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Costituita
da un centro storico di aspetto complessivamente medievale, fu la prima
capitale della dominazione
normanna nel sud Italia e,
nel periodo svevo, uno dei luoghi di residenza di Federico
II e della sua corte di
vassalli scesi in Italia con lui e dove promulgò il codice legislativo
del regno di Sicilia,
comunemente noto come Costituzioni
di Melfi. In epoca aragonese, divenne feudo di Andrea
Doria, insignito del titolo di principe
di Melfi, che fu mantenuto dai
suoi eredi fino al 2000. Successivamente, la città conobbe un inesorabile
declino divenendo teatro di conflitti nel periodo del brigantaggio e
luogo di confino per gli antifascisti.
Oggi
la città è un importante centro industriale ed è sede di diverse imprese.
Il polo di San Nicola di
Melfi, sorto nei primi anni
novanta, è particolarmente noto
per uno stabilimento automobilistico della multinazionale Stellantis, in passato del gruppo FIAT.
Melfi
si colloca nell'estremo nord della Basilicata, alla base del Monte
Vulture, vulcano inattivo
dall'era protostorica, al confine con la Puglia (provincia
di Foggia) e la Campania (provincia
di Avellino), confine segnato dal fiume Ofanto.
Il territorio comunale, prettamente collinare, si sviluppa su una
superficie di 206,25 km², secondo
comune per estensione nella provincia.
Le
origini del nome di Melfi deriverebbero dal piccolo fiume Melpes, citato
dallo scrittore e naturalista latino Plinio
il Vecchio, che a onor del vero
lo colloca in prossimità di Capo
Palinuro, a sua volta distante
centomila passi da Reggio
Calabria. In Naturalis
historia si legge: «…promunturium
Palinurum, a quo sinu recedente traiectus ad Columnam Regiam C m. p. -
proximum autem flumen Melphes…».

La
fondazione di Melfi (sebbene abitata da epoche remote) è di ignota
datazione ed esistono vari pareri discordanti. Giovanni
Pontano e Leandro
Alberti sostennero che i
fondatori fossero greci; il
monaco longobardo Erchemperto nelle
sue opere attribuì la nascita di Melfi ad alcune famiglie dell'Impero
romano, le
quali avrebbero inizialmente deciso di trasferirsi nella Bisanzio ricostruita
da Costantino il Grande.
Ma, a causa di un violento nubifragio nei pressi della Schiavonia,
si sarebbero fermate a Ragusa (Croazia), da dove furono scacciate, per cui
sarebbero infine tornate sulle coste italiane e, insediandosi nell'area
del Vulture, avrebbero fondato Melfi. Però,
per l'insicurezza dalle orde di barbari e le loro scorrerie, continuarono
nel loro pellegrinaggio e fondarono Amalfi (alcuni
ritengono che dal nome di Melfi deriverebbe quello della città campana).
Esiste
un'altra teoria che ne data la fondazione ai primi anni dell'XI secolo, ad
opera del generale bizantino Basilio
Boioannes (catapano d'Italia dal
1017 al 1027), poiché non esistono prove documentali dell'esistenza della
città in tempi precedenti. Né
risulta, con le vicine Rapolla e Venosa,
nell'elenco delle città daune nominate da Plinio
il Vecchio nel 70 d.C.
circa.
I
primi centri abitati, situati nella frazione Leonessa e
resti di una mastodontica necropoli trovati in località Toppo d'Avuzzo a Rapolla attestano
che l'area del melfese era abitata sin dai tempi del neolitico; Dauni e Lucani furono
tra le prime civiltà a insediarsi nel suo territorio. In
epoca romana, l'abitato era in secondo piano rispetto ad altre località
limitrofe come Venusia (l'attuale Venosa), dato
che quest'ultima, trovandosi, assieme a Strapellum (l'attuale Rapolla),
in un punto strategico della via
Appia, fu un importante centro
di scambi commerciali.
Con
la caduta dell'Impero Romano,
la zona, occupata dai Bizantini e
poi dai Longobardi,
iniziò ad acquistare maggior importanza, ma fu con l'avvento
dei Normanni che iniziò ad
assumere un ruolo fondamentale. Nel 1042, Guglielmo Braccio
di Ferro e gli altri
membri della famiglia Altavilla ottennero
dal duca longobardo Guaimario
IV di Salerno il riconoscimento ufficiale della conquista della città, diventando
in cambio suoi vassalli e
partirono da Melfi per mettere sotto il proprio dominio l'intero meridione
d'Italia.
All'inizio
dell'XI
secolo fanno la loro apparizione nell'Italia meridionale bande di mercenari
provenienti dall'Europa
setentrionale composte da Normanni,
fra tutti Rainulfo
Drengot, che divenne conte di Aversa,
e i membri della famiglia Altavilla,
che diretti in Terrasanta sostarono in queste regioni e, approfittando delle guerre fra i vari
ducati e principati, mostrarono le loro capacità combattive e ne
divennero padroni. Nel settembre del 1042, Guglielmo Braccio
di Ferro e gli altri
capi normanni si rivolsero al duca
longobardo Guaimaro di Salerno per
ottenere il riconoscimento ufficiale della conquista del territorio di
Melfi, avvenuta grazie a un accordo col governatore Arduino
di Melfi.
In
cambio accettarono di prestare omaggio come vassalli.
Ansioso di ostacolare i tentativi espansionistici di un altro Normanno,
Rainulfo d'Aversa, Guaimaro ratificò (1043) l'alleanza con gli Altavilla. Il territorio di Melfi venne assegnato a
dodici condottieri,
cioè dodici baroni, indipendenti l'uno dall'altro, che dovevano
governarla in modo collegiale, e giurarono di prestarsi assistenza
reciproca.
Ognuno
dovette erigersi un palazzo in un differente settore di Melfi, che doveva
perciò restare indivisa. I feudi vennero attribuiti a seconda del rango e
del merito: Ascoli
Satriano spettò a
Guglielmo, Venosa a
Drogone e così via. Guglielmo Braccio
di Ferro, che si fregiò del
titolo di conte già dal 1042,
sposo della nipote del duca di Salerno, fu comunque fin dall'inizio in
posizione dominante.
La
famiglia degli Altavilla partì da Melfi per conquistare l'intero
meridione d'Italia e
la Sicilia. Questa età rappresentò
l'apice della fortuna e della gloria di Melfi, che diventò un centro del
potere normanno. Secondo Goffredo
Malaterra, monaco benedettino e
autore di cronache dell'XI secolo, Roberto
il Guiscardo sposò Sichelgaita
di Salerno a Melfi, dopo
aver ripudiato Alberada
di Buonalbergo.
A
Melfi si tennero cinque concili,
organizzati da cinque diversi Pontefici tra il 1059 e il 1137.
Nell'estate
del 1059, Niccolò
II soggiornò nella rocca
fortificata e fu al centro di importanti avvenimenti: in giugno stipulò
il Trattato
di Melfi, poi, dal 3 agosto al
25 agosto celebrò il Concilio
di Melfi I ed infine con il Concordato
di Melfi riconobbe i
possedimenti conquistati dai Normanni.
Il
Papa nominò Roberto
il Guiscardo duca di Puglia
e Calabria, che divenne
vassallo della Chiesa. Questa aperta dichiarazione di vassallaggio del
regno meridionale al Papa, allora solo simbolica data la grande potenza
dei Normanni, influenzerà tutta la successiva storia del Meridione
d'Italia.
E
in tale vasto quadro, la città di Melfi, sede della contea
di Puglia, passava un periodo fulgido della sua storia: in tale circostanza fu
promossa a la Capitale del Ducato di Puglia e Calabria nel 1059. Melfi, nonostante il titolo di Capitale del Ducato di Puglia e
Calabria verrà successivamente riconosciuto a Salerno ed
infine a Palermo,
continuò ad essere un centro molto importante dell'impero normanno. E
sempre a Melfi furono organizzati gli altri Sinodi.
Il papa
Alessandro II dal 1º
agosto 1067 presiedette
il Concilio
di Melfi II; ricevette il
Principe longobardo di Salerno, Gisulfo II e i fratelli Roberto il
Guiscardo e Ruggero Altavilla. Nel corso del Concilio
di Melfi III, del 1089,
il papa
Urbano II indisse la Prima
Crociata in Terra
santa, poi Pasquale
II nel 1101 convocò
il Concilio
di Melfi IV ed infine Innocenzo
II nel 1137 celebrò il Concilio
di Melfi V, ultimo della serie.
Vi fu anche nel 1130 un Concilio
di Melfi non riconosciuto
dalla Chiesa, perché organizzato dall'Antipapa Anacleto II.
Ai
Normanni successero gli svevi di Federico
II Hohenstaufen che, giunto da Policoro e
accolto dal giustiziere della Basilicata,
dai conti, dai vescovi e dai governatori della regione, sostò al castello della città, ove apporterà, in seguito, ampliamenti e ristrutturazioni.
Federico
II, pur privilegiando Palermo come i suoi avi Normanni e iniziando, con la
fondazione della Studium,
lo sviluppo di Napoli come capitale della parte continentale del suo
regno, decise di promulgare dal castello le Costituzioni
di Melfi (o Constitutiones
Augustales), codice unico di leggi per l'intero regno di Sicilia,
opera di enorme importanza nella storia del diritto, le cui
caratteristiche sono considerate "moderne" da alcuni storici,
mentre altri, come Abulafia le descrivono come sprovviste dell'ampio respiro e dell'organicità
della legislazione romana a cui si ispirava, essendo composte sotto
l'urgenza di ricostruire le scosse basi del regno meridionale, basandosi
su una combinazione ben dosata di fonti romane, canoniche, feudali.
