Rionero in Vulture
(Potenza)
 
  

Ai piedi del Monte Vulture, Rionero in Vulture, nella provincia di Potenza, è circondato da un territorio ricco di bellezze naturali, ha dato natali a personaggi illustri ed è uno dei centri dell’Aglianico del Vulture Doc.

La storia dell’esuberante città di Rionero è legata alle figure del Meridionalista Giustino Fortunato – cui è dedicata sia la piazza principale del paese che il Palazzo della Biblioteca – e del brigante Carmine Donatelli detto “Crocco”, entrambi nati in questo ricco comune del Vulture, avvolto da un paesaggio collinare con infinite distese di lussureggianti vigneti e secolari uliveti.

Nel comune di Rionero in Vulture rientrano i Laghi di Monticchio, riconosciuti come Riserva Regionale. I due specchi d’acqua, dalle diverse circonferenze, sorgono proprio al posto del cratere del Vulture, vulcano ormai spento, nei quali si riflette la splendida Abbazia benedettina di San Michele.

Le origini del nome di questa cittadina non sono ancora del tutto chiare. Secondo alcuni, la sua etimologia deriva da Rivo Nigro (fiume nero), sorgente affiorante dal tufo vulcanico di colore nero che attraversava il paese dividendolo in due parti (fonte oggi inglobata nella Fontana della Baronessa, conosciuta anche come Fontana Grande). Altri sostengono che derivi da Are Nigro, in riferimento al terreno nero di origine vulcanica della zona, dalle cui pietre di pozzolana sono state costruite molte abitazioni. Dopo l’Unità d’Italia, a Rionero fu aggiunto il suffisso “in Vulture” per distinguerla dall’omonima Rionero Sannitico, in Molise.

Accanto a queste ipotesi storiche, esiste una tradizione popolare tramandata localmente secondo cui il nome avrebbe origine all’epoca di Federico II di Svevia, quando il Castello di Melfi era una delle sue principali residenze. Secondo questo racconto, gli scarichi del castello defluivano verso la valle dove sarebbe poi sorto il paese, formando un corso d’acqua scuro, il cosiddetto “fiume nero”, dal quale deriverebbe il nome Rionero.

Il territorio era abitato nel IV secolo a.C., come provano le tombe rinvenute nelle località "San Francesco", "Cappella del Priore" e "Padulo". Resti di un acquedotto di epoca romana sono visibili sulla fiumara di Ripacandida, nei pressi dell'attuale abitato. Nel III secolo a.C. entrò a far parte dell'agro di Venusia (l'attuale Venosa).

Scavi archeologici in corrispondenza della "Torre degli Embrici" hanno riportato alla luce nel 2004 un insediamento agricolo-termale, risalente agli ultimi secoli avanti Cristo e proseguito fino al tardo Medioevo. Rionero, come "Casale di Santa Maria di Rivo Nigro", feudo di Atella nella diocesi di Rapolla, appare per la prima volta nella bolla di papa Eugenio III del 9 giugno del 1152 che conferma al vescovo Ruggero di Rapolla alcuni possedimenti.[8] Nello stesso anno Monsignor Alberto Mercanti ne parla in uno scritto come “casale medioevale di Santa Maria di Rivonigro", feudo del vescovo di Rapolla.

Con la caduta dell'impero romano e l'avvento delle invasioni barbariche, il circondario di Rionero vide l'arrivo dei Normanni, che si stanziarono soprattutto nella frazione di Monticchio, facendo del castello locale la loro roccaforte, il quale fu probabilmente costruito prima del loro arrivo. La zona divenne in seguito luogo di rifugio per i monaci basiliani, giunti dalla penisola balcanica per evitare le persecuzioni iconoclastiche. Anche l'ordine religioso si stanziò a Monticchio, ove costruirono anche un'abbazia.  

In epoca sveva, si ritiene da alcuni storici che la zona di Rionero fu residenza di caccia di Federico II, ove il sovrano, che trascorreva gran parte del suo tempo libero a Melfi, si recava nei boschi del monte Vulture per esercitare la sua grande passione.

Con la fine del governo svevo, il casale fu colpito da un vertiginoso aumento delle tasse, che compromise già le condizioni abbastanza misere dei suoi abitanti. Con l'avvento degli Angioini, nel 1269 Rapolla diventò feudo di Antonio de Capris, nel tempo in cui era vescovo il canonico Bartolomeo (1266-1275). Un'altra citazione compare in un documento angioino del 1277 che parla di "Universitas Rivinigri".

Nel 1316 Giovanni d'Angiò, signore della valle, accordò esenzioni e immunità fiscale per dieci anni per ricostruire Atella. Un’offerta allettante per tutti quei cittadini impoveriti dalle continue guerre che si trasferirono ad Atella per sfuggire all’enorme pressione fiscale di quel periodo. Gli abitanti di Rionero, a causa delle "pressuras et gravamina" sui pascoli imposti dai feudatari vescovi di Rapolla, furono i primi a trasferirsi nella nuova città, con altri provenienti da Agromonte, Armaterra, Caldane, Lagopesole, Monte Marcone e Vitalba.

