Satriano di Lucania
(Potenza)
 
  

Il borgo nato in epoca medievale come Pietrafixa, mutò in seguito il nome in Pietrafesa. Nel 1887, l'Amministrazione Comunale deliberò il cambio del toponimo in Satriano, antica città lucana i cui ruderi sono situati poco distante, per rinsaldarne i legami storici. Fu aggiunto inoltre di Lucania, per distinguerla dai comuni omonimi e rafforzarne il significato geografico poiché appartenente alla storica regione della Lucania.

Nel 1988 fu definita la «capitale italiana dei murales»; nel centro cittadino, al 2019, erano presenti 410 murales.  

Satriano si sviluppa sulle pendici e le faldi di tre rocce: il Castello, il Piesco e la Madonna della Rocca che sovrastano le rive del fiume Melandro. Di qui passava il tracciato dell'antica via Herculea, strada romana che fungeva da collegamento tra la via Traiana e la Pompilia, consentendo di raggiungere anche luoghi così interni ed aspri.  

Il centro abitato si trova nell'Appennino Meridionale, nella valle del Melandro: è collegato al vallo di Diano tramite il valico verso Brienza, a Potenza tramite la valle del Basento e alla Campania mediante la valle del Melandro. A sud confina con le colline che circondano il monte Arioso, a ovest è delimitato dal torrente Melandro, a est dal fiume Noce, a nord dal fiume Platano.

Situato a circa 653 m sul livello del mare, è classificato come comune montano. Il territorio si estende su una superficie di circa 33,02 km2. Il territorio del comune risulta compreso tra i 483 m e i 1063 m sul livello del mare, con un'escursione altimetrica complessiva pari a 580 m.

Presso il bosco Ralle a sud del paese, sono presenti alcuni laghetti artificiali, dove è possibile anche praticare la pesca sportiva.

Il nome originario Pietrafesa deriva probabilmente dalle caratteristiche geomorfologiche del luogo su cui sorgeva.

Non si hanno date certe sulle origini di Satriano; l'insediamento antico, che si estende tra il pianoro dell'altura occupata dalla Torre e le sue scoscese pendici, è inserito in un suggestivo ambiente naturale a dominio di un vasto comprensorio territoriale. Questo sito ha da sempre rivestito una posizione strategica di primo piano lungo il percorso che metteva in collegamento la costa ionica con quella tirrenica, costituendo un crocevia di popoli e culture anche molto varie tra loro. 

I fenomeni di antropizzazione, riscontrati nell'area, riportano all'Età del Bronzo con una continuità di occupazione del territorio che arriva fino al basso Medioevo. Nel XII secolo si attesta una fase di grande importanza del sito collegabile verosimilmente alla presenza di una prestigiosa sede vescovile. Numerose fonti, comunque, attribuiscono almeno 900 anni di vita al piccolo borgo lucano. Nel XII secolo infatti, anno in cui si hanno le prime notizie di sviluppo dell'abitato, l'antica "Pietrafesa" sorgeva su una roccia denominata "Castello". 

Il paese, insieme a Satrianum, era parte di un unico contado, come si evince dal registro del servizio feudale delle province napoletane. Tuttavia fino ad allora il borgo era costituito essenzialmente da una cultura agricola molto primitiva e poco avanzata. Fu dominio della famiglia Pietrafesa che ne assunse propriamente il nome e lo rese autonomo dalla contea di Satrianum la quale, in seguito e per ordine della regina Giovanna fu attaccata e distrutta per vendicarsi sugli abitanti a causa di un affronto subito. A questo proposito sono riportate due circostanze: da un lato l'amore non corrisposto da parte del Baronetto presso cui la regina era ospite, innamorato della damigella di corte Seal, dall'altro il rapimento da parte degli abitanti del luogo di una giovane donna proveniente dalla Puglia, scelta dalla corte. Successivamente il feudo fu venduto ai Caracciolo altra importante realtà nobiliare di Napoli, che lo tennero in proprietà fino all'abolizione dei diritti feudali, in forza alle leggi napoleoniche della prima metà dell'Ottocento. Il demanio comunale venne quindi accorpato al resto dell'abitato e ceduto a ricchi signori del posto e delle zone limitrofe. 

Va considerato in tale scenario di soprusi territoriali e demaniali il forte contrasto del popolo pietrafesano prima contro i nobili e il clero e successivamente contro la nuova classe borghese di proprietari che si sostituì al dominio dei ricchi feudatari. 

Nel frattempo, il centro abitato continuava ad espandersi portando i suoi confini oltre le rive del fiume Melandro e poggiandosi anche sulle altre due "rocce": il Piesco e Madonna della Rocca. Si tratta del periodo d'oro di crescita del Borgo, nella metà del 1800 la popolazione sfiorò i 3000 abitanti e nonostante il terremoto di 7 anni dopo l'aspetto demografico non ebbe, fortunatamente, gravi ripercussioni.

Qualche anno dopo la denominazione del comune cambiò da "Pietrafesa" a "Satriano di Lucania" per rafforzare il legame demografico-culturale esistente tra le due località lucane.

Visitare il Centro Storico

Il centro dell’antica Pietrafesa si sviluppa sulle pendici e le falde di tre rocce: il Castello, il Piesco e la Madonna della Rocca. Da qui il nome Pietrafesa o Pietrafixa, cioè pietra (roccia) spaccata. Ai piedi dei tre costoni scorre il torrente Melandro, che dà il nome all’omonima valle. 

Il borgo era attraversato dall’antica via Herculea che collegava la via Traiana e la via Pompilia.