Il
codice, opera principalmente del protonotaro e logoteta Pier
della Vigna, ma con contributi di tutta la corte e dello stesso sovrano, ebbe il nome
ufficiale di Constitutiones Regni Utriusque Siciliae. Le
costituzioni miravano a limitare i poteri e i privilegi delle locali
famiglie nobiliari e dei prelati, facendo tornare il potere nelle mani
dell'imperatore, e previdero anche la partecipazione delle donne per
quanto riguardava la successione dei feudi.
Il sovrano svevo trascorse a Melfi e dintorni (soprattutto a Lagopesole, Palazzo
San Gervasio e, secondo
alcune fonti, anche Monticchio) i momenti di relax, dato che le foreste del Monte
Vulture erano particolarmente adatte per il suo svago preferito: la
falconeria, ovvero la caccia col falcone.
Federico
II utilizzò il castello come tesoreria regia, (servì a lungo per
conservare il frutto delle imposizioni accollate alle comunità della Basilicata)
e, tipicamente, come prigione, visto che Othman,
il saraceno di Lucera, vi fu rinchiuso finché non sborsò 50 once d'oro per ottenerne la
scarcerazione. Nel 1232 vi ospitò il marchese
di Monferrato e sua nipote Bianca
Lancia, amata da Federico, da cui ebbe il figlio naturale Manfredi;
nel 1241,
vi trattenne come prigionieri di riguardo due cardinali e numerosi vescovi
francesi e tedeschi che avrebbero dovuto partecipare ad un Concilio convocato
dal Papa per deporlo.
Con
la morte di Federico II, Manfredi, divenuto il nuovo re del regno
di Sicilia nonostante il pontefice Innocenzo
IV, lo avesse dichiarato usurpatore, dovette affrontare la ribellione di
numerose comunità, le quali vennero a patti coll'antico avversario degli
svevi. Anche Melfi, fino a quel momento città prediletta di Federico II,
passò dalla parte avversaria. Fu così che scoppiò il conflitto tra guelfi
e ghibellini, rispettivamente
sostenitori del papa e del partito svevo. I Guelfi, forti dell'alleanza
con gli angioini di Carlo
d'Angiò, sconfissero prima
Manfredi nella Battaglia
di Benevento (ove Manfredi
stesso trovò la morte) e poi Corradino (nipote di Federico II) nella Battaglia
di Tagliacozzo, ponendo fine
alle ambizioni sveve nel sud Italia.

A
seguito di questi conflitti, che decretarono l'estinzione della
discendenza maschile degli Hohenstaufen,
la famiglia di Carlo
II d'Angiò si installò da
padrona nel Regno, facendo di Napoli la
nuova capitale e tagliando netto col passato normanno-svevo. Melfi scivolò
sempre più in secondo piano anche se il castello venne
massicciamente ampliato e ristrutturato. Ad ogni modo, Melfi rimase un ambìto
territorio da assicurarsi e nella zona i partigiani degli Hohenstaufen
furono molto attivi contro gli Angioini,
facendo leva sul sentimento popolare e sulla scarsa simpatia riscossa dai
francesi.
Nello
scontro per ottenere la città si aggiunsero anche gli Aragonesi,
che con gli Angioini giocarono
la partita prevalentemente sul mare e sul versante tirrenico, divenendone
in seguito i nuovi padroni. Sotto la dominazione aragonese nel
castello si tennero alcune riunioni durante la sanguinosa Congiura
dei baroni contro re Ferrante
D'Aragona e suo figlio. Nel
corso della guerra tra la Francia di Francesco
I e la Spagna di Carlo
V per la conquista del
regno di Napoli, l'esercito francese di Pietro Navarro e del maresciallo Odet
de Foix, visconte di Lautrec,
portò a compimento, tra il 22 e il 23 marzo 1528, il cruento assedio
di Melfi, passato alla storia come "La Pasqua di sangue".
Visto
respinto un attacco dalla parte delle Serre (colline tra Melfi e la
Puglia), l'oste francese ritornò all'attacco con le artiglierie e irruppe
prima nella cerchia muraria urbana, massacrando gran parte della
popolazione (le vittime furono tra le 3.000 e le oltre 4.000). Successivamente si diresse verso il castello, dove si era rifugiato
con le milizie superstiti Sergianni III Giovanni Caracciolo, 4º duca di
Melfi, che vista l'inutilità della resistenza, per salvarsi la vita decise
di arrendersi. Con lui terminò il feudo della famiglia Caracciolo, che
durava dal 1418.
La
città, saccheggiata e bruciata, fu abbandonata per mesi e si dovette
ricorrere a speciali incentivi per ripopolarla; vennero emessi due editti:
uno che invitava le popolazioni di città limitrofe a ripopolarla ed un
secondo che esentava la città di Melfi, per la sua fedeltà agli
Aragonesi, al pagamento delle tasse per 12 anni. A tal proposito va
ricordata la processione della Pentecoste che alle prime luci del mattino
vede la popolazione recarsi in montagna presso la chiesa dello
Spirito Santo, in ricordo della fuga dei melfitani per trovare scampo
nei boschi del Vulture,
e il loro ritorno in città dopo la riconquista da parte degli Aragonesi e
la cacciata degli Angioini.
Con
l'editto del sovrano spagnolo, a Melfi si stanziarono varie popolazioni
provenienti da zone limitrofe e una colonia di Koronei albanesi che si
insediarono in una zona totalmente distrutta dai francesi, che prenderà
il nome di Chiuchiari, da colui che guidò questa migrazione,
Capitan Kiukieri. Nel 1597 i
Koronei, a seguito di divergenze religiose con il vescovo Deodato Scaglia,
lasciarono Melfi per emigrare a Barile, ricongiungendosi ad altre famiglie della loro stessa provenienza.
Parallelamente
all'arrivo degli angioini, giunse a Melfi una delle più potenti famiglie
della zona, i Vaccaro, provenienti da Lavello. Arrivarono con l'intenzione di predominare sulle ricche famiglie melfitane
come i Malamerenda, i de Grusa e gli Arese, che, ovviamente, fecero di
tutto per non consentirlo. Nel parlamento del 1291 nessuno
del partito dei Vaccaro venne eletto alle maggiori cariche cittadine e la
famiglia fomentò una protesta popolare contro gli eletti. I Malamerenda
furono la famiglia più ostile nei confronti dei Vaccaro e tra i
sostenitori delle due fazioni ci furono lotte violente. La scintilla fu
l'uccisione del giudice Francesco de Grusa, attribuita ai Vaccaro, che
rimasero impuniti essendo protetti dal re Roberto
d'Angiò, cavandosela con una
sanzione pecuniaria.
I
de Grusa, con il supporto dei Malamerenda e degli Arese, giurarono
vendetta. Il bersaglio principale fu Pasquale Vaccaro, esponente illustre
della famiglia, ma, essendo protetto da uomini armati, le famiglie
melfitane assoldarono un killer per uccidere il suo giovane nipote, anche
lui di nome Pasquale, che aveva circa 10 anni. Il sicario ammazzò il fanciullo mentre usciva dalla casa del suo
maestro di scuola. Tutto ciò, ovviamente, causò la reazione dei Vaccaro
che incitarono la popolazione di Melfi contro i mandanti dell'omicidio.
Venne innescata una vera e propria guerra civile: le case dei de Grusa,
dei Malamerenda e degli Arese vennero assaltate e saccheggiate,
costringendoli ad abbandonare Melfi, e i loro uomini armati furono
massacrati ed altri vennero catturati e poi afforcati.
Estirpato
il potere delle tre famiglie melfitane, fu costituita la nuova
amministrazione di Melfi, composta da persone mandate dai Vaccaro. Ciò
non era visto di buon occhio dal re Roberto
d'Angiò, il quale non volle che
un qualsiasi cittadino potesse proclamarsi capo della città ma, allo
stesso tempo, non desiderava che i melfitani si ribellassero, avendo
giurato fedeltà al governo costituito dalla famiglia lavellese. Raggiunto un compromesso, il sovrano nominò sua moglie Sancha
d'Aragona contessa di Melfi
e, successivamente, le concesse anche il territorio di Venosa e Potenza.
A
seguito di questi eventi, terminata la guerra tra angioini e aragonesi, la
città perse definitivamente importanza. Il 20 dicembre 1531,
il re aragonese Carlo
V confiscò a Caracciolo il
Principato di Melfi e lo assegnò prima a Filiberto
di Chalon e poi, con
l'aggiunta di 25.000 scudi al nobile genovese Andrea
Doria, onorato dal sovrano per aver combattuto con successo per la sua causa
e sostenuto le spese per l'allestimento dell'esercito.
Con
il governo dei Doria, Melfi visse una condizione di emarginazione sempre
più irreversibile. Il ceto basso dovette subire un'enorme pressione fiscale sui beni di
prima necessità, sulla produzione e circolazione di merci, sugli immobili
e sui dazi. I Doria restarono signori di Melfi fino alla fine del sistema
feudale e mantennero proprietà e latifondi fino alla riforma agraria
degli anni cinquanta.
Ciononostante,
varie furono le famiglie nobili che, nei secoli di potere dei Doria,
animarono la vita culturale e politica cittadina, schierandosi
variegatamente in differenti fazioni. Nella prima metà del XVII secolo
sono attestate le seguenti famiglie facenti parte dei sedili nobiliari
cittadini: Alessandri (originari di Ascoli e detentori del seggio di Porto
a Napoli),
Bastellis, Benedetti, Bruschi, Facciuti, Ferilli (discendente dai conti di Muro
Lucano),Giovenchi, Maffei (di origine romana), Mandina, Giordano, Mele (presenti
in Melfi dal XIII secolo), Minervi, Orsi (precedentemente nobili di Pescopagano e discendenti della famiglia patrizia veneziana degli Orseolo),
De Rentijs, Ricciardi, Ruffi delli Leoni, Rotondi, Signorelli (già nobili
a Ravenna, Molfetta e Perugia), Vecchi. Parte della nobiltà fu coinvolta
in una congiura contro il vescovo Deodato
Scaglia.