Dopo solo due anni, nel 1318, il vescovo Bernardo chiese e ottenne, invano, di ripopolare "de gentibus de Regno aut exteris il morto casale", ricostruendolo più in su, presso la chiesa di Sant'Antonio Abate, "positam inter casale Rivinigri et casale Barilis", là dove si diceva che fosse già esistito un altro casale. Nel 1332, Bernardo di Palma, vescovo di Rapolla, ottenne il permesso di riedificare il casale con diploma di Roberto d'Angiò, Re di Napoli. Per cui sui registri angioini figura "Rivinigri noviter eredi", come casale di Atella. Successivamente, Rionero, non apparve più né nel cedolario della regina Giovanna I del 1344 e neppure in quello di Giovanna II del 1415. Nel 1348, la Morte Nera (peste nera) colpì anche l'area intorno a Rionero.

Il violento terremoto del 5 dicembre 1456 con magnitudo 7.11 colpì l'Italia meridionale danneggiando gravemente la cittadina di Atella talché alcuni sopravvissuti si trasferirono a Rionero.

Nel 1468 un gruppo di albanesi di Kruja, dopo la morte di Scanderbeg fuggì nell'Italia meridionale, attraversando la Puglia e venne sistemato anche in Basilicata: oltre a Melfi (probabilmente lì dove oggi si trova Vico Albanese), a Barile, Brindisi Montagna, ecc.

Tra agosto del 1477 e gennaio del 1478 raggiunsero l'Italia meridionale altri esuli albanesi. La loro fuga fu causata dalla campagna ottomana di Scutari sotto Maometto II. Re Ferdinando I di Napoli accolse gli esuli e li distribuì in Basilicata nei comuni di Rionero in Vulture, Ripacandida, Melfi, Forenza, Lavello, Venosa e Atella. I rifugiati di Rionero furono sistemati nei pressi della Chiesa di Sant'Antonio Abate insieme ad alcuni pastori pugliesi.

Durante la dominazione spagnola, la città ebbe un periodo di pace e di prosperità. In data 1º aprile 1502, Rionero ospitò nella chiesa di Sant'Antonio Louis d'Armagnac, duca di Nemours e Consalvo Fernandez di Cordova, rispettivamente comandanti degli eserciti francese e spagnolo, i quali si incontrarono per stipulare accordi sulla spartizione del Regno di Napoli.

Il 23 marzo del 1528 Melfi venne saccheggiata dalle truppe francesi sotto Odet de Foix, aiutato dai fiorentini delle "Bande Nere" sotto il comando di Orazio Baglioni. Lo storico Marin Sanudo descrive nei suoi "Diarii" che gli aggressori "si sono precipitati dentro, uccidendo chiunque sul loro cammino, soldati, uomini, donne, e bambini, presi prigionieri e saccheggiarono la terra. Nessuno si sarebbe salvato, tranne quelli che sono saltati giù dalle mura, uccidendosi o sono stati fatti prigionieri o uccisi." Si parla di circa 3.000 morti. L'evento è entrato nella storia come la "Pasqua di Sangue" o il "Sacco di Melfi". I sopravvissuti fuggirono nei boschi del Monte Vulture da dove tornarono la domenica di Pentecoste (11 maggio del 1528) dopo che la città era stata liberata dagli spagnoli. Nel 1530/3, i contadini albanesi che si erano stabiliti a Melfi nel 1468 ed erano sopravvissuti alla “Pasqua di Sangue” vennero reinsediati a Rionero cambiando il nome del casale in "Arenigro".

La comunità albanese si stabilì nei pressi dell'antica Chiesa di Santa Maria di Rivonigro, poi "Chiesa dei Morti" (attualmente intitolata al SS. Sacramento), ove poterono professare il loro culto di rito greco-bizantino fino al 1627, quando il vescovo di Melfi, Deodato Scaglia, abolì il rio bizantino e li condusse al culto latino.

Il 4 aprile del 1615, Orazio Grasso, Regio Tavolario, scrive che nel territorio di Atella c'è un casale chiamato Arenigro che è abitato da 45 fuochi (famiglie) di albanesi che "habitano dentro grotte accomodate con fabbrica".

Gravemente colpita dal terremoto del 1694, la sua popolazione in quel periodo non superava settecento persone. In seguito la nobile famiglia Caracciolo, ai quali spettava il feudo, concessero il disboscamento, il dissodamento e la coltivazione dei terreni occupati dai boschi della località "Gaudo". Grazie alla sua posizione di frontiera tra Campania e Puglia, Rionero ebbe un certo incremento economico e demografico: nel 1735 gli abitanti erano giunti a circa 3000, nel 1752 a circa 9000. A fine 1700 Rionero era il secondo paese per popolazione della intera Basilicata con i suoi 11000 abitanti; al primo posto vi era Matera con 12300 unità.

Durante la Repubblica Napoletana del 1799, Rionero partecipò attivamente ai moti e vi fu piantato l'Albero della libertà. Tutto ciò avvenne soltanto perché, ormai, tutti i paesi immediatamente limitrofi si erano già democratizzati ed i commerci erano divenuti praticamente impossibili. I rioneresi Michele Granata e Giustino Fortunato senior furono importanti esponenti della repubblica partenopea ma, dopo la sua caduta, Granata fu condannato a morte nel dicembre dello stesso anno mentre Fortunato si salvò con la fuga. Quest'ultimo venne poi reintegrato da Gioacchino Murat e, con la seconda restaurazione borbonica, divenne primo ministro del Regno delle Due Sicilie.

Nel 1811, Rionero aveva superato gli 11.000 abitanti e fu elevato a Comune autonomo con decreto di Gioacchino Murat il 4 maggio dello stesso anno, grazie all'impegno di Giustino Fortunato senior. Nell'aprile 1848, in piena rivoluzione agraria sotto il Regno delle Due Sicilie, a Rionero si registrarono forti tumulti contro il latifondismo. I contadini rioneresi, dopo aver costretto con la forza il sindaco ad abolire il dazio sul macinato, invasero il bosco di Lagopesole appartenente alla famiglia Doria, ma fittato a pascolo ai Fortunato reclamando ancora una volta l'annoso problema della quotizzazione delle terre venuto già a galla, a più riprese, nel corso della intera storia del Mezzogiorno d'Italia.

All'alba dell'unità d'Italia, Nicola Mancusi, sacerdote, patriota e responsabile del comitato insurrezionale di Avigliano, vedendo un solido appoggio da parte delle classi medie, scelse Rionero per installare un altro comitato nel giugno 1860, che avrebbe agevolato la cosiddetta insurrezione lucana in favore di Giuseppe Garibaldi. Il 17 agosto dello stesso anno, l'allora sindaco di Rionero, Giuseppe Michele Giannattasio, con il quadro di Garibaldi in mano, scese in piazza gridando "Viva Garibaldi!" e, assieme ad altri sostenitori come Emanuele Brienza, Canio Musio, Nicola Mennella, Achille D'Andrea, Achille Pierro, Francesco Pennella e Costantino Vitelli, si recò a Potenza, al comando di un gruppo di 54 volontari.

Con la caduta del Regno delle Due Sicilie e la sua annessione al nuovo Regno d'Italia, le speranze però andarono deluse e le promesse di una risoluzione della questione demaniale da parte del nuovo governo non vennero attuate suscitando un forte malcontento del ceto popolare. Così Rionero divenne uno dei maggiori centri del brigantaggio postunitario e diede i natali al più noto brigante del periodo, Carmine Crocco detto "Donatello", un bracciante pregiudicato che si arruolò come garibaldino durante la spedizione dei Mille e che, dopo la delusione ricevuta per la mancata clemenza per il suo passato da disertore, passò nelle file borboniche, divenendo comandante di un'armata di 2000 uomini. In quattro anni, Crocco sconvolse la zona del Vulture, dell'Irpinia, della Capitanata e le sue scorrerie arrivarono fino al Molise e al Salento.

Un altro noto brigante originario di Rionero fu Michele di Gè, che aderì al brigantaggio quando l'armata di Crocco era stata quasi del tutto debellata. Con la fine del brigantaggio, Rionero fu sconvolta ancor di più da povertà e miseria. Grazie all'impegno del meridionalista Giustino Fortunato, originario di Rionero, le gravose condizioni di vita della città vennero parzialmente alleviate: con la diffusione di vaccini antimalarici, con la costruzione di un asilo dedicato alla madre Antonia Rapolla e della stazione ferroviaria di "Rionero-Atella-Ripacandida", inaugurata il 21 settembre 1897.

Nel 1902, l'allora primo ministro Giuseppe Zanardelli, in viaggio per conoscere di persona le problematiche dell'Italia Meridionale, fece visita a Rionero accompagnato da Fortunato ed alloggiò nel suo palazzo tra il 26 e il 29 settembre. Nel settembre 1943, si verificò una delle più tristi tragedie della sua storia; 18 rioneresi furono trucidati da un gruppo di soldati nazisti con la complicità di alcuni paracadutisti fascisti. Già dal 16 settembre la popolazione rionerese, per paura della distruzione da parte tedesca dei magazzini dei viveri, assalta gli stessi magazzini del Rione Sant'Antonio, portando via sacchi di farina, di riso e altri generi alimentari.  

I nazisti spararono sulla folla uccidendo un diciassettenne, Antonio Cardillicchio, e diedero fuoco ai magazzini, ove perì una donna, Elisa Giordano Carrieri. Il 24 settembre, il contadino Pasquale Sibilia, svegliato dalle grida della figlia, esce di casa con un fucile e, vedendo un sergente dei paracadutisti, che sembrava rubargli una gallina, gli spara ferendolo di striscio e il militare risponde al fuoco colpendo Sibilia all'inguine. A causa del gesto del contadino, il capitano dei paracadutisti, su ordine di un ufficiale tedesco, fece catturare 16 persone che, insieme a Sibilia vengono barbaramente uccisi a colpi di mitragliatrice. Uno soltanto, Stefano Di Mattia, creduto morto perché svenuto, sfugge al massacro giacendo sotto i corpi dei compagni. Una stele eretta sul luogo dell'eccidio ne ricorda la tragedia per la quale la città di Rionero ha ottenuto la Medaglia d'Argento al Merito Civile.

Nel 1980 il terremoto del Irpinia colpisce Rionero con magnitudo 4,6.

Il 3 ottobre 2009, ricevette il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, ospitato nel palazzo Fortunato nel convegno "Mezzogiorno e unità nazionale - verso il 150º dell'Unità d'Italia", affrontando la tematica del Risorgimento, del Mezzogiorno e rendendo omaggio alla memoria di Fortunato.

 Architetture religiose

CHIESA DI SAN MARCO - La chiesa di San Marco Evangelista è la chiesa matrice di Rionero in Vulture, sita nel pieno del centro storico.

La chiesa di San Marco Evangelista fu costruita nel 1660, communitatis expensis, ovvero ad opera della comunità cittadina, e in seguito consacrata nel 1695. Nel 1700 venne dedicata a San Marco Evangelista, santo patrono della città. La chiesa presentava una sola navata con ingresso nell'attuale cappella dell'Assunta, ma nel 1728 ebbe inizio un importante lavoro di ampliamento che conferì all’edificio una pianta a croce latina con tre navate.

La chiesa divenne collegiata nel 1798, ricevendo il titolo di "Arcipretura e Collegiata di San Marco Evangelista".

La struttura fu soggetta a danni a seguito dei terremoti degli anni 1851, 1930 e 1980, che richiesero lavori di consolidamento e restauro, che non la resero esente da alcuni rimaneggiamenti. Dopo il terremoto del ‘30, infatti, si lavorò sulla facciata e la cupola, a seguito dei danni riportati a causa del terremoto del 1980, rischiava di crollare su se stessa, ma la cittadinanza intervenne riuscendo a salvarla e consolidarla.

La facciata è divisa in due registri orizzontali, divisi da trabeazioni, e cinque verticali. Nella parte inferiore si trovano i tre portali barocchi intervallati da due nicchie, recentemente riempite con le statue di Pietro e Paolo. I portali laterali sono sormontati da due finestre. Nel registro superiore, sovrastato da un timpano e sfumato da motivi curvilinei, si vede una grande finestra centrale con un oculo al di sopra, affiancata da due nicchie. Nella parte sinistra della chiesa si trova una torre dell’orologio, a cui simmetricamente si contrappone il campanile con una cuspide ottagonale impreziosita da splendide maioliche gialle e verdi. La cupola ripropone esternamente la decorazione interna e la sua calotta è decorata, come la cuspide del campanile e delle due cappelle laterali, da maioliche, un tempo coperte da lastre di piombo, ma riportate al loro stato originario.

L’edificio è a pianta a croce latina immissa con due navate laterali. La navata centrale è coperta da un soffitto a cassettoni, decorato con rosette dorate e, nel cassettone centrale, da una rappresentazione dello Spirito Santo su uno sfondo celeste.

Il transetto è coperto da volte a crociera e la zona absidale da volta a botte decorata con stucchi e dal monogramma mariano, posto al centro della volta. A segnare l’intersezione tra navata centrale e transetto vi è la maestosa cupola settecentesca.

La navata centrale è sostenuta da otto pilastri con lesene che sostengono archi a tutto sesto che scandiscono le campate, dai quali un tempo pendevano sei lampade votive di argento, come si evince da alcune fotografie storiche. Al di sopra degli archi una trabeazione con fregio. Sopra la trabeazione, i pilastri diventano coppie di lesene con capitelli ionici. All’ingresso due pregevoli acquasantiere in porfido granitico rosso risalenti al XVIII secolo.

Navata sinistra - Le navate laterali sono composte da quattro campate coperte da cupole ovoidali, le quali sono decorate da stucchi situati a nervature e motivi floreali, questi ultimi ripetuti nelle trombe che le sostengono.

Nella seconda un altare del XIX secolo, dedicato a Sant’Antonio di Padova, la cui effigie ottocentesca è adornata da un baldacchino recentemente restaurato del 1914, commissionato dai veterani.

Proseguendo un altare in granito rosso del XVIII secolo, dedicato alla Beata Vergine del Rosario, la cui effigie è affiancata da Santa Lucia e San Biagio Vescovo. Il terzo altare in marmo, risalente all’Ottocento, è dedicato a San Pio da Pietrelcina. Tutti gli altari sono incorniciati da edicole timpanate con stucchi a motivi vegetali.

Navata destra - Nella prima campata destra si vede un Crocifisso del ‘900, che con i lavori degli anni Sessanta era stato posizionato sull’altare maggiore. Nella seconda vi è un altare del XX secolo dedicato alla Madonna dell’Ulivo, la cui immagine risale però al XVIII secolo.

Proseguendo verso la terza si trova un altare del XVIII secolo, di manifattura napoletana in marmi policromi, dedicato a San Giuseppe, affiancato dalle effigi settecentesche di san Michele Arcangelo e di san Pasquale Baylón. Sull’altare della quarta campata un’effigie seicentesca di san Francesco d’Assisi.

Nel braccio sinistro del transetto un altare dedicato alla Madonna dei Sette Dolori, racchiude al di sotto della mensa la statua di Cristo morto. Nella nicchia sovrastante, incorniciata da una edicola timpanata con stucchi e simboli della passione, l’effigie della Vergine Addolorata. La nicchia ha un catino a conchiglia e sull’altare vi sono gli stemmi dell’Università di Rivonigro.

Agli estremi del transetto abbiamo due cappelle laterali, chiuse da balaustre e coperte da cupole, arricchite da stucchi a motivi floreali che soprattutto nelle trombe si arricchiscono di putti e rappresentazioni di santi. La cappella sinistra racchiude un maestoso altare riconducibile alle fatture degli altri altari in marmi policromi presenti nella chiesa, dedicato alla Vergine Assunta.

Nel braccio destro del transetto un altare in marmi policromi dedicato a San Marco Evangelista, patrono di Rionero, la cui effigie è contenuta in una nicchia in porfido con catino a conchiglia. Essa sporge lievemente rispetto alla parete e forma una mensola sostenuta da putti.

La cappella di destra è adibita a cappella del Santissimo e contiene un altare del XVIII secolo in granito rosso, cui corrisponde la balaustra dello stesso materiale, e dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Al di sopra di esso un baldacchino novecentesco realizzato da Emanuele Terzulli, di cui si trovano esempi analoghi nella chiesa del Santissimo Sacramento.

Il presbiterio è sovrastato dall’imponente cupola a cassettoni, il cui tamburo è delimitato prima da una trabeazione con mensole a gola dritta e poi da una modanatura classica. Le trombe sono adornate da puttini dorati. Qui l’altar maggiore, di più recente fattura, realizzato nel 1923.

Da menzionare due quadri del ‘700, uno raffigurante il Trionfo del Santissimo Sacramento, posto nel transetto sinistro, e l’altro raffigurante L'Ultima Cena, nella cappella del Santissimo Sacramento.  

CHIESA DEL SANTISSIMO SACRAMENTO - Detta anche chiesa dei Morti. Fu edificata ove era situata l'antica chiesa di Santa Maria di Rivonigro, cuore del primitivo nucleo abitato scomparso nella prima metà del Trecento. Fu parrocchia rurale concessa agli albanesi nel 1530, che praticarono il rito greco fino al 1627, quando il vescovo di Melfi, Deodato Scaglia, li indusse al rito latino. 

In origine l'edificio era formato da un'unica navata e nel 1794 venne ampliato con l'aggiunta di una navata laterale. Nel 1826 la "Confraternita dei Morti" fece sostituire il vecchio campanile con un altro a base quadrata, la cui cuspide è stata ripristinata nel 2004, dopo essere stata danneggiata dal terremoto del 1980. Nella sacrestia è conservata una tela del XVI secolo, “la Madonna col Bambino e San Giovannino” di Luca Giordano.  

CHIESA DELLA SS. ANNUNZIATA - La data esatta di costruzione della chiesa è ignota, tuttavia è certo sia stata edificata nella prima metà del ‘700, infatti si ha una prima citazione della chiesa negli Atti Visitali del 1759. La sua costruzione si deve a Marcantonio Di Silvio, uomo di nobile lignaggio, che la volle come cappella privata.

L'edificio si presentava a navata unica con soffitto in legno e capriate a vista. La chiesa divenne parrocchia nel 1780, come si evince dai primi registri di battesimo, e tale fu per circa un decennio fino a quando, negli anni 90 del ‘700, furono effettuati degli interventi di restauro.

La parrocchia, su richiesta dei cittadini, venne spostata nella chiesa della Madonna di Caravaggio, dove rimase fino al maggio del 1831. Il devastante terremoto del 1851 danneggiò gravemente la struttura che venne in seguito pesantemente rimaneggiata e ampliata, mantenendo la navata unica che fu coperta da una volta a botte.

La chiesa fu più volte restaurata consolidata per tutto il XX secolo, a causa dei terremoti degli anni 1930 e 1980 e nel 2013 sono stati eseguiti importanti lavori di restauro conservativo e strutturale che hanno restituito alla chiesa l’aspetto originale.

La chiesa fu costruita in pietra calcarea locale e presenta una pianta centrale ad una sola navata. La facciata è tripartita da quattro lesene che sostengono la trabeazione ed il timpano triangolare, che ospita un oculo. Il portale in pietra è incorniciato da scanalature e contiene due ante decorate da lamine bronzee, le quali raffigurano la Risurrezione e l’Annunciazione della Vergine.

La navata centrale è coperta da una volta a botte decorata da semplici stucchi ed è sorretta da lesene sovrastate da capitelli compositi con motivi floreali. L’arco trionfale è adornato da stucchi con putti alati e motivi floreali.

La chiesa presenta tre cappelle laterali per lato. Partendo da destra troviamo un’acquasantiera realizzata nel 1917 ed un Crocifisso in cartapesta del XX secolo.

Nella terza cappella di destra un altare novecentesco, precedentemente dedicato alla Madonna del Buon Consiglio, con una nicchia che ospita ora la statua del Sacro Cuore di Gesù.

Nella seconda cappella di sinistra un altare novecentesco sovrastato da tre effigi raffiguranti (da sinistra) la Madonna di Caravaggio, Sant’Antonio di Padova e San Donato Vescovo (quest’ultimo recentemente sostituito dall’effigie della Madonna di Medjiugorje).

Nella terza cappella di sinistra una nicchia contenente le statue dei Santi Medici Cosma e Damiano. La nicchia fu modificata nel 2018 sulla base di un altare novecentesco (ora rimosso) ed è decorata internamente dalla rappresentazione di un cielo stellato realizzato con polvere di lapislazzuli e oro in polvere.

Il presbiterio ha una pianta trapezoidale ed è coperto da una volta a crociera con nervature e motivi floreali. Quivi l’altare maggiore, novecentesco, sovrastato dalla nicchia colonnata contenente il gruppo scultoreo dell’Annunciazione, realizzato in legno da artigiani locali tra la seconda metà del ‘700 e gli inizi dell’800 e rappresenta la vergine Maria, l’Arcangelo Gabriele e la raffigurazione dello Spirito Santo, coronato da una raggiera dorata. Il gruppo scultoreo fu restaurato nelle cromie originali, rimuovendo le recenti ridipinture, in occasione del restauro del 2013.

Agli inizi del Novecento nella parrocchia furono introdotte le statue dei Santi Medici Cosma e Damiano, per volere del parroco dell'epoca, insieme ad una reliquia degli stessi santi, che motivò la volontà di onorarli come patroni della parrocchia.

CHIESA DI SANT'ANTONIO ABATE - Di origini incerte, si pensa sia stata costruita dagli abati benedettini di Monticchio tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, stando allo stile architettonico dei muri e delle finestre molto simile a quello del castello e della cattedrale di Santa Maria Assunta di Melfi, e dell'abbazia della Santissima Trinità di Venosa. L'edificio subì restauri e rimaneggiamenti nel corso dei secoli dopo i terremoti del 1316, del 1651 e dopo il devastante terremoto del 1851. La chiesa di Sant'Antonio fu anche luogo di incontro, il 1º aprile 1502, tra Louis d'Armagnac, duca di Nemours e Gonzalo Fernández de Córdoba, supremi comandanti degli eserciti francese e spagnolo, incontratisi per decidere la spartizione del Regno di Napoli, e questo evento è commemorato da una lapide posta all'esterno.

La chiesa ha una sola navata formata da quattro campate coperte da volte a crociera a sesto acuto.

Nella prima campata si trova, a sinistra, l'accesso ad una cappella, molto rimaneggiata, con un altare novecentesco dedicato al Sacro Cuore di Gesù, alla Madonna di Fátima e a Santa Rita da Cascia. In questa cappella troviamo inoltre il monumento sepolcrale in marmo, neoclassico nelle forme, del sacerdote Giuseppe Rigillo Faraone che fece restaurare la chiesa dopo il terremoto del 1851.

Nella seconda campata si trovano, a destra, delle nicchie decorate con stucchi barocchi accolgono le effigi della Madonna Addolorata, affiancata da Santa Lucia e da San Giovanni Battista. A sinistra vi sono tre tele del Settecento raffiguranti Sant'Emidio, l'Apparizione della Madonna del Carmelo ed il battesimo di Cristo. Nella terza, a destra, vi è una nicchia contenente un crocifisso ottocentesco, affiancato dalle statue della Vergine Maria e San Giovanni, al di sotto delle quali vi è un Cristo Morto, che viene portato in processione durante le Sacre Rappresentazioni del Sabato Santo; a sinistra vi sono delle nicchie decorate con stucchi neogotici che racchiudono le statue di San Giovanni Maria Vianney, San Nicola di Bari e una statua lignea del XIV secolo raffigurante sant'Antonio Abate.

Nel presbiterio, che costituisce la quarta campata, troviamo un altare realizzato con marmi policromi del Settecento, sormontato da un baldacchino eclettico che incornicia la venerata immagine della Madonna del Carmelo, patrona della cittadina. Sul retro dell’altare, al di sopra della sacrestia, vi una cantoria con un organo.

CHIESA DI SAN NICOLA - La Chiesa di San Nicola di Bari, meglio conosciuta come Chiesa di San Nicola alla Costa, è situata nel rione Costa di Rionero in Vulture. Fu voluta da don Leonardo De Martinis intorno al 1769 per la sua famiglia, il cui palazzo nobiliare è situato sul retro della chiesa.

La facciata della chiesa è caratterizzata da quattro lesene due delle quali (quelle interne) sono troncate a circa un metro dal portale da un motivo ondeggiante. Le lesene terminano in un fregio sovrastato da un'alta finta facciata che si restringe verso l'alto per terminare a sua volta in un timpano triangolare. Al di sopra del timpano troviamo una croce in ferro battuto con una bandiera rotante al vento. 

Il portale trilitico ha delle basi decorate con motivi floreali tipici del posto, mentre l'architrave è caratterizzata da un fregio con un'iscrizione che recita:

"D.O.M. (Deo Optimo Maximo) - CVM TEMPLVM HOC DIVO NICOLAO DICATVM TVM BENEFICIVM SVBTANTI INSIGNIS PATRONI ERECTVM TITVLO VT POST HOMINVM MEMORIAM AD SOLAM DE MARTINIS FAMILIAM JURE STRICTO PERTINERET D. LEONARDVS DE MARTINIS FVNDAMENTIS EXCITAVIT INSTITVIT QUE ANNO ÆRÆ CHRISTIANÆ MDCCLXIX"

Traduzione:

"A Dio, Il più Buono, Il più Grande. - In questo luogo fu eretto un tempio dedicato a San Nicola in seguito alla concessione del molto ragguardevole titolo di patrono, affinché vi si conservasse giustamente la memoria degli uomini della sola famiglia De Martinis e Don Leonardo De Martinis ne esortò la costruzione nell'anno dell'era cristiana 1769."

La chiesa è tipicamente barocca. Si presenta ad una sola navata composta da due campate terminanti nell'abside. La prima campata è coperta da volta a botte decorata con stucchi e affreschi; in essa troviamo, a sinistra, un bel confessionale inglobato nella muratura e, a destra, una teca contenente immagini sacre. La seconda campata è coperta dalla cupola a cassettoni e precede l'abside, anch'essa decorata con pregevoli stucchi ed una rappresentazione dello Spirito Santo. 

Al di sotto di essa troviamo l'altare maggiore in granito rosso, con tabernacolo e paliotto pregevolmente decorati da puttini e motivi barocchi, a loro volta arricchiti da pitture scura e chiara. In granito rosso anche la bellissima acquasantiera a conchiglia sostenuta da una mensola. Al di sopra di essa troviamo un'epigrafe che ricorda che dopo il terremoto dell'80, per circa un decennio, la chiesa fu sede parrocchiale della comunità di San Marco poiché la chiesa Madre era inagibile. 

Sopra il portale troviamo la cantoria con un organo del XVIII secolo; la cantoria è decorata da delle pitture raffiguranti Sant'Antonio, San Marco e San Nicola; l'organo è invece molto semplice, con dei battenti e alcuni cornicioni. Inoltre vi sono due statue, conservate in teche, raffiguranti il Sacro Cuore e la Madonna della Medaglia Miracolosa.  

CHIESA DELLA MADONNA DI CARAVAGGIO (Demolita) - La Chiesa di Maria Santissima di Caravaggio era una chiesa di Rionero in Vulture, sita nell'omonimo rione, nel luogo in cui sorge l'asilo Comunale di Caravaggio. Fu costruita nel XVIII secolo e demolita nel 1930 a causa dei danni prodotti dal terremoto del Vulture.

Poche notizie si hanno su questa chiesa poiché fu demolita a seguito del terremoto del Vulture del 1930, a causa dei danni da esso prodotti e per la mancanza di fondi per il restauro e consolidamento della struttura. La chiesa presentava una pianta longitudinale ad una sola navata, con un portale di pregevole manifattura ed un unico altare dedicato alla Madonna di Caravaggio, la cui effigie, risalente al XVIII secolo, è conservata nella Chiesa dell'Annunziata. Era dotata di campanile e di una cappella coperta da una cupola, di cui non si sa nulla. La facciata, molto semplice, era divisa in due registri. Quello superiore accoglieva tre finestre di diverse dimensioni (quella centrale più alta delle laterali) ed un oculo che modellava il timpano sovrastante in modo curvilineo.  

CHIESA DEL SANTISSIMO - È situata a fianco della Chiesa Madre e fu usata per accogliere Sant’Alfonso Maria de Liguori per una predicazione. Era dedicata a San Michele. Fu adibita a salone parrocchiale nel secolo scorso, quindi la facciata fu parecchio rimaneggiata, per essere adeguata all’aspetto della canonica.  

CHIESA DI SAN PASQUALE - Fu costruita nel 1773 dai Corona, una famiglia agiata del posto che risiedeva nel palazzo attiguo alla chiesa stessa. Fu restaurata nel secolo successivo, ma ha conservato un aspetto tipico del ‘700. L’altare in granito rosso è sormontato da una nicchia decorata. La cupola ospita degli affreschi, più precisamente nelle trombe, rappresentanti i quattro evangelisti.  

CHIESA MATER MISERICORDIAE - Chiesa privata fatta costruire dalle suore dell'Istituto Mater Misericordiae ed aperta il 24 giugno 1994 di fronte alla stazione ferroviaria FS Rionero-Atella-Ripacandida. All'interno un mosaico di Gesù Misericordioso e la statua della Madonna della Misericordia protettrice delle sorelle misericordiose. Adiacente alla chiesa si trova il convento delle suore (casa generalizia) fondato nell'immediato dopoguerra.  

CHIESA DI SAN GERARDO MAIELLA - La Chiesa è stata inaugurata il 24 giugno 2024 ed è dedicata al protettore delle mamme, dei bambini, delle famiglie. L'edificio è situato lungo il V. della Bramea (27), zona periferica di Rionero in Vulture denominata anche come "C 10". Del complesso fanno parte anche svariati luoghi di accoglimento per bambini e ragazzi ed è prevista la costruzione un auditorium per il cinema e il teatro.  

Architetture civili

PALAZZO FORTUNATO - Il più importante degli edifici signorili della città. Fu costruito agli inizi del Settecento, quando Carmelo Fortunato, ascendente di Giustino, lasciò Giffoni Sei Casali per stabilirsi a Rionero. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, il palazzo venne ampliato dal figlio Pasquale e, in seguito, dal nipote Anselmo. 

Qui l'11 aprile 1807 si fermò il sovrano Giuseppe Bonaparte, durante un viaggio da Venosa a Valva. Il palazzo ospitò anche Ferdinando II di Borbone nel 1846, durante il suo viaggio da Potenza a Melfi e il presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli nel 1902. Con Giustino Fortunato, il palazzo divenne punto di incontro di diversi intellettuali tra cui Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti. 

Nel 1970, il Palazzo Fortunato è stato acquistato dall'amministrazione comunale e, attualmente, ospita la Biblioteca Comunale ed è sede di varie manifestazioni culturali.  

PALAZZO PIERRO (XVIII SECOLO) - Situato nel centro storico, fu costruito nella seconda metà del XVIII secolo, come attestato dalla data incisa sulla chiave del portale in pietra viva. I proprietari erano persone di spicco della zona, ad esempio l'avvocato Francesco "Ciccio" Pierro è stato sindaco della località per vari anni, oltre che consigliere e deputato provinciale. Dopo il terremoto del 1980, il Palazzo Pierro fu oggetto di ristrutturazione, conservando lo stile architettonico originario.  

PALAZZO CIASCA (XVIII SECOLO)  

CASA NATALE DEL SENATORE RAFFAELE CIASCA - Inagibile a causa del terremoto del 1980.  

PALAZZO ROTONDO (XVIII SECOLO)  

ATTUALE SEDE DEL MUNICIPIO  

PALAZZO GIANNATTASIO (XXVII SECOLO) - Palazzo caduto ormai quasi in disuso. È provvisto di un parco che veniva usato in estate per manifestazioni culturali.  

PALAZZO CATENA (xviii SECOLO) - Questo palazzo presenta un grande portale che porta ad un cortile, al quale si può accedere anche tramite una scala in pietra.

Altri luoghi d’interesse

OROLOGIO DEL RIONE COSTA - L'Orologio della Costa è una torre civica situata nella città di Rionero in Vulture. Prende il nome dal rione dov'è situata, ovvero "la Costa". Esso è il simbolo più importante della città ed è conosciuto da tutti i cittadini proprio per la sua visibilità.

Fu costruito nel 1888 in seguito a una decisione della giunta comunale, per volontà dei cittadini, in quanto l'orologio della chiesa Madre non era visibile da tutta la città, perciò fu costruito in posizione strategica per essere visto da qualsiasi punto del paese. Il progetto fu curato dal perito Giulio Pallottino, mentre i lavori furono affidati al muratore Francesco Di Lonardo.

La torre fu danneggiata dal Terremoto dell'Irpinia e del Vulture del 1930. Ad aprile 2023 è stato avviato un restauro generale della struttura, promosso da un comitato cittadino.

La costruzione è un torrione a pianta quadrata, con base aperta da un oculo. La parte superiore è realizzata con mattoni rossi a vista e stucchi bianchi e termina con la cella campanaria, che però al 2023 era da tempo non funzionante.  

MONUMENTO AI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE - Collocato vicino alla Chiesa del SS. Sacramento, per onorare i 180 rioneresi morti durante il conflitto. Inaugurato il 26 giugno 1927, è sormontato da una scultura che rappresenta due giovani soldati e dietro domina la statua della dea Minerva, simbolo della Vittoria.

STELE AI TRUCIDATI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE - Eretta nel "Rione Sant'Antonio", nello stesso punto in cui 16 rioneresi furono barbaramente uccisi dai soldati nazisti il 24 settembre 1943. Il 29 settembre 2003, l'on. Pier Ferdinando Casini, allora presidente della camera dei deputati, giunse a Rionero per rendere omaggio al loro sacrificio e donare al comune la medaglia al merito civile.

Complesso archeologico Romano

Un insediamento agricolo e un impianto termale del periodo romano, scoperto in epoca recente, nel 2004. Gli scavi archeologici videro la partecipazione di ricercatori provenienti dalle Università dell'Alberta (Canada) e Sydney (Australia), e dall'Università Ben Gurion del Negev (Israele).[33] Il complesso ha conosciuto diverse fasi storiche. 

Il nucleo originario è costituito dai resti di una villa patrizia e di un impianto termale il quale, secondo le ricerche effettuate, risale all'incirca tra il I e il II secolo a.C.; una seconda fase di costruzione sarebbe avvenuta nel II secolo d.C., confermata dal ritrovamento di una moneta dell'imperatore Marco Aurelio Probo. 

Altre modifiche, come la costruzione di un ninfeo, sono datate IV secolo d.C. e verso la fine del V secolo d.C. fu aggiunta un'abside dotata di circa 11 metri di diametro. Nel VI secolo d.C., le nuove strutture furono dotate di un sistema di fortificazione e, nel VII secolo d.C., avvennero le ultime operazioni di ampliamento. Durante le ricerche è stata anche rinvenuta una statua in marmo della dea Afrodite, probabilmente datata I secolo e risalente alla scuola prassitelica. Il simulacro è attualmente conservato presso la biblioteca comunale.

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