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Barile è
una delle colonie albanesi d'Italia della regione Basilicata (insieme
alle comunità lucano-albanesi di Ginestra, Maschito, San Costantino
Albanese e San Paolo Albanese) fondata sul finire del XV secolo da
esuli albanesi in fuga dalle persecuzioni turco ottomane. Gli abitanti da
oltre cinque secoli conservano l'uso corrente della lingua arbëreshe e
la consapevolezza critica della propria identità etnica e
culturale italo-albanese.
Il
centro storico, con le sue caratteristiche strade, è una delle
caratteristiche più notevoli di Barile, che si distingue per archi,
portali, strade lastricate in pietra.
Feudo
prima dei Caracciolo e dopo dei Carafa, mantenne il rito bizantino -
tipico degli albanesi - fino al XVII secolo, quando la comunità fu
spinta ad abbandonare il "rito greco" con una forzata
latinizzazione rituale. È parte integrante dell'Associazione nazionale città
dell'olio e dell'Associazione nazionale città del vino.
Barile
sorge a 664 m s.l.m., su due colline tufacee separate da un
burrone, nella parte settentrionale della provincia, nel Vulture-Melfese.
Caratteristica fisica del territorio barilese è, alle spalle delle cantine,
il Sheshë, un massiccio collinare caratterizzato da una miriade
di grotte scavate nel tufo e adibite, nel passato e oggi in misura minore, a
depositi per la custodia del vino.

Non
si conosce con esattezza l'origine del toponimo: alcuni ritengono che derivi
da Barrale o Barelium, termine che indicava i
dazi sui greggi. Altri credono che venga dai barili di legno, usati per
conservare il famoso vino coltivato nella zona: l'Aglianico del Vulture. A
dimostrazione di ciò sarebbe il suo stemma, che illustra un barile fra due
alberi d'abete e un grappolo d'uva.
Il
casale di Barile esisteva, comunque, al tempo di Roberto d'Angiò,
all'inizio del XIV secolo, come testimoniato da un documento del 1332 che
parla dei due casali di Barile e di Rionero in Vulture. Il vescovo di Rapolla decise
di far popolare Barile da gente straniera al Regno, avendo come privilegio
l'esenzione dei tributi fiscali per un decennio.
Il
casale fu realmente fondato e crebbe dal XIV al XVII secolo a
seguito dell'immigrazione di quattro colonie di greci-albanesi, che
portarono con sé i loro usi, cultura e il culto religioso. Dopo la caduta
di Scutari nel 1477 e, dopo la caduta della fortezza di Korōnī,
città albanese della Morea, nel 1532, la regione del Vulture venne
popolata dalle ondate di gruppi di albanesi che fuggivano dalle invasioni
turche. Questa è ricordata nella storia delle colonie albanesi come la
quinta migrazione e risale agli anni 1533-1534.
La
prima colonia greco-albanese, dei cosiddetti Arbëreshë, arrivò nella
zona probabilmente nel 1477 e fu soprannominata dalle popolazioni
locali "colonia di Clefiti". La seconda colonia, definita dei
"Coronei" perché provenienti da Corone, arrivò intorno al 1534,
dato che la loro città di origine fu abbandonata a seguito di una
pestilenza. La seconda ondata di profughi si stanziò sulla stessa collina
scelta dagli Arbëreshe precedenti.
La
terza colonia giunse nel 1597 ed era composta da,
approssimativamente, trenta famiglie di Coronei provenienti da Melfi,
stanziatisi a Barile dopo numerose ostilità con la popolazione melfitana,
mentre la quarta colonia arrivò all'incirca nel 1675, quella dei
"Mainotti", così chiamata perché provenienti da Laconia e da
Maina, l'antica Leuctra. Furono chiamati anche "Camiciotti",
per via della camicia nera che indossavano. Nell'anno 1664, la
popolazione di Maida in Albania, dopo una ribellione ferocemente domata
dai turchi, migrò verso Barile, già popolata da albanesi, dando vita alla
sesta migrazione.
Il
centro, abbastanza popoloso, seguì, senza particolari avvenimenti, le sorti
del resto della zona e fu sottoposto alla giurisdizione feudale dei
Caracciolo di Torella; in paese, nel monastero dei Carmelitani, come lettore
di teologia insegnò il celebre docente Michele Granata, secondo una
tradizione di studi teologici e giuridici che a Barile aveva già prodotto
il giureconsulto Domenico Moro, esperto di diritto penale, morto nel 1773 e,
in età postnapoleonica, l'avvocato Antonio Torelli, autore di traduzioni,
come l'Eneide in ottava rima e vari poemetti.
