Avigliano
(Potenza)
 
  

Basilica Pontificia di Santa Maria del Carmine

La Basilica Pontificia Minore di Santa Maria del Carmine, ricostruita nella sua forma attuale nel XIX secolo, racchiude una storia millenaria che affonda le sue radici nell’epoca romano-imperiale. I materiali lapidei ritrovati durante i lavori di ricostruzione attestano l’esistenza di un luogo destinato alle sepolture pagane della gens Villiana e di altre famiglie ad essa legate. Sopra questo antico sito, nel Medioevo, sorse un tempio cristiano dedicato inizialmente a San Bartolomeo e poi a San Leonardo, in concomitanza con lo sviluppo del borgo di Avigliano.

L’edificio, ampliato nel 1583 per far fronte all’aumento della popolazione, contava già due altari dedicati alla Madonna, uno dei quali alla Madonna del Carmine. Nel 1614 fu innalzato l’altare maggiore, restaurato nel 1630 grazie al sindaco Silvestro Bàccaro. Nei decenni successivi furono aggiunti altri altari, commissionati dalle famiglie nobili locali e dalle confraternite religiose. Tra gli interventi più significativi del XVII secolo figurano i restauri del campanile e della chiesa eseguiti dal maestro Giuseppe Tripàldi nel 1661. Tuttavia, la struttura subì danni a causa del terremoto del 1694, che fortunatamente risultarono facilmente riparabili.

Nel XVIII secolo, la crescente ricchezza del clero portò alla costruzione di cappelle gentilizie, mentre l’esigenza di ampliare ulteriormente l’edificio portò nel 1762 alla demolizione di due case della famiglia Còrbo per spostare il muro a valle. Nonostante i lavori di manutenzione ordinaria, divenne evidente che solo una totale ricostruzione della chiesa avrebbe potuto rispondere alle necessità della comunità. 

Nel 1780 l’architetto Luigi Macrì progettò una nuova struttura, ma i lavori iniziarono con grande ritardo, procedendo ben oltre la metà del XIX secolo.

L’edificio, ormai in precarie condizioni, fu chiuso nel 1814 dal vescovo di Potenza Bartolomeo De Cesare, che trasferì temporaneamente le funzioni religiose nella chiesa del SS. Rosario, poi soppressa nel 1831. 

Nel 1848, sotto la direzione dell’architetto Domenico Berni e dell’ingegnere Giuseppe D’Errico, i lavori ripresero, includendo la demolizione di alcune case per creare una piazza antistante. 

Nel 1854 furono completati gli esterni, eccetto il campanile, ultimato solo nel 1896. Gli interni vennero arricchiti negli anni ’80 del XIX secolo con altari in marmo policromo lungo le navate laterali e il transetto. La riapertura al culto avvenne nel 1884 per mano del vescovo Tiberio Durante.

Tra le opere di maggior pregio spicca il trono marmoreo sull’altare maggiore, realizzato nel 1950 per accogliere la statua lignea settecentesca della Madonna del Carmine, opera degli scalpellini aviglianesi Michelangelo e Andrea Manfredi. La chiesa custodisce due acquasantiere, una delle quali, del 1936, è un ex voto di Salvatore Manfredi e figli, oltre a un fonte battesimale settecentesco.

Le statue lignee, di varie epoche e tecniche, sono collocate in nicchie sopra gli altari. Nella navata sinistra, troviamo un Cristo deposto del XIX secolo e una Madonna della Purificazione del XVIII secolo, rimaneggiata nel 1913. Seguono le statue di San Leonardo e San Vincenzo Ferrer, entrambe del XVIII secolo, e una Madonna del Rosario con Bambino, datata alla prima metà del XIX secolo. In un’altra nicchia spicca un Sant’Antonio Abate del XVII secolo.

Nella navata destra si trovano statue come San Rocco, la Madonna Addolorata, San Sebastiano, attribuita a Carmine Lantraceni, e una Madonna con Bambino. Sulla parete della prima campata, una grande tela del 1727 di Francesco Giordano raffigura Santa Chiara che mette in fuga i Saraceni. Altre opere pittoriche ornano la sagrestia, tra cui tele di Gian Lorenzo Cardone, Nicola Sardiello e Vincenzo Pernice, oltre a quattro busti reliquiari del tardo Seicento e un crocifisso ligneo del XVIII secolo.

Infine, il coro ligneo, sebbene coperto da strati di vernice marrone, conserva la cantoria con pannelli dipinti e un organo di grande pregio, recentemente restaurato nel 2024, concludendo con eleganza il profilo artistico e storico della Basilica.

Chiesa Santa Maria degli Angeli

La chiesa e il monastero di Santa Maria degli Angeli e dei Riformati è il secondo più antico monastero della città di Avigliano, costruito nel 1615 dai frati francescani dell'Ordine dei riformati.

Benché fin dal 1290 esistesse ad Avigliano il più antico convento domenicano della Basilicata, l'ordine religioso che ebbe maggior diffusione in regione fu quello dei francescani, soprattutto nel XVI e XVII secolo. I Francescani del tempo si dividevano in conventuali, osservanti, riformati e cappuccini, ma in regione non vi erano conventi dedicati alla vita secondo la Regola dei Riformati. Il primo Capitolo venne tenuto solo nel 1593 sotto la presidenza di frate Antonio da Gravellona, mandato proprio per destinare alcuni conventi allo scopo.

