Monticchio
(Potenza)
 

Monticchio è una frazione appartenente ai comuni di Atella e Rionero in Vulture. Situata alle pendici del Monte Vulture, un vulcano spento dell'Appennino meridionale, conserva un variopinto patrimonio ambientale, che rende Monticchio una meta di visitatori soprattutto nel periodo estivo. Dal 1971 è stata istituita la riserva regionale Lago piccolo di Monticchio, che rappresenta l'habitat naturale di una rara specie endemica di farfalla notturna, la Brahmaea europaea.

Monticchio è suddivisa in tre aree: Monticchio Bagni, Monticchio Sgarroni (entrambe appartenenti al comune di Rionero) e Monticchio Laghi (divisa tra Atella e Rionero). Monticchio Bagni presenta circa 250 abitanti ed è ricca di vegetazione di ontani, pioppi e cerri. Questa frazione, sede del comprensorio delle fonti di Monticchio, è rinomata per la produzione di acque minerali, ove opera il gruppo imprenditoriale Gaudianello, che produce la nota acqua minerale omonima.

La seconda, situata sulle pendici occidentali del monte Vulture, conta una popolazione di circa 150 abitanti ed è sede di strutture ricettive come gli agriturismi. La frazione di Monticchio Laghi, collocata a ridosso del Vulture, prende il nome dalla presenza di due laghi di origine vulcanica (denominati "i gemelli del Vulture"), uno maggiore e uno minore, profondi rispettivamente 38 e 36 metri circa.

Le origini di Monticchio sono piuttosto incerte. Tra i primi popoli che vi si insediarono furono i normanni, che si stabilirono nel castello locale (castrum Monticuli), probabilmente costruito prima del loro arrivo, in località San Vito, nei pressi di Monticchio Sgarroni. Tra il X ed XIII secolo, l'area vide stanziarsi alcuni ordini monastici. 

Intorno al X secolo appaiono a Monticchio i Monaci basiliani, sfuggiti alle lotte iconoclaste, provocate nel 726 dal decreto contro il culto delle immagini emanato da Leone III Isaurico, si erano rifugiati nella zona adriatica dell'Italia meridionale, tra cui nel Vulture ove trovarono un confortevole riparo. I religiosi fondarono uno dei centri monastici di maggiore rilievo, tanto da attirare l'attenzione di Papi e Imperatori nel corso dei secoli.

Un altro gruppo clericale che si trasferì a Monticchio fu quello dei Benedettini, insediatisi nella zona per osteggiare l'influsso della Chiesa di Bisanzio, lasciando testimonianze storico-religiose molto importanti. 

Con l'arrivo degli Svevi nel Vulture, Federico II lasciò la sua impronta anche a Monticchio, dato che la Badia di S. Ippolito presenta alcune fasi costruttive in stile svevo. Inoltre l'imperatore svevo trascorse nei boschi di Monticchio i suoi momenti di svago praticando la caccia con il falcone (hobby che svolgeva sovente anche a Melfi, Castel Lagopesole, Bosco Incoronata e Palazzo San Gervasio).

Nel corso dei secoli, la località non registrò avvenimenti eclatanti e, con il progredire degli anni, divenne una zona sempre più povera e depressa. Durante il brigantaggio, Monticchio divenne un punto strategico per i briganti, che lo resero un ottimo rifugio per nascondersi dalle truppe sabaude. 

Qui si riparavano Carmine Crocco e i suoi subalterni Ninco Nanco, Giuseppe Caruso, Caporal Teodoro e Giovanni "Coppa" Fortunato. Negli ultimi decenni, Monticchio è diventata un importante centro di estrazione di acque minerali. 

Il gruppo Gaudianello, sebbene sia in attività dalla fine del secolo XIX, ha raggiunto maggior visibilità solamente negli ultimi anni, figurando tra le prime 10 aziende nazionali del settore ed al 4º posto in Italia nel comparto delle acque effervescenti naturali.

