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Marsico
Nuovo è un bel comune che sorge ai piedi del monte Volturino e incanta il
suo visitatore per la posizione panoramica, aggrappato com’è a una rupe
da cui lo sguardo spazia sull’alta valle dell’Agri, una delle più
pittoresche e affascinanti dell’intera Basilicata.
Raggiungerne
il centro storico medioevale consente di ammirarne le imponenti
architetture, i portali che decorano affascinanti palazzi nobiliari,
vicoletti e gradinate che si rincorrono, antiche chiese davvero
interessanti.
Ritrovamenti
archeologici hanno permesso di attribuire con certezza al territorio una
frequentazione già in epoca preromana, riferibile a popolazioni di Enotri e Lucani,
e un abitato d’altura situato sulla collina della Civita, databile tra
il V e il IV secolo a.C., a cui sono legati altri insediamenti. L’area
cittadina odierna era molto frequentata in antichità. Sebbene in passato
l’erudizione locale abbia ipotizzato che questo sito fosse l’Abellinum
Marsicum menzionata da Plinio, la critica storica moderna ha smentito tale
identificazione: gli Abellinates cognomine Marsi, infatti, appartenevano
alla Regio II (Apulia) e non alla Regio III (Lucania). Il centro della
Civita occupava comunque una posizione strategica, a controllo
dell’imbocco della Val d’Agri e delle direttrici verso il Salernitano
e il Potentino, oltre che lungo la via romana Herculia, di cui il comune
possiede alcuni cippi miliari. Dunque, nonostante il disguido storico,
l’insediamento avrebbe potuto avere una possibile funzione di statio.
Non conosciamo dunque l’antico nome degli insediamenti.

La
fondazione cittadina è stata spesso attribuita anche a una leggenda che,
per sovrapposizione filologica, la riconduce al popolo italico dei Marsi del
Fucino e al rito del Ver Sacrum (la Primavera Sacra).
Secondo questa narrazione, una tribù guidata da un cane consacrato
avrebbe seguito la dorsale appenninica fino in Lucania, fondando la città,
il cui simbolo comunale è oggi un levriero. Tuttavia, non esistono ancora
evidenze archeologiche o documentazione scritta che confermino una
migrazione marsa in quest’area. Tale tesi potrebbe essere, ancora una
volta, frutto di una distorsione storiografica dei secoli XVII e XVIII,
che avrebbe confuso la popolazione pugliese citata da Plinio con
il territorio lucano.
L’assenza
di prove per la tesi “marsa” sposta l’origine del nome verso
spiegazioni linguistiche e geografiche più verosimili. Il termine Marsicum deriverebbe
dal latino maricetum (luogo paludoso o ricco di giunchi)
o dall’osco maris, indicante la presenza d’acqua:
un’etimologia coerente con l’idrografia della Val d’Agri,
storicamente soggetta ad acquitrini. Riguardo alla distinzione tra Marsico
Nuovo e Marsicovetere, l’aggettivo “Nuovo” non indica una diversa
epoca di fondazione, essendo entrambi i siti di origine preromana. Si
tratta piuttosto di una distinzione di epoca medievale, legata al
controllo del territorio tra Longobardi e Bizantini o a uno spostamento
della popolazione verso il sito attuale, più difendibile, a seguito di
calamità naturali o incursioni. Ciò avvalora la tesi, non trascurabile,
dell’origine dal bizantino Martzikon (Μαρτζίκον),
che significa “insediamento fortificato”, riferibile alla distinzione
tra vecchio e nuovo. Ovviamente, ciò apre una porta anche al longobardo marsik,
che significa “luogo paludoso”. Nessuna tesi è ad oggi certa.
Tutto
diventa più chiaro quando si assiste a un probabile declino del centro
lucano della Civita di Marsico, legato alla fondazione della colonia
romana di Grumentum. La ripresa dell’area avvenne successivamente,
quando Grumentum invece decadde, e avvenne la creazione della Via Herculea
tra Venusia e Grumentum. Come se non bastasse, è stato ipotizzato che
Acidios potrebbe essere il vero nome antico della città, in quanto la
città ospita la sorgente del fiume Agri, che deriva a sua volta
dall’osco akiris, che significa “fiume navigabile”.

Con
l’arrivo dei Longobardi e le lotte tra questi, Bizantini e
Saraceni, Marsico ebbe grande importanza strategica. In quest’epoca
nasce una città che, trovandosi sul confine meridionale del principato
longobardo di Salerno, venne elevata dal principe Gisulfo I, intorno al
940, a capoluogo di contea e posta a capo di un vasto territorio, che
comprendeva parte del Cilento e del Vallo di Diano. La città venne
fortificata e registrò una consistente crescita demografica, ottenendo il
titolo di civitas.
Nel
1054 venne trasferita a Marsico la sede episcopale della diocesi di
Grumentum. Con l’avvento dei Normanni venne posta come capoluogo
amministrativo di un territorio che si estendeva ulteriormente su quasi
tutto il Vallo di Diano e il basso Cilento. Roberto il Guiscardo, divenuto
principe di Salerno, l’affidò in feudo a Rinaldo Malaconvenienza,
figlio di Asclettino. Tra il 1146 e il 1150 fu fatto conte di Marsico un Altavilla,
Silvestro, figlio del conte di Ragusa e cugino diretto del re di Sicilia.
