Il centro
dell’antica Pietrafesa si sviluppa sulle pendici e le falde di tre rocce: il Castello,
il Piesco e la Madonna della Rocca. Da qui il nome Pietrafesa o Pietrafixa,
cioè pietra (roccia) spaccata. Ai piedi dei tre costoni scorre il torrente Melandro,
che dà il nome all’omonima valle.
Il borgo era
attraversato dall’antica via Herculea che collegava la via
Traiana e la via Pompilia.
Il Castello,
restaurato di recente, è oggi noto come Rocca Duca di Poggiardo. Al suo
interno è possibile visitare il Museo Multimediale e la Biblioteca Comunale
“Carolina D’Araio“. Ai piedi del castello si trova l’anfiteatro
Porticelle, costruito nel 2006, che presenta al centro una scacchiera a
grandezza umana. Poco lontano è sito il teatro Anzani, un interessante
centro culturale dove si tengono convegni, rassegne teatrali, presentazioni di
libri ed eventi. Sul “tetto” del teatro si trova Piazza Garibaldi che
ospita un mosaico raffigurante l’immagine di Dio del pittore locale Giovanni
de Gregorio, detto il Pietrafesa.
Il centro
storico di Satriano ospita alcuni palazzi degni di nota sorti in epoche
differenti:
- palazzo
Loreti, edificato nel XVI secolo, è un antico stabile appartenuto ad una
ricca famiglia del settecento. Oggi, oltre ad essere la sede del municipio,
ospita il Museo della Civiltà Contadina e il Museo Archeologico
Satriano Antica;
- palazzo
Pignatelli, costruito nel 1542, che presenta un pregevole portale;
- ex Palazzo
Abbamonte del XVII secolo, oggi diventato un largo attraverso un
intervento di recupero. Della vecchia struttura sono state recuperate la
facciata principale con due barbacani in pietra, l’antico portale e le sue
mura, l’arco e il pozzo in pietra interni nel cortile, due finestre, due
lesene e due putti.
Chiese di Satriano
Il
paese lucano di Satriano
di Lucania contava e
conta tuttora numerose chiese, alcune delle quali scomparse, altre perfettamente
conservate. Esse accompagnano e testimoniano la storia di Satriano da diversi
secoli.
Le
numerose chiese che furono edificate a Satriano potevano essere costruite per
vari motivi. Questi potevano essere il bisogno di trovare una sede alle le varie
confraternite che operavano sul territorio di Satriano, la fondazione di
cappelle e chiese di famiglia da parte dei nobili satrianesi, l'aumento della
popolazione e l'espansione del nucleo urbano o puramente per devozione popolare.
Perciò nel corso dei secoli i luoghi di culto aumentarono e si modificarono e
alcuni scomparirono, trasformandosi in edifici di altro scopo ma, in qualunque
caso, arricchendo il patrimonio artistico della cittadina.
CHIESA
DI SANTA MARIA DI COSTANTINOPOLI O CHIESA VECCHIA - Questa
è la chiesa più vecchia di Satriano, costruita fra il XII e
il XIII secolo e
sorge ai piedi della Rocca Duca di Poggiardo.
La
chiesa, dedicata alla Madonna Assunta in cielo, era la sede della confraternita
dei morti, che si occupava del suffragio delle anime dei defunti.
Ebbe
a lungo tempo funzione cimiteriale: ci furono infatti numerose sepolture sotto
il pavimento e, inoltre, il locale oggi adibito a sacrestia svolse la funzione
di ossario. La chiesa subì nei secoli numerosi lavori e restauri, in particolar
modo in seguito ai terremoti del 1694 e
del 1980.
L'altare
centrale, nel quale è custodita la statua della Madonna assunta, si presenta
come un'imponente struttura in pietra, con due putti ai lati e uno centrale sul
tabernacolo. A i due lati di questo altare si trovano il busto di San Giuseppe
con Bambino e Sant'Antonio di Padova con il Bambino.
Sotto
la statua di Sant'Antonio si trova la tomba gentilizia di Ferdinando Loreti;
altre tombe degne di nota sono quella del reverendo don Giovanni Palermo,
sacerdote morto in concetto di santità, e un'altra tomba gentilizia incastonata
nel pavimento.
Vicino
a quest'ultima si trova la statua di santa Rosa. Inoltre sul muro sinistro in
una piccola nicchia si trova una delicata raffigurazione lignea della Pietà.
Oltre
a queste statue, la chiesa conserva anche alcune opere pittoriche: sono infatti
presenti tre antichi dipinti, raffiguranti la Madonna del rosario, la Madonna
delle grazie e l'Immacolata. Non sono noti gli autori di questi dipinti; si
pensa che siano opere di un unico artista, oppure, in base alle leggere
differenze stilistiche fra i vari dipinti, si potrebbe dedurre che siano lavori
di due artisti diversi. Si sostiene che gli autori siano allievi di Giovanni de
Gregorio, anche se è possibile che siano del de Gregorio stesso.
All'esterno,
sul lato occidentale, sorge un'imponente torre medioevale a base quadrata,
abbellita da un grande orologio. Sempre sul lato occidentale, proseguendo verso
l'altare maggiore, si trova un ingresso laterale dove una colona di marmo
poggiante su un pilastro di pietra sostiene una tettoia in legno. Su una delle
superfici laterali sono affisse due lastre di pietre. Su una si leggono incise
le lettere P F, mentre sull'altro si legge A D 1585.