Nel 1615 venne resa possibile la costruzione di un convento riservato ai frati riformati grazie ad una bolla pontificia. Il monastero venne eretto di lì a poco a nord dell'abitato.

Vi sono numerose testimonianze che parlano della vita monastica all'interno del convento di Avigliano durante il XVII e XVIII secolo, fino al 1786 quando venne eretta la chiesa annessa al monastero. Agli inizi del XIX secolo gli ordini religiosi che disponevano di grandi ricchezze vennero soppressi per legge; a seguito di ciò, venne sciolto il convento domenicano di Avigliano, trasformato in real collegio, mentre il convento francescano venne lasciato stare poiché non aveva possedimenti: il 17 agosto 1808 venne infatti redatto un manoscritto recante l'inventario di tutti i beni del monastero, dal quale si evince che la vera ricchezza dei frati era data dalla biblioteca.

Nel 1861 il convento venne occupato dalle truppe del Regno d'Italia, con i frati che ne vengono definitivamente estromessi nel 1866. Monsignor Luigi Filippi intraprese una disputa col Municipio per il possesso di circa 600 volumi della biblioteca, cosa che si risolse grazie all'intervento del Ministero per l'Istruzione Pubblica a seguito del quale il comune si impegnava ad aprirla al pubblico. Ciò però non avvenne, e parte di quei libri sono oggi conservati a Potenza, altri sono invece stati trafugati nel corso degli anni.

Nel XX secolo l'edificio del convento venne destinato a diventare un riformatorio giudiziario. Anche a causa dell'interruzione dei lavori (iniziati nel 1902) dovuti alla prima guerra mondiale, il riformatorio venne inaugurato solamente nel 1935.

Monastero - Agli inizi del XIX secolo l'edificio monastico si estendeva su di un'ampia area, comprendente un chiostro, una biblioteca, un giardino e circa 25 stanze disposte su due piani. La facciata con elementi in bugnato è lunga oltre 50 metri ed è caratterizzata da due portali. Il portale sinistro, il principale, venne edificato con un arco a tutto sesto; costruito in bugnato insieme alla finestra soprastante, con volute, mensole e lesene, è un esempio di quello che è stato definito barocco salentino.

Il portale destro, meno decorato del sinistro, inizialmente venne edificato sulla sinistra della facciata, all'ingresso del riformatorio giudiziario. Esso venne spostato insieme alla soprastante finestra in occasione della trasformazione del monastero: all'ingresso della navata destra della chiesa.

La biblioteca era la vera ricchezza del monastero, con centinaia di volumi di ogni materia ed un gabinetto di fisica con annessa una collezione di minerali. In essa trovava spazio anche un pianoforte e l'opera di Monsignor Luigi Filippi attirò numerosi studiosi, letterati e poeti.

ChiesaSantaMariaAngeli_PortalePrincipale.JPG (307279 byte)Oltre il portale sinistro della facciata si trova il chiostro, un'area quadrata circondata da un colonnato con archi a pieno centro. All'interno del chiostro si trova il pozzo, costruito in stile rinascimentale, unica costruzione originaria sopravvissuta nei secoli ai vari rifacimenti del monastero.

Chiesa - La facciata, costruita in stile barocco, si sviluppa su di un piano avanzato rispetto al muro del monastero; essa è costruita in pietra liscia ed ai lati dei portoni d'accesso presenta due lati obliqui. 

ChiesaSantaMariaAngeli_PortaleSX.JPG (265609 byte) Alcune nicchie probabilmente contenevano statue di santi, così come molte statue sono ancora visibili ad ornamento di tutta la facciata: teste di angeli, un busto di angioletto, statue di San Francesco, Sant'Antonio e Santa Maria degli Angeli.

L'interno è suddiviso in due navate, una centrale ed una laterale a destra. La navata centrale è quella principale: lunga 32 metri e larga 7, ha una copertura a botte; la navata laterale, più bassa, è lunga 19 metri e larga 5, è costruita su di un piano rialzato ed ha una copertura a crociera. 

Nella navata centrale, in cui abbondano decorazioni, statue e stucchi, si trova anche una pala del 1718 di Filippo Ceppaluni detto Il Muto, allievo di Bernardo De Dominici e di Luca Giordano: la pala rappresenta san Pietro d'Alcantara e san Pasquale Baylon e si ispira al San Carlo Borromeo e San Filippo Neri del Giordano, custodito a Napoli nella Chiesa dei Girolamini. Nella navata laterale, meno decorata della principale, si trovano un'altra pala (attribuita a Girolamo Cenatiempo e rappresentante una Madonna col Bambino e Santi) ed una monumentale Crocifissione.

Nel presbiterio troviamo la pala più importante della chiesa, raffigurante la porziuncola ed attribuita a Girolamo Bresciano (1628). L'abside presenta 4 finestre a ogiva ed è coperto da una volta a botte. Nell'abside si trova un coro in legno sovrastato da un organo anch'esso in legno.

