Venosa
(Potenza)
 
  

Venosa è nota anche come "città oraziana" per aver dato i natali al poeta latino Quinto Orazio Flacco ed è uno dei comuni iscritti all'associazione "I borghi più belli d'Italia".

Venosa è sita nel nord-est della Basilicata su un altopiano compreso tra due valli ed è circondata da una rigogliosa vegetazione e da numerose alture.  

La presenza delle prime comunità umane nell’area di Venosa risale al Paleolitico inferiore, testimoniata dal ritrovamento di numerosi strumenti di pietra dalla tipologia già molto progredita (amigdale), tipiche di quel periodo. Al Neolitico si deve l’installazione di un primo embrione di organizzazione antropica dello spazio. Successivamente, intorno al VII secolo a.C., con gli Appuli si ebbe il primo insediamento sul promontorio venosino di dimore stabili. 

Nel IV secolo a.C., i Sanniti, s’impossessarono della Città. Benché relativamente breve (350–290 a.C.), il dominio sannita rappresentò per la città un periodo di potenza e di prosperità. L’inizio dell’espansionismo romano verso il Sud della penisola si ebbe a partire dal 291 a.C. Protagonista della conquista fu Lucio Postumio Megello ben presto estromesso e sostituito dalla potente famiglia dei Fabii. Furono proprio i Fabii, infatti che si occuparono delle cerimonie di fondazione della città, e che decisero di confermare il nome di Venusia alla nuova colonia. Inquadrata tra le colonie di diritto latino, Venosa godette di una larga autonomia, vincolata al solo patto di alleanza con Roma. 

La colonia ebbe un ruolo attivo durante la seconda Guerra Punica (218–201 a.C.), che vide Roma impegnata contro gli eserciti di Annibale, fornendo cospicui aiuti durante le varie fasi del conflitto. Proprio in occasione della famosa battaglia di Canne, Venosa accolse le guarnigioni scampate al massacro e fornì loro i supporti necessari per sferrare il contrattacco. 

In tale periodo, la città dovette essere senza dubbio logorata e gravemente decurtata nel numero degli abitanti se nel 200 a.C. vi fu inviato un rinforzo di coloni, per la scelta dei quali furono nominati dei triumviri. A partire dal 190 a.C., con il definitivo prolungamento della via Appia (la più antica delle strade consolari romane), la città divenne un importante centro commerciale e quindi amministrativo acquisendo una posizione di privilegio all’interno della regione.

Dopo la riconquista romana, per effetto della lex julia de civitate, ebbe un avanzamento di grado nel sistema gerarchico delle città romane, divenendo municipium civium romanorum, e inserita nella tribus Horatia, la vecchia tribù in cui erano inquadrati i ceti di governo. Nel 43 a.C. Venusia perse lo status di municipio romano e ritornò ad essere un colonia militare. Il ritorno al vecchio status non va però considerato come un semplice declassamento, al contrario, l’afflusso di nuova popolazione scelta tra i veterani di guerra più valorosi, favorì l’inizio di un nuovo periodo di floridezza e di sviluppo economico. Il tempo di Augusto imperatore coincise con il periodo di massima espansione economica della Venusia romana, periodo nel quale la città conobbe, tra l’altro, un notevole incremento di costruzioni e di edifici pubblici (terme, anfiteatro, ecc.). 

Nel 114 d.C., con la decisione dell’Imperatore Traiano di deviare il tracciato originale della via Appia, facendo costruire una variante verso la Puglia, Venosa restò tagliata fuori dalle grandi vie di comunicazione e incominciò a perdere il ruolo di importante centro militare.

In età tardo antica a Venosa, oramai ridimensionata nel suo ruolo originale, anche grazie alla presenza di una fiorente comunità ebraica dedita al commercio, incominciò a diffondersi il messaggio cristiano, soprattutto però nelle aree extraurbane (di qui la presenza di alcuni piccoli edifici religiosi fuori le mura). Nel 238, Filippo, nominato vescovo di Venosa, a capo di una numerosa comunità cristiana, diede inizio al lento processo di sostituzione del potere religioso a quello civile nell’amministrazione della città. L’affermarsi quindi del potere vescovile come espressione della nuova classe dirigente locale portò lo stesso vescovo ad assumere via via anche poteri e prerogative proprie dell’amministrazione civile.

L’inarrestabile declino, iniziatosi con la deviazione della via Appia, si protrasse fino al crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Lo sfaldamento dell’impero determinò l’arrivo dei popoli cosiddetti barbari, e quindi prima i Bizantini nella prima metà del 500 e successivamente i Longobardi occuparono i territori dell’ex regione lucana, dividendola amministrativamente in Gastaldati. Venosa in età alto medievale vide arretrare sensibilmente i suoi confini nord-orientali e quindi ridursi il suo perimetro urbano. Accanto a tale fenomeno, si ebbe anche una forte contrazione demografica e un costante abbandono delle campagne ormai divenute meno sicure.

Sotto i Longobardi la città, ricompresa nel gastaldato di Acerenza, era governata da un conte che esercitava il suo potere su delega del gastaldo. A tale periodo si fa risalire la prima struttura fortificata altomedievale che, stando alle ipotesi più accreditate, sorgeva sull’area dell’attuale Istituto dei Padri Trinitari, già Convento di Sant’Agostino e poi Seminario diocesano. I Longobardi restarono a Venosa in posizione dominante per circa quattro secoli, durante i quali la pace e la tranquillità furono più volte minacciate dai Bizantini e dai Saraceni che, fecero le prime incursioni dall’840 all’851, quando la città venne conquistata e sottomessa fino all’866. Sotto la dominazione saracena Venosa dovette subire ulteriori saccheggi e distruzioni che mortificarono ulteriormente la già precaria condizione economica. 

Nell’866 Lodovico II, re dei Franchi, di passaggio da Venosa diretto al monastero di Monte Sant’Angelo, liberò la città dai Saraceni. Dopo la sua partenza, la città ricadde in mano bizantina, e dopo l’ultimo saccheggio saraceno del 926, resterà in mano bizantina fino all’arrivo dei Normanni (1041). In tale periodo, l’arrivo dei Benedettini a Venosa, provenienti dai territori dell’attuale Campania, segnò un momento importante nella plurisecolare storia della città. Infatti, la loro presenza favorì una sensibile ripresa urbana che trovò nella costruzione della abbazia della SS. Trinità il punto più alto. 

