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Il
borgo medioevale di Vaglio Basilicata, in provincia di Potenza, fa bella
mostra di sé alle pendici sud orientali di Serra San Bernardo, sul rilievo
del Monte Cenapora.
Fil
rouge della storia e della cultura di questo originale paesino della
Basilicata, a partire dalla sua forma ellittica che ne evidenza l’origine
alto-medioevale, è senz’altro l’archeologia, dal momento che numerosi
scavi portati avanti nel tempo hanno portato alla luce preziose
testimonianze di insediamenti e luoghi sacri.
Il
territorio di Vaglio accoglie infatti le due importanti aree archeologiche
di Serra, il cui pianoro nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. venne
occupato dai Peuketiantes, e Rossano, sede del santuario dedicato alla dea
Mefitis.
A
contraddistinguere il simpatico comune di Vaglio, oltre all’archeologia,
concorrono la cucina tipica locale e le coinvolgenti tradizioni popolari.
Il
toponimo Vaglio, deriva presumibilmente dal nome Balios, che,
nella mitologia greca, indica il progenitore di una razza di cavalli. Da
questa ipotesi si può dedurre che in questa località si allevasse questa
razza di cavalli, e che trattandosi di un mito greco, i primi insediamenti
furono greci. Questa ultima deduzione è corroborata dal fatto che in
località Rossano di Vaglio sono stati ritrovati reperti tombali, armature e
scudi greci, attualmente conservati presso il Museo Archeologico
Nazionale.

La
storia di Vaglio dalle aree archeologiche che impreziosiscono il suo
territorio e testimoniano la presenza di insediamenti e comunità risalenti
fin dall’Età del Bronzo.
Già
alla metà del VI millennio a.C., quello che è l’odierno territorio del
comune di Vaglio vanta antiche testimonianze archeologiche che provengono
dalla località Ciscarella. Proprio su questo sito sono stati individuati
insediamenti umani che rinviano all’Età del Bronzo Medio.
In
località Rossano di Vaglio è stato rinvenuto il Santuario della dea
Mefite, importante luogo di culto ristrutturato nel II secolo a.C. a
testimonianza della presenza romana nel territorio, rimanendo attivo fino
alla prima metà del I secolo d.C. Un’importante spaccato della storia di
Vaglio coincide con l’anno 1268, quando Vaglio, per l’alleanza stretta
con gli Svevi, viene distrutta dagli Angioini.
L'attuale
paese di Vaglio fu probabilmente fondato a seguito del trasferimento in Basilicata verso
il XII secolo di nuclei di popolazione originaria dell'Italia
settentrionale giunti al seguito di signori feudali in epoca normanna (XI-XII
secolo) e angioina (XIII secolo). Il territorio di Vaglio, dopo un lungo
periodo di spopolamento (nel 1277 vi erano 210 abitanti), è appartenuto dal
1496 agli Orsini, potente famiglia romana, concorrente ai Colonna e ai
Conti di Tuscolo.
In
seguito alla ribellione degli Orsini all'imperatore Carlo V, nel 1530
Vaglio fu ceduto a Filiberto di Chalon, principe di Orange, amico
dell'imperatore, per poi ritornare a Ferdinando Orsini nel 1560. La
successione dei potentati proseguì e l'universitas di Vaglio
continuò ad essere oggetto di contesa. Nel 1569 Vaglio passa ad un certo
Giovanni del Tufo, per poi essere riacquistato dai duchi di Gravina.
Solo
nel 1582 si riscattano da ogni forma di servitù, si riscattano al
consistente prezzo di 21 000 ducati, ma non riuscendo a
raccogliere la somma, il territorio viene posto all'asta per 34 000 ducati.
Quando venne venduto ai Massa, peggiorarono le condizioni di vita dei
contadini perché questi si erano impossessati dei demani comunali e dello
spazio dedicato al pascolo, negandone l'uso ai cittadini, in completo
contrasto con le leggi di tutela. Questi erano tra i cosiddetti Ministeriales,
che si erano sostituiti alla vecchia nobiltà, che sfruttavano il territorio
il più possibile.
Questo
malcontento scoppiò nel 1647, anno della rivolta napoletana, quando, grazie
ad una rivolta, riottennero l'utilizzo del pascolo. La sua proprietà, data
in dote a Gabriella Massa, passò al Barone di Laurenzana, Francesco Quarto.