Nel
1799, con l'instaurazione della Repubblica Napoletana e
l'inserimento della zona nel Dipartimento del Bradano, anche a Barile fu
costituita una municipalità democratica e popolare, poi sciolta dopo i
fatti del maggio-giugno, con il passaggio delle orde sanfediste del cardinale
Ruffo. Di notevole importanza nella vita della Municipalità barilese fu
Nicola Caputo, attivo propagandista, con proclami e l'impegno personale a
innalzare l'albero della libertà, insieme all'avvocato Giovanni Prete e al
medico Michele Scalese.
In
età napoleonica e durante la seconda Restaurazione, si distinse l'opera di
Nicola De Rosa, comandante del Distretto di Melfi e già ufficiale
dell'esercito murattiano: cultore di archeologia e di studi storici, fu
possessore di una vasta raccolta numismatica, poi ereditata dagli Iannuzzi
di Andria, imparentati ai De Rosa attraverso una figlia del maggiore Nicola;
altresì notevole fu l'operato dell'ex giacobino Giovanni Prete, affiliato
alla Carboneria e sospettato, nel 1840, per il possesso di alcune
"carte settarie".
Nel 1861 il
paese, già gravemente danneggiato e spopolato dal terremoto di dieci anni
prima, che aveva fatto ben 105 vittime, fu investito in pieno dai fatti del brigantaggio lucano,
con personaggi come Michele Volonnino e Caporal Teodoro,
uomini fedeli a Carmine Crocco, che imperversava nella zona del Vulture
e della Valle di Vitalba: proprio il 16 aprile 1861 i briganti, respinti da
una carica di bersaglieri, invasero Barile, saccheggiandola fino a sera agli
ordini di Luigi Romaniello.
Il
23 luglio 1930, anche Barile venne danneggiata dal terremoto del
Vulture, che colpì le province di Avellino e Potenza.
Santuario
della Madonna di Costantinopoli (Kriptja Shëmbriës Kostandinopullët)
La
chiesa della Madonna di Costantinopoli (protettrice di Barile) fu
probabilmente costruita nella metà del XVII secolo. Secondo la tradizione,
la Madonna indicò ad un contadino mentre sognava il luogo dove scavando
avrebbe trovato dipinto sul tufo la sua immagine. L'edificio conserva un
affresco murale della Madonna, in stile bizantino del XIV secolo.
Alla
protettrice della città è dedicata anche la chiesa madre, ove si trova
invece un dipinto bizantino del XV secolo, che rappresenta Nostra
Signora di Costantinopoli e una tela del XVII secolo, raffigurante
la Madonna trafitta da sette stiletti.
Chiesa
dei Santi Atanasio e Rocco (Klisha Shen Tanasit dhe Rrokut)
La chiesa
dei Santi Atanasio e Rocco fu costruita attorno al 1640 dalla
confraternita dei morti, sotto la vigilanza di Raffaele Daniele, come recita
il quadro sulla volta maggiore. Essa fu più volte restaurata nel corso dei
secoli, fino ad assumere il suo assetto attuale che, soprattutto se si
guarda agli altari, risale al XIX secolo.
La
facciata è a capanna ed ha un aspetto sostanzialmente settecentesco,
incline al neoclassicismo. Troviamo infatti una facciata dipartita
orizzontalmente, con la parte inferiore che accoglie il portale, più ampia
della superiore che accoglie una finestra a mezzaluna. Le due parti sono
divise da un cornicione, affiancate da paraste bugnate, ed il tutto è
coronato da un timpano. Il portale, in pietra locale, è sovrastato da un
timpano centinato.
Passando
all’interno, la chiesa ha una pianta a navata unica conclusa da
un’abside semicircolare, ed un locale accessorio che conduce alla
sagrestia. La navata centrale presenta tre cappelle laterali per lato, che
contengono i rispettivi altari laterali. Il presbiterio è a
pianta quadrata e tra quest’ultimo e l’abside troviamo l’altare
maggiore, realizzato nella seconda metà del ‘700 e conforme allo stile barocco
napoletano, sovrastato da un crocifisso.
