Maratea
(Potenza)
 
  

Statua del Redentore

La statua del Redentore o Cristo Redentore è una scultura posta sulla cima del monte San Biagio. Fu realizzata con un particolare impasto di cemento misto a scaglie di marmo di Seravezza dall’artista fiorentino Bruno Innocenti tra il 1963 e il 1965. Alta 21,13 metri, è una delle statue più grandi d'Italia, seconda solo al Colosso di San Carlo Borromeo.

Sulla cima rocciosa del monte San Biagio sorgono le rovine di Maratea Castello, oggi disabitata. Nel 1806 la città della fortificata fu assediata da un contingente di quattromilacinquecento soldati francesi e, nel 1907, si volle ricordare l’evento con l’erezione di una croce in ferro battuto, posta sul punto più alto del monte. Questa croce veniva poi continuamente ripristinata ogni qualvolta che i fulmini l’abbattevano.

Nel 1942 il podestà Biagio Vitolo ideò una nuova croce commemorativa, stavolta fatta di cemento e con parafulmini, da costruire al posto di quella in ferro, che era posta nei pressi di un torrione medievale. L’opera fu realizzata in concomitanza con la prima strada rotabile che saliva alla basilica di San Biagio e con il viale che da questa porta alla cima del monte, su un artistico belvedere con balaustra.

Arrivato a Maratea nel 1953 per avviare attività industriali con l’aiuto della Cassa del Mezzogiorno, il biellese conte Stefano Rivetti di Val Cervo concepì l’idea di sostituire la croce commemorativa con un grande monumento al Cristo Redentore, e palesò le sue intenzioni con una lettera indirizzata all’amministrazione comunale il 5 settembre 1961. Il consiglio comunale di Maratea ne approvò la costruzione, previo smantellamento e conservazione della Croce (avviato nel settembre 1963), che fu ricostruita in un altro sito.

Già dal 1957 Rivetti aveva affidato il progetto all'artista Bruno Innocenti, docente presso l'Istituto statale d'arte di Firenze. I primi bozzetti della statua risalgono al 1960. Nel 1964 fu affidato all'ing. Luigi Musumeci lo studio e il progetto strutturale e portante della struttura, il quale iniziò la costruzione dell'armatura in calcestruzzo e ferro, fissata alle fondamenta scavate nella roccia della montagna con l’utilizzo di oltre 14 tonnellate di ferro che divennero lo scheletro portante dell’opera. Nel settembre dello stesso anno iniziò la gettata del conglomerato di marmo e cemento che avrebbe composto il corpo della statua.

Tra fine del 1964 e i primi mesi del 1965, infine, avvenne la scalpellatura di tutta la superficie della scultura realizzata personalmente da Bruno Innocenti. La costruzione fu eseguita da una ditta friulana che si avvalse di manodopera locale proveniente dalla stessa Maratea e da Lauria.

Una volta completata, non vi fu alcuna cerimonia per inaugurare la grande statua. Dopo le elezioni comunali del 1964, che videro contrapposte due liste, una molto vicina agli interessi di Rivetti e un’altra di stampo popolare di segno opposto, e la vittoria di quest’ultima, tra la comunità e la classe dirigente di Maratea e l’imprenditore piemontese si instaurò un clima di freddezza e ostilità, che comportarono tra l’altro la mancata cerimonia di inaugurazione del monumento. In ogni caso, il grande Cristo Redentore entrò, seppure in sordina, nel panorama artistico marateota acquistando velocemente un ruolo da protagonista.

Dal 23 al 28 luglio 2013 l'area della statua è stata al centro del raduno interdiocesano per la giornata mondiale della gioventù di quell'anno, destinato a raccogliere i fedeli che non potevano recarsi a Rio de Janeiro.

In questa occasione fu lanciata per la prima volta l'idea di un gemellaggio tra la città di Maratea e quella di Rio, dove si trova il più famoso Cristo Redentore al mondo. Il consiglio comunale di Maratea deliberò in tal senso il 23 luglio 2013.

La sigla di questo gemellaggio si è avuta però solo il 16 ottobre 2021. In occasione del festa nazionale brasiliana nota come Dia da Italia, l'Arcidiocesi di Rio de Janeiro ha firmato un gemellaggio con la città di Maratea allo scopo di condividere esperienze e spiritualità tre i due monumenti, incoraggiando il turismo e i pellegrinaggi. A ricordo di questo evento sono state apposte due targhe sotto i monumenti.

Nel 2014 si è costituita la Fondazione Cristo di Maratea Onlus per iniziativa di Chiara Rivetti di Val Cervo, figlia di Stefano. La Fondazione Cristo di Maratea, senza scopo di lucro, ha l’obiettivo di cooperare alla manutenzione, alla tutela e alla valorizzazione della Statua del Cristo, elemento di forte attrazione del turismo culturale e religioso.  

Alle spalle del Cristo si snoda un belvedere da cui si ammira gran parte della costiera di Maratea. Proprio sotto le spalle della statua è posta una piccola lapide, con caratteri a rilievo, che recita l’epigrafe in latino:

«Deo Gratias Agens / Stephanus Rivetti / Valcervus Comes / Hoc Simulacrum / Posuit / A. D. MCMLXV»

«Fautore della grazia di Dio / Stefano Rivetti / conte di Val Cervo / questo simulacro / pose / anno del Signore 1965»

Il monumento si trova edificato sulla punta più alta del monte S. Biagio, la cui cima si allunga verso il mare sporgendo a strapiombo per diverse centinaia di metri sovrastando il porto di Maratea.

La statua è alta, dai piedi alla cima della testa, 21,13 metri. L’apertura delle braccia arriva a 19 metri circa, la testa misura 3 metri di altezza. Il peso del complesso è stato calcolato aggirarsi intorno alle 400 tonnellate.

La struttura appoggia su uno scheletro di acciaio, che affonda le fondamenta a diverse decine di metri di profondità. Su di esso si poggia il manto esterno, spesso circa 20 centimetri, fatto di cemento armato misto a scaglie di marmo di Seravezza. La statua si alza direttamente dalla nuda terra, senza alcun piedistallo, lasciando visibile dalla tunica il piede sinistro.  