Il Castello, restaurato di recente, è oggi noto come Rocca Duca di Poggiardo. Al suo interno è possibile visitare il Museo Multimediale e la Biblioteca Comunale “Carolina D’Araio“. Ai piedi del castello si trova l’anfiteatro Porticelle, costruito nel 2006, che presenta al centro una scacchiera a grandezza umana. Poco lontano è sito il teatro Anzani, un interessante centro culturale dove si tengono convegni, rassegne teatrali, presentazioni di libri ed eventi. Sul “tetto” del teatro si trova Piazza Garibaldi che ospita un mosaico raffigurante l’immagine di Dio del pittore locale Giovanni de Gregorio, detto il Pietrafesa.

Il centro storico di Satriano ospita alcuni palazzi degni di nota sorti in epoche differenti:

- palazzo Loreti, edificato nel XVI secolo, è un antico stabile appartenuto ad una ricca famiglia del settecento. Oggi, oltre ad essere la sede del municipio, ospita il Museo della Civiltà Contadina e il Museo Archeologico Satriano Antica;

- palazzo Pignatelli, costruito nel 1542, che presenta un pregevole portale;

- ex Palazzo Abbamonte del XVII secolo, oggi diventato un largo attraverso un intervento di recupero. Della vecchia struttura sono state recuperate la facciata principale con due barbacani in pietra, l’antico portale e le sue mura, l’arco e il pozzo in pietra interni nel cortile, due finestre, due lesene e due putti.  

Chiese di Satriano

Il paese lucano di Satriano di Lucania contava e conta tuttora numerose chiese, alcune delle quali scomparse, altre perfettamente conservate. Esse accompagnano e testimoniano la storia di Satriano da diversi secoli.

Le numerose chiese che furono edificate a Satriano potevano essere costruite per vari motivi. Questi potevano essere il bisogno di trovare una sede alle le varie confraternite che operavano sul territorio di Satriano, la fondazione di cappelle e chiese di famiglia da parte dei nobili satrianesi, l'aumento della popolazione e l'espansione del nucleo urbano o puramente per devozione popolare. Perciò nel corso dei secoli i luoghi di culto aumentarono e si modificarono e alcuni scomparirono, trasformandosi in edifici di altro scopo ma, in qualunque caso, arricchendo il patrimonio artistico della cittadina.  

CHIESA DI SANTA MARIA DI COSTANTINOPOLI O CHIESA VECCHIA - Questa è la chiesa più vecchia di Satriano, costruita fra il XII e il XIII secolo e sorge ai piedi della Rocca Duca di Poggiardo.

La chiesa, dedicata alla Madonna Assunta in cielo, era la sede della confraternita dei morti, che si occupava del suffragio delle anime dei defunti.

Ebbe a lungo tempo funzione cimiteriale: ci furono infatti numerose sepolture sotto il pavimento e, inoltre, il locale oggi adibito a sacrestia svolse la funzione di ossario. La chiesa subì nei secoli numerosi lavori e restauri, in particolar modo in seguito ai terremoti del 1694 e del 1980.

L'altare centrale, nel quale è custodita la statua della Madonna assunta, si presenta come un'imponente struttura in pietra, con due putti ai lati e uno centrale sul tabernacolo. A i due lati di questo altare si trovano il busto di San Giuseppe con Bambino e Sant'Antonio di Padova con il Bambino.

Sotto la statua di Sant'Antonio si trova la tomba gentilizia di Ferdinando Loreti; altre tombe degne di nota sono quella del reverendo don Giovanni Palermo, sacerdote morto in concetto di santità, e un'altra tomba gentilizia incastonata nel pavimento.

Vicino a quest'ultima si trova la statua di santa Rosa. Inoltre sul muro sinistro in una piccola nicchia si trova una delicata raffigurazione lignea della Pietà.

Oltre a queste statue, la chiesa conserva anche alcune opere pittoriche: sono infatti presenti tre antichi dipinti, raffiguranti la Madonna del rosario, la Madonna delle grazie e l'Immacolata. Non sono noti gli autori di questi dipinti; si pensa che siano opere di un unico artista, oppure, in base alle leggere differenze stilistiche fra i vari dipinti, si potrebbe dedurre che siano lavori di due artisti diversi. Si sostiene che gli autori siano allievi di Giovanni de Gregorio, anche se è possibile che siano del de Gregorio stesso.  

All'esterno, sul lato occidentale, sorge un'imponente torre medioevale a base quadrata, abbellita da un grande orologio. Sempre sul lato occidentale, proseguendo verso l'altare maggiore, si trova un ingresso laterale dove una colona di marmo poggiante su un pilastro di pietra sostiene una tettoia in legno. Su una delle superfici laterali sono affisse due lastre di pietre. Su una si leggono incise le lettere P F, mentre sull'altro si legge A D 1585.

CHIESA DI SAN PIETRO APOSTOLO O CHIESA MATRICE - A causa dell'aumento della popolazione di Satriano, attorno al 1460, si pensò di costruire una nuova chiesa, dedicata a san Pietro Apostolo. La nuova chiesa incorporò le due chiesette della Madonna del Rosario e del Santissimo Sacramento, assumendo così una pianta a croce latina. Quello che si presentò alla popolazione doveva essere un piccolo gioiellino: addossati alle pareti laterali si trovavano gli altari di san Gaetano, di san Pasquale e della Madonna di Pompei. Erano presenti anche alcune nicchie, che dovevano contenere statue e immagini sacre.

Con il passare degli anni la chiesa entrò in possesso di altre statue quali il Sacro Cuore di Fatima, san Pietro e il Cuore di Gesù. Quest'ultima statua venne posizionata sull'imponente altare maggiore in pietra, dove prima si trovava un dipinto.

Molto probabilmente dopo il terremoto del 1694, venne costruito accanto alla chiesa l'imponente campanile di 5 piani. Costruito usando pietra e mattoni locali, è dotato di 3 serie di quattro finestroni e possiede 4 campane in stile rinascimentale, stile che del resto caratterizza l'intera costruzione.

