|
Statua
del Redentore
La statua
del Redentore o Cristo Redentore è una scultura posta sulla
cima del monte
San Biagio. Fu realizzata con un particolare impasto di cemento misto
a scaglie di marmo
di Seravezza dall’artista fiorentino Bruno
Innocenti tra il 1963 e
il 1965.
Alta 21,13 metri, è una delle statue più grandi d'Italia, seconda solo al Colosso
di San Carlo Borromeo.
Sulla cima rocciosa del monte
San Biagio sorgono le rovine di Maratea
Castello, oggi disabitata. Nel 1806 la
città della fortificata fu assediata da
un contingente di quattromilacinquecento soldati francesi e, nel 1907,
si volle ricordare l’evento con l’erezione di una croce in ferro battuto,
posta sul punto più alto del monte. Questa croce veniva poi continuamente
ripristinata ogni qualvolta che i fulmini l’abbattevano.
Nel 1942 il podestà Biagio
Vitolo ideò una nuova croce commemorativa, stavolta fatta di cemento e con
parafulmini, da costruire al posto di quella in ferro, che era posta nei
pressi di un torrione medievale. L’opera fu realizzata in concomitanza con
la prima strada rotabile che saliva alla basilica
di San Biagio e con il viale che da questa porta alla cima del
monte, su un artistico belvedere con balaustra.
Arrivato a
Maratea nel 1953 per
avviare attività industriali con l’aiuto della Cassa
del Mezzogiorno, il biellese conte Stefano
Rivetti di Val Cervo concepì l’idea di sostituire la croce
commemorativa con un grande monumento al Cristo Redentore, e palesò le sue
intenzioni con una lettera indirizzata all’amministrazione comunale il 5
settembre 1961.
Il consiglio
comunale di Maratea ne approvò la costruzione, previo
smantellamento e conservazione della Croce (avviato nel settembre 1963),
che fu ricostruita in un altro sito.
Già dal 1957 Rivetti
aveva affidato il progetto all'artista Bruno
Innocenti, docente presso l'Istituto statale d'arte di Firenze. I primi
bozzetti della statua risalgono al 1960.
Nel 1964 fu
affidato all'ing. Luigi Musumeci lo studio e il progetto strutturale e
portante della struttura, il quale iniziò la costruzione dell'armatura in
calcestruzzo e ferro, fissata alle fondamenta scavate nella roccia della
montagna con l’utilizzo di oltre 14 tonnellate di ferro che divennero lo
scheletro portante dell’opera. Nel settembre dello stesso anno iniziò la
gettata del conglomerato di marmo e cemento che avrebbe composto il corpo
della statua.
Tra fine del
1964 e i primi mesi del 1965,
infine, avvenne la scalpellatura di tutta la superficie della scultura
realizzata personalmente da Bruno Innocenti. La costruzione fu eseguita da una
ditta friulana che
si avvalse di manodopera locale proveniente dalla stessa Maratea e da Lauria.

Una volta
completata, non vi fu alcuna cerimonia per inaugurare la grande statua. Dopo
le elezioni comunali del 1964,
che videro contrapposte due liste, una molto vicina agli interessi di Rivetti
e un’altra di stampo popolare di segno opposto, e la vittoria di
quest’ultima, tra la comunità e la classe dirigente di Maratea e
l’imprenditore piemontese si instaurò un clima di freddezza e ostilità,
che comportarono tra l’altro la mancata cerimonia di inaugurazione del
monumento. In ogni caso, il grande Cristo Redentore entrò, seppure in
sordina, nel panorama artistico marateota acquistando velocemente un ruolo da
protagonista.
Dal 23 al 28
luglio 2013 l'area
della statua è stata al centro del raduno interdiocesano per la giornata
mondiale della gioventù di quell'anno, destinato a raccogliere i
fedeli che non potevano recarsi a Rio
de Janeiro.
In questa
occasione fu lanciata per la prima volta l'idea di un gemellaggio tra la città
di Maratea e quella di Rio, dove si trova il più famoso Cristo
Redentore al mondo. Il consiglio comunale di Maratea deliberò in
tal senso il 23
luglio 2013.
La sigla di
questo gemellaggio si è avuta però solo il 16
ottobre 2021.
In occasione del festa nazionale brasiliana nota come Dia da Italia, l'Arcidiocesi
di Rio de Janeiro ha firmato un gemellaggio con la città di
Maratea allo scopo di condividere esperienze e spiritualità tre i due
monumenti, incoraggiando il turismo e i pellegrinaggi. A ricordo di questo
evento sono state apposte due targhe sotto i monumenti.
Nel 2014 si
è costituita la Fondazione Cristo di Maratea Onlus per iniziativa
di Chiara Rivetti di Val Cervo, figlia di Stefano. La Fondazione Cristo
di Maratea, senza scopo di lucro, ha l’obiettivo di cooperare alla
manutenzione, alla tutela e alla valorizzazione della Statua del Cristo,
elemento di forte attrazione del turismo culturale e religioso.
Alle spalle
del Cristo si snoda un belvedere da cui si ammira gran parte della costiera di
Maratea. Proprio sotto le spalle della statua è posta una piccola lapide, con
caratteri a rilievo, che recita l’epigrafe in latino:
«Deo Gratias
Agens / Stephanus Rivetti / Valcervus Comes / Hoc Simulacrum / Posuit / A. D.
MCMLXV»
«Fautore
della grazia di Dio / Stefano Rivetti / conte di Val Cervo / questo simulacro
/ pose / anno del Signore 1965»

Il monumento
si trova edificato sulla punta più alta del monte S. Biagio, la cui cima si
allunga verso il mare sporgendo a strapiombo per diverse centinaia di metri
sovrastando il porto
di Maratea.
La statua è
alta, dai piedi alla cima della testa, 21,13 metri.
L’apertura delle braccia arriva a 19 metri circa, la testa misura 3 metri di
altezza. Il peso del complesso è stato calcolato aggirarsi intorno alle 400
tonnellate.
La struttura
appoggia su uno scheletro di acciaio, che affonda le fondamenta a diverse
decine di metri di profondità. Su di esso si poggia il manto esterno, spesso
circa 20 centimetri,
fatto di cemento armato misto a scaglie di marmo
di Seravezza. La statua si alza direttamente dalla nuda terra, senza
alcun piedistallo,
lasciando visibile dalla tunica il piede sinistro.
Il volto del
Cristo Redentore è vistosamente differente dalla classica iconografia di Gesù.