La ripresa urbana, già avviatasi sul finire del X secolo per opera dei monaci basiliani e appunto benedettini, ricevette una robusta intensificazione in epoca normanna. Nella spartizione delle terre conquistate dai Normanni, la città venne assegnata a Drogone della famiglia degli Altavilla (1043) che, in qualità di signore assoluto, la tenne come patrimonio familiare. In tale periodo si ebbe la rifondazione del monastero benedettino della S.S. Trinità che, con i Normanni, divenne il massimo centro del potere religioso, tanto che questi lo destinarono a luogo di sepoltura dei membri della famiglia degli Altavilla. A partire da questo momento, il monastero divenne beneficiario di continue donazioni che nel corso dei secoli costituiranno il cosiddetto Baliaggio della Trinità, abolito e smembrato dai francesi nel primo decennio del 1800. 

Lo stato di floridezza e di prosperità dell’importante edificio religioso raggiunse il culmine sul finire del XII secolo, quando i monaci benedettini decisero di intraprendere il grandioso progetto di costruzione di una nuova chiesa che, nelle loro intenzioni, avrebbe dovuto avere dimensioni più che ragguardevoli. Molto probabilmente, la eccessiva grandiosità del progetto e la crisi in cui precipitò il monastero subito dopo l’inizio dei lavori, determinarono l’interruzione dell’impresa, con la quale si esauriva la parabola di crescita della città.

Infatti, nel 1297 papa Bonifacio VIII sottrasse loro e ne affidò la conduzione all’ordine Gerosolimitano di San Giovanni che, però, non riuscì a produrre nessun avanzamento dei lavori. Anzi, i Gerosolimitani preferirono stabilire la loro sede all’interno dell’area urbana, e dopo aver progressivamente abbandonato il monastero, fecero costruire il primo nucleo dell’edificio che in seguito diventerà la residenza ufficiale del Balì (governatore provinciale dell’ordine Gerosolimitano). Con il passare degli anni la residenza balivale acquistò un peso notevole, tanto che lo spazio antistante il palazzetto (attuale largo Baliaggio) diventò una sorta di zona franca, non soggetta ad alcuna giurisdizione, sulla quale si poteva ottenere anche il diritto d’asilo.

Con la morte di Tancredi, avvenuta nel 1194, il primo regno indipendente costituito dai normanni, in seguito alle note vicende dei passaggi parentali, passò agli Svevi. Infatti, il 1220, papa Onorio III incoronò Federico II di Svevia nuovo imperatore. Durante il periodo svevo, Venosa venne dichiarata città demaniale, cioè appartenente direttamente alla corona. Da ciò conseguirono numerosi privilegi che permasero anche nel primo periodo di dominazione angioina. Nel 1250, la morte di Federico imperatore e la fine della dinastia sveva, segnarono per Venosa l’inizio di un periodo di lunga decadenza. Nel 1266, con l’investitura di Carlo I d’Angiò da parte di papa Clemente IX, si ebbe il passaggio dalla dinastia sveva a quella angioina. Come innanzi accennato, nei primi decenni della dinastia angioina, Venosa, a differenza di molti altri centri urbani della Basilicata, resistette all’infeudamento, ottenendo la riconferma dei privilegi concessi dai sovrani normanni e svevi. 

Successivamente, nel 1343 con la morte di Roberto d’Angiò, i contrasti tra la corona e i baroni si acuirono, e in tale contesto, due anni dopo, nel 1345, la contea di Venosa venne infeudata e assegnata a Roberto principe di Taranto, inaugurando così la lunga serie di feudatari che si succederanno nel possesso del feudo (Sanseverino, Caracciolo, Orsini, del Balzo, Consalvo di Cordova, Gesualdo, Ludovisi, Caracciolo di Torella). Con l’infeudamento il potere politico si trasferì dalle mani del vescovo a quelle del feudatario il quale divenne arbitro unico delle sorti della città. Dopo Roberto e Filippo principe di Taranto, nel 1388 il feudo di Venosa passò a Venceslao Sanseverino, cui successe, nel 1391, Vincenzo Sanseverino. Dopo una breve parentesi nella quale la città venne concessa alla regina Margherita, moglie di re Ladislao, nel 1426 la stessa venne acquisita da ser Gianni Caracciolo, il quale dopo pochi anni la cedette nelle mani degli Orsini. Nella seconda metà del XV secolo il feudo, nel frattempo passato in dote a Maria Donata Orsini figlia di Gabriele signore di Venosa, a seguito del matrimonio della Orsini con Pirro del Balzo, venne trasmesso a questi che, nel 1458, ricevette l’investitura ufficiale del ducato di Venosa. Secondo il Cenna, Pirro del Balzo fu il feudatario che, forse anche spinto dalla necessità di sanare i danni provocati dal terremoto del 1456, diede inizio ai grandi interventi di ricostruzione del tessuto edilizio urbano che portarono, tra l’altro, alla costruzione del castello.


Dopo la morte di Pirro e la sconfitta degli Aragonesi, la città fu posseduta per un breve periodo dal gran capitano Consalvo di Cordova, dignitario di corte, originario della Spagna, che restò signore di Venosa fino all’acquisto del feudo da parte dei Gesualdo, nel 1543. A Luigi IV Gesualdo successe il figlio Fabrizio, padre di Carlo, marito di Geronima Borromeo, sorella di San Carlo, cardinale di Milano, grazie alla quale Venosa divenne principato. Nel 1581, a Fabrizio successe il figlio Carlo Gesualdo. I nuovi signori, sensibili al fascino della vita mondana, fecero di Venosa un attivo centro intellettuale, in netto contrasto, con il lento processo di emarginazione che investiva tutte le principali città della “Basilicata”. 

