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Come
una sentinella, Ripacandida scruta dal colle roccioso su cui sorge, lo
splendido paesaggio dominato dal Monte Vulture, vulcano spento che dà il
nome ad una delle aree più suggestive della Basilicata.
L'ampio
territorio che si stende a sud del fiume Ofanto (che costituisce
il confine naturale settentrionale della Basilicata); essa si estende
lungo le pendici del massiccio vulcanico del Monte Vulture e
costituisce una vasta sottozona della regione lucana, caratterizzata dalla
coltivazione e produzione delle uve "Aglianico", che danno il
nome al rinomato vino 'Aglianico del Vulture.
La
casa comunale di Ripacandida è posta a 620 m s.l.m., il punto
più alto del centro abitato corrisponde a Piazza del Popolo, sita a 622 m s.l.m.,
mentre, per ciò che riguarda l'intero territorio comunale, l'altitudine
minima è di 397 m s.l.m., in località Piano dell'Altare e
l'altitudine massima è di 976 m s.l.m., in località Serra
Cocuzza. La frazione di Serra San Francesco si trova a 657 m s.l.m..
Mentre
si percorrono le stradine del paesino abbarbicato su una bianca rupe si può
ammirare il centro storico ricco di testimonianze medievali, edifici
signorili, palazzi con stemmi gentilizi e decorazioni di epoca normanna,
senza mai perdere di vista il panorama mozzafiato in cui si distinguono il
Monte Vulture e la Valle di Vitalba.
Nota
anche come città del vino, dell’olio e del miele, la città di
Ripacandida è definita “la piccola Assisi lucana” per i pregevoli
affreschi di scuola giottesca che decorano lo splendido santuario
francescano dedicato a San Donato Vescovo, Patrono della cittadina.
Ammirandoli, si ha la sensazione di sfogliare una vera e propria Bibbia
illustrata.

Il primo toponimo conosciuto è quello del centro abitato sorto nel V
secolo su un precedente sito preromano, Ripiam Candidam, ma
ancora più precedentemente, Ripacandida si chiamava solamente Candida o, Candida
Latina (o Latinorum). La tesi più accreditata vede indicare
dell'aggettivo "Candida" il colore biancastro della collina su
cui sorge il centro abitato, meno accreditata quella della mitologica
fondatrice Aurora Candida.
Da
un'indagine archeologica degli anni 1977-1980 data l'antichità di
Ripacandida al VII secolo a.C., ma già alla fine del XIX secolo lo
storico lucano Michele Lacava rinveniva alcune grotte di epoca
archeolitica e pavimenti mosaici alle falde di Ripacandida. L'antico
abitato di Ripacandida era collegato al sito più importante di Serra
di Vaglio (oggi nel territorio del comune di Vaglio Basilicata)
a pochi chilometri da Potenza.
La
tradizione orale afferma che la città fu edificata dai romani con il nome
di "Candida Latinorum" (resti di acquedotto romano). Secondo
alcuni studiosi il nome è dato dal colore bianco del colle.
L'abitato
moderno risale al tempo delle invasioni gotiche, quando gli abitanti
dalla valle si trasferiscono sul colle, e costruiscono le loro case
intorno al tempio dedicato a Giove (castello attuale - Chiesa Madre).
I longobardi la fortificano con mura inframmezzate da torri.
Subendo le varie dominazioni arriviamo alle prime fonti scritte del XI-XII
secolo.
La
bolla papale di Eugenio III (1152) decreta la costruzione delle
chiese di San Donato (l'unica ancora esistente), San Pietro, San Zaccaria,
San Gregorio. Partecipa alla prima crociata. Ed è iscritta nel catalogo
dei Baroni con i suoi tredici nobili, con a capo il feudatario Ruggero
Marescalco, per partecipare alla terza crociata, quella di Guglielmo
il Buono (1188-1198).