Santuario della Madonna del Carmine

Il Santuario della Madonna del Carmine, situato in una splendida posizione panoramica sulla Montagnola, rappresenta uno dei cuori spirituali di Avigliano e uno dei culti più sentiti in tutta la Basilicata. La devozione verso la Madonna del Carmine era già attestata nel XVI secolo, ma fu il terremoto del 1694 a rafforzare profondamente questo legame. La tradizione racconta che gli aviglianesi invocarono la protezione della Madonna, e, secondo documenti storici, la città subì danni minimi rispetto ad altre località. In segno di ringraziamento, nel 1696 fu costruita una piccola cappella, inaugurata nello stesso anno, per volontà del Capitolo ricettizio di Avigliano, che si assunse l’onere della sua cura.

Sempre nel 1696 venne fondata una confraternita dedicata alla Madonna del Carmine, che partecipava con devozione alle processioni in suo onore il 16 luglio e la seconda domenica di settembre. Nei secoli successivi, molti attribuirono alla Vergine miracoli e protezioni, come durante il terremoto del 16 dicembre 1857, quando la città fu nuovamente risparmiata. Da allora, ogni anno, la statua della Madonna viene portata in processione per ricordare questo evento.

Il santuario, esposto ai rigori degli agenti atmosferici per la sua posizione, ha subito numerosi interventi di restauro e ampliamento nel corso della sua storia, soprattutto tra Ottocento e Novecento. Nel 1927 fu realizzato un paramento esterno in pietre squadrate, provenienti dalle cave del monte, conservando però i due portali lapidei settecenteschi. Ornati da pregevoli ante lignee, sono opera dell’intagliatore aviglianese Vito Salvatore. Accanto all’abside, si staglia un campanile a vela con un elegante timpano triangolare che ne completa la silhouette.

All’interno, il santuario mantiene un’atmosfera semplice e raccolta. L’altare maggiore, realizzato in breccia corallina locale, porta un’iscrizione che ne attesta la committenza “a devozione” dei fratelli Sabia nel 1869. Nonostante la datazione ottocentesca, l’altare conserva elementi stilistici settecenteschi, che lo collegano ai due altari laterali provenienti dalla chiesa del convento di San Giuseppe, demolito nel 1960. Sul gradino dell’altare di destra si trova un frammento di iscrizione che, grazie a documenti storici, sappiamo essere opera di Venanzio Leopardi, su commissione di Teresa Cubelli nel 1762.

Nel Giubileo del 2000, il santuario è stato oggetto di importanti interventi: il piazzale antistante, già realizzato negli anni ’70, è stato ampliato e arricchito con nuove strutture come un ostello e aree ricettive. Questi lavori hanno reso il santuario non solo un luogo di culto, ma anche un punto di accoglienza per i fedeli e i visitatori.

Culto - Il culto per la Madonna del Carmine, secondo la tradizione, si diffuse ad Avigliano prima che in altre zone della Basilicata, grazie alla devozione dei reduci dalle Crociate, di ritorno dall'Oriente.

Al XII secolo risalgono le prime testimonianze della presenza di una capanna rudimentale nella quale vi era dipinta l'immagine della Madonna, sulla vetta di una montagna (“montagnola”) di 1228 metri sul livello del mare.

Nel 1240, la statua della Madonna scomparve dalla Cappella e fu ritrovata in un piccolo paesino, Campagna, in provincia di Salerno. Il popolo di Avigliano pretese la restituzione, e nonostante tutte le opposizioni, la Madonna fu riportata nel suo paese di origine. In seguito, la suddetta sparì nuovamente, per poi essere ritrovata nella stessa località, dove la statua rimase, costringendo gli Aviglianesi a commissionarne una nuova.

Nel 1694 ci fu una terribile carestia, seguita da un forte terremoto. Alcuni aviglianesi che erano in piazza Gianturco giurarono di aver visto il Castello e il campanile piegarsi come se stessero crollando e poi subito fermarsi nello stato iniziale, senza alcuna lesione. La popolazione, allora si rifugiò sulla "montagnola" per quaranta giorni, durante i quali fece voto che se fossero tornati sani e salvi alle loro case, avrebbero proclamato la Madonna del Carmine protettrice di Avigliano, avrebbero acquistato una statua in legno ed avrebbero costruito una cappella in quel luogo. Non ci fu alcun decesso tra gli aviglianesi e le abitazioni non riportarono alcun danno, nonostante la violenza del sisma e la frequenza delle scosse. Avendo, allora, attribuito il miracolo alla protezione della Vergine, nel 1696 acquistarono subito la statua (quella che ancora oggi venerano) presso la scuola d'arte napoletana del tempo. La statua rappresenta la Madonna in piedi che sostiene al petto il Bambino, proteso verso di lei quasi a volerla abbracciare. Venne, inoltre, stabilita la costruzione di una cappella, sulla montagna, ribattezzata Monte Carmine, e la celebrazione, ogni 16 luglio, di una festa, in suo onore, ufficializzata nel 1811.

Nello stesso anno venne istituita la Confraternita della Madonna del Carmine, i cui “fratelli” vestivano un saio simile a quello dei Carmelitani.

Per il Giubileo del 2000, il Santuario del Carmine di Avigliano è stato nell'itinerario “L'Appia Antica, cammino di fede e di cultura” il quale comprendeva le regioni attraversate dall'Appia, dal Lazio fino alla Puglia. Per ospitare i numerosi pellegrini che potevano arrivare al Santuario seguendo il percorso, fu realizzato un centro di accoglienza in prossimità del Santuario del Monte Carmine e iniziò la causa di elevazione a basilica pontificia minore della Chiesa Madre di Avigliano, sotto il titolo di S. Maria del Carmine, terminata nel 1999.

