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Basilica
Pontificia di Santa Maria del Carmine
La Basilica
Pontificia Minore di Santa Maria del Carmine, ricostruita nella sua forma
attuale nel XIX secolo, racchiude una storia millenaria che affonda le sue
radici nell’epoca romano-imperiale. I materiali lapidei ritrovati
durante i lavori di ricostruzione attestano l’esistenza di un luogo
destinato alle sepolture pagane della gens Villiana e di
altre famiglie ad essa legate. Sopra questo antico sito, nel Medioevo,
sorse un tempio cristiano dedicato inizialmente a San Bartolomeo e poi a
San Leonardo, in concomitanza con lo sviluppo del borgo di Avigliano.
L’edificio,
ampliato nel 1583 per far fronte all’aumento della popolazione, contava
già due altari dedicati alla Madonna, uno dei quali alla Madonna del
Carmine. Nel 1614 fu innalzato l’altare maggiore, restaurato nel 1630
grazie al sindaco Silvestro Bàccaro. Nei decenni successivi furono
aggiunti altri altari, commissionati dalle famiglie nobili locali e dalle
confraternite religiose. Tra gli interventi più significativi del XVII
secolo figurano i restauri del campanile e della chiesa eseguiti dal
maestro Giuseppe Tripàldi nel 1661. Tuttavia, la struttura subì danni a
causa del terremoto del 1694, che fortunatamente risultarono facilmente
riparabili.
Nel
XVIII secolo, la crescente ricchezza del clero portò alla costruzione di
cappelle gentilizie, mentre l’esigenza di ampliare ulteriormente
l’edificio portò nel 1762 alla demolizione di due case della famiglia Còrbo
per spostare il muro a valle. Nonostante i lavori di manutenzione
ordinaria, divenne evidente che solo una totale ricostruzione della chiesa
avrebbe potuto rispondere alle necessità della comunità.
Nel 1780
l’architetto Luigi Macrì progettò una nuova struttura, ma i lavori
iniziarono con grande ritardo, procedendo ben oltre la metà del XIX
secolo.
L’edificio,
ormai in precarie condizioni, fu chiuso nel 1814 dal vescovo di Potenza
Bartolomeo De Cesare, che trasferì temporaneamente le funzioni religiose
nella chiesa del SS. Rosario, poi soppressa nel 1831.
Nel 1848, sotto la
direzione dell’architetto Domenico Berni e dell’ingegnere Giuseppe
D’Errico, i lavori ripresero, includendo la demolizione di alcune case
per creare una piazza antistante.
Nel 1854 furono completati gli esterni,
eccetto il campanile, ultimato solo nel 1896. Gli interni vennero
arricchiti negli anni ’80 del XIX secolo con altari in marmo policromo
lungo le navate laterali e il transetto. La riapertura al culto avvenne
nel 1884 per mano del vescovo Tiberio Durante.
Tra
le opere di maggior pregio spicca il trono marmoreo sull’altare
maggiore, realizzato nel 1950 per accogliere la statua lignea
settecentesca della Madonna del Carmine, opera degli scalpellini
aviglianesi Michelangelo e Andrea Manfredi. La chiesa custodisce due
acquasantiere, una delle quali, del 1936, è un ex voto di Salvatore
Manfredi e figli, oltre a un fonte battesimale settecentesco.
Le
statue lignee, di varie epoche e tecniche, sono collocate in nicchie sopra
gli altari. Nella navata sinistra, troviamo un Cristo deposto del XIX
secolo e una Madonna della Purificazione del XVIII secolo, rimaneggiata
nel 1913. Seguono le statue di San Leonardo e San Vincenzo Ferrer,
entrambe del XVIII secolo, e una Madonna del Rosario con Bambino, datata
alla prima metà del XIX secolo. In un’altra nicchia spicca un
Sant’Antonio Abate del XVII secolo.
Nella
navata destra si trovano statue come San Rocco, la Madonna Addolorata, San
Sebastiano, attribuita a Carmine Lantraceni, e una Madonna con Bambino.
Sulla parete della prima campata, una grande tela del 1727 di Francesco
Giordano raffigura Santa Chiara che mette in fuga i Saraceni. Altre opere
pittoriche ornano la sagrestia, tra cui tele di Gian Lorenzo Cardone,
Nicola Sardiello e Vincenzo Pernice, oltre a quattro busti reliquiari del
tardo Seicento e un crocifisso ligneo del XVIII secolo.
Infine,
il coro ligneo, sebbene coperto da strati di vernice marrone, conserva la
cantoria con pannelli dipinti e un organo di grande pregio, recentemente
restaurato nel 2024, concludendo con eleganza il profilo artistico e
storico della Basilica.
Chiesa
Santa Maria degli Angeli
La chiesa
e il monastero di Santa Maria degli Angeli e dei Riformati è il secondo
più antico monastero della città di Avigliano, costruito nel 1615 dai
frati francescani dell'Ordine dei riformati.
Benché
fin dal 1290 esistesse
ad Avigliano il più antico convento domenicano della Basilicata, l'ordine
religioso che ebbe maggior diffusione in regione fu quello dei francescani, soprattutto
nel XVI e XVII
secolo. I Francescani del tempo si dividevano in conventuali, osservanti,
riformati e cappuccini,
ma in regione non vi erano conventi dedicati alla vita secondo la Regola
dei Riformati. Il primo Capitolo venne tenuto solo nel 1593 sotto
la presidenza di frate Antonio da Gravellona, mandato proprio per
destinare alcuni conventi allo scopo.