Il volto del Cristo Redentore è vistosamente differente dalla classica iconografia di Gesù. La testa della statua ha i capelli corti, e la barba è appena accennata. Le braccia sono spalancate in un gesto che richiama la preghiera del Padre nostro, con il braccio destro leggermente più in alto di quello sinistro. La tunica e il movimento del piede sinistro – lasciato visibile - posto in avanti, dona slancio e dolcezza alla statua rispetto alle prospettive dell’osservatore. Le braccia in alto e leggermente piegate, con un accenno di manto sulle spalle, fanno sì che in lontananza nulla venga lasciato trasparire circa la direzione del volto.

Il corpo della statua è curvato verso la basilica di S. Biagio e dell'entroterra.

Innocenti fu attento a far sì che la figura della statua non costituisse un corpo estraneo nell’ambiente circostante, ma che anzi si amalgamasse il più possibile con il panorama. Anche il colore e le linee architettoniche non furono create in modo arbitrario, ma anzi richiamano elementi della natura marateota.

Secondo Marco Fagioli, biografo e critico dell’artista fiorentino, l’aspetto del Cristo di Maratea assomiglia a quello che Innocenti, nella sua produzione, riservò alla rappresentazione degli angeli.

Basilica Pontificia di San Biagio

La basilica e santuario di San Biagio è il cuore religioso della comunità cristiana locale e custode delle reliquie del patrono Biagio.

Si trova nel punto più alto della città vecchia di Maratea, detta Castello, e ne è la chiesa parrocchiale. Tradizione vuole sia sorta sul sito di un tempio pagano dedicato a Minerva. Nel 1940 è stata elevata alla dignità di basilica minore.  

Leggenda e tradizione popolare vogliono che la chiesa sia nata riadattando al culto cristiano un tempio pagano, di origine incerte, dedicato alla dea Minerva, Sebbene finora non siano state ufficialmente riscontrate prove dell'esistenza di tale tempio, il sito è conforme alla localizzazione di un santuario costiero pagano. In aggiunta a ciò va ricordato che una breve campagna archeologica condotta nelle vicinanze ha restituito materiale di età romana.

È opinione comune che la primitiva chiesa consistesse solo nell'attuale presbiterio, e la memoria popolare ricorda fosse dedicata in origine alla Madonna delle Grazie.

Quando vi furono trasferite le reliquie del santo armeno, il sacro edificio divenne con tale acquisizione il Santuario del Santo Biagio, eletto patrono della città: tale evento è comunemente datato all'anno 732.

Nel 1324, la parrocchia di San Biagio estendeva la sua giurisdizione sulla parrocchia della vicina Castrocucco, e risultava essere l'arcipretura del territorio nei documenti della diocesi di Cassano[6], a cui le due parrocchie appartenevano dopo essere state scorporate dalla diocesi di Policastro.

Nel 1562 fu interessata da alcuni lavori di restauro ad opera della locale confraternita di San Biagio. Nello stesso anno, il giorno 4 marzo, il papa Pio IV concesse un tesoro d'indulgenze alla chiesa e riconobbe quello che per i cattolici è il miracolo della Santa Manna. Per quanto riguarda l'architettura, non si conoscono per certo né l'epoca né le modalità con cui la chiesa primitiva fu ampliata con la costruzione del corpo che ospita le tre navate, decorate con massicce volte in stile romanico.

Nel 1618 (secondo altre fonti nel 1619) la suddetta confraternita fece costruire una cappella per ospitare l'urna con le reliquie del santo. 

La chiesa, nello stesso secolo, fu poi seriamente danneggiata da un incendio scaturito da un fulmine caduto nella notte del 16 ottobre 1624, che distrusse i documenti storici custoditi nell'archivio parrocchiale. La cappella con le reliquie fu poi posta sotto la tutela della regia curia dal re Filippo IV d’Asburgo con lettera reale datata 23 dicembre 1629: da allora è nota popolarmente con il nome di "Regia Cappella".

Nella prima metà del XVIII secolo il parroco Gaetano Ventapane spese molte sue sostanze per abbellire la chiesa, facendo costruire l'attuale piazzale antistante la chiesa, sostenuto da poderose sostruzioni a secco, e realizzando il loggione a tre arcate. Nel 1741 fu costruito il campanile, di stile vagamente bizantino.

Nel 1878 la chiesa fu nuovamente restaurata dal parroco Gennaro Buraglia, che ricoprì la Regia Cappella di nuovi marmi di Carrara.

Il 10 agosto 1940 il santuario fu elevato a dignità di basilica pontificia da papa Pio XII, che fece comunicare la notizia al vescovo di Policastro Federico Pezzullo, nella cui diocesi Maratea era rientrata dall'anno 1898.

Tra il 1963 e il 1969 la chiesa fu oggetto di un massiccio lavoro di restauro, che cancellò le stratificazioni architettoniche della chiesa, modificandone parzialmente la struttura interna ed eliminando quasi tutte le opere d'arte presenti. Queste ultime, insieme con gli altari marmorei, furono ricollocati nella chiesa tra il 1976 e il 1982 per opera del locale centro culturale.

Il 29 giugno 2021 è stata riaperta al culto dopo alcuni lavori di restauro dell'interno e dell'esterno della struttura.

La facciata della chiesa presenta un portico a tre arcate di stile neoclassico, con quattro colonne che sorreggono un timpano triangolare, in cui trova posto una nicchia con una piccola statua di San Biagio in marmo bianco.

La navata settentrionale della chiesa è sorretta da tre massicci contrafforti, mentre quella meridionale poggia in parte su un costone di roccia.

Al lato sinistro della struttura si alza il piccolo campanile.

La chiesa è divisa in quattro ambienti: tre navate e il presbiterio, grande quasi quanto la navata centrale. La chiesa oggi appare ornata con arcate in stile romanico, sebbene prima dei lavori del 1963-69 le volte avevano disegno vario, dal toscano al gotico.

La chiesa oggi non ospita opere d'arte in quantità copiosa.

L'opera più antica presente nella chiesa è l'affresco che rappresenta la Madonna con il Bambino, comunemente chiamato Madonna del Melograno, datato al tardo XV secolo, posto sul primo pilastro a sinistra della navata centrale. Segue il tabernacolo in marmo, datato 1519, donato alla chiesa da Guglielmo Diodato. L'opera rappresenta un'arca, completa di oranti che contemplano il SS. Sacramento. L'antico fonte battesimale in pietra, posto tra una navata laterale e quella centrale, è datato al XV-XVI secolo.