Festa - Ogni anno il giorno della vigilia della festa, presso la Chiesa Madre, la statua viene vestita con un manto di migliaia di oggetti in oro e argento, donati dai fedeli nel corso dei secoli. Sul capo della Vergine e del Bambino viene posta una corona e appeso ad un braccio della Madonna vi è uno scapolare carmelitano.

Il 16 luglio, la statua viene portata in processione fino alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli. Da qui ha inizio il pellegrinaggio per raggiungere il Santuario, lungo un rapido sentiero di 6 km. Durante la processione vengono trasportati i cinti (castelletti di cera) sulle spalle dei confratelli, insieme ai palii, delle insegne in lino triangolari con l’immagine della Madonna ricamata in oro. Arrivati al monte, la processione fa tre giri intorno alla chiesa, al termine dei quali si celebra la Santa Messa. Infine i credenti restano a consumare il pranzo all'aperto.

Dopo due mesi, la seconda domenica di Settembre, la statua, vestita come a luglio, ritorna in paese con un pellegrinaggio che porta la Vergine alla Basilica Pontificia Minore di Santa Maria del Carmine di Avigliano dove rimarrà fino a luglio dell'anno seguente. Inoltre, era usanza che la notte in cui la Vergine rimaneva sul Monte fosse fatta una veglia di preghiera fino al mattino. La devozione popolare verso la "Maronn r lu Mont" è viva in tutti i paesi del circondario, tanto da attirare in entrambe le festività annuali, migliaia di pellegrini.

Miracoli - Si tramandano numerosi miracoli avvenuti negli anni.

Nel corso del tempo la festa si ampliò ma, a causa dell’eccessivo consumo di alcool, ci furono numerosi incidenti che portarono alla decisione di sospendere la tradizione di portare la statua sul monte, celebrando la festa solo nel centro del paese. Nel 1719, un forte uragano si abbatté sulla città. Una fanciulla, sorpresa dal temporale mentre era intenta a lavare i panni nel fiume Braida, stava per annegare quando la Madonna del Carmine le apparve, la salvò e le disse «Io sono la Vergine del Carmine, e dite al popolo di Avigliano di riprendere l'antica costumanza di portare in processione la mia Statua sul Monte Carmine il 16 luglio di ogni anno, e celebrarvi la festa, altrimenti mali maggiori vi sovrastano». La sua volontà, fu conosciuta da tutti gli Aviglianesi che ristabilirono la tradizione, senza più interromperla.

La Vergine del Carmine, la sera del 22 luglio 1930, apparve in sonno a una giovane Aviglianese nell’atto di supplicare Dio per la salvezza del suo popolo da una terribile sciagura. La giovane si svegliò e corse dall'arciprete per raccontare di questa apparizione e per chiedere che si facesse, nella notte, una processione di penitenza verso il Monte. Il racconto, però, fu ignorato perché ritenuto insensato. La fanciulla, allora si recò, con altre 200 persone sul Monte Carmine. Appena giunti sulla vetta ci fu un tremendo sisma, con epicentro nella zona del Vulture; in tutte le località vicine si registrarono centinaia di morti, mentre nel territorio aviglianese nessuno morì.

Il 23 novembre 1980 si registrò un sisma corrispondente al 9º-10º grado della scala Mercalli, senza provocare danni nel paese. Dal 16 dicembre, perciò, gli aviglianesi, volendo esternare la propria riconoscenza alla Vergine del Carmine per averli protetti nel passato e nel presente, fecero una processione, riprendendo una tradizione iniziata in seguito ad un altro terremoto (16 dicembre 1857). Il parroco di Avigliano stabilì che tutti i mercoledì, dal 16 luglio alla terza domenica di settembre, fossero (e sono) dedicati al pellegrinaggio sul Monte di fedeli provenienti da Avigliano e dai paesi limitrofi.

Monumento della Beata Vergine del Carmelo - Il Monumento della Beata Vergine del Carmelo, realizzato in marmo, reca l’effigie della Madonna del Carmine. È stato benedetto il 16 luglio 1996, in occasione del terzo centenario della fondazione del Santuario della Madonna del Carmine. È collocato dinanzi al Santuario. Il blocco marmoreo misura m. 0,50x2,30 e pesa 110 quintali. Autore dell’opera è l'artista Francesco Viola, nativo di Pignola.

Per realizzare l'opera, lo scultore richiese come materia prima una pietra tipica del Monte Carmine. Le motivazioni sostenute furono due: la prima, di carattere prettamente tecnico, vedeva l'impiego di questo materiale come il più idoneo a resistere agli agenti atmosferici, l'altra, di carattere squisitamente artistico, fu che una semplice pietra, prelevata da quel sito, sarebbe ritornata, laddove era stata creata, con una nuova veste: non più un blocco marmoreo, ma "un'opera d'arte designata a trasmettere alla generazione attuale e futura un messaggio tangibile d'amore e di devozione alla Madonna".