Vaglio rimase ai Quarto fino alla fine del feudalesimo. Per ordine di Carlo
di Borbone, nel 1740 le Università devono avere un catasto, tra cui anche
Baglio. Nel 1741 avviene la scissione di beni ecclesiastici, ora pienamente
tassati, da quelli appartenenti al clero, tassati a metà. Questi verranno
soppressi e messi in vendita nel 1792, ma gli unici acquirenti furono
feudatari e borghesi, date le possibilità economiche, rafforzando il
proprio potere economico. Nel 1741, Baglio tentò di rimuovere il proprio
feudatario portando 9 capi di accuse al Sacro Consiglio.
La
cittadina fu teatro di una rivolta popolare tra le due fazioni dominanti nel
1796, di cui quella di estrazione borghese, capeggiata da Daniele Carbone,
l'altro di estrazione nobiliare capeggiata dai Catalano. Nel 1799, l'anno
della Repubblica partenopea, i Catalano, di estrazione nobiliare si
schierano dalla parte dei reazionari, e radicalizza l'odio tra le due
famiglie. Intanto il 3 febbraio dello stesso anno, viene costituita una
nuova municipalità con presidente don Matteo Danzi, da parte della
borghesia di Carbone e del mondo rurale, perché desiderosi di una riforma
agraria, che consentisse una distribuzione dei terreni del demanio, ma
questa ebbe vita breve perché l'8 dello stesso mese, per sollecitazioni del Cardinale
Ruffo, una rivolta, capeggiata da Don Matteo Catalano, scacciò i
repubblicani del paese. Ma nel 26 febbraio, i Carbone, fuggiti a Tolve, con
l'aiuto dei repubblicani tolvesi, rientrarono in Vaglio, e mettono in fuga i
Catalano. Carbone divenne presidente con segretario il sacerdote don
Giovanni Danzi. Quando ci fu però il ripristino del vecchio regime, sempre
nel 1799, Vaglio si alleò con Cancellara, Tolve e San Chirico Nuovo, per
autodifesa e per salvare la repubblica. Il tentativo fallì, ma il barone
Quarto perse ogni prestigio sociale, creando terreno fertile per i Francesi.
Nel 1806, quando Giuseppe Bonaparte abolì il feudalesimo, il demanio venne
diviso tra i comproprietari. Dall'11 novembre 1807, con la proroga del 18
Nov 1808, una commissione composta da alti magistrati viene istituita per
definire e concludere tutte le liti giudiziarie. Quando il suo lavoro
termina, il 31 agosto 1810, venne elogiata per la sua equità ed efficienza
dai Borboni, che la integrarono nella propria burocrazia. Intanto, il 29
agosto 1809, si concluse il riordino del catasto.
Nel
18 ottobre 1860, ci fu l'abolizione dei privilegi del clero, divenuta legge
nel 17 febbraio 1861. Nel dicembre 1860 vennero richiamati in servizio tutti
i soldati dell'ex esercito borbonico, questo portò una protesta anche a
causa della concomitanza dell'aumento del prezzo del pane. Così, nel 1861,
ci fu un'Insurrezione popolare, guidata da una popolana della famiglia
"Ciaiodd". Nel 22 marzo 1861 la repressione della rivolta popolare
a Napoli. Verrà comunicato il 6 aprile.
Il
15 novembre 1861, ormai in vista di Potenza, Carmine Crocco, e José
Borjes, si mossero da San Chirico Nuovo per attaccare il paese di
Vaglio nei cui pressi si accamparono. Al mattino gli abitanti assaliti e
massacrati da forze soverchianti si difesero per quanto possibile
rifugiandosi in parte all'interno del convento. Qui continuarono ad opporre
resistenza malgrado fosse stato appiccato il fuoco al palazzo stesso. Secondo
quanto riportato dal Del Zio nel corso della battaglia le bande di
Crocco “uccisero i fratelli Rocco e Francesco De Mattia, Giuseppe Janelli,
Faustino Saponara, Rocco D'Anzi e la figlia, Domenico Tamburrini ed altri,
tutti gentiluomini patrioti che lasciarono la vita per mano dei feroci
masnadieri”.
Dal
1945 la Gestione del Comune è affidata al dott. Vincenzo Tedesco, poi dott.
Pietro Musciacchio 1950-1955, Rocco Ricciuti fino al 1965, Giuseppe
Martinelli fino al 1970, Domenico Santangelo fino al 1975, Faustino Somma
fino al 1980, Mario Marsico fino al 1983, Federico Ricciuti fino al 1985,
Giovanni Lo Sasso fino al 1995, Vincenzo Filitti fino al 1998, Rocco
Cammarota fino al 2003, Giuseppe Pio Musacchio fino al 2013, poi Giancarlo
Tamburrino fino al 2018 ed Antonio Senise dal 2018.