A
Roberto di Ripacandida Federico II incarica di custodire alcuni
prigionieri lombardi, la zona sarà chiamata in seguito Massa Lombarda
(l'odierna Ginestra). Cambia numerosi feudatari, Caracciolo, Grimaldi
(signori di Monaco), Boccapianola, Tironi, l'ultimo padrone è il
duca Mazzacara (1806). Una prima colonia di profughi albanesi nel
1482 viene ospitata in una zona periferica chiamata Cantone e in seguito
trasferita a Massa Lombarda.
Il
5 ottobre 1571 partecipa alla vittoriosa battaglia di
Lepanto con un folto numero di cittadini fra i quali Gian Lorenzo
Lioy, era questo il periodo in cui il feudo apparteneva ai Grimaldi
Principi di Monaco Marchesi di Campagna e Signori di Ripacandida dal 1532
al 1641.
Tra
cinquecento e settecento è sede di uno studio di Teologia. Nell'aprile
del 1861, si schierò con i briganti capeggiati da Carmine Crocco, in
quell'occasione ci fu la prima vittima: il capitano della guardia
nazionale Michele Anastasia. Ebbe anche feroci briganti Turtora, Di Biase,
Larotonda. Alla fine dell'Ottocento inizia il fenomeno
dell'emigrazione: si abbandona la terra in cerca di un futuro più
dignitoso.
Negli
USA, precisamente nello Stato dell'Illinois, vi è una cittadina di nome
Blue Island costituita da immigrati ripacandidesi. Nel ricordo delle loro
tradizioni, festeggiano San Donato vescovo di Arezzo.
Visitare
il borgo
La
principale attrazione dei turisti in visita a Ripacandida è,
principalmente, il santuario di San Donato, noto per i suoi splendidi
affreschi giotteschi e il suo centro storico.
Palazzi
baronali settecenteschi e ottocenteschi, in contrasto con le piccole e
bianche case, attraversano il borgo antico, dove si distingue l’antica
dimora gentilizia di Palazzo Baffari-Rossi, un tempo Convento delle
Clarisse, che oggi oltre al Municipio, al piano inferiore, ospita anche la
Galleria Civica d’Arte. Nota come Pinacoteca di Ripacandida, si tratta
di una mostra d’ arte moderna permanente allestita in alcune stanze
dello storico palazzo ed ospita le opere di diversi artisti, quali: Vito
Miroballi, Ugo Attardi, Ennio Calabria, Renzo Vespignani, Alberto
Ziveri,Franco Mulas, Domenico Rambelli e Vittorio Basaglia.
Visitando
il borgo antico, si raggiunge la cosiddetta “Piazza”, uno dei
quartieri del paese dove il campanile della chiesa madre segna il punto più
alto della collina su cui Ripacandida sorge.
Architetture
religiose
CHIESA
SANTA MARIA DEL SEPOLCRO - La chiesa madre di Santa Maria del Sepolcro
si sviluppa su tre navate e presenta nel cappellone del Sacramento il
monumento funebre del servo di Dio Giambattista Rossi. La zona
presbiteriale è divisa dall'assemblea da una bella balaustra intarsiata
in marmi policromi; il cui autore è lo stesso Arciprete Giambattista
Rossi, che si dedicò all'opera in uno studio artistico a Napoli.
In
quattro colonnine della balaustra sono scolpite quattro scene della
Passione di Cristo: un cuore trafitto da sette spade, la Madonna presso il
Sepolcro, Cristo che emerge dal Sepolcro e il fonte battesimale. La
sagrestia ospita un "Cristo in pietà" di Cristiano Danona e un
"San Bartolomeo" di Gaetano Recco. Lateralmente è addossato, in
perfetta continuità, il settecentesco Palazzo Ducale. La costruzione
della chiesa fu stabilita con bolla di Monsignor Aquaviva, vescovo di
Melfi, nel 1540. In essa si stabiliva di unire le due antichissime
parrocchie di San Nicola e San Bartolomeo in una nuova dove prima vi era
una chiesetta dedicata a Santa Caterina d'Alessandria, detta "al
castello". L'opera fu completata nel 1602 a cura dell'abate Lorenzo
da Leonibus.