Risalgono al XVIII secolo gli altari marmorei policromi, il bassorilievo dell'Annunciazione, che rappresenta la scena canonica con la Madonna e l'arcangelo Gabriele, e quello della cosiddetta Madonna della Sapienza o Madonna del Rosario, la cui base è datata 1755. Di pregevole fattura è la statua della Madonna delle Grazie, in legno, del XVIII secolo.

Risalgono al XVIII-XIX secolo i due bei dipinti di San Biagio in Gloria, che rappresenta il santo su una nuvola accompagnato da angeli in atto di proteggere la città vecchia rappresentata come un grande castello, e quello di San Macario, che rappresenta il santo eremita.

La Regia Cappella - La cappella fu costruita nel 1618 o 1619. Fu poi rifabbricata nel 1621 e abbellita con stucchi in oro nel 1687 con beneplacito vescovile. Venne dichiarata regia cappella nel 1629.

Originariamente posta sul lato destro della navata centrale, la cappella fu spostata al centro del presbiterio nel 1940, e sopraelevata su un piedistallo molto alto. Durante i lavori del 1963-69 fu prima collocata nella navata sinistra, poi alloggiata nella sistemazione attuale, cioè fabbricata a terra in fondo al presibiterio.

Fino ai recenti lavori l'esterno della cappellina era adornato con una cupoletta in marmo e con piccoli angeli in stucco, oggi scomparsi. Attualmente la cappella è sormontata da una cupola in stucco bianco. L'interno, oggi coperto da un fondo di marmo giallo, era ornato di stucchi in oro.

La suddetta statua, in argento, fu cesellata a partire dal 1699, con l'artista Parascandolo di Napoli che modellò la testa, per poi essere completata da Domenico De Blasio nel 1706. Nel 1873 subì il furto della croce processionale, fino ad essere strappata per sempre dalla vista dei fedeli da ignoti ladri la notte del 28 ottobre 1976. La statua che è oggi conservata nella Regia Cappella è una fedele copia dell'originale, opera del veneziano Romano Vio.

Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore

La chiesa di Santa Maria Maggiore altrimenti detta dell'Assunta è un edificio di culto sito nel centro storico di Maratea. Il caratteristico aspetto della chiesa, che si staglia tra le case nella parte alta del Borgo marateota, unito al valore artistico delle sue opere, hanno portato la sopraintendenza della regione Basilicata a porla sotto tutela come bene architettonico con decreto ministeriale datato 7 luglio 1984.  

Una lapide posta all'interno ricorda che la chiesa fu costruita nel 1505 per opera di tale Mercurio Greco.

Alcuni lavori di restauro hanno dimostrato che l'attuale chiesa è stata costruita sui resti, datati al XII-XIV secolo, di una chiesetta più antica, dedicata anch'essa a Santa Maria.

La primitiva chiesa era stata elevata a parrocchia nel 1434, emancipandosi dalla giurisdizione ecclesiastica di San Biagio al Castello.

Nel 1585 il parroco della chiesa fu coinvolto in un complesso contenzioso ecclesiastico con il prelato della chiesa dell'Annunziata, che era stato innalzato anch'egli a ruolo di parroco di una parrocchia separata. Il contenzioso fu risolto nel 1589, con l'intervento delle autorità vescovili.

Nel XVIII secolo l'interno della chiesa fu abbellito con stucchi in stile barocco e ampliato con l'aggiunta del corpo di una torre, donata dai signori Santoro De Vescis, che attualmente ne costituisce il presbiterio.

La chiesa fu gravemente danneggiata dai terremoti del 2 gennaio 1831, che causò il crollo di un muro e del campanile, poi ricostruito nel 1885, e da quello del 16 dicembre 1857, che spiombò un muro portante.

La chiesa romanica non presenta una vera e propria facciata, ma espone un fianco su una piazzetta triangolare. Questo fianco presenta un portale barocco, in stucco, e, poco distanti, due angeli oranti in marmo, datati al XVI secolo.

Il grande campanile romanico è sorretto da un basamento quadrato, in stile romanico, su cui si erge la struttura ottagonale che termina con una cupola cuspidale.  

L'interno della chiesa era anticamente ricoperto di antichi affreschi, di cui sono state rinvenute delle tracce nei molti lavori di restauro. Oggi la chiesa si presenta con un rivestimento interno in stucco, decorato in stile barocco, che ospita molti altari marmorei policromi.

Le principali opere d'arte conservate nella navata della chiesa sono:

- l'Immacolata, un pregevole dipinto ad olio su tavola, realizzato dal pittore mesagnese Lucantonio Paciolla, che rappresenta la Vergine attorniata da uno stuolo d'angeli, datato 1690;

- una Trinità, dipinto ad olio firmato da Francesco Oliva nel 1760;

- l'Adorazione della Natività, opera del primo settecento che rappresenta due santi non meglio identificabili in adorazione della Sacra Famiglia;

- l'Ecce Homo, statua in legno di importante valore artistico datato al XVIII secolo.

Nel presbiterio, oltre alla bella cantoria del coro, in legno intagliato a mano, terminato da Marco De Sanctis nel 1729; si trovano diverse suppellettili in marmo bianco, datate al XVI secolo, che accompagnano una statuina dell'Assunzione della Vergine, chiamata Madonna degli Angeli, poiché la Vergine appare attorniata da numerosi angioletti.

Secondo tradizione popolare, questa statua sarebbe stata portata nella chiesa dalla più antica chiesa omonima sita al Castello, demolita poi nelle epoche successive.  

Nei lavori di restauro degli anni ottanta del XX secolo hanno portato alla luce i pochi resti rimasti dell'antica chiesa originaria, che occupava parte del sito dell'attuale navata.

Tra i ruderi sono state osservate tracce di rozzi affreschi e parte del catino absidale.

Parte dei resti della chiesa antica sono visibili attraverso una lastra di vetro posta nel pavimento della navata.

Chiesa dell'Annunziata

La chiesa dell'Annunziata è una delle tre chiese presenti lungo il corso principale del centro storico.  

I primi documenti che citano la chiesa, sotto forma di cappella, risalgono al XVI secolo.

Tra il 1585 e il 1589 fu al centro di una disputa ecclesiastica con la chiesa madre di Santa Maria Maggiore: l'Annunziata era stata elevata a parrocchia separata dall'altra chiesa, suscitando le ire del parroco del paese, che riuscì ad ottenere la supremazia della sua parrocchia, delegando l'Annunziata a vicaria perpetua.

