Avigliano
(Potenza)
 
  

Avigliano sorge a 918 m.s.m., su un ampio sprone che si diparte dal M. Carmine (1230 m.), appartenente alla lunga dorsale (M. Caruso 1236 m., M. S. Angelo 1126 m.) che forma spartiacque con l'Ofanto. Questa chiostra montuosa, che protegge Avigliano a settentrione, si apre verso sud-ovest con la valle della Fiumara, e lascia scorgere un vasto orizzonte fino all'Alburno maestoso e alla verde pianura di Pesto. 

Alcuni cospicui palazzi (Sponsa, La Bella), le buone strade, le ampie piazze danno ad Avigliano fisionomia di città. Una modesta casa è quella in cui nacque Emanuele Gianturco, giurista e uomo politico, a cui i cittadini hanno innalzato nella piazza principale una statua in bronzo su piedistallo di travertino locale. 

Avigliano ha varî istituti di beneficenza: l'Ospizio provinciale Umberto I raccoglie giovanetti, per farne artigiani e musicanti; è in costruzione il Riformatorio per corrigendi, sorto su un vecchio edifizio con portale a bugne. Del castello baronale si conservano alcuni ruderi cadenti.

Il toponimo deriverebbere da avis locum ("luogo dell'uccello"), una denominazione che sarebbe stata data da alcuni marinai orientali, oppure da locum avellani ("luogo dei noccioli").

Nel territorio si è ipotizzata la presenza di un fondo tra la fine dell'età repubblicana e gli inizi di quella imperiale; sotto Traiano è menzionato un fundus Avillanus o Avilius, mentre successivamente una lapide funeraria dedicata ad una Villiana ha fatto supporre che l'abitato prendesse il nome da questa famiglia.

Avigliano fu conquistata dai Normanni e assegnata in feudo alla nobiltà norrena. Come prova di tale evento si trova il passaggio di Roberto il Guiscardo ad Avigliano nella città nel 1059.

Il primo documento ufficiale che porta il nome di Avigliano è datato 13 novembre 1127. In questo atto si fece dono ad un monastero la Chiesa di San Nicola, nel documento si parla del testimone Alessandro che era signore di Avigliano. Questo atto è la prova che Avigliano fu conquistata dei Normanni perché Alessandro era un esponente della famiglia normanna degli Altavilla in quanto figlio di Rocca che era, a sua volta, figlia di Drogone d'Altavilla.

Il 18 luglio 1137 si tenne il Concilio di Melfi nel feudo di Lagopesole (in seguito parte di Avigliano), mentre nel 1149, Luigi VII di Francia fu ospite di re Ruggero al castello di Lagopesole.

Federico II favorì nella Basilicata e in altri luoghi le attività dell'agricoltura e dei commerci dimorando nel Castello di Lagopesole, dove trascorse parte dell'ultimo anno della sua vita (1250).

In questi anni si parla di Avigliano nel ruolo che ebbe in occasione della riparazione della casa imperiale di Montemarcone.

Nell'anno 1266, sul trono del Regno di Napoli salì Carlo I d'Angiò che parlò di Avigliano in occasione di 165 fuggiaschi della città di Potenza, infatti parte di essi si erano rifugiati ad Avigliano.

La città, nell'anno 1277, pagò 4 once, 4 tarì e 4 grani di tasse considerando che l'intera Basilicata doveva pagare 4.283 once d'oro, 5 tarì e 16 grani si comprende la grandezza della stessa, poiché ogni oncia di tassa rappresentava 4 fuochi, Avigliano era composto da 16 fuochi.

Negli anni 1278-1279 si parla di Avigliano non più come Casale ma come Terra, in quegli anni si menzionava il barone Ambaldo. Nel 1290 venne fondato il convento domenicano di Avigliano, il primo della Basilicata. Il convento di Avigliano era situato nei locali dove ora c'è il municipio, fu fatto costruire da Monsignor Claverio, vescovo della Diocesi di Potenza, ed inizialmente era adibito a Ospedale.

