lucania della Dea Mefite e vi
venne quindi eretto un tempio ad essa dedicato, in sostituzione del
santuario federale di Rossano, ormai caduto in disuso. Tracce di questo
culto sono rimaste nella toponomastica cittadina fino all'Ottocento,
in cui l'attuale Piazza Martiri Lucani era denominata Largo Dea
Mefite.
In età
imperiale Potentia rimane
una città relativamente ricca di magistrature imperiali e municipali. Nel III
secolo d.C. l'amministrazione
pubblica della città, identificata come Res Publicae Potentinorum,
affrontò un periodo di dissesto finanziario, per far fronte al quale fu
inviato un alto funzionario imperiale. L'economia
della città, secondo le scarse fonti storiche disponibili, doveva
fondarsi, oltre che sull'agricoltura e la pastorizia, anche sulla presenza
documentata della corporazione degli
asinai e dei mulattieri, il che ha fatto ipotizzare per Potentia la
funzione di snodo carovaniero per
l'antica Lucania,
anche considerando la posizione geografica e strategica della città, che
durante la dominazione romana fu collegata, con l'apertura di strade
militari, a molti centri limitrofi quali Oppidum, Venusia, Anxia e Grumentum.
Durante
il periodo tardo-imperiale,
precisamente tra il 280
d.C. ed
il 300
d.C.,
venne costruita, per volere degli imperatori Diocleziano e Massimiano
Erculeo,
la via
Herculea,
importante strada che collegava Potentia con Grumentum e Venusia.
Potentia costituisce nel periodo tardo-antico,
anche grazie ai nuovi collegamenti stradali realizzati dall'impero,
uno dei primi nuclei del nascente cristianesimo lucano:
è infatti il potentino Erculenzio il primo vescovo lucano
di cui si abbia notizia certa, nel 495,
così come la chiesa ritenuta la più antica della regione, ovvero la Cattedrale
di Potenza,
la cui prima costruzione risale al periodo compreso tra il IV e
il V
secolo,
analogamente alla chiesa
di San Michele.
La
città seguì poi le vicissitudini dell'impero fino alla sua decadenza:
saccheggiata dai Visigoti nel
412 nei primi secoli dell'Alto
Medioevo dovette
risentire della crisi causata dalle invasioni
barbariche e
dalla caduta
dell'impero,
tanto che le fonti relative alla vita cittadina di quel periodo sono
scarse. Tra
il V ed il VI
secolo l'abitato
della città doveva già essere racchiuso da mura fortificate, per far
fronte alla crisi dei centri urbani ed alle minacce di eventuali
invasioni. Conquistata
da parte dei bizantini al
termine della guerra
greco-gotica,
sempre nel VI secolo, a seguito dell'invasione dei Longobardi in
Italia, entrò a far parte del Ducato
di Benevento prima
e del Principato
di Salerno poi. Durante
la dominazione longobarda è attestata l'istituzione a Potenza di una contea e
del primo conte di Potenza, Indulfo, nell'803;
all'epoca longobarda risale probabilmente anche la costruzione
dell'attuale edificio della chiesa di San Michele Arcangelo. Tra
il 700 e
il 1000 Potenza
ebbe un importante ruolo dal punto di vista religioso, rappresentando per
la Chiesa
romana l'ultimo
baluardo meridionale, a causa della diffusione che aveva avuto la Chiesa
di rito greco nel resto della regione e del Sud Italia dovuta alla
dominazione bizantina. Tra
il IX ed
il X
secolo fu
necessario ricostruire le fortificazioni cittadine, essendo Potenza
coinvolta nelle guerre tra Longobardi e Bizantini per il possesso del Sud
Italia, ma anche a causa del terremoto che nel 990 distrusse
la città. Tra
i secoli XI e XII iniziò
e si concluse la conquista
normanna dell'Italia meridionale,
a seguito della quale tutto il Mezzogiorno venne
riunito nel Regno
di Sicilia;
in quel periodo le scorrerie dei saraceni minacciarono
anche una zona come quella di Potenza, lontana dalle coste e arroccata sui
contrafforti dell'Appennino all'interno: ne sarebbe testimonianza una
località denominata fino all'inizio del XIX
secolo Campo
saraceno, che a detta degli storici locali conservava nel nome il
ricordo delle incursioni arabe, sebbene la città non venne mai da essi
conquistata.