Da
quel periodo in poi la città conobbe un consistente declino che durò per
secoli, il commercio andava scemando e gli investimenti privati e pubblici
divennero sempre più rari. Il tutto venne aggravato dalla grande
depressione economica del XVII secolo che colpì l'intera area del
Mediterraneo, ove Turchi, Saraceni e Spagnoli mantenevano ben saldi i
propri domini. La depressione portò a Melfi agitazioni sociali, come nel 1728 quando
la città insorse contro la gabella della
farina e nel 1831 per sollecitare la quotizzazione delle terre demaniali. Nel 1851,
la città subisce un violento terremoto alle ore 2:30 pomeridiane, che
provocò circa 700 morti e 200 feriti.
Con
l'unità
d'Italia, Melfi, come tutta la Basilicata ed
il sud Italia in genere, non vide alcun miglioramento economico-sociale,
sprofondando sempre più in uno stato di grave povertà ed isolamento. Una
delle conseguenze di questo degrado fu il brigantaggio, a quel tempo
largamente diffuso nell'intero meridione. Il 15 aprile 1861,
Melfi (come tutta la zona del Vulture) fu conquistata dalle bande capeggiate da Carmine
Crocco, che sbaragliò le guarnigioni sabaude in poco tempo e fu accolto
trionfalmente dalla popolazione locale. Tuttavia alcuni ricordano
tristemente l'arrivo di Crocco per la crudeltà inflitta al sacerdote
Pasquale Ruggiero, ucciso e barbaramente mutilato il 1º maggio 1861.
Nella sua casa paterna, nelle vicinanze della Porta Venosina, fu eretta
nel 1901 una
lapide che ricorda la tragedia.
Tra
i briganti di Melfi si distinsero Domenico "Malacarne" Zappella,
capo dell'omonima banda Malacarne affiliata a Carmine
Crocco, e Michele Schirò, un contadinello che, a soli 13 anni, imbracciò le armi
seguendo la "banda Casaletta" e dopo che il suo capo venne
ucciso, proseguì la sua attività compiendo ruberie e ricatti, fino a
quando non fu catturato dalla polizia. A Melfi trovarono la morte i briganti Giuseppe
Schiavone, Giuseppe Petrelli e
Aniello Rendina, fucilati il 28 novembre 1864 dai bersaglieri.
I
tre furono catturati dopo che Rosa Giuliani, ex convivente di Schiavone,
fece scoprire alla Guardia Nazionale la masseria in cui si nascondeva il
brigante. I motivi che portarono a ciò furono il tradimento e l'abbandono di
Schiavone per un'altra donna, Filomena
Pennacchio, anch'ella
brigantessa. Ben presto i flussi migratori verso le Americhe peggiorarono
ulteriormente la situazione. Il 19 luglio 1868 nacque a Melfi Francesco
Nitti, presidente del consiglio tra il 1919 ed il 1920, nonché più volte
ministro e (assieme al rionerese Giustino
Fortunato), uno dei fautori
lucani del cosiddetto meridionalismo.
Il terremoto
del Vulture del 23 luglio 1930, che colpì le province di Avellino e Potenza (provocando la morte di 1404
persone in entrambe le provincie), ebbe effetti devastanti su Melfi,
essendo stato il comune del Vulture maggiormente danneggiato, sia per quanto riguarda le perdite di vite
umane e sia per i danni al patrimonio della città. Molti monumenti, palazzi, chiese e conventi vennero rasi al suolo dal
sisma e non vennero mai più ricostruiti, a parte la Cattedrale che
necessitò di un massiccio restauro. La continuità delle mura urbane
venne interrotta dopo secoli, con la demolizione della Porta del
Bagno (detta del Mercato), e la creazione di un varco
per l'asportazione delle rovine, che andarono a colmare in parte il
prospiciente Vallone di Capograsso dove poi fu ricavata
la Villa comunale.
Dopo
la seconda
guerra mondiale, la riforma
agraria portò un piccolo miglioramento economico ma l'effetto sortito durò
per poco tempo, a causa delle emigrazioni verso il nord Italia ed il nord
Europa negli anni cinquanta e sessanta. Dopo un periodo infausto durato
per secoli, Melfi iniziò ad intravedere uno spiraglio di luce sul finire
degli anni ottanta, con l'arrivo della Barilla nel 1987 e
poi dell'area industriale SATA nella sua frazione San
Nicola nel 1993,
ove venne installato un grande
stabilimento FIAT. Sin dal 1866 Melfi e i comuni vicini hanno chiesto l'istituzione di una provincia
autonoma dal quella di Potenza di cui fanno parte. La proposta, che dal 1992 è
avallata dal parere favorevole del Consiglio regionale dalla Basilicata,
dal 1957 è stata più volte portata in Parlamento. I primi disegni di legge
per l'istituzione della provincia di Melfi risalgono al 1957 ad
opera dei senatori Ciasca e Schiamone.
Nel
corso degli anni
settanta alle proposte
presentate dai parlamentari lucani si accompagnò un largo movimento di
opinione nel territorio che culminò in occasione delle elezioni nel 1978 quando
numerose schede elettorali vennero annullate mediante l'apposizione di un
adesivo con la scritta "Melfi provincia". Numerose furono anche
le proposte degli anni successivi, fino a quella del 2006 presentata
dai senatori Viceconte e Taddei. Un decreto legge passato all'esame di Camera dei Deputati e Senato
potrebbe consentire alla città e alle zone limitrofe ulteriore sviluppo
economico e culturale. A Melfi (in particolare nella frazione di Foggiano)
è stato girato il film Io
non ho paura (2003)
che vinse il David
di Donatello 2004 per
il miglior direttore della fotografia.
Visitare
il centro storico
La città
di Melfi si è sviluppata inizialmente sulla collina alla cui sommità
svetta il castello. Il primo impianto urbano sorgeva nella zona nord
ovest, in mariera radiale rispetto alla Piazza della Corte (oggi Piazza
Umberto I). All'antico borgo medievale, che aveva come limite ad est la
Cattedrale di Santa Maria dell'Assunta e la strada che la collega alla
Porta Venosina (attuale via Garibaldi), si sono aggiunti nuovi nuclei
legati a livello economico, sociale e religioso con il borgo primitivo. La
loro nascita si è resa necessaria per l'incremento demografico e per le
ricostruzioni post terremoto, come nel 1851 e 1930.
Borgo
medievale, è l'area a forma di trapezio compresa tra San Lorenzo
(probabilmente la più antica chiesa della città), il Castello, la
Cattedrale, la Porta Venosina.
Chiuchiari:
rione a sud-est rispetto alla Cattedrale, abitato nel XVI secolo da
popolazioni albanesi immigrate, guidate dal Capitan Kiukieri, da cui il
nome del rione.
Rioni San
Michele e San Martino: sorti nel secolo XIX, fuori le mura, nel versante
di Porta Calcinaia e Porta Bagno, nella zona tra il vallone Capigrassi ed
il monte Tabor (o collina dei Cappuccini); ebbero gravi danni al terremoto
del 1930 al punto da sconsigliarne la ricostruzione, lasciando due ampi
spazi aperti: l'allora Largo Abele Mancini (o piazza mercato), e l'area
che fu utilizzata come Campo Sportivo, oggi Piazza Festa Campanile.
Casette:
all'estremo oriente della collina, è un rione molto ordinato con pianta a
scacchiera, edificato in seguito al sisma del 1930, con case antisismiche
monoplanari in muratura portante.
Quartieri
moderni - A partire da metà degli anni cinquanta è cominciata
l'espansione edilizia della città, ovviamente fuori le mura, avendo
esaurito gli ultimi spazi della collina con la costruzione del rione Case
Nuove, a sud-est, nei pressi del vecchio carcere. La città
necessariamente iniziava a mutare la sua pianta, da radiale e lineare.
-
Stazione: si intende tutto l'edificato tra Piazza Abele Mancini e la
stazione ferroviaria, lungo la via Gabriele D'Annunzio e via Santa Sofia,
risale agli anni sessanta.
-
Cappuccini, tutta la zona a monte di via Santa Sofia (o via vecchia), è
stato costruito negli anni settanta e ottanta.
-
Valleverde: con il rione Stazione ha segnato il primo sviluppo urbanistico
lineare della città; si è sviluppata sin dagli anni sessanta, a monte
della Strada Statale per Foggia; è il quartiere più esteso e più
popoloso della città.
-
Contrada Incoronata e Contrada Bicocca: espansione del XXI secolo, al di là
della linea ferroviaria, lungo la Via Monteverde, a nord-ovest del borgo
medievale, sulla linea d'aria più breve verso il fiume Ofanto; presentano
palazzine condominiali insieme a villette a schiera, e una zona
commerciale della grande distribuzione organizzata; è abitata da una
popolazione di età media più giovane rispetto alle altre parti della
città.
Cattedrale
di Santa Maria Assunta

Il Duomo
di Melfi, che risponde al nome ufficiale di cattedrale di Santa Maria
Assunta, è il monumento religioso più importante del Centro
Storico. Nel gennaio
del 1958 papa
Pio XII l'ha
elevata alla dignità di Basilica
Minore e a
ricordo di ciò, nella navata di sinistra, è stata collocata una lapide
con incisa la bolla papale.
La
basilica, squassata da innumerevoli terremoti, conserva ben poco del suo
passato glorioso, ad eccezione del campanile. Le prime costruzioni
risalirebbero al 1076,
volute da Roberto
il Guiscardo. Nel 1153 Ruggero
II, oltre al
rifacimento della facciata, di cui nulla resta, fece realizzare un
imponente campanile in stile romanico normanno, alto circa 50 metri ed
edificato da Noslo di Remerio, che si sviluppa su tre piani.