Da un documento del 1304 si comprende che la città era divisa in Universitas. L'importanza che la Università di Avigliano comincia ad assumere in questo periodo la si può desumere dalle tasse che pagava alla Diocesi di Potenza in seguito vennero a crearsi i rioni Serritello e Poggio e fu costruita la Torre di Taccone.

Avigliano, sotto Roberto d'Angiò, divenne bene demaniale e quindi fu sottoposta alle dirette dipendenze della corona e lo fu sino al 1432 anno in cui venne donata a Sergianni Caracciolo.

Troiano II riacquistò Avigliano e altre terre ma nel 1503 per paura dell'avanzata spagnola fuggì in Francia. Grazie alla pace stretta nel 1505 tra francesi e spagnoli e in quell'occasione lo Stato di Melfi ed Avigliano ritornarono a Giovanni III dei Caracciolo. Girolamo Caracciolo fu barone di Avigliano e nel 1528 lottò contro la Spagna perdendo guerra e feudo che andò prima al principe d'Orange, che a sua volta cedette la Terra in concessione a Luigi Gallarano e Diodato de Bellotto.

In seguito, nel 1532, venne concessa a Giovanni Zunica e a sua moglie Stefanicca Requesens che ne vendettero metà a Scipione Caracciolo e alla famiglia Marchionale dei Telesca di Avigliano.

Avigliano cercava grazie, privilegi e concessioni riconosciute in parte a partire dal 1579, il 22 febbraio ci fu la prima convenzione fra il barone e l'Università, rappresentata dal sindaco; si parlava di 6.600 ducati che l'università doveva versare entro sei mesi.

Alla prima convenzione ne seguì una seconda il 18 febbraio 1590, e una terza il 1º novembre 1595, in tale sede si ricordò del debito ancora non versato completamente dell'università a cui si aggiunsero 1.000 ducati a titolo di interesse.

Verso la fine del Cinquecento il censimento di Avigliano rilevava che la popolazione era triplicata in un secolo; nel 1595 era tassata per 439 fuochi al cui confronto si cita Bella (275 fuochi) e Ruoti (102 fuochi).

Nel 1610 il barone Giuseppe Antonio decise di vendere il territorio prima alla famiglia dei duchi Sabia Ventimiglia siciliani ma aviglianesi di adozione e poi a Ferrante Rovito per la somma di 63.000 ducati, comprata per 48.000 ducati nel 1612 dal principe di Melfi Andrea Doria. In tale data iniziò il possesso del feudo di Avigliano da parte dei Doria.  

Dal 1612 iniziò il dominio dei Doria, a quei tempi iniziò la costruzione del Convento dei Padri francescani riformati e di due nuove cappelle fuori le mura del paese: la Cappella di San Biagio e la Chiesa di San Vito.

Dalla relazione di Pier Battista Ardoini del 1674, inviata a Genova ai Doria, si ha un quadro completo del feudo di Avigliano con tutte le notizie geografiche, sociali ed economiche riguardanti il paese. Nella relazione geografica di Avigliano viene messo in risalto il fatto che: «(...) di questa terra fra le montagne molto ripide, e resta dominata quasi da tutte le parti da altri monti, fuorché da quella parte verso Salerno che è fra ponente, e per questa bassezza et impedimento del traforo de venti non è già stimata male, ma ne meno aria del tutto perfetta. È assai scoscesa la terra, e montuosa e si rende diffice nel caminarla per la molta salita. (...)»

Intanto i fuochi da versare diventarono 601 nel 1669, contro i 132 di Ruoti e 274 di Bella. Proprio contando sui fuochi versati l'Ardoini stimava che nel 1674 si contavano circa 7.000 abitanti.