Laghi

Situati alla falda sud occidentale del Monte Vulture occupano le bocche crateriche dell'antico vulcano. Pur comunicando tra loro, i laghi presentano un diverso colore: il Lago Piccolo ha un colore verdastro mentre il Lago Grande tende al verde oliva.

I laghi, entrambi di forma ellittica, sono separati da un istmo largo 215 m. Il Lago Piccolo ha una superficie di 16 ettari e perimetro di 1800 m, presenta sponde ripide che scendono fino ad una profondità di 38 m. Il Lago Grande con una superficie di 38 ettari e perimetro di 2700 m, occupa una cavità imbutiforme, con bassifondi estesi per gran parte del bacino, che solo a nord si inabissano fino a 36 m.

Il lago piccolo a quota 658 m viene alimentato da sorgenti subacquee, da qui l'acqua defluisce attraverso un ruscello con portata di 57 litri al secondo, nel Lago Grande, a quota 656 m.

Entrambi i laghi hanno la temperatura più elevata dei laghi d'Italia.

Tra le specie vegetali lungo le rive si ricordano roveri e faggi, nelle acque le ninfee.

La fauna ittica è costituita dall'anguilla, dal triotto, dal persico reale, dalla carpa, dal carassio, dalla gambusia, dal cavedano e dalla rovella. Specie segnalate sono tinca, persico trota e l'alborella appenninica. Durante i campionamenti non sono state campionate Alborelle del Vulture; è questo un dato allarmante da evidenziare poiché l’assenza di una specie indigena è un importante segno di alterazione dell’ambiente.

Abbazia di San Michele Arcangelo

L'abbazia di San Michele Arcangelo è un edificio la cui costruzione risale all'VIII secolo, intorno ad una grotta abitata da monaci basiliani.

Fu eretta su una grotta scavata nel tufo, nei pressi della quale sono stati ritrovati depositi votivi risalenti al IV-III secolo a.C. L'abbazia passò poi ai benedettini (che la abbandonarono nel 1456), ai cappuccini (che fondarono una biblioteca e un lanificio) e, nel 1782 all'ordine militare costantiniano, che ne fu proprietario fino al 1866. L'intero complesso è costituito da un convento a più piani, una chiesa settecentesca e la cappella di San Michele arcangelo. La grotta dell'Angelo dedicata a san Michele è adornata da affreschi risalenti alla metà dell'XI secolo ed era il luogo dove si riunivano in preghiera i monaci italo-greci che anticamente abitavano la zona. Da qui è possibile avere un suggestivo panorama dei laghi di Monticchio.

Nel 726 Leone III Isaurico, imperatore d'Oriente, emanò il decreto contro il culto delle immagini sacre. Questo decreto incrementò la fuga nei territori limitrofi di parecchi monaci orientali, molti dei quali vennero a ripopolare le città rese deserte per le guerre civili, le incursioni saracene, i terremoti, le carestie, le pesti. Si diffusero infatti per tutto il versante adriatico i monaci dell'ordine Basiliano. Anche la zona del monte Vulture fu raggiunta dai monaci Basiliani, ancor prima della fine del 900, quando l’abate San Vitale con il nipote e discepolo Elia capitò sul Vulture, proveniente dalla Calabria, nei pressi di Rapolla, dove morì nel 994. Infatti, la grande grotta del Vulture, posta a picco sul lago piccolo, e che ricordava molto il santuario di San Michele sul Gargano, fu abitata dai Basiliani, la loro presenza è confermata da un piccolo oratorio dietro l’attuale altare di San Michele.

In un secondo momento arrivarono i Benedettini. Il nuovo ordine, forte del braccio dei principi Longobardi, si diffuse in questa zona e qui tra i laghi costruirono il monastero e la chiesa, intitolata prima a san Pietro, poi a sant'Ippolito; tuttavia i motivi di questo cambiamento sono sconosciuti e di questa costruzione restano solo ruderi, particolarmente evidenti la torre campanaria, l'abside ed i muri perimetrali.