Al momento del passaggio ai Gesualdo, la città contava, secondo il Giustiniani, 695 fuochi, numero che andò progressivamente aumentando man mano che la città si riprendeva dalla pestilenza del 1503 (nel 1545 il numero dei fuochi passò a 841 e ancora nel 1561 a 1095). Con i Gesualdo Venosa visse il suo Rinascimento di piccolo e raffinato centro di cultura, una stagione irrepetibile per fervore culturale che si inaugurò con la nascita dell’Accademia dei Piacevoli (o dei Soavi) nel 1582. In tale periodo, la città vide la fioritura oltre che di una classe di intellettuali di prim’ordine, di una brillante scuola di giureconsulti capeggiata dai Maranta. 

La stagione si chiuse nel 1613 con la nascita, per ispirazione diretta di Emanuele Gesualdo, della seconda Accademia, detta dei Rinascenti, che ebbe vita brevissima (da marzo ad agosto), condizionata dalla prematura morte del suo mecenate. La fondazione delle Accademie e le attività da esse svolte trovarono adeguata accoglienza nelle sale della fortezza pirriana che i Gesualdo avevano provveduto a trasformare in ambienti per la corte. I lavori cominciati nel 1553, si protrassero per tutto il periodo gesualdino. 

Nel corso di tale periodo, precisamente nel 1607, l’equilibrio politico – sociale della città fu sconvolto dall’insorgere di violenti contrasti di natura economica esplosi tra il vescovo e il governatore della città. La durezza dello scontro, che vide la partecipazione diretta della popolazione locale al fianco del potere civile, portò alla scomunica della città. Venosa visse per cinque anni scomunicata e, solo nel 1613, per intercessione del nuovo vescovo Andrea Perbenedetti, la scomunica o, come si diceva, l’interdetto, sarà rimosso da papa Paolo V. 

Alla morte di Emanuele Gesualdo (1588 – 1613), seguita a pochi giorni di distanza da quella del padre Carlo, fu la primogenita Isabella ad ereditare i titoli e i beni della prestigiosa casata di ascendenze normanne. Ella sposò il nipote del papa Gregorio XV, il duca di fiano Nicolò Ludovisi, dal quale ebbe una figlia, Lavinia, ma la prematura morte di entrambe permise al Ludovisi di incamerare il patrimonio dei Gesualdo dopo il pagamento del relevio. Il passaggio del feudo dai Gesualdo ai Ludovisi (principi di Piombino, non risiedettero mai a Venosa) segnò l’inizio di un nuovo periodo di decadenza economica e culturale della città. La condizione di “abbandono”, già grave, ebbe un ulteriore colpo con il passaggio dei titoli e dei beni feudali e burgensatici da Niccolò Ludovisi al figlio Giovan Battista, avvenuto nel 1665, del quale resta il ricordo per essere stato “il più grande dissipatore del sec. XVII”. Proprio la sua cattiva gestione lo costrinse a vendere il feudo a Giuseppe II Caracciolo di Torella, insieme ai relativi proventi dei territori degli erbaggi e quelli del casale grecofono di Maschito. La vendita fu effettuata il 22 maggio 1698 presso in notaio Cirillo di Napoli.

Nel corso del secolo XVIII, sullo sfondo delle note vicende che interessarono il Viceregno, divenuto successivamente regno autonomo nel 1734, la città di Venosa permaneva in uno stato complessivamente peggiorato e di crisi acuta, testimoniato anche dal cospicuo calo del numero degli abitanti (dalla famosa Relazione Gaudioso del 1735 si rileva che la popolazione di Venosa ammontava a circa 3000 abitanti). 

Tagliata fuori dai grandi circuiti produttivi e commerciali del Regno di Napoli, anche a causa del grave stato di abbandono in cui versavano le vie di comunicazione interne, a fine Settecento la città si trovava allo stadio terminale di un lungo periodo della sua storia, iniziato nella seconda metà del Seicento. Le drammatiche vicende che riguardarono il Regno di Napoli a cavallo tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, come è ampiamente noto, portarono allo smantellamento delle vecchie istituzioni feudali e alla creazione di nuovi ordinamenti che trasformarono definitivamente i tradizionali assetti sociali e fondiari.

In tale tumultuoso contesto, Venosa, che aveva una sua peculiare sistemazione fondiaria basata sulla tripartizione della proprietà: feudale, ecclesiastica e privata, vide sconvolto completamente il suo equilibrio economico sociale. Quindi, l’assetto ereditato dall’età feudale, caratterizzato da una forte presenza della Chiesa e delle corporazioni religiose (il censimento catastale del 1807 attribuiva alla chiesa, nel suo complesso, il 34,4% della rendita fondiaria di tutto il comune), subì un duro colpo dalle leggi di eversione e di soppressione prima, e dalle più generali operazioni di quotizzazione avviate a partire dal 1813. Nell’alveo della sostanziale continuità perseguita dalla restaurata monarchia borbonica, a Venosa le prime operazioni di quotizzazione dei demani furono alterate da brogli, corruzioni, ritardi, inadempienze e connivenze, tanto da far pensare ad un vero e proprio concertato disegno doloso. 

Dopo un periodo di stasi protrattosi fino al 1831, la città fece registrare una ripresa demografica, passando dai 6.264 abitanti nell’anno in corso ai 7.140 del 1843. Tale incremento, insieme con la non mai sopita aspirazione al possesso della terra, determinò l’insorgenza popolare del 1848. La rivolta ebbe inizio alle 11 di notte del 23 aprile quando, al suono di trombe e tamburi i contadini invasero in armi le strade del paese. Nel clima arroventato che si era venuto creando, nei giorni successivi si ebbero due omicidi, oltre a numerosi soprusi e intimidazioni. 

La triste vicenda si concluse dopo circa un mese con il solenne impegno dei possidenti locali che, in una seduta allargata del Consiglio decurionale, sottoscrissero la cessione di un quinto di alcuni corpi demaniali, così da poter procedere alle contestuali quotizzazioni. Ma, superata la fase di emergenza, si fece ritorno alle vecchie metodiche tese a ritardare l’esecuzione delle operazioni di ripartizione. Fu così che la visita di Ferdinando II in occasione del terremoto del 14 agosto del 1851 (il violento sisma provocò ingenti danni agli edifici e la morte di 11 persone), rimise in moto l’inceppata macchina burocratica, che finalmente ebbe ragione delle resistenze opposte dal patriziato locale.