Visitare
il borgo

Una
volta giunti a Vaglio visitatore vive in pieno l’origine medioevale del
centro antico in cui può addentrarsi percorrendo la principale Via Roma
(Via di Sopra), o Via Vergara (Via di Mezzo) e Via Buonarroti (Via di
Sotto). I tre assi storici sono collegati tra loro da stretti vicoli che,
sormontati da strutture ad arco, si presentano come stradine scalettate
attraverso le quali si accede al nucleo antico dalle strade esterne al
perimetro della cinta muraria.
Il
centro è accessibile varcando le due storiche porte di ingresso al paese:
la “Porta Vecchia”, con arco a tutto sesto e “U’ Spurt”, la porta
fortificata in pietra arenaria incorporata al palazzo Baronale. Nella piazza
del paese si trova una bellissima fontana del 1800, mentre nelle vicinanze
è situato l’ex Convento di Sant’Antonio di epoca rinascimentale, dal
bellissimo portale.
Da
non perdere a Vaglio Basilicata è il Museo della Civiltà Rurale che
custodisce centinaia di oggetti appartenuti al periodo compreso tra 1850 e
1960, frutto della ricerca tra la popolazione locale o dono da parte degli
stessi cittadini.
Passeggiando
lungo il borgo e nelle immediate vicinanze dello stesso, si possono ammirare
diverse architetture dal fascino indiscutibile.
All’interno
del centro antico, lungo via Roma, nota anche come via di Sopra, ci si
imbatte nella chiesa madre di san Pietro Apostolo (XV-XVI secolo) e in
quella di San Giuseppe (XVI sec.). Di particolare interesse sono anche altri
luoghi di culto, come le chiese di san Donato, detta anche di santa Maria di
Nazareth (XI-XIII sec.) e quella di Santa Maria del Carmine (XV sec.), a una
navata centrale con abside e da una laterale destra, e un bel portale con
arco a tutto sesto (XVIII sec).
Di
interesse sono anche il convento di Sant’Antonio (XVI sec.), con uno
splendido affresco di Geronimo Todisco (1618) che si nota proprio
all’ingresso, raffigurante la Madonna, Sant’Anna e il Bambino Gesù.
Interessanti sono anche le chiese dell’Annunziata (XIV sec.) e del
Calvario (XIX sec.).
Chiesa
di San Pietro Apostolo

Fondata
tra il XV e XVI secolo, la bella chiesa sorge sul punto più alto del paese,
lungo via Roma, sul sito di una preesistente fortezza normanna.
Un
bel campanile affianca l’imponente struttura, la cui austerità è
esaltata dalla lavorazione in pietra della facciata. Molto bello il portale
settecentesco decorato dalle raffigurazioni dei Santi Pietro e Paolo e con,
sulla sommità, lo stemma del paese di Vaglio che ritrae Ercole armato di
clava e seduto su un leone.
A
tre navate e a forma quadrata, con corporatura a cupola, una volta
all’interno della chiesa si respira subito un’atmosfera di intensa
spiritualità certamente accresciuta dalla predominanza della lavorazione in
pietra nuda locale. A conferire particolare fascino al tempio sacro è la
particolarità delle colonne inclinate, mentre la sua antichità trova
conferma nella rappresentazione di una croce templare su una di esse.
Altari
lignei e marmorei abbelliscono la chiesa, oltre a interessanti e numerose
sculture (XVIII e XIX sec.) e tele di pregevole fattura, come La Sacra
Famiglia e La Madonna del Rosario attribuite ad Antonio Stabile.
Di
interesse sono anche il settecentesco organo a canne e la cantoria in legno
scolpito, dipinto e dorato, (XVIII sec.), mentre alle spalle dell’altare
maggiore si trova uno splendido coro ligneo, decorato da tavole intagliate
in cui sono raffigurate scene di caccia, flora e fauna. Sotto l’altare
maggiore è custodito il di San Faustino Martire, Patrono del paese,
celebrato il 20 maggio.
Chiesa
di San Donato
Eretta
tra XI e XIII secolo d.C. la chiesa è dedicata anche a santa Maria di
Nazareth perché dipendente (1257) dall’omonima chiesa di Barletta secolo.
La
lavorazione in pietra, che comprende anche un piccolo campanile a vela e due
splendidi absidi, rende la chiesa di san Donato davvero molto suggestiva,
come il racconto legato alla sua doppia denominazione: di santa Maria di
Nazareth, in riferimento agli arcivescovi di Nazareth che, scappati dalla
Galilea, si rifugiarono a Barletta, trovando il loro punto di ritrovo nella
chiesa di santa Maria di Nazareth, da cui dipendeva anche l’omonima chiesa
di Vaglio.