Si tratta non di una scultura a tutto tondo, ma ad alto rilievo che si stacca appunto da un masso informe, nella sinuosità del tratto e nella semplicità di soluzione. È collocata in una sistemazione architettonica di ampio respiro, tra un insieme di forme che si svolgono orizzontalmente e verticalmente: i campi, i parcheggi, le pietre, le gradinate, il sagrato, l'abside, il campanile, la chiesa, i monti, i boschi, la gente semplice che lavora e i fedeli che pregano: "un'opera aperta e viva nei rapporti e nella tensione espressiva". 

Cappella di San Biagio

La prima notizia che riguarda la cappella risale al 5 marzo 1666, successivamente dei lavori realizzati nell'anno 1840, grazie a Giulio Corbo venne posta la statua raffigurante Santa Filomena.

La cappella venne poi lasciata al degrado, riedificata nel 1975, grazie al sacerdote Peppino Stolfi.  

Chiesa di San Vito

La Chiesa di San Vito, dedicata al santo patrono di Avigliano, si trova fuori dalle antiche mura del borgo ed è un luogo di grande devozione e interesse artistico. La sua origine rimane avvolta nel mistero, ma si sa che esisteva già prima del 1544.

Nel 1768, la chiesa fu oggetto di un restauro voluto dal maestro Paolo Sileo, sebbene l’entità dei lavori non sia del tutto chiara. Pochi anni dopo, nel 1780, fu costruita una sagrestia dietro l’altare maggiore, dotata di un piano superiore destinato all’abate. Proprio nello stesso anno, un violento temporale sradicò una grande quercia che, insieme a due olmi, arricchiva l’ambiente naturale intorno all’edificio.

Nel 1894 fu costituita la congregazione di San Vito, e l’anno successivo il santo fu proclamato compatrono di Avigliano, affiancando la Madonna del Carmine.

L’edificio, a navata unica, presenta una facciata rettangolare, addossata nel 1965 a quella originaria caratterizzata da un timpano triangolare seguente l’andamento delle due falde di copertura.

L’interno custodisce straordinarie opere d’arte che testimoniano la ricchezza artistica della chiesa.

Tra i dipinti, spiccano la tela di Girolamo Bresciano, realizzata nel 1640, raffigurante la Madonna di Monserrato con i santi Giuseppe, Lorenzo e Giacomo Maggiore, e quella di Gian Lorenzo Cardone, datata 1771, che rappresenta la Madonna con Bambino e i santi Apollonia, Francesco, Silvestro e Antonio.

Il capolavoro più significativo è però la grande tela della Vergine con il Bambino e i santi Vito, Modesto e Crescenza, recentemente attribuita dalla storica dell’arte Elisa Acanfora al pittore fiammingo Guglielmo Borremans, attivo in Basilicata agli inizi del XVIII secolo. Questa opera di grande formato è un esempio straordinario della capacità artistica di Borremans, famoso per la sua raffinatezza.

Un’altra tela degna di nota è la Madonna del Carmine, applicata su compensato e proveniente dalla demolita chiesa di San Giovanni. Si tratta di un’opera di ambito lucano, risalente al periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Sul raffinato altare maggiore, spicca un altare retablo settecentesco, che ospita tre statue lignee: San Vito, San Modesto e Santa Crescenza. Quest’ultima, datata 1793, porta la firma dello scultore Alessandro Troisi, originario di Melfi ma di formazione napoletana. Queste statue, simbolo della devozione popolare, vengono portate in processione ogni anno il 15 giugno, durante la festività di San Vito, un momento molto sentito dalla comunità.

La Chiesa di San Vito non è solo un luogo di culto, ma un vero e proprio scrigno di arte e storia, che merita di essere scoperto e ammirato per comprendere appieno la ricchezza culturale di Avigliano.

Chiesa della Santissima Annunziata

I lavori per la sua edificazione iniziarono nel 1600, nel 1808 fu in possesso del comune che la cedette al Capitolo, venne più volte restaurata nel XIX secolo, dove la facciata venne cambiata.

Conta tre navate, e sulla principale di esse si osserva lo stemma della famiglia Caracciolo, in porcellana, datato 1584, l'ambiente è circondato da un ampio cortile. Si ritrovano statue databili ai secoli XVIII e XIX.  

Chiesa della Santissima Trinità

Edificata nel 1743 da Matteo Vaccaro il cui stemma di famiglia ancora si osserva all'interno della chiesa.  

Ex cappella di San Rocco

Edificata nel 1711, grazie ai lavori del 1787 e del 1855 e quelle del secolo successivo assunse le forme attuali. Inizialmente chiesa, in seguito divenne un oratorio. È sede dell'Azione Cattolica parrocchiale.

Chiesa di Santa Maria de Cornu Bonu  

La chiesa di Santa Maria de Cornu Bonu (conosciuta anche col nome di chiesa di Santa Maria delle Grazie o più semplicemente chiesa della Madonna delle Grazie) sorge lungo la strada mulattiera che da Avigliano porta a Ruoti: è la più antica Chiesa costruita all'esterno delle mura di Avigliano.

Viene riportato da alcune fonti storiche che nel 1240 la Madonna che si trovava all'interno della chiesa non venne trovata al suo posto, dal che se ne deduce che la costruzione deve esistere da tempi precedenti quella data. Nel medioevo le strade di comunicazione commerciali fra la Basilicata e la Campania si snodavano lungo i torrenti montani, prima di giungere nella più ampia valle del Sele. Si pensa che le carovane portassero verso il salernitano carichi di grano ed altri cereali, pee rincasare con manufatti ed altre mercanzie. Proprio in quella data si ebbe una disputa fra Avigliano e Campagna, sul possesso della statua della Madonna che, scomparsa dalla chiesa delle Grazie, venne ritrovata nella chiesa del comune salernitano.

