San Fele
(Potenza)
 
  

San Fele, situato nella parte nord-occidentale della Basilicata e arroccato tra il Monte Castello e il Monte Torretta, è uno di quei borghi che non rientra di certo nei circuiti turistici tradizionali. Fa parte di quell'Italia da scoprire, che riesce ancora a stupire chi ci s'imbatte. La valle del Vulture, che fa da sfondo a questo mosaico di tetti e vicoli, è un polmone verde smeraldo che appaga chi va alla ricerca della natura selvaggia. 

La cascata 'U Uatteniere' ne è la dimostrazione più lampante. Un paese in cui non mancano tesori architettonici, come la fortezza fatta costruire da Ottone I di Sassonia, come la Chiesa di Santa Maria della Quercia, come il Palazzo Frascella. Fortissimi anche i richiami spirituali: nei suoi boschi si trova la Badia di Santa Maria di Pierno, un santuario che richiama pellegrini da tutto il mondo.

Il suo nome in origine fu Santo Felice, le forme Santo Fele e San Fele (quella ufficiale) derivano anch'esse dal latino Felix, Felicis, ma nella forma del nominativo (Felix).

Storicamente proviene dal feudo corrispondente alla Valle di Vitalba, insieme a Rionero in Vulture, Monticchio, Sant'Andrea, Montemarcone, Montesirico, Rapone. In epoca antica, il territorio di San Fele fu abitato dagli Ausoni, che lasciarono diverse testimonianze nel circondario del comune. Il nucleo della città ebbe origine nel 969 d.C. con l'edificazione di un castello fortezza, voluto da Ottone I di Sassonia per avvistare e fronteggiare eventuali assedi da parte dei Bizantini e circa un secolo dopo iniziarono a sorgere intorno al presidio i primi centri abitati. 

Nel 1036 alcuni ribelli milanesi che osteggiavano l'arcivescovo di Milano furono confinati a San Fele e liberati da Corrado II, rimasero ivi a causa dell'epidemia che colpì Milano. Gli esuli milanesi si imparentarono con le popolazioni della vicina valle di Vitalba, formando le prime famiglie della città. Per porre fine allo scontro tra normanni e papato San Fele ospitò Ruggero II e il papa Onorio II, ove iniziarono a stipulare i primi accordi di pace. Sotto la dominazione angioina la città fu affidata ai feudatari Giovanni Gaulard, Drogone di Beaumont, Guglielmo di Melun. 

Dal 1432 il feudo di San Fele fu amministrato da Troiano Caracciolo, duca di Melfi, e dai suoi discendenti fino al 1613, quando subentrò la famiglia Doria, che mantenne la proprietà fino al 1811. Nel frattempo il terribile terremoto del 1456 aveva sconvolto San Fele, danneggiando la chiesa di Pierno. 

Nel 1799 la popolazione innalzò l'Albero della libertà. L'euforia per la nuova era, la Repubblica Napoletana (1799), svanì presto e molti furono giustiziati. All'indomani dell'unità d'Italia, tutta la zona fu coinvolta nel brigantaggio e numerosi briganti come Giovanni Fortunato, detto "Coppa", Vito Di Gianni, detto "Totaro" e Francesco Fasanella, detto "Tinna", si distinsero come luogotenenti del capomassa Carmine Crocco. Come tutti i paesi del Mezzogiorno, San Fele ha subito una forte emigrazione, che si può suddividere in due fasi:

- Dalla seconda metà del XIX secolo al primo dopoguerra: in questa circostanza le mete erano oltre oceano, ossia l'America (in particolare Brasile, Argentina, Stati Uniti e Canada).

- Dal secondo dopoguerra fino al giorno d'oggi: nei primi decenni, cioè quelli del boom economico, le famiglie si trasferirono soprattutto verso Svizzera (in particolare nei dintorni di Lucerna e Zurigo) Germania, Belgio e nord Italia (in particolare Piemonte, Lombardia e Toscana).