La
facciata esterna è dotata di un bel portale rinascimentale a cui si
accede mediante un'artistica gradinata in marmo ed è abbellita da tre
orologi: due meccanici e, sulla destra di chi guarda, una meridiana. Ogni
orologio è inserito in un rosone e l'unico funzionante è quello solare
che segna le ore, in numeri romani, dalle cinque di mattina alle quattro
del pomeriggio. Il nome fu dato in ricordo dei tredici baroni che si
recarono in Palestina nella terza crociata sotto Guglielmo il Buono.
Nel
timpano vi è scolpita la Madonna presso il Sepolcro. Esiste un legame
antico fra Potenza e Ripacandida dato dalla partecipazione comune alle
crociate; al ritorno delle quali si provvide in entrambi i luoghi alla
costruzione delle chiese intitolate a Santa Maria del Sepolcro. Da
documenti della fine del XV secolo risulta un legame storico tra
Santa Maria del Sepolcro ed il Sepolcro di Cristo. Entrambe ci invitano a
contemplare il mistero della Passione di Cristo a cui è associata la
Madonna Addolorata.

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Iscrizione
sul portale della cripta |
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(latino)
«IMPROBA
NEMINE(m) EXCIPIT MORS TRIREGNA SCEPTRA TIARAS SCARCILESQUE
VOMERIBUS AEQUAT» |
(italiano)
«La
malvagia morte non esclude nessuno. Con i suoi vomeri mette alla
pari papi, re, vescovi e frati» |
In
seguito al terremoto dell'Irpinia del 1980, l'esterno e l'interno
della chiesa madre sono stati non gravemente danneggiati. Però, passati
30 anni, si aggravarono di più le condizioni dell'esterno della chiesa.
Col terremoto, dalla facciata si staccarono dei pezzi d'intonaco;
all'interno crollò buona parte del muretto che circondava l'abside,
crollarono tutte e 14 le croci in muratura sotto i lampioni, il fonte
battesimale in legno non fu più trovata, le statue di San Donato da
Ripacandida e della Madonna del Carmine, furono danneggiate
dalla polvere dei mattoni, il portale si rovinò ulteriormente col passare
degli anni e tutti i lampioncini con raffigurate le scene della vita di
Gesù furono: 7 trapassati da grandi crepe, crollati e i restanti 5 solo
da piccole crepe.
Nonostante
questo la chiesa non era inagibile (come la Chiesa di Sant'Antonio) e
nonostante queste imperfezioni vi si svolse la messa. Solo l'8 maggio 2007 fu
presa in considerazione, dopo consiglio comunale, di ristrutturare
completamente la chiesa. Il parroco annunciò il 13 maggio dello
stesso anno che la chiesa sarebbe stata ristrutturata e che si
sarebbe svolta temporaneamente nel Monastero di San Giuseppe.
Finalmente
il 12 agosto 2008 la chiesa fu riaperta al pubblico il 17 agosto dello
stesso anno, ma sempre ricoperta dall'impalcatura esterna. All'interno
furono aggiunte nuovi croci in oro zecchino 18 carati, così come i nuovi
lampioni. Fu fatta una grande opera di ristrutturazione delle statue e
delle pitture della chiesa. Il fonte battesimale non fu, però, mai più
trovata e fu aggiunta una vecchia trovata nel 1992 nei
sotterranei del Monastero di San Giuseppe. Furono aggiunti i lampioni sui
cornicioni e fatto un nuovo sistema d'allarme e delle campane.
Il
1º febbraio 2009 il vescovo Gianfranco Todisco viene
a benedire l'altare, il leggio e il muretto nuovi.
La
ristrutturazione dell'esterno è stata completata il 30 novembre 2010,
quando sono state tolte le impalcature.