Dopo alcune dispute sull'effettivo possesso della statua, questa venne lasciata a Campagna (dove è venerata come Santa Maria di Avigliano) e ad Avigliano ne venne costruita una nuova, del tutto simile a quella precedente ma molto più difficile da rimuovere, in modo da evitare altri furti. La statua venne poi sostituita nel 1785 poiché ormai annerita ed irriconoscibile.

Il 16 luglio 1934 la chiesa bruciò quasi completamente, mentre gli abitanti di Avigliano assistevano ai fuochi d'artificio in occasione della festa della Madonna del Carmine. L'edificio venne in qualche modo ricostruito 4 anni più tardi.

Chiesa di Santa Lucia

La Chiesa di Santa Lucia, risalente alla prima metà del XVI secolo, si trova appena fuori le mura dell’abitato ed è documentata già nel 1544. Originariamente dedicata a Sant’Antonio di Vienna, la sua intitolazione attuale risale al XIX secolo. Nel 1566, sotto la cura della confraternita di Sant’Antonio, subì importanti interventi di restauro, come testimonia il portale rinascimentale che ancora oggi introduce all’aula unica della chiesa. Il portale riporta una dedica e la data dei lavori, un dettaglio che aggiunge fascino storico a questa struttura.

All’interno si conserva un autentico tesoro artistico: l’ultimo ciclo di affreschi del celebre pittore lucano Giovanni Todisco, risalente al 1567. Il catino absidale accoglie una maestosa raffigurazione dell’Incoronazione della Vergine da parte della Santissima Trinità, circondata da un coro di angeli musici. La decorazione dell’emiciclo, suddivisa da colonne lisce con capitelli corinzi, culmina in una trabeazione decorata con motivi a meandro, che segna il passaggio al catino superiore. Qui si trovano formelle che narrano due miracoli di Sant’Antonio di Padova: la guarigione della gamba di un malato e la predica ai pesci, oltre a un ritratto del santo stesso, chiaramente identificato da un’iscrizione alla sua base.

Proseguendo lungo le pareti, si incontra la figura di San Paolo eremita, anch’essa accompagnata da un’iscrizione. Di grande interesse sono poi altre formelle che rappresentano episodi della vita di Sant’Antonio Abate, tra cui l’incontro con un centauro e quello con San Paolo eremita, scene ricche di suggestione e misticismo.

Sulla parete laterale destra spiccano altre scene affrescate, tra cui la drammatica denuncia di Santa Lucia per la sua fede cristiana e il suo martirio, descritto con intensità emotiva. Questi affreschi, a lungo nascosti sotto uno strato di scialbo applicato nel 1856, sono stati riportati alla luce e restaurati nel 1983, rivelando nuovamente la loro bellezza originaria.

Tra le altre opere custodite nella chiesa troviamo due statue: una di Santa Lucia, databile tra il XVIII e il XIX secolo, e una di Sant’Antonio Abate del XVI secolo. Vi sono inoltre due tele seicentesche di grande valore. La prima, firmata da C. Boccardi e datata 1689, e la seconda, anonima, inserita in una cornice lignea finemente intagliata e recentemente restaurata. Entrambe le tele hanno subito interventi di restauro nel corso dei secoli XVIII, XIX e agli inizi del XX.

Negli ultimi anni, la chiesa è stata oggetto di importanti interventi di conservazione. Nel 2016 la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Basilicata ha effettuato lavori di manutenzione straordinaria, mentre nel 2023 è stato portato a termine un restauro capillare degli affreschi cinquecenteschi, restituendo pienamente alla comunità un patrimonio di inestimabile valore storico e artistico.

Cappella del Calvario

La Chiesa del Calvario, nota anche come Cappella del Calvario è situata sul punto terminale della collina ai cui piedi sorge il paese.

L'edificazione della chiesa, un piccolo tempietto votivo, si deve al desiderio di monsignor Luigi Filippi, arcivescovo di origini aviglianesi, di riqualificare l'area nord-est di accesso al paese, nota zona malfamata denominata "ngape a lu 'mbise" (in testa agli impiccati). La prima proposta di costruzione risale al luglio 1852 a opera di Fra' Michele di Avigliano, padre guardiano del Monastero di Santa Maria degli Angeli, ma i lavori attuativi partirono solo agli inizi del XX secolo per concludersi nel 1904 grazie alla cooperazione di Gianturco Francesco fu Vito e Michele fu Nicola, ricordati in un'epigrafe interna al tempietto.

La chiesa si raggiunge seguendo un sentiero particolarmente scosceso che la mette in contatto con l'ex riformatorio giudiziario e al parco del monastero ad esso antistante. Particolarmente isolata, è meta di pellegrinaggio da parte della comunità nel periodo di Quaresima per rendere omaggio alla passione di Cristo. Lungo il percorso a tornanti, sono state sistemate le quattordici stazioni della "Via Crucis", tutte in marmo, che sostituiscono le precedenti edicole in legno.

Tra il 1995 e il 2000 fu soggetta ad un restauro radicale che toccò i lavori di sotto-pavimentazione e il rifacimento della copertura e degli interni dell'edificio.

L'edificio consiste in un complesso in muratura a pianta ottagonale e navata unica, interamente lavorato in pietra locale a faccia vista. I vari lati sono contornati a due a due da piccole lesene di ordine dorico leggermente emergenti, mentre la facciata principale è caratterizzata da un portale con frontone triangolare e un reggi-campana, anch'essi in pietra da taglio, sormontati nella parte superiore da una piccola finestra circolare.

Aggettante l'ingresso della chiesa si presenta un piccolo piazzale in parte pavimentato e in parte a verde con la presenza di una fontana e una zona di sosta.

Al suo interno, l'unico ambiente, pavimentato in piastrelle di ceramica, vede sul fondo l'altare maggiore in marmo policromo secondo l'uso preconciliare, addobbato da una nicchia contenente un gruppo scultoreo in cartapesta dipinta di bottega leccese e raffigurante La Crocifissione a cui si accompagnano la Madonna Addolorata, Maria Maddalena e San Giovanni Evangelista. Ai due lati dell'altare altre due nicchie custodiscono dei crocifissi lignei, un'altra opera in cartapesta raffigurante San Rocco e due ulteriori finestre garantiscono l'illuminazione della chiesa, mentre a ridosso del presbitero è collocata la mensa d'altare.

Dopo il secondo conflitto mondiale, la cappella si è arricchita di un arazzo raffigurante la Deposizione, trovato durante le operazioni belliche presso Volgograd e portato dalla Russia dal tenente colonnello Luigi Emanuele Gianturco comandante dell'ARMIR. Oggi il manufatto è esposto presso il Museo Diocesano di Potenza.  

Chiesa di San Filippo Neri

La Chiesa di San Filippo Neri è un esempio unico di architettura religiosa legata al progetto di razionalizzazione agricola voluto dal principe Filippo Doria negli anni ’20 del Novecento. Realizzata sotto la supervisione dell’agronomo Luigi Croce, amministratore dell’azienda Doria di Lagopesole, la chiesa fu dedicata al santo di cui il principe portava il nome.

L’edificio, a navata unica e pianta rettangolare, si distingue per la ricchezza delle decorazioni in pietra calcarea bianca, che spiccano sul rivestimento in conci di pietra arenaria. Come descritto dallo studioso Lucio Cappiello, i cordoli alla gronda e sui timpani conferiscono eleganza alla struttura, coronata da quattro torrini angolari e un’edicola campanaria sul retro. Gli intagli lapidei, di grande pregio, furono realizzati dallo scalpellino aviglianese Pietro Manfredi.

All’interno, la navata è suddivisa da un arco in muratura che separa l’area presbiteriale dalla zona riservata ai fedeli. Una balaustra in marmo bianco, posta su un leggero rialzo, segna questa divisione.

Nel 1929, la chiesa fu arricchita dagli affreschi del pittore piemontese Mario Barberis, che creò un ciclo di decorazioni ispirato all’agricoltura locale e accompagnato da versi del Cantico delle Creature. Purtroppo, con la chiusura del convitto e della scuola agraria, la chiesa fu dismessa e utilizzata come magazzino, danneggiando gravemente le pitture. Ulteriori guasti furono causati da restauri maldestri nel 1954 e dal terremoto del 1980, che ne decretò la distruzione definitiva.

Nonostante ciò, alcune opere del Barberis sono sopravvissute: due tele raffiguranti San Giovanni Battista e San Pietro Apostolo, recentemente restaurate, e un dipinto del 1927 che mostra l’Apparizione della Vergine a San Filippo Neri, circondata da bambini, sebbene quest’ultimo sia in pessimo stato di conservazione. Nel 1958, la chiesa si arricchì di una statua in cartapesta di San Filippo Neri, utilizzata durante la processione che si tiene ogni 26 maggio in occasione della festa del santo.

Il sisma del 1980 accentuò i danni strutturali, in particolare nell’arco prospiciente l’area presbiteriale. Grazie a un intervento di consolidamento e restauro curato dalla Soprintendenza, la chiesa fu riaperta al pubblico. Tuttavia, infiltrazioni dal tetto resero necessario un ulteriore intervento nel 2017.

Gli intonaci interni, ormai compromessi, furono completamente rimossi. Prima del risanamento, un’indagine grafica e fotografica documentò accuratamente le decorazioni originali, che furono poi fedelmente riprodotte dall’artista aviglianese Marcello Samela. 

Monasteri e conventi  

MONASTERO DEI FRATI MINORI RIFORMATI - Edificato grazie all'autorizzazione pervenuta nel 1615 con una bolla pontificia, venne costruito presso la collina Impiso. Nel XIX secolo divenne famoso grazie al lavoro svolto dal monsignor Luigi Filippi.

CONVENTO DEI PADRI DOMENICANI - Edificato grazie a Zenobia Scaglione vedova di Giuseppe Caracciolo, signore di Avigliano e Ruoti per evitare i lunghi spostamenti dei dominicani, nel 1605 iniziarono i lavori. Restaurato nel 1815 divenne un orfanotrofio provinciale fino al 1990.