 Gli
ultimi due piani sono alleggeriti da quattro bifore per ogni piano,
abbellite da decorazioni in pietra bianca (pietra di Trani)
e nera (pietra lavica) e notevolissime raffigurazioni di animali
fantastici, sempre a tarsia bicolore. Il piano terminale della torre è
crollato nel terremoto del 1851 portando
alla costruzione dell'attuale guglia ispirata al campanile della
cattedrale di Venosa.
Il campanile contrasta fortemente con l'attuale aspetto barocco della
cattedrale che ha subito numerose ricostruzioni che ne rendono
problematico lo studio. L'ultima campagna di ricostruzione risale al 1770,
voluta dall'allora arcivescovo Spinelli,
in seguito al devastante terremoto del 1694.
Il
campanile è uno dei monumenti più insigni dell'architettura normanna
nell'Italia meridionale.
La
Cattedrale di Melfi inoltre conserva una Madonna romea
(di stile
bizantino) d'incerta
datazione e provenienza (il muro su cui è appoggiata non è antico) e una
notevole collezione di arredi lignei barocchi.
Notevoli all'interno sono la cattedra o trono vescovile, il pulpito e
l'organo che insieme al soffitto a cassettoni e alla facciata sono del
Settecento fatti costruire dal vescovo Spinelli. Nel transetto di destra
in un grande reliquario è contenuta la statua di S. Alessandro martire
patrono della città e della diocesi di Melfi.
Alla
fine del 2007 è
stato completato il rifacimento del lastrico della piazza antistante.
Durante il 2009 e ancora nel 2010 è oggetto di restauro con la
pitturazione, l'installazione del riscaldamento e l'adeguamento liturgico.
Il 18 maggio 2010 il cardinale Maradiaga S.D.B.,
ha solennemente benedetto il nuovo portone e l'intera Basilica si è
arricchita di un nuovo portone, infatti il preesistente è stato
ristrutturato e sono state aggiunte sei pannelli di bronzo rappresentanti: L'Annunciazione, L'Assunzione
di Maria, La discesa dello Spirito Santo, I cinque
concili papali tenutisi a Melfi, Il martirio di S. Alessandro e La visita
pastorale del
vescovo Gianfranco Todisco.
Possiamo
osservare all'interno della cattedrale i resti del matroneo della vecchia
cattedrale romanica come una parte di un arco sulla parete destra della
facciata, una particola in alto all'altezza del transetto, probabile
accesso al vecchio matroneo romanico e le colonne della navata centrale in
pietra che appartengono, insieme ad alcuni inserti come archi, al vecchio
edificio romanico normanno.
Importante
notare le reliquie di Sant' Alessandro delle catacombe di San Callisto e
il corpo di San Teodoro.
In
chiesa è anche un Martirio di Sant'Alessandro, eseguito nel
1712 da Paolo
De Matteis.
Chiesa
di Sant'Antonio
Fondata,
secondo tradizione, nel 1222 al passaggio di San Francesco; si trova nella
via omonima e le fonti documentario datano la costruzione al 1423, cui
seguirono successivi, profondi restauri dopo il 1851. La chiesa più
antica corrisponde alla grande aula, adibita a sacrestia, dietro il
transetto dell'impianto attuale.
Durante
lavori di restauro sono venute alla luce due varchi finestra in stile
gotico; sull'arco trionfale è scolpita la data di ricostruzione 1523,dopo
il terremoto del XV secolo; venne decorata con stucchi
tardo-rinascimentali al finestrone ed al sottostante altare; ai lati sono
due sepolture, anche in stucco, con un giovane disteso su un giaciglio ed
una figura orante superiore e, sul lato destro, un secondo personaggio,
pure disteso,vestito da guerriero con lorica, e la mano sinistra
sull'elmo. Al centro del pavimento davanti all'altare è la sepoltura di
Francesco Di Stasio Portinari che, nel 1374, fece un lascito a tale scopo.
A sinistra è visibile un lavabo con stemma gentilizio del 1654 e a
destra, sotto il sarcofago, è un affresco con "San Francesco di
Paola".
La chiesa
fu gravemente danneggiata dall'esercito del Lautrec nel 1528 e subì
la sottrazione delle campane per ordine del viceré di Napoli. Nel 1557 fu
costruita la nuova chiesa con navata unica, semicappelle laterali e
transetto; sul lato sinistro entrando si trova una bella acquasantiera in
granito rosso, sostenuta da una statua del XVI secolo. La nuova chiesa
superò bene i terremoti del 1731 e del 1752, ma venne danneggiata dal
sisma del 1851.
Dal XVII
al XVIII secolo, per l'accresciuta devozione a Sant'Antonio, la chiesa
viene dedicata a quest'ultimo e si restaura il cappellone a fianco del
campanile, dove sono affreschi dell'epoca ed una statua lignea di
Sant'Antonio con Bambino dipinto in oro; conserva anche un dipinto su
tavola del XVI secolo napoletano. La facciata a timpano ha un portale
ogivale con rosone romanico tra due finestre rettangolari; a sinistra si
eleva la torre campanaria con la parte basamentale in pietra scura
vulcanica ed una finestra oculare; la cornice del timpano è sottolineata
con archetti gotici.
Chiesa
della Madonna del Carmelo (Carmine)
Un
tempo era parte del Convento dei carmelitani, che occupava buona parte
degli stabili circostanti.
L'originaria
porta in legno (oggi conservata nel Palazzo del Vescovado) presenta
immagini che riassumono il tipico esempio della concezione medioevale
della morte.
La
confraternita di questa chiesa (insieme a quella di S. Anna) cura i riti
della settimana Santa con l'esecuzione di mesti canti riguardanti la
tragedia del Golgota.
Chiesa
di San Teodoro
La
data di costruzione è ignota sebbene antica, si è a conoscenza solamente
che nel 1040 fu elevata a parrocchia dal vescovo Monsignor Baldovino, fino
all'anno 1988, quando l'allora vescovo Mons. Cozzi accorpò la chiesa alla
Cattedrale. Nell'edificio era conservato un vasetto di legno che conteneva
le reliquie di San Teodoro M., di San Sebastiano e San Petronilla ma, dopo
il sisma del 1980, questa testimonianza è andata perduta. Vi si trova un
crocifisso in legno di medie dimensioni e una statua della "Madonna
Desolata".
Chiesa
di San Lorenzo
Risalente
al 1120, a quel tempo appartenente all'Abbazia di Sant'Ippolito
di Monticchio Laghi, è probabilmente l'edificio più antico di
Melfi, e consiste in un battistero ottagonale affiancato da un campanile
ammezzato.
Chiesa
di Sant'Anna e Santa Maria del Suffragio
Edificata
nel 1934, la chiesa appartenente alla parrocchia Cattedrale è conosciuta
come organizzatrice della processione del venerdì Santo, dove insieme
alle immagini sacre della Madonna Addolorata e Gesù Morto, sfilano
bambine vestite di nero con in mano i misteri della Passione di Gesù.
Tale chiesa organizza anche la processione di Sant'Anna il 26 luglio.
Chiesa
rupestre di Santa Margherita
La chiesa
rupestre di Santa
Margherita sorge
sul pendio di una collina denominata "Toppo Sant’Agata", lungo
la strada statale che oggi collega Melfi alla
città di Rapolla.
L'edificio
è interamente scavato nel tufo vulcanico e presenta al suo interno un
importante ciclo di affreschi; testimonianza significativa dell’arte in Basilicata durante
il periodo angioino.
Il programma decorativo insiste sul valore del martirio dei santi
rappresentati e la dedicazione a Santa Margherita, protettrice delle
partorienti, riflette una devozione popolare femminile. Lo stile delle
pitture indica l’intervento di diverse maestranze, avvicendatesi nella
prima metà del XIV secolo e portatrici di diverse esperienze artistiche,
oscillanti tra la tradizione bizantina e
le novità giottesche promanate
da Napoli. Tra le pitture spicca l’originale rappresentazione dell'Incontro
dei tre vivi e dei tre morti.
La
chiesa venne scoperta e illustrata per la prima volta da Gian Battista
Guarini, in un saggio pubblicato nel 1899 sulla rivista Napoli
Nobilissima. Secondo
lo studioso, lo scavo dell’edificio fu effettuato dai monaci basiliani stabiliti
nel Vulture intorno
all’anno Mille, mentre il santuario fu fondato nel XIII secolo da parte
delle comunità benedettine attive nei pressi della collina.

La
chiesa è interamente scavata nel tufo e presenta una struttura
architettonica in stile gotico.
Sono assenti le strutture dell'architettura bizantina come il bêma, il diaconicon,
il nartece o
l’iconostasi,
tipiche delle chiese rupestri del materano e del territorio pugliese.
L’ingresso è ad arco acuto, alto m 2,60 e largo m 4, oggi chiuso da un
portone in legno. L’interno si presenta ad aula unica, lunga m 12,
voltata a crociera e divisa a metà della navata da un arco ribassato. In
fondo all’aula si trova la cappella maggiore con un altare dedicato a
Santa Margherita d’Antiochia, la santa titolare dell’edificio. Sui
lati si aprono altre quattro cappelle voltate a botte e di diversa
profondità. La cappella a sinistra della porta di accesso presenta un
altare dedicato all’Arcangelo
Michele. Le cappelle
laterali presso l’altar maggiore non sono affrescate, sono corredate da
sedili in pietra e quella a destra presenta un arco che dà accesso a un
vano secondario, forse una sagrestia o
un giacitoio per il monaco a guardia dell’edificio.