Nel
1615 venne resa possibile la costruzione di un convento riservato
ai frati riformati grazie ad una bolla
pontificia. Il
monastero venne eretto di lì a poco a nord dell'abitato.
Vi
sono numerose testimonianze che parlano della vita monastica all'interno
del convento di Avigliano durante il XVII e XVIII
secolo, fino al 1786 quando venne eretta la chiesa annessa al
monastero. Agli inizi del XIX
secolo gli ordini religiosi che disponevano di grandi ricchezze
vennero soppressi per legge; a seguito di ciò, venne sciolto il convento
domenicano di Avigliano, trasformato in real collegio, mentre
il convento francescano venne lasciato stare poiché non aveva
possedimenti: il 17 agosto 1808 venne
infatti redatto un manoscritto recante
l'inventario di tutti i beni del monastero, dal quale si evince che la
vera ricchezza dei frati era data dalla biblioteca.
Nel
1861 il convento venne occupato dalle truppe del Regno
d'Italia, con i frati che ne vengono definitivamente estromessi nel
1866. Monsignor Luigi
Filippi intraprese una disputa col Municipio per
il possesso di circa 600 volumi della biblioteca, cosa che si risolse
grazie all'intervento del Ministero
per l'Istruzione Pubblica a seguito del quale il comune si
impegnava ad aprirla al pubblico. Ciò però non avvenne, e parte di quei
libri sono oggi conservati a Potenza,
altri sono invece stati trafugati nel corso degli anni.
Nel XX
secolo l'edificio del convento venne destinato a diventare un riformatorio
giudiziario. Anche
a causa dell'interruzione dei lavori (iniziati nel 1902)
dovuti alla prima
guerra mondiale, il riformatorio venne inaugurato solamente nel 1935.
Monastero
- Agli
inizi del XIX secolo l'edificio monastico si estendeva su di un'ampia
area, comprendente un chiostro,
una biblioteca, un giardino e circa 25 stanze disposte su due piani. La
facciata con elementi in bugnato è
lunga oltre 50 metri ed è caratterizzata da due portali. Il portale
sinistro, il principale, venne edificato con un arco
a tutto sesto; costruito in bugnato insieme alla finestra soprastante,
con volute, mensole e lesene, è un esempio di quello che è stato
definito barocco
salentino.
Il
portale destro, meno decorato del sinistro, inizialmente venne edificato
sulla sinistra della facciata, all'ingresso del riformatorio giudiziario.
Esso venne spostato insieme alla soprastante finestra in occasione della
trasformazione del monastero: all'ingresso della navata destra
della chiesa.
La
biblioteca era la vera ricchezza del monastero, con centinaia di volumi di
ogni materia ed un gabinetto di fisica con
annessa una collezione di minerali.
In essa trovava spazio anche un pianoforte e
l'opera di Monsignor Luigi Filippi attirò numerosi studiosi, letterati e
poeti.
Oltre
il portale sinistro della facciata si trova il chiostro, un'area quadrata
circondata da un colonnato con archi
a pieno centro. All'interno del chiostro si trova il pozzo, costruito
in stile
rinascimentale, unica costruzione originaria sopravvissuta nei secoli
ai vari rifacimenti del monastero.
Chiesa
- La
facciata, costruita in stile barocco,
si sviluppa su di un piano avanzato rispetto al muro del monastero; essa
è costruita in pietra liscia ed ai lati dei portoni d'accesso presenta
due lati obliqui.
Alcune nicchie probabilmente contenevano statue di
santi, così come molte statue sono ancora visibili ad ornamento di tutta
la facciata: teste di angeli, un busto di angioletto, statue di San
Francesco, Sant'Antonio e Santa
Maria degli Angeli.
L'interno
è suddiviso in due navate, una centrale ed una laterale a destra. La
navata centrale è quella principale: lunga 32 metri e larga 7, ha una
copertura a botte;
la navata laterale, più bassa, è lunga 19 metri e larga 5, è costruita
su di un piano rialzato ed ha una copertura a crociera.
Nella
navata centrale, in cui abbondano decorazioni, statue e stucchi, si trova
anche una pala del 1718 di Filippo Ceppaluni detto Il Muto, allievo di Bernardo
De Dominici e di Luca
Giordano: la pala rappresenta san
Pietro d'Alcantara e san
Pasquale Baylon e si ispira al San Carlo Borromeo e San
Filippo Neri del Giordano, custodito a Napoli nella Chiesa
dei Girolamini. Nella
navata laterale, meno decorata della principale, si trovano un'altra pala
(attribuita a Girolamo
Cenatiempo e rappresentante una Madonna
col Bambino e Santi) ed una monumentale Crocifissione.
Nel presbiterio troviamo
la pala più importante della chiesa, raffigurante la porziuncola ed
attribuita a Girolamo Bresciano (1628). L'abside presenta
4 finestre a ogiva ed è coperto da una volta a botte. Nell'abside si
trova un coro in
legno sovrastato da un organo anch'esso
in legno.
Santuario
della Madonna del Carmine
Il Santuario
della Madonna del Carmine, situato in una splendida posizione panoramica
sulla Montagnola, rappresenta uno dei cuori spirituali di Avigliano e uno
dei culti più sentiti in tutta la Basilicata. La devozione verso la
Madonna del Carmine era già attestata nel XVI secolo, ma fu il terremoto
del 1694 a rafforzare profondamente questo legame. La tradizione racconta
che gli aviglianesi invocarono la protezione della Madonna, e, secondo
documenti storici, la città subì danni minimi rispetto ad altre località.