Tuttavia, ulteriori motivazioni che spinsero molti cittadini di San Fele ad abbandonare la propria terra e che presentavano carattere prettamente locale, generarono da due eventi geofisici di particolare gravità:

- Le frane del 1968, che colpirono la parte nord orientale del paese spazzando via un cospicuo nucleo di case abitate.

- Il terremoto dell'Irpinia del 1980, che lasciò senzatetto 634 persone, ovvero circa il 10% della popolazione.

Architetture militari

Ruderi del castello fortezza - Costruito da Ottone I di Sassonia nel X secolo, in epoca sveva divenne luogo di temporanea prigionia di Enrico VII di Hohenstaufen, figlio di Federico II. Un altro figlio dell'imperatore, Enrico Carlotto, venne confinato nel castello - fortezza per mano del fratello Corrado IV, nuovo regnante, il quale, secondo alcune fonti, nel 1253 diede ordine al castellano Giovanni Moro di provvedere alla sua uccisione. 

Sotto la dominazione angioina, la città fu affidata ai feudatari Giovanni Gaulard, Drogone di Beaumont, Guglielmo di Melun. È ricordato per essere stato anche il luogo della prigionia di Giovanna I di Napoli. Carlo d'Angiò fece ristrutturare ed ampliare il castello nel 1270.

Architetture religiose

Chiesa di Santa Maria della Quercia - Costruita nel 1514, la chiesa madre si trova ai piedi del Monte Castello, nella zona più alta della città. L'impianto principale a tre navate, a croce greca, risale al XVI secolo, mentre la cupola è del XVIII secolo. È stata costruita riutilizzando materiale residuo di crolli del castello e delle mura. 

All'interno ci sono un antico crocifisso ligneo a grandezza d'uomo e una tela di ignoto autore del 600, ritrovata nel monastero di Sant'Antonio (sui cui resti venne costruito il cimitero cittadino) raffigurante santa Rosa da Viterbo. Nella navata sinistra è stata posizionata un'urna contenente le reliquie di san Giustino de Jacobis, mentre all'esterno, sulla scalinata principale, sempre in onore del Santo, è stata eretta una statua in memoria della sua canonizzazione, avvenuta nel 1975. 

Con il terremoto del 1980 subì gravi lesioni verticali nella facciata, negli archi e nelle volte, con distacchi e crolli parziali intonaci e stucchi che hanno comportato la chiusura della chiesa al pubblico fino ai primi anni del 2000.

Badia di Santa Maria di Pierno - Il santuario della Madonna di Pierno, chiesa e resti di un antico monastero, si trova su un altopiano boschivo a circa dieci chilometri dalla città. San Guglielmo da Vercelli volle la costruzione del santuario Mariano. L'impianto dell'architetto Sarolo di Muro, risalente al XII secolo, è stato alterato nel tempo a causa di crolli e successivi rimaneggiamenti. L'ala ovest del monastero è ben conservata e utilizzata come abitazioni private. A monte della chiesa sono stati effettuati scavi archeologici che hanno riportato alla luce i resti dell'antica badia, costruita probabilmente sovrapponendosi a una minore ma analoga struttura di epoca prenormanna.

Casa natale di San Giustino de Jacobis - La casa in cui nacque san Giustino de Jacobis, il 9 ottobre 1800, si trova nel centro storico di San Fele. Recentemente restaurata, è meta di pellegrinaggi religiosi.

Chiesa dell'Annunziata - Nei pressi della casa natale di san Giustino De Jacobis, è situata la chiesa dell'Annunziata lo spazio interno è diviso in due navate orizzontali separate da archi sostenuti da pilastri fino a concludersi con l’abside.

Chiesa di Santa Lucia - La chiesa viene fatta risalire al XVII secolo dalla data indicata dal bassorilievo centrale raffigurante una croce con la scritta: A.D. 1632. L'interno della struttura ad una sola navata con altare in marmo è visitabile in occasione della festività di santa Lucia e del Giovedì santo.

Chiesa dell'Addolorata - Tra le più antiche del paese. È chiusa al pubblico a seguito del sisma del 1980.

Architetture civili

Palazzo Frascella - È un'imponente architettura posta sotto il Monte Castello e si caratterizza per il riuso di materiali da costruzione crollati dopo i terremoti, in particolare qui sono stati usati conci di pietra provenienti dalla fortezza di Ottone I di Sassonia. Una torre in stile normanno incorporata nel palazzo non è altro che ciò che restò in piedi dell'antica chiesa di San Sebastiano, il patrono della città, dopo il terremoto del 1456.

Palazzo Stia - Fu la casa del generale dell'esercito italiano postunitario Francesco Stia, chiamato a fermare il fenomeno del brigantaggio.

Palazzo Faggella - Uno tra gli edifici principali della città, edificato nel XVII secolo, appartenuto al casato Faggella, che ha generato personaggi famosi in vari campi. Oggi è sede del Comune.

Casa di confino di Manlio Rossi-Doria - In pieno centro storico si trova la casa in cui fu confinato dalla dittatura fascista Manlio Rossi-Doria. Per ricordarne il soggiorno, dal giugno al dicembre 1940, il comune di San Fele ha posto una targa dinanzi all'ingresso dell'edificio.

Ruderi della Gualchiera di San Fele - La gualchiera di San Fele, adibita alla follatura della lana, era situata nei pressi delle ascate di San Fele. Seppure allo stato di rudere è stata riconosciuta nel settembre 2014, con apposito decreto della Soprintendenza ai beni culturali di Basilicata, come bene culturale di interesse storico, ambientale ed etnoantropologico, in quanto significativo esempio di tipologia architettonica rurale testimonianza dell'economia tradizionale del territorio di San Fele, legata alla storia e all'identità stessa delle popolazioni locali.  

Aree naturali

Bosco Santa Croce - Si sviluppa attorno alla zona del santuario di Santa Maria di Pierno. È caratterizzato prevalentemente da castagneti, faggi e abetaie, è altresì habitat naturale della lepre, della volpe e del cinghiale.

Bosco Monte dello Squadro- Attrezzato per soste e visite, è abitato dalla stessa fauna del Bosco Santa Croce. È ricco di sorgenti di acqua naturale.

Cascate di San Fele - La vocazione turistica del territorio di San Fele è di tipo naturalistica ed escursionistica. Le cascate di San Fele fanno da traino all'economia della zona. Esse si formano lungo il corso del torrente Bradano (conosciuto anche come Bradanello, per distinguerlo dal fiume Bradano), che nasce in località Matise, per poi confluire nella Fiumara di Atella e poi nell'Ofanto. 

A monte dell'abitato di San Fele il torrente procede con numerose cascate, chiamate localmente anche "U uattenniere", nome dialettale della Gualchiera, macchina utilizzata in passato per follare la lana sfruttando la forza dell'acqua. 

Ci sono anche resti di antichi mulini ad acqua, i quali hanno cessato di funzionare negli anni 30 del XX secolo. 

I sentieri che conducono alle Cascate di San Fele si articolano lungo vecchie mulattiere, di cui se ne servivano coloro che abitavano in località Montagna per giungere in paese. Tra questi, il sentiero che parte dal Monte Castello (937 m s.l.m.), dal quale è possibile osservare il Vulture e la Valle di Vitalba. 

La cascata più alta è detta “U urtone”. Ad oggi sono accessibili al pubblico:

- Cascata U Uattënniérë, da battendiere, oggi "gualchiera".

- Cascata degli Innamorati, nome attribuito a seguito della miniserie televisiva sul Brigante Carmine Crocco girata a San Fele.

- Cascata U Paradisë, il Paradiso.

- Cascata U Urtonë, che origina da uno degli affluenti del torrente Bradano, nel vallone Corbola.

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