L’altare
è di tipo a parete, costituito da un paliotto riccamente decorato con
volute e tarsie marmoree, mensa sorretta da cantonali a volute, tabernacolo
ornato da una colomba ad ali spiegate e capialtare con putti alati. Gli
altari laterali risalgono tutti al XIX secolo e sono sovrastati da
nicchie decorate da stucchi a volute e ghirlande e contenenti statue di
santi.
La
volta, a botte e cassettonata, presenta tre pregevoli tele, risalenti alla
prima metà del ‘600, rappresentanti l’Incoronazione della Vergine, Madonna
con Bambino tra santi e anime del Purgatorio, e Madonna con Bambino con
i santi Anna e Gioacchino.
Nella
controfacciata troviamo una cantoria con organo risalente al XIX circa.
Uscendo
dalla chiesa, immediatamente sulla sinistra, troviamo un piazzale con una croce
viaria. Essa riporta il medesimo anno della vicina fontana dello Steccato, e
rientra presumibilmente in un comune piano di abbellimento della cittadina
di Barile ad opera dei suoi amministratori. I riferimenti iconografici,
carichi di simbolismo, trovano confronti con analoghi temi sviluppati nei
programmi decorativi già del secolo precedente.
È
formata da una base parallelepipeda su pedana rialzata da gradini; sulle
quattro facce sono raffigurati: clessidra e iscrizione, teschio
coronato, teschio con copricapo vescovile, teschio con serto vegetale.
Al di sopra si erge colonna baccellata inferiormente e scanalata, sormontata
da capitello composito sulla cui sommità troviamo una croce. Sulla parte
frontale è raffigurato il Crocifisso, secondo l'iconografia del Cristo
morto tipicamente bizantina, con il capo reclinato sulla spalla
sinistra e con teschio ai piedi della croce. Essa poggia su pilastrino su
cui sono raffigurati in rilievo i tre monti del Calvario. Sulla parte
posteriore della croce è rappresentata la Madonna velata e coronata in
atteggiamento orante.
All'interno
della chiesa si conservano quattro dipinti del 1640 di scuola
napoletana. Una tela di scuola napoletana, raffigurante la Madonna del
Carmine, realizzata sul finire del Settecento è conservata nella
chiesa dell'ex convento dei carmelitani di Santa Maria del Carmine.
Chiesa
di San Nicola (Klisha Shën Kollët)
La
chiesa di San Nicola Vescovo fu la prima ad essere edificata nel paese.
Nella
chiesa di San Nicola è custodita una tela, raffigurante l'annunciazione,
del 1464 e un altro dipinto del pittore Girolamo Bresciano del
Seicento. Nella piazza della città si trova la fontana dello Steccato,
costruita nel 1713.
Chiesa
di Santa Maria delle Grazie
Non
si conosce il periodo di fondazione originale della chiesa di santa Maria
delle Grazie, che nel 1325 risultava tra le pertinenze dei vescovi di
Rapolla.
La
parrocchia rimase esclusivamente di rito greco fino al 1603, allorché il
vescovo di Rapolla e Venosa Placido della Marra inviò a Barile
pure un sacerdote di rito latino affinché si potessero tenere funzioni in
entrambi i riti; due anni dopo la chiesa venne restaurata con il contributo
delle famiglie di rito latino.
Nel
1621 l'edificio fu interessato da una nuova riparazione per volere dei
fedeli, in occasione della quale fu dotato anche di un'icona ritraente la
patrona; nel 1658 fu eretto il campanile.
Nel
1756, nonostante l'intera chiesa versasse in cattive condizioni, si provvide
a risistemare unicamente la cappella del Rosario; nel 1769 il vescovo di
Melfi e Rapolla Ferdinando De Vicariis, rilevato il cattivo stato della
struttura, ne ordinò il rifacimento. I lavori di ricostruzione iniziarono
però circa un trentennio dopo, per poi essere terminati nel 1804.
Pochi
decenni dopo, nel 1851 un terremoto distrusse la parrocchiale,
risparmiandone unicamente l'altare maggiore e la balaustra. Nel 1856 partì
la riedificazione, che, dopo un periodo di interruzione, fu ripresa nel 1860
seguendo il progetto di Giuseppe Piacentini; la parrocchiale venne
consacrata il 27 ottobre 1883.