Cappella
di San Michele -
La prima cappella che si apre sulla sinistra, in corrispondenza
dell’entrata, è dedicata all’Arcangelo
Michele. Al centro è
presente un altare parietale ricavato dalla pietra tufacea e le pareti
sono scandite da cornici in una serie di riquadri che ospitano figure di
santi, costituendo una sorta di polittico su muro. Sull’estremità
sinistra del sottarco si trova la figura di San
Bartolomeo; il santo
scorticato che porta sulla spalla un panno verde che è in realtà la sua
pelle. Nel primo riquadro sulla parete sinistra della cappella si staglia
la figura dell’Arcangelo
Michele, il capo
delle milizie celesti e combattente delle forze del male. Abbigliato con
una lunga veste e un prezioso loros bizantino,
trafigge con una lancia il drago ai suoi piedi mentre con la sinistra
sorregge il globo
crucigero,
rispettando l’iconografia orientale.
Segue
la figura di una Madonna con Bambino in trono. La Vergine
siede su un trono bizantino decorato a losanghe con pulvinare rosso. Nella
posa dell’Odighitria,
essa sorregge il Bambino che con una mano benedice alla latina mentre
nell’altra reca il cartiglio aperto. L’immagine presenta forti
analogie con l’immagine della Madonna con Bambino presente nella vicina
chiesa rupestre di Santa Lucia, ma è restituita in una versione più
compendiaria. Accanto si trova la figura di San
Giovanni Evangelista accompagnato
dall’iscrizione “S[anctus] IOH[anne]S EVA[ngelista]. La figura stringe
sul petto un Vangelo dalla copertina gemmata e con una mano indica la
vicina Madonna in trono, instaurando un senso dinamico alla composizione.
Sulla parete di fondo si inserisce Santa Margherita, la santa titolare
della chiesa, nella posa dell’intercessione verso l’Arcangelo Michele
al centro, sopra l'altare. La figura dell’angelo presenta i medesimi
caratteri dell’Arcangelo sulla sinistra, eccetto nelle dimensioni e in
alcune variazioni cromatiche. Segue San
Giovanni Battista,
vestito di pelliccia, che intercede verso il Cristo in trono sulla parete
destra. Cristo, assiso su un trono bizantino, benedice solennemente alla
latina mentre con una mano tiene il Vangelo aperto sulle parole "[Ego
sum] LUX/MU[ndi qui sequi] TUR/ME[non ambulat in tenebris sed habebit
lumen vitae aeterne]”. A riempire lo spazio delle pareti si inseriscono
delle fasce decorative secondo un’idea di horror
vacui: un girale
vegetale con fiori rossi di gusto romanico e un motivo gotico ad archetti
incrociati. Tali pitture si caratterizzano per soluzioni arcaiche di
retaggio bizantino come i grandi occhi dilati, i pomelli rossi sulle gote
e le ombre dense e marcate nei tratti.
Accanto
a queste si inserisce un’opera dal tema macabro realizzata da un artista
più aggiornato: L'incontro
dei tre vivi e dei tre morti.
Come narra la leggenda, tre nobili cavalieri, di ritorno da una battuta di
caccia si imbattono in tre scheletri che ammoniscono sulla caducità della
vita con la frase “noi eravamo quel che voi siete, voi sarete quel che
noi siamo”. L'affresco rappresenta tre nobili e due scheletri- il terzo
era forse presente nella parte di intonaco caduta. La leggenda viene
tramandata da un poemetto della seconda metà del XIII secolo di Baudouin
de Condé, menestrello alla corte di Margherita II contessa di Fiandra
(1244-1280). L’opera di Melfi si distingue dalle rappresentazioni
italiane dell’Incontro, dove spesso compare la figura
dell'eremita o dove i cadaveri giacciono a terra nelle bare aperte. La
scena è schematica e immediata e segue l’impostazione propria delle
miniature che adornavano i codici dei poemetti sull’Incontro,
diffusi a partire dal XIII secolo. Tali miniature sono le prime
raffigurazioni relative al tema e costituivano un modello iconografico
anche per le rappresentazioni murali. La corte angioina era un motore di
miti laici e cavallereschi e la sua presenza a Melfi può spiegare
l’influenza diretta di un modello miniatorio.
Altare
maggiore - La
cappella dell’altare maggiore è incassata nella volta maggiore
dell’edificio con una soluzione del tipo ad arcosolio. In basso a
sinistra del sottarco esterno si trova la figura di San
Vito che tiene
al guinzaglio dei cagnolini, il suo attributo. Seguono in alto le figure
di Santa
Elisabetta e di San
Guglielmo da Vercelli,
il santo fondatore dell’Ordine dei Verginiani.
In basso a destra si inserisce la figura di San
Basilio Magno, il
vescovo di Cesarea,
dottore della Chiesa e fondatore dell’ordine dei basiliani.
Il santo si presenta canuto e privo della tipica barba a punta, mostrando
delle strette affinità stilistiche con il San Basilio presente nella
Cripta di San Vito Vecchio a Gravina.
In basso a sinistra dell’arco trionfale si trova una piccola vasca per
lo scolo delle abluzioni o piscina liturgica e la parete dell'arco è
decorata con cinque clipei contenenti i simboli del Tetramorfo -
il bue di San
Luca, l’angelo di San
Matteo, l’aquila di San
Giovanni, il leone di San
Marco- e un Cristo
benedicente nel clipeo centrale.
In
basso a destra si inserisce, entro un’arcatella dipinta, la figura di San
Nicola di Bari. Il
santo soffrì il carcere per Cristo sotto l’Impero di Diocleziano e
partecipò al Concilio
di Nicea contro
la dottrina ariana; forse per questo, secondo l’iconografia bizantina,
viene spesso rappresentato vicino a San
Basilio. La figura
ieratica e austera, benedice alla latina e con una mano stringe il Vangelo
dalla copertina gemmata, attributo dell’iconografia orientale. Al centro
della cappella si trova un altare parietale con scalino inginocchiatoio,
sopra il quale è dipinta l’immagine di Santa Margherita con otto storie
della sua vita, affiancata da San
Paolo e San
Pietro. La santa si
presenta in abiti principeschi, con una mano stringe una croce patriarcale
e con l’altra afferra un lembo del mantello creando un nodo di pieghe
falcate. Sul sostrato bizantino della figura, evidente nella resa piatta e
bidimensionale, si innestano elementi nuovi dell’arte
gotica come il
linearismo del panneggio e l’ovale del volto dai tratti delicati. Le
otto storie raffigurano gli episodi della sua vita riportati dalla
"Passio" del greco Teotimo. Qui, l’artista (lo stesso che
realizza l’icona centrale) si esprime con modi essenzialmente grafici,
adottando un tono più naïf e vivace e mostrando una sensibilità alle
forme gotiche. La lettura delle storie parte da sinistra e segue un
andamento dall’alto al basso, come canonico.
-
Santa Margherita custodisce il gregge con la sua balia. Notata per la sua
bellezza, due cavalieri giungono per rapirla per ordine del Prefetto
Olibrio.
-
Olibrio interroga Margherita e le chiede la mano. La fanciulla rifiuta le
sue lusinghe, professa la sua fede cristiana e accetta la sua condanna.
-
Margherita è in prigione, subisce l’apparizione del demonio sotto forma
di un drago e viene divorata. Essa si salva squarciandogli il ventre con
un segno della croce.
Ancora
in prigione, il demonio appare una seconda volta. Margherita ne subisce le
tentazioni ma si difende calpestandolo a terra e costringendolo a
confessare la ragione del suo odio verso gli uomini.
-
Margherita è condannata a dei supplizi. La santa seminuda è legata a un
palo e viene flagellata dai carnefici.
-
La santa nuda è distesa a terra e viene torturata con degli uncini di
ferro.
-
La fanciulla viene immersa in una vasca di acqua bollente mentre un
carnefice, con l’aiuto di un mantice, attizza il fuoco.
La
scena raffigura i due momenti culminanti del martirio. In basso, la
vergine viene decapitata da un carnefice con una lunga spada. In alto,
l’animula della santa, incoronata e seduta in trono, viene sollevata in
una sindone da due angeli con le mani velate.
Sulla
parete sinistra si inseriscono due sante identificate come Sant’Orsola,
nella santa sulla sinistra che sorregge un lungo bastone con vessillo
crociato e Santa Cordula nella santa sulla destra. Queste figure sono
spurie da qualsiasi bizantinismo e rivelano l’intervento di un artista
aggiornato sulle soluzioni giottesche. La parete destra è decorata con un
motivo a finti marmi colorati ed è bucata da una nicchia per il deposito
di suppellettili.
Sulla
volta si staglia una Maiestas
Domini racchiusa
in una mandorla sollevata da due angeli. Cristo, seduto su un trono
mosaicato, benedice alla latina e con una mano tiene il Vangelo aperto
sulle parole “[Ego sum]LUX/MU[ndi qui sequi]TUR/ME[non ambulat in
tenebris sed habebit lumen vitae aeterne]". Le proporzioni dilatate
rivelano le ricerche dell’artista verso una resa volumetrica della
figura.
Navata
- Un arco ribassato dal profilo acuto si innesta a metà della navata.
Sulla parete sinistra del sottarco sono rappresentate Santa
Lucia e Santa
Caterina. Le figure
frontali e ieratiche sono nella posa dell’orante. Indossano vesti
preziose e nei volti presentano dei tratti tipicamente bizantini. Sulla
parete opposta è rappresentato il Martirio di San
Lorenzo. In alto a
destra, l’Imperatore Valeriano è
assiso in trono e ordina l’esecuzione del supplizio a un vecchio soldato
munito di spada. Il santo è disteso su una graticola sul fuoco ardente,
assestato da un carnefice con un arnese uncinato. In alto, un angelo lo
benedice con un aspersorio e sul cielo stellato, in ricordo della santa
notte del martirio, compare una Dextera Dei benedicente
da un drappeggio di festoni concentrici, allusivo al Regno dei cieli.
L’artista aderisce ancora al linguaggio bizantino ma mostra una capacità
narrativa che si compiace di deformazioni grottesche e mostra una
sensibilità al naturalismo gotico. I pennacchi delle crociere sono
decorati con girali vegetali di gusto romanico.
Cappella
di Santo Stefano
- Sulla parete destra della chiesa, in prossimità dell’entrata
dell’edificio, si apre un vano voltato a botte e privo di altare. Sulla
parete sinistra del sottarco si staglia una figura di santo nel gesto
dell’orante, probabilmente un santo martire a cui è legata la scena di
battaglia raffigurata nel piccolo riquadro alla sua sinistra. Nella
lunetta centrale si inserisce la scena del martirio di Santo
Stefano. Il santo, al
centro, rappresentato come un diacono imberbe, subisce i colpi dei sassi
lanciati dai suoi carnefici. Sulla parete destra è rappresentata la scena
del Martirio di Sant'Andrea.
Distinguendosi dalle rappresentazioni canoniche, il santo è legato a una
croce del tipo Gabelkreuz (croce a stampella) e rispetta un’iconografia
simile a quella di una miniatura germanica del XIII secolo. Le scene
di martirii del ciclo e la rappresentazione dell'Incontro sono
state attribuite allo stesso artefice. Nel registro inferiore della
cappella sono rimasti dei lacerti di un ciclo cristologico e il volto di
un santo monaco, individuato come San Benedetto. Nella prima scena a
destra era rappresentata un'Annunciazione di
cui rimangono le ali dell’Arcangelo
Gabriele e il maphorion della
Vergine. Nella scena che segue, la Natività
di Cristo, si leggono
la sagoma della Vergine, distesa su un pulvino e alle sue spalle la grotta
dal fondo buio, tipica della tradizione bizantina. In alto, rimangono il
bue che si affaccia sulla scena e una stella avvolta da un alone di luce.
Altre
chiese rupestri
Chiesa
rupestre di Santa Lucia: Situata in contrada Giaconelli, a metà
strada tra Melfi e Rapolla, è costituita da un solo ambiente con
volta a botte. Gli affreschi della cripta, risalenti al XIII secolo e
restaurati dal pittore prof. Tullio Brisi, presentano uno stile
prettamente bizantino e illustrano le storie della santa. Inoltre vi è
una raffigurazione della "Madonna con Bambino" seduta su trono
mosaicato, tipica opera bizantina.
Chiesa
rupestre dello Spirito Santo: Interamente scavata nella roccia, si
trova a circa 900 metri di altezza tra i boschi del Monte Vulture.
Conserva una statua della madonna, che viene portata per le vie della città
durante la festa della Pentecoste in memoria della battaglia tra francesi
e spagnoli a Melfi.
Chiesa
rupestre della Madonna delle Spinelle: scoperta nel 1845 a seguito di
una frana, ne resta solo la cappella terminale (resti della navata furono
spianati negli anni settanta per creare un piazzale antistante) di pianta
esagonale con sei semicolonne che sostengono un cornicione. In era
medievale era una parte della Basilica di Santo Stefano, una costruzione
paleocristiana con più navate e cappelle annesse. Secondo alcune
leggende, in parte confermate, vi era un lungo cunicolo sotterraneo che
collegava il complesso con il Castello. Fu luogo di varie riunioni e
congressi e si sostiene che da questa struttura partirono i soldati
normanni capeggiati da Boemondo per la prima Crociata in Terra
santa.

Altre
chiese
Chiesa
della Trasfigurazione di Nostro Signore e Convento: Già sede dei
Cappuccini, posizionata sulla collinetta Tabor. Fu costruita nel XIII
secolo e all'inizio era una casa di noviziato per poi essere adibita,
dal 1696, a studio teologico e filosofico.
Chiesa
di Santa Maria ad Nives: Fu costruita nel 1570 dall'albanese Giorgino
Lapazzaia, giunto a Melfi nel 1534. Legata al rito arbëreshë, in
essa si celebrano due antiche tradizioni; quella dello Spirito Santo e
quella delle panedduzze.
Ex
Chiesa di Santa Maria la Nova: Sul gentilizio "corso
Garibaldi" fa bella presenza la facciata dell'ex chiesa di
"Santa Maria la Nova", costruita intorno al XII secolo sotto
il dominio dei longobardi, che conserva un bel portale ad arco
ribassato caratterizzato da motivi geometrici e incisioni frastagliate a
sbalzo. La pianta originariamente era a tre navate; le due laterali sono
state separate e trasformate ad uso civile, mentre il campanile ha
verosimilmente subito crolli ed è stato demolito.
Piazze
e Rioni
Piazza
Duomo: chiamata anche Largo Marconi, è la zona in cui si trovano la Cattedrale e
il Palazzo del Vescovado (Melfi).
Piazza
Umberto I: chiamata anche la piazza (la chiazz), rappresenta
l'agorà cittadina dall'XI secolo, epoca in cui era il fulcro del
borgo medievale. I vicoli, i vicoletti e le gradinate della piazza
conservano ancora rilievi, pozzi, portali e decorazioni in pietra. È una
cavea per eccellenza da presentare come caso di studio.
Corso
Garibaldi: chiamato anche strada del vescovado, dal 1500 è la
principale arteria della città ed è luogo di vari palazzi gentilizi.
Rione
Chiuchiari: venne fondato nel 1534 dagli immigrati albanesi capeggiati
da Capitan Kiukieri (da cui proviene il nome). Fu da loro abbandonato nel
1597 per trasferirsi nella vicina Barile.
Via
Vittorio Emanuele: altra arteria storica di Melfi, si contraddistingue per
testimonianze storiche come il portale in pietra di Rapolla (1527)
e il portale appartenente all'ospedale gestito dalla comunità
francescana, datato 1664.
Piazza
Abele Mancini: detta anche piazza mercato, perché era il luogo fuori
le mura dove si teneva anticamente il mercato. È stata oggetto di una
riqualificazione ultimata nel 2006, uno dei rari casi in Italia in
cui il progetto vincitore di un concorso di idee è stato realizzato.
Presenta un percorso pedonale che unisce il borgo medievale al Municipio,
ravvivato da una fontana con panche.
Rione
Bagno: in passato noto come il borgo, è situato al di fuori della
cinta muraria che circonda la città ed era sede delle attività
produttive favorite dal passaggio del fiume Melpes.
Palazzi
Palazzo
del Vescovado: il palazzo
del Vescovado (chiamato anche palazzo Vescovile o Episcopio)
è un edificio storico risalente all'epoca
normanna che, nel
corso dei secoli, subì numerose modifiche fino a raggiungere l'attuale
struttura barocca.
Situato
accanto alla cattedrale
di Santa Maria Assunta,
fu innalzato dai normanni nell'XI
secolo, poi ampliato da Gaspare Loffredo, vescovo di Melfi, tra il 1472 ed
il 1480, e poi da Matteo Bramano. A causa dei gravi danni riportati dopo
il terremoto
del 1694, il palazzo
del Vescovado, ridotto quasi in macerie, subì nel XVIII secolo interventi
massicci tali da cambiarne quasi totalmente l'aspetto (attualmente in
stile barocco) e furono costruite anche la balconata sul portone
principale e la fontana con vasca circolare. Queste opere di
ristrutturazione vennero commissionate dai vescovi Antonio Spinelli e
Pasquale Teodoro Basta.
Nel
1860, 2096 votanti si riunirono nel palazzo per proclamare l'adesione al Regno
d'Italia ma il
tutto si vanificò con l'invasione di Melfi da parte delle truppe
brigantesche di Carmine
Crocco, il 15 aprile dello stesso anno.
Il
6 luglio 2011, venne inaugurato il "Museo Diocesano" all'interno
dell'edificio, alla presenza del cardinale Angelo
Bagnasco. Il museo venne formalmente istituito nell'ottobre del 1978 dal vescovo Armando
Franco ma
l'inattività del decreto, il terremoto
del 1980 e i
rallentamenti dei restauri ne ritardarono l'inaugurazione.
All'interno
vi è un ampio giardino recintato voluto dal vescovo Mario Rufino, il
"salone degli stemmi" ideato dal vescovo Pasquale Teodoro Basta,
la sala del trono con le pareti affrescate, la fontana del tardo '700 che
adorna il cortile interno e l'ampio scalone a forbice. All'interno sono
presenti sculture e dipinti di soggetti religiosi e laici attribuiti a Francesco
da Tolentino, Andrea
Miglionico, Andrea
D’Aste, Cristiano
Danona da Anversa,
e Nicola
Federici da Forenza.
È
inoltre sede della biblioteca vescovile, che conserva importanti
documenti, fra cui le cinquecentine. Fino alla fine degli anni '70, il palazzo del Vescovado custodiva il sarcofago
di Rapolla, oggi nel Museo
Nazionale del Melfese.

Palazzo
Araneo: Presenta una facciata in stile rinascimentale, ma la parte
restante della struttura è ritenuta risalente al Medioevo. Un tempo
adibito a tribunale, si affaccia su un giardino pubblico nel quale si
ammirano due monumenti, con busti in bronzo, del sen. Floriano Del
Zio e dell'on. Arduino Severini. Un tempo il palazzo era di
proprietà della ricca famiglia Mandina.
Palazzo
Severini: Risale al XVI secolo e fu un convento dei Carmelitani.
Divenne poi proprietà di Decio Severini, scrittore e professore
universitario presso gli atenei di Pisa e Roma, nonché
direttore generale delle irrigazioni in Argentina e progettista
di grandi opere in Italia ed Egitto. Il palazzo,
attualmente è sede di un'agenzia assicurativa.
Palazzo
Sibilla: Edificio eretto nell'XVI secolo, era la dimora natale del
generale Ascanio Sibilla, decorato di medaglia al valor militare e
benemerito per i soccorsi e gli aiuti umanitari ai terremotati di
Messina, nonché sindaco di Melfi tra il 1952 e il 1956.
Palazzo
della Corte: Costruito nel XVI secolo, l'edificio è stato per oltre
un secolo la sede del municipio; attualmente ospita la proloco. Al suo
interno vi è un busto di Federico II, donato alla città di Melfi
dalla Repubblica Federale Tedesca. Nel 1922 il Comune di Melfi murò,
nell'atrio del Palazzo Municipale, una lapide marmorea con la seguente
epigrafe:
«IN
QUESTA ANTICA CAPITALE DEL REAME DI PUGLIA / ILLUSTRE PER ARMI INDUSTRIA E
FREQUENZA DI POPOLO / CARA A FEDERICO II DI SVEVIA / ITALIANO PER NASCITA
GENIO ARDORE DI LOTTE / CHE NE RINNOVÒ I BALUARDI E LA CINTA / FURONO NEL
MCCXXXI PROMULGATE LE COSTITUZIONI / PRIMO FONDAMENTO DELLO STATO LIBERALE
/ PROFETIZZATO POI DA DANTE / E PRIMI LINEAMENTI DEL DIRITTO DELLE GENTI /
NEL SESTO CENTENARIO DEL DIVIN POETA / POPOLO E COMUNE CELEBRARONO LE LORO
MEMORIE / IL TRIONFO DEL DIRITTO E IL PENSIERO DEL VATE / RICONGIUNGENDOLI
IN UN SOLO RICORDO / E NEI NOMI DEI DUE GRANDI SPIRITI / UNITI GIÀ NEL
POEMA NEL CONVIVIO E NEL VOLGARE ELOQUIO»
Palazzo
Donadoni: Edificio appartenuto alla famiglia omonima, originaria di Bergamo.
Geromino Donadoni, vissuto nella prima metà del XVI secolo, vi esercitò
il potere di vicegovernatore. È sede del museo civico ed è luogo di
diverse mostre culturali.
Altri
palazzi: Palazzo Mandini presenta una facciata in stile neoclassico,
sotto la quale vi è un nucleo originario di epoca cinquecentesca; Palazzo
Pierro già convento dei Somaschi, appartenente al XVII secolo;
Palazzo Pastore XX secolo; Palazzo Tisbi XV secolo; Palazzo
Aquilecchia XVI secolo; Palazzo Lospinoso-Severini XIX secolo.
Fontane
Fontana
del Bagnitello: In tempi passati fu un centro di ristoro per il
viandante, per il pellegrino e per il contadino con i suoi animali, è
stata ristrutturata nel 2003 con il contributo dell'associazione
Lucani in Umbria.
Fontana
Acqua Santa: Edificata nel XX secolo, situata nella frazione Foggiano.
Fontana
del Bagno: Costruita nel 1928, era il lavatoio della città e fonte
per le scorte idriche per le case sprovviste d'acqua corrente.
Castello
Il castello
di Melfi è
un castello
medievale dell'Italia
meridionale. La sua fondazione, almeno dagli elementi ancora
visibili, risale al periodo
normanno ma ha subito diverse modifiche nel corso del tempo,
soprattutto in epoca angioina e aragonese.
L'origine
del castello di Melfi risale alla fine XI secolo ad opera dei normanni,
sorto in posizione strategica che funge da punto di passaggio tra Campania e Puglia.
Il suo collocamento era indispensabile per difendersi dagli attacchi
esterni e come rifugio per gli alleati. La struttura fu luogo di
avvenimenti "storici" durante l'era normanna.
A Melfi,
capitale della contea
di Puglia, si tennero cinque
concili ecumenici, organizzati da cinque diversi pontefici tra il
1059 e il 1137. Nell'estate del 1059, papa
Niccolò II soggiornò nella rocca fortificata e fu al centro
di importanti avvenimenti: in giugno stipulò il trattato
di Melfi, poi, dal 3 agosto al 25 agosto celebrò il concilio
di Melfi I ed infine con il concordato
di Melfi riconobbe i possedimenti conquistati dai Normanni. Il
papa nominò Roberto
il Guiscardo duca
di Puglia e Calabria. La città di Melfi, passava un periodo
fulgido della storia: in tale circostanza fu promossa a Capitale del
Ducato di Puglia e Calabria. Roberto il Guiscardo, per sposare Sichelgaita
di Salerno vi mandò in esilio la prima moglie Alberada
di Buonalbergo.

Nel
castello di Melfi furono organizzati altri Sinodi: il papa
Alessandro II dal primo agosto 1067 presiedette il concilio
di Melfi II; ricevette il Principe longobardo di Salerno, Gisulfo
II, e i fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero
I di Sicilia. Nel corso del concilio
di Melfi III, nel 1089, il papa
Urbano II indisse la prima
crociata in Terra Santa, poi Pasquale
II nel 1101 convocò il concilio
di Melfi IV ed infine papa
Innocenzo II nel 1137 celebrò il concilio
di Melfi V, ultimo della serie. Vi fu anche nel 1130 un concilio
di Melfi non riconosciuto dalla Chiesa, perché organizzato dall'antipapa
Anacleto II, che istituì il regno
di Sicilia.
Con la
venuta degli svevi, Federico
II diede grande importanza al castello di Melfi e ne apportò
alcuni restauri. Nel 1231,
il maniero fu il luogo di promulgazione delle costituzioni
di Melfi, codice legislativo del regno
di Sicilia, alla cui stesura parteciparono Federico II assieme a
persone come il suo notaio Pier
della Vigna ed il filosofo e matematico Michele
Scoto. La struttura fu anche deposito delle tasse riscosse in Basilicata e
prigione, ove tra i vari detenuti ci fu anche il saraceno Othmàn di Lucera,
che nel 1240 fu costretto a pagare 50 once d'oro al giustiziere di Capitanata per
ritornare in libertà. Nel 1232,
Federico II ospitò al castello il marchese di Monferrato e la nipote Bianca
Lancia, che divenne sua moglie e da cui ebbe il figlio Manfredi.
Nel 1241,
il sovrano svevo rinchiuse nell'edificio due cardinali e vari vescovi
francesi e tedeschi, che avrebbero dovuto far parte di un concilio papale
che prevedeva la sua destituzione.
Con la
caduta degli svevi e l'arrivo dei nuovi dominatori angioini,
il castello di Melfi subì massicci ampliamenti e restaurazioni, oltre ad
essere eletto da Carlo
II d'Angiò residenza ufficiale di sua moglie Maria
d'Ungheria nel 1284.
Fu ancora soggetto a modifiche nel cinquecento sotto il governo aragonese e
divenne proprietà prima degli Acciaiuoli,
poi dei Marzano,
dei Caracciolo ed
infine dei Doria,
ai quali appartenne fino al 1950.
Il castello dovette subire due violenti terremoti nel 1851 e
nel 1930 ma,
a differenza di altri monumenti di Melfi che furono gravemente
danneggiati, il castello ne uscì quasi incolume. Al giorno d'oggi,
l'edificio ospita il Museo
archeologico nazionale del Melfese, inaugurato nel 1976.
Il
castello di Melfi, avendo riportato numerose fasi costruttive nell'arco
dei tempi, presenta una forma architettonica multistilistica, sebbene
abbia conservato il suo aspetto prettamente medievale. È composto da
dieci torri di cui sette rettangolari e tre pentagonali:
- Torre
dell'Ingresso
- Torre
dello Stendardo o dei Cipressi
- Torre
della Secretaria o Della Terrazza
- Torre
del Baluardo del Leone
- Torre
dell'Imperatore o dei Sette Venti
- Torre
senza nome, restano solo i ruderi
- Torre
di Nord Est o Torrita Parvula
- Torre
delle Carceri o di Marcangione
- Torre
della Chiesa
- Torre
dell'Orologio
Il
castello di Melfi è formato da quattro ingressi, di cui solo uno è
tuttora agibile. Il primo, situato a nord est vicino alla Torre Parvula,
era collegato direttamente con la campagna ed è murato; il secondo,
anch'esso murato e collocato nei pressi della Torre della Chiesa, si apre
nello spalto; il terzo a sud ovest, presente vicino al Baluardo del Leone,
era l'ingresso principale nell'epoca angioina e permetteva di raggiungere
il fossato e la città. Il quarto, l'unico attivo, fu aperto dai Doria e
funge da accesso al paese attraverso un ponte, in tempi remoti levatoio.
L'interno, sebbene trasformato dai Doria,
tra il XVI ed il XVIII secolo, in un palazzo baronale, conserva ancora
alcuni tratti strutturali in stile normanno-svevo.
Oltrepassato
il ponte si nota un portale settecentesco che contiene un'epigrafe che
rende onore alle gesta di Carlo
V d'Asburgo e Andrea
Doria. Procedendo si accede al cortile dove è possibile recarsi
alle scuderie ed ai cortili "dello Stallaggio" e "del
Mortorio", tutte opere angioine realizzate tra il 1278 ed
il 1281 per
volere di Carlo
II d'Angiò. Sempre in stile angioino sono la "Sala del
Trono" (che ospita il Museo),
innalzata sul lato settentrionale, la sottostante "Sala degli
Armigeri". Da menzionare anche la "Sala delle Scodelle",
luogo in cui furono proclamate le costituzioni
di Melfi.
Cinta
Muraria
Il
centro storico di Melfi è interamente circondato da mura turrite
costruite per lo più dai Normanni che si estendono per oltre quattro
chilometri. Il
circuito segue l'orlo del pianoro su cui fu costruita la città, cinto da
ogni parte da scoscendimenti, a tratti da veri e propri precipizi. L'opera
costituisce un raro esempio di fortificazione nel sud Italia. Le
fasi costruttive della cinta muraria appartengono al periodo bizantino, normanno, svevo e aragonese.
Gli ultimi ad apportare modifiche strutturali furono Niccolò
Acciaiuoli nel trecento e Sergianni II Giovanni Caracciolo, 2º Duca
di Melfi, nel quattrocento, a cui risale la sistemazione attuale, per
difendere la città dalle artiglierie nemiche. Assedi e terremoti hanno
reso necessari continui restauri e il sisma del 1930 ne ha seriamente
compromesso la struttura.
Porte
Porta
del Bagno: Chiamata anche Porta Bagni o Porta Balnea o Porta di Santa
Maria era
ubicata all'inizio di via Bagno presso la parafarmacia Spennacchio. Di
questo accesso, che era quello principale non rimane nessuna
testimonianza. La Porta Bagno è stata abbattuta senza chiari motivi nel
1851 dopo il terremoto seppure non avesse riportato danni.
Porta
Troiana: Fu costruita nel XV secolo per volere di Troiano
Caracciolo, 1º duca di Melfi, dal quale prese il nome. Di questa opera
sono rimasti solamente i ruderi.
Porta
Calcinaia: Era la porta più vicina al castello. Conduceva dalla zona
artigianale, dove si produceva calce e argilla (da cui il nome), al centro
storico e all'attuale Via Normanni, che tuttora porta al Castello. Caduta
con il terremoto del 1930, nel marzo 2021 finalmente è stata ricostruita
grazie a testimonianze di fine Ottocento / inizio Novecento.
Porta
Sant'Antolino: Si trova al termine orientale dell'omonima strada,
attualmente è presente ma mal conservata, dimenticata da tutti, è stata
murata ma l'arco è ancora visibile, sebbene sia ricoperta di arbusti e
erbacce.
Porta
Venosina: È
una delle sei porte cittadine ubicate nella cinta muraria, sebbene tre di
queste (Porta del Bagno, Porta Sant'Antolino e Porta Troiana), a causa di
terremoti e saccheggi, non esistano più. Risalente all'epoca sveva, è
l'unica ancora in buono stato e fu realizzata sull'antico tracciato verso Venosa e
la via Appia. Alla destra dell'ingresso è osservabile lo stemma di
Melfi e, a sinistra, quello dei Caracciolo che restaurarono le mura sul
finire del Quattrocento. Federico II vi fece apporre una lapide
che decantava la gloria e la grandezza della città, sostituita
più tardi da Sergianni II Giovanni Caracciolo, 2º Duca di Melfi, con
quella ancor oggi visibile, anche se illeggibile. L'arco ogivale è di
origine sveva, mentre la torre cilindrica fu aggiunta nel Quattrocento da
Caracciolo.
Tradizioni
e folclore
Ancora
nel ventunesimo secolo vive nel folclore melfitano la leggenda della
eroica quanto vana impresa di Giovan Battista Cerone (detto Ronca
Battista), un boscaiolo che mostrò grande eroismo in battaglia durante lo
scontro tra i francesi e gli spagnoli nel cinquecento. Si narra che Ronca
Battista, dopo aver aiutato una donna anziana, ricevette da lei un potere
magico alla sua roncola. Durante
il conflitto tra francesi e spagnoli, Ronca Battista affrontò da solo le
truppe francesi che tentarono di introdursi nella città. Il
boscaiolo riuscì da solo a tener testa agli invasori, uccidendo oltre 300
francesi, prima di perdere la vita. Gli
invasori attuarono una feroce rappresaglia, ove neanche bambini e anziani
furono risparmiati.
Musei
Museo
archeologico: il museo nazionale del Melfese conserva varie
testimonianze archeologiche rinvenute nel comprensorio del Vulture,
riguardanti le popolazioni indigene della preistoria e dei periodi dauno,
sannita, romano, bizantino e normanno. Da non dimenticare la presenza
nella torre, vicino all'ingresso, del cosiddetto Sarcofago
di Rapolla,
monumento originario dell'Asia Minore rinvenuto nel 1856 e datato II
secolo d.C., con figure inserite in una struttura architettonica ai lati e
con il ritratto della defunta sul coperchio. Un'argomentata ipotesi è che
il monumento, oggetto di studi archeologici internazionali, possa essere
appartenuto ad una esponente della gens Brutia. Gruppo
familiare di origini lucane, asceso a grande potenza in età imperiale e
molto legato alla dinastia degli Antonini, al punto che Bruzia
Crispina sposerà l'imperatore Commodo.
Museo
civico: il museo civico, situato nel palazzo Donadoni, il quale ospita
anche diverse mostre artistiche come fotografie, sculture e opere
pittoriche.
Museo
diocesano: presso il palazzo del Vescovado si possono visitare il
museo, la pinacoteca e i giardini. Sono esposti arredi sacri, argenti e
dipinti delle chiese della diocesi, dei secoli XVII, XVIII e XIX.

Teatro
Il
teatro Ruggero II deve il suo nome al sovrano normanno Ruggero II di
Sicilia ed è situato in via Vittorio Emanuele II (un tempo
denominata "Rua Grande"). I lavori di costruzione iniziarono il
1º aprile 1856, sui
ruderi di una casa popolare e, negli ultimi anni, sono stati effettuati
massicci restauri. La struttura offre varie stagioni teatrali, convegni
politici e iniziative socio-culturali.
Cucina
La
cucina melfitana ha fatto virtù della passata ristretta disponibilità di
prodotti agroalimentari, a causa delle tipologie di coltivazioni collinari
e dei climi temperati freddi. Le ricette si possono senz'altro considerare
parte della cosiddetta dieta mediterranea e cucina popolare. Il consumo di
carne e pesce è piuttosto moderato. La maccuarnàr, nome
dialettale della maccaronara, è il piatto per eccellenza di Melfi, fatto
con un tipo di pasta fresca preparata con un mattarello in metallo con
lame affilate che consente di ottenere maccheroni con una tipica sezione
quadrata. Si condisce con sugo di coniglio o maiale. Un altro primo piatto
tipico sono lagane e noci, un formato di pasta simile alle tagliatelle ma
più corto e largo con l'aggiunta di pomodoro e peperoncino.
Tra
gli altri piatti vi sono il pancotto,
che nella versione locale viene preparato con aglio, rape e peperoni
cruschi; le cicerchie con crostini di pane e cipolla; e u'
cunzaridd, contorno a base di pomodori gialli, peperoni cruschi,
acciughe e sponsali. Dolci tradizionali melfitani sono i calzoncelli,
localmente detti cauzuncidd, piccoli ravioli cotti al forno,
preparati con una sfoglia di farina di grano duro, uova, olio ed, in
alcune versioni, vino bianco. Ingredienti per il ripieno sono ceci,
castagne, mandorle e cioccolato fondente e possono essere accompagnati con
del vincotto.
Eventi
Scaricavascio:
manifestazione in onore di Sant'Antonio, scomparsa negli anni venti del
novecento, in cui ragazzi di età compresa dai 15 ai 30 anni costituivano
piramidi umane.
Corteo
Storico Federiciano: nato nel 1997, è un evento che si tiene
nell'ultima settimana di ottobre e rappresenta le attività più
importanti svolte da Federico II a Melfi. Si celebra nei giorni
di venerdì, sabato e domenica dell'ultima settimana di ottobre e si
assiste al raduno dei falconieri di tutta Europa, gara di caccia con
i falconi, danze e musiche medievali per le vie principali della città,
il corteo dell'imperatore Federico II e dei suoi sudditi, la
cerimonia di investitura di un cavaliere secondo il diritto normanno e il
torneo medievale degli antichi casati di Melfi.
Festa
dello Spirito Santo: conosciuta
anche come la "Pasqua di Sangue", ricorda il giorno della
Pentecoste, quando ci fu l'assedio di Melfi da parte dei francesi nel
marzo 1528 e il ritorno degli abitanti in città dopo il saccheggio con
pellegrinaggio sul Monte Vulture, sfilata del corteo storico per le
vie della città e spettacoli di sbandieratori e cavalieri in costume.
Rally
Puglia & Lucania: gara automobilistica su terra originalmente
denominata Rally del Vulture che parte da Melfi e coinvolge altri comuni
come Atella, Bella, Rapone, Rionero, Ruvo del
Monte, San Fele e città di altre regioni come Lacedonia (provincia
di Avellino) e Rocchetta Sant'Antonio (provincia di Foggia).
Costituisce oggi il più importante evento sportivo della Basilicata
avendo validità per il Campionato Italiano ed Europeo Cross Country Rally
riservato ai Fuoristrada e per il Trofeo Rally Terra riservato alle
vetture da corsa.
Coppa
d'Autunno: rievocazione storica della gara auto-motociclistica
organizzata per la prima volta nel 1949 dall'Ing. Michele Pastore (1ª
gara organizzata in Basilicata da Lucani), giunta nel 2023 alla XIX
EDIZIONE che si terrà il 16-17 settembre sulle strade del
Vulture-Melfese-Alto Bradano. La gara è stata recuperata, per la
specialità Regolarità per Autostoriche, dalla A.S.D. Team Coppa
d'Autunno - Melfi, raccogliendo un suggerimento del Dirigente ACI Sport M.
W. Oliva ed in collaborazione con l'Automobile Club di Potenza, nel 2012
con la IX Edizione.
Festa
delle Pannedduzze: celebrata l'8 dicembre, consiste nella
distribuzione del tipico pane azzimo di origine albanese. Tutto
ciò risale al momento dopo l'eccidio francese del 1528, quando la
cittadina venne ripopolata da vari individui, tra cui una colonia di
albanesi venuta a Melfi per un editto dell'imperatore Carlo V. La
colonia introdusse questi piccoli pani azzimi, distribuiti durante la
messa.

Fonte:
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