Agli Altavilla succedettero i Guarna e, nel XIII secolo, la contea di
Marsico passò ai Sanseverino.
I
conti di Marsico furono quasi tutti gran connestabili[5] e consiglieri
reali, influenzando la politica del regno per tutto il periodo angioino e,
con gli Aragonesi, divennero principi di Salerno.
L’ultimo
conte di Marsico e principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, entrato in
contrasto con il viceré di Napoli, fu esiliato nel 1552 e i suoi feudi
furono messi in vendita. L’Universitas marsicana riuscì a raccogliere
la somma necessaria al riscatto e la città venne perciò ascritta al
regio demanio.
Nel
1638, però, essendo le casse vicereali in dissesto e i cittadini
impossibilitati a reperire le somme necessarie al mantenimento
dell’autonomia amministrativa, la città fu nuovamente messa in vendita
e acquistata dalla famiglia Pignatelli col titolo di principi.
Nel 1647 la città fu interessata dai tumulti popolari collegati ai moti
rivoluzionari di Masaniello. Il principe Francesco Pignatelli fu costretto
alla fuga, mentre una decina di cortigiani venivano trucidati dalla folla
in rivolta. La peste del 1656 dimezzò la popolazione e solo nel XIX
secolo la città poté riacquistare un rilevante peso demografico,
superando i diecimila abitanti a metà secolo.

Nel
febbraio del 1799 anche a Marsico fu innalzato il simbolico “albero
della libertà”. Gli stessi feudatari Diego e Vincenzo Pignatelli e il
vescovo Bernardo Maria Della Torre erano a favore delle idee
rivoluzionarie e la città aderì presto alla Repubblica Partenopea,
diventando un cantone del dipartimento del Bradano, amministrato dal
commissario governativo Nicola Palomba, subendo poi danni dalle bande
sanfediste provenienti dalla Calabria. La città, nel 1820, era già sede
di una “vendita” carbonara, la “Scuola dei costumi”, e
partecipò alle lotte risorgimentali.
Il
1º maggio 1816, una riforma amministrativa del Regno di Napoli portò al
passaggio di Marsico dal Principato Citra, con capoluogo la città di
Salerno, al distretto di Potenza, del quale Marsico divenne immediatamente
capoluogo di circondario. Il comune entrò così a far parte, in età
moderna, della regione amministrativa della Basilicata e della provincia
di Potenza, a fronte di un lungo legame con la città di Salerno che
durava ormai da quasi mille anni, dall’elevazione a contea nel 940.
Il
terremoto del 1857 rase al suolo gran parte di Marsico Nuovo e dei paesi
limitrofi. Qualche anno dopo la città fu interessata da fatti di sangue
che videro protagonisti i capibanda locali Angelantonio Masini e Federico
Aliano, detto “Forgiarello”, di Paterno.
Nel
XX secolo la città si impoverì a seguito delle ondate migratorie seguite
alle due guerre mondiali.

Concattedrale
di San Giorgio Martire
La
diocesi di Marsico è figlia delle incursioni saracene che
distrussero la vicina cattedrale di Grumentum e fu eretta
nell'VIII secolo.
Nel
1818 per impedire questioni di predominanza con la diocesi di Potenza fu
unita aeque principaliter ad essa, ma solo nel 1986 Marsico e
Potenza diventarono parte della stessa diocesi.
L'antica
basilica marsicana era la chiesa di San Michele Arcangelo, ma
probabilmente essa iniziò a presentare problemi di spazio. Nel 1131
Goffredo ed Enrico, rispettivamente conte e vescovo di Marsico decisero di
costruirne una nuova. Questa volta la chiesa doveva essere più ampia, e
per esaltarne la maestosità si decise di costruirla alla sommità del
colle detto "Civita", il più alto.
Una
lapide oggi assente, trascritta nel XVII secolo da Ferdinando Ughelli recitava:
"Al tempo del Vescovo Enrico e del conte Goffredo fu costruito
questo tempio ad onore di Dio e della Beata Vergine Maria e del Beato
Giorgio. L'anno del Signore 1131."
Dunque
l'edificio venne dedicato alla Beata Vergine Maria e a San
Giorgio Martire, primo patrono di Marsico. Era diviso in tre navate con il
frontespizio coperto da piccoli marmi quadrati. Nel 1293 si costruì un
campanile grazie al conte di Marsico Tommaso di Sanseverino e del settimo
vescovo Giovanni Vetere da Salerno, a testimoniare questo avvenimento vi
è un'altra iscrizione alla base della torre a cuspide, che
attribuisce l'opera a Maestro Silvestro.
Nel
1525 il vescovo Ottaviano Caracciolo commissionò il restauro del celebre
Sepolcro dei Vescovi, nel quale anch'egli venne sepolto. Il vescovo
Parisi, suo successore, ordinò la realizzazione di una cattedra in pietra
nel 1612, e tra il 1614 e il 1648, anni in cui si succedettero i vescovi
Caselli e Ciantes, vennero commissionati numerosi lavori di restauro
relativi alla chiesa e al palazzo vescovile, in particolare Giuseppe
Ciantes eseguì ampliamenti della sacrestia e del coro, e
durante il suo periodo d'amministrazione la chiesa venne decorata con
varie opere d'arte.