In segno di ringraziamento, nel 1696 fu costruita una piccola cappella,
inaugurata nello stesso anno, per volontà del Capitolo ricettizio di
Avigliano, che si assunse l’onere della sua cura.
Sempre
nel 1696 venne fondata una confraternita dedicata alla Madonna del
Carmine, che partecipava con devozione alle processioni in suo onore il 16
luglio e la seconda domenica di settembre. Nei secoli successivi, molti
attribuirono alla Vergine miracoli e protezioni, come durante il terremoto
del 16 dicembre 1857, quando la città fu nuovamente risparmiata. Da
allora, ogni anno, la statua della Madonna viene portata in processione
per ricordare questo evento.
Il
santuario, esposto ai rigori degli agenti atmosferici per la sua
posizione, ha subito numerosi interventi di restauro e ampliamento nel
corso della sua storia, soprattutto tra Ottocento e Novecento. Nel 1927 fu
realizzato un paramento esterno in pietre squadrate, provenienti dalle
cave del monte, conservando però i due portali lapidei settecenteschi.
Ornati da pregevoli ante lignee, sono opera dell’intagliatore
aviglianese Vito Salvatore. Accanto all’abside, si staglia un campanile
a vela con un elegante timpano triangolare che ne completa la silhouette.
All’interno,
il santuario mantiene un’atmosfera semplice e raccolta. L’altare
maggiore, realizzato in breccia corallina locale, porta un’iscrizione
che ne attesta la committenza “a devozione” dei fratelli Sabia nel
1869. Nonostante la datazione ottocentesca, l’altare conserva elementi
stilistici settecenteschi, che lo collegano ai due altari laterali
provenienti dalla chiesa del convento di San Giuseppe, demolito nel 1960.
Sul gradino dell’altare di destra si trova un frammento di iscrizione
che, grazie a documenti storici, sappiamo essere opera di Venanzio
Leopardi, su commissione di Teresa Cubelli nel 1762.
Nel
Giubileo del 2000, il santuario è stato oggetto di importanti interventi:
il piazzale antistante, già realizzato negli anni ’70, è stato
ampliato e arricchito con nuove strutture come un ostello e aree
ricettive. Questi lavori hanno reso il santuario non solo un luogo di
culto, ma anche un punto di accoglienza per i fedeli e i visitatori.

Culto
- Il
culto per la Madonna
del Carmine, secondo la tradizione, si diffuse ad Avigliano prima
che in altre zone della Basilicata,
grazie alla devozione dei reduci dalle Crociate,
di ritorno dall'Oriente.
Al
XII secolo risalgono le prime testimonianze della presenza di una capanna
rudimentale nella quale vi era dipinta l'immagine della Madonna, sulla
vetta di una montagna (“montagnola”) di 1228 metri sul livello del
mare.
Nel 1240,
la statua della Madonna scomparve dalla Cappella e fu ritrovata in un
piccolo paesino, Campagna, in provincia di Salerno.
Il popolo di Avigliano pretese
la restituzione, e nonostante tutte le opposizioni, la Madonna fu
riportata nel suo paese di origine. In seguito, la suddetta sparì
nuovamente, per poi essere ritrovata nella stessa località, dove la
statua rimase, costringendo gli Aviglianesi a commissionarne una nuova.
Nel 1694 ci
fu una terribile carestia, seguita da un forte terremoto. Alcuni
aviglianesi che erano in piazza Gianturco giurarono di aver visto il
Castello e il campanile piegarsi come se stessero crollando e poi subito
fermarsi nello stato iniziale, senza alcuna lesione. La popolazione,
allora si rifugiò sulla "montagnola" per quaranta giorni,
durante i quali fece voto che se fossero tornati sani e salvi alle loro
case, avrebbero proclamato la Madonna
del Carmine protettrice di Avigliano,
avrebbero acquistato una statua in legno ed avrebbero costruito una
cappella in quel luogo. Non ci fu alcun decesso tra gli aviglianesi e le
abitazioni non riportarono alcun danno, nonostante la violenza del sisma e
la frequenza delle scosse. Avendo, allora, attribuito il miracolo alla
protezione della Vergine, nel 1696 acquistarono
subito la statua (quella che ancora oggi venerano) presso la scuola d'arte
napoletana del tempo. La statua rappresenta la Madonna in piedi che
sostiene al petto il Bambino, proteso verso di lei quasi a volerla
abbracciare. Venne, inoltre, stabilita la costruzione di una cappella,
sulla montagna, ribattezzata Monte
Carmine, e la celebrazione, ogni 16 luglio, di una festa, in suo
onore, ufficializzata nel 1811.
Nello
stesso anno venne istituita la Confraternita della Madonna
del Carmine, i cui “fratelli” vestivano un saio simile a quello
dei Carmelitani.
Per
il Giubileo
del 2000, il Santuario del Carmine di Avigliano è
stato nell'itinerario “L'Appia Antica, cammino di fede e di cultura”
il quale comprendeva le regioni attraversate dall'Appia,
dal Lazio fino
alla Puglia.
Per ospitare i numerosi pellegrini che potevano arrivare al Santuario
seguendo il percorso, fu realizzato un centro di accoglienza in prossimità
del Santuario del Monte
Carmine e iniziò la causa di elevazione a basilica pontificia
minore della Chiesa
Madre di Avigliano, sotto il titolo di S. Maria del Carmine, terminata
nel 1999.