CONVENTO DELLE MONACHE DI SAN GIUSEPPE
Nato grazie alle richieste del sacerdote don Leonardo Coviello lasciate tramite testamento, venne completata nel 1704 venne aperto nel mese di giugno dell'anno 1705. Dal 1920 il numero di suore presenti era diventato esiguo e si arrivò alla chiusura nel 1926, e abbattuto nel 1966, al suo posto si trova una scuola materna.  

Architettura civili

TORRE DI TACCONE - Ultima testimonianza della fortificazione che racchiudeva il primo nucleo abitato, di questa torre del XIV secolo rimane solo la base, mentre della muraglia, demolita agli inizi del Novecento, non resta traccia.  

PALAZZO DORIA - Edificato nel XVII secolo grazie alla famiglia genovese Doria Pamphili, duchi di Avigliano. Inizialmente fu abitazione dei Marchesi Telesca di Gaetano amministratori dei duchi di Avigliano poi diventato un magazzino dove veniva conservato il grano che la popolazione versava al feudatario. 

Danneggiato dal terremoto del 1732 venne poi ristrutturato due anni dopo nel 1734. Il comune lo acquistò nel 1911 adibendolo inizialmente a pretura e dopo averlo reso carcere divenne casa di riposo per anziani. La facciata principale del palazzo è quella originale.

PALAZZO PALOMBA - A partire da un nucleo preesistente il palazzo fu edificato sul finire del milleseicento dal nobiluomo Don Giovanni Battista Palomba, discendente da un'antica famiglia gentilizia autoctona del luogo almeno dal 1544. Nel corso dei secoli si sono sempre imparentati con le famiglie importanti e nobili locali tra cui quella del latifondista del Marchese Don Francesco Telesca di Gaetano. Nella prima metà del settecento l'edificio fu portato alle condizioni attuali dal figlio Don Nicola Francesco Palomba e dal nipote Don Giovanni Francesco Palomba, che ne completò la facciata.

Fu per tutto il XVIII secolo la dimora della ricca famiglia Palomba e fra i personaggi importanti che vissero nel palazzo si ricordano: il sacerdote rivoluzionario Don Nicola Palomba (1746-1799), governatore del Dipartimento del Bradano decapitato in piazza del Mercato a Napoli dopo la caduta della Repubblica partenopea, il fratello, l'avvocato e patriota Don Giustiniano Palomba (1751-1800) e il giovane studente Don Francesco Paolo Palomba (1779-1799), ucciso nei tumulti nati in seguito al suo intervento a Castel Sant'Elmo (Napoli) durante l'insurrezione repubblicana del 1799.

Dopo i Palomba il palazzo passò agli Stolfi ed alla fine dell'Ottocento l'avvocato Giulio Stolfi, già sindaco di Avigliano, lo donò al comune che nel 1898 al suo interno istituii una casa di riposo. Da rilevarsi è la pregevole presenza della torre con orologio, così come nel passato del giardino pensile.

PALAZZO SPONSA - La parte inalterata del palazzo seicentesco si affaccia su corso Garibaldi e conserva due balconate.

PALAZZO SALINAS - Conserva la fattura settecentesca, con un portale d'ingresso in bugnato. La facciata è stata rimaneggiata. Il portale immette in un cortile dove una scalinata conduce nelle stanze del palazzo.  

PALAZZO MASI Inizialmente edificato nel Seicento venne ampliato nel secolo successivo, distrutto nel 1760 per un incendio, dopo due anni venne ristrutturato grazie a Domenico Antonio Masi. 

Parte dei suoi lavori del 1765 sono andati persi in quelli degli anni 1980, in quell'occasione venne smantellata la cappella gentilizia.

Si trova vicino al Palazzo Salinas, l'ingresso è costituito da un portale dove si osserva lo stemma in pietra della famiglia.

PALAZZO LABELLA - Edificato intorno alla metà del XIX secolo, venne costruito sopra i primi due livelli osservabili tuttora; il palazzo venne devastato da un incendio nel 1970 e poi ristrutturato. Antonio Labella (1872-1944), poeta e uomo di lettere visse in quel luogo.

PALAZZO CORBO DI BASSO - Situato nel quartiere "dietro le Rocche", domina la vallata con una sorta di torrione quadrangolare. Costruito a partire dal XIV secolo, quando la famiglia arrivò in Avigliano da Sulmona ove apparteneva al patriziato cittadino, il palazzo subì costanti rimaneggiamenti assumendo il suo aspetto attuale probabilmente nel XVII secolo. 

Conserva un bel portale in pietra. Ha subito un rifacimento moderno che ne ha completamente mutato le suddivisioni interne ed è ora adibito a case popolari.

PALAZZO CORBO DI SOPRA - Edificato all'inizio del XVIII secolo dalla famiglia Sarnelli, venne poi acquistato da Francesco Saverio Corbo intorno alla seconda metà del Settecento. Del palazzo si racconta anche in occasione delle riunioni del Comitato di Liberazione dal regime Fascista (settembre 1943). Il terremoto dell'Irpinia del 1980 lo rese pericolante, fu demolito e ricostruito tenendo fede ai disegni iniziali.

PALAZZO GAGLIARDI - La facciata conserva la fattura settecentesca con portali in pietra ed un cornicione. L'accesso avviene attraverso un portale in bugnato, sormontato dallo stemma della famiglia, che immette in un giardino pensile chiuso da arcate.

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