Nel
2010 cominciò un restauro che riguardò prevalentemente l'interno della
chiesa, compresi gli impianti elettrico e termico; la parrocchiale, nel
frattempo adeguata anche alle norme postconciliari, fu riaperta al
culto nella primavera del 2013.
La facciata
a salienti della chiesa, rivolta a sudest, è suddivisa da una cornice
marcapiano in due registri; quello inferiore presenta centralmente il
portale d'ingresso architravato, affiancato da due nicchie con
statue, ed è scandita da quattro lesene sorreggenti due timpanetti,
mentre quello superiore, abbellito da due lesene laterali, è caratterizzato
da una finestra semicircolare e coronata dal frontone di
forma triangolare.
Annesso
alla parrocchiale è il campanile a base quadrata, la cui cella presenta
su ogni lato una monofora ed è coperta dal tetto a quattro falde.
L'interno
dell'edificio, la cui pianta è a croce greca, si compone di un'unica navata,
sulla quale si affacciano i bracci del transetto e le cappelle
laterali, introdotte da archi a tutto sesto, e le cui pareti sono
scandite da lesene terminanti con capitelli e sorreggenti la trabeazione modanata e aggettante sopra
la quale si imposta la volta; al termine dell'aula si sviluppa il
presbiterio, rialzato di alcuni gradini, delimitato da balaustre e
chiuso dall'abside di forma semicircolare.
L'opera
di maggior pregio qui conservata è la tavola avente come soggetto la Madonna
con Bambino, risalente al Quattrocento.
Fontana
dello steccato
La
Fontana dello Steccato è situata in piazza Garibaldi, già piazza dello
Steccato, ed è il monumento più caratteristico di Barile.
Questa
fontana non ha una storia antica, lo scorrere perenne delle sue acque
scandisce il lento fluire del tempo. Le donne lavavano il bucato e, quindi,
la fontana rappresentava un grande momento di aggregazione sociale, di
grande coesione, perché tutto si ad essa.
La
fontana è anche legata a credenze popolari, non a caso ci sono delle figure
apotropaiche da dove sbucano i cannelli. Queste figure dovevano allontanare
gli spiriti maligni.
Essa
fu costruita nel 1713, come recita l’epigrafe in sommità, sotto il
"sindacato" del dott. Domenico Prete con l'assistenza di
Alessandro Criesia Decurione.
Era
inizialmente collocata sul lato opposto della piazza, ma in seguito al
terremoto del 1930, dopo una risistemazione della piazza stessa, fu
ricollocata nella sua attuale posizione in seguito con un lavoro di
smontaggio e ricomposizione. Costruita in pietra locale, è costituita da un
assetto monumentale con una facciata tripartita da quattro paraste di ordine
tuscanico su piedistallo, che basano su di un elemento pulvinato. Tra le
paraste troviamo due nicchie con catino a conchiglia situate nelle sezioni
estreme. Nella sezione centrale è presente un’epigrafe commemorativa.
L'intera facciata è stretta tra due volute decorative, che inseriscono il
monumento in un linguaggio pienamente barocco.
La
trabeazione non è pienamente ascrivibile ad un'ispirazione classica, ma è
rielaborata e semplificata, resa quasi atipica. Il fregio, infatti, non è
delineato inferiormente da un architrave tripartito, come era uso, ma solo
superiormente da una cornice sovrastata da decorazioni poste in
corrispondenza delle paraste.
Per
quanto riguarda la parte inferiore, relativa alla vasca, troviamo tre
mascheroni, da cui sgorga l'acqua, che hanno una funzione apotropaica, e
riflettono lo spirito religioso e superstizioso della cultura popolare
barilese e in generale di tutto il Vulture Melfese. Una ulteriore funzione
decorativa è svolta da altre due volute più piccole, situate nella parte
inferiore e che incorniciano la vasca. Quasi a coronare l'intera struttura
vi è un medaglione, immediatamente al di sotto della cornice, in cui è
impressa la data di costruzione ed un’icona della Vergine Maria, Madonna
di Costantinopoli, patrona della cittadina. Lo stemma, è sorretto da
un’altra figura apotropaica, presenta anche la rappresentazione di un
grappolo d’uva al di sopra di un barile, simbolo della cultura agreste del
territorio, legata alla produzione del vino.
