Ripacandida
(Potenza)
 
  

Come una sentinella, Ripacandida scruta dal colle roccioso su cui sorge, lo splendido paesaggio dominato dal Monte Vulture, vulcano spento che dà il nome ad una delle aree più suggestive della Basilicata.

L'ampio territorio che si stende a sud del fiume Ofanto (che costituisce il confine naturale settentrionale della Basilicata); essa si estende lungo le pendici del massiccio vulcanico del Monte Vulture e costituisce una vasta sottozona della regione lucana, caratterizzata dalla coltivazione e produzione delle uve "Aglianico", che danno il nome al rinomato vino 'Aglianico del Vulture.

La casa comunale di Ripacandida è posta a 620 m s.l.m., il punto più alto del centro abitato corrisponde a Piazza del Popolo, sita a 622 m s.l.m., mentre, per ciò che riguarda l'intero territorio comunale, l'altitudine minima è di 397 m s.l.m., in località Piano dell'Altare e l'altitudine massima è di 976 m s.l.m., in località Serra Cocuzza. La frazione di Serra San Francesco si trova a 657 m s.l.m..

Mentre si percorrono le stradine del paesino abbarbicato su una bianca rupe si può ammirare il centro storico ricco di testimonianze medievali, edifici signorili, palazzi con stemmi gentilizi e decorazioni di epoca normanna, senza mai perdere di vista il panorama mozzafiato in cui si distinguono il Monte Vulture e la Valle di Vitalba.

Nota anche come città del vino, dell’olio e del miele, la città di Ripacandida è definita “la piccola Assisi lucana” per i pregevoli affreschi di scuola giottesca che decorano lo splendido santuario francescano dedicato a San Donato Vescovo, Patrono della cittadina. Ammirandoli, si ha la sensazione di sfogliare una vera e propria Bibbia illustrata.

Il primo toponimo conosciuto è quello del centro abitato sorto nel V secolo su un precedente sito preromano, Ripiam Candidam, ma ancora più precedentemente, Ripacandida si chiamava solamente Candida o, Candida Latina (o Latinorum). La tesi più accreditata vede indicare dell'aggettivo "Candida" il colore biancastro della collina su cui sorge il centro abitato, meno accreditata quella della mitologica fondatrice Aurora Candida.

Da un'indagine archeologica degli anni 1977-1980 data l'antichità di Ripacandida al VII secolo a.C., ma già alla fine del XIX secolo lo storico lucano Michele Lacava rinveniva alcune grotte di epoca archeolitica e pavimenti mosaici alle falde di Ripacandida. L'antico abitato di Ripacandida era collegato al sito più importante di Serra di Vaglio (oggi nel territorio del comune di Vaglio Basilicata) a pochi chilometri da Potenza.

La tradizione orale afferma che la città fu edificata dai romani con il nome di "Candida Latinorum" (resti di acquedotto romano). Secondo alcuni studiosi il nome è dato dal colore bianco del colle. 

L'abitato moderno risale al tempo delle invasioni gotiche, quando gli abitanti dalla valle si trasferiscono sul colle, e costruiscono le loro case intorno al tempio dedicato a Giove (castello attuale - Chiesa Madre). I longobardi la fortificano con mura inframmezzate da torri. Subendo le varie dominazioni arriviamo alle prime fonti scritte del XI-XII secolo. 

La bolla papale di Eugenio III (1152) decreta la costruzione delle chiese di San Donato (l'unica ancora esistente), San Pietro, San Zaccaria, San Gregorio. Partecipa alla prima crociata. Ed è iscritta nel catalogo dei Baroni con i suoi tredici nobili, con a capo il feudatario Ruggero Marescalco, per partecipare alla terza crociata, quella di Guglielmo il Buono (1188-1198). 

A Roberto di Ripacandida Federico II incarica di custodire alcuni prigionieri lombardi, la zona sarà chiamata in seguito Massa Lombarda (l'odierna Ginestra). Cambia numerosi feudatari, Caracciolo, Grimaldi (signori di Monaco), Boccapianola, Tironi, l'ultimo padrone è il duca Mazzacara (1806). Una prima colonia di profughi albanesi nel 1482 viene ospitata in una zona periferica chiamata Cantone e in seguito trasferita a Massa Lombarda. 