Il 1694 fu un anno caratterizzato da carestia e l'8 settembre da un violento terremoto, che ad Avigliano provocò danni a 20 case (rase al suolo) al palazzo Baronale e alla Chiesa Madre, senza mietere vittime. L'evento fu considerato come miracolo della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo.

Il 26 settembre venne eletta come patrona e protettrice di Avigliano; da allora fu istituita la Confraternita della Madonna del Carmine.

Nel 1704 fu completata la costruzione del monastero e venne inaugurato nel mese di giugno del 1705. Avigliano pochi anni dopo divenne il più importante centro artigianale della regione e divenne una città a tutti gli effetti.  

Venne istituita il 5 febbraio la Municipalità democratica e popolare ad Avigliano, pochi giorni prima alcuni giovani aviglianesi, come Francesco Paolo Palomba, furono uccisi dai soldati borbonici, per aver mostrato il tricolore al Castel Sant'Elmo. Diverse città allora innalzarono l'albero della libertà, in quel periodo i cittadini combatterono nelle città di Pietragalla, Cancellara, Vaglio, Tolve e San Chirico Nuovo, difendendo la repubblica.

Nel mese di aprile, gli aviglianesi intervennero a Tito e ci furono una settantina di morti e il mese successivo si unirono agli altri in difesa di Altamura, comandata dal sacerdote aviglianese Nicola Palomba, e di Picerno ma vennero sopraffatti dai sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo, la stessa sorte toccò a Picerno, e alla fine, dopo 5 mesi in cui visse la Repubblica partenopea venne sconfitta. Per i tanti morti venne edificata in memoria una lapide il 14 settembre del 1887.

Nel 1807 Avigliano giovò di numerosi territori annessi fra cui l'antico feudo di Lagopesole. Il decennio napoleonico grazie a varie leggi emanate portò sollievo alla città di Avigliano, i diritti feudali vennero aboliti, l'agricoltura venne valorizzata e ci furono molti lavori pubblici. Ma nella pratica si dovette attendere fino al 1953, con le leggi di riforma agraria e del D.L.C.P.S. 5 marzo 1948, n. 21, relativo alla Cassa per la formazione della piccola proprietà coltivatrice, anno in cui i baroni abbandonassero i loro diritti seulle terre.

Giuseppe Bonaparte, decise con decreto del 30 giugno 1807 la formazione dei collegio in ogni provincia ma Potenza non era attrezzata per un simile evento e fu scelta in sua vice Avigliano, grazie ai locali del soppresso Convento domenicano.

Avigliano ebbe il privilegio del collegio fino al 1821.

Una volta terminata la Statistica del Regno di Napoli voluta da Gioacchino Murat nel 1811 si comprese che la situazione nelle terre vicine ad Avigliano erano critiche. Inoltre vi erano problemi con la rete idrica nell'intera provincia.

Durante gli anni che vanno dal 1820 al 1848 anche Avigliano lottò per la liberazione dal governo borbonico.

In quel tempo si distinsero gli aviglianesi Diodato Sponsa (colonnello) e il Maggiore Nicola Corbo, diventando in seguito deputati al Parlamento di Napoli.

L'Austria mise in campo un esercito di 50.000 uomini, guidato dal generale Johann Maria Philipp Frimont, al quale Napoli e Basilicata si opposero, da Avigliano il 18 febbraio 1821 sotto il comando del maggiore Nicola Corbo partirono 700 uomini mentre i napoletani contavano sul generale Guglielmo Pepe.

Ci furono combattimenti a Rieti e Antrodoco ma persero entrambe le volte e lo stesso Carlo Corbo venne arrestato e condannato all'ergastolo, ma poi fu graziato anche se morì poco tempo dopo. Stessa sorte toccò al colonnello Sponsa, che trovò la morte a Tunisi, dove era stato esiliato.  

Nel 1846 Avigliano contava 14.000 abitanti e grazie a Luigi Filippi, era diventato il più noto «centro promotore di cultura e di azione sociale» della stessa regione.