La testa della statua ha i
capelli corti, e la barba è appena accennata. Le braccia sono spalancate in
un gesto che richiama la preghiera del Padre
nostro, con il braccio destro leggermente più in alto di quello sinistro. La
tunica e il movimento del piede sinistro – lasciato visibile - posto in
avanti, dona slancio e dolcezza alla statua rispetto alle prospettive
dell’osservatore. Le braccia in alto e leggermente piegate, con un accenno
di manto sulle spalle, fanno sì che in lontananza nulla venga lasciato
trasparire circa la direzione del volto.
Il
corpo della statua è curvato verso la basilica
di S. Biagio e
dell'entroterra.
Innocenti
fu attento a far sì che la figura della statua non costituisse un corpo
estraneo nell’ambiente circostante, ma che anzi si amalgamasse il più
possibile con il panorama. Anche il colore e le linee architettoniche non
furono create in modo arbitrario, ma anzi richiamano elementi della natura
marateota.
Secondo
Marco Fagioli, biografo e critico dell’artista fiorentino, l’aspetto del
Cristo di Maratea assomiglia a quello che Innocenti, nella sua produzione,
riservò alla rappresentazione degli angeli.
Basilica
Pontificia di San Biagio

La basilica e santuario
di San Biagio è il cuore religioso della comunità cristiana locale e
custode delle reliquie del patrono
Biagio.
Si trova nel
punto più alto della città vecchia di Maratea,
detta Castello,
e ne è la chiesa parrocchiale. Tradizione vuole sia sorta sul sito di un
tempio pagano dedicato a Minerva.
Nel 1940 è
stata elevata alla dignità di basilica
minore.
Leggenda e
tradizione popolare vogliono che la chiesa sia nata riadattando al culto
cristiano un tempio pagano,
di origine incerte, dedicato alla dea Minerva,
Sebbene finora non siano state ufficialmente riscontrate prove dell'esistenza
di tale tempio, il sito è conforme alla localizzazione di un santuario
costiero pagano. In aggiunta a ciò va ricordato che una breve campagna
archeologica condotta nelle vicinanze ha restituito materiale di età
romana.
È opinione
comune che la primitiva chiesa consistesse solo nell'attuale presbiterio,
e la memoria popolare ricorda fosse dedicata in origine alla Madonna
delle Grazie.
Quando vi
furono trasferite le reliquie del santo armeno, il sacro edificio divenne con
tale acquisizione il Santuario del Santo Biagio, eletto patrono della città:
tale evento è comunemente datato all'anno 732.
Nel 1324,
la parrocchia di San Biagio estendeva la sua giurisdizione sulla parrocchia
della vicina Castrocucco,
e risultava essere l'arcipretura del territorio nei documenti della diocesi
di Cassano[6], a cui le due parrocchie appartenevano dopo essere state
scorporate dalla diocesi
di Policastro.
Nel 1562 fu
interessata da alcuni lavori di restauro ad opera della locale confraternita
di San Biagio. Nello stesso anno, il giorno 4 marzo, il papa
Pio IV concesse un tesoro d'indulgenze alla
chiesa e riconobbe quello che per i cattolici è il miracolo della Santa
Manna. Per quanto riguarda l'architettura, non si conoscono per certo né
l'epoca né le modalità con cui la chiesa primitiva fu ampliata con la
costruzione del corpo che ospita le tre navate, decorate con massicce volte in stile
romanico.
Nel 1618 (secondo
altre fonti nel 1619)
la suddetta confraternita fece costruire una cappella per ospitare l'urna con
le reliquie del santo.

La chiesa,
nello stesso secolo, fu poi seriamente danneggiata da un incendio scaturito da
un fulmine caduto nella notte del 16 ottobre 1624,
che distrusse i documenti storici custoditi nell'archivio parrocchiale. La
cappella con le reliquie fu poi posta sotto la tutela della regia curia dal re Filippo
IV d’Asburgo con lettera reale datata 23 dicembre 1629:
da allora è nota popolarmente con il nome di "Regia Cappella".
Nella prima
metà del XVIII
secolo il parroco Gaetano Ventapane spese molte sue sostanze per
abbellire la chiesa, facendo costruire l'attuale piazzale antistante la
chiesa, sostenuto da poderose sostruzioni a
secco, e realizzando il loggione a tre arcate. Nel 1741 fu
costruito il campanile,
di stile vagamente bizantino.
Nel 1878 la
chiesa fu nuovamente restaurata dal parroco Gennaro Buraglia, che ricoprì la
Regia Cappella di nuovi marmi di Carrara.
Il 10 agosto 1940 il
santuario fu elevato a dignità di basilica pontificia da papa
Pio XII, che fece comunicare la notizia al vescovo di Policastro Federico
Pezzullo, nella cui diocesi Maratea era rientrata dall'anno 1898.
Tra il 1963 e
il 1969 la
chiesa fu oggetto di un massiccio lavoro di restauro, che cancellò le
stratificazioni architettoniche della chiesa, modificandone parzialmente la
struttura interna ed eliminando quasi tutte le opere d'arte presenti. Queste
ultime, insieme con gli altari marmorei, furono ricollocati nella chiesa tra
il 1976 e
il 1982 per
opera del locale centro culturale.
Il 29
giugno 2021 è
stata riaperta al culto dopo alcuni lavori di restauro dell'interno e
dell'esterno della struttura.
La facciata
della chiesa presenta un portico a tre arcate di stile neoclassico, con
quattro colonne che sorreggono un timpano triangolare, in cui trova posto una
nicchia con una piccola statua di San Biagio in marmo bianco.
La navata settentrionale
della chiesa è sorretta da tre massicci contrafforti, mentre quella
meridionale poggia in parte su un costone di roccia.
Al lato
sinistro della struttura si alza il piccolo campanile.
La chiesa è
divisa in quattro ambienti: tre navate e il presbiterio,
grande quasi quanto la navata centrale. La chiesa oggi appare ornata con
arcate in stile romanico, sebbene prima dei lavori del 1963-69 le
volte avevano disegno vario, dal toscano al gotico.
La
chiesa oggi non ospita opere d'arte in quantità copiosa.
L'opera più
antica presente nella chiesa è l'affresco che
rappresenta la Madonna
con il Bambino, comunemente chiamato Madonna del Melograno, datato
al tardo XV
secolo, posto sul primo pilastro a sinistra della navata centrale.
Segue il tabernacolo in
marmo, datato 1519,
donato alla chiesa da Guglielmo Diodato. L'opera rappresenta un'arca, completa
di oranti che contemplano il SS. Sacramento. L'antico fonte battesimale in
pietra, posto tra una navata laterale e quella centrale, è datato al XV-XVI
secolo.