La questione su quale architetto sia stato l'autore del progetto del campanile è abbastanza controversa. Per anni si è pensato che fosse stato costruito da un allievo del Vanvitelli sul disegno del noto pittore, nativo di Satriano, Giovanni De Gregorio. Altri studiosi, sostengono invece che il campanile sarebbe stato costruito sul progetto del vescovo e matematico Juan Caramuel y Lobkowitz, vescovo della diocesi di Satriano e Campagna dal 1657 al 1673.

Arrivati alla metà del 1900 la chiesa aveva danni strutturali estremamente gravi, tanto da indurre la popolazione a demolirla e a ricostruirla. Fu incaricato l'architetto Giulio De Luca, che a fine lavori consegnò una chiesa non poco diversa da quella precedente: più grande (300 m²), lunga 23 metri, larga 12 e alta 13, con pianta a croce latina e le pareti disadorne e in pietra viva, con un soffitto a ventaglio notevolmente più alto. Gli antichi altari in pietra furono smontati e spostati nella chiesa vecchia e nella chiesa della Natività di Maria, lasciando due soli altari oltre a quello maggiore. Fu inaugurata con solenni festeggiamenti il pomeriggio del 16 agosto del 1957, il giorno della Festa di san Rocco.

La chiesa presenta una facciata a capanna in stile romanico. Abbastanza alta, presenta un sagrato davanti al portone d'ingresso introdotto da una scalinata che parte dalla strada antistante. Ai piedi di questa si trova un mosaico raffigurante lo stemma del comune di Satriano. Sul lato sinistro del portone presenzia un monumentale crocifisso in bronzo, opera dello scultore Luciano La Torre. Appena sopra il portone si trova un rilievo rappresentante gli  attorno a San Pietro con in mano le chiavi del paradiso. Sopra di questo si trova una vetrata che raffigura gli apostoli riuniti assieme alla Madonna mentre lo Spirito Santo sotto forma di colomba scende su di essi. Il ciclo di immagini si conclude con un'altra vetrata in cui è raffigurata l'ostia consacrata, appena sotto la croce che svetta dalla parte più alta della facciata.

L'interno della chiesa presenta una sola navata, lunga 23 m, larga 12 e alta 13. Le pareti in pietra viva sono state concepite in modo tale da richiamare la grotta di Betlemme, in gran parte disadorne di immagini e dipinti, che si concentrano in gran parte sull'altare maggiore e su i due minori. I due muri della navata sono caratterizzati dalle vetrate rappresentanti i quattro evangelisti, San Pietro e Paolo, Santa Lucia e Santa Francesca Cabrini, San Vito e San Gerardo e San Donato e San Rocco, molti dei quali venerati in almeno una chiesa di Satriano. Su entrambi i lati si trova un'acquasantiera; su quella del lato destro è conservata un'immagine sacra e ancora più su una pietra posta dai devoti di san Rocco in occasione del giubileo del 2000. Davanti all'abside si trovano due cappelle, una dedicata al Santissimo Sacramento e l'altra a san Rocco. Sul muro dell'abside si trova il crocifisso ligneo di Vincenzo Munser, accanto al quale si trovano due pale rappresentanti San Giovanni e Maria.

La cappella del Santissimo Sacramento ospita da sempre le ostie consacrate della chiesa matrice. Si trova là infatti l'altare del sacramento con il tabernacolo. Su questo altare è posta la monumentale statua del Cuore di Gesù, traslata in questa cappella dall'antico altare maggiore. Ai lati di questo si trovano due alte mensole, sulle quali si trovano rispettivamente la statua di san Pietro e quella della Madonna.

L'altra cappella è quella dedicata a San Rocco, patrono e protettore della cittadina di Satriano di Lucania. È stata ricostruita nel 2016. Si compone da un altare in marmo sostenuto da un braccio a X, all'interno del quale è riposta la reliquia del Santo e il libro d'oro che contiene i nomi di tutti i fedeli che hanno partecipato alla costruzione. Dietro l'arco che fa accedere al piccolo spazio, ornato da placche marmoree e sormontato dallo stemma comunale sulla chiave di volta, si trovano due tavole dipinte. Queste raffigurano la vita e i miracoli di san Rocco, e sono state recuperate dal precedente altare.

CHIESA DELLA NATIVITA' O MADONNA DELLA ROCCA - Nel punto in cui il fiume Melandro si avvicina di più al centro abitato, sorge una roccia. La nobile famiglia dei Cavallo fece costruire su quella roccia una chiesa di famiglia, usata, come testimoniano le lapidi tombali, come luogo di sepoltura. Inoltre, sempre per volere della famiglia Cavallo, nel XVIII secolo venne costruita una cappellina dedicata all'Immacolata su una stradina che si trovava sul versante est della chiesa.

Nel 1814, a causa dell'erosione dell'acqua del fiume, una parte dell'roccia crollò portando con sé anche la parte nord-est della chiesa, quella dove si trovava l'altare maggiore. La statua della Madonna fu trovata miracolosamente intatta fra i resti distrutti della roccia e dunque si decise di ricostruire, sotto la vigilanza del reverendo canonico don Rocco Moscarella, la parte distrutta e il campanile della chiesa. La chiesa fu ampliata, incorporando la cappellina dell'Immacolata e la via sulla quale essa sorgeva.

Nel 1952, in seguito ai lavori in chiesa matrice, un altare in marmo venne spostato in questa chiesa.

Nel 1959 furono realizzati alcuni lavori che interessarono il pavimento e la copertura della chiesa. Venne inoltre allargata la piazzetta antistante, in modo da poter ospitare meglio i fedeli che giungevano sulla rocca in occasione dei festeggiamenti dell'8 settembre.

La caratteristica più suggestiva della chiesa sta nell'essere un tutt'uno con la roccia sulla quale sorge. Ora dalla parte più alta di questa roccia svetta il campanile della Madonna della Rocca.