Nell'anno 1851 venne istituito l'Ospizio per il ricovero, l'istruzione e l'educazione degli orfani poveri e i trovatelli della Provincia. Intanto la devozione per la Vergine del Carmine coinvolse anche le popolazioni vicine. Durante la lotta che portò l'unità di Italia Avigliano aiutò con 700 uomini i soldati di Garibaldi che provenivano dal Sud.

Le cause che portarono al brigantaggio furono diverse, fra cui i debiti del Piemonte estesi a tutta la penisola e la questione del demanio che vide nell'aumento della povertà focolai pericolosi. Le zone intorno al monte Carmine, la Valle di Vitalba e il monte Vulture furono il regno dei briganti. I capi indiscussi furono Carmine Crocco e Ninco Nanco Vittime i paesi vicini come Ripacandida, Ginestra, Venosa, Lavello e Melfi.

Queste incursioni terminarono nel 1864 quando il 13 maggio fu catturato presso Frusci e ucciso Ninco Nanco, successivamente nel 24 agosto fu arrestato Crocco, ed infine il 26 novembre fu trucidato presso Melfi Giuseppe Schiavone.

I cittadini parteciparono alla terza guerra di indipendenza del 1866 e alla liberazione di Roma. Le condizioni economiche non migliorarono e molti vennero spinti all'emigrazione, soprattutto verso gli Stati Uniti d'America.

Si contano circa 4.060 combattenti aviglianesi coinvolti nella prima guerra mondiale di essi come cita il giornale italo-americano Il Nuovo Vessillo si parla di 348 vittime, per cui grazie all'Associazione Combattenti di Avigliano decise di creare un monumento in memoria, inaugurato il 25 maggio 1930.

La madrina del Monumento fu la signora Pina Pellas-Gianturco, sorella del caduto Leopoldo Pellas, medaglia d'oro al valor militare.

Nel periodo del Fascismo la città di Potenza attirò molte persone delle città vicine, la stessa Avigliano passò dai 20.035 abitanti del 1921 ai 14.297 del 1931.  

Negli anni 1930 la città vide grandi opere pubbliche come la stazione di Avigliano e il prosciugamento del lago di Lagopesole.

Nel conflitto mondiale morirono 177 aviglianesi tra i quali il tenente colonnello del 120º Artiglieria Motorizzato Pietro Laguardia, decorato di medaglia di bronzo al valor militare, caduto sul fronte russo il 30 luglio 1942.  

Il 27 dicembre 1991 il Presidente della Repubblica Italiana, Francesco Cossiga fece omaggio ad Avigliano del titolo di città.

Nel 1997 per il Giubileo del 2000 nell'itinerario L'Appia Antica venne incluso il Santuario del Carmine di Avigliano.

Centro storico

Architetture di epoche diverse caratterizzano il centro storico di questo vivacissimo paese della provincia di Potenza, calato in una cornice di paesaggi e scorci suggestivi.

Un dialetto dal suono inconfondibile e caratteristico, sapori unici, come quello del noto Baccalà, la cordialità della popolazione conquistano il visitatore che per la prima volta raggiunge i luoghi in cui è nato il giurista Emanuele Gianturco (1857-1907), cui è dedicata la piazza principale.

E proprio qui, tra antiche fontane, palazzi settecenteschi (Palomba e Doria) e ottocenteschi (Labella) spicca la porta urbana del borgo medievale, che tutti chiamano “Arco della Piazza”. A guardarla sembra quasi di rivivere gli attimi in cui, proprio in questo punto, venne esposta la salma del brigante Giuseppe Nicola Summa, noto anche come “Ninco Nanco”, ucciso nel 1864.

Nelle giornate di sole, passeggiare tra gli antichi rioni de “Il Poggio”, “Il Serritiello”, “La Lavanga”, “dietro le Rocche” consente di respirare un’atmosfera di altri tempi, sentendosi parte di una comunità attiva e intraprendente.