L’aula
interna è a due piccole navate affiancate e divise da un unico arco,
ciascuno decorato da una piccola abside semicircolare, cui si accede
attraverso due portali simmetrici sormontati da una finestra. Splendido il
ciclo di affreschi (XII- XVII sec.) e prezioso l’arredo liturgico, come i
due altari lignei (XVIII sec.) e due statue settecentesche, raffiguranti san
Donato e la Madonna con il Bambino. Sotto la chiesa si trova un piccolo
cimitero con una cripta.
Sito
archeologico Serra di Vallo
Il parco
archeologico di Serra di Vaglio è un sito archeologico situato
nel comune di Vaglio Basilicata in località Serra di Vaglio. Si
trova a 1100 m s.l.m., su un'elevazione che domina la via di comunicazione
lungo la valle del Basento, tra la colonia greca di Metaponto e
le zone dell'interno e i centri tirrenici della Campania meridionale.
Attribuito
al popolo dei Peuketiantes, ricordati da Ecateo di Mileto,
a partire dall'VIII, e con una successiva fase lucana tra la fine
del V e gli inizi del III secolo a.C. Nella vicina necropoli di
"Braida di Vaglio" sono state rinvenute tombe principesche
databili tra la fine del VI e la metà del V secolo a.C. I resti
dell'abitato e della necropoli sono visitabili nel "Parco archeologico
di Serra di Vaglio".
Dal
dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo
gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019
divenuto Direzione regionale Musei.
La
prima fase dell'abitato risale all'VIII secolo a.C., con nuclei di capanne
separati da zone per le sepolture. Questo abitato è stato attribuito a
popolazioni indigene identificate con i Peuketiantes, ricordati dallo
storico Ecateo di Mileto, caratterizzate dalla sepoltura dei morti in
posizione fetale.
Alla
fine del VII secolo a.C. sul lato orientale, alle pendici
dell'altura, fu costruita una residenza principesca, fornita di decorazioni
architettoniche in terracotta dipinta di tipo greco, dovute
probabilmente agli artigiani di Metaponto.

All'élite aristocratica della
città sono riferibili le tombe rinvenute nella vicina necropoli di Braida
di Vaglio tra il 1994 e il 1995 e datate tra la fine del VI e
la metà del V secolo a.C. I corredi delle sepolture (nove coperte
da un tumulo di pietra) sono di grande ricchezza, come manifestazione del
potere della famiglia, e testimoniano l'adozione di usi greci da parte delle
classi dominanti locali: vi si trovano infatti vasi in bronzo e
ceramiche da mensa di importazione etrusca o greca, legati al
rito del banchetto. Anche le armi degli uomini e i gioielli delle
donne sono di tipo greco. Particolarmente ricchi i gioielli di una
"principessa", morta bambina, e rivestita probabilmente degli
ornamenti destinati alla futura cerimonia di nozze, tra cui notevoli
pendenti e perle di collana in ambra. I corredi delle tombe sono
esposti nel Museo archeologico nazionale della Basilicata, a Potenza.
I Lucani occuparono
il territorio nel corso del V secolo a.C., stabilendo una serie di
insediamenti fortificati sulle alture, che dominavano piccoli insediamenti
agricoli nel fondovalle. Nel IV secolo a.C. l'abitato di Serra di
Vaglio venne cinto da mura difensive di 2,5 km di lunghezza. Le mura
furono costruite con una tecnica di tipo greco, a doppia cortina: quella
esterna con blocchi parallelepipedi irregolari di arenaria (su
ciascuno dei quali sono incise lettere greche relative all'organizzazione
dei lavori di costruzione), mentre quella interna presenta le pietre con
faccia a vista non rifinita. Sulle porte, affiancate da torri, si trova
un'iscrizione che riporta il nome del magistrato cittadino che aveva curato
i lavori (Nummelos).
Agli
inizi del III secolo a.C. la città venne distrutta da un incendio
e abbandonata.
Nel
sito ha avuto luogo un'esperienza di archeologia sperimentale con
la quale è stato interamente ricostruito, utilizzando tecniche costruttive
del periodo, un edificio del IV secolo a.C. denominato "la casa dei pithoi:
essa presenta uno spazio suddiviso in tre vani con impianto di muri
divisori, e con muri perimetrali di riutilizzo, di cui quello occidentale fu
utilizzato per l'appoggio ad altri due vani ed una scala per l'accesso al
piano superiore. La denominazione "casa dei pithoi"
deriva dal ritrovamento in un ambiente, chiaramente di deposito, di quattro
grandi pithoi utilizzati per le derrate alimentari e tenuti
in fila da pietrame.
Parco
del Santuario di Rossano di Vaglio

Nella
località di Rossano di Vaglio si trovano invece i resti del santuario
federale dei Lucani, dedicato alla dea Mefite, nato a partire dal IV
secolo a.C. e sviluppato in particolare nel corso del II secolo
a.C., nell'ambito del processo di romanizzazione della regione
lucana. I resti del santuario sono visibili all'interno del "Parco del
Santuario di Rossano".
Dal
dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo
gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019
divenuto Direzione regionale Musei.
Il
santuario era dedicato a Mefite, dea osca alla quale veniva
attribuito un potere taumaturgico legato alle acque. Al culto
della dea era affiancato anche quello del dio Mamerte, testimoniato
dalle iscrizioni.
Nella
parte centrale si trova una zona lastricata, dalla quale si accede per mezzo
di una scalinata fiancheggiata da due fontane ad una terrazza superiore con
l'altare, di fronte al basamento per la statua della divinità.
Vi
sono stati rinvenuti oggetti depositati come ex voto, (armi
miniaturistiche e lamine a sbalzo in bronzo, statue in bronzo e in marmo e
statuette in terracotta). Gioielli in oro e argento decoravano la
statua della dea.
Nel
corso del II secolo a.C., mentre altri luoghi di culto locali venivano
abbandonati, il santuario assume forme monumentali. Alcune iscrizioni in latino testimoniano
l'esistenza di cariche di tipo romano (senato, questori e censori)
per la gestione del santuario. La continuazione del culto, strettamente
legato al suo significato politico, anche dopo la conquista romana, si
inserisce nel fenomeno di romanizzazione delle terre conquistate.

Serra
San Bernardo
A
Vaglio sulla Serra San Bernardo vi era la cittadina denominata Utilia
Bella. Nel Bosco di Rossano o come si chiamava anticamente: Ursana, vi
sono i resti del tempio dedicato alla dea Mefitis: antichissima divinità
Greco-Romana, venerata nel meridione d'Italia, come protettrice dalle febbri
malariche e dalle esalazioni dell'acqua stagnante, nonché dei campi e delle
greggi.
In
questo luogo vi era la cittadina di Ursana fondata dagli antichi lucani
chiamati Ursentum, con il contributo delle popolazioni greche, che giunsero
nell'entroterra attraverso il corso dei fiumi dalle coste. Alcune lapidi
sottratte al tempio di Ursana sono incastonate sui muri di alcuni palazzi
nobiliari di Potenza.
Una
lapide ancora oggi è visibile sul lato sinistro del palazzo dei Loffredo,
nei pressi della cattedrale. Su questa lapide alla dea Mefitis viene dato
l'appellativo di “Utiana”, che potrebbe essere un'iscrizione corrotta di
“Ursiana” da cui sarebbe derivata la denominazione di “Utinia”
l'altro sito archeologico sull'altura di Serra San Bernardo.
Museo
delle antiche genti di Lucania
Nella
pineta di Vaglio, nelle vicinanze di una delle due porte di accesso
all'antico abitato, si trova il Museo delle antiche genti di Lucania, che
offre una serie di ricostruzioni della vita dell'abitato e del santuario ed
è noto per la presenza di un ritratto attribuito a Leonardo da Vinci,
mentre i materiali dei siti archeologici si conservano in gran parte nel Museo
archeologico nazionale della Basilicata, a Potenza.
L’allestimento
comprende circa 600 elementi appartenuti al contesto rurale di Vaglio
Basilicata nel periodo compreso tra 1850 e 1960.
Visitare
questo luogo è come entrare in un tempo ormai andato, quasi rivivendolo,
tra gli attrezzi da lavoro degli antichi mestieri – come il calzolaio, il
fabbro, il falegname, l’ebanista, il muratore, il cestaio e il barilaio
– e abiti femminili e maschili dell’epoca.
Il
viaggio a ritroso nel passato è agevolato dalla meticolosa classificazione
cui è stato sottoposto ogni utensile, fino all’indicazione del nome in
lingua italiana e in dialetto vagliese. Particolarmente suggestivo è lo
spazio in cui è stato riprodotto il tipico ambiente di una abitazione
rurale, quasi fino a sentirne i profumi, i suoni e viverne l’atmosfera.

Fonte:
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