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Ai
piedi del Monte Vulture, Rionero in Vulture, nella provincia di Potenza,
è circondato da un territorio ricco di bellezze naturali, ha dato natali
a personaggi illustri ed è uno dei centri dell’Aglianico del Vulture
Doc.
La
storia dell’esuberante città di Rionero è legata alle figure del
Meridionalista Giustino Fortunato – cui è dedicata sia la piazza
principale del paese che il Palazzo della Biblioteca – e del brigante
Carmine Donatelli detto “Crocco”, entrambi nati in questo ricco comune
del Vulture, avvolto da un paesaggio collinare con infinite distese di
lussureggianti vigneti e secolari uliveti.
Nel
comune di Rionero in Vulture rientrano i Laghi di Monticchio,
riconosciuti come Riserva Regionale. I due specchi d’acqua, dalle
diverse circonferenze, sorgono proprio al posto del cratere del Vulture,
vulcano ormai spento, nei quali si riflette la splendida Abbazia
benedettina di San Michele.
Le
origini del nome di questa cittadina non sono ancora del tutto chiare.
Secondo alcuni, la sua etimologia deriva da Rivo Nigro (fiume nero),
sorgente affiorante dal tufo vulcanico di colore nero che attraversava il
paese dividendolo in due parti (fonte oggi inglobata nella Fontana della
Baronessa, conosciuta anche come Fontana Grande). Altri sostengono che
derivi da Are Nigro, in riferimento al terreno nero di origine vulcanica
della zona, dalle cui pietre di pozzolana sono state costruite molte
abitazioni. Dopo l’Unità d’Italia, a Rionero fu aggiunto il suffisso
“in Vulture” per distinguerla dall’omonima Rionero Sannitico, in
Molise.
Accanto
a queste ipotesi storiche, esiste una tradizione popolare tramandata
localmente secondo cui il nome avrebbe origine all’epoca di Federico II
di Svevia, quando il Castello di Melfi era una delle sue principali
residenze. Secondo questo racconto, gli scarichi del castello defluivano
verso la valle dove sarebbe poi sorto il paese, formando un corso
d’acqua scuro, il cosiddetto “fiume nero”, dal quale deriverebbe il
nome Rionero.

Il
territorio era abitato nel IV secolo a.C., come provano le tombe rinvenute
nelle località "San Francesco", "Cappella del Priore"
e "Padulo". Resti di un acquedotto di epoca romana sono visibili
sulla fiumara di Ripacandida, nei pressi dell'attuale abitato. Nel III
secolo a.C. entrò a far parte dell'agro di Venusia (l'attuale Venosa).
Scavi
archeologici in corrispondenza della "Torre degli Embrici" hanno
riportato alla luce nel 2004 un insediamento agricolo-termale, risalente
agli ultimi secoli avanti Cristo e proseguito fino al tardo Medioevo.
Rionero, come "Casale di Santa Maria di Rivo Nigro", feudo di
Atella nella diocesi di Rapolla, appare per la prima volta nella bolla di
papa Eugenio III del 9 giugno del 1152 che conferma al vescovo Ruggero di
Rapolla alcuni possedimenti.[8] Nello stesso anno Monsignor Alberto
Mercanti ne parla in uno scritto come “casale medioevale di Santa Maria
di Rivonigro", feudo del vescovo di Rapolla.
Con
la caduta dell'impero romano e l'avvento delle invasioni barbariche, il
circondario di Rionero vide l'arrivo dei Normanni, che si stanziarono
soprattutto nella frazione di Monticchio, facendo del castello locale la
loro roccaforte, il quale fu probabilmente costruito prima del loro
arrivo. La zona divenne in seguito luogo di rifugio per i monaci
basiliani, giunti dalla penisola balcanica per evitare le persecuzioni
iconoclastiche. Anche l'ordine religioso si stanziò a Monticchio, ove
costruirono anche un'abbazia.
In
epoca sveva, si ritiene da alcuni storici che la zona di Rionero fu
residenza di caccia di Federico II, ove il sovrano, che trascorreva gran
parte del suo tempo libero a Melfi, si recava nei boschi del monte Vulture
per esercitare la sua grande passione.
Con
la fine del governo svevo, il casale fu colpito da un vertiginoso aumento
delle tasse, che compromise già le condizioni abbastanza misere dei suoi
abitanti. Con l'avvento degli Angioini, nel 1269 Rapolla diventò feudo di
Antonio de Capris, nel tempo in cui era vescovo il canonico Bartolomeo
(1266-1275). Un'altra citazione compare in un documento angioino del 1277
che parla di "Universitas Rivinigri".
Nel
1316 Giovanni d'Angiò, signore della valle, accordò esenzioni e immunità
fiscale per dieci anni per ricostruire Atella. Un’offerta allettante per
tutti quei cittadini impoveriti dalle continue guerre che si trasferirono
ad Atella per sfuggire all’enorme pressione fiscale di quel periodo. Gli
abitanti di Rionero, a causa delle "pressuras et gravamina" sui
pascoli imposti dai feudatari vescovi di Rapolla, furono i primi a
trasferirsi nella nuova città, con altri provenienti da Agromonte,
Armaterra, Caldane, Lagopesole, Monte Marcone e Vitalba.