CHIESA
DI SAN PIETRO APOSTOLO O CHIESA MATRICE - A
causa dell'aumento della popolazione di Satriano, attorno al 1460,
si pensò di costruire una nuova chiesa, dedicata a san Pietro Apostolo. La
nuova chiesa incorporò le due chiesette della Madonna del Rosario e del
Santissimo Sacramento, assumendo così una pianta a croce latina. Quello che si
presentò alla popolazione doveva essere un piccolo gioiellino: addossati alle
pareti laterali si trovavano gli altari di san Gaetano, di san Pasquale e della
Madonna di Pompei. Erano presenti anche alcune nicchie, che dovevano contenere
statue e immagini sacre.
Con
il passare degli anni la chiesa entrò in possesso di altre statue quali il
Sacro Cuore di Fatima, san Pietro e il Cuore di Gesù. Quest'ultima statua venne
posizionata sull'imponente altare maggiore in pietra, dove prima si trovava un
dipinto.
Molto
probabilmente dopo il terremoto del 1694,
venne costruito accanto alla chiesa l'imponente campanile di 5 piani. Costruito
usando pietra e mattoni locali, è dotato di 3 serie di quattro finestroni e
possiede 4 campane in stile rinascimentale, stile che del resto caratterizza
l'intera costruzione.
La
questione su quale architetto sia stato l'autore del progetto del campanile è
abbastanza controversa. Per anni si è pensato che fosse stato costruito da un
allievo del Vanvitelli sul
disegno del noto pittore, nativo di Satriano, Giovanni
De Gregorio. Altri studiosi,
sostengono invece che il campanile sarebbe stato costruito sul progetto del
vescovo e matematico Juan
Caramuel y Lobkowitz,
vescovo della diocesi
di Satriano e Campagna dal 1657 al 1673.
Arrivati
alla metà del 1900 la chiesa aveva danni strutturali estremamente gravi, tanto
da indurre la popolazione a demolirla e a ricostruirla. Fu incaricato
l'architetto Giulio De
Luca, che a fine lavori
consegnò una chiesa non poco diversa da quella precedente: più grande (300 m²),
lunga 23 metri, larga 12 e alta 13, con pianta a croce latina e le pareti
disadorne e in pietra viva, con un soffitto a ventaglio notevolmente più alto.
Gli antichi altari in pietra furono smontati e spostati nella chiesa vecchia e
nella chiesa della Natività di Maria, lasciando due soli altari oltre a quello
maggiore. Fu inaugurata con solenni festeggiamenti il pomeriggio del 16 agosto
del 1957,
il giorno della Festa
di san Rocco.
La
chiesa presenta una facciata a capanna in stile romanico. Abbastanza alta,
presenta un sagrato davanti al portone d'ingresso introdotto da una scalinata
che parte dalla strada antistante. Ai piedi di questa si trova un mosaico
raffigurante lo stemma del comune di Satriano. Sul lato sinistro del portone
presenzia un monumentale crocifisso in bronzo, opera dello scultore Luciano La
Torre. Appena sopra il portone si trova un rilievo rappresentante gli attorno
a San Pietro con in mano le chiavi del paradiso. Sopra di questo si trova una
vetrata che raffigura gli apostoli riuniti assieme alla Madonna mentre lo
Spirito Santo sotto forma di colomba scende su di essi. Il ciclo di immagini si
conclude con un'altra vetrata in cui è raffigurata l'ostia consacrata, appena
sotto la croce che svetta dalla parte più alta della facciata.
L'interno
della chiesa presenta una sola navata, lunga 23 m, larga 12 e alta 13. Le
pareti in pietra viva sono state concepite in modo tale da richiamare la grotta
di Betlemme, in gran parte disadorne di immagini e dipinti, che si concentrano
in gran parte sull'altare maggiore e su i due minori. I due muri della navata
sono caratterizzati dalle vetrate rappresentanti i quattro evangelisti, San
Pietro e Paolo, Santa Lucia e Santa Francesca Cabrini, San Vito e San Gerardo e
San Donato e San Rocco,
molti dei quali venerati in almeno una chiesa di Satriano. Su entrambi i lati si
trova un'acquasantiera; su quella del lato destro è conservata un'immagine
sacra e ancora più su una pietra posta dai devoti di san
Rocco in occasione del giubileo
del 2000. Davanti all'abside
si trovano due cappelle, una dedicata al Santissimo Sacramento e l'altra a san
Rocco. Sul muro dell'abside si trova il crocifisso ligneo di Vincenzo Munser,
accanto al quale si trovano due pale rappresentanti San Giovanni e Maria.
La
cappella del Santissimo Sacramento ospita da sempre le ostie consacrate della
chiesa matrice. Si trova là infatti l'altare del sacramento con il tabernacolo.
Su questo altare è posta la monumentale statua del Cuore di Gesù, traslata in
questa cappella dall'antico altare maggiore. Ai lati di questo si trovano due
alte mensole, sulle quali si trovano rispettivamente la statua di san Pietro e
quella della Madonna.
L'altra
cappella è quella dedicata a San
Rocco, patrono e protettore
della cittadina di Satriano di Lucania. È stata ricostruita nel 2016. Si
compone da un altare in marmo sostenuto da un braccio a X, all'interno del quale
è riposta la reliquia del Santo e il libro d'oro che contiene i nomi di tutti i
fedeli che hanno partecipato alla costruzione. Dietro l'arco che fa accedere al
piccolo spazio, ornato da placche marmoree e sormontato dallo stemma comunale
sulla chiave di volta, si trovano due tavole dipinte. Queste raffigurano la vita
e i miracoli di san Rocco, e sono state recuperate dal precedente altare.
CHIESA
DELLA NATIVITA' O MADONNA DELLA ROCCA - Nel
punto in cui il fiume Melandro si avvicina di più al centro abitato, sorge una
roccia. La nobile famiglia dei Cavallo fece costruire su quella roccia una
chiesa di famiglia, usata, come testimoniano le lapidi tombali, come luogo di
sepoltura. Inoltre, sempre per volere della famiglia Cavallo, nel XVIII
secolo venne costruita
una cappellina dedicata all'Immacolata su una stradina che si trovava sul
versante est della chiesa.
Nel 1814,
a causa dell'erosione dell'acqua del fiume, una parte dell'roccia crollò
portando con sé anche la parte nord-est della chiesa, quella dove si trovava
l'altare maggiore. La statua della Madonna fu trovata miracolosamente intatta
fra i resti distrutti della roccia e dunque si decise di ricostruire, sotto la
vigilanza del reverendo canonico don Rocco Moscarella, la parte distrutta e il
campanile della chiesa. La chiesa fu ampliata, incorporando la cappellina
dell'Immacolata e la via sulla quale essa sorgeva.
Nel 1952,
in seguito ai lavori in chiesa matrice, un altare in marmo venne spostato in
questa chiesa.
Nel 1959 furono
realizzati alcuni lavori che interessarono il pavimento e la copertura della
chiesa. Venne inoltre allargata la piazzetta antistante, in modo da poter
ospitare meglio i fedeli che giungevano sulla rocca in occasione dei
festeggiamenti dell'8 settembre.
La
caratteristica più suggestiva della chiesa sta nell'essere un tutt'uno con la
roccia sulla quale sorge. Ora dalla parte più alta di questa roccia svetta il
campanile della Madonna della Rocca.
Alla
campana di quest'ultimo vengono attribuiti poteri miracolosi; era infatti usanza
dei contadini, al vedere l'incupirsi del tempo, lasciare i campi e il lavoro per
raggiungere la chiesa della Madonna della Rocca e farne suonare la campana.
Immediatamente le nuvole si allontanavano e la pioggia o la grandine cessavano
di martoriare i campi, salvando così i raccolti dei contadini.

SANTUARIO
DELLA MADONNA DELLE GRAZIE - A
circa 2 km di distanza dal centro abitato sorge un santuario dedicato alla
Madonna delle Grazie, verso il quale i satrianesi hanno sempre dimostrato grande
devozione. Antichissime carte topografiche segnalano l'esistenza di una chiesa
in onore della Madonna di Loreto. Nel 1820,
a causa di una frana, questa chiesa crollò, lasciando in piedi solo il muro con
l'intatto altare e la statua della Madonna. Si decise allora di costruire un
nuovo santuario a qualche centinaia di metri di distanza, e intanto conservare
temporaneamente la sacra statua della Madonna in un piccolo capanno di legno. La
mattina seguente il custode scoprì che la statua non si trovava più nel
capanno, ma venne miracolosamente ritrovata sopra una quercia poco distante.
Questo miracoloso fatto si ripeteva tutte le notti, per questo motivo si decise
di costruire il santuario proprio nel luogo in cui sorgeva la quercia.
L'imponente altare della Madonna venne edificato appunto sulla quercia troncata.
i lavori terminarono nel 1830.
Dopo
il terremoto del 1980,
la chiesa rimase chiusa a lungo, fu perciò allestita una struttura per
accogliere le masse di fedeli che giungevano a piedi al santuario. Fu in seguito
restaurato a cura della Sopraintendenza ai Monumenti di Potenza, con l'aiuto
delle offerte del popolo di Satriano.
Vari
sono i miracoli che vengono attribuiti alla Madonna delle Grazie. Oltre a quello
già citato sopra, si narra che la quercia sulla quale è edificato l'altare
maggiore della chiesa germogliava quotidianamente fino ai primi del Novecento.
Inoltre
si narra che verso la fine dell'Ottocento il cielo di Satriano si oscurò del
tutto poiché ricoperto da una fitta schiera di cavallette. Allora la
popolazione di Satriano si incamminò a piedi verso il santuario e mentre si
celebrava la messa si mise a piovere, scacciando lo sciame di cavallette.
Il
popolo satrianese ha da sempre dimostrato fortissima devozione verso la Madonna
delle Grazie, anche a causa dei numerosi miracoli e delle numerose grazie
attribuite a questo santuario.
I
satrianesi sono infatti soliti incamminarsi dalla cittadina per raggiungere a
piedi il santuario della Madonna, recitando il rosario durante il percorso.
Inoltre il lunedì dell'Angelo viene celebrata una messa nel santuario, per
ricordare gli eventi miracolosi attribuiti alla Madonna.
I
solenni festeggiamenti in onore dell'Madonna delle Grazie si tengono ogni anno
il 2 luglio, preceduti da una altrettanto solenne novena che inizia il giorno di
San Giovanni. Nella prima mattina del 2 viene celebrata una messa nella chiesa
matrice, seguita da un'altra messa solenne nel santuario, alla fine della quale
si svolge una processione nelle zone del santuario. La statua che viene portata
in processione è ordinariamente conservata in una piccola cappella che sorge ai
piedi della scalinata che conduce al santuario. Un'altra messa solenne seguita
dalla processione si svolge la sera.

CAPPELLA
SAN GIOVANNI - A
circa 500 m dalla chiesa matrice sorge una cappella dedicata a San
Giovanni, costruita nel 1500 per volontà della popolazione locale e della Diocesi
di Satriano. All'interno
della cappella troneggia sull'altare la statua in muratura di San Giovanni
Battista. Ma il maggiore pregio artistico di questa chiesetta sono gli affreschi
di Giovanni De
Gregorio, detto il
Pietrafesano, in quanto natio di Pietrafesa, antico nome del comune di Satriano.
Il pittore raffigurò il Padre Eterno, gli evangelisti, alcuni putti e due
angeli che incoronano San Giovanni.
CAPPELLA
SAN DONATO - La
chiesetta è molto semplice e a una sola navata come tutte le chiese di
Satriano. Sulla parete dell'altare è presente un affresco raffigurante la
Trinità opera di Luciano La Torre. Sempre in questa parte si trovano le tre
nicchie contenenti le statue di santi. In quella centrale, la più elaborata è
conservato il titolare della chiesa, San Donato, nelle altre due Pasquale
Baylón e
un San
Vincenzo Ferreri.
Torre
di Satriano
Nei
dintorni dell’attuale Satriano di Lucania, su un’altura è possibile
visitare le rovine dell’antica Satrianum, importante roccaforte normanna e sede
vescovile, abbandonata a partire dal 1477. I ruderi attualmente visibili
comprendono due cinte murarie, due villaggi con edifici residenziali, una chiesa
con annesso cimitero, i resti della cattedrale di Santo Stefano e
ovviamente la torre normanna, costruita nel XII secolo.
La Torre
di Satriano, all’interno della quale è stato allestito un museo multimediale
dedicato alle scoperte e al patrimonio culturale del territorio, è ormai
divenuta un simbolo di appartenenza per i satrianesi. A partire dal 1966 diverse
campagne di scavi hanno riportato alla luce numerosi reperti di diverse epoche,
alcuni risalenti addirittura all’età del Bronzo. E’ possibile ammirare i
reperti archeologici dell’antica Satrianum presso il Museo Archeologico di
Satriano di Lucania o presso il Museo Nazionale “Dinu Adamesteanu” di
Potenza.
Bosco
Ralle e i laghetti
Poco
distante dal centro abitato, a circa mille metri di quota nel Parco
Nazionale dell’Appenino Lucano si trova il Bosco Ralle con i suoi
tre laghetti.
Nel
maggiore di questi è possibile praticare la pesca sportiva, passando una
giornata in mezzo alla natura presso l’area picnic adiacente al laghetto.
Giovanni
de Gregorio, detto il Pietrafesa
Giovanni
De Gregorio nasce nel 1579 o 1580 a Pietrafesa. Nel 1595 il
pittore napoletano Fabrizio Santasede prese a bottega il giovane
Giovanni dopo un accordo preso con Gregorio de Gregorio, padre del
Pietrafesa.
Fu
attivo in tutto il Regno di Napoli tra il 1608 e 1653, anno prima
della sua morte, sopraggiunta nel 1654. Il Pietrafesa fu il massimo
esponente del manierismo lucano ed è ricordato soprattutto per aver dipinto Madonne
per le chiese, grazie alla sua innata capacità di rendere il loro volto
innocente.
All’interno
della Rocca Duca di Poggiardo è presente un museo multimediale a lui
dedicato, denominato “Il Palco dei Colori”, che ricostruisce il percorso
artistico dell’artista attraverso la digitalizzazione in alta risoluzione di
tutte le sue opere.
Nei
pressi dell’anfiteatro Porticelle si erge una statua che raffigura Giovanni
de Gregorio, opera dell’artista satrianese Luciano La Torre. Al
Pietrafesa sono anche dedicati diversi murales del centro storico, raffiguranti
varie fasi della sua vita.
Murales
di Satriano di Lucania
Era
il 1983 quando Constantin Udroiu, dissidente politico romeno e massimo esponente
della pittura espressionistica bizantina contemporanea, avverso alla politica
accentratrice del dittatore Nicolae
Ceaușescu, in esilio in Italia, arriva a Satriano
di Lucania su invito del Sindaco. Sono gli anni del post terremoto e
l’Amministrazione Comunale dell’epoca, guidata dal Sindaco Vincenzo Giuliano
(mandato 1980 – 2004), sentiva l'esigenza di ricostruire non solo le strutture
distrutte dal sisma ma lo stesso tessuto sociale. Vi era la necessità di
tornare a vivere e a ritrovare l'entusiasmo della quotidianità, l'entusiasmo
del riscatto. L'amministrazione comunale, nel riaffermare l'onore, il prestigio
e nel promuovere l’immagine dell'insigne compaesano Giovanni
De Gregorio - pittore tra i più brillanti del 1600 e protagonista
del manierismo napoletano - e nel rilanciare l'attrattiva del borgo, dà vita ad
una delle più belle esperienze artistiche, uniche in tutto il meridione
d’Italia (vi erano già esempi di murales a Diamante
(CS) ma di altra impostazione e di altra manifattura e non
tematici).
Di
fronte ad una parete di una nicchia posta in prossimità del centro storico,
Udroiu stende la sua prima linea di colore e realizza il primo murale della
storia di Satriano: un Cristo seminatore in stile bizantino immerso nel contesto
del panorama delle campagne satrianesi. Un'iniziativa che ha visto sin da subito
la collaborazione dell’ARPEC - Associazione Arte per comunicare - la cui
coordinatrice, la critica d’arte Marisa Russo, venne chiamata per lo studio e
l’attuazione. Un lavoro di sinergia ed appassionato tanto da ricevere
riscontri anche dalle testate giornalistiche nazionali, come I Viaggi di
Repubblica che, nel 1999, in Murales-Paesi Dipinti, definì Satriano di Lucania
la capitale dei Murales del Mezzogiorno d’Italia. Una pratica che, sommate
alle politiche di ricostruzione post-terremoto e di sviluppo socioeconomico, ha
permesso di inserire questo piccolo borgo tra i 33 Comuni d’Italia con il
tasso più alto di qualità della vita (Venerdì di Repubblica 4/8-2000).
Nel
paese si contano circa 400 opere realizzate negli anni da artisti locali, come
Luciano Latorre, Marina Pascale, Mariella Gagliardi, Tonino Bruno, Rocco
Meliande, Maria Carmen Roberto, Giuliano Maria, Sante Muro, Tiziana Bruno; e
artisti provenienti da ogni parte d'Italia. Si riconoscono, infatti le opere di
Tommy Durante, Lavinio Sceral, Michele Giglio, Maria Moscarelli, Antonio
D’Avanzo, Giancarlo D’Ambrosio, Massimiliano Mirabella, Birgit Gutt Daraio,
Raffaella Guerrizio, Sabrina Sabato, Lello Sansone, Nicola D’Agostino, Ciro
Adrian Ciavolino, Mauro Trotta, Antonio Cannavacciuolo, Rocco D’Angelica,
Maria Petraccone, Raffaele Maddaluno, Katia Citarella, Salvatore De Matteis,
Giusy Serpe, Tiziana Esposito, Vittoria Donadio, Rita Ragni, Rita Lepore.
Le
tecniche di realizzazione dei murales di Satriano di Lucania sono tra le più
innovative e garantiscono una resistenza nel tempo della qualità delle opere. I
temi toccati sono vari: dagli antichi mestieri alle credenze magiche, dalle
tradizioni ai momenti di vita del pittore Giovanni De Gregorio. Oggi si
contano nel borgo più di 160 opere pittoriche realizzate da artisti provenienti
da tutta la penisola, che hanno contribuito a rendere Satriano uno dei borghi più
artistici d’Italia.
Nel
corso degli anni, sulla spinta dell'esperienza di Satriano, anche altre
amministrazioni lucane hanno adottato questa iniziativa. Difatti a Sant’Angelo (dal
1998) si possono ammirare murales così come a Savoia
di Lucania.
Terminato
il lavoro a Satriano da parte dell’Associazione Arpec, viene fondata a
Sant’Angelo le Fratte una nuova Associazione, Arte Per La Valle, che continua
l’esperienza del passato, proponendo l’iniziativa e la pratica del murales
anche ad altri Comuni.
Carnevale
di Satriano
Il Carnevale
di Satriano è
un'antica festa popolare che si svolge il sabato e la domenica prima del martedì
grasso, ritenuto il più caratteristico, suggestivo e misterioso della Basilicata.
L'unicità di questo rito carnevalesco è data dalla presenza di tre maschere
tipiche che sfilano per le vie del paese: Rumita, Urs e Quaresima.
Considerato
come uno degli ultimi riti arborei e ancestrali sopravvissuti nella
loro integrità il carnevale di Satriano ha subito vari mutamenti per
quanto riguarda la sua interpretazione. Nel XX
secolo infatti, richiamava il tema dell'emigrazione e del ritorno
alla terra natia. Una notevole evoluzione si è innescata, invece, a partire
dagli anni 80, quando si accosta la figura del Romita a quella dell'uomo-albero
che cammina, che è passata per il Carnevale Etnico della Lucania con il Rogo
della Regina e infine alla Foresta che cammina, che dal 2013 si fa portatore di
valori ecologici e naturalistici.
È
tra le più importanti tradizioni carnevalesche della Regione nonché
d'Italia. Contiene tutti i segni e gli elementi della cultura lucana
agro-pastorale, ed è ricordato non solo per la particolarità delle sue
maschere, ma anche per le sue profonde radici nella storia. È considerato uno
degli ultimi riti arborei sopravvissuti in Italia (ma ancora presenti in molte
parti dell’Europa), i quali sono legati di solito al mondo agreste e quindi a
un’idea di fecondità intesa come continuità della vita tramite la
prolificazione della natura. Sono maschere che non sono mai state espressioni di
allegria, di gioia, di svago e di divertimento; anzi, da maschere propiziatorie
sono divenute, nel tempo, maschere di protesta sociale.
Le
origini del Carnevale di Satriano di Lucania, fino a qualche tempo fa, erano
molto incerte. Oggi, grazie a ricerche approfondite e studi da parte di diversi
antropologi, si ipotizza che, probabilmente, fu nel periodo di dominio Normanno
di Satrianum che,
per un «sincretismo culturale, s’instaurò la figura mitica de “U Rumit’».
Il popolo diretto discendente dei Vichinghi ha lasciato il segno della sua
cultura che è arrivata indenne fino a oggi, nonostante la distruzione operata
agli inizi del 1400 ai danni di questo strategico centro. La maschera arborea è
il frutto di quella cultura animistica dei Celti che si distinguevano per avere
una religione piena di miti ispirati al mondo vegetale. Essi furono prima dei
Vichinghi-Normanni, i colonizzatori dell’Irlanda, dell’Inghilterra e della
Francia nord-occidentale radicando, su questi territori la loro cultura popolata
di simbolismi che si rifacevano al mondo della natura.
L’uomo
travestito da albero è molto diffuso nelle Regioni dell’Europa Centrale e
dell’arco alpino, e la sua presenza si è registrata anche nell’Appennino.
In queste aree è conosciuto, ancora oggi, come l’"Om Salvarech",
l’uomo Selvatico, rilevato e documentato dal prof. Cesare Poppi, docente di
Antropologia dell’Università dell'East Anglia di Norwich, Inghilterra. Da
come lo descrive Walt
Whitman in Foglie
d’erba, è un tipo che si aggira dentro di noi, nella nostre psiche e
nel nostro corpo da maschi. È una sorta di creatura dell’immaginario umano, a
metà tra l’uomo e l’animale, in bilico tra la civiltà e la natura, ed è
il depositario di conoscenze per noi remote di cibi genuini, di tecnologie non
distruttive della natura, e che conosce l’accadere naturale e meteorologico.
È il sapiente del bosco. È, in conclusione, un simbolo che ritorna ad essere
attuale nell’epoca della cultura globale “New age".
LE
MASCHERE - Il Rumit’ (l’Eremita) e l’urs’ (orso), in un murale del
centro storico di Satriano, «sembrano camminare verso di noi per ricordarci la
loro vecchia storia: liberazione o espressione di una condizione subita. In
questo paese lucano che ha tanto sofferto il problema dell’emigrazione alla
ricerca di un lavoro, l’orso rivela la sofferenza dell’emigrato che ha
trovato la ricchezza nel lontano paese e perciò vestito della ricca pelliccia,
ma vissuto a lungo in altre culture, resta nell’impossibilità di comunicare
con i suoi paesani».
L’Orso,
si accompagna al muto Rumit’ che è rimasto nel suo paese natio, isolato,
povero, vestito di sola edera”. Mentre su un altro murale, «le varie maschere
regionali italiane divertendosi si allontanano; in primo piano si evidenzia la
Quaresima che porta sulla testa una piccola culla nella quale riposa il
Carnevale finito. La tetra donna vestita di nero, in contrapposizione alle
colorate maschere, sembra acquistare in questo dipinto un particolare
significato espresso dal pittore che sente forse questa terra ancora troppo
isolata e trascurata rispetto alle altre città italiane. Sembra denunciare che
non a caso la Quaresima è stata una maschera molto diffusa e sentita, ma
esprime una sofferenza a lungo vissuta e nascosta».
La
culla portata sulla testa dalla Quaresima è simile a quelle che le contadine
adoperavano per mettere i loro bambini e trasportarli con loro in campagna, dove
svolgevano i lavori agricoli.
Da
maschere propiziatorie assunsero significati di denuncia e di protesta, in
particolare contro l’emigrazione: il Romita diventa l’emigrato isolato,
incapace di comunicare, costretto a questuare un lavoro pur di assicurare un
pezzo di pane alla propria famiglia. L’Orso, invece, è l’emigrante
rientrato che sfoga, in maniera bestiale, le sue frustrazioni accumulate fuori
dall’ambiente nativo. La Quaresima è la donna dell’emigrante, la vedova
bianca rimasta sola nel paese ad accudire la prole, e unica fonte di conforto e
di speranza per un avvenire migliore.

L'ORSO
- L’orso di Satriano, il violento, il trasgressivo, è un uomo interamente
coperto di pelle di capra o di pecora, raccolte alla vita da una catena dalla
quale pende un campanaccio di mucca. La maschera dell’Orso è considerata
l’altra faccia della natura che si rigenera, identificandosi in un animale
selvatico, e si vendica, ritorcendosi contro l'uomo se quest'ultimo è incapace
di rispettarla.
Contrariamente
al Romita, non è una maschera solitaria, in quanto spesso è accompagnata da un
altro orso femmina, ricoperta di pelli bianche di pecora (in contrasto con il
maschio ricoperto di pelli nere di capra), uniti tra loro da una
catenella.
L’Orso
è sempre accompagnato da “ u’ patrone”, domatore-conduttore che è armato
di un grande bastone che serve per indirizzare, orientare, minacciare, comandare
l’Orso riottoso. Con chiassose e divertenti scenette, si fermavano davanti
all’uscio delle case cercando di attirare l’attenzione delle massaie perché
uscissero fuori lasciando campo libero alle loro ruberie.
Non
era loro permesso di forzare il portone di casa, ma se fosse rimasto semichiuso,
cosa molto frequente in tempi addietro, si sentiva autorizzato a entrare. Non
appena l’uscio di casa si apriva, l’Orso si catapultava dentro continuando
il suo pesante ballo, travolgendo tutto ciò che gli capitava davanti. Se
nell’abitazione vi erano ancora appesi al soffitto le salsicce, i prosciutti o
altre leccornie del maiale messe a stagionare, l’Orso si cimentava a saltare
con le braccia per afferrarle. Tutto ciò che riusciva a prendere gli
apparteneva, con o senza il consenso del proprietario. Nel caso in cui le
ruberie non riuscissero, gli veniva offerto comunque qualcosa. Il ricavato della
questua veniva consumato collettivamente o diviso in parti uguali fra coloro che
avevano partecipato alla mascherata.
L'EREMITA
- L’uomo vegetale di Satriano: silenzioso, silvestre e frusciante. La
maschera senza volto e senza nulla di umano, il cespuglio vagante, l’albero
che cammina, è un informe personaggio di foglie sempre verdi e senza tempo. Uno
degli ultimi rituali di culto arboreo esistente in Basilicata, che ancora oggi
compie senza clamori i suoi solitari giri di questua in paese, bussando alle
porte con un rametto di pungitopo o agrifoglio, legato alla punta di un nodoso
bastone chiamato “fruscjə”. Porta a tracollo una borsa di tela detta
“tascapanə” (sostituita in sua assenza da uno zainetto) sempre
rigorosamente coperta dall’edera.
L'ultima
domenica prima del martedì grasso, uscendo di buon mattino, gira tra le strade
del paese strusciando il "fruscio" sulle porte delle case. Ma se
l’uscio non viene aperto anche dopo aver bussato, con colpi energici e secchi,
il Romita non si dispera e resta pazientemente in attesa fino alla sua apertura.
La
maschera rimane nel silenzio assoluto, anche da chi ne riceve la visita.
Rimane ferma sulla soglia di casa e non la oltrepassa mai, anche se invitata. È
la natura che bussa alla porta, e che bisogna rispettare per aver in cambio la
ricompensa. Infatti, nessuno si rifiuta di dare all’Eremita l’offerta, perché
la sua visita è considerata di buon auspicio e perché s’impersona in San
Patrizio, l’evangelizzatore dell’Irlanda, che chiede l’elemosina.
Un
tempo i Romiti erano impegnati per diversi giorni e a più riprese nelle loro
peregrinazioni. Le uscite avvenivano anche nei giorni immediatamente prima e
subito dopo Capodanno, iniziando dalle campagne circostanti il paese.
LA
QUARESIMA - La Quaresima, una vecchia dal volto provato, solcato da tante
rughe, inaridito dal sole e dalle sofferenze ed indurito dalle difficoltà del
tempo. Vestita di lunghe e larghe gonne di panno, rigorosamente nero, con
grembiuli sovrapposti di diverso colore quasi a dimostrare di essere
l’elemento distintivo per una differenziazione sociale, camicie attillate al
petto, in modo da mettere in evidenza il seno enormemente gonfio (imbottito di
stracci), con maniche larghe di colore scuro, con degli scialli dalle lunghe
frange di color terra che le coprono il viso a mo’ di burqa. Porta in testa la
“naca” (culla).
È
accompagnata durante le sue uscite da altre Quaresime e dalle Donne prefiche,
vestite con lo stesso abbigliamento, ma senza culla, con una zappetta (“u’
zapparièlle") portato sulle spalle o in mano a mo’ di bastone, per
piangere in coro sulla desolante condizione in cui si trovano.
Le
Quaresime recitano da tempi immemori una filastrocca tramandataci dai racconti
orali e presente nel vissuto del paese:
«Quare's'ma
vocc' tort vaij chiangenne p' nande r' porte vaij r'cenn sciglj mie aggj pers' a
chesa mja»
(Filastrocca
delle Quaresima)
Esse
hanno avuto, a seconda delle circostanze, il compito di portar via il Carnevale
ormai finito; il peso della famiglia vessata e senza dimora a seguito della
distruzione dell’antica città; o anche la condizione di vedova bianca, in
quanto donna dell’emigrato, sola e indifesa ma determinata nel proteggere la
culla del suo bambino, unica ricchezza e speranza rimastale. Ma il peso che
deve sopportare è duro: ecco perché il suo percorso è caratterizzato da
pianti e lamenti simili a quelli dei cortei funebri.
I
CARRI ALLEGORICI - I carri
allegorici hanno costituito per molti anni la vera essenza del
carnevale benché dagli anni successivi al 2000 non
sono più stati realizzati a causa degli elevati costi economici e dalla
diminuita partecipazione popolare. Dagli anni 2013/2014 sono stati interamente
sostituiti, per via del nuovo evento di rilevanza nazionale denominato "la
foresta che cammina", da carri non motorizzati.
'A
ZITA E IL CORTEO NUZIALE - Le maschere del Romita, dell’Orso, e della
Quaresima non potevano soddisfare la voglia di partecipazione e di rottura della
quotidianità, seppur momentanea, a cui la comunità anelava. Col tempo aveva
preso piede il corteo nuziale svolto la domenica di Carnevale (e quello funebre
il martedì grasso, composto esclusivamente da soli uomini travestiti). Tutti
eleganti, rigorosamente a ruoli invertiti: l'uomo che diventava donna e
viceversa; il servo, padrone; il povero, ricco; il laico, religioso.
Al
termine delle funzioni liturgiche dell’ultima domenica di Carnevale, la gente
si fermava sulla scalinata della Chiesa Madre per ammirare il corteo mascherato
che si dirigeva verso la piazza principale del paese. Dopo la sosta principale
in piazza, dove si svolgeva una rappresentazione collettiva, a gruppi
percorrevano le strade del paese, soffermandosi in alcune case dove
rappresentavano storie, racconti, leggende, presenti nel vissuto del paese.
L’ultima
sera di Carnevale, il martedì grasso, invece, le strade del paese erano
attraversate da un corteo funebre, con personaggi maschili dal viso tinto di
nerofumo e quelli femminili dalla stazza molto prospiciente. Tra tante le
maschere quella che si metteva in evidenza era la Quaresima, che essendo la
mamma del Carnevale (il quale era il figlio dell’Orso e della Quaresima)
veniva schernita con una filastrocca.
Rispetto
allo scorso secolo, la sceneggiata è organizzata puntualmente in correlazione
alla foresta che cammina. Scenograficamente 'a Zita (la sposa) viene
accompagnata da lu Zit (lo sposo) ed è seguita da tutte le figure
tipiche della cerimonia nuziale, compreso il prete con i chierichetti e il resto
degli invitati. Si percorrono così le strade del paese a ritmo di balli, risate
e imprevisti colpi di scena. Di norma ognuno di questi personaggi è travestito
da maschio o da femmina, per scatenare il riso e marcare l'ilarità della
situazione. Durante il percorso a piedi è frequente la consumazione di vino,
viveri e caramelle. Notevoli, sono, infine i momenti in cui la sposa in pieno
festeggiamento pone in essere comportamenti infedeli e deleteri in faccia allo
sposo.
IL
ROGO DELLA REGINA E IL CARNEVALE ETNICO DELLA LUCANIA - Nasce per rilanciare
il Carnevale Satrianese a fini turistici recuperando tutti i simboli e maschere
legati al mondo rurale lucano con la riscoperta di residui riti celtici, i quali
rappresentavano una sorta di desiderio di riscatto e di rivalsa del popolo nei
confronti sia delle classi sociali egemoni (e nel periodo di carnevale tutto era
permesso) che nei confronti di una condizione storica, ma anche naturale, di
sottomissione e soccombenza. Un carnevale-rito, con una trasposizione allegorica
e con valenza “storico-politica”, del conflitto tra il popolo e il potere
costituito, spesso in forma tirannica.
In
questo Carnevale, in cui sfilavano tutte le maschere lucane, le più
rappresentantive, provenienti da diversi comuni, dando inizio al Carnevale
etnico della Lucania, veniva messa in scena la leggendaria versione cruenta
della distruzione dell’antica Satriano,
ad opera della Regina
Giovanna di Napoli, per una vicenda di amore e gelosia.

Feste
patronali di Satriano di Lucania
Il
periodo di ferragosto a Satriano di Lucania corrisponde con le festività
patronali:
-
il 13 agosto si festeggia Santa Lucia; nonostante la memoria
liturgica della santa siracusana ricada il 13 dicembre, il solenne
festeggiamento venne ricollocato ad agosto per collegarlo con le altre festività;
-
il 14 agosto il popolo satrianese ricorda San Donato d’Arezzo,
vescovo e martire. In mattinata si celebra una messa nella chiesetta dedicata al
Santo, seguita dal trasferimento del simulacro alla chiesa madre. Nel
pomeriggio una processione riporta l’immagine sacra alla sua chiesa,
permettendo ai fedeli di rivolgere un saluto al protettore dei malati e degli
anziani;
-
il giorno di Ferragosto cade la festa della Madonna Assunta, la
cui statua è conservata nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli.
Alle 11 presso la chiesa madre si celebra una messa solenne in seguito
alla quale la statua della Madonna viene portata in processione per le vie del
paese fino al rientro nella chiesa vecchia;
-
il 16 agosto Satriano festeggia il suo Santo Patrono, San
Rocco da Montpellier. Durante la giornata presso la chiesa madre si celebrano
diverse messe; alla fine della seconda vengono benedetti i bambini vestiti da
San Rocco, i cinti votivi che saranno portati in processione e la
banda musicale. Si giunge dunque alla solenne messa celebrata da diversi
sacerdoti e che anticipa l’uscita del Santo in processione. La statua,
accompagnata dai fedeli, dai cinti e dalla banda, inizia dunque il corteo per le
vie del borgo. Giunti in piazza Garibaldi, vengono sparati i “fuochi
invisibili”, che celebrano la gloria del Santo umile e pellegrino e non devono
essere motivo di spettacolo per gli uomini. In seguito la processione riparte
percorrendo via San Rocco e girando intorno alla chiesa madre, per poi
fermarsi al centro dell’altare per permettere a tutti i fedeli di omaggiare il
simulacro del Santo Patrono fino alla mezzanotte.
La statua
di San Rocco fu realizzata dallo scultore del seicento Giacomo
Colombo.
I festeggiamenti religiosi sono accompagnati da quelli civili: tutto agosto
infatti è animato da feste ed eventi artistici. Tra le manifestazioni più
importanti ricordiamo “Musica in corso”, “Per le antiche vie del
Pietrafesa” ed il “Lucania Etno Folk”, oltre ai concerti di artisti
di livello nazionale nelle serate del 15 e del 16.
-
Altra festa degna di nota è quella in onore della Madonna delle Grazie che
si celebra il 2 luglio di ogni anno. Durante la giornata si svolgono
due processioni nella zona del santuario, e in serata i festeggiamenti
continuano con musica, stand e fuochi pirotecnici.

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