Nel
1673 Marsico mostrava le gravi ferite causate da un terremoto e dalla carestia.
I
lavori di ristrutturazione del centro liturgico diocesano durarono fino al
1707. Ma già nel 1703 dall'esterno si osservava un maestoso campanile che
appariva come la solita torre a cuspide tripartita che si vede nella nuova
concattedrale, ma con un piano in più. Era già visibile anche la cupola
che sormontava le volte della navata e del transetto.
Nel
XVIII secolo seguirono altri restauri anche ad opera del celebre vescovo Bernardo
della Torre, che vi accolse le reliquie del compatrono Sant'Augustale
martire provenienti dalla catacomba di San Lorenzo, qui si svolse la
cerimonia in cui ne donò una parte al vescovo di Sarno.
Nuovamente
distrutta nel 1809 in seguito a un incendio, andarono perse molte opere,
tra le quali: reliquie, arredi e il coro di noce intarsiato. Riedificata
per ordine del vescovo Ignazio Marolda assieme al palazzo
vescovile, i lavori durarono fino al 1827, quando nel duomo vennero
collocate, assieme ad un pregevole organo, le spoglie di san
Gianuario, grande patrono e protettore di Marsico Nuovo, oggi patrono
principale dell'arcidiocesi, il corpo del santo, rinvenuto nella chiesa di
Santo Stefano (attuale San Gianuario) distrutta dal sisma, venne
trasportato in concattedrale, con esso si attuò la traslazione in
concattedrale della statua dell'artista Giacomo Colombo, la quale
oggi mostra i tratti originali della realizzazione avvenuta nel 1714.
"Incendiato
da mani sacrileghe nell'anno 1809 il vescovo di Marsico Pietro Ignazio
Marolda...lo consacrò l''11 agosto 1833 con rito solenne e stabilì che
la IV domenica di luglio se ne celebrasse l'anniversario e concesse ai
visitatori 40 giorni di vera indulgenza in perpetuo"
La
chiesa subì nel 1857 gli effetti di un nuovo evento nefasto, il terremoto
della Basilicata con epicentro nella vicina Montemurro.
Dal
1875 al 1899 iniziarono ancora una volta i lavori di riedificazione.
Il
nuovo vescovo Durante, il 27 agosto 1899, con una cerimonia di dedicazione
attribuì alla concattedrale il titolo di "San Gianuario vescovo e
martire".
La
nuova concattedrale ha una sola navata e abside a
parete curva, due cappelle laterali e una cupola su tamburo. La
facciata sormontata da un timpano, presenta due finestre laterali e
una nicchia centrale, che ospita la statua della Madonna. Sul lato
sinistro si trova l'antico campanile a cuspide.
Con
il terremoto del 1980 sono crollati: la cupola, il tamburo, il presbiterio e
l'abside. E l'ennesimo restauro è ancora in corso.
Il
giorno del terremoto quando l'edificio crollò, il parroco arciprete
Gerardo Marsico, fortuitamente non vi celebrò la messa prevista. Di
conseguenza quando la terra cominciò a tremare la chiesa era vuota, il
merito di tale prodigio è attribuito al protettore san Gianuario, la
cui statua del santo rimase intatta sotto le macerie.
Alcuni
candelabri in bronzo anticamente donati dalla famiglia Sanseverino furono
poi trasferiti dalla Certosa di Padula; su di essi vi erano immagini
di San Lorenzo e San Giovanni, la statua della Madonna della Speranza che
pianse lacrime di sangue, il quadro dell'ultima cena, il pulpito, i quadri
dell'estasi di Santo Stefano e di Santa Caterina, alcuni quadri con motivi
francescani e il crocefisso con angeli adorato dalla Madonna Addolorata e
da santi.
In
chiesa è anche una tela di Nicola Peccheneda raffigurante l'Estasi
di San Gaetano datata 1760.
Alcune
di queste e molte altre opere sono conservate nella chiesa di San Michele
Arcangelo (museo diocesano).
Chiesa
di San Michele Arcangelo (museo diocesano)
La
chiesa longobarda è costruita a ridosso della cinta muraria
ormai inglobata nei fabbricati del centro storico, ne sono testimoni i
contrafforti e l’adiacente porta d’accesso alla cittadella (porta
della luna).
Il
mancato possesso di prove riguardo all’anno esatto di fondazione, è
stato un ostacolo sorpassabile che grazie alle indagini storiche che hanno
permesso di individuare l’VIII secolo come periodo di diffusione
del culto micaelico tra i longobardi e la contea di
Marsico. Prove ulteriori affermano che la chiesa fungesse da cattedrale già
da due secoli prima dell’erezione del duomo dedicato a San Giorgio nel
1131.
La
chiesa possedeva un ingresso opposto rispetto all’attuale, testimone di
tale trasformazione sono gli affreschi prima presenti alle spalle
dell’altare e oggi sormontanti l’entrata, a testimonianza della
pre-esistenza di un’abside tipicamente medievale in quel punto esatto.
L’unicità
in Val d’agri è la presenza dell’unico manufatto gotico, infatti
il portale realizzato in questo stile da Melchiorre da Montalbano, del
XIII° sec. È stato dichiarato monumento nazionale.
All’interno
si conservano numerose opere in quanto dichiarato Museo Diocesano di arte
sacra. Restano dell’arredamento originale il fonte battesimale in
pietra ed un dipinto su legno settecentesco raffigurante la cacciata degli
angeli ribelli.