Dopo
solo due anni, nel 1318, il vescovo Bernardo chiese e ottenne, invano, di
ripopolare "de gentibus de Regno aut exteris il morto casale",
ricostruendolo più in su, presso la chiesa di Sant'Antonio Abate,
"positam inter casale Rivinigri et casale Barilis", là dove si
diceva che fosse già esistito un altro casale. Nel 1332, Bernardo di
Palma, vescovo di Rapolla, ottenne il permesso di riedificare il casale
con diploma di Roberto d'Angiò, Re di Napoli. Per cui sui registri
angioini figura "Rivinigri noviter eredi", come casale di
Atella. Successivamente, Rionero, non apparve più né nel cedolario della
regina Giovanna I del 1344 e neppure in quello di Giovanna II del 1415.
Nel 1348, la Morte Nera (peste nera) colpì anche l'area intorno a
Rionero.
Il
violento terremoto del 5 dicembre 1456 con magnitudo 7.11 colpì l'Italia
meridionale danneggiando gravemente la cittadina di Atella talché alcuni
sopravvissuti si trasferirono a Rionero.
Nel
1468 un gruppo di albanesi di Kruja, dopo la morte di Scanderbeg fuggì
nell'Italia meridionale, attraversando la Puglia e venne sistemato anche
in Basilicata: oltre a Melfi (probabilmente lì dove oggi si trova Vico
Albanese), a Barile, Brindisi Montagna, ecc.
Tra
agosto del 1477 e gennaio del 1478 raggiunsero l'Italia meridionale altri
esuli albanesi. La loro fuga fu causata dalla campagna ottomana di Scutari
sotto Maometto II. Re Ferdinando I di Napoli accolse gli esuli e li
distribuì in Basilicata nei comuni di Rionero in Vulture, Ripacandida,
Melfi, Forenza, Lavello, Venosa e Atella. I rifugiati di Rionero furono
sistemati nei pressi della Chiesa di Sant'Antonio Abate insieme ad alcuni
pastori pugliesi.
Durante
la dominazione spagnola, la città ebbe un periodo di pace e di prosperità.
In data 1º aprile 1502, Rionero ospitò nella chiesa di Sant'Antonio
Louis d'Armagnac, duca di Nemours e Consalvo Fernandez di Cordova,
rispettivamente comandanti degli eserciti francese e spagnolo, i quali si
incontrarono per stipulare accordi sulla spartizione del Regno di Napoli.
Il
23 marzo del 1528 Melfi venne saccheggiata dalle truppe francesi sotto
Odet de Foix, aiutato dai fiorentini delle "Bande Nere" sotto il
comando di Orazio Baglioni. Lo storico Marin Sanudo descrive nei suoi
"Diarii" che gli aggressori "si sono precipitati dentro,
uccidendo chiunque sul loro cammino, soldati, uomini, donne, e bambini,
presi prigionieri e saccheggiarono la terra. Nessuno si sarebbe salvato,
tranne quelli che sono saltati giù dalle mura, uccidendosi o sono stati
fatti prigionieri o uccisi." Si parla di circa 3.000 morti. L'evento
è entrato nella storia come la "Pasqua di Sangue" o il
"Sacco di Melfi". I sopravvissuti fuggirono nei boschi del Monte
Vulture da dove tornarono la domenica di Pentecoste (11 maggio del 1528)
dopo che la città era stata liberata dagli spagnoli. Nel 1530/3, i
contadini albanesi che si erano stabiliti a Melfi nel 1468 ed erano
sopravvissuti alla “Pasqua di Sangue” vennero reinsediati a Rionero
cambiando il nome del casale in "Arenigro".
La
comunità albanese si stabilì nei pressi dell'antica Chiesa di Santa
Maria di Rivonigro, poi "Chiesa dei Morti" (attualmente
intitolata al SS. Sacramento), ove poterono professare il loro culto
di rito greco-bizantino fino al 1627, quando il vescovo di Melfi, Deodato
Scaglia, abolì il rio bizantino e li condusse al culto latino.
Il
4 aprile del 1615, Orazio Grasso, Regio Tavolario, scrive che nel
territorio di Atella c'è un casale chiamato Arenigro che è abitato da 45
fuochi (famiglie) di albanesi che "habitano dentro grotte accomodate
con fabbrica".
Gravemente
colpita dal terremoto del 1694, la sua popolazione in quel periodo non
superava settecento persone. In seguito la nobile famiglia Caracciolo, ai
quali spettava il feudo, concessero il disboscamento, il dissodamento e la
coltivazione dei terreni occupati dai boschi della località
"Gaudo". Grazie alla sua posizione di frontiera tra Campania e
Puglia, Rionero ebbe un certo incremento economico e demografico: nel 1735
gli abitanti erano giunti a circa 3000, nel 1752 a circa 9000. A fine 1700
Rionero era il secondo paese per popolazione della intera Basilicata con i
suoi 11000 abitanti; al primo posto vi era Matera con 12300 unità.
Durante
la Repubblica Napoletana del 1799, Rionero partecipò attivamente ai moti
e vi fu piantato l'Albero della libertà. Tutto ciò avvenne soltanto
perché, ormai, tutti i paesi immediatamente limitrofi si erano già
democratizzati ed i commerci erano divenuti praticamente impossibili. I
rioneresi Michele Granata e Giustino Fortunato senior furono importanti
esponenti della repubblica partenopea ma, dopo la sua caduta, Granata fu
condannato a morte nel dicembre dello stesso anno mentre Fortunato si salvò
con la fuga. Quest'ultimo venne poi reintegrato da Gioacchino Murat e, con
la seconda restaurazione borbonica, divenne primo ministro del Regno delle
Due Sicilie.
Nel
1811, Rionero aveva superato gli 11.000 abitanti e fu elevato a Comune
autonomo con decreto di Gioacchino Murat il 4 maggio dello stesso anno,
grazie all'impegno di Giustino Fortunato senior. Nell'aprile 1848, in
piena rivoluzione agraria sotto il Regno delle Due Sicilie, a Rionero si
registrarono forti tumulti contro il latifondismo. I contadini rioneresi,
dopo aver costretto con la forza il sindaco ad abolire il dazio sul
macinato, invasero il bosco di Lagopesole appartenente alla famiglia
Doria, ma fittato a pascolo ai Fortunato reclamando ancora una volta
l'annoso problema della quotizzazione delle terre venuto già a galla, a
più riprese, nel corso della intera storia del Mezzogiorno d'Italia.
All'alba
dell'unità d'Italia, Nicola Mancusi, sacerdote, patriota e responsabile
del comitato insurrezionale di Avigliano, vedendo un solido appoggio da
parte delle classi medie, scelse Rionero per installare un altro comitato
nel giugno 1860, che avrebbe agevolato la cosiddetta insurrezione lucana
in favore di Giuseppe Garibaldi. Il 17 agosto dello stesso anno, l'allora
sindaco di Rionero, Giuseppe Michele Giannattasio, con il quadro di
Garibaldi in mano, scese in piazza gridando "Viva Garibaldi!" e,
assieme ad altri sostenitori come Emanuele Brienza, Canio Musio, Nicola
Mennella, Achille D'Andrea, Achille Pierro, Francesco Pennella e
Costantino Vitelli, si recò a Potenza, al comando di un gruppo di 54
volontari.
Con
la caduta del Regno delle Due Sicilie e la sua annessione al nuovo Regno
d'Italia, le speranze però andarono deluse e le promesse di una
risoluzione della questione demaniale da parte del nuovo governo non
vennero attuate suscitando un forte malcontento del ceto popolare. Così
Rionero divenne uno dei maggiori centri del brigantaggio postunitario e
diede i natali al più noto brigante del periodo, Carmine Crocco detto
"Donatello", un bracciante pregiudicato che si arruolò come
garibaldino durante la spedizione dei Mille e che, dopo la delusione
ricevuta per la mancata clemenza per il suo passato da disertore, passò
nelle file borboniche, divenendo comandante di un'armata di 2000 uomini. In quattro anni, Crocco sconvolse la zona del Vulture,
dell'Irpinia, della Capitanata e le sue scorrerie arrivarono fino al
Molise e al Salento.
Un
altro noto brigante originario di Rionero fu Michele di Gè, che aderì al
brigantaggio quando l'armata di Crocco era stata quasi del tutto
debellata. Con la fine del brigantaggio, Rionero fu sconvolta ancor di più
da povertà e miseria. Grazie all'impegno del meridionalista Giustino
Fortunato, originario di Rionero, le gravose condizioni di vita della città
vennero parzialmente alleviate: con la diffusione di vaccini antimalarici,
con la costruzione di un asilo dedicato alla madre Antonia Rapolla e della
stazione ferroviaria di "Rionero-Atella-Ripacandida", inaugurata
il 21 settembre 1897.
Nel
1902, l'allora primo ministro Giuseppe Zanardelli, in viaggio per
conoscere di persona le problematiche dell'Italia Meridionale, fece visita
a Rionero accompagnato da Fortunato ed alloggiò nel suo palazzo tra il 26
e il 29 settembre. Nel settembre 1943, si verificò una delle più tristi
tragedie della sua storia; 18 rioneresi furono trucidati da un gruppo di
soldati nazisti con la complicità di alcuni paracadutisti fascisti. Già
dal 16 settembre la popolazione rionerese, per paura della distruzione da
parte tedesca dei magazzini dei viveri, assalta gli stessi magazzini del
Rione Sant'Antonio, portando via sacchi di farina, di riso e altri generi
alimentari.
I
nazisti spararono sulla folla uccidendo un diciassettenne, Antonio
Cardillicchio, e diedero fuoco ai magazzini, ove perì una donna, Elisa
Giordano Carrieri. Il 24 settembre, il contadino Pasquale Sibilia,
svegliato dalle grida della figlia, esce di casa con un fucile e, vedendo
un sergente dei paracadutisti, che sembrava rubargli una gallina, gli
spara ferendolo di striscio e il militare risponde al fuoco colpendo
Sibilia all'inguine. A causa del gesto del contadino, il capitano dei
paracadutisti, su ordine di un ufficiale tedesco, fece catturare 16
persone che, insieme a Sibilia vengono barbaramente uccisi a colpi di
mitragliatrice. Uno soltanto, Stefano Di Mattia, creduto morto perché
svenuto, sfugge al massacro giacendo sotto i corpi dei compagni. Una stele
eretta sul luogo dell'eccidio ne ricorda la tragedia per la quale la città
di Rionero ha ottenuto la Medaglia d'Argento al Merito Civile.
Nel
1980 il terremoto del Irpinia colpisce Rionero con magnitudo 4,6.
Il
3 ottobre 2009, ricevette il presidente della repubblica Giorgio
Napolitano, ospitato nel palazzo Fortunato nel convegno "Mezzogiorno
e unità nazionale - verso il 150º dell'Unità d'Italia",
affrontando la tematica del Risorgimento, del Mezzogiorno e rendendo
omaggio alla memoria di Fortunato.
Architetture
religiose
CHIESA
DI SAN MARCO - La chiesa di San Marco Evangelista è la chiesa
matrice di Rionero in Vulture, sita nel pieno del centro
storico.
La
chiesa di San Marco Evangelista fu costruita nel 1660, communitatis
expensis, ovvero ad opera della comunità cittadina, e in seguito
consacrata nel 1695. Nel 1700 venne dedicata a San Marco Evangelista,
santo patrono della città. La chiesa presentava una sola navata con
ingresso nell'attuale cappella dell'Assunta, ma nel 1728 ebbe inizio un
importante lavoro di ampliamento che conferì all’edificio una pianta a
croce latina con tre navate.
La
chiesa divenne collegiata nel 1798, ricevendo il titolo di
"Arcipretura e Collegiata di San Marco Evangelista".
La
struttura fu soggetta a danni a seguito dei terremoti degli anni 1851,
1930 e 1980, che richiesero lavori di consolidamento e restauro, che non
la resero esente da alcuni rimaneggiamenti. Dopo il terremoto del ‘30,
infatti, si lavorò sulla facciata e la cupola, a seguito dei danni
riportati a causa del terremoto del 1980, rischiava di crollare su se
stessa, ma la cittadinanza intervenne riuscendo a salvarla e consolidarla.
La
facciata è divisa in due registri orizzontali, divisi da trabeazioni, e
cinque verticali. Nella parte inferiore si trovano i tre portali barocchi
intervallati da due nicchie, recentemente riempite con le statue di Pietro
e Paolo. I portali laterali sono sormontati da due finestre. Nel registro
superiore, sovrastato da un timpano e sfumato da motivi curvilinei, si
vede una grande finestra centrale con un oculo al di sopra, affiancata da
due nicchie. Nella parte sinistra della chiesa si trova una torre
dell’orologio, a cui simmetricamente si contrappone il campanile con una
cuspide ottagonale impreziosita da splendide maioliche gialle e verdi. La
cupola ripropone esternamente la decorazione interna e la sua calotta è
decorata, come la cuspide del campanile e delle due cappelle laterali, da
maioliche, un tempo coperte da lastre di piombo, ma riportate al loro
stato originario.
L’edificio
è a pianta a croce latina immissa con due navate laterali. La
navata centrale è coperta da un soffitto a cassettoni, decorato con
rosette dorate e, nel cassettone centrale, da una rappresentazione dello
Spirito Santo su uno sfondo celeste.
Il
transetto è coperto da volte a crociera e la zona absidale da volta a
botte decorata con stucchi e dal monogramma mariano, posto al centro della
volta. A segnare l’intersezione tra navata centrale e transetto vi è la
maestosa cupola settecentesca.
La
navata centrale è sostenuta da otto pilastri con lesene che sostengono
archi a tutto sesto che scandiscono le campate, dai quali un tempo
pendevano sei lampade votive di argento, come si evince da alcune
fotografie storiche. Al di sopra degli archi una trabeazione con fregio.
Sopra la trabeazione, i pilastri diventano coppie di lesene con capitelli
ionici. All’ingresso due pregevoli acquasantiere in porfido granitico
rosso risalenti al XVIII secolo.
Navata
sinistra - Le navate laterali sono composte da quattro campate coperte
da cupole ovoidali, le quali sono decorate da stucchi situati a nervature
e motivi floreali, questi ultimi ripetuti nelle trombe che le
sostengono.
Nella
seconda un altare del XIX secolo, dedicato a Sant’Antonio di
Padova, la cui effigie ottocentesca è adornata da un baldacchino
recentemente restaurato del 1914, commissionato dai veterani.
Proseguendo
un altare in granito rosso del XVIII secolo, dedicato alla Beata Vergine
del Rosario, la cui effigie è affiancata da Santa Lucia e San Biagio
Vescovo. Il terzo altare in marmo, risalente all’Ottocento, è dedicato
a San Pio da Pietrelcina. Tutti gli altari sono incorniciati da
edicole timpanate con stucchi a motivi vegetali.
Navata
destra - Nella prima campata destra si vede un Crocifisso del ‘900,
che con i lavori degli anni Sessanta era stato posizionato sull’altare
maggiore. Nella seconda vi è un altare del XX secolo dedicato alla
Madonna dell’Ulivo, la cui immagine risale però al XVIII secolo.
Proseguendo
verso la terza si trova un altare del XVIII secolo, di manifattura
napoletana in marmi policromi, dedicato a San Giuseppe, affiancato dalle
effigi settecentesche di san Michele Arcangelo e di san Pasquale Baylón.
Sull’altare della quarta campata un’effigie seicentesca di san
Francesco d’Assisi.
Nel
braccio sinistro del transetto un altare dedicato alla Madonna dei Sette
Dolori, racchiude al di sotto della mensa la statua di Cristo morto. Nella
nicchia sovrastante, incorniciata da una edicola timpanata con stucchi e
simboli della passione, l’effigie della Vergine Addolorata. La nicchia
ha un catino a conchiglia e sull’altare vi sono gli stemmi
dell’Università di Rivonigro.
Agli
estremi del transetto abbiamo due cappelle laterali, chiuse da balaustre e
coperte da cupole, arricchite da stucchi a motivi floreali che soprattutto
nelle trombe si arricchiscono di putti e rappresentazioni di santi. La
cappella sinistra racchiude un maestoso altare riconducibile alle fatture
degli altri altari in marmi policromi presenti nella chiesa, dedicato alla
Vergine Assunta.
Nel
braccio destro del transetto un altare in marmi policromi dedicato a San
Marco Evangelista, patrono di Rionero, la cui effigie è contenuta in una
nicchia in porfido con catino a conchiglia. Essa sporge lievemente
rispetto alla parete e forma una mensola sostenuta da putti.
La
cappella di destra è adibita a cappella del Santissimo e
contiene un altare del XVIII secolo in granito rosso, cui corrisponde la
balaustra dello stesso materiale, e dedicato al Sacro Cuore di Gesù.
Al di sopra di esso un baldacchino novecentesco realizzato da Emanuele
Terzulli, di cui si trovano esempi analoghi nella chiesa del Santissimo
Sacramento.
Il
presbiterio è sovrastato dall’imponente cupola a cassettoni, il cui
tamburo è delimitato prima da una trabeazione con mensole a gola dritta e
poi da una modanatura classica. Le trombe sono adornate da puttini dorati.
Qui l’altar maggiore, di più recente fattura, realizzato nel 1923.
Da
menzionare due quadri del ‘700, uno raffigurante il Trionfo del
Santissimo Sacramento, posto nel transetto sinistro, e l’altro
raffigurante L'Ultima Cena, nella cappella del Santissimo
Sacramento.
CHIESA
DEL SANTISSIMO SACRAMENTO - Detta anche chiesa dei Morti. Fu edificata
ove era situata l'antica chiesa di Santa Maria di Rivonigro, cuore del
primitivo nucleo abitato scomparso nella prima metà del Trecento. Fu
parrocchia rurale concessa agli albanesi nel 1530, che praticarono il rito
greco fino al 1627, quando il vescovo di Melfi, Deodato Scaglia, li
indusse al rito latino.
In
origine l'edificio era formato da un'unica navata e nel 1794 venne
ampliato con l'aggiunta di una navata laterale. Nel 1826 la
"Confraternita dei Morti" fece sostituire il vecchio campanile
con un altro a base quadrata, la cui cuspide è stata ripristinata nel
2004, dopo essere stata danneggiata dal terremoto del 1980. Nella
sacrestia è conservata una tela del XVI secolo, “la Madonna col Bambino
e San Giovannino” di Luca Giordano.
CHIESA
DELLA SS. ANNUNZIATA - La data esatta di costruzione della chiesa è
ignota, tuttavia è certo sia stata edificata nella prima metà del ‘700,
infatti si ha una prima citazione della chiesa negli Atti Visitali del
1759. La sua costruzione si deve a Marcantonio Di Silvio, uomo di nobile
lignaggio, che la volle come cappella privata.
L'edificio
si presentava a navata unica con soffitto in legno e capriate a vista. La
chiesa divenne parrocchia nel 1780, come si evince dai primi registri di
battesimo, e tale fu per circa un decennio fino a quando, negli anni 90
del ‘700, furono effettuati degli interventi di restauro.
La
parrocchia, su richiesta dei cittadini, venne spostata nella chiesa
della Madonna di Caravaggio, dove rimase fino al maggio del 1831. Il
devastante terremoto del 1851 danneggiò gravemente la struttura
che venne in seguito pesantemente rimaneggiata e ampliata, mantenendo la
navata unica che fu coperta da una volta a botte.
La
chiesa fu più volte restaurata consolidata per tutto il XX secolo, a
causa dei terremoti degli anni 1930 e 1980 e nel 2013 sono stati eseguiti
importanti lavori di restauro conservativo e strutturale che hanno
restituito alla chiesa l’aspetto originale.
La
chiesa fu costruita in pietra calcarea locale e presenta una pianta
centrale ad una sola navata. La facciata è tripartita da quattro lesene che
sostengono la trabeazione ed il timpano triangolare,
che ospita un oculo. Il portale in pietra è incorniciato da scanalature e
contiene due ante decorate da lamine bronzee, le quali raffigurano la Risurrezione e
l’Annunciazione della Vergine.
La
navata centrale è coperta da una volta a botte decorata da semplici
stucchi ed è sorretta da lesene sovrastate da capitelli compositi con
motivi floreali. L’arco trionfale è adornato da stucchi con putti
alati e motivi floreali.
La
chiesa presenta tre cappelle laterali per lato. Partendo da destra
troviamo un’acquasantiera realizzata nel 1917 ed un Crocifisso in
cartapesta del XX secolo.
Nella
terza cappella di destra un altare novecentesco, precedentemente dedicato
alla Madonna del Buon Consiglio, con una nicchia che ospita ora la
statua del Sacro Cuore di Gesù.
Nella
seconda cappella di sinistra un altare novecentesco sovrastato da tre
effigi raffiguranti (da sinistra) la Madonna di Caravaggio, Sant’Antonio
di Padova e San Donato Vescovo (quest’ultimo recentemente
sostituito dall’effigie della Madonna di Medjiugorje).
Nella
terza cappella di sinistra una nicchia contenente le statue dei Santi
Medici Cosma e Damiano. La nicchia fu modificata nel 2018 sulla base di un
altare novecentesco (ora rimosso) ed è decorata internamente dalla
rappresentazione di un cielo stellato realizzato con polvere di
lapislazzuli e oro in polvere.
Il
presbiterio ha una pianta trapezoidale ed è coperto da una volta a
crociera con nervature e motivi floreali. Quivi l’altare maggiore,
novecentesco, sovrastato dalla nicchia colonnata contenente il gruppo
scultoreo dell’Annunciazione, realizzato in legno da artigiani locali
tra la seconda metà del ‘700 e gli inizi dell’800 e rappresenta
la vergine Maria, l’Arcangelo Gabriele e la raffigurazione dello Spirito
Santo, coronato da una raggiera dorata. Il gruppo scultoreo fu restaurato
nelle cromie originali, rimuovendo le recenti ridipinture, in occasione
del restauro del 2013.
Agli
inizi del Novecento nella parrocchia furono introdotte le statue dei Santi
Medici Cosma e Damiano, per volere del parroco dell'epoca, insieme ad una
reliquia degli stessi santi, che motivò la volontà di onorarli come
patroni della parrocchia.

CHIESA
DI SANT'ANTONIO ABATE - Di origini incerte, si pensa sia stata
costruita dagli abati benedettini di Monticchio tra la fine del XII e
l'inizio del XIII secolo, stando allo stile architettonico dei muri e
delle finestre molto simile a quello del castello e della cattedrale
di Santa Maria Assunta di Melfi, e dell'abbazia della Santissima
Trinità di Venosa. L'edificio subì restauri e rimaneggiamenti
nel corso dei secoli dopo i terremoti del 1316, del 1651 e
dopo il devastante terremoto del 1851. La chiesa di Sant'Antonio fu
anche luogo di incontro, il 1º aprile 1502, tra Louis
d'Armagnac, duca di Nemours e Gonzalo Fernández de Córdoba,
supremi comandanti degli eserciti francese e spagnolo, incontratisi per
decidere la spartizione del Regno di Napoli, e questo evento è
commemorato da una lapide posta all'esterno.
La
chiesa ha una sola navata formata da quattro campate coperte
da volte a crociera a sesto acuto.
Nella
prima campata si trova, a sinistra, l'accesso ad una cappella, molto
rimaneggiata, con un altare novecentesco dedicato al Sacro Cuore di
Gesù, alla Madonna di Fátima e a Santa Rita da Cascia. In
questa cappella troviamo inoltre il monumento sepolcrale in marmo,
neoclassico nelle forme, del sacerdote Giuseppe Rigillo Faraone che fece
restaurare la chiesa dopo il terremoto del 1851.
Nella
seconda campata si trovano, a destra, delle nicchie decorate con stucchi
barocchi accolgono le effigi della Madonna Addolorata, affiancata da Santa
Lucia e da San Giovanni Battista. A sinistra vi sono tre tele
del Settecento raffiguranti Sant'Emidio, l'Apparizione della Madonna
del Carmelo ed il battesimo di Cristo. Nella terza, a destra, vi
è una nicchia contenente un crocifisso ottocentesco, affiancato dalle
statue della Vergine Maria e San Giovanni, al di sotto delle quali vi è
un Cristo Morto, che viene portato in processione durante le Sacre
Rappresentazioni del Sabato Santo; a sinistra vi sono delle nicchie
decorate con stucchi neogotici che racchiudono le statue di San
Giovanni Maria Vianney, San Nicola di Bari e una statua lignea
del XIV secolo raffigurante sant'Antonio Abate.
Nel presbiterio,
che costituisce la quarta campata, troviamo un altare realizzato con marmi
policromi del Settecento, sormontato da un baldacchino eclettico che
incornicia la venerata immagine della Madonna del Carmelo, patrona della
cittadina. Sul retro dell’altare, al di sopra della sacrestia, vi una
cantoria con un organo.
CHIESA
DI SAN NICOLA - La Chiesa di San Nicola di Bari, meglio
conosciuta come Chiesa di San Nicola alla Costa, è situata nel rione
Costa di Rionero in Vulture. Fu voluta da don Leonardo De Martinis
intorno al 1769 per la sua famiglia, il cui palazzo nobiliare è situato
sul retro della chiesa.
La
facciata della chiesa è caratterizzata da quattro lesene due delle quali
(quelle interne) sono troncate a circa un metro dal portale da un motivo
ondeggiante. Le lesene terminano in un fregio sovrastato da un'alta finta
facciata che si restringe verso l'alto per terminare a sua volta in un
timpano triangolare. Al di sopra del timpano troviamo una croce in ferro
battuto con una bandiera rotante al vento.
Il
portale trilitico ha delle basi decorate con motivi floreali tipici del
posto, mentre l'architrave è caratterizzata da un fregio con
un'iscrizione che recita:
"D.O.M.
(Deo Optimo Maximo) - CVM TEMPLVM HOC DIVO NICOLAO DICATVM TVM BENEFICIVM
SVBTANTI INSIGNIS PATRONI ERECTVM TITVLO VT POST HOMINVM MEMORIAM AD SOLAM
DE MARTINIS FAMILIAM JURE STRICTO PERTINERET D. LEONARDVS DE MARTINIS
FVNDAMENTIS EXCITAVIT INSTITVIT QUE ANNO ÆRÆ CHRISTIANÆ MDCCLXIX"
Traduzione:
"A
Dio, Il più Buono, Il più Grande. - In questo luogo fu eretto un tempio
dedicato a San Nicola in seguito alla concessione del molto ragguardevole
titolo di patrono, affinché vi si conservasse giustamente la memoria
degli uomini della sola famiglia De Martinis e Don Leonardo De Martinis ne
esortò la costruzione nell'anno dell'era cristiana 1769."

La
chiesa è tipicamente barocca. Si presenta ad una sola navata
composta da due campate terminanti nell'abside. La prima campata è
coperta da volta a botte decorata con stucchi e affreschi; in essa
troviamo, a sinistra, un bel confessionale inglobato nella muratura e, a
destra, una teca contenente immagini sacre. La seconda campata è coperta
dalla cupola a cassettoni e precede l'abside, anch'essa decorata con
pregevoli stucchi ed una rappresentazione dello Spirito Santo.
Al
di sotto di essa troviamo l'altare maggiore in granito rosso, con
tabernacolo e paliotto pregevolmente decorati da puttini e motivi
barocchi, a loro volta arricchiti da pitture scura e chiara. In granito
rosso anche la bellissima acquasantiera a conchiglia sostenuta da una
mensola. Al di sopra di essa troviamo un'epigrafe che ricorda che dopo il terremoto
dell'80, per circa un decennio, la chiesa fu sede parrocchiale della
comunità di San Marco poiché la chiesa Madre era
inagibile.
Sopra
il portale troviamo la cantoria con un organo del XVIII
secolo; la cantoria è decorata da delle pitture raffiguranti
Sant'Antonio, San
Marco e San Nicola; l'organo è invece molto semplice, con dei
battenti e alcuni cornicioni. Inoltre vi sono due statue, conservate in
teche, raffiguranti il Sacro Cuore e la Madonna della
Medaglia Miracolosa.
CHIESA
DELLA MADONNA DI CARAVAGGIO (Demolita) - La Chiesa di Maria
Santissima di Caravaggio era una chiesa di Rionero in
Vulture, sita nell'omonimo rione, nel luogo in cui sorge l'asilo Comunale
di Caravaggio. Fu costruita nel XVIII secolo e demolita nel 1930
a causa dei danni prodotti dal terremoto del Vulture.
Poche
notizie si hanno su questa chiesa poiché fu demolita a seguito
del terremoto del Vulture del 1930, a causa dei danni da esso
prodotti e per la mancanza di fondi per il restauro e consolidamento della
struttura. La chiesa presentava una pianta longitudinale ad una sola
navata, con un portale di pregevole manifattura ed un unico altare
dedicato alla Madonna di Caravaggio, la cui effigie, risalente al XVIII
secolo, è conservata nella Chiesa dell'Annunziata. Era dotata di
campanile e di una cappella coperta da una cupola, di cui non si sa nulla.
La facciata, molto semplice, era divisa in due registri. Quello superiore
accoglieva tre finestre di diverse dimensioni (quella centrale più alta
delle laterali) ed un oculo che modellava il timpano sovrastante in modo
curvilineo.
CHIESA
DEL SANTISSIMO - È
situata a fianco della Chiesa Madre e fu usata per accogliere
Sant’Alfonso Maria de Liguori per una predicazione. Era dedicata a San
Michele. Fu adibita a salone parrocchiale nel secolo scorso, quindi la
facciata fu parecchio rimaneggiata, per essere adeguata all’aspetto
della canonica.
CHIESA
DI SAN PASQUALE - Fu costruita nel 1773 dai Corona, una famiglia
agiata del posto che risiedeva nel palazzo attiguo alla chiesa stessa. Fu
restaurata nel secolo successivo, ma ha conservato un aspetto tipico del
‘700. L’altare in granito rosso è sormontato da una nicchia decorata.
La cupola ospita degli affreschi, più precisamente nelle trombe,
rappresentanti i quattro evangelisti.
CHIESA
MATER MISERICORDIAE - Chiesa privata fatta costruire dalle suore
dell'Istituto Mater Misericordiae ed aperta il 24 giugno 1994 di fronte
alla stazione ferroviaria FS Rionero-Atella-Ripacandida. All'interno un
mosaico di Gesù Misericordioso e la statua della Madonna della
Misericordia protettrice delle sorelle misericordiose. Adiacente alla
chiesa si trova il convento delle suore (casa generalizia) fondato
nell'immediato dopoguerra.
CHIESA
DI SAN GERARDO MAIELLA - La
Chiesa è stata inaugurata il 24 giugno 2024 ed è dedicata al protettore
delle mamme, dei bambini, delle famiglie. L'edificio è situato lungo il
V. della Bramea (27), zona periferica di Rionero in Vulture denominata
anche come "C 10". Del complesso fanno parte anche svariati
luoghi di accoglimento per bambini e ragazzi ed è prevista la costruzione
un auditorium per il cinema e il teatro.
Architetture
civili
PALAZZO
FORTUNATO - Il più importante degli edifici signorili della città.
Fu costruito agli inizi del Settecento, quando Carmelo Fortunato,
ascendente di Giustino, lasciò Giffoni Sei Casali per stabilirsi a
Rionero. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, il palazzo
venne ampliato dal figlio Pasquale e, in seguito, dal nipote
Anselmo.
Qui
l'11 aprile 1807 si fermò il sovrano Giuseppe Bonaparte, durante un
viaggio da Venosa a Valva. Il palazzo ospitò anche Ferdinando II di
Borbone nel 1846, durante il suo viaggio da Potenza a Melfi e il
presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli nel 1902. Con Giustino
Fortunato, il palazzo divenne punto di incontro di diversi intellettuali
tra cui Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e Francesco Saverio
Nitti.
Nel
1970, il Palazzo Fortunato è stato acquistato dall'amministrazione
comunale e, attualmente, ospita la Biblioteca Comunale ed è sede di varie
manifestazioni culturali.
PALAZZO
PIERRO (XVIII SECOLO) - Situato nel centro storico, fu costruito nella
seconda metà del XVIII secolo, come attestato dalla data incisa sulla
chiave del portale in pietra viva. I proprietari erano persone di spicco
della zona, ad esempio l'avvocato Francesco "Ciccio" Pierro è
stato sindaco della località per vari anni, oltre che consigliere e
deputato provinciale. Dopo il terremoto del 1980, il Palazzo Pierro fu
oggetto di ristrutturazione, conservando lo stile architettonico
originario.
PALAZZO
CIASCA (XVIII SECOLO)
CASA
NATALE DEL SENATORE RAFFAELE CIASCA - Inagibile a causa del terremoto
del 1980.
PALAZZO
ROTONDO (XVIII SECOLO)
ATTUALE
SEDE DEL MUNICIPIO
PALAZZO
GIANNATTASIO (XXVII SECOLO) - Palazzo caduto ormai quasi in disuso. È
provvisto di un parco che veniva usato in estate per manifestazioni
culturali.
PALAZZO
CATENA (xviii SECOLO) - Questo palazzo presenta un grande portale che
porta ad un cortile, al quale si può accedere anche tramite una scala in
pietra.
Altri
luoghi d’interesse
OROLOGIO
DEL RIONE COSTA - L'Orologio della Costa è una torre civica situata
nella città di Rionero in Vulture. Prende il nome dal rione dov'è
situata, ovvero "la Costa". Esso è il simbolo più
importante della città ed è conosciuto da tutti i cittadini proprio per
la sua visibilità.
Fu
costruito nel 1888 in seguito a una decisione della giunta comunale, per
volontà dei cittadini, in quanto l'orologio della chiesa Madre non
era visibile da tutta la città, perciò fu costruito in posizione
strategica per essere visto da qualsiasi punto del paese. Il progetto fu
curato dal perito Giulio Pallottino, mentre i lavori furono affidati al
muratore Francesco Di Lonardo.
La
torre fu danneggiata dal Terremoto dell'Irpinia e del Vulture del
1930. Ad aprile 2023 è stato avviato un restauro generale della
struttura, promosso da un comitato cittadino.
La
costruzione è un torrione a pianta quadrata, con base aperta da un oculo.
La parte superiore è realizzata con mattoni rossi a vista e stucchi
bianchi e termina con la cella campanaria, che però al 2023 era da
tempo non funzionante.
MONUMENTO
AI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE - Collocato
vicino alla Chiesa del SS. Sacramento, per onorare i 180 rioneresi morti
durante il conflitto. Inaugurato il 26 giugno 1927, è sormontato da una
scultura che rappresenta due giovani soldati e dietro domina la statua
della dea Minerva, simbolo della Vittoria.
STELE
AI TRUCIDATI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE - Eretta nel "Rione
Sant'Antonio", nello stesso punto in cui 16 rioneresi furono
barbaramente uccisi dai soldati nazisti il 24 settembre 1943. Il 29
settembre 2003, l'on. Pier Ferdinando Casini, allora presidente della
camera dei deputati, giunse a Rionero per rendere omaggio al loro
sacrificio e donare al comune la medaglia al merito civile.
Complesso
archeologico Romano
Un
insediamento agricolo e un impianto termale del periodo romano, scoperto
in epoca recente, nel 2004. Gli scavi archeologici videro la
partecipazione di ricercatori provenienti dalle Università dell'Alberta
(Canada) e Sydney (Australia), e dall'Università Ben Gurion del Negev
(Israele).[33] Il complesso ha conosciuto diverse fasi storiche.
Il
nucleo originario è costituito dai resti di una villa patrizia e di un
impianto termale il quale, secondo le ricerche effettuate, risale
all'incirca tra il I e il II secolo a.C.; una seconda fase di costruzione
sarebbe avvenuta nel II secolo d.C., confermata dal ritrovamento di una
moneta dell'imperatore Marco Aurelio Probo.
Altre
modifiche, come la costruzione di un ninfeo, sono datate IV secolo d.C. e
verso la fine del V secolo d.C. fu aggiunta un'abside dotata di circa 11
metri di diametro. Nel VI secolo d.C., le nuove strutture furono dotate di
un sistema di fortificazione e, nel VII secolo d.C., avvennero le ultime
operazioni di ampliamento. Durante le ricerche è stata anche rinvenuta
una statua in marmo della dea Afrodite, probabilmente datata I secolo e
risalente alla scuola prassitelica. Il simulacro è attualmente conservato
presso la biblioteca comunale.

Fonte:
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