Il 5 ottobre 1571 partecipa alla vittoriosa battaglia di Lepanto con un folto numero di cittadini fra i quali Gian Lorenzo Lioy, era questo il periodo in cui il feudo apparteneva ai Grimaldi Principi di Monaco Marchesi di Campagna e Signori di Ripacandida dal 1532 al 1641. 

Tra cinquecento e settecento è sede di uno studio di Teologia. Nell'aprile del 1861, si schierò con i briganti capeggiati da Carmine Crocco, in quell'occasione ci fu la prima vittima: il capitano della guardia nazionale Michele Anastasia. Ebbe anche feroci briganti Turtora, Di Biase, Larotonda. Alla fine dell'Ottocento inizia il fenomeno dell'emigrazione: si abbandona la terra in cerca di un futuro più dignitoso. 

Negli USA, precisamente nello Stato dell'Illinois, vi è una cittadina di nome Blue Island costituita da immigrati ripacandidesi. Nel ricordo delle loro tradizioni, festeggiano San Donato vescovo di Arezzo.

Visitare il borgo

La principale attrazione dei turisti in visita a Ripacandida è, principalmente, il santuario di San Donato, noto per i suoi splendidi affreschi giotteschi e il suo centro storico.

Palazzi baronali settecenteschi e ottocenteschi, in contrasto con le piccole e bianche case, attraversano il borgo antico, dove si distingue l’antica dimora gentilizia di Palazzo Baffari-Rossi, un tempo Convento delle Clarisse, che oggi oltre al Municipio, al piano inferiore, ospita anche la Galleria Civica d’Arte. Nota come Pinacoteca di Ripacandida, si tratta di una mostra d’ arte moderna permanente allestita in alcune stanze dello storico palazzo ed ospita le opere di diversi artisti, quali: Vito Miroballi, Ugo Attardi, Ennio Calabria, Renzo Vespignani, Alberto Ziveri,Franco Mulas, Domenico Rambelli e Vittorio Basaglia.

Visitando il borgo antico, si raggiunge la cosiddetta “Piazza”,  uno dei quartieri del paese dove il campanile della chiesa madre segna il punto più alto della collina su cui Ripacandida sorge.

Architetture religiose

CHIESA SANTA MARIA DEL SEPOLCRO - La chiesa madre di Santa Maria del Sepolcro si sviluppa su tre navate e presenta nel cappellone del Sacramento il monumento funebre del servo di Dio Giambattista Rossi. La zona presbiteriale è divisa dall'assemblea da una bella balaustra intarsiata in marmi policromi; il cui autore è lo stesso Arciprete Giambattista Rossi, che si dedicò all'opera in uno studio artistico a Napoli. 

In quattro colonnine della balaustra sono scolpite quattro scene della Passione di Cristo: un cuore trafitto da sette spade, la Madonna presso il Sepolcro, Cristo che emerge dal Sepolcro e il fonte battesimale. La sagrestia ospita un "Cristo in pietà" di Cristiano Danona e un "San Bartolomeo" di Gaetano Recco. Lateralmente è addossato, in perfetta continuità, il settecentesco Palazzo Ducale. La costruzione della chiesa fu stabilita con bolla di Monsignor Aquaviva, vescovo di Melfi, nel 1540. In essa si stabiliva di unire le due antichissime parrocchie di San Nicola e San Bartolomeo in una nuova dove prima vi era una chiesetta dedicata a Santa Caterina d'Alessandria, detta "al castello". L'opera fu completata nel 1602 a cura dell'abate Lorenzo da Leonibus. 

La facciata esterna è dotata di un bel portale rinascimentale a cui si accede mediante un'artistica gradinata in marmo ed è abbellita da tre orologi: due meccanici e, sulla destra di chi guarda, una meridiana. Ogni orologio è inserito in un rosone e l'unico funzionante è quello solare che segna le ore, in numeri romani, dalle cinque di mattina alle quattro del pomeriggio. Il nome fu dato in ricordo dei tredici baroni che si recarono in Palestina nella terza crociata sotto Guglielmo il Buono. 

Nel timpano vi è scolpita la Madonna presso il Sepolcro. Esiste un legame antico fra Potenza e Ripacandida dato dalla partecipazione comune alle crociate; al ritorno delle quali si provvide in entrambi i luoghi alla costruzione delle chiese intitolate a Santa Maria del Sepolcro. Da documenti della fine del XV secolo risulta un legame storico tra Santa Maria del Sepolcro ed il Sepolcro di Cristo. Entrambe ci invitano a contemplare il mistero della Passione di Cristo a cui è associata la Madonna Addolorata.