Castello di Lagopesole

Il castello di Lagopesole, luogo federiciano per eccellenza, sorge su un’altura che domina la sottostante Valle di Vitalba. Lo si raggiunge percorrendo la strada statale che da Potenza conduce a Melfi, dalla quale lo si può ammirare in tutta la sua imponenza.

Si tratta di una delle ultime residenze volute dall’imperatore Federico II di Svevia, che tra il 1242 e il 1250 trasformò un preesistente fortilizio normanno in un’opera grandiosa.

La sua storia, però, inizia molto prima. Già nel XII secolo Lagopesole fu teatro di incontri di rilievo tra figure di spicco del tempo, come Ruggero II, Lotario III e Papa Innocenzo II. Nel 1416 il feudo passò al conte Sergianni Caracciolo, entrando nello Stato di Melfi, e successivamente, nel 1531, ai Doria, che ne conservarono il possesso fino all’abolizione della feudalità nel 1806. Il castello servì come centro amministrativo per le attività dei Doria, che ne curarono la manutenzione fino al 1969, anno del passaggio al demanio statale. Da allora, una serie di restauri avviati negli anni ’70 ha riportato il castello al suo splendore attuale.

CastelLagopesole.jpg (2166294 byte)Oggi, il castello si presenta come una poderosa struttura rettangolare, con ambienti distribuiti su due livelli intorno a due cortili. Il cortile maggiore accoglie i saloni di rappresentanza, le stanze decorate con capitelli scolpiti raffiguranti flora e fauna locali e la cappella palatina, un elemento raro nelle costruzioni federiciane. Nel cortile minore si trovano il dongione, baluardo difensivo, e un complesso termale riportato alla luce durante gli scavi. Gli interventi di Federico II e dei suoi architetti hanno lasciato un’impronta indelebile: nell’ala nord aggiunsero alcuni camini, pregiati bagni tecnologicamente avanzati e una scala nell’ala ovest. Inoltre, costruirono ex novo il dongione con pietre estratte direttamente nel cortile.

Un dettaglio affascinante è il ritrovamento, nel 1746, di colonne in marmo verde antico, che furono trasportate a Napoli e utilizzate per decorare la cappella palatina della Reggia di Caserta.

Oggi il Castello, gestito dal Ministero della Cultura, ospita il Nucleo Carabinieri Forestale di Castel Lagopesole e il Reparto Carabinieri Biodiversità – Potenza. Dopo anni di chiusura il maniero federiciano è stato di recente riaperto al pubblico e oggi sono visitabili il Cortile Maggiore, la Cappella Palatina e, al piano superiore, il “Museo dell’Emigrazione Lucana” che racconta storie di chi ha lasciato questa terra in cerca di futuro altrove. 

Arco della Piazza

L'Arco della Piazza. Questo suggestivo passaggio, che oggi si affaccia su Piazza Emanuele Gianturco, un tempo segnava l’ingresso principale al borgo medievale. La sua storia è affascinante e intrecciata con le vicende di Avigliano, tanto che un’iscrizione sopra l’arco, datata 1844 e collocata durante un restauro, suggerisce che questa porta urbana risalga addirittura al IX secolo. Tuttavia, la certezza di questa datazione è dubbia, poiché non sappiamo se chi scrisse quell’epigrafe tenne conto di testimonianze precedenti, forse rimosse durante i lavori.

Osservando l’arco, si nota subito la sua eleganza classica. È costruito a tutto sesto, con una doppia scanalatura che ne sottolinea le linee morbide. I piedritti, ovvero le colonne che lo sostengono, presentano la stessa lavorazione e poggiano su basi semplici ma solide. Lo stile rimanda ai modelli tardo-rinascimentali, periodo in cui la funzione originaria di questa porta, un tempo cruciale per delimitare il borgo, iniziava a perdere importanza a causa dell’espansione urbana oltre la piazza.

Un dettaglio curioso è l’imperfetta allineamento tra i piedritti e l’arco stesso, un’indicazione che potrebbe suggerire un’origine diversa del manufatto, forse smontato e adattato in questo punto per le nuove esigenze della città. Guardando attentamente, si possono ancora scorgere tracce di una riquadratura all’esterno dell’archivolto, un indizio che potrebbe raccontarci di una struttura ancora più antica.

C’è anche una storia cupa legata a questo luogo, tramandata dalla tradizione orale. Si racconta che proprio qui, su un gancio di ferro conficcato tra l’arco e una targa in pietra, fu appeso il corpo senza vita di Giuseppe Nicola Summa, meglio conosciuto come “Ninco Nanco,” celebre brigante lucano. Era il 13 marzo 1864, e con la sua uccisione si chiudeva un capitolo drammatico del brigantaggio postunitario.

L’Arco della Piazza non è solo una porta, ma un ponte tra il passato e il presente, capace di raccontare storie di gloria, tradizioni e anche momenti di grande tensione. È un luogo che invita a fermarsi, a osservare e a immaginare le vite e gli eventi che si sono intrecciati qui nel corso dei secoli.

Monumenti

MONUMENTO A EMANUELE GIANTURCO - Nel cuore di Avigliano, nella piazza che porta il suo nome, si erge la maestosa statua di Emanuele Gianturco, uno dei personaggi più illustri di questa terra. Nato qui il 20 marzo 1857, Gianturco è ricordato come un giurista, un politico e un intellettuale di grande rilievo, capace di lasciare un’impronta indelebile nella storia d’Italia.

Dopo essersi trasferito a Napoli, Gianturco completò i suoi studi in Giurisprudenza e conseguì anche il diploma di Maestro di Musica presso il prestigioso Conservatorio di San Pietro a Maiella. Questa doppia vocazione – giuridica e artistica – riflette il suo spirito poliedrico e appassionato. Nel corso della sua carriera, ricoprì ruoli politici di primo piano: fu Sottosegretario di Stato di Grazia e Giustizia, Ministro della Pubblica Istruzione e Ministro dei Lavori Pubblici. Inoltre, servì per ben tre volte come vicepresidente del Consiglio dei Ministri, portando avanti riforme significative in un periodo cruciale per il Paese.

Nel campo del diritto, Gianturco è considerato uno dei principali esponenti della “Scuola Napoletana” di diritto civile, contribuendo a definire il pensiero giuridico tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. La sua brillante carriera si concluse prematuramente a Napoli, dove si spense il 10 novembre 1907.

Il monumento che oggi ammiriamo fu realizzato dal celebre scultore Gaetano Chiaromonte e inaugurato nel 1926. La statua, in bronzo e in atteggiamento oratorio, poggia su un alto basamento marmoreo e porta la firma dell’artista, accompagnata dalla data 1919 e dal marchio della Fonderia Chiurazzi, rinomata per opere di grande pregio. Chiaromonte, che nel corso della sua carriera acquisì fama internazionale, si ispirò a Gianturco anche per altre opere. Tra queste, due busti: uno in marmo, esposto nella storica “Sala dei Busti” di Castel Capuano a Napoli, e uno in bronzo, collocato nella piazza omonima di Capracotta, in Molise.

Interessante è anche la somiglianza tra questa statua di Avigliano e altre opere di Chiaromonte, come quella dedicata al presidente panamense Pablo Arosemena, realizzata nel 1932. Questa coerenza stilistica sottolinea l’abilità dello scultore nel catturare il carattere e l’energia dei suoi soggetti.

Il monumento di Emanuele Gianturco non è solo un tributo a un grande giurista e politico, ma un simbolo del profondo legame tra Avigliano e la sua figura più rappresentativa, che ha portato il nome del borgo ben oltre i confini lucani.

MONUMENTO AI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE - Statua realizzata nel 1929 dallo scultore Carmine Filipponi, si trova nella villa comunale costruita contestualmente al monumento.

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