Festa
- Ogni
anno il giorno della vigilia della festa, presso la Chiesa
Madre, la statua viene vestita con un manto di migliaia di oggetti in
oro e argento, donati dai fedeli nel corso dei secoli. Sul capo della
Vergine e del Bambino viene posta una corona e appeso ad un braccio della
Madonna vi è uno scapolare carmelitano.
Il
16 luglio, la statua viene portata in processione fino alla Chiesa
di Santa Maria degli Angeli. Da qui ha inizio il pellegrinaggio per
raggiungere il Santuario, lungo un rapido sentiero di 6 km. Durante
la processione vengono trasportati i cinti (castelletti di cera) sulle
spalle dei confratelli, insieme ai palii, delle insegne in lino
triangolari con l’immagine della Madonna ricamata in oro. Arrivati al
monte, la processione fa tre giri intorno alla chiesa, al termine dei
quali si celebra la Santa Messa. Infine i credenti restano a consumare il
pranzo all'aperto.
Dopo
due mesi, la seconda domenica di Settembre, la statua, vestita come a
luglio, ritorna in paese con un pellegrinaggio che porta la Vergine alla Basilica
Pontificia Minore di Santa Maria del Carmine di Avigliano dove
rimarrà fino a luglio dell'anno seguente. Inoltre, era usanza che la
notte in cui la Vergine rimaneva sul Monte fosse fatta una veglia di
preghiera fino al mattino. La devozione popolare verso la "Maronn r
lu Mont" è viva in tutti i paesi del circondario, tanto da attirare
in entrambe le festività annuali, migliaia di pellegrini.
Miracoli
- Si
tramandano numerosi miracoli avvenuti negli anni.
Nel
corso del tempo la festa si ampliò ma, a causa dell’eccessivo consumo
di alcool, ci furono numerosi incidenti che portarono alla decisione di
sospendere la tradizione di portare la statua sul monte, celebrando la
festa solo nel centro del paese. Nel 1719,
un forte uragano si abbatté sulla città. Una fanciulla, sorpresa dal
temporale mentre era intenta a lavare i panni nel fiume Braida, stava per
annegare quando la Madonna del Carmine le apparve, la salvò e le disse «Io
sono la Vergine del Carmine, e dite al popolo di Avigliano di
riprendere l'antica costumanza di portare in processione la mia Statua sul Monte
Carmine il 16 luglio di ogni anno, e celebrarvi la festa,
altrimenti mali maggiori vi sovrastano». La sua volontà, fu conosciuta
da tutti gli Aviglianesi che ristabilirono la tradizione, senza più
interromperla.
La
Vergine del Carmine, la sera del 22 luglio 1930, apparve in sonno a una
giovane Aviglianese nell’atto di supplicare Dio per la salvezza del suo
popolo da una terribile sciagura. La giovane si svegliò e corse
dall'arciprete per raccontare di questa apparizione e per chiedere che si
facesse, nella notte, una processione di penitenza verso il Monte. Il
racconto, però, fu ignorato perché ritenuto insensato. La fanciulla,
allora si recò, con altre 200 persone sul Monte
Carmine. Appena giunti sulla vetta ci fu un tremendo sisma, con
epicentro nella zona del Vulture; in tutte le località vicine si
registrarono centinaia di morti, mentre nel territorio aviglianese nessuno
morì.
Il
23 novembre 1980 si
registrò un sisma corrispondente al 9º-10º grado della scala
Mercalli, senza provocare danni nel paese. Dal 16 dicembre, perciò,
gli aviglianesi, volendo esternare la propria riconoscenza alla Vergine
del Carmine per averli protetti nel passato e nel presente, fecero una
processione, riprendendo una tradizione iniziata in seguito ad un altro
terremoto (16 dicembre 1857). Il parroco di Avigliano stabilì che tutti i
mercoledì, dal 16 luglio alla terza domenica di settembre, fossero (e
sono) dedicati al pellegrinaggio sul Monte di fedeli provenienti da
Avigliano e dai paesi limitrofi.
Monumento della Beata Vergine del Carmelo
- Il
Monumento della Beata Vergine del Carmelo, realizzato in marmo, reca
l’effigie della Madonna del Carmine. È stato benedetto il 16 luglio
1996, in occasione del terzo centenario della fondazione del Santuario
della Madonna del Carmine. È collocato dinanzi al Santuario. Il blocco
marmoreo misura m. 0,50x2,30 e pesa 110 quintali. Autore dell’opera è
l'artista Francesco
Viola, nativo di Pignola.
Per
realizzare l'opera, lo scultore richiese come materia prima una pietra
tipica del Monte
Carmine. Le motivazioni sostenute furono due: la prima, di carattere
prettamente tecnico, vedeva l'impiego di questo materiale come il più
idoneo a resistere agli agenti atmosferici, l'altra, di carattere
squisitamente artistico, fu che una semplice pietra, prelevata da quel
sito, sarebbe ritornata, laddove era stata creata, con una nuova veste:
non più un blocco marmoreo, ma "un'opera d'arte designata a
trasmettere alla generazione attuale e futura un messaggio tangibile
d'amore e di devozione alla Madonna".
Si
tratta non di una scultura a tutto tondo, ma ad alto rilievo che si stacca
appunto da un masso informe, nella sinuosità del tratto e nella semplicità
di soluzione. È collocata in una sistemazione architettonica di ampio
respiro, tra un insieme di forme che si svolgono orizzontalmente e
verticalmente: i campi, i parcheggi, le pietre, le gradinate, il sagrato,
l'abside, il campanile, la chiesa, i monti, i boschi, la gente semplice
che lavora e i fedeli che pregano: "un'opera aperta e viva nei
rapporti e nella tensione espressiva".