Il
periodo normanno fu ricco per Potenza di importanti avvenimenti; la città
ospitò infatti in due occasioni illustri protagonisti della politica
internazionale dell'epoca: nel 1137 al
tempo di Ruggero
II di Sicilia vennero
accolti in città Papa
Innocenzo II e
l'imperatore Lotario
II;
nel 1149 re
Ruggero II vi ricevette Luigi
VII di Francia,
liberato a opera della flotta normanna dalle mani dei saraceni mentre
ritornava da una sfortunata spedizione in Terra
santa. Sin
dai primi anni del XII
secolo la
città rivestiva particolare importanza come sede vescovile: era infatti
sede di raccolta dei Crociati in
partenza per il Medio
Oriente.

Altro
importante evento fu la nomina a vescovo di Gerardo
Della Porta,
originario di Piacenza,
che mantenne la carica vescovile di Potenza dal 1111 al 1119,
fu santificato nel 1120 ad
un anno dalla morte ed in seguito nominato patrono della città. Il
ruolo svolto dal vescovo Gerardo fu importante anche per la cultura e
l'istruzione della popolazione: a lui è attribuita l'istituzione a
Potenza durante il suo magistero di una scuola di grammatica e teologia,
dove egli stesso avrebbe diffuso questi insegnamenti soprattutto tra i
giovani del luogo, peraltro in forma gratuita, divenendo così uno dei
fondatori della tradizione
culturale della
città. Secondo
studi di carattere linguistico, che mancano tuttavia di una conferma negli
eventi storicamente accertati, sarebbe avvenuta in questo periodo storico
(prima metà del XII secolo) una massiccia immigrazione nella zona di
Potenza e dei comuni limitrofi di genti provenienti dal Nord
Italia,
in particolare dall'area compresa tra Piemonte e Liguria,
spiegando così l'origine dei dialetti
galloitalici di Basilicata,
che presentano diverse similitudini con i dialetti dell'Italia
settentrionale.
Tali
migrazioni sarebbero state motivate dalle cattive condizioni economiche
delle regioni di origine a quel tempo, nonché a motivazioni religiose:
gruppi di eretici catari cercarono
verosimilmente scampo alle persecuzioni spostandosi in Basilicata,
similmente a quanto avvenuto in Sicilia. L'invio
del vescovo Gerardo a Potenza potrebbe quindi essere stato un tentativo
della Chiesa
di Roma di
far fronte alla diffusione dell'eresia, riconducendo i fedeli alla
dottrina ufficiale. Questa tesi viene però messa in dubbio, oltre
che dall'assenza di documentazione storica a suo supporto, dal fatto che
l'eresia catara viene menzionata per la prima volta con tale nome solo nel 1163 da
parte di Ecberto di Schönau, e tutti gli eventi storici salienti relativi
ai catari, comprese le persecuzioni, siano avvenuti in un periodo
successivo alla morte del Santo. Secondo Nicola
Sole il
Vescovo Gerardo non venne inviato a Potenza per perseguitare gli eretici,
ma perché volle partecipare al movimento di riforma del clero attuata dai
Papi dell’XI secolo per eliminare la simonia ed
il concubinato,
che portò in quegli anni molti ecclesiastici dal Nord Italia verso le
Chiese meridionali da riformare;
egli fu probabilmente avvantaggiato dal fatto che diversi membri dei Della
Porta si erano già stabiliti in Lucania prima del suo arrivo.