Nel medesimo museo, tuttora aperto comunque al culto
religioso, è visibile l'affresco de L'ultima cena attribuito
a Girolamo Todisco, fratello o figlio del più noto Giovanni.
Chiesa
di San Gianuario (ex badia di Santo Stefano Protomartire)
Sul
colle cosiddetto della Civita, si trova la chiesa dedicata a San
Gianuario vescovo e martire, l'edificio ha sostituito l'antica badia dedicata
a Santo Stefano, la quale era stata edificata a sua volta sulle
antiche rovine di un tempio dedicato al dio Serapide. Non vi è prova
della data esatta della costruzione dell'edificio religioso, ma alla
traslazione del corpo del santo, avvenuta nell'anno 853 l'abate dell'epoca
ne constatava il possesso in uno scritto che riportava notizie sul fatto
che ad accogliere le spoglie del santo sarebbe stata la chiesa della
badia. Da ciò si può desumere che l'edificio esisteva già nel IX
secolo; sebbene vi siano state rinvenute sepolture del VI secolo, ciò
attesta solamente l'antica sacralità del luogo.
Per
la tradizione infatti, una donna del posto sognò il luogo di sepoltura di
San Gianuario, giustiziato sul vicino monte Arioso in epoca romana, si
decise quindi di affidare a un carro che trasportava il corpo del santo a
due buoi, lasciandoli liberi di muoversi. Gli animali si diressero verso
Marsico e si fermarono davanti alla Badia di Santo Stefano (l'attuale
chiesa di San Gianuario).
Secondo
le memorie di alcune famiglie nobili, il conte di Marsico:
Osmondo Missaniello ne finanziò la ricostruzione nel 1071, poiché la
badia cadde diruta, in un'iscrizione del campanile è evidente che tale
opera fu portata a termine dal successore Rinaldo di Malconvenienza, dalla
famiglia di questi l'abbazia ebbe molti doni, fra cui possedimenti
terrieri, e due chiese di cui una a Calvello.
Restaurata
nel 1172 secondo versi leonini su lapide citati, ma non più ritrovati,
con marmi e sculture, i principi normanni dedicarono molta cura
all'edificio, arricchendolo di opere. Le donazioni aumentarono
ulteriormente, vista anche la fortuna dell'edificio nell'ospitare reliquie
ed essere ente autonomo in quanto abbazia. A sottolineare ciò vi è la
donazione da parte della famiglia Guarna, che prese il governo della
cittadina in seguito ai Normanni, la donazione nel 1201 dei territori
boschivi di due monti posti ai piedi dell'Appennino nella località Pietra
Rubea (oggi Pietra Roggia). Alla soppressione nel XV secolo le
cospicue rendite si trasferirono persino alla Cappella Sistina in
Roma.
Nel
1502 Gonzalo Fernández de Córdoba incendiò Marsico e i suoi
soldati rubarono una gamba di san Gianuario. Rientrati in Spagna lo
portarono nella città di Ciudad Rodrigo, dove la reliquia è
venerata.
L'amministrazione
di essa terminò con l'abate Pietro Francesco Giusto, che secondo
l'iscrizione ancora visibile sulla destra del portale, aveva influenza
persino sul Re Filippo II e sul pontefice Gregorio XIV (è
infatti riportata la dicitura "ambor[um] familiaris" interpretata
come sottolineatura dell'intimità dell'abate con entrambi), egli effettuò
l'ultimo restauro nel 1591. Alla soppressione l'urna del corpo del Santo
rimase in una cappella, l'amministrazione passò a chierici con il titolo
abbaziale, i cosiddetti abati secolari.
Nel
1593 il papa Clemente VIII ordinò al cardinale Montalto di scrivere al
vescovo di Capaccio, informandolo che all'interno della chiesa vi erano
stati miracoli operati da una statua della Madonna della Speranza, che
avrebbe pianto sangue. "illumina ciechi, sana storpi, libera
agonizzanti in tempo di morte". Lo scomodarsi del pontefice
portò la popolazione a effettuare varie processioni e a celebrarne la
festività il 5 agosto. Questa lettera riporta chiaramente la dicitura
"Chiesa di San Gianuario", non più "badia di Santo
Stefano". Nel secolo successivo l'edificio attestò la sua importanza
come chiesa, anche a causa del cedimento dell'edificio monacale, fino al
1826, quando a Febbraio un crollo gravissimo provocò l'evacuazione dei
reperti a causa di un sisma, compreso il corpo del santo, la quale avvenne
solo l'anno successivo grazie alla cura del vescovo Marolda, il 31
gennaio. Questo è noto grazie a una bolla rinvenuta nell'urna nell'anno
1950.
I
lavori di ricostruzione intrapresi dal vescovo Ignazio Marolda in tutta la
Civita, terminarono tutti in un ventennio. Oggi la chiesa è posta in
fondo a un ampio sagrato, Al suo interno sono presenti quattro colonne
serapidee che introducono all'aula liturgica, molte colonne sono state
rinvenute nel versante ove sono finiti i detriti del crollo, e fanno
ipotizzare la presenza di un colonnato nelle strutture antecedenti, a tre
navate, a croce latina.
Oltre
all'urna del santo e al gioco di buoi che lo portò, leggendariamente in
tale luogo, si trovano tele del XVII e XVIII degli artisti Simonelli,
Mangieri e Peccheneda, raffiguranti: una Madonna col Bambino
e santi (del Peccheneda). databile al 1760, una Ultima
cena, una Santa Caterina e un Santo Stefano.
Era nella chiesa anche una pala raffigurante la Crocifissione,
ora in San Michele, purtroppo in stato di degrado. Nel portale sormontato
da capitelli corinzi decorati con bassorilievi raffiguranti
animali, sono scolpite immagini di vescovi e abati medievali.
L’opera
attribuita alla scuola di mastro Melchiorre da Montalbano è stata
dichiarata monumento nazionale. La statua di San Gianuario del 1714 è
anch'essa qui custodita. Dal 1999 il portale della chiesa è impreziosita
da una porta bronzea realizzata dall'artista Antonio Masini.
Chiesa
di Santa Maria di Costantinopoli o "del Ponte"
È
dimostrabile a oggi la costruzione dell'edificio in funzione di un'edicola
votiva posta sulla via Herculea, come dimostrato da scavi nelle
vicinanze, un'iscrizione recita Hoc fundatis Civitas Marsicensis
Templum Erexit A.D. 1593. Altra caratteristica è l'adiacenza al
fiume agri, dove si trovava il ponte causa del toponimo popolare. L'antica
edicola, inglobata nella chiesa è in gran parte sfregiata dalle
intemperie, ma è sostituita da una pregevole statua lignea, raffigurante
il salvataggio per intercessione di Maria della città di Costantinopoli.
Il tipo iconografico di Santa Maria di Costantinopoli, infatti, ritrae
generalmente la città turrita, case o mura in preda a un imponente
incendio, altri ne interpretano l'assedio dei Saraceni. Tuttavia le lotte
iconoclaste giunte a Costantinopoli non permettono una chiara lettura
delle origini del culto.
La
spiegazione leggendaria che motiva l'erezione del santuario, fu la vicenda
di un cieco, che pregava di riabbracciare il figlio partito anni addietro.
Paragonando i propri dolori a quelli della crocifissione del Cristo
dinanzi agli occhi di Maria, chiese la grazia ed ebbe poco dopo,
l'annuncio in sogno della Madonna che chiedeva all'orbo di recarsi presso
un muro diruto al ponte del fiume Agri, dove la sua immagine era
rappresentata in mezzo ai rovi. Fattosi guidare, l'uomo si mise a
brancolare tra le spine. Tradizione vuole che egli riacquistò la vista ed
ebbe da lì a poco, l'incontro col figlio tornato da combattimenti in
terra straniera. Una donna di Moliterno, anch'essa cieca affermò di
averla recuperata per miracolo.
Al di là dell'aspetto leggendario, l'Universitas Marsicensis, stanziò 13 000 ducati
che ne videro la fondazione nel 1593. il tempio a navata unica, ha la
caratteristica di conservare un pregevolissimo altare a baldacchino in
pietra locale, con la volta affrescata nello stile del XVII secolo e un
affresco raffigurante l’Incoronazione della Vergine, tra Angeli e Santi,
illuminata dallo Spirito Santo, con i 4 evangelisti agli angoli. Al di
sotto di questo l'edicola miracolosa, leggermente inclinata secondo il
verso della strada presso la quale era posta. La divisione dell'aula tra
l'assemblea e il presbiterio, è operata in senso trasversale da un arco
squadrato, con chiave una pietra con foglie di acanto e mascherone
rappresentante sole e luna, col levriero, simbolo di Marsico, visibile
anche alla base dell'ambone. Esternamente è da notare il portale in
pietra decorata.
Vuote
sono le nove arcate laterali per altari e edicole, a parte qualche stucco
che ha resistito alle intemperie e alle frequenti alluvioni del vicino
fiume, nonché alla mancanza di sensibilità che portò alcuni negli anni
'50 ad adibirla a rifugio per animali.
Esternamente
infatti, la chiesa appare leggermente interrata, effetto di fenomeni
alluvionali. a dare luce all'interno sono 8 finestre laterale e un
finestrone di facciata. Ha una porta laterale con iscrizione del XVI
secolo che invita a entrare con decoro nel tempio di Maria (Purissimae
Virginis Templum Caste Ingredi Memento).
Altri
edifici di culto di valore storico
CHIESA
PARROCCHIALE DI SAN MARCO - Nelle vicinanze di Piazza Umberto I,
risale al 1270, citata come chiesa "fuori le mura", poiché
fuori dalla Civitas, quindi detta "Ecclesia extra
moenia", in un atto del parroco che fece fondere una campana
poiché rotta. Contiene un fonte battesimale in pietra e un manufatto
bronzeo di una croce greca, oltre a recenti affreschi e una cappella
laterale dedicata alla Madonna del Rosario.
CHIESA
DI SAN ROCCO - Di costruzione pressoché moderna (XVIII secolo), è
posta nella via dove era il lazzaretto degli appestati, oggi sotto il
municipio. Contiene la tela raffigurante le nozze mistiche di Santa
Caterina, e arredi provenienti dalla Chiesa distrutta dedicata alla Santa,
che era poco distante.