Nel 1861, ancora una volta nel mese di aprile, Venosa fu teatro di un terribile episodio di violenza cittadina. Il giorno dieci alle ore 18.30, infatti, il generale Carmine Crocco alla testa di un nutrito gruppo di briganti assaltò la città che, dopo un breve tentativo di resistenza, fu invasa dalle orde dei briganti e rimase alla mercé degli stessi tre giorni prima di essere liberata dagli uomini della Guardia Nazionale. Durante l’occupazione, furono commessi numerosi eccidi, oltre a rapine e numerose violenze di ogni genere, tanto che, con deliberazione del Consiglio comunale del 23 ottobre 1861 si stabilì che “nel giorno 10 aprile alle ore 18.30 precise di ciascun anno, dal 1862 in avvenire suonino in questo comune tutte le campane mortuarie”.

A partire dall’unificazione nazionale, la città, dal punto di vista urbanistico, incominciò a subire alcune trasformazioni che, in seguito, portarono alla costruzione del “quartiere nuovo” (per la prima volta dalla fondazione della colonia romana la città si proietta in aree fino a quel momento mai interessate dall’edificazione) posto nella zona di Capo le mura (attuale via Luigi La Vista) a sinistra e a destra della antica rotabile per Maschito. 

In tale periodo, siamo sul finire dell’Ottocento, la città contava circa 8.000 abitanti e si apprestava a vivere un periodo di favorevole congiuntura economica, alimentata soprattutto anche dalle rimesse dei lavoratori emigrati in America Latina. Per tutto il periodo che va dagli inizi del Novecento al secondo dopoguerra, la città permase in una situazione socioeconomica di sostanziale uniformità con il resto della regione, caratterizzata, come è noto, da un diffuso e consolidato arretramento. 

Nel secondo dopoguerra, il vento delle riforme varate dai primi governi repubblicani investì anche Venosa che, a partire dal 1950, con l’approvazione della legge di riforma fondiaria, vide la progressiva parcellizzazione dell’antico latifondo costituitosi, come abbiamo visto, dopo le leggi di eversione. La Riforma diede finalmente sbocco alle tensioni dei braccianti disoccupati, costretti a vivacchiare alla mercé del padronato. Tuttavia, le mutate condizioni economiche generali del Paese spinsero gli assegnatari ad abbandonare progressivamente le quote e ad emigrare verso il Nord Italia in fase di rapida industrializzazione. Nonostante tutto, la tensione sociale, già manifestatasi in più occasioni con l’occupazione di terre incolte dopo i decreti Gullo, prima della approvazione della riforma fondiaria, non si era del tutto placata. 

Nell’inverno del 1956, infatti, un tragico episodio di insorgenza popolare portò alla morte, colpito da arma da fuoco, del giovane disoccupato Rocco Girasole. Negli anni successivi, la città, in linea con la tendenza nazionale, fece registrare notevoli passi in avanti tanto da diventare la moderna e vivibile cittadina che oggi si presenta agli occhi di quanti hanno il piacere di visitarla.

Visitare il borgo

Patria del poeta latino Quinto Orazio Flacco (Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.) e del madrigalista rinascimentale Carlo Gesualdo Di Venosa (Venosa, 8 marzo 1566 – Gesualdo, 8 settembre 1613), è uno dei Borghi più belli d’Italia.

Venosa è una splendida città, in cui il tempo scorre tra un passato e presente. Lo si evince una volta arrivati in Piazza Orazio, dove svetta la statua dedicata ad Orazio, uno dei maggiori poeti dell’epoca romana, nei pressi di quella che potrebbe essere stata la sua abitazione. Per conoscere ogni angolo di questo scrigno di arte, cultura e spiritualità bisogna portarsi fino all’area nord della Basilicata, nel cuore del Vulture Melfese.

Qui, su un altopiano compreso tra due valli e circondata da una rigogliosa vegetazione e numerose alture, Venosa si rivela in tutta la sua bellezza.

Un susseguirsi di gioielli artistici e architetture di pregio si possono ammirare sin da quando si fa ingresso nel paese, tra la chiesa della Trinità e l’annessa Incompiuta, luoghi sacri fortemente legati all’origine della dinastia normanna, il vicino Parco archeologico, finché si giunge nel cuore del suo centro storico dove domina il maestoso castello Pirro del Balzo, per poi scoprire, poco fuori dalla città le catacombe ebraico in prossimità di quelle cristiane, dimostrazione della presenza di una consistente comunità ebraica tra il IV e il IX secolo.

Abbazia della Santissima Trinità

Il complesso della Santissima Trinità di Venosa è tra i più importanti siti monumentali dell’Italia meridionale. A renderlo unico la stratificazione di presenze romane, longobarde e normanne che emergono dalle strutture e raccontano secoli di storia. Il grande complesso abbaziale si compone della Chiesa antica (o vecchia) e dell’Incompiuta (o nuova), la cui costruzione non fu mai portata a termine. Le ipotesi sulla sua fondazione appaiono ancora controverse. Per alcuni studiosi venne innalzata dai Benedettini prima della venuta dei Normanni. 

Il nucleo originario è costituito da una Basilica Paleocristiana sorta tra il V ed il VI secolo, ove in precedenza vi era un tempio pagano dedicato a Imene. La basilica romanica nel 1059 venne consacrata da papa Niccolò II. Nello stesso anno Roberto il Guiscardo volle rendere la chiesa il sacrario degli Altavilla e quindi fece portare, all’interno, le salme dei suoi fratelli Guglielmo “Braccio di Ferro”, Umfredo e Drogone (successivamente verrà anche lui sepolto qui).