Alla campana di quest'ultimo vengono attribuiti poteri miracolosi; era infatti usanza dei contadini, al vedere l'incupirsi del tempo, lasciare i campi e il lavoro per raggiungere la chiesa della Madonna della Rocca e farne suonare la campana. Immediatamente le nuvole si allontanavano e la pioggia o la grandine cessavano di martoriare i campi, salvando così i raccolti dei contadini.

SANTUARIO DELLA MADONNA DELLE GRAZIE - A circa 2 km di distanza dal centro abitato sorge un santuario dedicato alla Madonna delle Grazie, verso il quale i satrianesi hanno sempre dimostrato grande devozione. Antichissime carte topografiche segnalano l'esistenza di una chiesa in onore della Madonna di Loreto. Nel 1820, a causa di una frana, questa chiesa crollò, lasciando in piedi solo il muro con l'intatto altare e la statua della Madonna. Si decise allora di costruire un nuovo santuario a qualche centinaia di metri di distanza, e intanto conservare temporaneamente la sacra statua della Madonna in un piccolo capanno di legno. La mattina seguente il custode scoprì che la statua non si trovava più nel capanno, ma venne miracolosamente ritrovata sopra una quercia poco distante. Questo miracoloso fatto si ripeteva tutte le notti, per questo motivo si decise di costruire il santuario proprio nel luogo in cui sorgeva la quercia. L'imponente altare della Madonna venne edificato appunto sulla quercia troncata. i lavori terminarono nel 1830.

Dopo il terremoto del 1980, la chiesa rimase chiusa a lungo, fu perciò allestita una struttura per accogliere le masse di fedeli che giungevano a piedi al santuario. Fu in seguito restaurato a cura della Sopraintendenza ai Monumenti di Potenza, con l'aiuto delle offerte del popolo di Satriano.

Vari sono i miracoli che vengono attribuiti alla Madonna delle Grazie. Oltre a quello già citato sopra, si narra che la quercia sulla quale è edificato l'altare maggiore della chiesa germogliava quotidianamente fino ai primi del Novecento.

Inoltre si narra che verso la fine dell'Ottocento il cielo di Satriano si oscurò del tutto poiché ricoperto da una fitta schiera di cavallette. Allora la popolazione di Satriano si incamminò a piedi verso il santuario e mentre si celebrava la messa si mise a piovere, scacciando lo sciame di cavallette.

Il popolo satrianese ha da sempre dimostrato fortissima devozione verso la Madonna delle Grazie, anche a causa dei numerosi miracoli e delle numerose grazie attribuite a questo santuario.

I satrianesi sono infatti soliti incamminarsi dalla cittadina per raggiungere a piedi il santuario della Madonna, recitando il rosario durante il percorso. Inoltre il lunedì dell'Angelo viene celebrata una messa nel santuario, per ricordare gli eventi miracolosi attribuiti alla Madonna.

I solenni festeggiamenti in onore dell'Madonna delle Grazie si tengono ogni anno il 2 luglio, preceduti da una altrettanto solenne novena che inizia il giorno di San Giovanni. Nella prima mattina del 2 viene celebrata una messa nella chiesa matrice, seguita da un'altra messa solenne nel santuario, alla fine della quale si svolge una processione nelle zone del santuario. La statua che viene portata in processione è ordinariamente conservata in una piccola cappella che sorge ai piedi della scalinata che conduce al santuario. Un'altra messa solenne seguita dalla processione si svolge la sera.

CAPPELLA SAN GIOVANNI - A circa 500 m dalla chiesa matrice sorge una cappella dedicata a San Giovanni, costruita nel 1500 per volontà della popolazione locale e della Diocesi di Satriano. All'interno della cappella troneggia sull'altare la statua in muratura di San Giovanni Battista. Ma il maggiore pregio artistico di questa chiesetta sono gli affreschi di Giovanni De Gregorio, detto il Pietrafesano, in quanto natio di Pietrafesa, antico nome del comune di Satriano. Il pittore raffigurò il Padre Eterno, gli evangelisti, alcuni putti e due angeli che incoronano San Giovanni.

CAPPELLA SAN DONATO - La chiesetta è molto semplice e a una sola navata come tutte le chiese di Satriano. Sulla parete dell'altare è presente un affresco raffigurante la Trinità opera di Luciano La Torre. Sempre in questa parte si trovano le tre nicchie contenenti le statue di santi. In quella centrale, la più elaborata è conservato il titolare della chiesa, San Donato, nelle altre due Pasquale Baylón e un San Vincenzo Ferreri.

Torre di Satriano

Nei dintorni dell’attuale Satriano di Lucania, su un’altura è possibile visitare le rovine dell’antica Satrianum, importante roccaforte normanna e sede vescovile, abbandonata a partire dal 1477. I ruderi attualmente visibili comprendono due cinte murarie, due villaggi con edifici residenziali, una chiesa con annesso cimitero, i resti della cattedrale di Santo Stefano e ovviamente la torre normanna, costruita nel XII secolo. 

La Torre di Satriano, all’interno della quale è stato allestito un museo multimediale dedicato alle scoperte e al patrimonio culturale del territorio, è ormai divenuta un simbolo di appartenenza per i satrianesi. A partire dal 1966 diverse campagne di scavi hanno riportato alla luce numerosi reperti di diverse epoche, alcuni risalenti addirittura all’età del Bronzo. E’ possibile ammirare i reperti archeologici dell’antica Satrianum presso il Museo Archeologico di Satriano di Lucania o presso il Museo Nazionale “Dinu Adamesteanu” di Potenza.

Bosco Ralle e i laghetti

Poco distante dal centro abitato, a circa mille metri di quota nel Parco Nazionale dell’Appenino Lucano si trova il Bosco Ralle con i suoi tre laghetti. 