CHIESA
DI SANTO SPIRITO - Sotto il Municipio già palazzo dei Prìncipi Pignatelli,
contiene un pregevole polittico di scuola napoletana con la Madonna col
bambino in trono. incorniciata da due cherubini. Nei pannelli laterali
sono raffigurati santi a cui era devoto il priore di Santo Spirito:
Antonio Vespulo, contiene alla base lo stemma di Marzio dei Marzii Medici,
vescovo dell'epoca. Oggi è cappella privata.
CHIESA
DI SANT'ANTONIO ABATE - Adiacente al municipio, era probabile
pertinenza di una canonica, versa in stato di degrado.
Aree
religiose di valore archeologico
CAPPELLA
DELL'ANNUNZIATA- Costruita in contiguità con la sagrestia della
Concattedrale, ospita oggi un'ex casa canonica posta sui contrafforti dell'edificio.
CHIESA
DI SANTA CATERINA - Esistente già nel 1400 ospitava le reliquie dei
Santi: Clemente, Felice e Chiara, è stata la parrocchia con il maggior
numero di fedeli sino al terremoto del 1857, furono incorporate ad essa,
la parrocchia di San Tommaso e quella di San Basile, anch'essa diruta e di rito
bizantino. Nelle fondamenta è stata scoperta una necropoli, in quanto
utilizzata per le sepolture.
CHIESA
DI SAN CRISTOFORO - Presso l'attuale piazza Umberto I. Vi sono stati
scavi comprovanti una sepoltura di età proto-villanoviana proprio dove
oggi è la piazza centrale, la cappella era padronato della nobile
famiglia Miceli, fu convertita dal vescovo Ciantes in Congregazione
dei morti nel '700, per l'esistenza di una confraternita laicale.
Esistono correlazioni tra la figura di San Cristoforo e quella
del traghettatore di anime.
SANTA
MARIA DELLA STELLA E SAN GIOVANNI - Essa sorgeva sulle rovine di un lupercale,
è infatti nota la presenza di un tempio dedicato a Pan nei
pressi della Fontana di San Giovanni, proficua area archeologica, di cui i
reperti sono conservati nell'atrio del municipio e nei vicini musei.
Ex
Monastero di San Tommaso Arcivescovo di Canterbury (Palazzo Manzoni) e
chiesa della Madonna del Carmine
Localizzato
sulla terza collina detta del "Casale", ospitava un convento
benedettino, secondo gli scritti poteva aver ospitato un avamposto
militare. Nel 1179 Guglielmo II di Guarna fondò in tale luogo fondò un
monastero per uomini, direttamente soggetto al Vaticano, purché i monaci
riconoscessero l'autorità episcopale della chiesa marsicense, pagandogli
ogni anno 3 libbre di cera e una d'incenso.
Ciò
che il monastero ne guadagnò fu la giurisdizione di 65 famiglie del rione
casale, avvalendosi dei tributi da essi versati, nonché varie vigne
nell'area sottostante, un mulino sull'Agri e il diritto di taglio e
trasporto di 2 some di legna quotidiane dalle proprietà boschive del
conte. Riporta l'Ughelli che questi privilegi furono confermati dai
successori del conte Guglielmo: Filippo e Giacomo Guarna. All'arrivo dei
Sanseverino, i frati vennero trasferiti a Padula, a Marsico nacque un
convento di monache, l'anno preciso di questo evento è sconosciuto ma
essendo a cavallo tra la giurisdizione di Ruggero Sanseverino e di suo
figlio Tommaso, si ipotizza però che avvenne prima del 1281 perché si ha
notizia dell'acquisto di un terreno da parte di una badessa benedettina,
la venerabile Pacifica, inoltre nel 1285 Ruggero morì.
Il
cambiamento degli occupanti di tale struttura è importante perché nel
1295 la contea di Marsico era nell'epoca di Tommaso, sposato con Teodora
D'Aquino, sorella di San Tommaso d'Aquino dottore della chiesa. La badessa
del convento divenne Agnese D'Aquino, nipote di Teodora.
La
struttura ricevette in questi anni la visita dello stesso San Tommaso, è
riportata la narrazione secondo cui il santo toccò una "croce di
calce", poi gelosamente custodita della quale oggi non si ha notizia.
Negli anni successivi i Sanseverino garantirono privilegi ed eccezionale
protezione al convento. Il quale sino ai primi anni del XIX secolo rimase
attivo.
Ospitò
poi in epoca fascista la scuola elementare Manzoni, ed ospita oggi il
Parco Nazionale dell'Appennino Lucano, Val d'Agri e Lagonegrese.
Presenta
uno spazioso piazzale antistante sul quale affaccia il primo edificio a
due piani che conduce a un cortile sovrastante i giardini, da qui altri
due edifici posti al di sotto della sovrastante chiesa della Madonna del
Carmine, portano attraverso le loro scalinate sulla sommità della collina
del Casale, snodandosi per mura dirute appartenenti all'antico convento e
una spettacolare cisterna per la raccolta di acqua piovana.
La
chiesa della Madonna del Carmine, già eretta a parrocchia, pur essendo
compresa tra le mura conventuali ha un accesso esterno per il popolo, un
ampio sagrato e una semplicissima navata. Non presenta particolari arredi,
esclusi i particolari lapidei esterni, e la statua lignea della Madonna
del Carmelo, festeggiata l'ultima Domenica di Luglio, ritenuta in pectore,
seconda festa patronale.