Durante
il XII secolo vi furono effettivamente dei trapianti di nuclei di
popolazione altoitaliana in Sicilia e in Basilicata, su richiesta della
monarchia normanna, per motivazioni strategiche differenti:
mentre in Sicilia i nuovi padroni normanni vollero ripopolare i centri
ritenuti strategici con popolazioni a loro fedeli per controbilanciare la
ancor numerosa presenza araba,
in Basilicata si trattava di controllare aree di approdo come il golfo di
Policastro o importanti direttrici terrestri come la via che portava da
Napoli a Taranto, passando per Potenza;
ciò venne fatto concedendo alcuni feudi a nobili di origine aleramica,
provenienti dalla zona del Monferrato,
fedeli ai re normanni.
Con
le nozze di Costanza
d'Altavilla,
ultima erede dei Normanni, con Enrico
VI,
figlio del Barbarossa,
iniziò per il Regno di Sicilia il periodo della dinastia degli Svevi;
Potenza restò fedele a tale dinastia anche dopo la presa del potere da
parte di Carlo
I d'Angiò a
seguito della battaglia
di Benevento del 1266 e
della battaglia
di Tagliacozzo del 1268. Per
questa ragione nello stesso 1268, subito dopo l'avvento degli Angioini,
assieme alle altre città che avevano parteggiato per gli Svevi, Potenza
fu soggetta alla punizione e all'ira del vincitore, che per mano del conte
di Belcastro e di Ruggero
II Sanseverino, conte
di Marsico,
fece radere al suolo le mura, mentre molti capi della fazione ghibellina,
favorevole agli Svevi, vennero assassinati dai membri della fazione guelfa,
filo-angioina, e dal popolino inferocito per il timore di ulteriori
ripercussioni degli angioini sulla città.
Ai
danni subiti a causa del conflitto si aggiunsero quelli dovuti al
devastante terremoto del 18 dicembre 1273.
Durante
il regno angioino, in particolare nella prima metà del XIV
secolo,
la città passò di mano più volte tra i vari feudatari del re e
fu in seguito coinvolta nelle guerre dinastiche che travagliarono questo
periodo storico: Ladislao
I di Napoli,
che contendeva il regno a Luigi
II d'Angiò,
assediò la città, alla quale però usò clemenza il 10 aprile 1399 emanando
il decreto reale in campo Felia prope Potentiam, rendendola
per qualche tempo città regia, sollevandola dalla dipendenza feudale. Per
la città perdurò la discontinuità politica anche negli anni del
passaggio dalla dinastia angioina a quella aragonese (1382 - 1443),
periodo nel quale la famiglia nobiliare dei Sanseverino cercò
di mantenere senza successo il possesso della città, dato che re Ladislao
ne vendette il titolo comitale nel 1405 e
lo stesso fece più volte, a partire dal 1423,
la sorella Giovanna,
che successe al fratello al trono degli Angiò nel 1414. Tra
i vari feudatari che ebbero la giurisdizione della città si annovera
anche a partire dal 1427 Francesco
Sforza,
futuro duca
di Milano,
che ne cedette presto il possesso al cugino Michele
Attendolo da Cotignola.
Potenza
trovò una nuova continuità amministrativa solo con l'avvento dei re
aragonesi sul trono del Regno
di Napoli,
con la nomina a conte di Innico
de Guevara nel 1435 da
parte del nuovo re Alfonso,
che tolse la città agli Sforza,
sebbene il territorio della città e gli altri possedimenti assegnati al
Guevara non fossero stati ancora completamente sottratti agli angioini,
ragion per cui il reale inizio del governo dei Guevara è attestato al 1444.
La dinastia
dei Guevara governerà
la città continuativamente per 160 anni, esprimendo sei conti di Potenza
e dando vita ad un vasto programma di opere pubbliche militari, religiose
e civili, oltre a stabilirvi la loro sede personale ed affettiva.