Notevoli
le case palazziate appartenenti a famiglie che, nel corso della tarda Età
moderna, acquisirono patrimoni di carattere latifondistico. Ad esempio, si
distinguono Palazzo De Rosa (il cui stemma cadde a seguito del terremoto del
1980), Palazzo Caracciolo, Palazzo Frusci, il cinquecentesco Palazzo
Piacentini e Palazzo Bozza.
Parco
urbano delle cantine
Un
unicum di 131 grotte e cantine scavate nel tufo vulcanico, nel remoto
quartiere “Sheshi”, che in Albanese indica la piazza del paese che era lì
ubicato nel secolo XV.
Diverse
abbandonate, molte attive, ancora oggi si conserva il pregiato vino
Aglianico del Vulture DOC e DOCG. È in quello che è diventato Parco urbano
delle Cantine, tutelate dal Comune Barile, che Pier Paolo Pasolini girò
nel 1964 alcune celeberrime scene del Film "Il Vangelo secondo
Matteo".
Nella
cantina di Pasquale Rella “a forma di cavo orale” girò la Natività di
Nostro Signore con Margherita Caruso (la Madonna giovane) ed altre con
Enrique Irazoqui (il Cristo). La Strage degli Innocenti, l’Adorazione dei
Re Magi, la Fuga di Maria e Giuseppe in Egitto, la Congiura dei Centurioni,
le altre quattro sequenze girate qui.
Tradizioni
e folclore
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19 marzo: Falò di San Giuseppe
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Martedì dopo Pentecoste: Festa Patronale della Madonna di Costantinopoli
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15 giugno: Benedizione del pane e degli animali domestici davanti alla
chiesa dei SS. Attanasio e Rocco
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24 giugno: Battesimo delle bambole
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Venerdì Santo: Via Crucis con personaggi viventi -
Barile ogni anno vive la sua grande giornata, frutto di una tradizione
secolare che vede nella cittadina la perpetuazione di una manifestazione
religiosa legata alla morte di Cristo: accanto alle drammatiche scene
di dolore e di pianto, a fianco a personaggi che conservano fedelmente le
descrizioni bibliche, convivono elementi originali, dove la realtà storica
concede il passo alla fantasia popolare. Pare che il primo a creare la
manifestazione sia stato un sacrestano della chiesa madre che, per
arricchire la Via Crucis, si adoperò con pochi mezzi e rudimentali costumi
a rappresentare le scene del dramma.
La
partecipazione popolare è vivissima sia nella fase preparatoria, perché
gente di ogni età e di ogni ceto sociale offre il proprio contributo
materiale (gioielli, oggetti della passione) che in quella conclusiva,
quando la massa osserva la grande scena, che prevede 126 persone, quindi 25
gruppi di personaggi che percorrono per quattro ore le vie del paese, con la
chiusura alla presenza delle statue del Cristo Morto e dell'Addolorata,
preceduti dal sacerdote che invita i fedeli alla preghiera e alla
meditazione dei misteri.
Nella
rievocazione della passione di Cristo, motivo di grande significato è l'oro
che copre i simboli e riveste i personaggi della sacra rappresentazione,
secondo le caratteristiche proprie dell'arte bizantina: esso copre le croci
e gli abiti bianchi delle "tre Marie", bimbe che simboleggiano
purezza e innocenza, le braccia impastate della Veronica, impreziosisce le
dita dei sacerdoti del Sinedrio ma, soprattutto, "veste" la
zingara, personaggio singolare che, secondo la tradizione popolare, ha
acquistato i chiodi per la crocifissione. Zingara e Moro, altro personaggio,
simbolo rappresentativo del male, sono fra i pochi personaggi che si muovono
nel corso della processione, ostentando indifferenza e persino allegria nel
generale clima di tragedia. Da Natale in poi la ragazza di Barile che
interpreterà la zingara, di solito una bella bruna prosperosa, riunisce gli
ori delle famiglie del paese. Con i dieci chili di splendidi ori antichi che
così raccoglie, la zingara "costruisce" un corpetto ricchissimo,
e ancora se ne riempie le dita e le braccia, i capelli e il collo e, ridendo
sfacciata, ancheggiando sfrontata davanti all'Ecce Homo insanguinato,
regala alla gente ceci e confetti, estraendoli da un cestino rosso in cui
sono contenuti i chiodi della crocifissione.

Fonte:
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