Monastero
dei Cappuccini
Si
erge nell'omonima frazione Cappuccini, costruito nel 1560 per volere di
fra Tullio da Potenza era fra i primi cinque della Basilicata. Realizzato
in un luogo appartato, lontano dal centro abitato, venne eretto con il
contributo dell'Universitas Marsicensis e del vescovo Marzio de Marzi
Medici. Abbandonato definitivamente nel 1866, è costruito su due piani e
possiede un piccolo cortile interno, possedeva in passato foreste e
modeste coltivazioni. Internamente è visibile qualche sbiadito affresco,
Giambattista Pignatelli II principe di Marsico ne permise un ampliamento,
per l'accoglienza dei novizi, possedeva testi ancora oggi esistenti poiché
traslocati in altri conventi. Soppresso nel 1816 versa in uno stato di
fortissimo degrado, in parte è stato trasformato a causa della
costruzione di un'abitazione a ridosso di esso. La giurisdizione dello
stesso contava su buona parte delle pendici dei Monti della Maddalena.
Monastero
di San Francesco
Il
monastero si trova sulla sommità della Civita, nel punto più in alto in
assoluto del paese, sulle rovine dell'antico castello. La fondazione
avviene infatti nel 1330 da parte di Enrico Sanseverino, pare che la rocca
Sanseverino che sorgeva in questo luogo fu distrutta nel 1142, e i conti
si trasferirono nell'attuale contrada San Giovanni, sulla collina oggi
detta del Castello. molte mura oggi miste ai ruderi del convento, poi
divenuto carcere nel XIX secolo, conservano una smisurata doppiezza dovuta
alla costruzione della fortificazione dei Sanseverino.
L'attività
del convento secondo le ricerche di Luigi Ventre durò "qualche
lustro", sino alle ristrutturazioni del palazzo vescovile di Ignazio
Marolda nel 1809, divenne dimora di vescovi.
Oggi
la chiesa adiacente dedicata a San Francesco, ospitante opere esposte nel
museo diocesano e nella Cattedrale, fra cui l'ultima cena del Todisco, è
sconsacrata e destinata all'oratorio e all'uso ricreativo. Resta lo
straordinario campanile di circa 20 metri, che gode di una posizione senza
ostacoli circostanti, e riportante l'insegna francescana su una lapide.
Monastero
di San Giacomo (oggi cimitero)
Tommaso
III conte di Marsico, fondò questo convento di agostiniani nel 1340.
Tutti i Sanseverino privilegiarono questo convento. Nel 1652 papa
Innocenzo X lo soppresse a causa delle basse rendite, e mons.
Ciantes, vescovo di Marsico chiese di unire quelle poche rendite al
seminario. Purtroppo negli anni successivi la chiesa, costruita con
straordinari materiali cadde nel 1826, oggi è visibile solo una piccola
cappella esterna al cimitero odierno dedicata alla Madonna delle Grazie, a
ricordare il monastero vi è soltanto una croce di pietra.
Rocchetta
Sanseverino
Nel
comune non sono presenti castelli o rocche appartenenti alle famiglie
nobiliari che vi hanno amministrato, infatti il castello Sanseverino,
rocca centrale che ne stabiliva di fatto il ruolo di roccaforte
longobarda, è andato distrutto nel 1142, a questa rocca si sostituì
quella che in numerose fonti è detta la rocchetta, posta su un'altura in
contrada San Giovanni, al di sopra della celebre fontana.
Ferrante
Sanseverino, ultimo conte di Marsico e inquilino della rocchetta volle
tentare la vendita della contea, ricevendo offerte dalle famiglie Caraffa
e Caracciolo, tuttavia nonostante l'acquisto da parte del secondo di
questi, per volere del popolo e per concessione dell'imperatore Carlo V la
cittadina passò al Regio Demanio.
Palazzo
Pignatelli
Nel
1638 Marsico fu concessa ai Pignatelli, si evitarono tuttavia secoli di
baronia. Resta completamente intatto, almeno esternamente il loro palazzo,
sede del municipio e della biblioteca comunale. La costruzione risale al
1670, il pozzo nel cortile, datato 1572, dunque è possibile un
particolare sviluppo legato alla costruzione della dimora dei prìncipi.
Lo stile è semplice e raffinato, tipicamente rinascimentale.
La
facciata presenta un portale in pietra che immette in un arco con volta
presentante lo stemma gentilizio. Si sviluppa internamente un cortile, col
secondo piano ad arcate che ospita alcuni cippi romani. Secondo le notizie
biografiche di Giambattista Pignatelli I, vissuto nel XVIII secolo, vi
dimoravano molti servitori, ed egli, pur seguendo una vita pia e
caritatevole, arricchì il palazzo di opere d'arte. Oggi però l'edificio,
ristrutturato per ospitare gli uffici comunali, non presenta alcuna
traccia di opere d'arte o decorazioni nelle maestose sale interne.
Palazzo
Barrese Li Prati (in seguito Boccia)
Un
palazzo gentilizio noto come Barrese Li Prati (oggi detto Boccia) è
legato inizialmente alla storia dei Pignatelli, una lapide ne spiega
l'antica fondazione, poiché rimanda ad una distruzione del 1142, e alla
riedificazione del palazzo, che verrà ancora più volte modificato,
trovandosi in area sismica, l'antica fondazione non esclude un legame con
gli stessi Sanseverino. Nel 1647, Marsico, insorse contro Francesco
Pignatelli.