Nel XV
secolo la famiglia
Guevara fece
eseguire numerosi interventi di edilizia urbana: fu ricostruito il convento
e la chiesa di Santa Maria del Sepolcro,
il chiostro di San Francesco, il palazzo del Seggio e quello comitale
(oggi Palazzo
Loffredo)
e venne anche costruito un nuovo acquedotto, nel 1453,
per volere della marchesa de Guevara, moglie di Innico. Ad
Innico de Guevara successero il figlio Antonio, secondo conte di Potenza e
anche Viceré
del Regno di Napoli per
breve periodo,
e quindi il nipote Giovanni, che quale terzo conte di Potenza partecipò
dalla parte degli aragonesi alle guerre contro Carlo
VIII e Luigi
XII,
distinguendosi per il suo valore militare. I Guevara allacciarono
rapporti con alcune delle principali dinastie nobiliari del Nord
Italia che
furono protagoniste del Rinascimento,
quali gli Sforza e
i Borromeo di Milano e
i Gonzaga di Mantova e
sebbene il loro operato non fu paragonabile a quello dei principi
rinascimentali nelle città dell'Italia centro-settentrionale, essi furono
sempre partecipi alle vicende della città.
Nell'ambito
delle successive lotte di predominio tra francesi e spagnoli per la
divisione del Regno
di Napoli,
nel 1501 Potenza
fu scelta come sede della Conferenza di Pace per negoziare un accordo tra
le due parti, da tenersi nel 1502 con
la partecipazione del Viceré spagnolo Consalvo
de Cordova e Luigi
d'Armagnac,
duca di Nemours;
all'evento si presentò però la sola aristocrazia francese ma non quella
spagnola, facendo quindi riprendere dopo breve tempo le ostilità fino
alla battaglia
di Cerignola del
1502. A
partire dalla seconda metà del Cinquecento la
situazione delle finanze cittadine si aggravò e peggiorò
progressivamente nei successivi decenni, a causa della povertà diffusa
tra la popolazione e la scarsa produttività delle colture impiegate in
agricoltura. La
crisi economica costrinse quindi l'amministrazione cittadina ad
indebitarsi sempre più, anche a causa delle occasionali carestie,
delle spese per l'alloggiamento delle compagnie militari spagnole, dei
frequenti donativi ai feudatari. Tale
situazione di dissesto economico perdurò con il passaggio della città
dalla famiglia Guevara alla famiglia Loffredo,
all'inizio del Seicento.
Nel 1604,
infatti, Alfonso de Guevara, sesto conte di Potenza, unì in matrimonio
sua figlia Beatrice ad Enrico
Loffredo,
marchese di Sant'Agata e di Trevico: con questo evento la città, che
costituiva la dote nuziale, passò alla famiglia dei Loffredo, antico
casato di presumibile origine normanna che ne manterrà il possesso per
202 anni, fino alla definitiva eversione
della feudalità. Si
deve alla contessa Beatrice e a suo figlio Carlo Loffredo la donazione
dell'antico castello
cittadino all'ordine
dei frati
Cappuccini nel
1612,
al fine di utilizzarlo per l'assistenza ai malati ed agli infermi,
costituendo così il primo nucleo del futuro ospedale
San Carlo.

Il
governo dei Loffredo, in particolare quello del conte Francesco, è
ricordato soprattutto per la ferrea opposizione di questa famiglia al
trasferimento a Potenza della sede del tribunale della Regia
Udienza provinciale
di Basilicata, che divenne autonoma rispetto a quella di Salerno a
partire dal 1642;
questa istituzione, infatti, rappresentava gli interessi del Re e tutelava
il rispetto della legge del sovrano, quindi la sua presenza avrebbe
limitato l'influenza ed il potere del feudatario sulla
città. Per
tale ragione Potenza fu sede della Regia Udienza provinciale di Basilicata
solo nel 1645 e
in seguito dal 1651 al 1659,
mentre a partire dal 1663 la
sede di tale istituzione, che corrispondeva all'epoca ad un ruolo di
capoluogo amministrativo, venne definitivamente stabilita a Matera,
dopo essere stata trasferita in diversi centri della regione tra cui
Stigliano, Tolve, Tursi e Vignola (attuale
Pignola). Il
Seicento a Potenza fu caratterizzato anche dalle continue dispute tra i
conti Loffredo e la comunità cittadina ed il clero per l'ottenimento, da
parte di questi ultimi, di maggiori libertà politiche ed amministrative,
nel tentativo di svincolarsi dall'opprimente potere feudale.