I Benedettini, infatti, abitavano la zona di Monticchio e possedevano anche la chiesa suburbana di San Pietro, nei pressi di Melfi, già prima dell’occupazione dei Normanni che, insediatisi qui, dopo aver dato la chiesa in compenso nel 1043 a Guglielmo Braccio di Ferro, scacciarono per sempre da Monticchio i romiti Basiliani, accontentando i Benedettini.

A Guglielmo Braccio di Ferro successe il fratello Roberto il Guiscardo, che, raccogliendone l'eredità, conquistò vari territori, provocando una coalizione antinormanna, alla quale partecipò tra gli altri il papa Leone IX, che corse in aiuto dei Bizantini. Ne uscì vincitore Roberto, che sconfisse gli avversari nella battaglia di Civitate sul Fortore, facendo prigioniero il papa e, riconciliatosi, riuscì a farsi riconoscere tutti i suoi possessi dichiarandosi vassallo della Chiesa. Infatti nel 1059,” l’accordo di Melfi” tra Nicolò II e Roberto il Guiscardo riconobbe ai Normanni le conquiste fatte e quante altre terre avessero eventualmente tolto agli infedeli e agli eretici Greci, in cambio di aiuto militare alla Santa Sede. In quegli stessi giorni, papa Niccolò II, si recò a Monticchio, per consacrare con rito latino la chiesa di San Michele.

Nel 1066, però, nel corso del secondo Concilio di Melfi, i Normanni furono accusati di indebite appropriazioni di beni spettanti a chiese e monasteri, tanto che, in seguito, il nuovo papa Gregorio VII li scomunicò, facendo sollevare le popolazioni del posto, primi fra tutti quelli della valle dell’Ofanto e di Monticchio ma la scomunica non fece paura ai Normanni che nel 1078, assediato Monticchio, lo conquistarono.

Nel corso del XII secolo, vi fu un declino della Badia a causa del nuovo ordine degli “Umiliati” di Montevergine, fondato da san Guglielmo da Vercelli che, per molto tempo, si stabilì nella zona del Vulture nella valle dell’Ofanto. La sua gloria incominciò il giorno in cui apparve a San Guglielmo Cristo che gli ordinò di ritornare in mezzo agli uomini e di diffondere la regola benedettina. Così fece il Santo, diventando presto molto caro a tutti e molto famoso tra la gente del Vulture e della Valle di Vitalba, con gravi preoccupazioni degli abati di Monticchio. La congregazione di San Guglielmo, infatti, fiorì principalmente a spese delle vecchie badie, che non ebbero più elargizioni di nuove terre e ogni sorta di beneficio e quando il Santo morì nel 1147, il suo ordine sopravvisse per molto tempo. Pertanto i monaci di Monticchio dovettero lavorare molto per conservare l’importanza della loro badia e per incrementare il pellegrinaggio.

La Badia di Monticchio, comunque, aveva un'importanza e una grandezza davvero eccezionali e lo prova una bolla di Papa Alessandro III del 2 aprile 1175 che elenca tutti i possedimenti della badia. Questa grossa fortuna della badia incominciò a crollare a partire dal 1220, quando papa Onorio III incoronò imperatore Federico II: la decadenza della badia non fu solo materiale, ma anche spirituale.

L'abate di Monticchio, Giovanni, avendo saputo che Carlo d'Angiò si era impegnato in un rapporto vassallatico con la Chiesa, prima della sua discesa in Italia e prima di restituire tutti i beni sottratti in precedenza alla Chiesa, partì subito da Monticchio per presentare al nuovo re la supplica della restituzione di tutti i beni e privilegi della badia sugli antichi territori.

Riprese, così, la fortuna della Badia; i suoi beni furono direttamente amministrati dall'Abate e le rendite del territorio ma, anche questa volta, non durò molto: le guerre tra Angioini e Durazzeschi devastarono anche la regione del Vulture e il territorio della Badia. Il benessere precipitò nuovamente, come precipitarono gli Angioini per le lotte interne. Nel 1442 salì al trono di Napoli il re Alfonso d'Aragona.