Iscrizione sul portale della cripta

(latino)

«IMPROBA NEMINE(m) EXCIPIT MORS TRIREGNA SCEPTRA TIARAS SCARCILESQUE VOMERIBUS AEQUAT»

(italiano)

«La malvagia morte non esclude nessuno. Con i suoi vomeri mette alla pari papi, re, vescovi e frati»

In seguito al terremoto dell'Irpinia del 1980, l'esterno e l'interno della chiesa madre sono stati non gravemente danneggiati. Però, passati 30 anni, si aggravarono di più le condizioni dell'esterno della chiesa. Col terremoto, dalla facciata si staccarono dei pezzi d'intonaco; all'interno crollò buona parte del muretto che circondava l'abside, crollarono tutte e 14 le croci in muratura sotto i lampioni, il fonte battesimale in legno non fu più trovata, le statue di San Donato da Ripacandida e della Madonna del Carmine, furono danneggiate dalla polvere dei mattoni, il portale si rovinò ulteriormente col passare degli anni e tutti i lampioncini con raffigurate le scene della vita di Gesù furono: 7 trapassati da grandi crepe, crollati e i restanti 5 solo da piccole crepe.

Nonostante questo la chiesa non era inagibile (come la Chiesa di Sant'Antonio) e nonostante queste imperfezioni vi si svolse la messa. Solo l'8 maggio 2007 fu presa in considerazione, dopo consiglio comunale, di ristrutturare completamente la chiesa. Il parroco annunciò il 13 maggio dello stesso anno che la chiesa sarebbe stata ristrutturata e che si sarebbe svolta temporaneamente nel Monastero di San Giuseppe.

Finalmente il 12 agosto 2008 la chiesa fu riaperta al pubblico il 17 agosto dello stesso anno, ma sempre ricoperta dall'impalcatura esterna. All'interno furono aggiunte nuovi croci in oro zecchino 18 carati, così come i nuovi lampioni. Fu fatta una grande opera di ristrutturazione delle statue e delle pitture della chiesa. Il fonte battesimale non fu, però, mai più trovata e fu aggiunta una vecchia trovata nel 1992 nei sotterranei del Monastero di San Giuseppe. Furono aggiunti i lampioni sui cornicioni e fatto un nuovo sistema d'allarme e delle campane.

Il 1º febbraio 2009 il vescovo Gianfranco Todisco viene a benedire l'altare, il leggio e il muretto nuovi.

La ristrutturazione dell'esterno è stata completata il 30 novembre 2010, quando sono state tolte le impalcature.

Quella delle facciate e del tetto del campanile il 12 gennaio 2011 e quella della base e delle fondamenta è finita il 21 giugno 2011.

CHIESA DI SAN GIUSEPPE - La chiesa di San Giuseppe (nota comunemente con il nome di Chiesa delle monache) è un edificio sacro di Ripacandida, in Basilicata. La chiesa è attigua all'ex monastero di clausura delle carmelitane scalze, ed attraverso le grate le suore assistevano alle celebrazioni. Nel 1908 il monastero fu soppresso e le poche suore rimaste furono trasferite a Massalubrense, l'anno seguente il sindaco Francesco Virgilio dispose l'utilizzo del monastero come casa municipale. Prima ancora di essere monastero era il Palazzo Baffari-Rossi, donato dai fratelli arcipreti Giovanni e Giambattista Rossi per l'istituzione di un convento.

La chiesa è affiancata dal monastero delle suore di clausura, fondato nel 1735 da Giovanni e Giambattista Rossi. Il cappellone coperto da cupola sferica, nella bella facciata in cotto presenta due note architettoniche di rilievo; un portale barocco in pietra e al di sopra la tribuna che sporge all'esterno, sostenuta da mensole con inserti lapidei. Al di sopra la lapide che ricorda l'edificazione del 1173, seguono le due finestre nella fascia superiore, e al di sopra la finestra centrale. Sulla destra il campanile a sezione quadrata. All'interno sull'altare maggiore, la grande pala d'altare della Madonna col Bambino con i santi e Giuseppe opera di un seguace di Francesco Solimena; ed il maestoso monumento funebre di Giovanni Rossi; nella lapide si esalta l'uomo di cultura e di grande umiltà, fondatore con il fratello Giambattista del monastero.

L'interno, a navata unica, chiuso da un largo presbiterio, delimitato da una cancellata, ha due ingressi, quello principale ed uno secondario a sinistra che apre in via Calate Monache. Entrando si notano due belle acquasantiere in pietra locale rosa. La decorazione è data da eleganti motivi barocchi; l'altare maggiore in pregiato marmo policromo è sovrastato dalla bella pala opera di un seguace del Solimena. 

Nella sagrestia vi è la tomba della mistica suor Maria Araneo, nipote dei Rossi e priora del monastero. Il suo corpo integro, a distanza di 190 anni dalla morte, fu ritrovato in seguito ai lavori del terremoto del 1980. 

Nel 1750 sant'Alfonso Maria de' Liguori, di ritorno da una missione a Melfi, conobbe il monastero e rimase stupito dalla religiosità di suor Maria. Un anno più tardi, nel 1751, in questa chiesa è avvenuto il miracolo di san Gerardo Maiella. Il padre Fiocchi nella biografia del santo di Muro Lucano, riporta il miracolo avvenuto in una fredda giornata di metà dicembre: " San Gerardo giunse a Ripacandida, proveniente da Atella; attraverso le grate del parlatorio incontrò Suor Maria. "Grande idea aveva Gerardo di Suor Maria e sommo concetto aveva di lui la reliiosa' Incontrandosi, vedevansi due fuochi, e sembravano due serafini, il santo andò in estasi e afferrandosi alla grata piegò gli spuntoni come cera." Dalla biografia dal titolo " Un fiore sulla rupe" del defunto mons. Gentile conosciamo la spiritualità di suor Maria e del rapporto della priora con i padri redentoristi, conosciamo le sue lettere a Sant'Alfonso. San Gerardo prediligeva il monastero di Ripacandida, inviava loro ogni settimana lettere spirituali. 

Avvenne nel 1755 un episodio straordinario, l'abate Prospero Dell'Aquila visitò san Gerardo, gravemente ammalato, portando con sé un giovane contadino di Ripacandida analfabeta; che recava una lettera dal convento delle carmelitane. Letto lo scritto il santo invitò il giovane a comporre in musica la risposta, umiliato dal non sapere scrivere pensò che San Gerardo sragionasse per la malattia; all'invito ulteriore di premere i tasti il ragazzo ci provò e una dolce musica si diffuse a Materdomini. Nella novena meditata di San Gerardo alcuni giorni sono state inserite stralci delle lettere che il santo invio' a suor Maria. La grata fu donata da mons. Gentile al museo gerardino di Materdomini.

Il monastero delle Carmelitane Scalze (ora Palazzo Baffari-Rossi) sorge nel comune di Ripacandida ed è attiguo alla chiesa di San Giuseppe, comunemente chiamata chiesa delle Monache.

Prima ancora di essere monastero era il Palazzo Baffari-Rossi, e i suoi ultimi residenti furono i fratelli Giambattista Rossi e Giovanni Baffari, figli del dottor Donato Antonio Rossi e di Porzia Baffari. I due fratelli, entrambi sacerdoti donarono la casa dei loro avi per la fondazione del monastero, ispirato alla regola carmelitana della grande riformatrice Santa Teresa D'Avila. Nel 1908 il monastero fu soppresso per mancanza di novizie e le poche suore rimaste mandate a Massalulebrense e nel 1909 il sindaco Francesco Virgilio decise di utilizzarlo come municipio. 

Il terremoto del 1980 danneggiò l'edificio, e la sede fu trasferita in un nuovo edificio municipale costruito apposta nel 1983, appena fuori dal centro storico. Nel 2006 sono iniziati i lavori per il rifacimento e la massiccia ristrutturazione sia all'interno che all'esterno dell'edificio, cominciando a portare nel 2007 l'ufficio postale dal Palazzo delle Poste (che prese il nome proprio perché sede dell'ufficio postale), in una sala accanto a quella che era l'entrata principale del municipio. Il 31 luglio 2011 l'ex convento fu riportato alla sua funzione originale di sede municipale e il 18 agosto 2011 in quelle che erano le celle delle suore, la sala da pranzo e una cripta, un probabile magazzino, è stata inaugurata la Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Ripacandida.

In quasi due secoli di attività del monastero la figura che emerge dalla clausura è suor Maria di Gesù e della Santa Trinità; conosciuta attraverso le sue lettere a San Gerardo Maiella e San Alfonso dei Liguori. Al secolo Maria Terera Araneo, nasce nel 1725 a Pescopagano da Cesare Araneo e da Camilla Rossi, sorella dell'arciprete Giambattista, morto in concetto di santità il 25-10-1746; sepolto in chiesa madre nel cappellone del SS. Sacramento. All'età di 15 anni, la fanciulla divento' religiosa carmelitana nel monastero fondato dagli zii; che seppero infondere nella nipote la spiritualità di Santa Teresa. Eletta priora nel 1748, conobbe come riporta padre Tannoia, il fondatore dei redentoristi S. Alfonso de Liguori. 

Gli storici la descrivono come punto di riferimento per il regno di Napoli; il re Carlo III inviava a lei per consiglio i suoi ministri. Morì in concetto di santità il 17 maggio 1803; il suo corpo si ritrovò durante i restauri successivi al sisma del 1980. In una semplice cassa, murata in una stanza adiacente alla chiesa, si ritrovò il corpo integro con un biglietto che riportava "Qui riposa la beata Suor Maria di Gesù e della S. Trinità, che operò prodigi in vita e morte". Rivestita con abito donato dalle suore di clausura di Gravina e sistemata in una tomba donata dalla famiglia Araneo nella sagrestia nella chiesa. La causa di beatificazione di suor Maria iniziata nel 2007, voluta da mons. Gentile, che negli anni ha fatto tanto perché la figura della priora, non cadesse nell'oblio.

CHIESA DI SANTA MARIA DEL CARMINE - La chiesa fu edificata sul sito di un più antico edificio religioso, quasi completamente distrutto nel terremoto del 1694. Ricostruita con questo titolo dall'arciprete Baffari (zio del Beato Giambattista Rossi), peraltro evidente dallo stemma baronale della famiglia posto sul portale d'ingresso, la chiesa fu gravemente lesionata anche nel terremoto del 1725 e fu restaurata successivamente..

ChiesaSantaMariaCarmine.jpg (499093 byte)La facciata, piuttosto semplice, con profilo a capanna, ornata da un portale timpanato marmoreo, mentre l'interno si caratterizza per un interessante apparato decorativo, realizzato nella prima metà del Settecento.

In questa chiesa era un altare, l'unico laterale della chiesa, che custodiva un dipinto raffigurante il Martirio di santa Giulia di Paolo De Matteis, voluti nel 1718 dal duca di Ripacandida, Giuseppe Teroni, in ricordo della moglie Giulia Gaudioso, che, deceduta due anni prima, era stata traslata ai piedi della mensa. Entrambi furono trasferiti nel 1732 nel Santuario di San Donato, dato che la chiesa, a seguito del terremoto del 1725, minacciava di crollare.

I recenti restauri hanno riportato al primitivo splendore gli affreschi raffiguranti la Santissima Trinità, la Madonna del Carmine e i medaglioni con i Santi Donato vescovo e Donatello (San Donato da Ripacandida). A lato dell'altare è la seicentesca scultura della Madonna del Carmine.

SANTUARIO DI SAN DONATO - All'ingresso da nord-est dell'abitato, in viale Regina Margherita, vi è l'antico santuario di San Donato vescovo, protettore della cittadina, con i suoi affreschi del 1500 e la sua storia millenaria. La chiesa sorge molto probabilmente su una costruzione più antica, che il pontefice Eugenio III elenca nella bolla del 1152 indirizzata al vescovo di Rapolla Ruggero. Il santuario è gemellato con la basilica di San Francesco in Assisi e ha ricevuto in dono una reliquia del corpo del santo patrono d'Italia. 

Presenta una semplice facciata, adornata da un portale del XVII secolo.

L'interno a navata unica, è articolato in quattro piloni che definiscono tre campate coperte da volte a crociera, a sesto rialzato.

SantuarioSanDonato2.jpg (555003 byte)La navata è ornata da un ciclo pittorico che fu realizzato tra 1460 e 1532. Esso ha inizio sulle volte della terza campata con Storie tratte dal Libro della Genesi, eseguite dal cosiddetto Maestro delle Storie di Adamo ed Eva, affiancato da un altro anonimo artista denominato Maestro delle Storie dei Patriarchi impegnato sulle volte della seconda campata. Gli affreschi furono eseguiti in più riprese, durante la dominazione della famiglia Caracciolo, per volontà di ser Francesco da Ripacandida, notaio e terziario francescano (questo spiega l'alto numero di santi francescani raffigurati in una chiesa custodita sino a metà Quattrocento da monaci benedettini di Montevergine).

A partire dal 1498, invece, Troiano II Caracciolo, rientrato in possesso dei beni appartenuti a suo padre Giovanni II, duca di Melfi, commissionò gli affreschi della prima campata a partire dall'ingresso, con la realizzazione di un monumentale Giudizio Universale, in cui appare una rara rappresentazione del Purgatorio nella tipologia del 'Ponte del capello' e un ciclo cristologico dispiegato sulle volte.

All'interno è conservato, nella seconda campata a sinistra, un organo settecentesco, mentre alla parete destra è un dipinto raffigurante il Martirio di santa Giulia di Paolo De Matteis, che era la pala dell'unico altare laterale della chiesa di Santa Maria del Carmine voluto nel 1718 dal duca di Ripacandida, Giuseppe Teroni, in ricordo della moglie Giulia Gaudioso, che, deceduta due anni prima, era stata traslata ai piedi della mensa. La tela, realizzata probabilmente nello stesso 1718, e l'altare barocco in marmi policromi ad essa pertinente furono qui trasferiti nel 1732 dato che la chiesa del Carmine, a seguito del terremoto del 1725, minacciava di crollare.

Nella terza campata, alla parete destra, è invece il Cenotafio di Giulia Gaudioso datato nell'iscrizione 1716. La navata si conclude con l'altare proveniente dalla chiesa del Carmine che sostituì l'altare maggiore precedente e che in origine ospitava la tela del De Matteis, sostituita alla metà del Novecento da una statua lignea settecentesca di San Donato.

Il santuario è stato il punto di riferimento centrale delle ricerche effettuate dall'antropologo Thomas Hauschild (Accademia delle Scienze di Heidelberg) fra 1982 e 2000, che con il suo collaboratore locale Luigi Gilio raccolsero numerose testimonianze del culto popolare locale del santo taumaturgo San Donato, dimostrando, che il culto quasi millenario era il motivo culturale centrale del paese. In un'analisi socio-antropologica, Hauschild dimostra la importanza centrale del culto per le culture locali dell'identità ripacandidese ed in zona. Forse, secondo Hauschild, la situazione del Santuario, fra due colline, crea una certa protezione modesta contro le conseguenze di terremoti - un fatto che ha portato molto alla "longue durée", alla lunga vita del culto di un santo che nell'immaginazione popolare tradizionale faceva tremare sia persone che interi paesaggi.

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Annessa al santuario è la villetta comunale del paese (Giardino Storico San Francesco). Il giardino dei frati francescani dopo la soppressione degli ordini religiosi, in seguito all'unità d'Italia, diviene villa comunale. La villa è stata intitolata al messaggero di pace "San Francesco di Assisi". Dopo la cancellata accolgono il visitatore due viali con siepi sapientemente scolpite. Al termine ci si trova innanzi ad un monumentale pino d'Aleppo di oltre tre secoli di vita. 

Su un piano di poco rialzato si ammira l'antico giardino, al quale si accede da due brevi scalinate accompagnate da piccole statue classiche. Passeggiando si possono ammirare altri alberi secolari: principalmente tassi e sequoie. Sotto il campanile del santuario, un camminamento è detto "il labirinto" per la complessità del suo percorso.

CHIESA DI SANT'ANTONIO - La chiesa di Sant'Antonio (anticamente chiesa di San Bartolomeo), di difficile datazione, è costruita sui resti di una basilica romana a sua volta costruita sui resti di quattro torrioni difensivi. Gravemente danneggiata dal terremoto del 23 novembre 1980, è stata inagibile e chiusa al culto fino alla sua riapertura avvenuta il 13 maggio 2024 dopo sette anni di ristrutturazione. 

Chiese scomparse

Chiesa di San Gregorio

Chiesa di San Nicola

Chiesa di San Pietro

Chiesa di san Zaccaria

Palazzi

Palazzo Virgilio

Palazzo Chiari (comunemente Castello)

Palazzo dell'Università

Palazzo Baffari-Rossi

Palazzo Del Balzo-Chiari

Palazzo Anastasia-Musto

Palazzo Laraya

Palazzo Lioy

Palazzo Mininni (scomparso)

Siti archeologici

I motivi figurati che riportano al pensiero di Pitagora, li troviamo tra le produzioni più particolari di una bottega di ceramisti del V secolo a.C. a Ripacandida. Dallo studio delle necropoli, VII-V secolo a.C. sappiamo che l'insediamento appartiene ad un centro di cultura nord-lucana. È situato in prossimità di una fiumara affluente dell'Ofanto e si sviluppa sulla sommità e sui terrazzi lungo le pendici della collina. Nel centro si impiantarono botteghe ceramiche specializzate nella produzione di vasi a decorazione subgeometrica, o con motivi decorativi complessi, tra cui compare la figura umana.

Su una brocca, rinvenuta in una sepoltura femminile del V secolo a.C., è rappresentata una sfera che racchiude un fulmine e sulla quale vi è una figura umana stilizzata in lutto attorniata da sette stelle, ora al Museo archeologico nazionale del Melfese. Tale scena si riconduce alle dottrine filosofiche di Pitagora, che nello stesso periodo aveva impiantato una scuola a Metaponto e che annoverava tra i suoi discepoli alcune figure aristocratiche dei territori interni della Basilicata antica. Dall'osservazione attenta di due linee curve speculari disegnate sul reperto, un recente studio scientifico (G. Pastore, 2010) ha rivelato che rappresentano la traiettoria della caduta disastrosa di un grande meteorite nella Grecia orientale, avvenuta nello stesso periodo di datazione della brocchetta e ricordata da Aristotele e da Plinio il Vecchio. Da cui le conclusioni: la visione sferica dell'universo da parte dei pitagorici; la prova della caduta di un grande meteorite; la traiettoria iperbolica dello stesso; la provenienza del meteorite dallo spazio siderale in antitesi con le posteriori dottrine astronomiche di Aristotele e Newton. Altri studi, per contro, evidenziano come le due linee curve non siano altro che un elemento decorativo o una firma di quella che doveva essere una fiorente bottega locale, come avviene su numerosi altri pezzi.

L'abitato antico di Ripacandida si organizza per nuclei sparsi di abitato alternati a spazi vuoti e a sepolture. Da segnalare, sempre in una sepoltura femminile, dei fermatrecce molto elaborati, formati da un doppio filo avvolto in più spire e rinvenuti solo in alcuni corredi della Basilicata interna. Resti di un acquedotto romano sono visibili nei pressi della fiumara.

Aree naturali

IL BOSCO - Denominato Bosco Grande, forse perché in origine era uno dei più grandi della regione, è uno dei residui degli immensi boschi che coprivano la Lucania (per i latini lucus =bosco), ormai molto ridotto in seguito ai tagli incontrollati. Composto da alberi ad alto fusto come querce, cerri, ecc. Per secoli ha dato lavoro, nutrito e riscaldato durante gli inverni la popolazione di Ripacandida e paesi limitrofi. I contadini andavano al bosco per tagliare e poi vendere quella che veniva chiamata una salma di legna. Caricata sui muli, veniva portata a vendere anche nei paesi vicini. 

Rifugio di mandrie e di allevatori, durante la cosiddetta "transumanza", che utilizzavano il bosco come luogo di sosta per i loro lunghi spostamenti. Dotato anche di una costruzione chiamata "casone" e di "pile", cioè di abbeveratoi per gli animali. Durante il brigantaggio, fu rifugio per i briganti, che utilizzarono le numerose grotte per sfuggire alla cattura.

Simbolo del bosco è il cosiddetto "Casone" una grande costruzione dove ci si poteva riparare e le "Pile", cioè gli abbeveratoi. Il bosco è diviso nei comuni di Filiano, Forenza, Atella e Maschito ma il Casone e le uniche due pile sono nel comune di Ripacandida.

LA PINETA - La pineta è stata impiantata alla fine degli anni cinquanta alla base e sui pendii della collina, sulla quale sorge Ripacandida. Data alle fiamme ripetutamente nel corso degli anni, resiste sul versante sud-ovest dove è cresciuta rigogliosa.

Fonte: