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Città
delle cantine e delle acque termali, Rapolla è un piccolo centro del
Vulture Melfese dalle infinite risorse.
È
sito sul versante nord-orientale del massiccio del monte Vulture.
Sorge su un crinale digradante ad est, delimitato a nord dal fiume Melfia
(area fonti termali) e a sud dal fiume Ontrolmo (parco cantine) (entrambi
tributari di destra del fiume Ofanto). Il resto del territorio si
sviluppa a valle verso est lungo la S.S. n. 93 - via Barletta tra
i due altipiani delle località Piano di Chiesa - Gelosìa - Cerro (sulla
costa sud) e Braide - Piano di Ruca - Albero in Piano (sulla costa nord);
all'estrema valle comprende le acque della diga del Rendina.
Vale
la pena prevedere una sosta in paese, passeggiare per le strette e
suggestive stradine in ripida ascesa verso la sommità del colle, fino a
raggiungere la duecentesca cattedrale, da cui si gode il panorama
sull’intera vallata e sulle numerose e caratteristiche cantine ipogee
che costituiscono il noto “Parco Urbano delle Cantine”, ad ottobre
teatro di un rinomato evento enogastronomico.
Nel
territorio di Rapolla sgorgano diverse sorgenti di acque minerali, in
parte sfruttate per cure termali, fanghi e bagni.

Resti di una mastodontica necropoli trovati in località Toppo d'Avuzzo
testimoniano che il territorio di Rapolla fu abitato già nel neolitico.
La
leggenda vuole che la sua nascita sia da collocarsi nell'XI secolo a.C. ad
opera dei discendenti del mitico eroe Diomede che costruirono
nella zona tra il Vulture e l'Ofanto alcuni templi tra cui quello di Venere a
Rocchetta e quello di Apollo a Rapolla, da cui l'etimo
dell'antica Strapellum che potrebbe essere derivato da stratiotai
apollon che significa soldati a guardia del Tempio di Apollo.
La
storia ufficiale di Rapolla risale al V secolo a.C. ad opera dei
coloni greci che fondarono, in Italia meridionale ed insulare, la Magna
Grecia. Assieme ai maggiori centri dell'epoca: Metaponto, Heraclea, Taranto, Siponto, Bari, Lucera e Troia,
Rapolla si configura come una delle sentinelle greche più estreme
nell'entroterra.
Notizie
più precise sono legate alla battaglia di Heraclea nel III
secolo a.C., sulle coste ioniche, quando le truppe del generale romano
Luscino ritiratosi nell'entroterra lucano dopo la sconfitta con i greci di
Pirro e i loro Trenta Elefanti, si accamparono sulle Terrazze del Cerro
site a oriente del territorio rapollese; di lì i romani intravidero una
fortificazione ai piedi del Monte Vulture: era l'allora Strapellum,
un fortilizio militare con un tempio greco al centro dominato da una
torre; quando i soldati romani oltrepassato il vallone dell'Ontrolmo
entrarono a Strapellum, ansiosi di incontrare la Cavalleria
Lucana, videro gente riversa a terra e resti di battaglia; allora,
convinti di non aggiungere "sangue al sangue" i soldati romani
posero sulla porta del paese (presumibilmente l'Arco dell'Annunziata) una
mattonella di terracotta rossa con un'iscrizione recante due serpenti
attorcigliati che nel linguaggio militare romano di allora voleva dire,
"Attenzione: è luogo sacro, non si passa, non si fa rumore".
Tale significato attribuito ai due serpenti rimane dubbio in quanto oggi
sullo stemma comunale i due serpenti attorcigliati stanno a raffigurare le
due fiumare Melfia e Ontrolmo che delimitano, sui versanti nord e sud, il
vecchio centro abitato.
In
epoca romana si hanno notizie legate alla battaglia contro Annibale in
contrada "Querce d'Annibale" dove il condottiero africano si
sarebbe accampato prima della battaglia contro il console Marco
Claudio Marcello della vicina Venusia, nel 210 a.C. In epoca
romana Strapellum faceva parte dell'Apulia e fu
nominata da Plinio (circa 70 d.C.), nell'elenco delle città
Daune, ed aveva un'importante funzione di crocevia per i traffici lungo la via
Appia, assieme alla vicina Venusia, come testimonia il ponte ancora
ben conservato in località Toppo d'Avuzzo.
Altra
testimonianza d'epoca romana è il Sarcofago di Rapolla rinvenuto
nel 1856 in località Albero in Piano, lungo il tracciato della via
Appia antica. Il monumento in marmo è tra i migliori esempi di arte
funeraria dei maestri dell'Asia Minore, esso raffigura nella parte
inferiore una serie di divinità e sul coperchio una donna dormiente.
Conservato oggi nella torre dell'orologio del castello di Melfi, la sua
datazione è da riferirsi intorno alla seconda metà del II secolo d.C.
Un'argomentata ipotesi è che il monumento possa essere appartenuto a
un'esponente della gens Brutia. Gruppo familiare di origini
lucane, asceso a grande potenza in età imperiale e molto legato alla dinastia
degli Antonini, al punto che Bruzia Crispina sposerà
l'imperatore Commodo.
Roccaforte
longobarda della "Contea di Conza" costruita sulle rovine
dell'antica Strapellum, accolse alla fine del secolo X una
fiorente comunità basiliana. All'inizio del secolo XI, fu conquistata dai Normanni subito
dopo Melfi.

Fu
sede vescovile per quasi 1000 anni (dal 603 al 1528, anche se le
datazioni ufficiali riportano l'anno 603, e, con un grosso vuoto
storiografico si passa dal 1026 al 1528) per mano di papa Gregorio I che
nell'anno 603, a premura di Teodolinda regina dei Longobardi e
del Re Agilulfo, per assecondare il desiderio dei Principi di
Rapolla, fonda la diocesi con Agnus I, primo vescovo di
Rapolla
Nel 1127 fu
assalita e saccheggiata da Lotario II. Schieratasi in favore di Roberto
di Loritello, fu assalita e distrutta dai Normanni nel 1163.
Ricostruita e fortificata da Guglielmo il Buono, fu terra demaniale
sotto gli Svevi. Ribelle a Manfredi dopo la morte di Corrado,
fu riconquistata da Galvano Lancia che la tenne sino al 1266.
Assegnata da Carlo I d'Angiò a Giovanni Galard, ad Herveo de
Chevreuse e poi ad Anselino de Toucy, alla fine del secolo XIII era feudo
di Ugone de Sully.
Roberto
d'Angiò l'assegnò alla regina Sancha d'Aragona che la
vendette nel 1344 al Conte di Mirabella. Incamerata dalla Corona, nel 1416
fu incorporata nello feudo di Melfi ed assegnata a Giovanni
Caracciolo. Nel 1532 Carlo V la concesse a Diego
Orlando de Mendoza. Feudo di Ruiz Gomez de Silva nel 1554, fu assegnata
nel 1567 a Nicola Grimaldi con il titolo di conte. Passata ai Gesualdo,
nel 1603 fu acquistata da Ettore de Brayma. Da questi passò nel 1621 ai Carafa,
nel 1632 a Lelio Penchi ed ai Caracciolo.

Visitare
il borgo
Visitare
Rapolla consente di fare un salto nella storia, lo si percepisce subito
visitando il suo centro storico e attraversandone gli antichi rioni.
Nel
quartiere Piano Castello sono subito visibili i resti delle mura di cinta,
in particolare una torre circolare, mentre in Largo Castello si possono
ammirare la Torre dell’Orologio e alcuni edifici storici, come Palazzo
Lupo, Palazzo Brienza con il suo portale bugnato, Palazzo Megale, in stile
liberty, e il Palazzo Dardes. Spettacolare la vista che si gode dal
belvedere del Largo Castello.
Qui,
nella zona sottostante, in Via Monastero, si stagliano sotto gli occhi di
chi osserva tante cantine scavate nel tufo utilizzate ancora per la
conservazione del pregiato vino Aglianico Doc del Vulture. Esse compongono
il Parco Urbano delle Cantine che in autunno si trasforma in una location
dalla suggestione unica in occasione di un noto evento enogastronomico.
Dopo
stradine, scalinate, vicoli e piazzette si raggiunge, in Via dei Fabbri,
la Porta dell’Annunziata. Non si può ammirare a Rapolla, dal momento
che è custodito nella Torre dell’Orologio del castello di Melfi, ma
appartiene a questo territorio, lo splendido Sarcofago di Rapolla, della
seconda metà del II secolo d. C., proveniente dall’Asia Minore e
ritrovato nel 1856 lungo la via Appia antica. Appartenuto di certo a un
personaggio di rango elevato sul coperchio è raffigurata la defunta
sdraiata.
Rapolla
in quanto storica sede vescovile vanta un alto numero di
costruzioni sacre anche rurali. Si contano tre conventi, due
monasteri, tre croci, dieci laure, cinque eremi, sette chiese,
e, se si considera il passato come curia vescovile, perfino la badia di
Santa Maria di Pierno e la badia di Monticchio.
Chiesa
di Santa Lucia
Di
origine normanna e ispirata a modelli bizantini, fu la prima cattedrale di
Rapolla. Ha una forma planimetrica di epoca romanica derivante dalla
fusione della pianta a croce greca con la basilicale latina a tre navate.
Si ottiene così un organismo basilicale costituito da un doppio schema di
chiesa a croce greca posto l'uno di seguito all'altro, con la saldatura
nell'asse trasversale mediano.
Le
navate sono coperte da volte a botte, quella principale, e da volta a
crociera le navate laterali. I due vani di incrocio sono coperti da una
cupola ellittica. In ogni cupola il raccordo tra la calotta e le pareti
verticali di sostegno è risolto con pennacchi sferici. La luce penetra da
due finestrelle situate all'altezza del raccordo e disposte secondo l'asse
longitudinale dell'edificio. L'assetto esterno risulta molto variato e
improntato alla caratteristica volumetria bizantina.
La
facciata principale, orientata ad ovest, segue il profilo dell'ordinamento
interno delle navate, con la nuda parete a intonaco, appena ravvivata dal
chiaroscuro del portale e della finestra soprastante. Il portale,
improntato su modelli pugliesi, ha gli stipiti coi capitelli a foglie
d'acanto spinoso e l'architrave, ornato da girali di tralci, con doppio
arco di scarico. La soprastante finestra, che illumina la navata centrale,
ripete lo schema architravato con archivolto, del portale.
L'abside
a pianta semi circolare, sporge sulla facciata est e si eleva col ripido
tetto conico sino al culmine delle falde di copertura della navata
centrale. La nuda parete curva è interrotta dalla finestrella assiale per
il mistico raggio di sole sull'altare. Lateralmente si apre la finestrella
per la luce alle rispettive navate.
Le
rettilinee facciate laterali, orientate a nord e a sud, denotano la varia
volumetria delle coperture con predominio dei due tiburi, ognuno composto
da un basso parallelepipedo quadrangolare con sovrastante tetto
piramidale, di chiara derivazione pugliese. In queste facciate si aprono
finestre assai limitate, specie di feritoie con strombatura interna, la
cui luce non raggiunge 20 cm di larghezza e un metro di
altezza. Il campanile, che si eleva sul fianco sud della chiesa, conserva
l'antica fisionomia sino al livello della cella campanaria. Esisteva su
questo lato il palazzo vescovile.
L'erezione
della nuova e più vasta cattedrale, iniziata nel 1209 dal vescovo
Riccardo e consacrata nel 1253 da Giovanni II d'Anglona, segnò il declino
dell'antica chiesa di S. Lucia che, spogliata delle pregevoli opere
d'arte, fu chiusa al culto. Non esistono notizie sullo stato di
conservazione dello edificio nei secoli seguenti è certo però che esso
doveva trovarsi in tristi condizioni quando fu visitato dal vescovo
Alessandro Rufino (A.D. 1568) che, preoccupato dall'imminente crollo,
decise di ripararla a proprie spese e restituirla al culto. Dopo i lavori
fu ufficiata dalla congrega di San Michele, la quale vi fece eseguire la
sostituzione dell'antico altare e la creazione di un vano sotterraneo per
la tumulazione dei defunti.
Nel
secolo seguente l'interno del tempio fu ulteriormente svilito con trite
decorazioni barocche e l'apertura di due finestre nella facciata
principale. Dopo i vari restauri la chiesa di Santa Lucia è stata
riportata allo stato originale. L'anno di costruzione della chiesa si deve
assegnare a qualche decennio dopo la metà dell'XI secolo.
Concattedrale
di Santa Maria Assunta
La
cattedrale fu costruita su un'antica chiesa paleocristiana distrutta dai
melfitani nel 1183 (chiesa paleocristiana che a sua volta fu costruita su
un tempio greco). I lavori iniziarono nel 1209 con la costruzione del
campanile ad opera di Mastro Sarolo da Muro Lucano, al quale si deve la
paternità dei bassorilievi raffiguranti l'Annunciazione e il Peccato
originale; l'opera fu commissionata dal vescovo Riccardo. La
cattedrale fu ultimata nel 1253 da Melchiorre di Montalbano, autore del
portale tardo-romanico, sotto il vescovo Giovanni II.
All'interno
dell'ex cattedrale sono custoditi: un crocifisso ligneo policromo del XIII
secolo (croce ad albero del tipo gotico-renano), tra i più belli
dell'arte meridionale; statua lignea del XII secolo (Santa Maria in
Elice); un dipinto su tavola con colori a tempra raffigurante la Madonna
nera con Bambino in braccio di arte bizantina del 1278; i due dipinti di
Giovan Battista Vela del 1777 (San Giuseppe con Bambino e la Madonna
con Bambino e santi.
La
chiesa all'interno si presenta con un impianto a tre navate a croce
latina, divise da pilastri, i cui primi quattro hanno forma ottagonale. I
primi due sono attualmente inglobati nella facciata, che un tempo doveva
essere più avanzata. All'attività del Melchiorre sono attribuiti oltre
al portale della chiesa, i due imponenti pilastri cruciformi con otto
colonnine incastrate e i semi-pilastri corrispondenti nelle navate
laterali. Le campate successive sono frutto di un intervento trecentesco,
ad opera del vescovo Pietro Scarrier, confessore della regina Sancia
d'Aragona e precettore di san Ludovico d'Angiò, fratello di Roberto
d'Angiò).
Sui
pilatri della navata centrale e laterale compaiono i consueti ornamenti
vegetali a crochets, sugli altri lati spuntano teste di
felini, scimmie, eccetera; tutti simboli allusivi al male, opera di
Melchiorre da Montalbano. La cattedrale fu ricostruita più volte a causa
dei vari terremoti (1694, del 1930 quando la cattedrale fu completamente
distrutta e riaperta al culto il 15 agosto 1959; nel 1980 subì gravi
danni parte della cattedrale e il campanile che con la riapertura al culto
nel 2000 fu ulteriormente ribassato).
Chiesa
del Crocifisso
La
parte posteriore della chiesa del Crocifisso (eretta su una laura
basiliana e restaurata negli anni cinquanta del secolo scorso) accoglie
alcune nicchie scavate nella roccia con resti di affreschi deperiti del
secolo XIII.
Chiesa
di San Biagio
Non
si hanno notizie certe circa la sua fondazione, nemmeno in bolle
pontificie. L'unica notizia che segnala la sua presenza è quella di G.
Fortunato che nel 1276 la include nell'elenco delle sei parrocchie di
Rapolla. Presumibilmente, il primo nucleo della Chiesa di San Biagio viene
costruita tra il XII e il XIII secolo su una laura o eremo.
La
chiesa ha un'architettura modesta, un modello quasi unico nel suo genere,
caratterizzato dalla commistione di stile latino e bizantino, con una
torretta che si innalza sul tetto. La facciata della chiesa coincide con
la parte laterale sinistra, nella quale si aprono la porta d'ingresso
rettangolare, sormontata da un'apertura ovale orizzontale, e due monofore
ad arco. Il campanile che si eleva a destra della facciata presenta una
monofora ad arco e, più in alto, all'altezza della cella campanaria, una
bifora a sesto acuto. Secondo alcuni studiosi la torre campanaria ha le
caratteristiche di una torre di difesa medievale.
All'interno
si conservano resti di una cripta rupestre, ridotta ad una nicchia,
inglobata nell'edificio in muratura, ove il perimetro laterale destro,
addossato alla parete rocciosa occultava una piccola abside interamente
affrescata. Il vano conserva un affresco rappresentante la scena della
Crocifissione con la Madonna, Maria Maddalena e San Giovanni e un
medaglione con Agnello mistico in alto.
Nelle
pareti laterali altre due immagini raffigurano San Biagio e San
Nicola. Dopo alcuni lavori di ristrutturazione, è apparsa una
splendida immagine medievale di Santa Caterina di Alessandria,
perfettamente riconoscibile, perché rappresentata con la ruota
sacrificale. Tutti gli affreschi sono databili tra il XIII e il XIV
secolo.
Oltre
agli affreschi, viene conservata la statua lignea di San Biagio,
capolavoro di arte locale del XII secolo (tronco di sorbo), oltre ad
essere custodite le sacre reliquie, che il 24 febbraio 2010 furono
incastonate nella statua. Essa fu ricostruita nel XVIII secolo secondo uno
stile baroccheggiante, inglobando la torre campanaria.
Croce
di San Biagio
La
croce di San Biagio anticamente era in legno, ma i monaci nel 1321 la
realizzarono in pietra vulcanica grigia. Nel capitello sono raffigurate
quattro figure: San Benedetto, capo del monachesimo
occidentale; San Basilio, capo dei monaci basiliani; San
Vitale, con mantello tra le mani in procinto di partire; San
Guglielmo da Vercelli che si sistema il saio.
Nella
zona basamentale, sui quattro lati, sono scolpiti i simboli delle quattro
confraternite allora esistenti a Rapolla: la figura del Calvario per la
confraternita del crocifisso; la figura della morte per l'Annunziata; il
cuore per il Sacro Cuore della Cattedrale; la Margherita per Santa Lucia.
Chiesa
dell'Annunziata

Venne
costruita nel 1059 da Roberto il Guiscardo; durante i lavori le
maestranze ricevettero l'ordine di demolire l'antica chiesetta di Santa
Caterina d'Alessandria, la chiesa fu ultimata nel 1071. Sull'antica chiesa
venne costruita la chiesa del XVIII secolo di stile barocco.
La
chiesa presenta una facciata a capanna in muratura. Il portale è in
legno; sul portale c'è una lunetta con dentro una targa con la scritta in
latino: ANGELUS DOMINI NUNCIAVIT MARIAE-A.D.1770 (L'Arcangelo Gabriele
annuncia la lieta novella a Maria), mentre il 1770 è l'anno di fondazione
della chiesa.
L'organo
che in essa si trovava venne donato dalla regina Sancia, moglie di Roberto
d'Angiò. Dei quadri presenti nella chiesa è rimasto solo il dipinto di
olio su tela dell'Annunciazione del 1700 di scuola napoletana;
sulle pareti laterali vi sono le statue lignee di San Pasquale
Baylon e di San Vincenzo Ferrer.