La badia, ormai in misere condizioni ed in debito presso la Camera apostolica, crollò materialmente nel grande terremoto che il 5 dicembre 1456 colpì tutta la zona del Vulture e quando l'ultimo abate dei Benedettini morì sotto le macerie si chiuse la storia dei Benedettini.

Dopo la morte di vari cardinali di Santa Romana Chiesa, l'abate Giovanni Battista Besozzi, constatata la situazione disastrosa dell'abbazia, decise di affidare la Badia ai padri cappuccini.

L'EDIFICIO - L'intero complesso è costituito da un convento a più piani, una chiesa settecentesca e la cappella di San Michele arcangelo. La storia della badia appare, fin dalle origini, strettamente legata alla presenza di una comunità di Benedettini che è insediata nell’istmo tra i due laghi, nell’abbazia di Sant'Ippolito. Qui sono da collocare la maggior parte delle strutture utilizzate per fornire assistenza ed ospitalità ai pellegrini. È probabile che questa sia stata costantemente utilizzata per officiare i riti connessi al culto dell'arcangelo e i numerosi ampliamenti nell'edificio sono da relazionare alla costante crescita dell'insediamento ed al radicarsi del culto nell'area del Vulture.

Nella chiesa abbaziale la fase più antica è riconoscibile in una chiesa ad aula unica absidata databile al IX-X secolo. Una seconda fase è da ricondurre alla costruzione di una nuova chiesa a tre navate con terminazione trilobata. Una terza evidenzia l'andamento di quest'ultima con la trasformazione della chiesa preesistente in cripta della nuova che presenta tre navate, la terminazione trilobata ed il transetto sopraelevato successivamente interventi sulla chiesa, nell'XI secolo, portano alla costruzione del campanile ed all'ulteriore prolungamento delle navate. A seguito degli eventi bellici che coinvolgono il Vulture nello scontro tra Svevi e Angioini si innesca un lungo periodo di decadenza del monastero che determina l'abbandono delle fabbriche e della chiesa, la quale intorno alla metà del secolo XIV è ricostruita in forme più ridotte con una pianta ad aula unica absidata.

La piccola chiesa in grotta, invece, rivela ben presto dimensioni non adatte ad accogliere il grande numero di pellegrini e perciò i monaci hanno cercato di ampliare la chiesa-santuario. L’abbazia di S. Ippolito e il santuario di San Michele, per quanto collocati in aree diverse, sono collegati nella gestione dei flussi di pellegrini e delle attività che interessano l’area. Un accidentato percorso collegava l'abbazia al santuario fino a trasformarsi nell'ultimo tratto, lungo le pendici del vulcano, in una ripida scala inglobata negli edifici circostanti la grotta dell'Arcangelo.

FASI EDILIZIE - Le fasi edilizie evidenziano i momenti dello sviluppo del santuario. Nella fase più antica il luogo di culto doveva essere limitato alla sola grotta dove durante la prima metà del secolo XI era stata edificata una piccola edicola, decorata con affreschi. Nella parte sottostante la grotta e lungo il sentiero che saliva dai laghi erano aperte piccole grotte scavate nella roccia vulcanica, utilizzate come rifugio dei pellegrini e come sepolture.

Il primo intervento finalizzato ad ampliare il santuario databile alla seconda metà dell'XI secolo fu la costruzione di un'ampia piattaforma sottostante l'edicola dell'Arcangelo. Un secondo e più vasto intervento risale al XII secolo; la piattaforma è ampliata e la grotta è inglobata in un corpo edificato. L'interno del santuario risulta scandito da più livelli raccordati tra di loro da una serie di gradinate. L'avanzamento del corpo della chiesa lungo il pendio della montagna determina l'inglobamento nella fabbrica delle grotte sottostanti il santuario e dell'ultimo tratto della scala che conduce verso i laghi. Gli ambienti realizzati sono usati da monaci benedettini come una piccola foresteria per l'alloggio degli addetti al servizio del santuario.