Nel seicento la primitiva cappella fu elevata a dignità di chiesa, e nel 1690 contava ben undici altari.

Nel 1748 furono condotti gli ultimi grandi lavori di ampliamento, e probabilmente risalgono a quest'epoca gli abbellimenti in stile barocco all'interno.  

La chiesa presenta una facciata monumentale, che insieme alla colonna votiva a San Biagio, chiude la quinta scenografica del corso del Borgo marateota. Sopra l'ingresso alloggia un affresco, datato al XVII secolo, che raffigura la scena dell'Annunciazione.

Ai lati del possente portale, si trovano due leoni in pietra, datati al XVI secolo, e che la letteratura storiografica marateota vuole insistentemente provenienti da una chiesa più antica.  

Il caratteristico campanile, con cupola moresca, è attraversato alla base da un angiporto.

L'interno della chiesa, rimaneggiato e restaurato spesse volte fino a pochi anni fa, appare oggi decorato in stucco secondo le linee dello stile barocco.

Le principali opere d'arte presenti in chiesa sono:

il dipinto di Santa Lucia, di ignoto pittore napoletano, donato alla chiesa dalla famiglia Buono nel 1755;

il Martirio di san Lorenzo, pregevole tela del settecento di autore ignoto, si trova posto a un lato dell'altare maggiore;

l'Annunciazione, attribuita a Simone da Firenze, pittore toscano operante in Basilicata nel XVI secolo. L'opera, di eccellente fattura, richiama l'iconografia dell'opera leonardesca.

Chiesa dell'Addolorata

La chiesa dell'Addolorata è una delle tre chiese che si affacciano lungo il corso principale del centro storico di Maratea.

Si distingue per il caratteristico obelisco in pietra, posto davanti ai gradini d'accesso della chiesa e realizzato nel 1788 da Gerardo Laurelli.  

In un'inscrizione appena leggibile su un gradino sotto il portale si leggono le cifre 1620, che è stato interpretato spesso come l'anno di costruzione della chiesa.

In realtà, recenti ricerche d'archivio hanno dimostrato che la chiesa fu costruita più tardi nello stesso secolo. Nel 1692 si costituì a Maratea la confraternita laicale dell'Addolorata, che in un primo momento aveva sede nella chiesa di Sant’Anna. In seguito. i confratelli comprarono un locale diruto e lo trasformarono nell'attuale chiesa, ultimata nel 1693.

Nel XVIII secolo furono comprati a Napoli i tre altari di marmo, benedetti poi con licenza del vescovo di Cassano all'Jonio.

Un primo lavoro consistente di restauro fu effettuato forse nel 1861, data che si trova incisa su un altro gradino della scalinata all'ingresso.

L'intervento più recente si è concluso con la riapertura al culto della chiesa dell'11 luglio 1995, intervento in cui fu eliminata la ringhiera novecentesca posta sui gradini per evitare che le bancarelle del vicino mercato sconfinassero fin sul sagrato della chiesa.  

La chiesa presenta una facciata che non si discosta molto dall'architettura civile, eccezion fatta per la lunetta che racchiude un affresco del XVII secolo, opera di autore ignoto che rappresenta l'Addolorata e il Calvario; e per una sorta di timpano che racchiude tre campane.

Di fronte alla chiesa si erge l'obelisco dell'Addolorata, opera del 1788.  

L'interno della chiesa, disegnato secondo l'eleganza dello stile neoclassico e barocco, presenta un'unica navata con tre altari in marmo, opere del settecento.

L'altare maggiore della chiesa, in marmi policromi, con paliotto decorato con un medaglione a volute e croce raggiata; presenta un tabernacolo in argento, raffigurante la scena della Pietà, datato 1786.

Oltre alla statua della Vergine Addolorata, posta sullo stesso altare maggiore, a lato della ringhiera che delimita il presbiterio si trova una pregevole scultura del Cristo deposto, opera firmata da A. Grisolia nel 1846.

Opere pittoriche importanti sono, sull'altare laterale di destra, l'eccellente dipinto ad olio del Martirio di San Biagio, opera del XVIII secolo; e la Pietà, opera del pittore Angelo Brando, posta sulla volta.

Chiesa dell'Immacolata

La chiesa dell'Immacolata è una delle tre chiese che si affacciano sul corso del Borgo di Maratea, ed è prospiciente alla piazza dove si trova il palazzo della sede municipale.

Nei lavori di restauro del 1987, nella cripta della chiesa è stato ritrovato l'abside di una più antica chiesa, dedicata a San Pietro, dove si trova un affresco del XIV-XV secolo.

La chiesa attuale fu costruita nel XVIII secolo, in forma di cappella, sul sito della più antica chiesa di San Pietro.

Sappiamo che dal 1688 vi si costituì la confraternita laicale di San Pietro, poi detta dell'Immacolata, che è proprietaria dell'edificio. La confraternita era istituita dal ceto nobile di Maratea, che riunì in congrega dopo la demolizione del Tocco, ossia il sedile della nobiltà.

Un atto notarile datato 15 gennaio 1748, dimostra che era prevista, in questo periodo, un progetto di ingrandire la cappella per farla diventare una più grande chiesa. Tale lavoro però non avvenne.

La chiesa fu ingrandita solo nel 1824, quando assunse le attuali dimensioni.

Duramente colpita da vari terremoti, fu restaurata nel 1923.

La chiesa presenta una facciata molto semplice, con un rosone in stucco al centro del timpano. Sul lato sinistro si alza un piccolo campanile, dalle forme vagamente bizantine.

L'interno della chiesa è decorato in un elegante stile che richiama vagamente le forme neoclassiche.

Sul grande altare maggiore, in marmo policromo, si affacciano la statua dell'Immacolata, del XVIII secolo, e due dipinti, della stessa epoca, che raffigurano San Biagio e San Pietro.

Altri edifici religiosi

CHIESA DI SAN PIETRO - Edificata nel XIV secolo, si credeva persa fino a quando non è stata ritrovata sotto la chiesa dell'Immacolata durante dei lavori di restauro. Vi si trova un interessante affresco dell'Ascensione del XIV-XV secolo.

CHIESA DI SANT'ANTONIO ABATE - Viene chiamata anche chiesa dei Cappuccini, in quanto fa parte di un antico convento dei Cappuccini (abbandonato nel 1866). Fu edificata nel 1615, la chiesa ha tutte le caratteristiche di sobrietà dell'ordine: non ci sono tracce dei virtuosismi artistici del barocco, il soffitto è realizzato a botte con crociere riquadrate e le navate sono separate da archi a tutto sesto.

Ai lati delle navate sono disposti altari e nicchie vetrate contenenti statue, tra cui quella in legno di San Rocco del XIX secolo. L'altare maggiore, rivestito in marmo nero levigato, è sovrastato da una tavola in olio del XVII secolo, raffigurante la Madonna in Gloria, tra Sant'Antonio Abate e Sant'Antonio da Padova, ai due lati del dipinto principale ce sono altri, raffiguranti Santa Rosa e Santa Chiara (dipinti su tavola), San Francesco, San Domenico, l'Eterno Padre, Sant'Agostino e San Michele Arcangelo (dipinti su tela). I dipinti secondari sono separati da lesene aggettanti, riccamente lavorate in legno.  

CAPPELLE AI CAPPUCCINI - A poca distanza dalla chiesa di Sant'Antonio, si trovano, una contigua all'altra, le tre cappelle dette ai Cappuccini. Anticamente erano indicate col nome di Madonna di Loreto o anche San Rocco.

Vengono considerate come un unico luogo di culto. Risalgono al XIV secolo e contengono, nella cappella di sinistra, un affresco della Madonna tra San Biagio e San Rocco (o San Vito) e uno di un paggio orante; nella cappella di destra, un affresco raffigurante la Madonna tra San Biagio e Santa Elisabetta d'Ungheria. Del dipinto della cappella centrale è sopravvissuto solo qualche frammento e non è decifrabile.

CHIESA DEL CALVARIO  - La piccola chiesa, a una navata, risalente al XV secolo, si trova ai piedi del Borgo, vicino alla piazza Europa. All'interno un affresco del 1495, opera di Giovanni Palombo da Chiaromonte, in cui cornice sono raffigurati San Giovanni Battista, la Madonna col Bambino e San Cataldo. All'estero della chiesetta si nota un affresco del 1548, raffigurante la Madonna con Bambino in mezzo ai Santi Vescovi.

CAPPELLA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE - Piccola cappella sita nella via omonima. Sopra l'entrata si trova il verso latino Mater Divinae Gratiae Ora Pronobis inciso su una lastra di marmo. All'interno si trova un altare in marmo.

CHIESA DI SANT'ANNA - Piccola chiesa sita nel rione Casaletto, risale al XIV secolo. Era in origine una piccola cappella, fu restaurata con le offerte di tutti i cittadini quando andò in rovina. Sulla facciata si trova un rosone in ferro battuto, ed è sormontata da una piccola guglia in cui sono poste tre campane in altrettante nicchie. All'interno si trovano una scultura di San Gioacchino e la Madonna e una di Sant'Anna e la Madonna, ambedue del XIX secolo e in legno, un olio su tela raffigurante la Trinità e gli Evangelisti, opera di Giuseppe Cicibaro del 1846 e dipinto simile della Sacra Famiglia, opera di L. Fiumarelli nel 1862.

EDICOLA DELLA CONA - La piccola costruzione si trova in via Pendinata e contiene un affresco di Luca da Eboli raffigurante la Madonna in trono con Bambino, circondata da due angeli in adorazione, del XVI secolo.

CHIESA DI SAN VITO - Costruita nel X-XI secolo, è la chiesa più antica del Borgo. Fu restaurata nel 1883.

Ha una sola navata, in cui si trovano degli antichi sedili lavorati in pietra. All'interno si trovano un altare maggiore e un presbitero del XVI secolo, un affresco di San Rocco, uno di San Biagio e un altro di San Vito anch'essi del XVI secolo. Nel catino absidale si trova invece un affresco della Madonna in trono con Bambino del XIV secolo.

CHIESA DELLA MADONNA DEL ROSARIO - Fu costruita nel 1575 con il contributo di tutti i cittadini di Maratea, come ricorda una lapide all'interno. Ubicata nel Largo Monastero, la chiesa ha un'unica grande navata, finemente lavorata in stile tardo barocco. Le pareti sono state finemente lavorate in bassorilievo (si possono contare ben 100 visi di angeli e altre finezze artistiche) nel XVIII secolo.

Nella navata destra della chiesa sono presenti un quadro di San Francesco del 1670 di Joseph Trombadore e un olio su tavola della Madonna dei Misteri del Rosario del XVII secolo. Sulla navata sinistra invece troviamo una rappresentazione della Madonna Addolorata del 1730, una Madonna del Soccorso con Santi del XVI secolo e una statua della Madonna del Carmine del 1695. Sul soffitto si trova un affresco di Santa Caterina di Bologna del 1715, a opera di Gaetano Cusati e di Casadoglio. Sul paliotto dell'altare è raffigurata una Pietà, l'altare stesso è rivestito di marmo nero decorato con marmi policromi. Il coro in legno retrostante è del XVII secolo. Sopra il presbitero, la cupola è affrescata con immagini degli evangelisti, opera di Angelo Galtieri del 1721.

Nella parte posteriore della chiesa si trovano un organo finemente dipinto del XVII secolo e le pietre tombali, del XVI secolo, di alcune nobili famiglie di Maratea.

CAPPELLA DELLA MADONNA DI LOURDES - Costruita negli anni '30 del XX secolo e sita presso il parcheggio San Pio, la piccola cappella è costituita da un'ampia cupola in cemento retta da quattro colonne, anch'esse in cemento. Sopra la facciata principale si trova un Ave Maria scritto a tonde lettere bianche, circondato da sei angioletti scolpiti in marmo. All'interno si trova una piccola ricostruzione della grotta di Lourdes in cui troneggiano la statuina della Madonna, nella classica iconografia, e una di Bernadette.

CAPPELLA DI SAN FRANCESCO DE' POVERELLI - Piccola cappella, sita nella via omonima nel rione Prazza Inferiore. Sopra l'antichissimo altare decorato si trova un affresco del XVI-XVII secolo raffigurante la Madonna della Mercede tra San Biagio e San Francesco. Andata quasi diruta, i lavori di restauro sono iniziati il 30 novembre 2010 e si sono conclusi nell'ottobre 2013, con la riapertura al culto della cappella.

CAPPELLA DELLA MADONNA DELLA GRAZIA - Grande cappella sita nel bosco dei Carpini, a poca distanza dal complesso dei Cappuccini. La costruzione risale al XVIII secolo, ed è attualmente in fase di restauro.

Chiesa di Maria Santissima Immacolata

La chiesa di Maria Santissima Immacolata è la chiesa patronale di Acquafredda. Si trova nella piazzetta dedicata a Francesco Saverio Nitti.

Probabilmente la struttura originale consisteva in una cappella costruita a metà del XVIII secolo.

Nel 1833 venne ampliata in forma di chiesa.

Nel 1910 venne eretta a vicaria perpetua della parrocchia di Santa Maria Maggiore di Maratea. Dal 1954 è sede di parrocchia propria.

Sopra l'entrata si vede un dipinto su piastrelle della Madonna Immacolata.

L'unica navata, decorata in stile romano, è ritmata da archi longitudinali nelle pareti laterali sormontati da un cornicione decorato. Al centro della volta si trova un affresco della Madonna Immacolata, mentre in cima alle colonne del presbitero si trovano affreschi dei quattro Evangelisti, opere queste del XIX secolo. Sulla parete sinistra si trovano una statua della Madonna Addolorata del XVIII secolo, un dipinto di San Biagio e una statuina di Sant'Anna e la Vergine del XIX secolo.

Sulla parete destra della navata, dove sotto l'altare di San Biagio riposano le spoglie del patriota Costabile Carducci, si trova una statua della Madonna del Carmine del 1897; entrando, a destra, c'è l'altare con la statua di Sant'Antonio di Padova.

Il grande altare maggiore, del XVIII-XIX secolo, in marmo bianco misto a marmi policromi, contiene uno sportello del tabernacolo in oro, sotto l'altare c'è la fossa comune dei bambini (mentre in sagrestia c'è quella degli adulti). Sopra l'altare, in una nicchia decorata, si trova una statua della Madonna Immacolata del XVIII secolo. Sotto l'altare di San Giuseppe, invece, sono sepolti i sacerdoti. Degno di nota è anche l'organo in legno dipinto del XIX secolo.

Da notare, entrando a sinistra, il fonte battesimale con una pregevole porticina dipinta raffigurante il Battesimo di Gesù.

Chiesa della Madonna Addolorata

La chiesa, patronale di Cersuta, risale al XVIII secolo. La chiesa attualmente conserva l'aspetto settecentesco, a navata unica con copertura a tetto. Le pareti sono ritmate da arcate che fungono da piccole cappelle laterali.

Sulla parete sinistra si trovano una statua di San Francesco da Paola, un affresco di San Biagio del 1862 e una statua del Sacro Cuore di Gesù. Sulla parete destra si trova una statua della Madonna Addolorata del 1899. Sul presbitero si trova un altare di  maggiore in marmo bianco, datato di un artistico sportello del tabernacolo. Sopra l'altare si trova un pregevole affresco di Gesù in Croce, affiancato dall'Addolorata e dalla Maddalena, del XIX secolo.

Chiesa della Madonna del Carmine

È la chiesa patronale di Massa, fu costruita tra il 1927 e il 1931. La facciata, molto semplice, è dominata da un orologio, e sopra di esso si trovano tre piccole campane.

L'interno è ritmato da arcate che fungono da piccole cappelle laterali. Sul primo altare a sinistra si trovano una statuina di Cristo Redentore e un dipinto di Eugenio de Mazenod, sul secondo una statua di San Giovanni Bosco e sul terzo una statua del Sacro Cuore di Gesù. Sugli altari della parete destra si trovano, una statua di San Michele Arcangelo, un dipinto di San Biagio. Sopra l'altare, in marmo bianco, si trova la nicchia che contiene una statua della Madonna del Carmine, affiancata da un altro dipinto di San Biagio e da un dipinto di San Domenico.

Cappella della Madonna del Carmine

È l'antica cappella patronale di Massa, e si trova a pochi passi alla chiesa omonima. All'esterno si notano una finestra circolare sopra l'entrata e una piccola nicchia, sul lato sinistro dell'entrata, che funge da piccolo campanile. 

L'interno, semplicissimo, è dominato dall'altare in marmo bianco, che ospita uno sportello del tabernacolo in oro. Sopra l'altare si trova la nicchia che conteneva la statua del 1932 della Madonna del Carmine, oggi ospitata nella chiesa parrocchiale.

Colonna di San Biagio

La colonna di San Biagio, eretta nel 1758 dalla popolazione di Maratea

La colonna votiva a San Biagio, posta in fronte alla chiesa dell'Annunziata nella piazza di Maratea, fu eretta per volere di popolo il 13 luglio 1758. Essa si compone di tre corpi: una base squadrata, un'antica colonna di marmo (che tradizione vuole essere stata ripescata al largo della costa presso Marina e la statua del santo a figura intera. Sulla base si trova l'iscrizione:

D.O.M. / DIVO BLASIO MARTYRI INVICTO / MARATHENSIUM CIVITATIS / PATRONO ATQUE OPITULATORI / PRO MERITIS IN SE OMNI INDULGENTHIA / EXMIAQUE LARGITATE COLLATIS / ORDO POPULUSQUE

Obelisco dell'Addolorata

Il piccolo e semplice monumento, eretto nel 1788 dal cittadino Gerardo Laurelli a memoria della scomparsa di uno dei suoi figli, si trova di fronte alla chiesa dell'Addolorata. È composto da una guglia su cui trova posto una piccola statua della Madonna Addolorata, raffigurata nella classica iconografia.

Sulla base si trovano incise le parole:

VIATOR / SI QUICQUAM HUMANITUS IN TE EST / SISTE PAULULUM DONEC / DOLOREM MEUM LUGEAM / NULLUS DOLOR AMARIOR / NAM NULLA PROLES CARIOR / EGO SOLA MAESTAS CELEBRAVI VIGILIAS

Croce commemorativa

Il semplice monumento, in pietra e cemento, fu costruito nel 1941 per iniziativa del podestà Biagio Vitolo sulla cima del monte San Biagio. Nel 1963 la croce fu smontata per far posto al cantiere del monumento al Redentore e ricostruita, insieme all'annesso belvedere, su un'altura nella valle di Maratea, nei pressi del cimitero centrale.

Palazzi e residenze nobiliari

VILLA NITTI - È una struttura di grande valore storico e architettonico. Fu residenza di Francesco Saverio Nitti, meridionalista e presidente del consiglio dei ministri durante il Regno d'Italia, progettata come rivisitazione neogotica-decò di una tipica casa rurale da Vincenzo Rinaldo, architetto veneziano. È situata in posizione panoramica, presso il litorale della frazione Acquafredda.

PALAZZO DE LIETO - Donato alla comunità nel 1734 da Giovanni De Lieto, divenne il primo vero e proprio ospedale di Maratea. Mantenne questa funzione fino all'inizio del XX secolo, quando il nosocomio cittadino fu trasferito nell'ex convento di San Francesco di Paola[50]. Posto sotto la tutela del Ministero dei beni culturali nel 1979[51], è stato restaurato e ospita mostre perenni ed eventi museali. La struttura presenta una terrazza con tre arcate.

PALAZZO CALDERARO - Si trova nel rione più antico del Borgo di Maratea, detto Capo Casale. Il palazzo del XVIII secolo, posto sotto la tutela del Ministero dei beni culturali nel 1990, presenta una bella loggia con colonne e un grande portale in pietra quarzitica. Sulla doppia facciata, traforata, si innesta un sistema di scale e ponti volanti.

PalazzoErediPiconi.JPG (219189 byte)PALAZZO EREDI PICONI - Sul ciglio del rione Pietra del Pesce, il palazzo si distingue per la caratteristica loggia a forma di torre, tradizionalmente identificata come una di quelle presenti nello stemma comunale. La struttura, di proprietà privata, è stata posta sotto la tutela del Ministero dei beni culturali nel 1981, ma non ancora restaurata.

PALAZZO MARINI-D'ARMENIA - Sito nel rione Casaletto, ha un portale su cui si trova un bassorilievo raffigurante un angelo. Sottoposto alla tutela del Ministero dei beni culturali nel 1991, ha un caratteristico angiporto che permette il passaggio sotto un piano.  

PALAZZO PADRONALA LABANCHI - Si trova in località Secca di Castrocucco. Fu costruito nel XVI secolo e, nel 1860, ospitò per una notte Giuseppe Garibaldi, di passaggio durante la spedizione dei Mille. L'edificio si distingue per la presenza di due massicce torri circolari, che rendono l'aspetto di una fortificazione. Il palazzo è sotto la tutela del Ministero dei beni culturali dal 1979.

Castello di Castrocucco

Il castello di Castrocucco è sospeso su un grande costone di roccia. Nel 2005 è stato sottoposto a tutela dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e tutta l'area circostante è stata individuata quale Sito di Interesse Comunitario. Nello stesso anno è stato reinserito nell'elenco dei monumenti nazionali italiani, da dove fu eliminato non si sa quando o perché.

Disponiamo di pochissime fonti circa l'origine del castello. Molto probabilmente venne costruito nel corso del IX secolo, in quanto il nome del castello è già presente in una bolla di Alfano I, vescovo di Salerno, datata 1079. Altri storici locali lo vogliono più antico, facendone risalire la costruzione alla difesa della città di Blanda Julia. Di certo il plesso è stato un castro bizantino. Quindi divenne feudo della famiglia Alvernia, di origine normanna. È noto poi che, tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, il castello venne abbandonato. 

In seguito fu ceduto con l'annesso feudo, tra il 1470 e il 1660, prima ai nobili De Rosa e poi ai nobili Giordano. Durante il XVI secolo fu ristrutturato e ingrandito e le sue mura furono modificate per ospitare anche delle bocche da fuoco. Dal 1664 fu tenuto dai Labanchi, una famiglia di possidenti calabresi che proveniva da Bisignano i quali amministrarono il castello e il suo territorio fino al XIX secolo, allorquando la struttura decadde definitivamente a causa dell'incuria.  

Il castello di Castrocucco fu abbandonato nel XVII secolo, e pertanto presenta un pessimo stato di conservazione. Sono comunque ancora ben distinguibili alcuni elementi, come la porta di accesso, alcuni bastioni posti agli angoli della struttura e tratti del cinto di mura.

Il castello fu costruito per proteggersi dalle incursioni saracene che arrivavano dal mare, quindi la sua posizione è arroccata su una delle migliori zone di controllo, che rispondevano all'esigenza di difesa dei castellani e degli agglomerati retrostanti, inclusa la stessa Maratea.

Nei pressi del castello sorgono le rovine di un antico borgo, sviluppatosi probabilmente in seguito all'edificazione della struttura medioevale.

Sono presenti i resti di oltre 20 edifici, di una torre di guardia, delle mura di cinta e di una chiesa, che la tradizione popolare di Maratea vuole fosse dedicata a San Pietro. All'interno di questa si rilevano cripte e residui di antiche pitture, ancora parzialmente visibili malgrado la secolare esposizione alle intemperie.

 

Dal 2015 sulla cima del castello di Castrocucco è visibile una bandiera rossa con croce bianca al centro. Il vessillo richiama le origini medievali dell'antico maniero e pare che sia stato issato da anonimi per attirare l'attenzione dei cittadini e delle istituzioni sulle gravi condizioni di conservazione in cui versano ormai la rocca e l'antico borgo di Castrocucco.

Mura, torri e porte di Maratea Castello

L'antica Maratea, posta sulla cima del monte San Biagio, è soprannominata dai marateoti Castello perché era un tempo fortificata con mura, bastioni e torri.

Questi elementi non sono più ben distinguibili nell'ammasso di rovine che costituisce il sito, ma sono ancora presenti resti di alcune di queste strutture, di cui fu ordinata la distruzione dopo l'assedio napoleonico del 1806. Nulla rimane delle due porte d'accesso alla cittadina, mentre i tratti delle antiche mura sono ancora esistenti.

Di fronte alla basilica di S. Biagio, sono presenti due torri diroccate, originariamente poste a guardia di una delle due porte. Un'altra struttura simile si può scorgere nella parte alta dell'antico nucleo urbano, mentre nei pressi dell'attuale asse viario si vede chiaramente il rudere di una torre quadrangolare con una grande feritoia sul lato esterno.

Sulla costa di Maratea si notano, disposte come fari, sei torri costiere anti-corsare, risalenti alla fine del XVI secolo.

TORRE DEI CRIVI: si trova a nord di Acquafredda, su un costone di roccia sopra il 221,5 km della SS 18. È in stato di rudere, sebbene ben conservatasi nella sua forma esterna.

TORRE DI ACQUAFREDDA: si trova ad Acquafredda, sul promontorio della Rotondella, presso il 225,5 km della SS 18. È la torre peggio conservata.

TORRE APPREZZAMI L'ASINO: si trova a nord della frazione Cersuta, su un costone di roccia sopra il 229 km della SS 18. Ha subito un intervento di restauro, e deve il suo nome a un episodio della tradizione popolare, che racconta di quando, nell'unica e strettissima strada che passa sotto la torre, due contadini si incrociarono con i loro asini nel punto dove non c'era lo spazio materiale per far passare tutti e due gli animali. Non restò altro che apprezzare quale animale avesse minor valore e, per fare strada libera all'altro, precipitarlo in mare.

TORRE SANTAVENERE: giudicata da Giovan Battista Pacichelli la più bella torre del Regno di Napoli, si trova nella frazione Fiumicello-Santavenere. È stata riadattata come abitazione nel XX secolo, ma questo intervento ne ha modificato radicalmente la struttura.

TORRE DI FILOCAIO: era la torre a guardia del porto. È stata restaurata nel XX secolo e adattata ad abitazione privata.

TORRE CAINA: si trova in posizione pittoresca su un grande promontorio a picco sul mare, presso il 240 km della SS 18, a sud della frazione Marina.

Grotta di Marina di Maratea

La grotta, unica cavità naturale visitabile della Basilicata, è posta lungo la Strada statale 18 Tirrena Inferiore, che collega il capoluogo comunale alla frazione Marina.

La grotta si è impostata lungo una faglia della roccia nei calcari della serie carbonatica dei monti Giagola e Gada del Cretaceo Inferiore.

Il suo ingresso è posto a 72 metri di quota sul livello del mare. La parte esplorata della grotta è lunga circa 50 metri. È ricca di speleotemi (stalattiti), stalagmiti, colonne, spaghetti, coralloidi, etc.) e presenta temperatura costante di circa 19°C.

Fu scoperta casualmente nel 1929, durante i lavori di costruzione della strada statale 18 Tirrena Inferiore da tre minatori. Ne fu immediatamente riconosciuto il valore e le autorità competenti provvidero ad allestirla per le visite.

Per molti anni la visita alla cavità è stata gestita dallo Stato ed era obbligatorio l'appuntamento per la visita. Solo dopo molto tempo la gestione della cavità è stata affidata all'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Maratea che ne ha pubblicizzato l'esistenza organizzando visite guidate al suo interno. Ulteriori ristrutturazioni, anche all'impianto di illuminazione, sono stati eseguiti sempre nel rispetto del microambiente interno.

Dagli anni '80 è una grotta turistica.

Per consentire una facile visita è stata edificata al suo interno una scala che porta al fondo dell'ipogeo. Colonne e coltri stalagmitiche fanno da cornice all'unica sala della grotta delle Meraviglie. L'illuminazione interna è alquanto soffusa per evitare la formazione di muschi sulle concrezioni, infatti le luci artificiali vengono spente appena i visitatori sono fuori.

Siti archeologici

Maratea ospita numerosi siti di interesse archeologico.

Il promontorio detto Capo la Timpa è stato a lungo oggetto di ricerche archeologiche, che hanno riportato alla luce un insediamento indigeno in capanne che visse, a più riprese, dal XV secolo a.C. fino al III secolo a.C.. I rinvenimenti del periodo romano si concentrano principalmente intorno all'isola di Santo Janni, dove è stato scoperto il più grande giacimento del Mediterraneo di ancore e anfore di questo periodo. Altro sito dello stesso periodo storico è quello presso la Secca di Castrocucco, dove è stata rinvenuta una villa marittima romana. Per la storia medioevale i protagonisti sono il sito del Castello e il Castello di Castrocucco, entrambi siti non ancora oggetto di ricerche sistematiche. Degne di attenzione sono anche le sei torri costiere presenti sul territorio, di cui tre restaurate.  

Tradizioni e folclore

FESTA DELLA TRASLAZIONE DELLE RELIQUIE DI SAN BIAGIO - Le manifestazioni più note e diffuse del folklore di Maratea sono legate alle feste religiose. Su tutte spicca la festa dell'anniversario della traslazione delle reliquie di San Biagio, che dura un'intera settimana, dal primo sabato di maggio fino alla seconda domenica del mese.

Questa festa, che si affianca quella religiosa del 3 febbraio, ha origini remote, e vuole celebrare l'arrivo delle reliquie del santo a Maratea, avvenuta, secondo alcuni, nel mese di maggio del 732. Nel 1695 venne istituito, con il consenso del vescovo di Cassano, il protocollo della manifestazione.

Il primo sabato del mese si tiene la prima processione della statua argentea del santo, detta San Biagio va per la terra, che si svolge per le strade del Castello. Dopo alcuni giorni di preghiera, il secondo giovedì del mese si svolge la seconda processione, detta San Biagio scende dal Castello, in cui la statua viene trasportata, attraverso un antico sentiero, dal Castello al Borgo. Questa è una processione davvero particolare, in quanto il simulacro del santo viene coperto da un panno rosso fino all'arrivo alla località detta Capo Casale: ciò avviene poiché l'atto del passaggio della statua tra le due parrocchie di Maratea è qualcosa di strettamente privato, come stabilito nel 1781 dopo una lite tra i due parroci, infatti il sacerdote che porta la statua non indossa né cotta né stola. A Capo Casale la statua viene spogliata e consegnata alla responsabilità del sindaco, che qui consegna al santo le chiavi della città, rendendolo simbolicamente la massima autorità di Maratea. Subito dopo la statua viene trasportata nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

Il secondo sabato di maggio si tiene la terza processione, in cui il busto argenteo di San Biagio attraversa in pompa magna le strade del Borgo. Arrivati alla domenica che segue, si tiene l'ultima processione, detta San Biagio torna al Castello, in cui la statua, nuovamente coperta dal manto rosso, ripercorre all'indietro l'antico sentiero per ritornare alla Basilica al Castello, sua sede abituale. In seguito alla ricollocazione della statua nella Basilica, avviene saltuariamente il fenomeno della Manna, certificato già in una bolla papale del 1562.

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