Fuggito
il Principe, i rivoltosi entrarono nel suo palazzo, e uccisero 14 sue
guardie, in molti palazzi gentilizi la rivolta portò distruzione, non si
esclude che anche il palazzo Barrese Li-Prati fu preda dei rivoltosi. Il
principe infatti vi abitava per diritto di matrimonio infatti questo
apparteneva alla moglie Lucrezia unica erede della famiglia Li
Prati.
La
stessa fondazione del palazzo Pignatelli dimostra che l'abitato era ormai
arrivato a oltrepassare di gran lunga le mura medievali, il palazzo
Barrese Li Prati ingloba tutt'oggi due torri e un tratto della zona
orientale delle mura medievali. Il nome Barrese si deve invece alla
famiglia che ne prese possesso nel 1657.
I
Barrese, erano una famiglia borghese, principalmente proprietari terrieri,
per cui già molto potenti e ricchi. Ne entrarono in possesso per la
situazione disastrosa delle finanze di Francesco, che costrinse i
Pignatelli a venderlo. La proprietà dell'edificio fu dei Barrese fino al
1871, poi Andrea Barrese lo vendette alla famiglia Boccia.
Nel
1939 la proprietaria dell'edificio Carmela Dattoli, vedova Boccia, ne
affittava una parte alle suore, conservò un totale di 5 stanze provviste
di servizi e cucina fittandone il doppio alle conventuali al piano
superiore, a quello inferiore la vedova boccia possedeva due dispense e
due legnaie, che divise rispettivamente con le suore.
Oggi
infatti, l'imponente edificio, circondato da cinta muraria in parte
preesistente sul lato orientale e con le due torri, conta ancora 25 vani
distribuiti su 2 piani, una stalla, un cortile con pozzo e un ampio
giardino con pini. Tuttavia in seguito al sisma del 1980 urgono interventi
di ristrutturazione, ed è proprietà del comune.
Geografia
antropica
Il
comune di Marsico Nuovo possiede molteplici località e frazioni che
circondano il capoluogo posto nel baricentro del territorio comunale.
PERGOLA
- Avamposto del comune giungendo da nord, sorge sui Monti della
Maddalena a cavallo tra Valle del Melandro e la Val d'Agri, possiede
due uscite sulla SS 598 di Fondovalle dell'Agri, è sede di
aziende e attività commerciali pur rimanendo fortemente un centro a
vocazione agricola. La zona con maggiore densità abitativa, si sviluppa
nei pressi della Chiesa dell'Immacolata; ove il piccolo centro ha la sua
piazza intitolata a Giovanni Paolo II, circondata da attività commerciali
e centri di ritrovo. Compreso nell'alta vallata in cui sorge la frazione,
si trova località San Vito, intorno alla chiesa medievale del Santo.
GALAINO
- Sede del polo industriale polivalente (zona PIP) negli anni 2000 ha
registrato una forte crescita, l'abitato rurale si sviluppa intorno alla
chiesa di San Nicola e nella pianura ai piedi del Monte Ausineta
(1087 m s.l.m.). Nei pressi vi sono il centro sportivo di recente
costruzione e varie attività commerciali, è sede di allevamenti e
aziende agricole.
Località
montane
Essendo
i punti più alti del comune ad altitudine maggiore di 1000 m,
comprende altopiani dell'area appenninica, posti al di sopra del
Monte Lama a nord-est del paese, interessanti per il turismo invernale.
Come località Piana del Lago, che ospita un invaso naturale (1290 m²)
e Fontana delle Brecce, radura celebre nella zona per le scampagnate e la
presenza di alcuni rifugi, oltre che per i pascoli bovini ed equini.
A
più basse altitudini nella stessa area, si trova il Monte Cognone, una
parete naturale che affianca il paese. Nella sponda orientale dell'altura
sorgono Calabritto e Cognone, senz'altro insieme a Camporeale a est sono i
centri rurali posti più in alto, e soggetti a temperature più rigide.
Le
aree montane sono state oggetto di insediamento dell'industria
petrolifera, oltretutto vi sorge il fiume Agri, con un invaso artificiale
per raccogliere acqua utile all'irrigazione. E si sviluppano fino al
confine regionale con la Campania, nei pressi di Padula e Sala
Consilina.
Pianura
marsicana
Il
comune non possiede aree pianeggianti molto estese, il capoluogo sorge tra
le valli formate da Agri e Verzarulo, suo affluente. Entrambe
ospitano insediamenti, nella valle del torrente Verzarulo risalta la
località Fontanelle, poiché oltre al liceo scientifico e all'istituto
comprensivo, vi si trovano la sede locale del CNR e gli impianti
sportivi comunali. La zona è sormontata dall'ex convento dei frati
minori cappuccini, in un terreno demaniale appartenuto al convento, più
distante, oggi si trova il cimitero.
La
valle del fiume Agri inizia a contrada Mastro Vitilli, toponimo dovuto
alla presenza di conciatori di pellame. Vi si trova il santuario di Santa
Maria di Costantinopoli, sede di numerosi pellegrinaggi e miracoli.
Le
due valli si incontrano in località San Giovanni, la parte successiva è
naturalmente quella più fertile, chiamata per l'appunto Cerbaia.

Fonte:
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