Cappella
di San Biagio
La
prima notizia che riguarda la cappella risale al 5 marzo 1666,
successivamente dei lavori realizzati nell'anno 1840,
grazie a Giulio
Corbo venne posta la statua raffigurante Santa Filomena.
La
cappella venne poi lasciata al degrado, riedificata nel 1975,
grazie al sacerdote Peppino Stolfi.
Chiesa
di San Vito

La Chiesa
di San Vito, dedicata al santo patrono di Avigliano, si trova fuori dalle
antiche mura del borgo ed è un luogo di grande devozione e interesse
artistico. La sua origine rimane avvolta nel mistero, ma si sa che
esisteva già prima del 1544.
Nel
1768, la chiesa fu oggetto di un restauro voluto dal maestro Paolo Sileo,
sebbene l’entità dei lavori non sia del tutto chiara. Pochi anni dopo,
nel 1780, fu costruita una sagrestia dietro l’altare maggiore, dotata di
un piano superiore destinato all’abate. Proprio nello stesso anno, un
violento temporale sradicò una grande quercia che, insieme a due olmi,
arricchiva l’ambiente naturale intorno all’edificio.
Nel
1894 fu costituita la congregazione di San Vito, e l’anno
successivo il santo fu proclamato compatrono di Avigliano, affiancando la
Madonna del Carmine.
L’edificio,
a navata unica, presenta una facciata rettangolare, addossata nel 1965 a
quella originaria caratterizzata da un timpano triangolare seguente
l’andamento delle due falde di copertura.
L’interno
custodisce straordinarie opere d’arte che testimoniano la ricchezza
artistica della chiesa.
Tra
i dipinti, spiccano la tela di Girolamo Bresciano, realizzata nel 1640,
raffigurante la Madonna di Monserrato con i santi Giuseppe, Lorenzo e
Giacomo Maggiore, e quella di Gian Lorenzo Cardone, datata 1771, che
rappresenta la Madonna con Bambino e i santi Apollonia, Francesco,
Silvestro e Antonio.
Il
capolavoro più significativo è però la grande tela della Vergine con il
Bambino e i santi Vito, Modesto e Crescenza, recentemente attribuita dalla
storica dell’arte Elisa Acanfora al pittore fiammingo Guglielmo
Borremans, attivo in Basilicata agli inizi del XVIII secolo. Questa opera
di grande formato è un esempio straordinario della capacità artistica di
Borremans, famoso per la sua raffinatezza.
Un’altra
tela degna di nota è la Madonna del Carmine, applicata su compensato
e proveniente dalla demolita chiesa di San Giovanni. Si tratta di
un’opera di ambito lucano, risalente al periodo tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Sul
raffinato altare maggiore, spicca un altare retablo settecentesco, che
ospita tre statue lignee: San Vito, San Modesto e Santa Crescenza.
Quest’ultima, datata 1793, porta la firma dello scultore Alessandro
Troisi, originario di Melfi ma di formazione napoletana. Queste statue,
simbolo della devozione popolare, vengono portate in processione ogni anno
il 15 giugno, durante la festività di San Vito, un momento molto sentito
dalla comunità.
La Chiesa
di San Vito non è solo un luogo di culto, ma un vero e proprio
scrigno di arte e storia, che merita di essere scoperto e ammirato per
comprendere appieno la ricchezza culturale di Avigliano.
Chiesa
della Santissima Annunziata

I
lavori per la sua edificazione iniziarono nel 1600,
nel 1808 fu
in possesso del comune che la cedette al Capitolo, venne più volte
restaurata nel XIX
secolo, dove la facciata venne cambiata.
Conta
tre navate, e sulla principale di esse si osserva lo stemma della famiglia Caracciolo,
in porcellana, datato 1584,
l'ambiente è circondato da un ampio cortile. Si ritrovano statue databili
ai secoli XVIII e XIX.
Chiesa
della Santissima Trinità
Edificata
nel 1743 da
Matteo Vaccaro il cui stemma di famiglia ancora si osserva all'interno
della chiesa.
Ex
cappella di San Rocco
Edificata nel 1711,
grazie ai lavori del 1787 e
del 1855 e
quelle del secolo successivo assunse le forme attuali. Inizialmente
chiesa, in seguito divenne un oratorio. È sede dell'Azione
Cattolica parrocchiale.
Chiesa
di Santa Maria de Cornu Bonu
La chiesa
di Santa Maria de Cornu Bonu (conosciuta anche col nome di chiesa
di Santa Maria delle Grazie o più semplicemente chiesa della
Madonna delle Grazie) sorge lungo la strada mulattiera che da Avigliano porta
a Ruoti:
è la più antica Chiesa costruita all'esterno delle mura di Avigliano.
Viene
riportato da alcune fonti storiche che nel 1240 la
Madonna che si trovava all'interno della chiesa non venne trovata al suo
posto, dal che se ne deduce che la costruzione deve esistere da tempi
precedenti quella data. Nel medioevo le
strade di comunicazione commerciali fra
la Basilicata e
la Campania si
snodavano lungo i torrenti montani, prima di giungere nella più ampia valle
del Sele. Si pensa che le carovane portassero verso il salernitano carichi
di grano ed
altri cereali,
pee rincasare con manufatti ed altre mercanzie. Proprio in quella data si
ebbe una disputa fra Avigliano e Campagna,
sul possesso della statua della Madonna che, scomparsa dalla chiesa delle
Grazie, venne ritrovata nella chiesa del comune salernitano.