Quella
delle facciate e del tetto del campanile il 12 gennaio 2011 e
quella della base e delle fondamenta è finita il 21 giugno 2011.

CHIESA DI SAN GIUSEPPE - La chiesa
di San Giuseppe (nota comunemente con il nome di Chiesa delle
monache) è un edificio sacro di Ripacandida, in Basilicata. La
chiesa è attigua all'ex monastero di clausura delle carmelitane
scalze, ed attraverso le grate le suore assistevano alle celebrazioni. Nel
1908 il monastero fu soppresso e le poche suore rimaste furono trasferite
a Massalubrense, l'anno seguente il sindaco Francesco Virgilio
dispose l'utilizzo del monastero come casa municipale. Prima ancora di
essere monastero era il Palazzo Baffari-Rossi, donato dai fratelli
arcipreti Giovanni e Giambattista Rossi per l'istituzione di un
convento.
La
chiesa è affiancata dal monastero delle suore di clausura, fondato
nel 1735 da Giovanni e Giambattista Rossi. Il cappellone coperto
da cupola sferica, nella bella facciata in cotto presenta due note
architettoniche di rilievo; un portale barocco in pietra e al di
sopra la tribuna che sporge all'esterno, sostenuta da mensole con inserti
lapidei. Al di sopra la lapide che ricorda l'edificazione del 1173,
seguono le due finestre nella fascia superiore, e al di sopra la finestra
centrale. Sulla destra il campanile a sezione quadrata. All'interno
sull'altare maggiore, la grande pala d'altare della Madonna
col Bambino con i santi e Giuseppe opera di un seguace di Francesco
Solimena; ed il maestoso monumento funebre di Giovanni Rossi; nella lapide
si esalta l'uomo di cultura e di grande umiltà, fondatore con il fratello
Giambattista del monastero.
L'interno,
a navata unica, chiuso da un largo presbiterio, delimitato da
una cancellata, ha due ingressi, quello principale ed uno secondario a
sinistra che apre in via Calate Monache. Entrando si notano due belle
acquasantiere in pietra locale rosa. La decorazione è data da eleganti
motivi barocchi; l'altare maggiore in pregiato marmo policromo è
sovrastato dalla bella pala opera di un seguace del Solimena.
Nella sagrestia vi
è la tomba della mistica suor Maria Araneo, nipote dei Rossi e priora del
monastero. Il suo corpo integro, a distanza di 190 anni dalla morte, fu
ritrovato in seguito ai lavori del terremoto del 1980.
Nel 1750 sant'Alfonso
Maria de' Liguori, di ritorno da una missione a Melfi, conobbe il
monastero e rimase stupito dalla religiosità di suor Maria. Un anno più
tardi, nel 1751, in questa chiesa è avvenuto il miracolo di san
Gerardo Maiella. Il padre Fiocchi nella biografia del santo di Muro
Lucano, riporta il miracolo avvenuto in una fredda giornata di metà
dicembre: " San Gerardo giunse a Ripacandida, proveniente da Atella;
attraverso le grate del parlatorio incontrò Suor Maria. "Grande
idea aveva Gerardo di Suor Maria e sommo concetto aveva di lui la
reliiosa' Incontrandosi, vedevansi due fuochi, e sembravano due
serafini, il santo andò in estasi e afferrandosi alla grata piegò gli
spuntoni come cera." Dalla biografia dal titolo " Un fiore sulla
rupe" del defunto mons. Gentile conosciamo la spiritualità di suor
Maria e del rapporto della priora con i padri redentoristi, conosciamo le
sue lettere a Sant'Alfonso. San Gerardo prediligeva il monastero di
Ripacandida, inviava loro ogni settimana lettere spirituali.