Nel
biennio 1647-1648,
come molte città e province del Sud Italia, sulla scia della rivolta di Masaniello scoppiata
nella città di Napoli,
anche Potenza fu sconvolta dai moti di intolleranza popolare antifeudali
contro il malgoverno spagnolo, durante i quali fu dato alle fiamme il
palazzo comitale ed il conte stesso fu costretto a fuggire temporaneamente
da Potenza. Il violento terremoto
del 1694 provocò
ingenti danni alla città, contribuendo a peggiorarne la difficile
situazione economica e sociale. Alla
seconda metà del Seicento risale
la prima opera storica dedicata alla città, ovvero il manoscritto Istoria
della Città di Potenza, realizzato dal presbitero e
storico Giuseppe
Rendina,
verosimilmente in una data compresa tra il 1666 e
il 1673.
Le
difficoltà economiche per Potenza perdurarono nel XVIII
secolo,
anche con il passaggio del Regno di Napoli prima dagli spagnoli agli Asburgo
d'Austria nel 1713 e
poi ai Borbone,
nel 1734,
sotto il cui governo la città divenne sede di ripartimento, soppiantando Tricarico. Gli
introiti dell'amministrazione erano infatti troppo esigui rispetto alle
spese che dovette affrontare, anche dovute a continue calamità e disastri
naturali,
quali l'epidemia del 1745,
le crisi alimentari del 1755 e
del 1757 e
la grave pestilenza del 1764. Inoltre,
anche durante tutto il Settecento proseguirono gli scontri politici tra la
famiglia dei conti Loffredo, gli organi amministrativi della città ed il ceto
borghese,
che anche a Potenza si andava ingrandendo e consolidando come nel resto d'Europa,
reclamando di conseguenza con sempre maggiore forza l'abolizione o la
riduzione dei privilegi degli antichi feudatari, che molto spesso
danneggiavano gli interessi della comunità.
Nel 1799,
a seguito della conquista francese del Regno
di Napoli da
parte del generale Championnet,
Potenza fu, dopo Napoli,
la città del Regno dove la rivoluzione giacobina emerse
con più forza: in città ci furono manifestazioni popolari contro il re Ferdinando e
venne innalzato l'albero
della libertà nella
piazza principale, a simboleggiare l'adesione alla neonata Repubblica
Napoletana. Prese
parte attiva alla rivoluzione anche l'allora vescovo della città Giovanni
Andrea Serrao,
illustre intellettuale dell'epoca ed esponente del giansenismo meridionale,
tanto da benedire egli stesso l'albero della libertà e da essere anche
nominato Commissario Civile a Potenza durante la breve vita della
Repubblica.
La
città dal punto di vista amministrativo divenne un cantone del dipartimento
del Bradano retto
dal commissario governativo Nicola
Palomba e
fu poi sconvolta dalle lotte tra i giacobini repubblicani e i sanfedisti fedeli
alla monarchia, nelle quali persero la vita eminenti personalità che
avevano appoggiato la causa della rivoluzione, tra cui lo stesso Serrao,
barbaramente ucciso insieme ad altre vittime il 24 febbraio 1799 nella sua
abitazione a Potenza da una banda di reazionari, i quali esposero le teste
mozzate delle vittime per indurre la popolazione all'omertà sull'accaduto. In
risposta all'omicidio del vescovo i giacobini potentini trucidarono tre
giorni dopo diciannove dei suoi assassini.