Nel maggiore di questi è possibile praticare la pesca sportiva, passando una giornata in mezzo alla natura presso l’area picnic adiacente al laghetto.

Giovanni de Gregorio, detto il Pietrafesa

Giovanni De Gregorio nasce nel 1579 o 1580 a Pietrafesa.  Nel 1595 il pittore napoletano Fabrizio Santasede prese a bottega il giovane Giovanni dopo un accordo preso con Gregorio de Gregorio, padre del Pietrafesa. 

Fu attivo in tutto il Regno di Napoli tra il 1608 e 1653, anno prima della sua morte, sopraggiunta nel 1654. Il Pietrafesa fu il massimo esponente del manierismo lucano ed è ricordato soprattutto per aver dipinto Madonne per le chiese, grazie alla sua innata capacità di rendere il loro volto innocente. 

All’interno della Rocca Duca di Poggiardo è presente un museo multimediale a lui dedicato, denominato “Il Palco dei Colori”, che ricostruisce il percorso artistico dell’artista attraverso la digitalizzazione in alta risoluzione di tutte le sue opere. 

Nei pressi dell’anfiteatro Porticelle si erge una statua che raffigura Giovanni de Gregorio, opera dell’artista satrianese Luciano La Torre. Al Pietrafesa sono anche dedicati diversi murales del centro storico, raffiguranti varie fasi della sua vita.

Murales di Satriano di Lucania

Era il 1983 quando Constantin Udroiu, dissidente politico romeno e massimo esponente della pittura espressionistica bizantina contemporanea, avverso alla politica accentratrice del dittatore Nicolae Ceaușescu, in esilio in Italia, arriva a Satriano di Lucania su invito del Sindaco. Sono gli anni del post terremoto e l’Amministrazione Comunale dell’epoca, guidata dal Sindaco Vincenzo Giuliano (mandato 1980 – 2004), sentiva l'esigenza di ricostruire non solo le strutture distrutte dal sisma ma lo stesso tessuto sociale. Vi era la necessità di tornare a vivere e a ritrovare l'entusiasmo della quotidianità, l'entusiasmo del riscatto. L'amministrazione comunale, nel riaffermare l'onore, il prestigio e nel promuovere l’immagine dell'insigne compaesano Giovanni De Gregorio - pittore tra i più brillanti del 1600 e protagonista del manierismo napoletano - e nel rilanciare l'attrattiva del borgo, dà vita ad una delle più belle esperienze artistiche, uniche in tutto il meridione d’Italia (vi erano già esempi di murales a Diamante (CS) ma di altra impostazione e di altra manifattura e non tematici).

Di fronte ad una parete di una nicchia posta in prossimità del centro storico, Udroiu stende la sua prima linea di colore e realizza il primo murale della storia di Satriano: un Cristo seminatore in stile bizantino immerso nel contesto del panorama delle campagne satrianesi. Un'iniziativa che ha visto sin da subito la collaborazione dell’ARPEC - Associazione Arte per comunicare - la cui coordinatrice, la critica d’arte Marisa Russo, venne chiamata per lo studio e l’attuazione. Un lavoro di sinergia ed appassionato tanto da ricevere riscontri anche dalle testate giornalistiche nazionali, come I Viaggi di Repubblica che, nel 1999, in Murales-Paesi Dipinti, definì Satriano di Lucania la capitale dei Murales del Mezzogiorno d’Italia. Una pratica che, sommate alle politiche di ricostruzione post-terremoto e di sviluppo socioeconomico, ha permesso di inserire questo piccolo borgo tra i 33 Comuni d’Italia con il tasso più alto di qualità della vita (Venerdì di Repubblica 4/8-2000).

Nel paese si contano circa 400 opere realizzate negli anni da artisti locali, come Luciano Latorre, Marina Pascale, Mariella Gagliardi, Tonino Bruno, Rocco Meliande, Maria Carmen Roberto, Giuliano Maria, Sante Muro, Tiziana Bruno; e artisti provenienti da ogni parte d'Italia. Si riconoscono, infatti le opere di Tommy Durante, Lavinio Sceral, Michele Giglio, Maria Moscarelli, Antonio D’Avanzo, Giancarlo D’Ambrosio, Massimiliano Mirabella, Birgit Gutt Daraio, Raffaella Guerrizio, Sabrina Sabato, Lello Sansone, Nicola D’Agostino, Ciro Adrian Ciavolino, Mauro Trotta, Antonio Cannavacciuolo, Rocco D’Angelica, Maria Petraccone, Raffaele Maddaluno, Katia Citarella, Salvatore De Matteis, Giusy Serpe, Tiziana Esposito, Vittoria Donadio, Rita Ragni, Rita Lepore.

Le tecniche di realizzazione dei murales di Satriano di Lucania sono tra le più innovative e garantiscono una resistenza nel tempo della qualità delle opere. I temi toccati sono vari: dagli antichi mestieri alle credenze magiche, dalle tradizioni ai momenti di vita del pittore Giovanni De Gregorio. Oggi si contano nel borgo più di 160 opere pittoriche realizzate da artisti provenienti da tutta la penisola, che hanno contribuito a rendere Satriano uno dei borghi più artistici d’Italia.

Nel corso degli anni, sulla spinta dell'esperienza di Satriano, anche altre amministrazioni lucane hanno adottato questa iniziativa. Difatti a Sant’Angelo (dal 1998) si possono ammirare murales così come a Savoia di Lucania.

Terminato il lavoro a Satriano da parte dell’Associazione Arpec, viene fondata a Sant’Angelo le Fratte una nuova Associazione, Arte Per La Valle, che continua l’esperienza del passato, proponendo l’iniziativa e la pratica del murales anche ad altri Comuni.