Risalgono al XVIII
secolo gli altari marmorei policromi, il bassorilievo dell'Annunciazione,
che rappresenta la scena canonica con la Madonna e l'arcangelo
Gabriele, e quello della cosiddetta Madonna della Sapienza o Madonna
del Rosario, la cui base è datata 1755. Di pregevole fattura è la
statua della Madonna
delle Grazie, in legno, del XVIII
secolo.
Risalgono al XVIII-XIX
secolo i due bei dipinti di San Biagio in Gloria, che
rappresenta il santo su una nuvola accompagnato da angeli in atto di
proteggere la città vecchia rappresentata come un grande castello,
e quello di San Macario, che rappresenta il santo eremita.
La Regia
Cappella - La cappella fu costruita nel 1618 o 1619.
Fu poi rifabbricata nel 1621 e abbellita con stucchi in oro nel 1687 con
beneplacito vescovile. Venne dichiarata regia cappella nel 1629.
Originariamente
posta sul lato destro della navata centrale, la cappella fu spostata al centro
del presbiterio nel 1940,
e sopraelevata su un piedistallo molto alto. Durante i lavori del 1963-69 fu
prima collocata nella navata sinistra, poi alloggiata nella sistemazione
attuale, cioè fabbricata a terra in fondo al presibiterio.
Fino ai
recenti lavori l'esterno della cappellina era adornato con una cupoletta in
marmo e con piccoli angeli in stucco, oggi scomparsi. Attualmente la cappella
è sormontata da una cupola in stucco bianco. L'interno, oggi coperto da un
fondo di marmo giallo, era ornato di stucchi in oro.
La suddetta
statua, in argento, fu cesellata a partire dal 1699,
con l'artista Parascandolo di Napoli che modellò la testa, per poi essere
completata da Domenico De Blasio nel 1706.
Nel 1873 subì
il furto della croce processionale, fino ad essere strappata per sempre dalla
vista dei fedeli da ignoti ladri la notte del 28 ottobre 1976.
La statua che è oggi conservata nella Regia Cappella è una fedele
copia dell'originale, opera del veneziano Romano
Vio.
Chiesa
Madre di Santa Maria Maggiore
La chiesa
di Santa Maria Maggiore altrimenti detta dell'Assunta è un
edificio di culto sito nel centro
storico di Maratea.
Il caratteristico aspetto della chiesa, che si staglia tra le case nella
parte alta del Borgo marateota,
unito al valore artistico delle sue opere, hanno portato la sopraintendenza
della regione Basilicata a
porla sotto tutela come bene architettonico con decreto
ministeriale datato 7 luglio 1984.
Una
lapide posta all'interno ricorda che la chiesa fu costruita nel 1505 per
opera di tale Mercurio Greco.
Alcuni
lavori di restauro hanno dimostrato che l'attuale chiesa è stata costruita
sui resti, datati al XII-XIV
secolo, di una chiesetta più antica, dedicata anch'essa a Santa
Maria.
La
primitiva chiesa era stata elevata a parrocchia nel 1434, emancipandosi
dalla giurisdizione ecclesiastica di San
Biagio al Castello.
Nel 1585 il
parroco della chiesa fu coinvolto in un complesso contenzioso ecclesiastico
con il prelato della chiesa
dell'Annunziata, che era stato innalzato anch'egli a ruolo di parroco
di una parrocchia separata. Il contenzioso fu risolto nel 1589,
con l'intervento delle autorità vescovili.
Nel XVIII
secolo l'interno della chiesa fu abbellito con stucchi in stile barocco e
ampliato con l'aggiunta del corpo di una torre,
donata dai signori Santoro De Vescis, che attualmente ne costituisce il presbiterio.
La
chiesa fu gravemente danneggiata dai terremoti del 2 gennaio 1831,
che causò il crollo di un muro e del campanile,
poi ricostruito nel 1885,
e da quello del 16
dicembre 1857, che spiombò un muro portante.

La
chiesa romanica non presenta una vera e propria facciata, ma espone un
fianco su una piazzetta triangolare. Questo fianco presenta un portale
barocco, in stucco, e, poco distanti, due angeli oranti in marmo, datati al XVI
secolo.
Il
grande campanile romanico è sorretto da un basamento quadrato, in stile
romanico, su cui si erge la struttura ottagonale che termina con una cupola
cuspidale.
L'interno
della chiesa era anticamente ricoperto di antichi affreschi, di cui sono
state rinvenute delle tracce nei molti lavori di restauro. Oggi la
chiesa si presenta con un rivestimento interno in stucco, decorato in stile
barocco, che ospita molti altari marmorei policromi.
Le
principali opere d'arte conservate nella navata della chiesa sono:
-
l'Immacolata, un pregevole dipinto ad olio su tavola, realizzato dal pittore mesagnese Lucantonio
Paciolla, che rappresenta la Vergine attorniata da uno stuolo d'angeli,
datato 1690;
-
una Trinità, dipinto ad olio firmato da Francesco Oliva nel 1760;
-
l'Adorazione della Natività, opera del primo settecento che
rappresenta due santi non meglio identificabili in adorazione della Sacra
Famiglia;
-
l'Ecce Homo,
statua in legno di importante valore artistico datato al XVIII
secolo.
Nel
presbiterio, oltre alla bella cantoria del coro, in legno intagliato a mano,
terminato da Marco De Sanctis nel 1729;
si trovano diverse suppellettili in marmo bianco, datate al XVI
secolo, che accompagnano una statuina dell'Assunzione
della Vergine, chiamata Madonna degli Angeli, poiché la Vergine
appare attorniata da numerosi angioletti.
Secondo
tradizione popolare, questa statua sarebbe stata portata nella chiesa dalla
più antica chiesa omonima sita al Castello,
demolita poi nelle epoche successive.
Nei
lavori di restauro degli anni
ottanta del XX
secolo hanno portato alla luce i pochi resti rimasti dell'antica
chiesa originaria, che occupava parte del sito dell'attuale navata.
Tra
i ruderi sono state osservate tracce di rozzi affreschi e parte del catino
absidale.
Parte
dei resti della chiesa antica sono visibili attraverso una lastra di vetro
posta nel pavimento della navata.
Chiesa
dell'Annunziata
La chiesa
dell'Annunziata è una delle tre chiese presenti lungo il corso
principale del centro storico.
I primi
documenti che citano la chiesa, sotto forma di cappella,
risalgono al XVI
secolo.
Tra il 1585 e
il 1589 fu
al centro di una disputa ecclesiastica con la chiesa
madre di Santa Maria Maggiore: l'Annunziata era stata elevata a
parrocchia separata dall'altra chiesa, suscitando le ire del parroco del
paese, che riuscì ad ottenere la supremazia della sua parrocchia, delegando
l'Annunziata a vicaria perpetua.