Avvenne
nel 1755 un episodio straordinario, l'abate Prospero Dell'Aquila visitò
san Gerardo, gravemente ammalato, portando con sé un giovane contadino di
Ripacandida analfabeta; che recava una lettera dal convento delle
carmelitane. Letto lo scritto il santo invitò il giovane a comporre in
musica la risposta, umiliato dal non sapere scrivere pensò che San
Gerardo sragionasse per la malattia; all'invito ulteriore di premere i
tasti il ragazzo ci provò e una dolce musica si diffuse a Materdomini.
Nella novena meditata di San Gerardo alcuni giorni sono state inserite
stralci delle lettere che il santo invio' a suor Maria. La grata fu donata
da mons. Gentile al museo gerardino di Materdomini.
Il monastero
delle Carmelitane Scalze (ora Palazzo Baffari-Rossi) sorge
nel comune di Ripacandida ed è attiguo alla chiesa di San
Giuseppe, comunemente chiamata chiesa delle Monache.
Prima
ancora di essere monastero era il Palazzo Baffari-Rossi, e i suoi ultimi
residenti furono i fratelli Giambattista Rossi e Giovanni Baffari, figli
del dottor Donato Antonio Rossi e di Porzia Baffari. I due fratelli,
entrambi sacerdoti donarono la casa dei loro avi per la fondazione del monastero,
ispirato alla regola carmelitana della grande riformatrice Santa
Teresa D'Avila. Nel 1908 il monastero fu soppresso per mancanza di novizie
e le poche suore rimaste mandate a Massalulebrense e nel 1909 il sindaco
Francesco Virgilio decise di utilizzarlo come municipio.
Il terremoto
del 1980 danneggiò l'edificio, e la sede fu trasferita in un nuovo
edificio municipale costruito apposta nel 1983, appena fuori dal centro
storico. Nel 2006 sono iniziati i lavori per il rifacimento e la massiccia
ristrutturazione sia all'interno che all'esterno dell'edificio,
cominciando a portare nel 2007 l'ufficio postale dal Palazzo delle Poste
(che prese il nome proprio perché sede dell'ufficio postale), in una sala
accanto a quella che era l'entrata principale del municipio. Il 31 luglio
2011 l'ex convento fu riportato alla sua funzione originale di sede
municipale e il 18 agosto 2011 in quelle che erano le celle delle suore,
la sala da pranzo e una cripta, un probabile magazzino, è stata
inaugurata la Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di
Ripacandida.
In
quasi due secoli di attività del monastero la figura che emerge dalla
clausura è suor Maria di Gesù e della Santa Trinità; conosciuta
attraverso le sue lettere a San Gerardo Maiella e San Alfonso
dei Liguori. Al secolo Maria Terera Araneo, nasce nel 1725 a Pescopagano da
Cesare Araneo e da Camilla Rossi, sorella dell'arciprete Giambattista,
morto in concetto di santità il 25-10-1746; sepolto in chiesa madre nel
cappellone del SS. Sacramento. All'età di 15 anni, la fanciulla
divento' religiosa carmelitana nel monastero fondato dagli zii; che
seppero infondere nella nipote la spiritualità di Santa Teresa. Eletta
priora nel 1748, conobbe come riporta padre Tannoia, il fondatore dei
redentoristi S. Alfonso de Liguori.
Gli
storici la descrivono come punto di riferimento per il regno di Napoli; il
re Carlo III inviava a lei per consiglio i suoi ministri. Morì in
concetto di santità il 17 maggio 1803; il suo corpo si ritrovò durante i
restauri successivi al sisma del 1980. In una semplice cassa, murata in
una stanza adiacente alla chiesa, si ritrovò il corpo integro con un
biglietto che riportava "Qui riposa la beata Suor Maria di Gesù e
della S. Trinità, che operò prodigi in vita e morte". Rivestita con
abito donato dalle suore di clausura di Gravina e sistemata in una tomba
donata dalla famiglia Araneo nella sagrestia nella chiesa. La causa di
beatificazione di suor Maria iniziata nel 2007, voluta da mons. Gentile,
che negli anni ha fatto tanto perché la figura della priora, non cadesse
nell'oblio.