La struttura sarà successivamente usata dai frati agostiniani una volta abbandonato il complesso sui laghi. Il terremoto del 1456 avrebbe semidistrutto l'abbazia di Sant'Ippolito eretta tra i due laghi accelerando la decadenza della comunità monastica dei benedettini, avvenuta nella prima metà del XVI secolo.

INTERVENTI DI RESTAURO TRA IL XVI E IL XVII SECOLO - Intorno alla metà del XVI secolo arrivano i frati agostiniani che nel 1593 sono sostituiti da una piccola comunità di Cappuccini. Questi prendono possesso del santuario nel 1608 e tentano di restaurare gli edifici. Ben presto desistono dall'intento ed abbandonano Monticchio, salvo poi ritornarci dopo la promessa del Cardinale di provvedere alla costruzione di un nuovo convento ed al restauro della chiesa. Con il ritorno dei cappuccini, l’ampliamento ed il restauro della fabbrica prosegue, ma è condizionato dalle poche risorse disponibili. L’edificazione del nuovo convento cappuccino, parte dalla ristrutturazione delle parti inferiori dell’edificio preesistente e dal restauro delle fabbriche medievali, per coinvolgere dopo le aree a destra ed a sinistra della chiesa.

I primi interventi sulla chiesa sono attestati nel 1669 quando a causa della caduta dei massi, il tetto della chiesa è sfondato ed il santuario in parte crollato. Nel 1773, grazie all'opera del nuovo padre guardiano, frate Michelangelo da Rionero, si registra una maggiore disponibilità di risorse e dopo il 1791, un’accelerazione dei lavori, sia nel convento che nella chiesa, conclusi intorno al 1805. La chiesa francescana si presenta a tre navate coperte da una volta a botte e l’interno decorato da un elegante apparato di stucchi. La nuova sistemazione del sacello dell’Arcangelo determina una sostanziale modifica della parte terminale del santuario dove i Cappuccini, conservano l’edicola normanna, ma occultano l’abside tardo medievale in un nuovo altare maggiore eretto all'interno di un baldacchino nel quale spicca la nuova statua dell’Arcangelo costruita per sostituire l’effigie più antica. Sul lato destro dell’altare giunge la parte terminale della Scala Santa con gli accessi agli ambienti per l’assistenza ai pellegrini, mentre sul lato sinistro si apre il collegamento con il convento dei frati.

IL SANTUARIO OGGI - I recenti restauri del complesso hanno ulteriormente modificato il santuario e l’area adiacente. Nella chiesa sono state rimosse tutte le decorazioni barocche; è stata riportata alla luce la gradinata di collegamento tra la chiesa e l’edicola dell'Arcangelo mentre, dopo la demolizione della volta è stata costruita una copertura a capriate, apparentemente in legno, ma realizzate in cemento armato.

Per rendere possibile la vista dei laghi direttamente dalla chiesa, la facciata tardo-medievale del santuario è stata aperta sul corridoio di collegamento tra la foresteria ed il convento. Infine un piccolo ambiente, collegato alla navata laterale sinistra, è stato trasformato in cappella per conservarvi l'altare maggiore rimosso dal presbiterio dopo la distruzione della decorazione barocca.

Il santuario, oggi, appare completamente inglobato nella chiesa e nel convento eretto dai Cappuccini, all'interno di una stratificazione storica e culturale, in un ambiente nel quale elementi naturali ed interventi dell'uomo si sovrappongono con un risultato molto suggestivo.

Abbazia di Sant'Ippolito

Situata tra i due laghi, la struttura è datata tra il XI ed il XII secolo, ad opera dei basiliani. Con l'arrivo dei normanni, i basiliani abbandonarono il Vulture e al loro posto arrivarono i benedettini. Questi trasformarono l'antico monastero basiliano di Sant'Ippolito in un'altra badia benedettina. 

La struttura, costituita da un'unica navata, subì anche alcune modifiche costruttive in stile svevo, soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta torre "campanaria". Il terremoto del 1456 distrusse gran parte dell'Abbazia e i religiosi che vi dimorarono furono costretti ad abbandonarla. Oggi di quello che era un tempo l'Abbazia sono solamente osservabili alcuni pilastri e le absidi.