Carnevale di Satriano

Il Carnevale di Satriano è un'antica festa popolare che si svolge il sabato e la domenica prima del martedì grasso, ritenuto il più caratteristico, suggestivo e misterioso della Basilicata. L'unicità di questo rito carnevalesco è data dalla presenza di tre maschere tipiche che sfilano per le vie del paese: Rumita, Urs e Quaresima.

Considerato come uno degli ultimi riti arborei e ancestrali sopravvissuti nella loro integrità il carnevale di Satriano ha subito vari mutamenti per quanto riguarda la sua interpretazione. Nel XX secolo infatti, richiamava il tema dell'emigrazione e del ritorno alla terra natia. Una notevole evoluzione si è innescata, invece, a partire dagli anni 80, quando si accosta la figura del Romita a quella dell'uomo-albero che cammina, che è passata per il Carnevale Etnico della Lucania con il Rogo della Regina e infine alla Foresta che cammina, che dal 2013 si fa portatore di valori ecologici e naturalistici.

È tra le più importanti tradizioni carnevalesche della Regione nonché d'Italia. Contiene tutti i segni e gli elementi della cultura lucana agro-pastorale, ed è ricordato non solo per la particolarità delle sue maschere, ma anche per le sue profonde radici nella storia. È considerato uno degli ultimi riti arborei sopravvissuti in Italia (ma ancora presenti in molte parti dell’Europa), i quali sono legati di solito al mondo agreste e quindi a un’idea di fecondità intesa come continuità della vita tramite la prolificazione della natura. Sono maschere che non sono mai state espressioni di allegria, di gioia, di svago e di divertimento; anzi, da maschere propiziatorie sono divenute, nel tempo, maschere di protesta sociale.

Le origini del Carnevale di Satriano di Lucania, fino a qualche tempo fa, erano molto incerte. Oggi, grazie a ricerche approfondite e studi da parte di diversi antropologi, si ipotizza che, probabilmente, fu nel periodo di dominio Normanno di Satrianum che, per un «sincretismo culturale, s’instaurò la figura mitica de “U Rumit’». Il popolo diretto discendente dei Vichinghi ha lasciato il segno della sua cultura che è arrivata indenne fino a oggi, nonostante la distruzione operata agli inizi del 1400 ai danni di questo strategico centro. La maschera arborea è il frutto di quella cultura animistica dei Celti che si distinguevano per avere una religione piena di miti ispirati al mondo vegetale. Essi furono prima dei Vichinghi-Normanni, i colonizzatori dell’Irlanda, dell’Inghilterra e della Francia nord-occidentale radicando, su questi territori la loro cultura popolata di simbolismi che si rifacevano al mondo della natura.

L’uomo travestito da albero è molto diffuso nelle Regioni dell’Europa Centrale e dell’arco alpino, e la sua presenza si è registrata anche nell’Appennino. In queste aree è conosciuto, ancora oggi, come l’"Om Salvarech", l’uomo Selvatico, rilevato e documentato dal prof. Cesare Poppi, docente di Antropologia dell’Università dell'East Anglia di Norwich, Inghilterra. Da come lo descrive Walt Whitman in Foglie d’erba, è un tipo che si aggira dentro di noi, nella nostre psiche e nel nostro corpo da maschi. È una sorta di creatura dell’immaginario umano, a metà tra l’uomo e l’animale, in bilico tra la civiltà e la natura, ed è il depositario di conoscenze per noi remote di cibi genuini, di tecnologie non distruttive della natura, e che conosce l’accadere naturale e meteorologico. È il sapiente del bosco. È, in conclusione, un simbolo che ritorna ad essere attuale nell’epoca della cultura globale “New age".

LE MASCHERE - Il Rumit’ (l’Eremita) e l’urs’ (orso), in un murale del centro storico di Satriano, «sembrano camminare verso di noi per ricordarci la loro vecchia storia: liberazione o espressione di una condizione subita. In questo paese lucano che ha tanto sofferto il problema dell’emigrazione alla ricerca di un lavoro, l’orso rivela la sofferenza dell’emigrato che ha trovato la ricchezza nel lontano paese e perciò vestito della ricca pelliccia, ma vissuto a lungo in altre culture, resta nell’impossibilità di comunicare con i suoi paesani».

L’Orso, si accompagna al muto Rumit’ che è rimasto nel suo paese natio, isolato, povero, vestito di sola edera”. Mentre su un altro murale, «le varie maschere regionali italiane divertendosi si allontanano; in primo piano si evidenzia la Quaresima che porta sulla testa una piccola culla nella quale riposa il Carnevale finito. La tetra donna vestita di nero, in contrapposizione alle colorate maschere, sembra acquistare in questo dipinto un particolare significato espresso dal pittore che sente forse questa terra ancora troppo isolata e trascurata rispetto alle altre città italiane. Sembra denunciare che non a caso la Quaresima è stata una maschera molto diffusa e sentita, ma esprime una sofferenza a lungo vissuta e nascosta».

La culla portata sulla testa dalla Quaresima è simile a quelle che le contadine adoperavano per mettere i loro bambini e trasportarli con loro in campagna, dove svolgevano i lavori agricoli.

Da maschere propiziatorie assunsero significati di denuncia e di protesta, in particolare contro l’emigrazione: il Romita diventa l’emigrato isolato, incapace di comunicare, costretto a questuare un lavoro pur di assicurare un pezzo di pane alla propria famiglia. L’Orso, invece, è l’emigrante rientrato che sfoga, in maniera bestiale, le sue frustrazioni accumulate fuori dall’ambiente nativo. La Quaresima è la donna dell’emigrante, la vedova bianca rimasta sola nel paese ad accudire la prole, e unica fonte di conforto e di speranza per un avvenire migliore.

L'ORSO - L’orso di Satriano, il violento, il trasgressivo, è un uomo interamente coperto di pelle di capra o di pecora, raccolte alla vita da una catena dalla quale pende un campanaccio di mucca. La maschera dell’Orso è considerata l’altra faccia della natura che si rigenera, identificandosi in un animale selvatico, e si vendica, ritorcendosi contro l'uomo se quest'ultimo è incapace di rispettarla.

Contrariamente al Romita, non è una maschera solitaria, in quanto spesso è accompagnata da un altro orso femmina, ricoperta di pelli bianche di pecora (in contrasto con il maschio ricoperto di pelli nere di capra), uniti tra loro da una catenella. 

L’Orso è sempre accompagnato da “ u’ patrone”, domatore-conduttore che è armato di un grande bastone che serve per indirizzare, orientare, minacciare, comandare l’Orso riottoso. Con chiassose e divertenti scenette, si fermavano davanti all’uscio delle case cercando di attirare l’attenzione delle massaie perché uscissero fuori lasciando campo libero alle loro ruberie. 

Non era loro permesso di forzare il portone di casa, ma se fosse rimasto semichiuso, cosa molto frequente in tempi addietro, si sentiva autorizzato a entrare. Non appena l’uscio di casa si apriva, l’Orso si catapultava dentro continuando il suo pesante ballo, travolgendo tutto ciò che gli capitava davanti. Se nell’abitazione vi erano ancora appesi al soffitto le salsicce, i prosciutti o altre leccornie del maiale messe a stagionare, l’Orso si cimentava a saltare con le braccia per afferrarle. Tutto ciò che riusciva a prendere gli apparteneva, con o senza il consenso del proprietario. Nel caso in cui le ruberie non riuscissero, gli veniva offerto comunque qualcosa. Il ricavato della questua veniva consumato collettivamente o diviso in parti uguali fra coloro che avevano partecipato alla mascherata.

L'EREMITA - L’uomo vegetale di Satriano: silenzioso, silvestre e frusciante. La maschera senza volto e senza nulla di umano, il cespuglio vagante, l’albero che cammina, è un informe personaggio di foglie sempre verdi e senza tempo. Uno degli ultimi rituali di culto arboreo esistente in Basilicata, che ancora oggi compie senza clamori i suoi solitari giri di questua in paese, bussando alle porte con un rametto di pungitopo o agrifoglio, legato alla punta di un nodoso bastone chiamato “fruscjə”. Porta a tracollo una borsa di tela detta “tascapanə” (sostituita in sua assenza da uno zainetto) sempre rigorosamente coperta dall’edera.

L'ultima domenica prima del martedì grasso, uscendo di buon mattino, gira tra le strade del paese strusciando il "fruscio" sulle porte delle case. Ma se l’uscio non viene aperto anche dopo aver bussato, con colpi energici e secchi, il Romita non si dispera e resta pazientemente in attesa fino alla sua apertura.

La maschera rimane nel silenzio assoluto, anche da chi ne riceve la visita. Rimane ferma sulla soglia di casa e non la oltrepassa mai, anche se invitata. È la natura che bussa alla porta, e che bisogna rispettare per aver in cambio la ricompensa. Infatti, nessuno si rifiuta di dare all’Eremita l’offerta, perché la sua visita è considerata di buon auspicio e perché s’impersona in San Patrizio, l’evangelizzatore dell’Irlanda, che chiede l’elemosina.

Un tempo i Romiti erano impegnati per diversi giorni e a più riprese nelle loro peregrinazioni. Le uscite avvenivano anche nei giorni immediatamente prima e subito dopo Capodanno, iniziando dalle campagne circostanti il paese.

LA QUARESIMA - La Quaresima, una vecchia dal volto provato, solcato da tante rughe, inaridito dal sole e dalle sofferenze ed indurito dalle difficoltà del tempo. Vestita di lunghe e larghe gonne di panno, rigorosamente nero, con grembiuli sovrapposti di diverso colore quasi a dimostrare di essere l’elemento distintivo per una differenziazione sociale, camicie attillate al petto, in modo da mettere in evidenza il seno enormemente gonfio (imbottito di stracci), con maniche larghe di colore scuro, con degli scialli dalle lunghe frange di color terra che le coprono il viso a mo’ di burqa. Porta in testa la “naca” (culla).

È accompagnata durante le sue uscite da altre Quaresime e dalle Donne prefiche, vestite con lo stesso abbigliamento, ma senza culla, con una zappetta (“u’ zapparièlle") portato sulle spalle o in mano a mo’ di bastone, per piangere in coro sulla desolante condizione in cui si trovano.

Le Quaresime recitano da tempi immemori una filastrocca tramandataci dai racconti orali e presente nel vissuto del paese:

«Quare's'ma vocc' tort vaij chiangenne p' nande r' porte vaij r'cenn sciglj mie aggj pers' a chesa mja»

(Filastrocca delle Quaresima)

Esse hanno avuto, a seconda delle circostanze, il compito di portar via il Carnevale ormai finito; il peso della famiglia vessata e senza dimora a seguito della distruzione dell’antica città; o anche la condizione di vedova bianca, in quanto donna dell’emigrato, sola e indifesa ma determinata nel proteggere la culla del suo bambino, unica ricchezza e speranza rimastale. Ma il peso che deve sopportare è duro: ecco perché il suo percorso è caratterizzato da pianti e lamenti simili a quelli dei cortei funebri.

I CARRI ALLEGORICI - I carri allegorici hanno costituito per molti anni la vera essenza del carnevale benché dagli anni successivi al 2000 non sono più stati realizzati a causa degli elevati costi economici e dalla diminuita partecipazione popolare. Dagli anni 2013/2014 sono stati interamente sostituiti, per via del nuovo evento di rilevanza nazionale denominato "la foresta che cammina", da carri non motorizzati.

'A ZITA E IL CORTEO NUZIALE - Le maschere del Romita, dell’Orso, e della Quaresima non potevano soddisfare la voglia di partecipazione e di rottura della quotidianità, seppur momentanea, a cui la comunità anelava. Col tempo aveva preso piede il corteo nuziale svolto la domenica di Carnevale (e quello funebre il martedì grasso, composto esclusivamente da soli uomini travestiti). Tutti eleganti, rigorosamente a ruoli invertiti: l'uomo che diventava donna e viceversa; il servo, padrone; il povero, ricco; il laico, religioso.

Al termine delle funzioni liturgiche dell’ultima domenica di Carnevale, la gente si fermava sulla scalinata della Chiesa Madre per ammirare il corteo mascherato che si dirigeva verso la piazza principale del paese. Dopo la sosta principale in piazza, dove si svolgeva una rappresentazione collettiva, a gruppi percorrevano le strade del paese, soffermandosi in alcune case dove rappresentavano storie, racconti, leggende, presenti nel vissuto del paese.

L’ultima sera di Carnevale, il martedì grasso, invece, le strade del paese erano attraversate da un corteo funebre, con personaggi maschili dal viso tinto di nerofumo e quelli femminili dalla stazza molto prospiciente. Tra tante le maschere quella che si metteva in evidenza era la Quaresima, che essendo la mamma del Carnevale (il quale era il figlio dell’Orso e della Quaresima) veniva schernita con una filastrocca.

Rispetto allo scorso secolo, la sceneggiata è organizzata puntualmente in correlazione alla foresta che cammina. Scenograficamente 'a Zita (la sposa) viene accompagnata da lu Zit (lo sposo) ed è seguita da tutte le figure tipiche della cerimonia nuziale, compreso il prete con i chierichetti e il resto degli invitati. Si percorrono così le strade del paese a ritmo di balli, risate e imprevisti colpi di scena. Di norma ognuno di questi personaggi è travestito da maschio o da femmina, per scatenare il riso e marcare l'ilarità della situazione. Durante il percorso a piedi è frequente la consumazione di vino, viveri e caramelle. Notevoli, sono, infine i momenti in cui la sposa in pieno festeggiamento pone in essere comportamenti infedeli e deleteri in faccia allo sposo.

IL ROGO DELLA REGINA E IL CARNEVALE ETNICO DELLA LUCANIA - Nasce per rilanciare il Carnevale Satrianese a fini turistici recuperando tutti i simboli e maschere legati al mondo rurale lucano con la riscoperta di residui riti celtici, i quali rappresentavano una sorta di desiderio di riscatto e di rivalsa del popolo nei confronti sia delle classi sociali egemoni (e nel periodo di carnevale tutto era permesso) che nei confronti di una condizione storica, ma anche naturale, di sottomissione e soccombenza. Un carnevale-rito, con una trasposizione allegorica e con valenza “storico-politica”, del conflitto tra il popolo e il potere costituito, spesso in forma tirannica.

In questo Carnevale, in cui sfilavano tutte le maschere lucane, le più rappresentantive, provenienti da diversi comuni, dando inizio al Carnevale etnico della Lucania, veniva messa in scena la leggendaria versione cruenta della distruzione dell’antica Satriano, ad opera della Regina Giovanna di Napoli, per una vicenda di amore e gelosia.

Feste patronali di Satriano di Lucania

Il periodo di ferragosto a Satriano di Lucania corrisponde con le festività patronali:

- il 13 agosto si festeggia Santa Lucia; nonostante la memoria liturgica della santa siracusana ricada il 13 dicembre, il solenne festeggiamento venne ricollocato ad agosto per collegarlo con le altre festività;

- il 14 agosto il popolo satrianese ricorda San Donato d’Arezzo, vescovo e martire. In mattinata si celebra una messa nella chiesetta dedicata al Santo, seguita dal trasferimento del simulacro alla chiesa madre. Nel pomeriggio una processione riporta l’immagine sacra alla sua chiesa, permettendo ai fedeli di rivolgere un saluto al protettore dei malati e degli anziani;

- il giorno di Ferragosto cade la festa della Madonna Assunta, la cui statua è conservata nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Alle 11 presso la chiesa madre si celebra una messa solenne in seguito alla quale la statua della Madonna viene portata in processione per le vie del paese fino al rientro nella chiesa vecchia;

- il 16 agosto Satriano festeggia il suo Santo Patrono, San Rocco da Montpellier. Durante la giornata presso la chiesa madre si celebrano diverse messe; alla fine della seconda vengono benedetti i bambini vestiti da San Rocco, i cinti votivi che saranno portati in processione e la banda musicale. Si giunge dunque alla solenne messa celebrata da diversi sacerdoti e che anticipa l’uscita del Santo in processione. La statua, accompagnata dai fedeli, dai cinti e dalla banda, inizia dunque il corteo per le vie del borgo. Giunti in piazza Garibaldi, vengono sparati i “fuochi invisibili”, che celebrano la gloria del Santo umile e pellegrino e non devono essere motivo di spettacolo per gli uomini. In seguito la processione riparte percorrendo via San Rocco e girando intorno alla chiesa madre, per poi fermarsi al centro dell’altare per permettere a tutti i fedeli di omaggiare il simulacro del Santo Patrono fino alla mezzanotte.

La statua di San Rocco fu realizzata dallo scultore del seicento Giacomo Colombo.
I festeggiamenti religiosi sono accompagnati da quelli civili: tutto agosto infatti è animato da feste ed eventi artistici. Tra le manifestazioni più importanti ricordiamo “Musica in corso”, “Per le antiche vie del Pietrafesa” ed  il “Lucania Etno Folk”, oltre ai concerti di artisti di livello nazionale nelle serate del 15 e del 16.

- Altra festa degna di nota è quella in onore della Madonna delle Grazie che si celebra il 2 luglio di ogni anno. Durante la giornata si svolgono due processioni nella zona del santuario, e in serata i festeggiamenti continuano con musica, stand e fuochi pirotecnici.

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