LA CHIESA ANTICA - La chiesa presenta una struttura paleocristiana con pianta basilicale e un’ampia navata centrale con l’abside posta sul fondo; questa lineare struttura nel corso del tempo ha subito varie mutazioni a partire dal VII secolo, fino alle ricostruzioni ad opera di Longobardi (nel X secolo) e Normanni (tra il XI ed il XIII secolo). L’ingresso della chiesa, in stile romanico, è caratterizzato sul lato sinistro da due sculture di leoni in pietra e quattro sporgenze, che corrispondono ad altrettante facciate sovrapposte l’una all’altra nel corso dei secoli. Da destra verso sinistra: la prima sporgenza è di epoca normanna tra il XI e XII secolo; la seconda è longobarda, datata il X secolo; la terza è del VIII-IX secolo e la quarta è l’entrata laterale della Basilica Paleocristiana.

Varcando la soglia dell’edificio, si possono notare sculture di civiltà eterogenee, perlopiù romane, tra cui la cosiddetta Colonna dell’Amicizia, opera romana sormontata da un capitello bizantino. La Colonna prese questa denominazione perché, secondo la tradizione, girarvi intorno tenendosi per mano è un presagio di eterna amicizia, mentre per le giovani spose che si comprimano tra colonna e parete, sarà un augurio di fecondità. Poco prima dell’ingresso della chiesa vi sono due facciate: la prima è costituita da un portale realizzato dal Maestro Palmieri nel 1287 e, alla sua sinistra, è osservabile un grande affresco del XV secolo che raffigura San Cristoforo. La seconda facciata è composta dal massiccio arco del porticato, seguito da altri due archi, sovrastati da una galleria di piccoli archi ciechi. Vicino alla facciata si trova la scalinata che conduce all’antico monastero.

La parte interna ha una struttura di tipo paleocristiano. La navata centrale è divisa in altre quattro costituite da grandi archi (otto a destra e sei a sinistra), l’abside è posta sul fondo ed ha una forma semicircolare. Nella navata destra si trova La Tomba degli Altavilla, luogo funerario di Roberto il Guiscardo, Guglielmo “Braccio di Ferro”, Umfredo, Drogone e Guglielmo d’Altavilla, esponenti illustri della famiglia omonima che provenienti dalla Normandia come guerrieri mercenari agli inizi dell’anno mille, diedero l’avvio al primo regno unitario nell’Italia meridionale. I corpi un tempo riposavano in sarcofagi singoli, e le loro ossa vennero riunite nell’arca alla metà del Quattrocento. Della tomba del Guiscardo, attraverso i documenti, ci è noto l’epitaffio in cui egli era soprannominato Terror Mundi.

AbbaziaSantissimaTrinita TombaAbelarda.jpg (122586 byte)Nella navata sinistra si trova invece La Tomba di Alberada di Buonalbergo (chiamata anche Aberada), moglie di Roberto il Guiscardo. La donna sposò Roberto nel 1053 ma venne da lui ripudiata per la principessa longobarda Sichelgaita di Salerno. Aberada ebbe anche un figlio dal Guiscardo, Boemondo I d’Antiochia, eroe della Prima Crociata, che morì a Canosa nel 1111 ed ivi è sepolto. Sull’architrave del monumento campeggia un’iscrizione in latino che attesta la sua sepoltura:

«GVISCARDI CONIVX ABERADA HAC CONDITVR ARCA / SI GENITVM QVÆRES HVNC CANVSINVS HABET»

«Aberada, moglie del Guiscardo, è sepolta dentro quest’arca. Se cercherai il figlio, Canosa lo possiede»

Accanto alla tomba di Aberada vi è il sepolcro di Raffaele ed Emilio Acciaiuoli (XV secolo), originari di Firenze e signori Melfi. Sempre nella navata sinistra troviamo una pavimentazione di mattoncini appartenente alla Basilica Paleocristiana e, in successione ad un piano inferiore, un mosaico sul pavimento di “domus romana” del periodo imperiale (II-III secolo d.C.).

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LA CHIESA NUOVA O "INCOMPIUTA" - L’edificio venne iniziato con l’impiego di materiali provenienti da monumenti di svariate civiltà presenti in loco, tra cui romana, longobarda ed ebraica. Il suo progetto risale al XII secolo, quando la Chiesa Antica venne giudicata un luogo inadatto di contenere un certo numero di fedeli, quindi si optò di architettare un vasto ampliamento dietro l’abside, con il fine di creare un’unica grande basilica. 

I lavori, finanziati dai Benedettini, iniziarono verso la metà del 1100 ma i ritmi andarono man mano scemando, a causa dell’altalenante patrimonio del monastero e anche perché questi furono costretti ad abbandonare Venosa, causa la soppressione del loro Monastero per volere del papa Bonifacio VIII nel 1297. Costui assegnò, nello stesso anno, il complesso ai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme (in seguito noti come Cavalieri di Malta), poiché avevano perso i propri possedimenti in Palestina durante l’ultima Crociata. 

L’Ordine non prestò attenzione all’impianto monastico della nuova chiesa e stanziò il proprio quartier generale all’interno di Venosa, precisamente nel “Palazzo del Balì”. Da quel momento, la struttura non venne più completata. Ad ogni modo, vennero attuati altri interventi come il portale nel XIV secolo e il campanile a vela nel XVI secolo, ma a livello architettonico la Chiesa Incompiuta rimase tale. 

La struttura è costituita da un corpo longitudinale, previsto a tre navate, con un ampio transetto sporgente ed absidato ed un coro molto profondo, circondato da un deambulatorio con cappelle radiali. In corrispondenza dell’attacco del transetto con il deambulatorio sono inserite due torrette scalari. Il corpo longitudinale presenta cinque colonne con grandi capitelli corinzi ed un pilastro polistilo all’incrocio con il transetto solo sul lato destro, mentre sul sinistro non furono realizzate neppure le fondazioni del colonnato settentrionale, mentre la copertura non fu mai realizzata. 

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Cresciuta alle spalle della chiesa vecchia, l’Incompiuta resta l’unico caso visibile di un fenomeno che si doveva  normalmente verificare quando si costruiva una chiesa nuova sul luogo di una più antica: generalmente si lasciava in piedi la prima, fino al momento in cui la nuova non era in grado di funzionare pienamente. 

L’ingresso, oltrepassato un arco semicircolare, evidenzia una lunetta decorata da una iscrizione propiziatoria che chiede la protezione di Dio sulla chiesa e sui monaci, nonché la pace dello spirito e del corpo. Sopra la lunetta si trova l’agnello con la croce, ovvero il simbolo dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

All’interno dell’Incompiuta si posso trovare varie opere e ornamenti che appartenevano all’Anfiteatro Romano, come l’epigrafe della scuola gladiatoria di Salvio Capitone, che presenta un elenco di gladiatori che combattevano nell’Anfiteatro. Nel corso del Cinquecento venne costruito sul lato destro il grande campanile a vela.

Cattedrale di Sant'Andrea

La Cattedrale di Sant’Andrea a Venosa rappresenta sicuramente uno dei monumenti simbolo della cittadina oraziana. La sua imponente mole è affiancata dal volume slanciato del campanile, e domina l’omonima piazza di cui occupa il lato nord-occidentale, emergendo nettamente rispetto al contesto edilizio che la circonda. Grazie a diverse fonti storiche concordi, la sua costruzione può essere datata a partire da 1470 quando il feudatario Pirro del Balzo si impegnò a realizzare l’opera dopo aver ottenuto dal Vescovo Nicola Geronimo Porfido il consenso di demolire il preesistente duomo per edificare al suo posto il nuovo castello.

L’edificazione della nuova cattedrale, contestuale alla creazione della piazza, si tradusse in una ristrutturazione tardo quattrocentesca-primo cinquecentesca operata in un contesto urbano medievale formatosi a sua volta sui resti della città romana. I lavori di costruzione si protrassero per oltre un trentennio fino al 1502, mentre la chiesa fu consacrata solo molto più tardi, il 12 marzo 1531, Festività di San Gregorio, dal Vescovo Ferdinando Serone (1528-1542). Solo nei decenni successivi, sempre prevalentemente all’interno, furono realizzati complementi ornamentali ispirati alla cultura artistica rinascimentale.

Modellato in forme semplici, ma grandi e spaziose, l’edificio presenta soprattutto all’interno soluzioni strutturali e decorative di matrice tardo-gotica sui quali nei decenni successivi si sono aggiunti i complementi ornamentali più strettamente rinascimentali. Nei secoli si sono susseguiti trasformazioni, integrazioni, rifacimenti e mutilazioni che le fonti ci descrivono più o meno nel dettaglio.

All’interno la cattedrale di Venosa si presente divisa in tre navate su due piani. La facciata, in pietra ben lavorata, mostra un portale con architrave, lungo il quale un’iscrizione avverte che alla sua essa in opera attese Cola di Conza, quando correva l’anno 1512.

L’interno, tipico per il perdurare nelle soluzioni architettoniche dei modelli tardogotici, vistosamente coniugati con inserti rinascimentali, presenta tre navate, modulate ad archi a sesto acuto. La navata centrale prospetta, al suo limite, due imponenti archi a segnare l’area del transetto, oltre il quale la visuale va a chiudersi sull’abside a lunetta. Delle cappelle laterali che si aprono nell’arco del transetto, di notevole interesse è la Cappella del SS. Sacramento (1520), impreziosita da un arco riccamente decorato da putti, candelabri e festoni. Numerosi elementi decorativi caratterizzano l’architettura della cattedrale. Lungo i muri delle navate, in alto, una serie di dipinti con cornici mistilinee, che raffigurano i SS. Apostoli, a figura intera e coperti con ampi panneggi. Il ciclo è attribuito dalla storiografia locale a Giuseppe Pinto, attivo a Venosa nel secolo XVII. Venosino è ritenuto anche l’autore delle due tele collocate alle pareti, destra e sinistra, entrando nella Cattedrale; si tratta di Nicola Marangelli, attivo nella città tra la fine del XVII e gli inizia del XVIII secolo. Altri due dipinti attribuiti a Carlo Maratta (1625-1713) rappresentano, rispettivamente, sulla navata destra il Martirio di S. Felice e su quella sinistra la Vergine inginocchiata, a capo chino, di fronte all’angelo in volo. Sempre sulla navata sinistra si trova un frammento di affresco raffigurante l’Adorazione dei Magi di Simone da Firenze, risalente a metà del XVI secolo circa. A sinistra dell’altare maggiore si trova una tavola risalente al XIII secolo, entro una cornice ottocentesca che rappresenta la Madonna dell’Idria, un tempo oggetto di grande venerazione popolare. Gli altri dipinti, attribuiti a pittori meridionali, ignoti, datano tra la seconda metà del 1600 e il 1800.

Nella cripta è custodita la tomba di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro del Balzo che come dote diede al duca proprio la città di Venosa nel 1453.

Chiesa del Purgatorio

La chiesa di San Filippo Neri, meglio conosciuta come chiesa del Purgatorio è sicuramente uno degli edifici più iconici di Venosa. Questo autentico gioiello seicentesco spicca nel centro storico della cittadina lucana per il suo profilo sobrio e il suo gusto barocco. 

La sua costruzione risale nel 1679 per volere dei ’Confratelli del Monte dei Morti’, i quali diedero anche il sostegno economico per la sua edificazione. 

Sul portale d’ingresso si trova un’incisione ove è scritta una frase del poeta Orazio, ’Pulvis et umbra’. Inconfondibile la facciata, tutta fregi, volute, nicchie e pinnacoli opera, si suppone, di un architetto romano, fatto venire a Venosa verso il 1680 dal Cardinale Giovanni Battista De Luca. 

Al suo interno vi sono un polittico del seicento di autore ignoto, raffigurante la creazione del mondo e tele di Carlo Maratta del XVIII secolo. Nell’interno si trovano belle colonne tortili ed un San Filippo che richiamo alla perfezione il gusto dell’intero edificio.

Altri edifici religiosi

- Chiesa di Santa Maria della Scala: Innalzata nel 1589 per opera del vescovo Rodolfo da Tussignano e fino al 1868 ospitava quaranta monache cistercensi. La chiesa conserva le reliquie di San Teodoro.

- Chiesa di San Martino: Di origine medievale (1262), è situata in un vicolo della parte antica di Venosa.

- Chiesa di San Domenico: Fu costruita nel 1348, la chiesa conserva l'annesso convento che si estendeva col giardino fino a piazza Orazio. Appartenuta alla famiglia Rapolla e adiacente all'omonimo Palazzo Rapolla in via S.Domenico.

- Chiesa di San Rocco: Fu costruita nel 1501, dopo una pestilenza che infestò la città, in onore di San Rocco (patrono di Venosa) che avrebbe protetto la città dalla peste.

- Chiesa di San Biagio: Monumento rinascimentale che presenta i medaglioni laterali raffiguranti lo stemma di Pirro del Balzo e lo stemma dei principi Ludovisi.

- Chiesa di San Giovanni Battista: Costruita intorno al 1500, conserva la statua di Sant'Antonio, festeggiato il 13 giugno.

- Chiesa della Madonna delle Grazie: Edificata nel XVI sec. con l'annesso convento. Completamente restaurata con i fondi del Giubileo 2000.

- Chiesa di San Michele Arcangelo

- Chiesa evangelica metodista: Fondata durante il movimento protestante durante il Risorgimento e alle origini presente in Venosa con una scuola e poi con un edificio per il Culto. Terminato il tempo del conflitto religioso, oggi è una Chiesa evangelica ben inserita nella città e impegnata in campo sociale.

Palazzi

- Cosiddetta Casa di Quinto Orazio Flacco - La cosiddetta Casa di Orazio risale al II secolo a.C. Il cittadino più celebre di Venosa è nato qui più di duemila anni fa. Quinto Orazio Flacco, o semplicemente Orazio, è stato uno dei poeti più celebri dell’antichità e a Venosa nacque e crebbe a partire dal 65 a.C. Oggi a Venosa si può ancora visitare un sito risalente a quell’epoca, da tutti conosciuto come la casa di Orazio. 

Si tratta di una struttura costituita da ambienti termali di una casa patrizia, composti da una sala rotonda che costituiva il calidario e di un attiguo vano rettangolare. La facciata mostra visibili tratti di strutture romane rivestiti di mattoni. La storia di Orazio a Venosa è legata agli anni dell’infanzia e dell’adolescenza del poeta. 

Figlio di uno schiavo liberato, Orazio crebbe solo col padre che fu anche il suo primo maestro prima di cominciare a viaggiare per tutto il mondo antico stabilendosi a Roma, dove frequentò le migliori scuole di grammatica e retorica, ma passando anche da Atene, dove si appropriò della cultura più fine del tempo, allievo di celebri accademici, peripatetici, epicurei.

- Palazzo del Balì - La sua edificazione risale al XV secolo e il suo restauro fu effettuato dal Balì dei Cavalieri di Malta.

- Palazzo De Luca - Eretto intorno al cinquecento e appartenuto alla nobile famiglia De Luca.

- Palazzo del Capitano - Sul margine del vallone Ruscello ingloba parte delle antiche mura cittadine.

- Palazzo Calvini - Costruito nel Seicento, fu, in seguito, modificato e restaurato nel settecento e nell'Ottocento. Al suo interno si trova una tavola di marmo chiamata "I Fasti Municipali", su cui sono incisi nomi di magistrati romani dal 34 al 28 a.C. Attualmente, è la sede del municipio della cittadina.

- Palazzo Rapolla - Eretto nel 1514 e appartenuto alla nobile famiglia Rapolla, palazzo cinto da mura fortificate, con due portali di accesso, adiacente a piazza Orazio e alla chiesa di San Domenico. Ospitò, tra gli altri, Giuseppe Bonaparte nel 1807.

- Palazzo D'Ardes  

Fontane

Venosa ha molte fontane, risalenti al periodo di Mussolini, e di recente costruzione. Quasi tutte sono attive, e sono locate nelle zone di espansione; altre nel centro storico per rifornire l'acqua durante la seconda guerra mondiale, quando questa scarseggiava, e dove non c'era ancora il sistema idrico dell'Acquedotto Pugliese. Altre, infine, sono state abbattute.

- Fontana Angioina - Anche nella duecentesca fontana angioina le tracce della grandezza passata di Venosa sono ben visibili. Questo importante monumento è d’altronde costituito da un lungo abbeveratoio addossato a un muro, alle cui estremità sono posti due leoni in pietra provenienti dalle rovine romane: il primo, pressoché integro, tiene sotto la zampa una testa di montone. Di origini antichissime è anche l’ara circolare sistemata nell’area antistante. Oltre che questi rimandi alla storia romana, tuttavia, la fontana angioina è un’importante testimonianza anche del periodo medievale. 

La fontana, non a caso, deve la sua origine al privilegio concesso alla città da re Carlo II d’Angiò nell’anno 1298, con il quale, tra le altre cose, veniva istituito un corpo di ispettori locali, incaricati oltre che della manutenzione della fontana, anche del controllo degli acquedotti che la alimentavano. Essa è situata nel luogo dal quale, fino al 1842, si accedeva alla città attraverso la porta cittadina detta appunto fontana.

- Fontana di Messer Oto - Costruita tra il 1313 e il 1314 per rendere omaggio al sovrano Roberto d'Angiò. È sormontata da un grande leone di pietra, sottratto a una costruzione romana della città, e nella parte posteriore è corredata di una larga vasca, che a suo tempo veniva sfruttata come lavatoio pubblico.

- Fontana di San Marco - Risalente a fine cinquecento, prese il nome probabilmente dai leoni che sorgevano di fronte. Veniva usata per abbeverare i cavalli. A fianco, c'era un lavatoio pubblico, adesso inutilizzato. È importante per la posizione dietro la Cattedrale. Attualmente fornisce di nuovo acqua.

Castello Aragonese

Simbolo di Venosa è sicuramente il grande castello ducale del Balzo, costruito durante il periodo della dinastia aragonese. Si tratta di un maniero eretto nel XV secolo per volere del duca Pirro del Balzo e poi più volte modificato nel corso dei secoli di pari passo con il mutamento delle sue funzioni. 

Pensato originariamente come una fortezza difensiva, aveva pianta quadrata con una cinta muraria dello spessore di tre metri e torri cilindriche angolari, ma fu dall’inizio del Seicento che il suo profilo iniziò a ingentilirsi, quando divenne dimora signorile.

Passato ai Ludovisi come bene del feudo, esso venne completamente abbandonato e la violenza delle scosse sismiche che ripetutamente si abbatterono nel corso di tutto il Seicento ne minarono la struttura e la funzionalità. 

Solo in una fase successiva il castello fu ricostruito con l’aggiunta di parti più adatte ai tempi, come l’elegante loggiato al piano nobile eretto per volere della famiglia Caracciolo nell’intento di riaffermare il potere signorile sulla città sempre più lontana dai fasti del glorioso passato. Attualmente, all’inizio del ponte di accesso, vi sono due teste di leone provenienti dalle rovine romane.

Parco archeologico di Venosa

La visita alla scoperta di Venosa e del suo territorio non può che cominciare dal passeggiare per le strade del grande Parco Archeologico. Qui si trovano ancora perfettamente conservati i resti monumentali della colonia latina di Venusia, la cui fondazione si fa risalire addirittura al 291 a.C., e che fu al centro dei traffici di queste zone fino all’epoca medievale. 

Oggi all’interno del parco archeologico si possono ammirare ancora grandi opere realizzate dai romani, a cominciare dall’impianto termale costruito nel I secolo dopo Cristo e ristrutturato fino al III, ma anche le case tra le quali spicca uno splendida domus impreziosita da meravigliosi mosaici e un isolato delimitato da due assi viari basolati. 

Sullo sfondo di tutto il percorso archeologico si staglia poi maestosa la grande abbazia della Santissima Trinità, nella quale emergono chiare le diverse fasi costruttive, dalle origini romane, quando era una domus, passando di ristrutturazione in ristrutturazione fino all’epoca normanna. Giusto a pochi passi si trova poi il grande anfiteatro di forma ellittica e su tre diversi livelli.

Catacombe ebraiche

A poco più di 500 metri dal centro di Venosa si trova una cittadella sotterranea dalle origini remote. Scavate nella collina della Maddalena, si possono visitare le cosiddette Catacombe ebraiche. Queste si articolano in vari nuclei all’interno di una fila di grotte scavate nel tufo che conservano loculi parietali e nel suolo. 

Al visitatore le catacombe si presentano come una rete di cunicoli sotterranei organizzati intorno a tre corridoi principali dai quali si diramano una serie di piccoli vani laterali. Le pareti dei corridoi laterali sono occupate da piccole nicchie e loculi o si aprono in grotte di dimensioni più ampie che ospitano più sepolcri. 

La scoperta di questo autentico tesoro archeologico risale alla metà dell'Ottocento, ma già allora le catacombe presentavano i chiari segni di saccheggio e di devastazione. 

In fondo alla galleria principale si possono comunque ancora oggi osservare numerose iscrizioni in lettere dipinte di rosso o graffite. Di queste, 15 sono in lingua greca, 11 in lingua greca con parole ebraiche, 7 in lingua latina, 6 in lingua latina con parole ebraiche, 4 in lingua ebraica, e altre 4 sono in frammenti.

Le catacombe costituiscono un'importante testimonianza archeologica dal momento che, secondo l'ebraista Giancarlo Lacerenza, forniscono il "miglior spaccato della società ebraica meridionale" di quei secoli e documentano il livello di integrazione e di partecipazione della comunità ebraica nella vita pubblica locale. Il grado di integrazione è testimoniato anche dalla "contaminazione" con l'onomastica della società non ebraica e dal livello sociale relativamente elevato occupato da alcune famiglie ebraiche di Venosa.

Accanto a tali catacombe, vi è un'altra struttura che ospita quelle cristiane, una prossimità che fornisce una testimonianza tangibile del clima di convivenza pacifica e tollerante tra ebrei e cristiani.

Questo sepolcreto tardo antico può essere messo in rapporto a un'altra necropoli ebraica venosina di IX secolo: in quest'ultimo caso, si nota la frattura consumatasi in questi secoli, testimoniata anche dalla quasi totale sparizione del latino e del greco in favore dell'ebraico.

Area archeolgica di Notarchirico

L’area archeologica di Notarchirico si trova a una decina di chilometri da Venosa ed è una delle più importanti aree di scavo paleolitiche dell’Italia meridionale. Nella parte attualmente visitabile si possono osservare da vicino nove livelli riferibili a un periodo compreso tra 600mila e 200mila anni fa anche se è soprattutto l’area risalente al Paleolitico Inferiore, datato circa a 359mila anni fa, a fare di Notarchirico uno dei siti europei sul Pleistocene Medio meglio conservati e ricchi di materiali. 

Dal 1979 a oggi sono stati portati alla luce diversi strati abitativi molto estesi e con la presenza di manufatti associati a resti di specie animali attualmente estinti.  

Di particolare rilevanza un cranio di Elefante, ma anche i resti di Bovidi e Cervidi insieme a più rari reperti di rinoceronte, lepre, tartaruga e qualche uccello. 

Sono stati rinvenuti inoltre anche strumenti su scheggia e su ciottolo. Il percorso oggi viene illustrato da una serie di pannelli che aiutano il visitatore a comprendere la complessa sequenza stratigrafica dello scavo.

Anfiteatro romano

Il simbolo della Venosa romana è senza dubbio il grande anfiteatro la cui costruzione risale all’epoca repubblicana per poi essere ristrutturato anche nei secoli successivi. Centro della vita sociale della Venosa dell’epoca, l’anfiteatro aveva una forma ellittica e si ritiene potesse arrivare ad ospitare fino a 10.000 spettatori. 

I suoi resti sono ancora oggi visitabili all’interno della grande area archeologica di Venosa, ma in realtà pezzi dell’anfiteatro romano possono essere osservati anche semplicemente passeggiando per le strade della cittadine. 

Con il declino della Venusia romana, l’anfiteatro conobbe una sorte simile a tanti imponenti edifici dell’antichità: fu letteralmente smontato pezzo per pezzo e i materiali sottratti furono utilizzati per qualificare l’ambiente urbano della città. In particolare alcuni leoni in pietra che attualmente troviamo all’interno dell’abitato, provengono infatti, dalle rovine dell’anfiteatro al pari di tante altre pietre che sono state utilizzate per costruire la Venosa dei secoli successivi.

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