Dopo
alcune dispute sull'effettivo possesso della statua, questa venne lasciata
a Campagna (dove è venerata come Santa Maria di Avigliano) e
ad Avigliano ne venne costruita una nuova, del tutto simile a quella
precedente ma molto più difficile da rimuovere, in modo da evitare altri
furti. La statua venne poi sostituita nel 1785 poiché
ormai annerita ed irriconoscibile.
Il
16 luglio 1934 la
chiesa bruciò quasi completamente, mentre gli abitanti di Avigliano
assistevano ai fuochi
d'artificio in occasione della festa della Madonna
del Carmine. L'edificio venne in qualche modo ricostruito 4 anni più
tardi.
Chiesa
di Santa Lucia

La Chiesa
di Santa Lucia, risalente alla prima metà del XVI secolo, si trova
appena fuori le mura dell’abitato ed è documentata già nel 1544.
Originariamente dedicata a Sant’Antonio di Vienna, la sua intitolazione
attuale risale al XIX secolo. Nel 1566, sotto la cura della confraternita
di Sant’Antonio, subì importanti interventi di restauro, come
testimonia il portale rinascimentale che ancora oggi introduce all’aula
unica della chiesa. Il portale riporta una dedica e la data dei lavori, un
dettaglio che aggiunge fascino storico a questa struttura.
All’interno
si conserva un autentico tesoro artistico: l’ultimo ciclo di affreschi
del celebre pittore lucano Giovanni Todisco, risalente al 1567. Il catino
absidale accoglie una maestosa raffigurazione dell’Incoronazione della
Vergine da parte della Santissima Trinità, circondata da un coro di
angeli musici. La decorazione dell’emiciclo, suddivisa da colonne lisce
con capitelli corinzi, culmina in una trabeazione decorata con motivi a
meandro, che segna il passaggio al catino superiore. Qui si trovano
formelle che narrano due miracoli di Sant’Antonio di Padova: la
guarigione della gamba di un malato e la predica ai pesci, oltre a un
ritratto del santo stesso, chiaramente identificato da un’iscrizione
alla sua base.
Proseguendo
lungo le pareti, si incontra la figura di San Paolo eremita, anch’essa
accompagnata da un’iscrizione. Di grande interesse sono poi altre
formelle che rappresentano episodi della vita di Sant’Antonio Abate, tra
cui l’incontro con un centauro e quello con San Paolo eremita, scene
ricche di suggestione e misticismo.
Sulla
parete laterale destra spiccano altre scene affrescate, tra cui la
drammatica denuncia di Santa Lucia per la sua fede cristiana e il suo
martirio, descritto con intensità emotiva. Questi affreschi, a lungo
nascosti sotto uno strato di scialbo applicato nel 1856, sono stati
riportati alla luce e restaurati nel 1983, rivelando nuovamente la loro
bellezza originaria.
Tra
le altre opere custodite nella chiesa troviamo due statue: una di Santa
Lucia, databile tra il XVIII e il XIX secolo, e una di Sant’Antonio
Abate del XVI secolo. Vi sono inoltre due tele seicentesche di grande
valore. La prima, firmata da C. Boccardi e datata 1689, e la seconda,
anonima, inserita in una cornice lignea finemente intagliata e
recentemente restaurata. Entrambe le tele hanno subito interventi di
restauro nel corso dei secoli XVIII, XIX e agli inizi del XX.
Negli
ultimi anni, la chiesa è stata oggetto di importanti interventi di
conservazione. Nel 2016 la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e
Paesaggio della Basilicata ha effettuato lavori di manutenzione
straordinaria, mentre nel 2023 è stato portato a termine un restauro
capillare degli affreschi cinquecenteschi, restituendo pienamente alla
comunità un patrimonio di inestimabile valore storico e artistico.
Cappella
del Calvario

La Chiesa
del Calvario, nota anche come Cappella del Calvario è
situata sul punto terminale della collina ai cui piedi sorge il paese.
L'edificazione
della chiesa, un piccolo tempietto votivo, si deve al desiderio di monsignor
Luigi Filippi, arcivescovo di
origini aviglianesi, di riqualificare l'area nord-est di accesso al paese,
nota zona malfamata denominata "ngape a lu 'mbise" (in testa agli impiccati).
La prima proposta di costruzione risale al luglio 1852 a
opera di Fra' Michele di Avigliano,
padre guardiano del Monastero
di Santa Maria degli Angeli, ma i lavori attuativi partirono solo agli
inizi del XX
secolo per concludersi nel 1904 grazie
alla cooperazione di Gianturco Francesco fu Vito e Michele fu Nicola,
ricordati in un'epigrafe interna al tempietto.
La
chiesa si raggiunge seguendo un sentiero particolarmente scosceso che la
mette in contatto con l'ex riformatorio
giudiziario e
al parco del monastero ad esso antistante. Particolarmente isolata, è
meta di pellegrinaggio da
parte della comunità nel periodo di Quaresima per
rendere omaggio alla passione
di Cristo.
Lungo il percorso a tornanti, sono state sistemate le quattordici stazioni
della "Via
Crucis", tutte in marmo, che sostituiscono le precedenti edicole
in legno.
Tra
il 1995 e
il 2000 fu
soggetta ad un restauro radicale che toccò i lavori di
sotto-pavimentazione e il rifacimento della copertura e degli interni
dell'edificio.
L'edificio
consiste in un complesso in muratura a
pianta ottagonale e navata unica,
interamente lavorato in pietra locale a faccia vista. I vari lati sono
contornati a due a due da piccole lesene di ordine
dorico leggermente emergenti, mentre la facciata principale
è caratterizzata da un portale con frontone triangolare
e un reggi-campana, anch'essi in pietra da taglio, sormontati nella parte
superiore da una piccola finestra circolare.
Aggettante
l'ingresso della chiesa si presenta un piccolo piazzale in parte
pavimentato e in parte a verde con la presenza di una fontana e una zona
di sosta.
Al
suo interno, l'unico ambiente, pavimentato in piastrelle di ceramica, vede
sul fondo l'altare
maggiore in marmo policromo secondo l'uso
preconciliare, addobbato da una nicchia contenente
un gruppo
scultoreo in cartapesta dipinta di bottega leccese e raffigurante La
Crocifissione a cui si accompagnano la Madonna
Addolorata, Maria
Maddalena e San
Giovanni Evangelista.
Ai due lati dell'altare altre due nicchie custodiscono dei crocifissi
lignei, un'altra opera in cartapesta raffigurante San
Rocco e
due ulteriori finestre garantiscono l'illuminazione della chiesa, mentre a
ridosso del presbitero è
collocata la mensa d'altare.
Dopo
il secondo
conflitto mondiale, la cappella si è arricchita di un arazzo raffigurante
la Deposizione,
trovato durante le operazioni belliche presso Volgograd e
portato dalla Russia dal tenente
colonnello Luigi Emanuele Gianturco comandante dell'ARMIR.
Oggi il manufatto è esposto presso il Museo
Diocesano di Potenza.
Chiesa
di San Filippo Neri

La Chiesa
di San Filippo Neri è un esempio unico di architettura religiosa
legata al progetto di razionalizzazione agricola voluto dal principe
Filippo Doria negli anni ’20 del Novecento. Realizzata sotto la
supervisione dell’agronomo Luigi Croce, amministratore dell’azienda
Doria di Lagopesole, la chiesa fu dedicata al santo di cui il principe
portava il nome.
L’edificio,
a navata unica e pianta rettangolare, si distingue per la ricchezza delle
decorazioni in pietra calcarea bianca, che spiccano sul rivestimento in
conci di pietra arenaria. Come descritto dallo studioso Lucio Cappiello, i
cordoli alla gronda e sui timpani conferiscono eleganza alla struttura,
coronata da quattro torrini angolari e un’edicola campanaria sul retro.
Gli intagli lapidei, di grande pregio, furono realizzati dallo scalpellino
aviglianese Pietro Manfredi.
All’interno,
la navata è suddivisa da un arco in muratura che separa l’area
presbiteriale dalla zona riservata ai fedeli. Una balaustra in marmo
bianco, posta su un leggero rialzo, segna questa divisione.
Nel
1929, la chiesa fu arricchita dagli affreschi del pittore piemontese Mario
Barberis, che creò un ciclo di decorazioni ispirato all’agricoltura
locale e accompagnato da versi del Cantico delle Creature. Purtroppo, con
la chiusura del convitto e della scuola agraria, la chiesa fu dismessa e
utilizzata come magazzino, danneggiando gravemente le pitture. Ulteriori
guasti furono causati da restauri maldestri nel 1954 e dal terremoto del
1980, che ne decretò la distruzione definitiva.
Nonostante
ciò, alcune opere del Barberis sono sopravvissute: due tele raffiguranti San
Giovanni Battista e San Pietro Apostolo, recentemente
restaurate, e un dipinto del 1927 che mostra l’Apparizione della Vergine
a San Filippo Neri, circondata da bambini, sebbene quest’ultimo sia in
pessimo stato di conservazione. Nel 1958, la chiesa si arricchì di una
statua in cartapesta di San Filippo Neri, utilizzata durante la
processione che si tiene ogni 26 maggio in occasione della festa del
santo.
Il
sisma del 1980 accentuò i danni strutturali, in particolare nell’arco
prospiciente l’area presbiteriale. Grazie a un intervento di
consolidamento e restauro curato dalla Soprintendenza, la chiesa fu
riaperta al pubblico. Tuttavia, infiltrazioni dal tetto resero necessario
un ulteriore intervento nel 2017.
Gli
intonaci interni, ormai compromessi, furono completamente rimossi. Prima
del risanamento, un’indagine grafica e fotografica documentò
accuratamente le decorazioni originali, che furono poi fedelmente
riprodotte dall’artista aviglianese Marcello Samela.
Monasteri
e conventi

MONASTERO
DEI FRATI MINORI RIFORMATI - Edificato grazie all'autorizzazione
pervenuta nel 1615 con una bolla pontificia, venne costruito
presso la collina Impiso. Nel XIX secolo divenne famoso grazie
al lavoro svolto dal monsignor Luigi Filippi.
CONVENTO
DEI PADRI DOMENICANI - Edificato grazie a Zenobia Scaglione vedova di
Giuseppe Caracciolo, signore di Avigliano e Ruoti per
evitare i lunghi spostamenti dei dominicani, nel 1605 iniziarono
i lavori. Restaurato nel 1815 divenne un orfanotrofio
provinciale fino al 1990.
CONVENTO
DELLE MONACHE DI SAN GIUSEPPE
Nato grazie alle richieste del sacerdote don Leonardo Coviello lasciate
tramite testamento, venne completata nel 1704 venne aperto nel mese di
giugno dell'anno 1705. Dal 1920 il numero di suore presenti era
diventato esiguo e si arrivò alla chiusura nel 1926, e abbattuto nel
1966, al suo posto si trova una scuola materna.
Architettura
civili
TORRE
DI TACCONE - Ultima testimonianza della fortificazione che racchiudeva il
primo nucleo abitato, di questa torre del XIV
secolo rimane solo la base, mentre della muraglia,
demolita agli inizi del Novecento,
non resta traccia.
PALAZZO
DORIA - Edificato nel XVII
secolo grazie alla famiglia genovese Doria
Pamphili, duchi di Avigliano.
Inizialmente fu abitazione dei Marchesi Telesca di Gaetano amministratori
dei duchi di Avigliano poi
diventato un magazzino dove veniva conservato il grano che la popolazione
versava al feudatario.
Danneggiato dal terremoto
del 1732 venne poi ristrutturato due anni dopo nel 1734.
Il comune lo acquistò nel 1911 adibendolo
inizialmente a pretura e dopo averlo reso carcere divenne casa di riposo
per anziani. La facciata principale del palazzo è quella originale.
PALAZZO
PALOMBA - A
partire da un nucleo preesistente il palazzo fu edificato sul finire del
milleseicento dal nobiluomo Don Giovanni
Battista Palomba, discendente da un'antica famiglia gentilizia
autoctona del luogo almeno dal 1544. Nel corso dei secoli si sono sempre
imparentati con le famiglie importanti e nobili locali tra cui quella del
latifondista del Marchese Don Francesco Telesca di Gaetano. Nella prima
metà del settecento l'edificio fu portato alle condizioni attuali dal
figlio Don Nicola
Francesco Palomba e dal nipote Don
Giovanni Francesco Palomba, che ne completò la facciata.
Fu
per tutto il XVIII secolo la dimora della ricca famiglia Palomba e fra i
personaggi importanti che vissero nel palazzo si ricordano: il sacerdote
rivoluzionario Don Nicola
Palomba (1746-1799), governatore del Dipartimento
del Bradano decapitato in piazza
del Mercato a Napoli dopo
la caduta della Repubblica
partenopea, il fratello, l'avvocato e patriota Don Giustiniano
Palomba (1751-1800) e il giovane studente Don Francesco
Paolo Palomba (1779-1799), ucciso nei tumulti nati in seguito al
suo intervento a Castel
Sant'Elmo (Napoli) durante l'insurrezione repubblicana del 1799.
Dopo
i Palomba il palazzo passò agli Stolfi ed alla fine dell'Ottocento
l'avvocato Giulio Stolfi, già sindaco di Avigliano, lo donò al comune
che nel 1898 al
suo interno istituii una casa di riposo. Da rilevarsi è la pregevole
presenza della torre con orologio, così come nel passato del giardino
pensile.
PALAZZO
SPONSA - La parte inalterata del palazzo seicentesco si
affaccia su corso Garibaldi e conserva due balconate.
PALAZZO
SALINAS - Conserva la fattura settecentesca, con un portale d'ingresso in bugnato.
La facciata è stata rimaneggiata. Il portale immette in un cortile dove
una scalinata conduce nelle stanze del palazzo.
PALAZZO
MASI Inizialmente edificato nel Seicento venne ampliato nel secolo successivo,
distrutto nel 1760 per
un incendio, dopo due anni venne ristrutturato grazie a Domenico Antonio
Masi.
Parte dei suoi lavori del 1765 sono
andati persi in quelli degli anni
1980, in quell'occasione venne smantellata la cappella gentilizia.
Si
trova vicino al Palazzo Salinas, l'ingresso è costituito da un portale
dove si osserva lo stemma in pietra della famiglia.
PALAZZO
LABELLA - Edificato intorno alla metà del XIX
secolo, venne costruito sopra i primi due livelli osservabili tuttora;
il palazzo venne devastato da un incendio nel 1970 e
poi ristrutturato. Antonio Labella (1872-1944),
poeta e uomo di lettere visse in quel luogo.

PALAZZO
CORBO DI BASSO - Situato nel quartiere "dietro le Rocche", domina la vallata con
una sorta di torrione quadrangolare. Costruito a partire dal XIV secolo,
quando la famiglia arrivò in Avigliano da Sulmona ove apparteneva al
patriziato cittadino, il palazzo subì costanti rimaneggiamenti assumendo
il suo aspetto attuale probabilmente nel XVII secolo.
Conserva un bel
portale in pietra. Ha subito un rifacimento moderno che ne ha
completamente mutato le suddivisioni interne ed è ora adibito a case
popolari.
PALAZZO
CORBO DI SOPRA - Edificato all'inizio del XVIII
secolo dalla famiglia Sarnelli,
venne poi acquistato da Francesco Saverio Corbo intorno alla seconda metà
del Settecento. Del palazzo si racconta anche in occasione delle riunioni
del Comitato di Liberazione dal regime Fascista (settembre 1943).
Il terremoto
dell'Irpinia del 1980 lo rese pericolante, fu demolito e
ricostruito tenendo fede ai disegni iniziali.

PALAZZO
GAGLIARDI - La facciata conserva la fattura settecentesca con
portali in pietra ed un cornicione. L'accesso avviene attraverso un
portale in bugnato,
sormontato dallo stemma della famiglia, che immette in un giardino pensile
chiuso da arcate.
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Fonte:
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