L'assassinio
di Serrao e la conseguente vendetta suscitarono scalpore a Parigi,
dove nell'Assemblea
Nazionale venne
celebrato solennemente il martirio del prelato ed Henri
Grégoire condannò
fermamente l'accaduto, mentre Alexandre
Dumas tratterà
la vicenda in alcuni dei suoi romanzi. Il
fallimento della rivoluzione del 1799 ebbe un tragico epilogo, con le
truppe del generale monarchico Curcio che
occuparono Potenza il 18 maggio sottoponendola ad incendi e saccheggi,
mentre i superstiti tra i rivoluzionari vennero perseguitati da una
violenta azione repressiva che comportò arresti ed esecuzioni. Molti
dei ricercati riuscirono però a fuggire, tra i quali si ricordano i
fratelli Basileo e Nicola
Addone,
che ripararono in Francia per poi tornare in Basilicata nel 1806 al
seguito dell'Armata
d'Italia,
in cui si erano arruolati.
Dopo
alcuni anni di restaurazione del regime borbonico, proprio il 1806 segnò
una svolta nella storia della città e del Mezzogiorno
d'Italia:
le truppe francesi di Napoleone
Bonaparte conquistarono
nuovamente il Regno di Napoli, questa volta in maniera completa, e i nuovi
governanti diedero avvio ad un processo di modernizzazione civile,
economica e sociale di tutto il territorio, che coinvolse anche Potenza in
maniera incisiva. Nello
stesso 1806, infatti, il nuovo governo di Giuseppe
Bonaparte decise
lo spostamento del capoluogo della provincia
di Basilicata da
Matera a Potenza, sia per motivi di riorganizzazione territoriale ed
amministrativa dell’intera provincia, dato che il nuovo capoluogo era più
vicino e meglio collegato a Napoli rendendo così meno periferico, e perciò
meglio governabile, l’intero territorio regionale, sia per il ruolo
svolto dalla città durante i moti rivoluzionari del 1799.
Durante
i regni di Giuseppe Bonaparte e del suo successore Gioacchino
Murat venne
realizzata una vasta opera di miglioramento della città, per consentirle
di espletare al meglio il ruolo di capoluogo: venne rivoluzionato
l'impianto urbanistico dell'antica città medievale, con l'intenzione di
creare attorno alle nuove piazze da realizzare appositamente, quali largo
dell'Intendenza, piazzetta della Trinità, piazza Sedile, i nuovi centri
della vita pubblica e democratica;
vennero espropriati alcuni edifici religiosi ed alcune proprietà dell'ex
feudatario Loffredo, che ormai aveva perduto i suoi privilegi a seguito
della definitiva eversione
della feudalità nel
1806, per far posto alle sedi delle istituzioni provinciali quali
l'Intendenza, i tribunali e le carceri;
venne fondato l'Ospedale
San Carlo;
venne infine dato il via ad un vasto programma di opere pubbliche per il
miglioramento del decoro urbano e delle infrastrutture viarie;
la nuova amministrazione non riuscì tuttavia a portare a termine tutti
gli interventi pianificati (la piazza dell'Intendenza, ad esempio, verrà
realizzata solo nel 1844,
ben dopo il periodo napoleonico).

Il
governo francese si impegnò attivamente anche per contrastare la piaga
del brigantaggio, soprattutto attraverso le azioni di polizia del generale Charles
Antoine Manhès che,
dopo aver combattuto i briganti in Cilento,
in Abruzzo e
in Calabria venne
inviato in Basilicata e stabilì il suo quartier generale a Potenza nel 1811. Il
generale francese riuscì a catturare e giustiziare i principali briganti
della zona, ovvero Taccone,
che era stato anche capace di penetrare in città e terrorizzarne la
popolazione, e Quagliarella, pacificando temporaneamente la regione.
Potenza
venne confermata città capoluogo della Basilicata anche alla fine del
periodo napoleonico: nel 1815 il trattato
di Casalanza sancì
infatti il ritorno sul trono del Regno,
che assunse dal 1816 in
poi la denominazione di Regno delle due Sicilie, della
dinastia dei Borbone, ponendo fine al decennio
francese.
Il terremoto
del 1857 distrusse
ancora una volta gran parte della città, aprì nuove tremende ferite e
raffreddò notevolmente le attività e le trame dei patrioti e solo due
anni dopo le cospirazioni antiborboniche iniziarono a riallacciarsi in
modo concreto, tanto che l'anno successivo dopo lo sbarco
di Garibaldi nel
continente cominciava la dissoluzione delle truppe borboniche, comandate
da ufficiali vecchi e incapaci e già si iniziava a intravedere in modo
tangibile un processo di inevitabile disgregazione del Regno
delle Due Sicilie:
il 18 agosto 1860 la città si sollevava in armi e
veniva proclamato un Governo Prodittatoriale presieduto da Giacinto
Albini.
Il brigantaggio
postunitario,
dilagato nel Sud subito dopo l'Unità d'Italia, alimentato da correnti
filoborboniche nella speranza di una restaurazione e sostenuto dalle
tradizionali ragioni di scompenso sociale, dalla miseria,
dall'impoverimento e dall'incapacità dei nuovi governanti italiani a
comprendere i veri problemi delle classi oppresse del Mezzogiorno, colpì
molti centri dell'entroterra, ma tenne fuori ancora una volta la città di
Potenza dagli avvenimenti più cruenti, anche se la maggior parte delle
direttive operative e strategiche della repressione furono coordinate e
attuate proprio nel capoluogo della provincia. La città, comunque, visse,
a livello culturale e sociale, un netto "resettaggio" rispetto
al periodo borbonico, con la progressiva scomparsa del suo carattere
contadino, come registrato nelle poesie del poeta vernacolare Raffaele
Danzi e
nella cronaca del canonico Raffaele
Riviello.
Gli
anni successivi del Regno d'Italia fino alla prima
guerra mondiale furono
caratterizzati da lotte politiche condotte sempre in uno spirito di
rispetto e correttezza anche se appassionate ed accese in duelli polemici
legati alle personalità più rappresentative degli uomini che ne furono
protagonisti.
Le
vicende che nel primo dopoguerra tanto travagliarono non solo le città
del Nord, ma anche molte città del Sud, anche di regioni limitrofe e che
alla fine portarono all'avvento del fascismo al potere, videro la città
di Potenza distinta per moderazione, mentre anche il secondo
conflitto mondiale richiese
alla città un tributo di molte vite umane e provocò lutti come
all'inizio del settembre 1943, quando alcuni bombardamenti
aerei,
effettuati allo scopo di tagliare le comunicazioni stradali e ferroviarie
che consentivano l'afflusso delle truppe tedesche alle zone dello sbarco
alleato, costarono alla città molte vittime e portarono alla distruzione
anche da parte dei contingenti in arrivo dall'area di Laurenzana,
con i pochi obiettivi militari esistenti, di molte costruzioni civili,
private e pubbliche, tra le quali l'ospedale San Carlo e la Cattedrale.
Nel
dopoguerra, con la ricostruzione delle devastazioni apportate dal
conflitto e l'affermazione del boom economico iniziava
anche per Potenza la espansione urbana e la crescita di nuovi poli di
sviluppo civile e sociale, testimoniati anche dalla fioritura culturale,
con poeti come Vito
Riviello e
studiosi come Tommaso
Pedio,
anche se questa crescita avviava la progressiva scomparsa di molte
testimonianze del passato di questa città e uno sviluppo edilizio mai del
tutto regolamentato, aggravati dal terremoto
del 23 novembre 1980 di
magnitudo 6.9 che provocò notevoli danni con un bilancio di 12 morti, 50
feriti e 4.000 sfollati. Gli anni successivi al terremoto furono in
effetti caratterizzati da una lenta e difficile ricostruzione.
A
partire dal 1995 venne
introdotta, come nel resto dei comuni d'Italia, l'elezione diretta del
sindaco da parte dei cittadini. Nel 2014 viene
eletto Dario
De Luca,
primo sindaco della storia della città appartenente ad uno schieramento
politico di centrodestra,
mentre nel 2019 viene
eletto Mario
Guarente,
primo sindaco di un capoluogo di regione del Mezzogiorno
d'Italia ad
appartenere alla Lega
Nord.
Centro
storico
Il centro
storico di Potenza è
il primo quartiere della città lucana.
È la parte più antica della città, nella quale si trovano la maggior
parte degli edifici storici e delle testimonianze del passato cittadino;
comprende inoltre il punto della città con l'altitudine misurata più
elevata, che corrisponde a 819 m s.l.m..
Il quartiere è popolarmente chiamato Sopra Potenza, in riferimento
alla posizione sopraelevata rispetto al resto della città.
Nel
2021 viene riconosciuto tra i migliori centri storici in Italia.
Il
centro storico è percorso dalla stretta via Pretoria, che un tempo
conduceva al castello del XVI
secolo di
cui oggi rimane solo una torre. Ai lati della strada principale si
dispiegano vicoli e stradine che conducono in angoli caratteristici. Via
Pretoria, che taglia a metà il centro, è costeggiata da palazzi stretti
gli uni agli altri.
Via
Pretoria, appunto, è la via più antica e importante della città.
Attraversa longitudinalmente tutto il nucleo storico a partire dal
cosiddetto Rione Castello ad est, sino a Portasalza ad ovest.
Cuore
della città, il corso è stato di recente restaurato a livello della
pavimentazione, sostituendo gli ormai antichi Sanpietrini con grandi
blocchi di pietra.
Partendo
da est si può osservare ciò che rimane del castello, ovvero la Torre
Guevara,
restaurata negli ultimi anni in seguito ai danni ingenti causati dal
terremoto nel 1980,
e adibita a galleria d'arte. In passato aveva svolto il ruolo di lazzaretto prima
e di ospedale (sia
civile che militare) poi. Nel recinto in cui si trova la Torre ha luogo un
Belvedere.
Uscendo
dal parco della Torre troviamo l'antico Palazzo
Bonifacio,
datato al XVII
secolo e
rinchiuso intorno al piccolo cortile.
Proseguendo
verso est vi è largo Duomo, in cui si trova la Cattedrale dedicata
al santo patrono della città, San
Gerardo,
anche se anticamente era intitolata alla Beata
Vergine Assunta.
La chiesa è un edificio
neoclassico che
venne ricostruito nel XVIII
secolo da
un allievo del Vanvitelli;
al suo interno è conservato un sarcofago d'epoca
romana, contenente i resti del santo patrono.
A sinistra della cattedrale,
sempre affacciati su largo Duomo, sono presenti il Palazzo
Vescovile,
storica residenza del Vescovo della Città e Palazzo
Scafarelli,
di proprietà dell'omonima antica famiglia borghese.
Raggiungendo piazza
Matteotti,
o piazza Sedile, sulla sinistra troviamo il tempietto di San Gerardo di
Marmo, costruito nel 1865 dagli scultori potentini Michele e Antonio
Busciolano e
dedicato al santo patrono della città.
Proseguendo
per via Pretoria, sulla destra si trova la Chiesa
della Santissima Trinità,
una delle più antiche. L'ingresso laterale della chiesa, che affaccia su
via Pretoria, conserva sulla lunetta dell'arco sopra l'ingresso una
tempera su tavola raffigurante l'Annunciazione.
Il
centro di via Pretoria è caratterizzato dalla grande piazza
Mario Pagano,
punto di ritrovo sul quale si affacciano il Teatro
Francesco Stabile,
il Palazzo
del Governo-Villa
del Prefetto e,
nell'angolo destro, la chiesa
e convento di San Francesco,
fondata nel 1274.
Proseguendo
verso ovest, troviamo la chiesa
di San Michele Arcangelo,
in stile romanico. All'estremità occidentale di via Pretoria, ove sorge
il borgo antico di Porta Salza,
troviamo la cappella di santa Lucia e le omonime
scale mobili costituenti
il sistema più lungo in Europa e
secondo nel mondo dopo quello di Tokyo.

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