La
porta con piccolo atrio e le colonne costituivano parte integrante
dell'antico monastero di Santa Caterina d'Alessandria.
Porta
medievale dell'Annunziata
Insieme
alla porta medievale a sesto acuto detta dell'Annunziata, che era la porta
d'ingresso principale del paese, si può ammirare una porzione superstite
dell'antica cinta muraria di Rapolla. Prima dell'inizio della rampa si può
vedere un tiglio secolare.
Chiesa
della Madonna della Stella
In
origine era un eremo che un monaco basiliano ricavò dalle rovine di una
cantina danneggiata dal terremoto; poi divenne laura e infine chiesa
regolarmente iscritta nei Registri di Camera della Santa Sede, nonostante
le ridottissime dimensioni. Con ogni probabilità è l'eremo più antico
del paese, essendo l'unico citato sia dalla storiografia bizantina sia
dalle opere più famose dei critici d'arte.
Sulla
parete di fondo una pittura bizantina dell'XI secolo rappresenta la
Madonna della Stella con in braccio il Bambino Gesù. Si nota che,
diversamente da come generalmente è rappresentato nella storia dell'arte
bizantina, il Bambino non ha il braccio alzato in segno di benedizione, ma
dà l'impressione di reggere in mano la fulgida stella che vistosa brilla
sul petto della Madonna. La rappresentazione ritrae al centro la Madonna;
San Biagio a destra e San Michele a sinistra, che con un piede scaccia il
demonio.
Croce
sotto il tiglio
La
croce in pietra traforata è posizionata su una colonna di pietra grigia.
Essa fu innalzata nel 1315, in ricordo della visita del re Roberto d'Angiò
che, di ritorno da un viaggio in Puglia, si fermò a Rapolla. Era posta
nella piazza sulla quale si aprivano la cantina, il "Trappeto
regio", la taverna, il dazio e la stadera, in un punto dove
confluivano i "tre tratturi". In tempi più recenti la croce è
stata smontata e abbandonata, nell'attesa che venissero ultimati dei
lavori di sistemazione del Vallone e solo nel 1983 fu nuovamente
rimontata.
Parco
urbano delle cantine
Caratteristica
peculiare del territorio di Rapolla sono le cavità ipogee presenti
su ogni versante di un crinale tufaceo. Gli stessi fabbricati del centro
storico, esposto a sud-est, sono stati edificati a chiusura e in
ampliamento di cavità ipogee preesistenti.
Particolare
è il sito del Parco urbano delle cantine, istituito con la Legge
Regionale 5 febbraio 2010, n. 12 unitamente ai comuni di Barile, Roccanova, Pietragalla, Sant'Angelo
Le Fratte e Tolve, ed ubicato esattamente di fronte al centro
storico. Il sito, costituito da cavità ipogee con una sola parete di
chiusura esterna e, spesso con un cortile antistante, si sviluppa lungo il
versante N-O di un crinale digradante con lieve ed omogenea pendenza verso
N-E, sovrastante il vallone dell'Ontrolmo, oggi via Fosso Tiglio. La rete
viaria è costituita da un'arteria principale, via Monastero, che si
collega con via Fosso Tiglio, e da numerose vie secondarie che da essa si
diramano.
Tali
cavità sono destinate da tempi remoti alla conservazione dei vini
prodotti sulle vicine colline soleggiate, e la scelta di ubicarle proprio
a nord-ovest scaturisce dal fatto che non essendo un'esposizione
soleggiata, (a mangós secondo il dialetto locale), consente
di contenere le escursioni termiche che possono alterare le temperature
interne richieste per la conservazione dei vini.
L'area
è stata, circa un decennio prima dell'emanazione della Legge Regionale
12/2010, interessata da un intervento di riqualificazione e recupero
architettonico.

Fonte:
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