Nel seicento la
primitiva cappella fu elevata a dignità di chiesa, e nel 1690 contava
ben undici altari.

Nel 1748 furono
condotti gli ultimi grandi lavori di ampliamento, e probabilmente
risalgono a quest'epoca gli abbellimenti in stile barocco all'interno.
La chiesa
presenta una facciata monumentale, che insieme alla colonna votiva a San
Biagio, chiude la quinta scenografica del corso del Borgo marateota.
Sopra l'ingresso alloggia un affresco, datato al XVII
secolo, che raffigura la scena dell'Annunciazione.
Ai lati del
possente portale, si trovano due leoni in pietra, datati al XVI
secolo, e che la letteratura storiografica marateota vuole
insistentemente provenienti da una chiesa più antica.
Il
caratteristico campanile, con cupola moresca, è attraversato alla base da
un angiporto.
L'interno
della chiesa, rimaneggiato e restaurato spesse volte fino a pochi anni fa,
appare oggi decorato in stucco secondo le linee dello stile barocco.
Le
principali opere d'arte presenti in chiesa sono:
il dipinto
di Santa Lucia, di ignoto pittore napoletano, donato alla chiesa dalla
famiglia Buono nel 1755;
il Martirio
di san
Lorenzo, pregevole tela del settecento di
autore ignoto, si trova posto a un lato dell'altare maggiore;
l'Annunciazione,
attribuita a Simone da Firenze, pittore toscano operante in Basilicata nel XVI
secolo. L'opera, di eccellente fattura, richiama l'iconografia
dell'opera leonardesca.
Chiesa
dell'Addolorata
La chiesa
dell'Addolorata è una delle tre chiese che si affacciano lungo il
corso principale del centro
storico di Maratea.
Si
distingue per il caratteristico obelisco in pietra, posto davanti ai gradini
d'accesso della chiesa e realizzato nel 1788 da Gerardo Laurelli.
In
un'inscrizione appena leggibile su un gradino sotto il portale si leggono le
cifre 1620,
che è stato interpretato spesso come l'anno di costruzione della chiesa.
In realtà,
recenti ricerche d'archivio hanno dimostrato che la chiesa fu costruita più
tardi nello stesso secolo. Nel 1692 si
costituì a Maratea la confraternita laicale dell'Addolorata, che in un
primo momento aveva sede nella chiesa
di Sant’Anna. In seguito. i confratelli comprarono un locale diruto
e lo trasformarono nell'attuale chiesa, ultimata nel 1693.
Nel XVIII
secolo furono comprati a Napoli i
tre altari di marmo, benedetti poi con licenza del vescovo di Cassano
all'Jonio.
Un primo
lavoro consistente di restauro fu effettuato forse nel 1861,
data che si trova incisa su un altro gradino della scalinata all'ingresso.
L'intervento
più recente si è concluso con la riapertura al culto della chiesa dell'11
luglio 1995,
intervento in cui fu eliminata la ringhiera novecentesca posta
sui gradini per evitare che le bancarelle del vicino mercato sconfinassero
fin sul sagrato della chiesa.
La chiesa
presenta una facciata che non si discosta molto dall'architettura civile,
eccezion fatta per la lunetta che racchiude un affresco del XVII
secolo, opera di autore ignoto che rappresenta l'Addolorata e
il Calvario;
e per una sorta di timpano che racchiude tre campane.
Di fronte
alla chiesa si erge l'obelisco dell'Addolorata, opera del 1788.
L'interno
della chiesa, disegnato secondo l'eleganza dello stile neoclassico e
barocco, presenta un'unica navata con tre altari in marmo, opere del settecento.
L'altare
maggiore della chiesa, in marmi policromi, con paliotto decorato con un
medaglione a volute e croce raggiata; presenta un tabernacolo in
argento, raffigurante la scena della Pietà,
datato 1786.
Oltre alla
statua della Vergine Addolorata, posta sullo stesso altare maggiore, a lato
della ringhiera che delimita il presbiterio si trova una pregevole scultura
del Cristo deposto,
opera firmata da A. Grisolia nel 1846.
Opere
pittoriche importanti sono, sull'altare laterale di destra, l'eccellente
dipinto ad olio del Martirio di San Biagio, opera del XVIII
secolo; e la Pietà, opera del pittore Angelo
Brando, posta sulla volta.
Chiesa
dell'Immacolata
La chiesa
dell'Immacolata è una delle tre chiese che si affacciano sul corso del Borgo di Maratea,
ed è prospiciente alla piazza dove si trova il palazzo della sede
municipale.
Nei lavori
di restauro del 1987,
nella cripta della chiesa è stato ritrovato l'abside di una più antica
chiesa, dedicata a San
Pietro, dove si trova un affresco del XIV-XV
secolo.
La chiesa
attuale fu costruita nel XVIII
secolo, in forma di cappella, sul sito della più antica chiesa
di San Pietro.
Sappiamo
che dal 1688 vi
si costituì la confraternita laicale di San Pietro, poi detta
dell'Immacolata, che è proprietaria dell'edificio. La confraternita era
istituita dal ceto nobile di Maratea,
che riunì in congrega dopo la demolizione del Tocco, ossia il sedile
della nobiltà.
Un atto
notarile datato 15 gennaio 1748,
dimostra che era prevista, in questo periodo, un progetto di ingrandire la
cappella per farla diventare una più grande chiesa. Tale lavoro però
non avvenne.
La chiesa
fu ingrandita solo nel 1824,
quando assunse le attuali dimensioni.
Duramente
colpita da vari terremoti, fu restaurata nel 1923.
La chiesa
presenta una facciata molto semplice, con un rosone in
stucco al centro del timpano. Sul lato sinistro si alza un piccolo campanile,
dalle forme vagamente bizantine.
L'interno
della chiesa è decorato in un elegante stile che richiama vagamente le
forme neoclassiche.
Sul grande
altare maggiore, in marmo policromo, si affacciano la statua
dell'Immacolata, del XVIII
secolo, e due dipinti, della stessa epoca, che raffigurano San
Biagio e San
Pietro.
Altri
edifici religiosi
CHIESA
DI SAN PIETRO - Edificata nel XIV
secolo, si credeva persa fino a quando non è stata ritrovata sotto
la chiesa dell'Immacolata durante
dei lavori di restauro. Vi si trova un interessante affresco dell'Ascensione del XIV-XV
secolo.
CHIESA
DI SANT'ANTONIO ABATE - Viene chiamata anche chiesa dei Cappuccini,
in quanto fa parte di un antico convento dei Cappuccini (abbandonato
nel 1866).
Fu edificata nel 1615,
la chiesa ha tutte le caratteristiche di sobrietà dell'ordine: non ci sono
tracce dei virtuosismi artistici del barocco,
il soffitto è realizzato a botte con crociere riquadrate e le navate sono
separate da archi a tutto sesto.
Ai lati
delle navate sono disposti altari e nicchie vetrate contenenti statue, tra
cui quella in legno di San
Rocco del XIX
secolo. L'altare maggiore, rivestito in marmo nero levigato, è
sovrastato da una tavola in olio del XVII
secolo, raffigurante la Madonna in Gloria, tra Sant'Antonio
Abate e Sant'Antonio
da Padova, ai due lati del dipinto principale ce sono altri,
raffiguranti Santa Rosa e Santa
Chiara (dipinti su tavola), San Francesco, San
Domenico, l'Eterno Padre, Sant'Agostino e San
Michele Arcangelo (dipinti su tela). I dipinti secondari sono
separati da lesene aggettanti, riccamente lavorate in legno.
CAPPELLE
AI CAPPUCCINI - A poca distanza dalla chiesa di Sant'Antonio, si
trovano, una contigua all'altra, le tre cappelle dette ai Cappuccini.
Anticamente erano indicate col nome di Madonna
di Loreto o anche San
Rocco.
Vengono
considerate come un unico luogo di culto. Risalgono al XIV
secolo e contengono, nella cappella di sinistra, un affresco
della Madonna tra San
Biagio e San
Rocco (o San
Vito) e uno di un paggio orante; nella cappella di destra, un
affresco raffigurante la Madonna tra San
Biagio e Santa
Elisabetta d'Ungheria. Del dipinto della cappella centrale è
sopravvissuto solo qualche frammento e non è decifrabile.

CHIESA
DEL CALVARIO - La piccola chiesa, a una navata, risalente al XV
secolo, si trova ai piedi del Borgo, vicino alla piazza
Europa. All'interno un affresco del 1495,
opera di Giovanni
Palombo da Chiaromonte,
in cui cornice sono raffigurati San
Giovanni Battista, la Madonna
col Bambino e San
Cataldo. All'estero della chiesetta si nota un affresco del 1548,
raffigurante la Madonna con Bambino in mezzo ai Santi
Vescovi.
CAPPELLA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE - Piccola cappella sita nella
via omonima. Sopra l'entrata si trova il verso latino Mater Divinae Gratiae
Ora Pronobis inciso su una lastra di marmo. All'interno si trova un
altare in marmo.
CHIESA DI SANT'ANNA - Piccola chiesa sita nel rione Casaletto,
risale al XIV
secolo. Era in origine una piccola cappella, fu restaurata con le
offerte di tutti i cittadini quando andò in rovina. Sulla facciata si trova
un rosone in ferro battuto, ed è sormontata da una piccola guglia in cui
sono poste tre campane in altrettante nicchie. All'interno si trovano una
scultura di San
Gioacchino e la Madonna e una di Sant'Anna e
la Madonna,
ambedue del XIX
secolo e in legno, un olio su tela raffigurante la Trinità e
gli Evangelisti,
opera di Giuseppe
Cicibaro del 1846 e
dipinto simile della Sacra
Famiglia, opera di L. Fiumarelli nel 1862.
EDICOLA DELLA CONA - La piccola costruzione si trova in via
Pendinata e contiene un affresco di Luca da Eboli raffigurante la
Madonna in trono
con Bambino, circondata da due angeli in
adorazione, del XVI
secolo.
CHIESA
DI SAN VITO - Costruita nel X-XI
secolo, è la chiesa più antica del Borgo. Fu restaurata nel 1883.
Ha una sola
navata, in cui si trovano degli antichi sedili lavorati in pietra.
All'interno si trovano un altare maggiore e un presbitero del XVI
secolo, un affresco di San
Rocco, uno di San
Biagio e un altro di San
Vito anch'essi del XVI
secolo. Nel catino absidale si trova invece un affresco della Madonna
in trono con Bambino del XIV
secolo.
CHIESA
DELLA MADONNA DEL ROSARIO - Fu costruita nel 1575 con
il contributo di tutti i cittadini di Maratea,
come ricorda una lapide all'interno. Ubicata nel Largo Monastero, la
chiesa ha un'unica grande navata, finemente lavorata in stile tardo
barocco. Le pareti sono state finemente lavorate in bassorilievo (si
possono contare ben 100 visi di angeli e
altre finezze artistiche) nel XVIII
secolo.
Nella
navata destra della chiesa sono presenti un quadro di San
Francesco del 1670 di Joseph
Trombadore e un olio su tavola della Madonna
dei Misteri del Rosario del XVII
secolo. Sulla navata sinistra invece troviamo una rappresentazione
della Madonna
Addolorata del 1730,
una Madonna
del Soccorso con Santi del XVI
secolo e una statua della Madonna
del Carmine del 1695.
Sul soffitto si trova un affresco di Santa
Caterina di Bologna del 1715,
a opera di Gaetano
Cusati e di Casadoglio.
Sul paliotto dell'altare è raffigurata una Pietà,
l'altare stesso è rivestito di marmo nero decorato con marmi policromi. Il
coro in legno retrostante è del XVII
secolo. Sopra il presbitero, la cupola è affrescata con immagini
degli evangelisti,
opera di Angelo
Galtieri del 1721.
Nella parte
posteriore della chiesa si trovano un organo finemente dipinto del XVII
secolo e le pietre tombali, del XVI
secolo, di alcune nobili famiglie di Maratea.
CAPPELLA
DELLA MADONNA DI LOURDES - Costruita
negli anni '30 del XX
secolo e sita presso il parcheggio San Pio, la piccola
cappella è costituita da un'ampia cupola in cemento retta da quattro
colonne, anch'esse in cemento. Sopra la facciata principale si trova un Ave
Maria scritto a tonde lettere bianche, circondato da sei angioletti scolpiti
in marmo. All'interno si trova una piccola ricostruzione della grotta di Lourdes in
cui troneggiano la statuina della Madonna,
nella classica iconografia, e una di Bernadette.
CAPPELLA DI SAN FRANCESCO DE' POVERELLI - Piccola cappella, sita
nella via omonima nel rione Prazza Inferiore. Sopra l'antichissimo
altare decorato si trova un affresco del XVI-XVII
secolo raffigurante la Madonna
della Mercede tra San
Biagio e San
Francesco. Andata quasi diruta, i lavori di restauro sono iniziati il
30 novembre 2010 e
si sono conclusi nell'ottobre 2013, con la riapertura al culto della
cappella.
CAPPELLA DELLA MADONNA DELLA GRAZIA - Grande cappella sita nel bosco
dei Carpini, a poca distanza dal complesso dei Cappuccini. La
costruzione risale al XVIII
secolo, ed è attualmente in fase di restauro.
Chiesa
di Maria Santissima Immacolata
La chiesa
di Maria Santissima Immacolata è la chiesa patronale di Acquafredda.
Si trova nella piazzetta dedicata a Francesco
Saverio Nitti.
Probabilmente
la struttura originale consisteva in una cappella costruita a metà del XVIII
secolo.
Nel 1833 venne
ampliata in forma di chiesa.
Nel 1910 venne
eretta a vicaria perpetua della parrocchia di Santa Maria Maggiore di Maratea.
Dal 1954 è
sede di parrocchia propria.
Sopra
l'entrata si vede un dipinto su piastrelle della Madonna
Immacolata.
L'unica
navata, decorata in stile romano, è ritmata da archi longitudinali nelle
pareti laterali sormontati da un cornicione decorato. Al centro della volta
si trova un affresco della Madonna
Immacolata, mentre in cima alle colonne del presbitero si
trovano affreschi dei quattro Evangelisti,
opere queste del XIX
secolo. Sulla parete sinistra si trovano una statua della Madonna
Addolorata del XVIII
secolo, un dipinto di San
Biagio e una statuina di Sant'Anna e
la Vergine del XIX
secolo.
Sulla
parete destra della navata, dove sotto l'altare di San Biagio riposano le
spoglie del patriota Costabile
Carducci, si trova una statua della Madonna
del Carmine del 1897;
entrando, a destra, c'è l'altare con la statua di Sant'Antonio
di Padova.
Il grande altare
maggiore, del XVIII-XIX secolo, in marmo bianco misto a marmi
policromi, contiene uno sportello del tabernacolo in oro, sotto l'altare c'è
la fossa comune dei bambini (mentre in sagrestia c'è quella degli adulti).
Sopra l'altare, in una nicchia decorata, si trova una statua della Madonna
Immacolata del XVIII
secolo. Sotto l'altare di San
Giuseppe, invece, sono sepolti i sacerdoti. Degno di nota è anche
l'organo in legno dipinto del XIX
secolo.
Da notare,
entrando a sinistra, il fonte battesimale con una pregevole porticina
dipinta raffigurante il Battesimo
di Gesù.

Chiesa
della Madonna Addolorata
La chiesa,
patronale di Cersuta,
risale al XVIII
secolo. La chiesa attualmente conserva l'aspetto settecentesco, a
navata unica con copertura a tetto. Le pareti sono ritmate da arcate che
fungono da piccole cappelle laterali.
Sulla
parete sinistra si trovano una statua di San
Francesco da Paola, un affresco di San
Biagio del 1862 e
una statua del Sacro
Cuore di Gesù.
Sulla parete destra si trova una statua della Madonna
Addolorata del 1899.
Sul presbitero si trova un altare di maggiore in marmo bianco, datato
di un artistico sportello del tabernacolo. Sopra l'altare si trova un
pregevole affresco di Gesù in Croce,
affiancato dall'Addolorata e
dalla Maddalena,
del XIX
secolo.
Chiesa
della Madonna del Carmine
È la
chiesa patronale di Massa,
fu costruita tra il 1927 e
il 1931.
La facciata, molto semplice, è dominata da un orologio, e sopra di esso si
trovano tre piccole campane.
L'interno
è ritmato da arcate che fungono da piccole cappelle laterali. Sul primo
altare a sinistra si trovano una statuina di Cristo
Redentore e un dipinto di Eugenio
de Mazenod, sul secondo una statua di San Giovanni Bosco e sul terzo
una statua del Sacro
Cuore di Gesù.
Sugli altari della parete destra si trovano, una statua di San
Michele Arcangelo, un dipinto di San
Biagio. Sopra l'altare, in marmo bianco, si trova la nicchia che
contiene una statua della Madonna
del Carmine, affiancata da un altro dipinto di San
Biagio e da un dipinto di San
Domenico.
Cappella
della Madonna del Carmine
È l'antica
cappella patronale di Massa,
e si trova a pochi passi alla chiesa omonima. All'esterno si notano una
finestra circolare sopra l'entrata e una piccola nicchia, sul lato sinistro
dell'entrata, che funge da piccolo campanile.
L'interno,
semplicissimo, è dominato dall'altare in marmo bianco, che ospita uno
sportello del tabernacolo in oro. Sopra l'altare si trova la nicchia che
conteneva la statua del 1932 della Madonna
del Carmine, oggi ospitata nella chiesa parrocchiale.
Colonna
di San Biagio
La
colonna di San Biagio, eretta nel 1758 dalla popolazione di Maratea
La
colonna votiva a San Biagio, posta in fronte alla chiesa
dell'Annunziata nella piazza di Maratea, fu eretta per volere di
popolo il 13 luglio 1758. Essa si compone di tre corpi: una base squadrata,
un'antica colonna di
marmo (che tradizione vuole essere stata ripescata al largo della costa
presso Marina
e la statua del
santo a figura intera. Sulla base si trova l'iscrizione:
D.O.M.
/ DIVO BLASIO MARTYRI INVICTO / MARATHENSIUM CIVITATIS / PATRONO ATQUE
OPITULATORI / PRO MERITIS IN SE OMNI INDULGENTHIA / EXMIAQUE LARGITATE
COLLATIS / ORDO POPULUSQUE
Obelisco
dell'Addolorata
Il
piccolo e semplice monumento, eretto nel 1788 dal cittadino Gerardo Laurelli
a memoria della scomparsa di uno dei suoi figli, si trova di fronte alla chiesa
dell'Addolorata. È composto da una guglia su cui trova posto una
piccola statua della Madonna
Addolorata, raffigurata nella classica iconografia.
Sulla
base si trovano incise le parole:
VIATOR
/ SI QUICQUAM HUMANITUS IN TE EST / SISTE PAULULUM DONEC / DOLOREM MEUM
LUGEAM / NULLUS DOLOR AMARIOR / NAM NULLA PROLES CARIOR / EGO SOLA MAESTAS
CELEBRAVI VIGILIAS
Croce
commemorativa
Il
semplice monumento, in pietra e cemento, fu costruito nel 1941 per
iniziativa del podestà Biagio
Vitolo sulla cima del monte
San Biagio. Nel 1963 la croce fu smontata per far posto al cantiere
del monumento
al Redentore e ricostruita, insieme all'annesso belvedere, su
un'altura nella valle di
Maratea, nei pressi del cimitero centrale.
Palazzi
e residenze nobiliari
VILLA
NITTI - È
una struttura di grande valore storico e architettonico. Fu residenza di Francesco
Saverio Nitti, meridionalista e presidente del consiglio dei
ministri durante il Regno
d'Italia, progettata come rivisitazione neogotica-decò di
una tipica casa rurale da Vincenzo
Rinaldo, architetto veneziano. È situata in posizione
panoramica, presso il litorale della frazione Acquafredda.
PALAZZO
DE LIETO - Donato
alla comunità nel 1734 da Giovanni De Lieto, divenne il primo vero e
proprio ospedale di Maratea. Mantenne questa funzione fino all'inizio del XX
secolo, quando il nosocomio cittadino fu trasferito nell'ex convento di San
Francesco di Paola[50].
Posto sotto la tutela del Ministero
dei beni culturali nel 1979[51],
è stato restaurato e ospita mostre perenni ed eventi museali. La struttura
presenta una terrazza con tre arcate.
PALAZZO
CALDERARO - Si trova nel rione più antico del Borgo di
Maratea, detto Capo Casale. Il palazzo del XVIII
secolo, posto sotto la tutela del Ministero
dei beni culturali nel 1990, presenta una bella loggia con
colonne e un grande portale in
pietra quarzitica. Sulla doppia facciata,
traforata, si innesta un sistema di scale e ponti volanti.
PALAZZO
EREDI PICONI - Sul ciglio del rione Pietra del Pesce, il palazzo si
distingue per la caratteristica loggia a forma di torre,
tradizionalmente identificata come una di quelle presenti nello stemma
comunale. La struttura, di proprietà privata, è stata posta sotto la
tutela del Ministero
dei beni culturali nel 1981, ma non ancora restaurata.
PALAZZO
MARINI-D'ARMENIA - Sito
nel rione Casaletto, ha un portale su cui si trova un bassorilievo
raffigurante un angelo.
Sottoposto alla tutela del Ministero
dei beni culturali nel 1991, ha un caratteristico angiporto che
permette il passaggio sotto un piano.
PALAZZO
PADRONALA LABANCHI - Si
trova in località Secca di Castrocucco.
Fu costruito nel XVI
secolo e, nel 1860, ospitò per una notte Giuseppe
Garibaldi, di passaggio durante la spedizione
dei Mille. L'edificio si distingue per la presenza di due massicce
torri circolari, che rendono l'aspetto di una fortificazione. Il palazzo è
sotto la tutela del Ministero
dei beni culturali dal 1979.
Castello
di Castrocucco
Il castello
di Castrocucco è sospeso su un grande costone di roccia. Nel 2005 è
stato sottoposto a tutela dal Ministero
per i Beni e le Attività Culturali, e tutta l'area circostante è
stata individuata quale Sito
di Interesse Comunitario. Nello stesso
anno è stato reinserito nell'elenco dei monumenti
nazionali italiani, da dove fu eliminato non si sa quando o perché.
Disponiamo
di pochissime fonti circa l'origine del castello. Molto probabilmente venne
costruito nel corso del IX
secolo, in quanto il nome del castello è già presente in una bolla di Alfano
I, vescovo di Salerno,
datata 1079. Altri
storici locali lo vogliono più antico, facendone risalire la costruzione
alla difesa della città di Blanda
Julia. Di certo il plesso è stato un castro bizantino. Quindi
divenne feudo della famiglia Alvernia, di origine normanna. È noto poi che,
tra la fine del XIV e
l'inizio del XV
secolo, il castello venne abbandonato.
In
seguito fu ceduto con l'annesso feudo,
tra il 1470 e
il 1660,
prima ai nobili De Rosa e poi ai nobili Giordano. Durante il XVI
secolo fu ristrutturato e ingrandito e le sue mura furono
modificate per ospitare anche delle bocche da fuoco. Dal 1664 fu
tenuto dai Labanchi, una famiglia di possidenti calabresi che proveniva da Bisignano i
quali amministrarono il castello e il suo territorio fino al XIX
secolo, allorquando la struttura decadde definitivamente a causa
dell'incuria.
Il
castello di Castrocucco fu abbandonato nel XVII
secolo, e pertanto presenta un pessimo stato di conservazione. Sono
comunque ancora ben distinguibili alcuni elementi, come la porta di accesso,
alcuni bastioni posti
agli angoli della struttura e tratti del cinto di mura.
Il
castello fu costruito per proteggersi dalle incursioni saracene che
arrivavano dal mare, quindi la sua posizione è arroccata su una delle
migliori zone di controllo, che rispondevano all'esigenza di difesa dei
castellani e degli agglomerati retrostanti, inclusa la stessa Maratea.

Nei
pressi del castello sorgono le rovine di un antico borgo, sviluppatosi
probabilmente in seguito all'edificazione della struttura medioevale.
Sono
presenti i resti di oltre 20 edifici, di una torre di guardia, delle mura di
cinta e di una chiesa,
che la tradizione popolare di Maratea vuole
fosse dedicata a San
Pietro. All'interno di questa si rilevano cripte e
residui di antiche pitture, ancora parzialmente visibili malgrado la
secolare esposizione alle intemperie.
Dal
2015 sulla cima del castello di Castrocucco è
visibile una bandiera rossa con croce bianca al centro. Il vessillo
richiama le origini medievali dell'antico maniero e pare che sia stato
issato da anonimi per attirare l'attenzione dei cittadini e delle
istituzioni sulle gravi condizioni di conservazione in cui versano ormai la
rocca e l'antico borgo di Castrocucco.
Mura,
torri e porte di Maratea Castello
L'antica
Maratea, posta sulla cima del monte
San Biagio, è soprannominata dai marateoti Castello perché
era un tempo fortificata con mura, bastioni e torri.
Questi
elementi non sono più ben distinguibili nell'ammasso di rovine che
costituisce il sito, ma sono ancora presenti resti di alcune di queste
strutture, di cui fu ordinata la distruzione dopo l'assedio
napoleonico del 1806. Nulla rimane delle due porte d'accesso
alla cittadina, mentre i tratti delle antiche mura sono
ancora esistenti.
Di fronte
alla basilica
di S. Biagio, sono presenti due torri diroccate,
originariamente poste a guardia di una delle due porte. Un'altra struttura
simile si può scorgere nella parte alta dell'antico nucleo urbano, mentre
nei pressi dell'attuale asse viario si vede chiaramente il rudere di una torre quadrangolare
con una grande feritoia sul
lato esterno.
Sulla costa
di Maratea si notano, disposte come fari, sei torri
costiere anti-corsare, risalenti alla fine del XVI
secolo.
TORRE
DEI CRIVI: si trova a nord di Acquafredda,
su un costone di roccia sopra il 221,5 km della SS
18. È in stato di rudere, sebbene ben conservatasi nella sua forma
esterna.
TORRE
DI ACQUAFREDDA: si trova ad Acquafredda,
sul promontorio della Rotondella, presso il 225,5 km della
SS 18. È la torre peggio conservata.
TORRE
APPREZZAMI L'ASINO: si trova a nord della frazione Cersuta,
su un costone di roccia sopra il 229 km della
SS 18. Ha subito un intervento di restauro, e deve il suo nome a un episodio
della tradizione popolare, che racconta di quando, nell'unica e strettissima
strada che passa sotto la torre, due contadini si incrociarono con i loro
asini nel punto dove non c'era lo spazio materiale per far passare tutti e
due gli animali. Non restò altro che apprezzare quale animale
avesse minor valore e, per fare strada libera all'altro, precipitarlo in
mare.
TORRE
SANTAVENERE: giudicata da Giovan
Battista Pacichelli la più bella torre del Regno
di Napoli, si trova nella frazione Fiumicello-Santavenere.
È stata riadattata come abitazione nel XX
secolo, ma questo intervento ne ha modificato radicalmente la
struttura.
TORRE
DI FILOCAIO: era la torre a guardia del porto.
È stata restaurata nel XX
secolo e adattata ad abitazione privata.
TORRE
CAINA: si trova in posizione pittoresca su un grande promontorio
a picco sul mare, presso il 240 km della
SS 18, a sud della frazione Marina.
Grotta
di Marina di Maratea
La
grotta, unica cavità naturale visitabile della Basilicata,
è posta lungo la Strada
statale 18 Tirrena Inferiore, che collega il capoluogo comunale alla
frazione Marina.
La
grotta si è impostata lungo una faglia della
roccia nei calcari della serie carbonatica dei monti Giagola e Gada del
Cretaceo Inferiore.
Il
suo ingresso è posto a 72 metri di quota sul livello del mare. La parte
esplorata della grotta è lunga circa 50 metri.
È ricca di speleotemi
(stalattiti), stalagmiti,
colonne, spaghetti, coralloidi, etc.) e presenta temperatura costante
di circa 19°C.
Fu
scoperta casualmente nel 1929,
durante i lavori di costruzione della strada
statale 18 Tirrena Inferiore da tre minatori. Ne fu
immediatamente riconosciuto il valore e le autorità competenti provvidero
ad allestirla per le visite.
Per
molti anni la visita alla cavità è stata gestita dallo Stato ed
era obbligatorio l'appuntamento per la visita. Solo dopo molto tempo la
gestione della cavità è stata affidata all'Azienda Autonoma
di Soggiorno e Turismo di
Maratea che ne ha pubblicizzato l'esistenza organizzando visite guidate al
suo interno. Ulteriori ristrutturazioni, anche all'impianto di
illuminazione, sono stati eseguiti sempre nel rispetto del microambiente
interno.
Dagli
anni '80 è una grotta turistica.
Per
consentire una facile visita è stata edificata al suo interno una scala che
porta al fondo dell'ipogeo.
Colonne e coltri stalagmitiche fanno da cornice all'unica sala della grotta
delle Meraviglie. L'illuminazione interna è alquanto soffusa per evitare la
formazione di muschi sulle
concrezioni, infatti le luci artificiali vengono spente appena i visitatori
sono fuori.

Siti
archeologici
Maratea
ospita numerosi siti di interesse archeologico.
Il
promontorio detto Capo
la Timpa è stato a lungo oggetto di ricerche archeologiche, che
hanno riportato alla luce un insediamento indigeno in capanne che visse, a
più riprese, dal XV
secolo a.C. fino al III
secolo a.C.. I rinvenimenti del periodo romano si concentrano
principalmente intorno all'isola
di Santo Janni, dove è stato scoperto il più grande giacimento del Mediterraneo di
ancore e anfore di questo periodo. Altro sito dello stesso periodo storico
è quello presso la Secca di Castrocucco, dove è stata rinvenuta una villa
marittima romana. Per la storia medioevale i protagonisti sono il sito
del Castello e il Castello
di Castrocucco, entrambi siti non ancora oggetto di ricerche
sistematiche. Degne di attenzione sono anche le sei torri
costiere presenti sul territorio, di cui tre restaurate.
Tradizioni
e folclore
FESTA
DELLA TRASLAZIONE DELLE RELIQUIE DI SAN BIAGIO - Le manifestazioni più
note e diffuse del folklore di Maratea sono legate alle feste religiose. Su
tutte spicca la festa dell'anniversario della traslazione delle reliquie di
San Biagio, che dura un'intera settimana, dal primo sabato di maggio fino
alla seconda domenica del mese.
Questa
festa, che si affianca quella religiosa del 3 febbraio, ha origini remote, e
vuole celebrare l'arrivo delle reliquie del santo a Maratea, avvenuta,
secondo alcuni, nel mese di maggio del 732. Nel 1695 venne istituito, con il
consenso del vescovo
di Cassano, il protocollo della manifestazione.
Il primo
sabato del mese si tiene la prima processione della statua argentea del
santo, detta San Biagio va per la terra, che si svolge per le strade
del Castello. Dopo alcuni giorni di preghiera, il secondo giovedì del
mese si svolge la seconda processione, detta San Biagio scende dal
Castello, in cui la statua viene trasportata, attraverso un antico sentiero,
dal Castello al Borgo. Questa è una processione davvero
particolare, in quanto il simulacro del santo viene coperto da un panno
rosso fino all'arrivo alla località detta Capo Casale: ciò avviene
poiché l'atto del passaggio della statua tra le due parrocchie di Maratea
è qualcosa di strettamente privato, come stabilito nel 1781 dopo
una lite tra i due parroci, infatti il sacerdote che porta la statua non
indossa né cotta né stola.
A Capo Casale la statua viene spogliata e consegnata alla responsabilità del
sindaco, che qui consegna al santo le chiavi della città, rendendolo
simbolicamente la massima autorità di Maratea. Subito dopo la statua viene
trasportata nella chiesa di Santa Maria Maggiore.
Il secondo
sabato di maggio si tiene la terza processione, in cui il busto argenteo di
San Biagio attraversa in pompa magna le strade del Borgo. Arrivati alla
domenica che segue, si tiene l'ultima processione, detta San Biagio
torna al Castello, in cui la statua, nuovamente coperta dal manto rosso,
ripercorre all'indietro l'antico sentiero per ritornare alla Basilica al Castello,
sua sede abituale. In seguito alla ricollocazione della statua nella
Basilica, avviene saltuariamente il fenomeno della Manna,
certificato già in una bolla papale del 1562.

Pag.
1
Fonte:
|