CHIESA
DI SANTA MARIA DEL CARMINE - La chiesa fu edificata sul sito di un più
antico edificio religioso, quasi completamente distrutto nel terremoto del
1694. Ricostruita con questo titolo dall'arciprete Baffari (zio del Beato Giambattista
Rossi), peraltro evidente dallo stemma baronale della famiglia posto sul
portale d'ingresso, la chiesa fu gravemente lesionata anche nel terremoto
del 1725 e fu restaurata successivamente..
La
facciata, piuttosto semplice, con profilo a capanna, ornata da un portale
timpanato marmoreo, mentre l'interno si caratterizza per un interessante
apparato decorativo, realizzato nella prima metà del Settecento.
In
questa chiesa era un altare, l'unico laterale della chiesa, che custodiva
un dipinto raffigurante il Martirio di santa Giulia di Paolo
De Matteis, voluti nel 1718 dal duca di Ripacandida, Giuseppe Teroni, in
ricordo della moglie Giulia Gaudioso, che, deceduta due anni prima, era
stata traslata ai piedi della mensa. Entrambi furono trasferiti nel 1732
nel Santuario di San Donato, dato che la chiesa, a seguito del terremoto
del 1725, minacciava di crollare.
I
recenti restauri hanno riportato al primitivo splendore gli affreschi
raffiguranti la Santissima Trinità, la Madonna del
Carmine e i medaglioni con i Santi Donato vescovo e Donatello
(San Donato da Ripacandida). A lato dell'altare è la seicentesca
scultura della Madonna del Carmine.
SANTUARIO
DI SAN DONATO - All'ingresso
da nord-est dell'abitato, in viale Regina Margherita, vi è l'antico
santuario di San Donato vescovo, protettore della
cittadina, con i suoi affreschi del 1500 e la sua storia millenaria. La chiesa sorge
molto probabilmente su una costruzione più antica, che il pontefice Eugenio
III elenca nella bolla del 1152 indirizzata al vescovo
di Rapolla Ruggero. Il santuario è gemellato con la basilica di San
Francesco in Assisi e ha ricevuto in dono una reliquia del corpo
del santo patrono d'Italia.

Presenta
una semplice facciata, adornata da un portale del XVII
secolo.
L'interno
a navata unica, è articolato in quattro piloni che definiscono
tre campate coperte da volte a crociera, a sesto rialzato.
La
navata è ornata da un ciclo pittorico che fu realizzato tra
1460 e 1532. Esso ha inizio sulle volte della terza campata con Storie
tratte dal Libro della Genesi, eseguite dal cosiddetto Maestro
delle Storie di Adamo ed Eva, affiancato da un altro anonimo artista
denominato Maestro delle Storie dei Patriarchi impegnato sulle
volte della seconda campata. Gli affreschi furono eseguiti in più
riprese, durante la dominazione della famiglia Caracciolo, per volontà di
ser Francesco da Ripacandida, notaio e terziario francescano (questo
spiega l'alto numero di santi francescani raffigurati in una chiesa
custodita sino a metà Quattrocento da monaci benedettini di
Montevergine).
A
partire dal 1498, invece, Troiano II Caracciolo, rientrato in
possesso dei beni appartenuti a suo padre Giovanni II, duca di Melfi,
commissionò gli affreschi della prima campata a partire dall'ingresso,
con la realizzazione di un monumentale Giudizio Universale, in cui
appare una rara rappresentazione del Purgatorio nella tipologia del 'Ponte
del capello' e un ciclo cristologico dispiegato sulle volte.
All'interno
è conservato, nella seconda campata a sinistra, un organo settecentesco,
mentre alla parete destra è un dipinto raffigurante il Martirio di
santa Giulia di Paolo De Matteis, che era la pala dell'unico
altare laterale della chiesa di Santa Maria del Carmine voluto
nel 1718 dal duca di Ripacandida, Giuseppe Teroni, in ricordo della moglie
Giulia Gaudioso, che, deceduta due anni prima, era stata traslata ai piedi
della mensa. La tela, realizzata probabilmente nello stesso 1718, e
l'altare barocco in marmi policromi ad essa pertinente furono
qui trasferiti nel 1732 dato che la chiesa del Carmine, a seguito del
terremoto del 1725, minacciava di crollare.
Nella
terza campata, alla parete destra, è invece il Cenotafio di Giulia
Gaudioso datato nell'iscrizione 1716. La navata si conclude con
l'altare proveniente dalla chiesa del Carmine che sostituì l'altare
maggiore precedente e che in origine ospitava la tela del De Matteis,
sostituita alla metà del Novecento da una statua lignea settecentesca di San
Donato.
Il
santuario è stato il punto di riferimento centrale delle ricerche
effettuate dall'antropologo Thomas Hauschild (Accademia delle
Scienze di Heidelberg) fra 1982 e 2000, che con il suo collaboratore
locale Luigi Gilio raccolsero numerose testimonianze del culto popolare
locale del santo taumaturgo San Donato, dimostrando, che il culto quasi
millenario era il motivo culturale centrale del paese. In un'analisi
socio-antropologica, Hauschild dimostra la importanza centrale del culto
per le culture locali dell'identità ripacandidese ed in zona. Forse,
secondo Hauschild, la situazione del Santuario, fra due colline, crea una
certa protezione modesta contro le conseguenze di terremoti - un fatto che
ha portato molto alla "longue durée", alla lunga vita del culto
di un santo che nell'immaginazione popolare tradizionale faceva tremare
sia persone che interi paesaggi.
Annessa
al santuario è la villetta comunale del paese (Giardino Storico San
Francesco). Il giardino dei frati francescani dopo la
soppressione degli ordini religiosi, in seguito all'unità d'Italia,
diviene villa comunale. La villa è stata intitolata al messaggero di pace
"San Francesco di Assisi". Dopo la cancellata accolgono il
visitatore due viali con siepi sapientemente scolpite. Al termine ci si
trova innanzi ad un monumentale pino d'Aleppo di oltre tre
secoli di vita.
Su
un piano di poco rialzato si ammira l'antico giardino, al quale si accede
da due brevi scalinate accompagnate da piccole statue classiche.
Passeggiando si possono ammirare altri alberi secolari: principalmente
tassi e sequoie. Sotto il campanile del santuario, un camminamento è
detto "il labirinto" per la complessità del suo percorso.
CHIESA DI
SANT'ANTONIO - La chiesa di Sant'Antonio (anticamente chiesa
di San Bartolomeo), di difficile datazione, è costruita sui resti di
una basilica romana a sua volta costruita sui resti di quattro torrioni
difensivi. Gravemente danneggiata dal terremoto del 23 novembre 1980,
è stata inagibile e chiusa al culto fino alla sua riapertura avvenuta il
13 maggio 2024 dopo sette anni di ristrutturazione.
Chiese
scomparse
Chiesa
di San Gregorio
Chiesa
di San Nicola
Chiesa
di San Pietro
Chiesa
di san Zaccaria
Palazzi
Palazzo
Virgilio
Palazzo
Chiari (comunemente Castello)
Palazzo
dell'Università
Palazzo
Baffari-Rossi
Palazzo
Del Balzo-Chiari
Palazzo
Anastasia-Musto
Palazzo
Laraya
Palazzo
Lioy
Palazzo
Mininni (scomparso)
Siti
archeologici
I
motivi figurati che riportano al pensiero di Pitagora, li troviamo
tra le produzioni più particolari di una bottega di ceramisti del V
secolo a.C. a Ripacandida. Dallo studio delle necropoli, VII-V
secolo a.C. sappiamo che l'insediamento appartiene ad un centro di cultura
nord-lucana. È situato in prossimità di una fiumara affluente
dell'Ofanto e si sviluppa sulla sommità e sui terrazzi lungo le
pendici della collina. Nel centro si impiantarono botteghe ceramiche
specializzate nella produzione di vasi a decorazione subgeometrica, o con
motivi decorativi complessi, tra cui compare la figura umana.
Su
una brocca, rinvenuta in una sepoltura femminile del V secolo a.C., è
rappresentata una sfera che racchiude un fulmine e sulla quale vi è una
figura umana stilizzata in lutto attorniata da sette stelle, ora al Museo
archeologico nazionale del Melfese. Tale scena si riconduce alle dottrine
filosofiche di Pitagora, che nello stesso periodo aveva impiantato una
scuola a Metaponto e che annoverava tra i suoi discepoli alcune
figure aristocratiche dei territori interni della Basilicata antica.
Dall'osservazione attenta di due linee curve speculari disegnate sul
reperto, un recente studio scientifico (G. Pastore, 2010) ha rivelato che
rappresentano la traiettoria della caduta disastrosa di un grande
meteorite nella Grecia orientale, avvenuta nello stesso periodo di
datazione della brocchetta e ricordata da Aristotele e da Plinio il
Vecchio. Da cui le conclusioni: la visione sferica dell'universo da parte
dei pitagorici; la prova della caduta di un grande meteorite; la
traiettoria iperbolica dello stesso; la provenienza del meteorite dallo
spazio siderale in antitesi con le posteriori dottrine astronomiche di
Aristotele e Newton. Altri studi, per contro, evidenziano come le due
linee curve non siano altro che un elemento decorativo o una firma di
quella che doveva essere una fiorente bottega locale, come avviene su
numerosi altri pezzi.
L'abitato
antico di Ripacandida si organizza per nuclei sparsi di abitato alternati
a spazi vuoti e a sepolture. Da segnalare, sempre in una sepoltura
femminile, dei fermatrecce molto elaborati, formati da un doppio filo
avvolto in più spire e rinvenuti solo in alcuni corredi della Basilicata
interna. Resti di un acquedotto romano sono visibili nei pressi della
fiumara.
Aree
naturali
IL
BOSCO - Denominato
Bosco Grande, forse perché in origine era uno dei più grandi della
regione, è uno dei residui degli immensi boschi che coprivano la Lucania
(per i latini lucus =bosco), ormai molto ridotto in seguito ai tagli
incontrollati. Composto da alberi ad alto fusto come querce, cerri, ecc.
Per secoli ha dato lavoro, nutrito e riscaldato durante gli inverni la
popolazione di Ripacandida e paesi limitrofi. I contadini andavano al
bosco per tagliare e poi vendere quella che veniva chiamata una salma di
legna. Caricata sui muli, veniva portata a vendere anche nei paesi
vicini.
Rifugio
di mandrie e di allevatori, durante la cosiddetta "transumanza",
che utilizzavano il bosco come luogo di sosta per i loro lunghi
spostamenti. Dotato anche di una costruzione chiamata "casone" e
di "pile", cioè di abbeveratoi per gli animali. Durante il
brigantaggio, fu rifugio per i briganti, che utilizzarono le numerose
grotte per sfuggire alla cattura.
Simbolo
del bosco è il cosiddetto "Casone" una grande costruzione dove
ci si poteva riparare e le "Pile", cioè gli abbeveratoi. Il
bosco è diviso nei comuni di Filiano, Forenza, Atella e Maschito ma
il Casone e le uniche due pile sono nel comune di Ripacandida.
LA
PINETA - La
pineta è stata impiantata alla fine degli anni cinquanta alla base e sui
pendii della collina, sulla quale sorge Ripacandida. Data alle fiamme
ripetutamente nel corso degli anni, resiste sul versante sud-ovest dove è
cresciuta rigogliosa.

Fonte:
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