Castello

Come per l'Abbazia di Sant'Ippolito, anche del castello sono rimaste alcune tracce, anche a causa dei numerosi terremoti che tormentarono il Vulture, tra cui quello del 5 dicembre 1456. Situato nella località di San Vito, presso Monticchio Sgarroni, su una collina a più di settecento metri, si ritiene che la sua edificazione risalga prima dell'arrivo dei normanni nel Vulture, a dimostrazione che si tratti di uno dei castelli più antichi della zona, di fatto gli scavi, non ancora portati a completamento, hanno evidenziato tre diverse fasi di costruzione del castello, databili dal I al XIV secolo. 

Castello.jpg (364445 byte)Giustino Fortunato sostenne che nel 957 la struttura fu data in donazione da Tandolfo, principe di Conza, ai benedettini della Badia di Monticchio. In epoca medievale, fu sempre oggetto di conquista di vari feudatari della zona. 

Nel 1072, Abelardo, figlio primogenito del conte normanno Umfredo d'Altavilla, dopo aver battuto presso Troia le bande facenti capo a Roberto il Guiscardo, si spinse fin sull'Ofanto per occupare il Castello di Monticchio, nonché tutto il Vulture e la valle di Vitalba nei pressi dell'odierna Atella. Successivamente Roberto il Guiscardo riconquistò il Castello. Sopra la struttura muraria è presente un arco acuto ghierato, risalente al XII secolo successivamente restaurato durante l'epoca angioina.

Museo di storia naturale del Vulture

Inaugurato il 20 dicembre 2008, il museo occupa i primi tre livelli del convento di San Michele. Esso mette a disposizione un'interpretazione verosimile della storia del Vulture. I percorsi sono stati costruiti per rappresentare l'evoluzione della natura del vulcano nei 750.000 anni trascorsi dal momento in cui ebbe origine. La sua gestione è realizzata direttamente dalla provincia di Potenza.  

Riserva naturale regionale Lago Piccolo di Monticchio

La riserva regionale Lago Piccolo è un'area naturale protetta situata nei comuni di Rionero in Vulture e Atella. La riserva occupa una superficie di 187 ettari ed è stata istituita nel 1984.

Il Lago Piccolo di Monticchio insieme al Lago Grande costituiscono la coppia di laghetti vulcanici che è andata ad occupare ciò che resta dell'antico cratere del vulcano Vulture. La Riserva ricade nel territorio del comune di Atella.

Importantissima presenza faunistica, nel parco, è quella del lepidottero Brahmaea europaea, ivi scoperto dal ricercatore altoatesino Federico Hartig, nel 1963. È una falena con apertura alare di ben sette centimetri ed è l'unica specie della famiglia Brahmaeidae che vive in Europa.

Il Parco annovera altresì diverse specie animali riconducibili tutte a quelle presenti originariamente su tutto il territorio della Lucania prima della spinta antropizzazione iniziata nel ventennio fascista ed esplosa successivamente al termine del secondo conflitto mondiale. Anche se il territorio ricopre un'area molto più limitata, si può affermare che le specie presenti sono in larga parte le stesse che popolano il Parco nazionale del Pollino.

Nelle acque del lago, in base alle rilevazioni della Arpa Basilicata del 2017, si trovano come specie ittiche autoctone l'anguilla, la tinca e il granchio d'acqua dolce. Presente anche il pesce persico per transfaunazione dal distretto Padano-veneto nonché gli alloctoni persico trota, gambusia e la carpa.

Tra la flora, caratterizzante il luogo, a causa del particolare microclima ivi presente, è la faggeta di bassa quota (650 m s.l.m.) che si diparte dalle rive dei suoi laghi.

L'area protetta è diventata una meta turistica conosciuta in tutta Italia per la sua posizione in una zona selvaggia e incontaminata.

La profondità del lago in taluni punti supera i 30 metri e dalla riva s'intravede sott'acqua una fittissima vegetazione algale.

Fonte: