Melfi
(Potenza)
 
  

Costituita da un centro storico di aspetto complessivamente medievale, fu la prima capitale della dominazione normanna nel sud Italia e, nel periodo svevo, uno dei luoghi di residenza di Federico II e della sua corte di vassalli scesi in Italia con lui e dove promulgò il codice legislativo del regno di Sicilia, comunemente noto come Costituzioni di Melfi. In epoca aragonese, divenne feudo di Andrea Doria, insignito del titolo di principe di Melfi, che fu mantenuto dai suoi eredi fino al 2000. Successivamente, la città conobbe un inesorabile declino divenendo teatro di conflitti nel periodo del brigantaggio e luogo di confino per gli antifascisti.

Oggi la città è un importante centro industriale ed è sede di diverse imprese. Il polo di San Nicola di Melfi, sorto nei primi anni novanta, è particolarmente noto per uno stabilimento automobilistico della multinazionale Stellantis, in passato del gruppo FIAT.  

Melfi si colloca nell'estremo nord della Basilicata, alla base del Monte Vulture, vulcano inattivo dall'era protostorica, al confine con la Puglia (provincia di Foggia) e la Campania (provincia di Avellino), confine segnato dal fiume Ofanto. Il territorio comunale, prettamente collinare, si sviluppa su una superficie di 206,25 km², secondo comune per estensione nella provincia. 

Le origini del nome di Melfi deriverebbero dal piccolo fiume Melpes, citato dallo scrittore e naturalista latino Plinio il Vecchio, che a onor del vero lo colloca in prossimità di Capo Palinuro, a sua volta distante centomila passi da Reggio Calabria. In Naturalis historia si legge: «…promunturium Palinurum, a quo sinu recedente traiectus ad Columnam Regiam C m. p. - proximum autem flumen Melphes…».

La fondazione di Melfi (sebbene abitata da epoche remote) è di ignota datazione ed esistono vari pareri discordanti. Giovanni Pontano e Leandro Alberti sostennero che i fondatori fossero greci; il monaco longobardo Erchemperto nelle sue opere attribuì la nascita di Melfi ad alcune famiglie dell'Impero romano, le quali avrebbero inizialmente deciso di trasferirsi nella Bisanzio ricostruita da Costantino il Grande. Ma, a causa di un violento nubifragio nei pressi della Schiavonia, si sarebbero fermate a Ragusa (Croazia), da dove furono scacciate, per cui sarebbero infine tornate sulle coste italiane e, insediandosi nell'area del Vulture, avrebbero fondato Melfi. Però, per l'insicurezza dalle orde di barbari e le loro scorrerie, continuarono nel loro pellegrinaggio e fondarono Amalfi (alcuni ritengono che dal nome di Melfi deriverebbe quello della città campana).

Esiste un'altra teoria che ne data la fondazione ai primi anni dell'XI secolo, ad opera del generale bizantino Basilio Boioannes (catapano d'Italia dal 1017 al 1027), poiché non esistono prove documentali dell'esistenza della città in tempi precedenti. Né risulta, con le vicine Rapolla e Venosa, nell'elenco delle città daune nominate da Plinio il Vecchio nel 70 d.C. circa.  

I primi centri abitati, situati nella frazione Leonessa e resti di una mastodontica necropoli trovati in località Toppo d'Avuzzo a Rapolla attestano che l'area del melfese era abitata sin dai tempi del neolitico; Dauni e Lucani furono tra le prime civiltà a insediarsi nel suo territorio. In epoca romana, l'abitato era in secondo piano rispetto ad altre località limitrofe come Venusia (l'attuale Venosa), dato che quest'ultima, trovandosi, assieme a Strapellum (l'attuale Rapolla), in un punto strategico della via Appia, fu un importante centro di scambi commerciali.

Con la caduta dell'Impero Romano, la zona, occupata dai Bizantini e poi dai Longobardi, iniziò ad acquistare maggior importanza, ma fu con l'avvento dei Normanni che iniziò ad assumere un ruolo fondamentale. Nel 1042, Guglielmo Braccio di Ferro e gli altri membri della famiglia Altavilla ottennero dal duca longobardo Guaimario IV di Salerno il riconoscimento ufficiale della conquista della città, diventando in cambio suoi vassalli e partirono da Melfi per mettere sotto il proprio dominio l'intero meridione d'Italia.

All'inizio dell'XI secolo fanno la loro apparizione nell'Italia meridionale bande di mercenari provenienti dall'Europa setentrionale composte da Normanni, fra tutti Rainulfo Drengot, che divenne conte di Aversa, e i membri della famiglia Altavilla, che diretti in Terrasanta sostarono in queste regioni e, approfittando delle guerre fra i vari ducati e principati, mostrarono le loro capacità combattive e ne divennero padroni. Nel settembre del 1042, Guglielmo Braccio di Ferro e gli altri capi normanni si rivolsero al duca longobardo Guaimaro di Salerno per ottenere il riconoscimento ufficiale della conquista del territorio di Melfi, avvenuta grazie a un accordo col governatore Arduino di Melfi.

In cambio accettarono di prestare omaggio come vassalli. Ansioso di ostacolare i tentativi espansionistici di un altro Normanno, Rainulfo d'Aversa, Guaimaro ratificò (1043) l'alleanza con gli Altavilla. Il territorio di Melfi venne assegnato a dodici condottieri, cioè dodici baroni, indipendenti l'uno dall'altro, che dovevano governarla in modo collegiale, e giurarono di prestarsi assistenza reciproca.

Ognuno dovette erigersi un palazzo in un differente settore di Melfi, che doveva perciò restare indivisa. I feudi vennero attribuiti a seconda del rango e del merito: Ascoli Satriano spettò a Guglielmo, Venosa a Drogone e così via. Guglielmo Braccio di Ferro, che si fregiò del titolo di conte già dal 1042, sposo della nipote del duca di Salerno, fu comunque fin dall'inizio in posizione dominante.

La famiglia degli Altavilla partì da Melfi per conquistare l'intero meridione d'Italia e la Sicilia. Questa età rappresentò l'apice della fortuna e della gloria di Melfi, che diventò un centro del potere normanno. Secondo Goffredo Malaterra, monaco benedettino e autore di cronache dell'XI secolo, Roberto il Guiscardo sposò Sichelgaita di Salerno a Melfi, dopo aver ripudiato Alberada di Buonalbergo.

A Melfi si tennero cinque concili, organizzati da cinque diversi Pontefici tra il 1059 e il 1137.

Nell'estate del 1059, Niccolò II soggiornò nella rocca fortificata e fu al centro di importanti avvenimenti: in giugno stipulò il Trattato di Melfi, poi, dal 3 agosto al 25 agosto celebrò il Concilio di Melfi I ed infine con il Concordato di Melfi riconobbe i possedimenti conquistati dai Normanni.

Il Papa nominò Roberto il Guiscardo duca di Puglia e Calabria, che divenne vassallo della Chiesa. Questa aperta dichiarazione di vassallaggio del regno meridionale al Papa, allora solo simbolica data la grande potenza dei Normanni, influenzerà tutta la successiva storia del Meridione d'Italia.

E in tale vasto quadro, la città di Melfi, sede della contea di Puglia, passava un periodo fulgido della sua storia: in tale circostanza fu promossa a la Capitale del Ducato di Puglia e Calabria nel 1059. Melfi, nonostante il titolo di Capitale del Ducato di Puglia e Calabria verrà successivamente riconosciuto a Salerno ed infine a Palermo, continuò ad essere un centro molto importante dell'impero normanno. E sempre a Melfi furono organizzati gli altri Sinodi.

Il papa Alessandro II dal 1º agosto 1067 presiedette il Concilio di Melfi II; ricevette il Principe longobardo di Salerno, Gisulfo II e i fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero Altavilla. Nel corso del Concilio di Melfi III, del 1089, il papa Urbano II indisse la Prima Crociata in Terra santa, poi Pasquale II nel 1101 convocò il Concilio di Melfi IV ed infine Innocenzo II nel 1137 celebrò il Concilio di Melfi V, ultimo della serie. Vi fu anche nel 1130 un Concilio di Melfi non riconosciuto dalla Chiesa, perché organizzato dall'Antipapa Anacleto II.

Ai Normanni successero gli svevi di Federico II Hohenstaufen che, giunto da Policoro e accolto dal giustiziere della Basilicata, dai conti, dai vescovi e dai governatori della regione, sostò al castello della città, ove apporterà, in seguito, ampliamenti e ristrutturazioni.

Federico II, pur privilegiando Palermo come i suoi avi Normanni e iniziando, con la fondazione della Studium, lo sviluppo di Napoli come capitale della parte continentale del suo regno, decise di promulgare dal castello le Costituzioni di Melfi (o Constitutiones Augustales), codice unico di leggi per l'intero regno di Sicilia, opera di enorme importanza nella storia del diritto, le cui caratteristiche sono considerate "moderne" da alcuni storici, mentre altri, come Abulafia le descrivono come sprovviste dell'ampio respiro e dell'organicità della legislazione romana a cui si ispirava, essendo composte sotto l'urgenza di ricostruire le scosse basi del regno meridionale, basandosi su una combinazione ben dosata di fonti romane, canoniche, feudali.

Il codice, opera principalmente del protonotaro e logoteta Pier della Vigna, ma con contributi di tutta la corte e dello stesso sovrano, ebbe il nome ufficiale di Constitutiones Regni Utriusque Siciliae. Le costituzioni miravano a limitare i poteri e i privilegi delle locali famiglie nobiliari e dei prelati, facendo tornare il potere nelle mani dell'imperatore, e previdero anche la partecipazione delle donne per quanto riguardava la successione dei feudi. 

Il sovrano svevo trascorse a Melfi e dintorni (soprattutto a Lagopesole, Palazzo San Gervasio e, secondo alcune fonti, anche Monticchio) i momenti di relax, dato che le foreste del Monte Vulture erano particolarmente adatte per il suo svago preferito: la falconeria, ovvero la caccia col falcone.

Federico II utilizzò il castello come tesoreria regia, (servì a lungo per conservare il frutto delle imposizioni accollate alle comunità della Basilicata) e, tipicamente, come prigione, visto che Othman, il saraceno di Lucera, vi fu rinchiuso finché non sborsò 50 once d'oro per ottenerne la scarcerazione. Nel 1232 vi ospitò il marchese di Monferrato e sua nipote Bianca Lancia, amata da Federico, da cui ebbe il figlio naturale Manfredi; nel 1241, vi trattenne come prigionieri di riguardo due cardinali e numerosi vescovi francesi e tedeschi che avrebbero dovuto partecipare ad un Concilio convocato dal Papa per deporlo.

Con la morte di Federico II, Manfredi, divenuto il nuovo re del regno di Sicilia nonostante il pontefice Innocenzo IV, lo avesse dichiarato usurpatore, dovette affrontare la ribellione di numerose comunità, le quali vennero a patti coll'antico avversario degli svevi. Anche Melfi, fino a quel momento città prediletta di Federico II, passò dalla parte avversaria. Fu così che scoppiò il conflitto tra guelfi e ghibellini, rispettivamente sostenitori del papa e del partito svevo. I Guelfi, forti dell'alleanza con gli angioini di Carlo d'Angiò, sconfissero prima Manfredi nella Battaglia di Benevento (ove Manfredi stesso trovò la morte) e poi Corradino (nipote di Federico II) nella Battaglia di Tagliacozzo, ponendo fine alle ambizioni sveve nel sud Italia.

A seguito di questi conflitti, che decretarono l'estinzione della discendenza maschile degli Hohenstaufen, la famiglia di Carlo II d'Angiò si installò da padrona nel Regno, facendo di Napoli la nuova capitale e tagliando netto col passato normanno-svevo. Melfi scivolò sempre più in secondo piano anche se il castello venne massicciamente ampliato e ristrutturato. Ad ogni modo, Melfi rimase un ambìto territorio da assicurarsi e nella zona i partigiani degli Hohenstaufen furono molto attivi contro gli Angioini, facendo leva sul sentimento popolare e sulla scarsa simpatia riscossa dai francesi.

Nello scontro per ottenere la città si aggiunsero anche gli Aragonesi, che con gli Angioini giocarono la partita prevalentemente sul mare e sul versante tirrenico, divenendone in seguito i nuovi padroni. Sotto la dominazione aragonese nel castello si tennero alcune riunioni durante la sanguinosa Congiura dei baroni contro re Ferrante D'Aragona e suo figlio. Nel corso della guerra tra la Francia di Francesco I e la Spagna di Carlo V per la conquista del regno di Napoli, l'esercito francese di Pietro Navarro e del maresciallo Odet de Foix, visconte di Lautrec, portò a compimento, tra il 22 e il 23 marzo 1528, il cruento assedio di Melfi, passato alla storia come "La Pasqua di sangue".

Visto respinto un attacco dalla parte delle Serre (colline tra Melfi e la Puglia), l'oste francese ritornò all'attacco con le artiglierie e irruppe prima nella cerchia muraria urbana, massacrando gran parte della popolazione (le vittime furono tra le 3.000 e le oltre 4.000). Successivamente si diresse verso il castello, dove si era rifugiato con le milizie superstiti Sergianni III Giovanni Caracciolo, 4º duca di Melfi, che vista l'inutilità della resistenza, per salvarsi la vita decise di arrendersi. Con lui terminò il feudo della famiglia Caracciolo, che durava dal 1418.

La città, saccheggiata e bruciata, fu abbandonata per mesi e si dovette ricorrere a speciali incentivi per ripopolarla; vennero emessi due editti: uno che invitava le popolazioni di città limitrofe a ripopolarla ed un secondo che esentava la città di Melfi, per la sua fedeltà agli Aragonesi, al pagamento delle tasse per 12 anni. A tal proposito va ricordata la processione della Pentecoste che alle prime luci del mattino vede la popolazione recarsi in montagna presso la chiesa dello Spirito Santo, in ricordo della fuga dei melfitani per trovare scampo nei boschi del Vulture, e il loro ritorno in città dopo la riconquista da parte degli Aragonesi e la cacciata degli Angioini.

Con l'editto del sovrano spagnolo, a Melfi si stanziarono varie popolazioni provenienti da zone limitrofe e una colonia di Koronei albanesi che si insediarono in una zona totalmente distrutta dai francesi, che prenderà il nome di Chiuchiari, da colui che guidò questa migrazione, Capitan Kiukieri. Nel 1597 i Koronei, a seguito di divergenze religiose con il vescovo Deodato Scaglia, lasciarono Melfi per emigrare a Barile, ricongiungendosi ad altre famiglie della loro stessa provenienza.  

Parallelamente all'arrivo degli angioini, giunse a Melfi una delle più potenti famiglie della zona, i Vaccaro, provenienti da Lavello. Arrivarono con l'intenzione di predominare sulle ricche famiglie melfitane come i Malamerenda, i de Grusa e gli Arese, che, ovviamente, fecero di tutto per non consentirlo. Nel parlamento del 1291 nessuno del partito dei Vaccaro venne eletto alle maggiori cariche cittadine e la famiglia fomentò una protesta popolare contro gli eletti. I Malamerenda furono la famiglia più ostile nei confronti dei Vaccaro e tra i sostenitori delle due fazioni ci furono lotte violente. La scintilla fu l'uccisione del giudice Francesco de Grusa, attribuita ai Vaccaro, che rimasero impuniti essendo protetti dal re Roberto d'Angiò, cavandosela con una sanzione pecuniaria.

I de Grusa, con il supporto dei Malamerenda e degli Arese, giurarono vendetta. Il bersaglio principale fu Pasquale Vaccaro, esponente illustre della famiglia, ma, essendo protetto da uomini armati, le famiglie melfitane assoldarono un killer per uccidere il suo giovane nipote, anche lui di nome Pasquale, che aveva circa 10 anni. Il sicario ammazzò il fanciullo mentre usciva dalla casa del suo maestro di scuola. Tutto ciò, ovviamente, causò la reazione dei Vaccaro che incitarono la popolazione di Melfi contro i mandanti dell'omicidio. Venne innescata una vera e propria guerra civile: le case dei de Grusa, dei Malamerenda e degli Arese vennero assaltate e saccheggiate, costringendoli ad abbandonare Melfi, e i loro uomini armati furono massacrati ed altri vennero catturati e poi afforcati.

Estirpato il potere delle tre famiglie melfitane, fu costituita la nuova amministrazione di Melfi, composta da persone mandate dai Vaccaro. Ciò non era visto di buon occhio dal re Roberto d'Angiò, il quale non volle che un qualsiasi cittadino potesse proclamarsi capo della città ma, allo stesso tempo, non desiderava che i melfitani si ribellassero, avendo giurato fedeltà al governo costituito dalla famiglia lavellese. Raggiunto un compromesso, il sovrano nominò sua moglie Sancha d'Aragona contessa di Melfi e, successivamente, le concesse anche il territorio di Venosa e Potenza.  

A seguito di questi eventi, terminata la guerra tra angioini e aragonesi, la città perse definitivamente importanza. Il 20 dicembre 1531, il re aragonese Carlo V confiscò a Caracciolo il Principato di Melfi e lo assegnò prima a Filiberto di Chalon e poi, con l'aggiunta di 25.000 scudi al nobile genovese Andrea Doria, onorato dal sovrano per aver combattuto con successo per la sua causa e sostenuto le spese per l'allestimento dell'esercito.

Con il governo dei Doria, Melfi visse una condizione di emarginazione sempre più irreversibile. Il ceto basso dovette subire un'enorme pressione fiscale sui beni di prima necessità, sulla produzione e circolazione di merci, sugli immobili e sui dazi. I Doria restarono signori di Melfi fino alla fine del sistema feudale e mantennero proprietà e latifondi fino alla riforma agraria degli anni cinquanta.

Ciononostante, varie furono le famiglie nobili che, nei secoli di potere dei Doria, animarono la vita culturale e politica cittadina, schierandosi variegatamente in differenti fazioni. Nella prima metà del XVII secolo sono attestate le seguenti famiglie facenti parte dei sedili nobiliari cittadini: Alessandri (originari di Ascoli e detentori del seggio di Porto a Napoli), Bastellis, Benedetti, Bruschi, Facciuti, Ferilli (discendente dai conti di Muro Lucano),Giovenchi, Maffei (di origine romana), Mandina, Giordano, Mele (presenti in Melfi dal XIII secolo), Minervi, Orsi (precedentemente nobili di Pescopagano e discendenti della famiglia patrizia veneziana degli Orseolo), De Rentijs, Ricciardi, Ruffi delli Leoni, Rotondi, Signorelli (già nobili a Ravenna, Molfetta e Perugia), Vecchi. Parte della nobiltà fu coinvolta in una congiura contro il vescovo Deodato Scaglia.

Da quel periodo in poi la città conobbe un consistente declino che durò per secoli, il commercio andava scemando e gli investimenti privati e pubblici divennero sempre più rari. Il tutto venne aggravato dalla grande depressione economica del XVII secolo che colpì l'intera area del Mediterraneo, ove Turchi, Saraceni e Spagnoli mantenevano ben saldi i propri domini. La depressione portò a Melfi agitazioni sociali, come nel 1728 quando la città insorse contro la gabella della farina e nel 1831 per sollecitare la quotizzazione delle terre demaniali. Nel 1851, la città subisce un violento terremoto alle ore 2:30 pomeridiane, che provocò circa 700 morti e 200 feriti.  

Con l'unità d'Italia, Melfi, come tutta la Basilicata ed il sud Italia in genere, non vide alcun miglioramento economico-sociale, sprofondando sempre più in uno stato di grave povertà ed isolamento. Una delle conseguenze di questo degrado fu il brigantaggio, a quel tempo largamente diffuso nell'intero meridione. Il 15 aprile 1861, Melfi (come tutta la zona del Vulture) fu conquistata dalle bande capeggiate da Carmine Crocco, che sbaragliò le guarnigioni sabaude in poco tempo e fu accolto trionfalmente dalla popolazione locale. Tuttavia alcuni ricordano tristemente l'arrivo di Crocco per la crudeltà inflitta al sacerdote Pasquale Ruggiero, ucciso e barbaramente mutilato il 1º maggio 1861. Nella sua casa paterna, nelle vicinanze della Porta Venosina, fu eretta nel 1901 una lapide che ricorda la tragedia.

Tra i briganti di Melfi si distinsero Domenico "Malacarne" Zappella, capo dell'omonima banda Malacarne affiliata a Carmine Crocco, e Michele Schirò, un contadinello che, a soli 13 anni, imbracciò le armi seguendo la "banda Casaletta" e dopo che il suo capo venne ucciso, proseguì la sua attività compiendo ruberie e ricatti, fino a quando non fu catturato dalla polizia. A Melfi trovarono la morte i briganti Giuseppe Schiavone, Giuseppe Petrelli e Aniello Rendina, fucilati il 28 novembre 1864 dai bersaglieri.

I tre furono catturati dopo che Rosa Giuliani, ex convivente di Schiavone, fece scoprire alla Guardia Nazionale la masseria in cui si nascondeva il brigante. I motivi che portarono a ciò furono il tradimento e l'abbandono di Schiavone per un'altra donna, Filomena Pennacchio, anch'ella brigantessa. Ben presto i flussi migratori verso le Americhe peggiorarono ulteriormente la situazione. Il 19 luglio 1868 nacque a Melfi Francesco Nitti, presidente del consiglio tra il 1919 ed il 1920, nonché più volte ministro e (assieme al rionerese Giustino Fortunato), uno dei fautori lucani del cosiddetto meridionalismo.  

Il terremoto del Vulture del 23 luglio 1930, che colpì le province di Avellino e Potenza (provocando la morte di 1404 persone in entrambe le provincie), ebbe effetti devastanti su Melfi, essendo stato il comune del Vulture maggiormente danneggiato, sia per quanto riguarda le perdite di vite umane e sia per i danni al patrimonio della città. Molti monumenti, palazzi, chiese e conventi vennero rasi al suolo dal sisma e non vennero mai più ricostruiti, a parte la Cattedrale che necessitò di un massiccio restauro. La continuità delle mura urbane venne interrotta dopo secoli, con la demolizione della Porta del Bagno (detta del Mercato), e la creazione di un varco per l'asportazione delle rovine, che andarono a colmare in parte il prospiciente Vallone di Capograsso dove poi fu ricavata la Villa comunale.

Dopo la seconda guerra mondiale, la riforma agraria portò un piccolo miglioramento economico ma l'effetto sortito durò per poco tempo, a causa delle emigrazioni verso il nord Italia ed il nord Europa negli anni cinquanta e sessanta. Dopo un periodo infausto durato per secoli, Melfi iniziò ad intravedere uno spiraglio di luce sul finire degli anni ottanta, con l'arrivo della Barilla nel 1987 e poi dell'area industriale SATA nella sua frazione San Nicola nel 1993, ove venne installato un grande stabilimento FIAT. Sin dal 1866 Melfi e i comuni vicini hanno chiesto l'istituzione di una provincia autonoma dal quella di Potenza di cui fanno parte. La proposta, che dal 1992 è avallata dal parere favorevole del Consiglio regionale dalla Basilicata, dal 1957 è stata più volte portata in Parlamento. I primi disegni di legge per l'istituzione della provincia di Melfi risalgono al 1957 ad opera dei senatori Ciasca e Schiamone.

Nel corso degli anni settanta alle proposte presentate dai parlamentari lucani si accompagnò un largo movimento di opinione nel territorio che culminò in occasione delle elezioni nel 1978 quando numerose schede elettorali vennero annullate mediante l'apposizione di un adesivo con la scritta "Melfi provincia". Numerose furono anche le proposte degli anni successivi, fino a quella del 2006 presentata dai senatori Viceconte e Taddei. Un decreto legge passato all'esame di Camera dei Deputati e Senato potrebbe consentire alla città e alle zone limitrofe ulteriore sviluppo economico e culturale. A Melfi (in particolare nella frazione di Foggiano) è stato girato il film Io non ho paura (2003) che vinse il David di Donatello 2004 per il miglior direttore della fotografia.

Visitare il centro storico

La città di Melfi si è sviluppata inizialmente sulla collina alla cui sommità svetta il castello. Il primo impianto urbano sorgeva nella zona nord ovest, in mariera radiale rispetto alla Piazza della Corte (oggi Piazza Umberto I). All'antico borgo medievale, che aveva come limite ad est la Cattedrale di Santa Maria dell'Assunta e la strada che la collega alla Porta Venosina (attuale via Garibaldi), si sono aggiunti nuovi nuclei legati a livello economico, sociale e religioso con il borgo primitivo. La loro nascita si è resa necessaria per l'incremento demografico e per le ricostruzioni post terremoto, come nel 1851 e 1930.

Borgo medievale, è l'area a forma di trapezio compresa tra San Lorenzo (probabilmente la più antica chiesa della città), il Castello, la Cattedrale, la Porta Venosina.

Chiuchiari: rione a sud-est rispetto alla Cattedrale, abitato nel XVI secolo da popolazioni albanesi immigrate, guidate dal Capitan Kiukieri, da cui il nome del rione.

Rioni San Michele e San Martino: sorti nel secolo XIX, fuori le mura, nel versante di Porta Calcinaia e Porta Bagno, nella zona tra il vallone Capigrassi ed il monte Tabor (o collina dei Cappuccini); ebbero gravi danni al terremoto del 1930 al punto da sconsigliarne la ricostruzione, lasciando due ampi spazi aperti: l'allora Largo Abele Mancini (o piazza mercato), e l'area che fu utilizzata come Campo Sportivo, oggi Piazza Festa Campanile.

Casette: all'estremo oriente della collina, è un rione molto ordinato con pianta a scacchiera, edificato in seguito al sisma del 1930, con case antisismiche monoplanari in muratura portante.

Quartieri moderni - A partire da metà degli anni cinquanta è cominciata l'espansione edilizia della città, ovviamente fuori le mura, avendo esaurito gli ultimi spazi della collina con la costruzione del rione Case Nuove, a sud-est, nei pressi del vecchio carcere. La città necessariamente iniziava a mutare la sua pianta, da radiale e lineare.

- Stazione: si intende tutto l'edificato tra Piazza Abele Mancini e la stazione ferroviaria, lungo la via Gabriele D'Annunzio e via Santa Sofia, risale agli anni sessanta.

- Cappuccini, tutta la zona a monte di via Santa Sofia (o via vecchia), è stato costruito negli anni settanta e ottanta.

- Valleverde: con il rione Stazione ha segnato il primo sviluppo urbanistico lineare della città; si è sviluppata sin dagli anni sessanta, a monte della Strada Statale per Foggia; è il quartiere più esteso e più popoloso della città.

- Contrada Incoronata e Contrada Bicocca: espansione del XXI secolo, al di là della linea ferroviaria, lungo la Via Monteverde, a nord-ovest del borgo medievale, sulla linea d'aria più breve verso il fiume Ofanto; presentano palazzine condominiali insieme a villette a schiera, e una zona commerciale della grande distribuzione organizzata; è abitata da una popolazione di età media più giovane rispetto alle altre parti della città.

Cattedrale di Santa Maria Assunta

Il Duomo di Melfi, che risponde al nome ufficiale di cattedrale di Santa Maria Assunta, è il monumento religioso più importante del Centro Storico. Nel gennaio del 1958 papa Pio XII l'ha elevata alla dignità di Basilica Minore e a ricordo di ciò, nella navata di sinistra, è stata collocata una lapide con incisa la bolla papale.

La basilica, squassata da innumerevoli terremoti, conserva ben poco del suo passato glorioso, ad eccezione del campanile. Le prime costruzioni risalirebbero al 1076, volute da Roberto il Guiscardo. Nel 1153 Ruggero II, oltre al rifacimento della facciata, di cui nulla resta, fece realizzare un imponente campanile in stile romanico normanno, alto circa 50 metri ed edificato da Noslo di Remerio, che si sviluppa su tre piani.

Duomo ReliquieSantAlessandro.jpg (522503 byte)Duomo CorpoSanTeodoro.jpg (319926 byte)Gli ultimi due piani sono alleggeriti da quattro bifore per ogni piano, abbellite da decorazioni in pietra bianca (pietra di Trani) e nera (pietra lavica) e notevolissime raffigurazioni di animali fantastici, sempre a tarsia bicolore. Il piano terminale della torre è crollato nel terremoto del 1851 portando alla costruzione dell'attuale guglia ispirata al campanile della cattedrale di Venosa. Il campanile contrasta fortemente con l'attuale aspetto barocco della cattedrale che ha subito numerose ricostruzioni che ne rendono problematico lo studio. L'ultima campagna di ricostruzione risale al 1770, voluta dall'allora arcivescovo Spinelli, in seguito al devastante terremoto del 1694.

Il campanile è uno dei monumenti più insigni dell'architettura normanna nell'Italia meridionale.

La Cattedrale di Melfi inoltre conserva una Madonna romea (di stile bizantino) d'incerta datazione e provenienza (il muro su cui è appoggiata non è antico) e una notevole collezione di arredi lignei barocchi. Notevoli all'interno sono la cattedra o trono vescovile, il pulpito e l'organo che insieme al soffitto a cassettoni e alla facciata sono del Settecento fatti costruire dal vescovo Spinelli. Nel transetto di destra in un grande reliquario è contenuta la statua di S. Alessandro martire patrono della città e della diocesi di Melfi. 

Duomo Organo.jpg (321473 byte)Alla fine del 2007 è stato completato il rifacimento del lastrico della piazza antistante. Durante il 2009 e ancora nel 2010 è oggetto di restauro con la pitturazione, l'installazione del riscaldamento e l'adeguamento liturgico. Il 18 maggio 2010 il cardinale Maradiaga S.D.B., ha solennemente benedetto il nuovo portone e l'intera Basilica si è arricchita di un nuovo portone, infatti il preesistente è stato ristrutturato e sono state aggiunte sei pannelli di bronzo rappresentanti: L'Annunciazione, L'Assunzione di Maria, La discesa dello Spirito Santo, I cinque concili papali tenutisi a Melfi, Il martirio di S. Alessandro e La visita pastorale del vescovo Gianfranco Todisco.

Possiamo osservare all'interno della cattedrale i resti del matroneo della vecchia cattedrale romanica come una parte di un arco sulla parete destra della facciata, una particola in alto all'altezza del transetto, probabile accesso al vecchio matroneo romanico e le colonne della navata centrale in pietra che appartengono, insieme ad alcuni inserti come archi, al vecchio edificio romanico normanno.

Importante notare le reliquie di Sant' Alessandro delle catacombe di San Callisto e il corpo di San Teodoro.

In chiesa è anche un Martirio di Sant'Alessandro, eseguito nel 1712 da Paolo De Matteis.

Chiesa di Sant'Antonio

Fondata, secondo tradizione, nel 1222 al passaggio di San Francesco; si trova nella via omonima e le fonti documentario datano la costruzione al 1423, cui seguirono successivi, profondi restauri dopo il 1851. La chiesa più antica corrisponde alla grande aula, adibita a sacrestia, dietro il transetto dell'impianto attuale. 

Durante lavori di restauro sono venute alla luce due varchi finestra in stile gotico; sull'arco trionfale è scolpita la data di ricostruzione 1523,dopo il terremoto del XV secolo; venne decorata con stucchi tardo-rinascimentali al finestrone ed al sottostante altare; ai lati sono due sepolture, anche in stucco, con un giovane disteso su un giaciglio ed una figura orante superiore e, sul lato destro, un secondo personaggio, pure disteso,vestito da guerriero con lorica, e la mano sinistra sull'elmo. Al centro del pavimento davanti all'altare è la sepoltura di Francesco Di Stasio Portinari che, nel 1374, fece un lascito a tale scopo. A sinistra è visibile un lavabo con stemma gentilizio del 1654 e a destra, sotto il sarcofago, è un affresco con "San Francesco di Paola". 

La chiesa fu gravemente danneggiata dall'esercito del Lautrec nel 1528 e subì la sottrazione delle campane per ordine del viceré di Napoli. Nel 1557 fu costruita la nuova chiesa con navata unica, semicappelle laterali e transetto; sul lato sinistro entrando si trova una bella acquasantiera in granito rosso, sostenuta da una statua del XVI secolo. La nuova chiesa superò bene i terremoti del 1731 e del 1752, ma venne danneggiata dal sisma del 1851. 

Dal XVII al XVIII secolo, per l'accresciuta devozione a Sant'Antonio, la chiesa viene dedicata a quest'ultimo e si restaura il cappellone a fianco del campanile, dove sono affreschi dell'epoca ed una statua lignea di Sant'Antonio con Bambino dipinto in oro; conserva anche un dipinto su tavola del XVI secolo napoletano. La facciata a timpano ha un portale ogivale con rosone romanico tra due finestre rettangolari; a sinistra si eleva la torre campanaria con la parte basamentale in pietra scura vulcanica ed una finestra oculare; la cornice del timpano è sottolineata con archetti gotici. 

Chiesa della Madonna del Carmelo (Carmine)

Un tempo era parte del Convento dei carmelitani, che occupava buona parte degli stabili circostanti. 

L'originaria porta in legno (oggi conservata nel Palazzo del Vescovado) presenta immagini che riassumono il tipico esempio della concezione medioevale della morte. 

La confraternita di questa chiesa (insieme a quella di S. Anna) cura i riti della settimana Santa con l'esecuzione di mesti canti riguardanti la tragedia del Golgota.  

Chiesa di San Teodoro

La data di costruzione è ignota sebbene antica, si è a conoscenza solamente che nel 1040 fu elevata a parrocchia dal vescovo Monsignor Baldovino, fino all'anno 1988, quando l'allora vescovo Mons. Cozzi accorpò la chiesa alla Cattedrale. Nell'edificio era conservato un vasetto di legno che conteneva le reliquie di San Teodoro M., di San Sebastiano e San Petronilla ma, dopo il sisma del 1980, questa testimonianza è andata perduta. Vi si trova un crocifisso in legno di medie dimensioni e una statua della "Madonna Desolata".  

Chiesa di San Lorenzo

Risalente al 1120, a quel tempo appartenente all'Abbazia di Sant'Ippolito di Monticchio Laghi, è probabilmente l'edificio più antico di Melfi, e consiste in un battistero ottagonale affiancato da un campanile ammezzato.

Chiesa di Sant'Anna e Santa Maria del Suffragio

Edificata nel 1934, la chiesa appartenente alla parrocchia Cattedrale è conosciuta come organizzatrice della processione del venerdì Santo, dove insieme alle immagini sacre della Madonna Addolorata e Gesù Morto, sfilano bambine vestite di nero con in mano i misteri della Passione di Gesù. Tale chiesa organizza anche la processione di Sant'Anna il 26 luglio.

Chiesa rupestre di Santa Margherita

La chiesa rupestre di Santa Margherita sorge sul pendio di una collina denominata "Toppo Sant’Agata", lungo la strada statale che oggi collega Melfi alla città di Rapolla.

L'edificio è interamente scavato nel tufo vulcanico e presenta al suo interno un importante ciclo di affreschi; testimonianza significativa dell’arte in Basilicata durante il periodo angioino. Il programma decorativo insiste sul valore del martirio dei santi rappresentati e la dedicazione a Santa Margherita, protettrice delle partorienti, riflette una devozione popolare femminile. Lo stile delle pitture indica l’intervento di diverse maestranze, avvicendatesi nella prima metà del XIV secolo e portatrici di diverse esperienze artistiche, oscillanti tra la tradizione bizantina e le novità giottesche promanate da Napoli. Tra le pitture spicca l’originale rappresentazione dell'Incontro dei tre vivi e dei tre morti.

La chiesa venne scoperta e illustrata per la prima volta da Gian Battista Guarini, in un saggio pubblicato nel 1899 sulla rivista Napoli Nobilissima. Secondo lo studioso, lo scavo dell’edificio fu effettuato dai monaci basiliani stabiliti nel Vulture intorno all’anno Mille, mentre il santuario fu fondato nel XIII secolo da parte delle comunità benedettine attive nei pressi della collina.

La chiesa è interamente scavata nel tufo e presenta una struttura architettonica in stile gotico. Sono assenti le strutture dell'architettura bizantina come il bêma, il diaconicon, il nartece o l’iconostasi, tipiche delle chiese rupestri del materano e del territorio pugliese. L’ingresso è ad arco acuto, alto m 2,60 e largo m 4, oggi chiuso da un portone in legno. L’interno si presenta ad aula unica, lunga m 12, voltata a crociera e divisa a metà della navata da un arco ribassato. In fondo all’aula si trova la cappella maggiore con un altare dedicato a Santa Margherita d’Antiochia, la santa titolare dell’edificio. Sui lati si aprono altre quattro cappelle voltate a botte e di diversa profondità. La cappella a sinistra della porta di accesso presenta un altare dedicato all’Arcangelo Michele. Le cappelle laterali presso l’altar maggiore non sono affrescate, sono corredate da sedili in pietra e quella a destra presenta un arco che dà accesso a un vano secondario, forse una sagrestia o un giacitoio per il monaco a guardia dell’edificio.

Cappella di San Michele - La prima cappella che si apre sulla sinistra, in corrispondenza dell’entrata, è dedicata all’Arcangelo Michele. Al centro è presente un altare parietale ricavato dalla pietra tufacea e le pareti sono scandite da cornici in una serie di riquadri che ospitano figure di santi, costituendo una sorta di polittico su muro. Sull’estremità sinistra del sottarco si trova la figura di San Bartolomeo; il santo scorticato che porta sulla spalla un panno verde che è in realtà la sua pelle. Nel primo riquadro sulla parete sinistra della cappella si staglia la figura dell’Arcangelo Michele, il capo delle milizie celesti e combattente delle forze del male. Abbigliato con una lunga veste e un prezioso loros bizantino, trafigge con una lancia il drago ai suoi piedi mentre con la sinistra sorregge il globo crucigero, rispettando l’iconografia orientale. 

Segue la figura di una Madonna con Bambino in trono. La Vergine siede su un trono bizantino decorato a losanghe con pulvinare rosso. Nella posa dell’Odighitria, essa sorregge il Bambino che con una mano benedice alla latina mentre nell’altra reca il cartiglio aperto. L’immagine presenta forti analogie con l’immagine della Madonna con Bambino presente nella vicina chiesa rupestre di Santa Lucia, ma è restituita in una versione più compendiaria. Accanto si trova la figura di San Giovanni Evangelista accompagnato dall’iscrizione “S[anctus] IOH[anne]S EVA[ngelista]. La figura stringe sul petto un Vangelo dalla copertina gemmata e con una mano indica la vicina Madonna in trono, instaurando un senso dinamico alla composizione. Sulla parete di fondo si inserisce Santa Margherita, la santa titolare della chiesa, nella posa dell’intercessione verso l’Arcangelo Michele al centro, sopra l'altare. La figura dell’angelo presenta i medesimi caratteri dell’Arcangelo sulla sinistra, eccetto nelle dimensioni e in alcune variazioni cromatiche. Segue San Giovanni Battista, vestito di pelliccia, che intercede verso il Cristo in trono sulla parete destra. Cristo, assiso su un trono bizantino, benedice solennemente alla latina mentre con una mano tiene il Vangelo aperto sulle parole "[Ego sum] LUX/MU[ndi qui sequi] TUR/ME[non ambulat in tenebris sed habebit lumen vitae aeterne]”. A riempire lo spazio delle pareti si inseriscono delle fasce decorative secondo un’idea di horror vacui: un girale vegetale con fiori rossi di gusto romanico e un motivo gotico ad archetti incrociati. Tali pitture si caratterizzano per soluzioni arcaiche di retaggio bizantino come i grandi occhi dilati, i pomelli rossi sulle gote e le ombre dense e marcate nei tratti.

Accanto a queste si inserisce un’opera dal tema macabro realizzata da un artista più aggiornato: L'incontro dei tre vivi e dei tre morti. Come narra la leggenda, tre nobili cavalieri, di ritorno da una battuta di caccia si imbattono in tre scheletri che ammoniscono sulla caducità della vita con la frase “noi eravamo quel che voi siete, voi sarete quel che noi siamo”. L'affresco rappresenta tre nobili e due scheletri- il terzo era forse presente nella parte di intonaco caduta. La leggenda viene tramandata da un poemetto della seconda metà del XIII secolo di Baudouin de Condé, menestrello alla corte di Margherita II contessa di Fiandra (1244-1280). L’opera di Melfi si distingue dalle rappresentazioni italiane dell’Incontro, dove spesso compare la figura dell'eremita o dove i cadaveri giacciono a terra nelle bare aperte. La scena è schematica e immediata e segue l’impostazione propria delle miniature che adornavano i codici dei poemetti sull’Incontro, diffusi a partire dal XIII secolo. Tali miniature sono le prime raffigurazioni relative al tema e costituivano un modello iconografico anche per le rappresentazioni murali. La corte angioina era un motore di miti laici e cavallereschi e la sua presenza a Melfi può spiegare l’influenza diretta di un modello miniatorio.

Altare maggiore - La cappella dell’altare maggiore è incassata nella volta maggiore dell’edificio con una soluzione del tipo ad arcosolio. In basso a sinistra del sottarco esterno si trova la figura di San Vito che tiene al guinzaglio dei cagnolini, il suo attributo. Seguono in alto le figure di Santa Elisabetta e di San Guglielmo da Vercelli, il santo fondatore dell’Ordine dei Verginiani. In basso a destra si inserisce la figura di San Basilio Magno, il vescovo di Cesarea, dottore della Chiesa e fondatore dell’ordine dei basiliani. Il santo si presenta canuto e privo della tipica barba a punta, mostrando delle strette affinità stilistiche con il San Basilio presente nella Cripta di San Vito Vecchio a Gravina. In basso a sinistra dell’arco trionfale si trova una piccola vasca per lo scolo delle abluzioni o piscina liturgica e la parete dell'arco è decorata con cinque clipei contenenti i simboli del Tetramorfo - il bue di San Luca, l’angelo di San Matteo, l’aquila di San Giovanni, il leone di San Marco- e un Cristo benedicente nel clipeo centrale. 

In basso a destra si inserisce, entro un’arcatella dipinta, la figura di San Nicola di Bari. Il santo soffrì il carcere per Cristo sotto l’Impero di Diocleziano e partecipò al Concilio di Nicea contro la dottrina ariana; forse per questo, secondo l’iconografia bizantina, viene spesso rappresentato vicino a San Basilio. La figura ieratica e austera, benedice alla latina e con una mano stringe il Vangelo dalla copertina gemmata, attributo dell’iconografia orientale. Al centro della cappella si trova un altare parietale con scalino inginocchiatoio, sopra il quale è dipinta l’immagine di Santa Margherita con otto storie della sua vita, affiancata da San Paolo e San Pietro. La santa si presenta in abiti principeschi, con una mano stringe una croce patriarcale e con l’altra afferra un lembo del mantello creando un nodo di pieghe falcate. Sul sostrato bizantino della figura, evidente nella resa piatta e bidimensionale, si innestano elementi nuovi dell’arte gotica come il linearismo del panneggio e l’ovale del volto dai tratti delicati. Le otto storie raffigurano gli episodi della sua vita riportati dalla "Passio" del greco Teotimo. Qui, l’artista (lo stesso che realizza l’icona centrale) si esprime con modi essenzialmente grafici, adottando un tono più naïf e vivace e mostrando una sensibilità alle forme gotiche. La lettura delle storie parte da sinistra e segue un andamento dall’alto al basso, come canonico.

- Santa Margherita custodisce il gregge con la sua balia. Notata per la sua bellezza, due cavalieri giungono per rapirla per ordine del Prefetto Olibrio.

- Olibrio interroga Margherita e le chiede la mano. La fanciulla rifiuta le sue lusinghe, professa la sua fede cristiana e accetta la sua condanna.

- Margherita è in prigione, subisce l’apparizione del demonio sotto forma di un drago e viene divorata. Essa si salva squarciandogli il ventre con un segno della croce.

Ancora in prigione, il demonio appare una seconda volta. Margherita ne subisce le tentazioni ma si difende calpestandolo a terra e costringendolo a confessare la ragione del suo odio verso gli uomini.

- Margherita è condannata a dei supplizi. La santa seminuda è legata a un palo e viene flagellata dai carnefici.

- La santa nuda è distesa a terra e viene torturata con degli uncini di ferro.

- La fanciulla viene immersa in una vasca di acqua bollente mentre un carnefice, con l’aiuto di un mantice, attizza il fuoco.

La scena raffigura i due momenti culminanti del martirio. In basso, la vergine viene decapitata da un carnefice con una lunga spada. In alto, l’animula della santa, incoronata e seduta in trono, viene sollevata in una sindone da due angeli con le mani velate.

Sulla parete sinistra si inseriscono due sante identificate come Sant’Orsola, nella santa sulla sinistra che sorregge un lungo bastone con vessillo crociato e Santa Cordula nella santa sulla destra. Queste figure sono spurie da qualsiasi bizantinismo e rivelano l’intervento di un artista aggiornato sulle soluzioni giottesche. La parete destra è decorata con un motivo a finti marmi colorati ed è bucata da una nicchia per il deposito di suppellettili. 

Sulla volta si staglia una Maiestas Domini racchiusa in una mandorla sollevata da due angeli. Cristo, seduto su un trono mosaicato, benedice alla latina e con una mano tiene il Vangelo aperto sulle parole “[Ego sum]LUX/MU[ndi qui sequi]TUR/ME[non ambulat in tenebris sed habebit lumen vitae aeterne]". Le proporzioni dilatate rivelano le ricerche dell’artista verso una resa volumetrica della figura.

Navata - Un arco ribassato dal profilo acuto si innesta a metà della navata. Sulla parete sinistra del sottarco sono rappresentate Santa Lucia e Santa Caterina. Le figure frontali e ieratiche sono nella posa dell’orante. Indossano vesti preziose e nei volti presentano dei tratti tipicamente bizantini. Sulla parete opposta è rappresentato il Martirio di San Lorenzo. In alto a destra, l’Imperatore Valeriano è assiso in trono e ordina l’esecuzione del supplizio a un vecchio soldato munito di spada. Il santo è disteso su una graticola sul fuoco ardente, assestato da un carnefice con un arnese uncinato. In alto, un angelo lo benedice con un aspersorio e sul cielo stellato, in ricordo della santa notte del martirio, compare una Dextera Dei benedicente da un drappeggio di festoni concentrici, allusivo al Regno dei cieli. L’artista aderisce ancora al linguaggio bizantino ma mostra una capacità narrativa che si compiace di deformazioni grottesche e mostra una sensibilità al naturalismo gotico. I pennacchi delle crociere sono decorati con girali vegetali di gusto romanico.

Cappella di Santo Stefano - Sulla parete destra della chiesa, in prossimità dell’entrata dell’edificio, si apre un vano voltato a botte e privo di altare. Sulla parete sinistra del sottarco si staglia una figura di santo nel gesto dell’orante, probabilmente un santo martire a cui è legata la scena di battaglia raffigurata nel piccolo riquadro alla sua sinistra. Nella lunetta centrale si inserisce la scena del martirio di Santo Stefano. Il santo, al centro, rappresentato come un diacono imberbe, subisce i colpi dei sassi lanciati dai suoi carnefici. Sulla parete destra è rappresentata la scena del Martirio di Sant'Andrea. Distinguendosi dalle rappresentazioni canoniche, il santo è legato a una croce del tipo Gabelkreuz (croce a stampella) e rispetta un’iconografia simile a quella di una miniatura germanica del XIII secolo. Le scene di martirii del ciclo e la rappresentazione dell'Incontro sono state attribuite allo stesso artefice. Nel registro inferiore della cappella sono rimasti dei lacerti di un ciclo cristologico e il volto di un santo monaco, individuato come San Benedetto. Nella prima scena a destra era rappresentata un'Annunciazione di cui rimangono le ali dell’Arcangelo Gabriele e il maphorion della Vergine. Nella scena che segue, la Natività di Cristo, si leggono la sagoma della Vergine, distesa su un pulvino e alle sue spalle la grotta dal fondo buio, tipica della tradizione bizantina. In alto, rimangono il bue che si affaccia sulla scena e una stella avvolta da un alone di luce.

Altre chiese rupestri

Chiesa rupestre di Santa Lucia: Situata in contrada Giaconelli, a metà strada tra Melfi e Rapolla, è costituita da un solo ambiente con volta a botte. Gli affreschi della cripta, risalenti al XIII secolo e restaurati dal pittore prof. Tullio Brisi, presentano uno stile prettamente bizantino e illustrano le storie della santa. Inoltre vi è una raffigurazione della "Madonna con Bambino" seduta su trono mosaicato, tipica opera bizantina.

Chiesa rupestre dello Spirito Santo: Interamente scavata nella roccia, si trova a circa 900 metri di altezza tra i boschi del Monte Vulture. Conserva una statua della madonna, che viene portata per le vie della città durante la festa della Pentecoste in memoria della battaglia tra francesi e spagnoli a Melfi.

Chiesa rupestre della Madonna delle Spinelle: scoperta nel 1845 a seguito di una frana, ne resta solo la cappella terminale (resti della navata furono spianati negli anni settanta per creare un piazzale antistante) di pianta esagonale con sei semicolonne che sostengono un cornicione. In era medievale era una parte della Basilica di Santo Stefano, una costruzione paleocristiana con più navate e cappelle annesse. Secondo alcune leggende, in parte confermate, vi era un lungo cunicolo sotterraneo che collegava il complesso con il Castello. Fu luogo di varie riunioni e congressi e si sostiene che da questa struttura partirono i soldati normanni capeggiati da Boemondo per la prima Crociata in Terra santa.

Altre chiese

Chiesa della Trasfigurazione di Nostro Signore e Convento: Già sede dei Cappuccini, posizionata sulla collinetta Tabor. Fu costruita nel XIII secolo e all'inizio era una casa di noviziato per poi essere adibita, dal 1696, a studio teologico e filosofico.

ChiesaSantaMariaNives.jpg (139934 byte)Chiesa di Santa Maria ad Nives: Fu costruita nel 1570 dall'albanese Giorgino Lapazzaia, giunto a Melfi nel 1534. Legata al rito arbëreshë, in essa si celebrano due antiche tradizioni; quella dello Spirito Santo e quella delle panedduzze.

Ex Chiesa di Santa Maria la Nova: Sul gentilizio "corso Garibaldi" fa bella presenza la facciata dell'ex chiesa di "Santa Maria la Nova", costruita intorno al XII secolo sotto il dominio dei longobardi, che conserva un bel portale ad arco ribassato caratterizzato da motivi geometrici e incisioni frastagliate a sbalzo. La pianta originariamente era a tre navate; le due laterali sono state separate e trasformate ad uso civile, mentre il campanile ha verosimilmente subito crolli ed è stato demolito.

Piazze e Rioni

Piazza Duomo: chiamata anche Largo Marconi, è la zona in cui si trovano la Cattedrale e il Palazzo del Vescovado (Melfi).

Piazza Umberto I: chiamata anche la piazza (la chiazz), rappresenta l'agorà cittadina dall'XI secolo, epoca in cui era il fulcro del borgo medievale. I vicoli, i vicoletti e le gradinate della piazza conservano ancora rilievi, pozzi, portali e decorazioni in pietra. È una cavea per eccellenza da presentare come caso di studio.

Corso Garibaldi: chiamato anche strada del vescovado, dal 1500 è la principale arteria della città ed è luogo di vari palazzi gentilizi.

Rione Chiuchiari: venne fondato nel 1534 dagli immigrati albanesi capeggiati da Capitan Kiukieri (da cui proviene il nome). Fu da loro abbandonato nel 1597 per trasferirsi nella vicina Barile.

Via Vittorio Emanuele: altra arteria storica di Melfi, si contraddistingue per testimonianze storiche come il portale in pietra di Rapolla (1527) e il portale appartenente all'ospedale gestito dalla comunità francescana, datato 1664.

Piazza Abele Mancini: detta anche piazza mercato, perché era il luogo fuori le mura dove si teneva anticamente il mercato. È stata oggetto di una riqualificazione ultimata nel 2006, uno dei rari casi in Italia in cui il progetto vincitore di un concorso di idee è stato realizzato. Presenta un percorso pedonale che unisce il borgo medievale al Municipio, ravvivato da una fontana con panche.

Rione Bagno: in passato noto come il borgo, è situato al di fuori della cinta muraria che circonda la città ed era sede delle attività produttive favorite dal passaggio del fiume Melpes.

Palazzi

Palazzo del Vescovado: il palazzo del Vescovado (chiamato anche palazzo Vescovile o Episcopio) è un edificio storico risalente all'epoca normanna che, nel corso dei secoli, subì numerose modifiche fino a raggiungere l'attuale struttura barocca.

Situato accanto alla cattedrale di Santa Maria Assunta, fu innalzato dai normanni nell'XI secolo, poi ampliato da Gaspare Loffredo, vescovo di Melfi, tra il 1472 ed il 1480, e poi da Matteo Bramano. A causa dei gravi danni riportati dopo il terremoto del 1694, il palazzo del Vescovado, ridotto quasi in macerie, subì nel XVIII secolo interventi massicci tali da cambiarne quasi totalmente l'aspetto (attualmente in stile barocco) e furono costruite anche la balconata sul portone principale e la fontana con vasca circolare. Queste opere di ristrutturazione vennero commissionate dai vescovi Antonio Spinelli e Pasquale Teodoro Basta.

Nel 1860, 2096 votanti si riunirono nel palazzo per proclamare l'adesione al Regno d'Italia ma il tutto si vanificò con l'invasione di Melfi da parte delle truppe brigantesche di Carmine Crocco, il 15 aprile dello stesso anno.

Il 6 luglio 2011, venne inaugurato il "Museo Diocesano" all'interno dell'edificio, alla presenza del cardinale Angelo Bagnasco. Il museo venne formalmente istituito nell'ottobre del 1978 dal vescovo Armando Franco ma l'inattività del decreto, il terremoto del 1980 e i rallentamenti dei restauri ne ritardarono l'inaugurazione.

All'interno vi è un ampio giardino recintato voluto dal vescovo Mario Rufino, il "salone degli stemmi" ideato dal vescovo Pasquale Teodoro Basta, la sala del trono con le pareti affrescate, la fontana del tardo '700 che adorna il cortile interno e l'ampio scalone a forbice. All'interno sono presenti sculture e dipinti di soggetti religiosi e laici attribuiti a Francesco da Tolentino, Andrea Miglionico, Andrea D’Aste, Cristiano Danona da Anversa, e Nicola Federici da Forenza.

È inoltre sede della biblioteca vescovile, che conserva importanti documenti, fra cui le cinquecentine. Fino alla fine degli anni '70, il palazzo del Vescovado custodiva il sarcofago di Rapolla, oggi nel Museo Nazionale del Melfese.

Palazzo Araneo: Presenta una facciata in stile rinascimentale, ma la parte restante della struttura è ritenuta risalente al Medioevo. Un tempo adibito a tribunale, si affaccia su un giardino pubblico nel quale si ammirano due monumenti, con busti in bronzo, del sen. Floriano Del Zio e dell'on. Arduino Severini. Un tempo il palazzo era di proprietà della ricca famiglia Mandina.

Palazzo Severini: Risale al XVI secolo e fu un convento dei Carmelitani. Divenne poi proprietà di Decio Severini, scrittore e professore universitario presso gli atenei di Pisa e Roma, nonché direttore generale delle irrigazioni in Argentina e progettista di grandi opere in Italia ed Egitto. Il palazzo, attualmente è sede di un'agenzia assicurativa.

Palazzo Sibilla: Edificio eretto nell'XVI secolo, era la dimora natale del generale Ascanio Sibilla, decorato di medaglia al valor militare e benemerito per i soccorsi e gli aiuti umanitari ai terremotati di Messina, nonché sindaco di Melfi tra il 1952 e il 1956.

Palazzo della Corte: Costruito nel XVI secolo, l'edificio è stato per oltre un secolo la sede del municipio; attualmente ospita la proloco. Al suo interno vi è un busto di Federico II, donato alla città di Melfi dalla Repubblica Federale Tedesca. Nel 1922 il Comune di Melfi murò, nell'atrio del Palazzo Municipale, una lapide marmorea con la seguente epigrafe:

«IN QUESTA ANTICA CAPITALE DEL REAME DI PUGLIA / ILLUSTRE PER ARMI INDUSTRIA E FREQUENZA DI POPOLO / CARA A FEDERICO II DI SVEVIA / ITALIANO PER NASCITA GENIO ARDORE DI LOTTE / CHE NE RINNOVÒ I BALUARDI E LA CINTA / FURONO NEL MCCXXXI PROMULGATE LE COSTITUZIONI / PRIMO FONDAMENTO DELLO STATO LIBERALE / PROFETIZZATO POI DA DANTE / E PRIMI LINEAMENTI DEL DIRITTO DELLE GENTI / NEL SESTO CENTENARIO DEL DIVIN POETA / POPOLO E COMUNE CELEBRARONO LE LORO MEMORIE / IL TRIONFO DEL DIRITTO E IL PENSIERO DEL VATE / RICONGIUNGENDOLI IN UN SOLO RICORDO / E NEI NOMI DEI DUE GRANDI SPIRITI / UNITI GIÀ NEL POEMA NEL CONVIVIO E NEL VOLGARE ELOQUIO»

Palazzo Donadoni: Edificio appartenuto alla famiglia omonima, originaria di Bergamo. Geromino Donadoni, vissuto nella prima metà del XVI secolo, vi esercitò il potere di vicegovernatore. È sede del museo civico ed è luogo di diverse mostre culturali.

Altri palazzi: Palazzo Mandini presenta una facciata in stile neoclassico, sotto la quale vi è un nucleo originario di epoca cinquecentesca; Palazzo Pierro già convento dei Somaschi, appartenente al XVII secolo; Palazzo Pastore XX secolo; Palazzo Tisbi XV secolo; Palazzo Aquilecchia XVI secolo; Palazzo Lospinoso-Severini XIX secolo.

Fontane

Fontana del Bagnitello: In tempi passati fu un centro di ristoro per il viandante, per il pellegrino e per il contadino con i suoi animali, è stata ristrutturata nel 2003 con il contributo dell'associazione Lucani in Umbria.

Fontana Acqua Santa: Edificata nel XX secolo, situata nella frazione Foggiano.

Fontana del Bagno: Costruita nel 1928, era il lavatoio della città e fonte per le scorte idriche per le case sprovviste d'acqua corrente.

Castello

Il castello di Melfi è un castello medievale dell'Italia meridionale. La sua fondazione, almeno dagli elementi ancora visibili, risale al periodo normanno ma ha subito diverse modifiche nel corso del tempo, soprattutto in epoca angioina e aragonese.

L'origine del castello di Melfi risale alla fine XI secolo ad opera dei normanni, sorto in posizione strategica che funge da punto di passaggio tra Campania e Puglia. Il suo collocamento era indispensabile per difendersi dagli attacchi esterni e come rifugio per gli alleati. La struttura fu luogo di avvenimenti "storici" durante l'era normanna.

A Melfi, capitale della contea di Puglia, si tennero cinque concili ecumenici, organizzati da cinque diversi pontefici tra il 1059 e il 1137. Nell'estate del 1059, papa Niccolò II soggiornò nella rocca fortificata e fu al centro di importanti avvenimenti: in giugno stipulò il trattato di Melfi, poi, dal 3 agosto al 25 agosto celebrò il concilio di Melfi I ed infine con il concordato di Melfi riconobbe i possedimenti conquistati dai Normanni. Il papa nominò Roberto il Guiscardo duca di Puglia e Calabria. La città di Melfi, passava un periodo fulgido della storia: in tale circostanza fu promossa a Capitale del Ducato di Puglia e Calabria. Roberto il Guiscardo, per sposare Sichelgaita di Salerno vi mandò in esilio la prima moglie Alberada di Buonalbergo.

Nel castello di Melfi furono organizzati altri Sinodi: il papa Alessandro II dal primo agosto 1067 presiedette il concilio di Melfi II; ricevette il Principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, e i fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia. Nel corso del concilio di Melfi III, nel 1089, il papa Urbano II indisse la prima crociata in Terra Santa, poi Pasquale II nel 1101 convocò il concilio di Melfi IV ed infine papa Innocenzo II nel 1137 celebrò il concilio di Melfi V, ultimo della serie. Vi fu anche nel 1130 un concilio di Melfi non riconosciuto dalla Chiesa, perché organizzato dall'antipapa Anacleto II, che istituì il regno di Sicilia.

Con la venuta degli svevi, Federico II diede grande importanza al castello di Melfi e ne apportò alcuni restauri. Nel 1231, il maniero fu il luogo di promulgazione delle costituzioni di Melfi, codice legislativo del regno di Sicilia, alla cui stesura parteciparono Federico II assieme a persone come il suo notaio Pier della Vigna ed il filosofo e matematico Michele Scoto. La struttura fu anche deposito delle tasse riscosse in Basilicata e prigione, ove tra i vari detenuti ci fu anche il saraceno Othmàn di Lucera, che nel 1240 fu costretto a pagare 50 once d'oro al giustiziere di Capitanata per ritornare in libertà. Nel 1232, Federico II ospitò al castello il marchese di Monferrato e la nipote Bianca Lancia, che divenne sua moglie e da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1241, il sovrano svevo rinchiuse nell'edificio due cardinali e vari vescovi francesi e tedeschi, che avrebbero dovuto far parte di un concilio papale che prevedeva la sua destituzione.

Con la caduta degli svevi e l'arrivo dei nuovi dominatori angioini, il castello di Melfi subì massicci ampliamenti e restaurazioni, oltre ad essere eletto da Carlo II d'Angiò residenza ufficiale di sua moglie Maria d'Ungheria nel 1284. Fu ancora soggetto a modifiche nel cinquecento sotto il governo aragonese e divenne proprietà prima degli Acciaiuoli, poi dei Marzano, dei Caracciolo ed infine dei Doria, ai quali appartenne fino al 1950. Il castello dovette subire due violenti terremoti nel 1851 e nel 1930 ma, a differenza di altri monumenti di Melfi che furono gravemente danneggiati, il castello ne uscì quasi incolume. Al giorno d'oggi, l'edificio ospita il Museo archeologico nazionale del Melfese, inaugurato nel 1976.

Il castello di Melfi, avendo riportato numerose fasi costruttive nell'arco dei tempi, presenta una forma architettonica multistilistica, sebbene abbia conservato il suo aspetto prettamente medievale. È composto da dieci torri di cui sette rettangolari e tre pentagonali:

- Torre dell'Ingresso

- Torre dello Stendardo o dei Cipressi

- Torre della Secretaria o Della Terrazza

- Torre del Baluardo del Leone

- Torre dell'Imperatore o dei Sette Venti

- Torre senza nome, restano solo i ruderi

- Torre di Nord Est o Torrita Parvula

- Torre delle Carceri o di Marcangione

- Torre della Chiesa

- Torre dell'Orologio

Il castello di Melfi è formato da quattro ingressi, di cui solo uno è tuttora agibile. Il primo, situato a nord est vicino alla Torre Parvula, era collegato direttamente con la campagna ed è murato; il secondo, anch'esso murato e collocato nei pressi della Torre della Chiesa, si apre nello spalto; il terzo a sud ovest, presente vicino al Baluardo del Leone, era l'ingresso principale nell'epoca angioina e permetteva di raggiungere il fossato e la città. Il quarto, l'unico attivo, fu aperto dai Doria e funge da accesso al paese attraverso un ponte, in tempi remoti levatoio. L'interno, sebbene trasformato dai Doria, tra il XVI ed il XVIII secolo, in un palazzo baronale, conserva ancora alcuni tratti strutturali in stile normanno-svevo.

Oltrepassato il ponte si nota un portale settecentesco che contiene un'epigrafe che rende onore alle gesta di Carlo V d'Asburgo e Andrea Doria. Procedendo si accede al cortile dove è possibile recarsi alle scuderie ed ai cortili "dello Stallaggio" e "del Mortorio", tutte opere angioine realizzate tra il 1278 ed il 1281 per volere di Carlo II d'Angiò. Sempre in stile angioino sono la "Sala del Trono" (che ospita il Museo), innalzata sul lato settentrionale, la sottostante "Sala degli Armigeri". Da menzionare anche la "Sala delle Scodelle", luogo in cui furono proclamate le costituzioni di Melfi.

Cinta Muraria

Il centro storico di Melfi è interamente circondato da mura turrite costruite per lo più dai Normanni che si estendono per oltre quattro chilometri. Il circuito segue l'orlo del pianoro su cui fu costruita la città, cinto da ogni parte da scoscendimenti, a tratti da veri e propri precipizi. L'opera costituisce un raro esempio di fortificazione nel sud Italia. Le fasi costruttive della cinta muraria appartengono al periodo bizantino, normanno, svevo e aragonese. Gli ultimi ad apportare modifiche strutturali furono Niccolò Acciaiuoli nel trecento e Sergianni II Giovanni Caracciolo, 2º Duca di Melfi, nel quattrocento, a cui risale la sistemazione attuale, per difendere la città dalle artiglierie nemiche. Assedi e terremoti hanno reso necessari continui restauri e il sisma del 1930 ne ha seriamente compromesso la struttura.

Porte

Porta del Bagno: Chiamata anche Porta Bagni o Porta Balnea o Porta di Santa Maria era ubicata all'inizio di via Bagno presso la parafarmacia Spennacchio. Di questo accesso, che era quello principale non rimane nessuna testimonianza. La Porta Bagno è stata abbattuta senza chiari motivi nel 1851 dopo il terremoto seppure non avesse riportato danni.  

Porta Troiana: Fu costruita nel XV secolo per volere di Troiano Caracciolo, 1º duca di Melfi, dal quale prese il nome. Di questa opera sono rimasti solamente i ruderi.

Porta Calcinaia: Era la porta più vicina al castello. Conduceva dalla zona artigianale, dove si produceva calce e argilla (da cui il nome), al centro storico e all'attuale Via Normanni, che tuttora porta al Castello. Caduta con il terremoto del 1930, nel marzo 2021 finalmente è stata ricostruita grazie a testimonianze di fine Ottocento / inizio Novecento.

Porta Sant'Antolino: Si trova al termine orientale dell'omonima strada, attualmente è presente ma mal conservata, dimenticata da tutti, è stata murata ma l'arco è ancora visibile, sebbene sia ricoperta di arbusti e erbacce.

Porta Venosina: È una delle sei porte cittadine ubicate nella cinta muraria, sebbene tre di queste (Porta del Bagno, Porta Sant'Antolino e Porta Troiana), a causa di terremoti e saccheggi, non esistano più. Risalente all'epoca sveva, è l'unica ancora in buono stato e fu realizzata sull'antico tracciato verso Venosa e la via Appia. Alla destra dell'ingresso è osservabile lo stemma di Melfi e, a sinistra, quello dei Caracciolo che restaurarono le mura sul finire del Quattrocento. Federico II vi fece apporre una lapide che decantava la gloria e la grandezza della città, sostituita più tardi da Sergianni II Giovanni Caracciolo, 2º Duca di Melfi, con quella ancor oggi visibile, anche se illeggibile. L'arco ogivale è di origine sveva, mentre la torre cilindrica fu aggiunta nel Quattrocento da Caracciolo.

Tradizioni e folclore

Ancora nel ventunesimo secolo vive nel folclore melfitano la leggenda della eroica quanto vana impresa di Giovan Battista Cerone (detto Ronca Battista), un boscaiolo che mostrò grande eroismo in battaglia durante lo scontro tra i francesi e gli spagnoli nel cinquecento. Si narra che Ronca Battista, dopo aver aiutato una donna anziana, ricevette da lei un potere magico alla sua roncola. Durante il conflitto tra francesi e spagnoli, Ronca Battista affrontò da solo le truppe francesi che tentarono di introdursi nella città. Il boscaiolo riuscì da solo a tener testa agli invasori, uccidendo oltre 300 francesi, prima di perdere la vita. Gli invasori attuarono una feroce rappresaglia, ove neanche bambini e anziani furono risparmiati.  

Musei

Museo archeologico: il museo nazionale del Melfese conserva varie testimonianze archeologiche rinvenute nel comprensorio del Vulture, riguardanti le popolazioni indigene della preistoria e dei periodi dauno, sannita, romano, bizantino e normanno. Da non dimenticare la presenza nella torre, vicino all'ingresso, del cosiddetto Sarcofago di Rapolla, monumento originario dell'Asia Minore rinvenuto nel 1856 e datato II secolo d.C., con figure inserite in una struttura architettonica ai lati e con il ritratto della defunta sul coperchio. Un'argomentata ipotesi è che il monumento, oggetto di studi archeologici internazionali, possa essere appartenuto ad una esponente della gens Brutia. Gruppo familiare di origini lucane, asceso a grande potenza in età imperiale e molto legato alla dinastia degli Antonini, al punto che Bruzia Crispina sposerà l'imperatore Commodo.

Museo civico: il museo civico, situato nel palazzo Donadoni, il quale ospita anche diverse mostre artistiche come fotografie, sculture e opere pittoriche.

Museo diocesano: presso il palazzo del Vescovado si possono visitare il museo, la pinacoteca e i giardini. Sono esposti arredi sacri, argenti e dipinti delle chiese della diocesi, dei secoli XVII, XVIII e XIX.

Teatro

Il teatro Ruggero II deve il suo nome al sovrano normanno Ruggero II di Sicilia ed è situato in via Vittorio Emanuele II (un tempo denominata "Rua Grande"). I lavori di costruzione iniziarono il 1º aprile 1856, sui ruderi di una casa popolare e, negli ultimi anni, sono stati effettuati massicci restauri. La struttura offre varie stagioni teatrali, convegni politici e iniziative socio-culturali.  

Cucina

La cucina melfitana ha fatto virtù della passata ristretta disponibilità di prodotti agroalimentari, a causa delle tipologie di coltivazioni collinari e dei climi temperati freddi. Le ricette si possono senz'altro considerare parte della cosiddetta dieta mediterranea e cucina popolare. Il consumo di carne e pesce è piuttosto moderato. La maccuarnàr, nome dialettale della maccaronara, è il piatto per eccellenza di Melfi, fatto con un tipo di pasta fresca preparata con un mattarello in metallo con lame affilate che consente di ottenere maccheroni con una tipica sezione quadrata. Si condisce con sugo di coniglio o maiale. Un altro primo piatto tipico sono lagane e noci, un formato di pasta simile alle tagliatelle ma più corto e largo con l'aggiunta di pomodoro e peperoncino.

Tra gli altri piatti vi sono il pancotto, che nella versione locale viene preparato con aglio, rape e peperoni cruschi; le cicerchie con crostini di pane e cipolla; e u' cunzaridd, contorno a base di pomodori gialli, peperoni cruschi, acciughe e sponsali. Dolci tradizionali melfitani sono i calzoncelli, localmente detti cauzuncidd, piccoli ravioli cotti al forno, preparati con una sfoglia di farina di grano duro, uova, olio ed, in alcune versioni, vino bianco. Ingredienti per il ripieno sono ceci, castagne, mandorle e cioccolato fondente e possono essere accompagnati con del vincotto.  

Eventi

Scaricavascio: manifestazione in onore di Sant'Antonio, scomparsa negli anni venti del novecento, in cui ragazzi di età compresa dai 15 ai 30 anni costituivano piramidi umane.

Corteo Storico Federiciano: nato nel 1997, è un evento che si tiene nell'ultima settimana di ottobre e rappresenta le attività più importanti svolte da Federico II a Melfi. Si celebra nei giorni di venerdì, sabato e domenica dell'ultima settimana di ottobre e si assiste al raduno dei falconieri di tutta Europa, gara di caccia con i falconi, danze e musiche medievali per le vie principali della città, il corteo dell'imperatore Federico II e dei suoi sudditi, la cerimonia di investitura di un cavaliere secondo il diritto normanno e il torneo medievale degli antichi casati di Melfi.

Festa dello Spirito Santo: conosciuta anche come la "Pasqua di Sangue", ricorda il giorno della Pentecoste, quando ci fu l'assedio di Melfi da parte dei francesi nel marzo 1528 e il ritorno degli abitanti in città dopo il saccheggio con pellegrinaggio sul Monte Vulture, sfilata del corteo storico per le vie della città e spettacoli di sbandieratori e cavalieri in costume.

Rally Puglia & Lucania: gara automobilistica su terra originalmente denominata Rally del Vulture che parte da Melfi e coinvolge altri comuni come Atella, Bella, Rapone, Rionero, Ruvo del Monte, San Fele e città di altre regioni come Lacedonia (provincia di Avellino) e Rocchetta Sant'Antonio (provincia di Foggia). Costituisce oggi il più importante evento sportivo della Basilicata avendo validità per il Campionato Italiano ed Europeo Cross Country Rally riservato ai Fuoristrada e per il Trofeo Rally Terra riservato alle vetture da corsa.

Coppa d'Autunno: rievocazione storica della gara auto-motociclistica organizzata per la prima volta nel 1949 dall'Ing. Michele Pastore (1ª gara organizzata in Basilicata da Lucani), giunta nel 2023 alla XIX EDIZIONE che si terrà il 16-17 settembre sulle strade del Vulture-Melfese-Alto Bradano. La gara è stata recuperata, per la specialità Regolarità per Autostoriche, dalla A.S.D. Team Coppa d'Autunno - Melfi, raccogliendo un suggerimento del Dirigente ACI Sport M. W. Oliva ed in collaborazione con l'Automobile Club di Potenza, nel 2012 con la IX Edizione.

Festa delle Pannedduzze: celebrata l'8 dicembre, consiste nella distribuzione del tipico pane azzimo di origine albanese. Tutto ciò risale al momento dopo l'eccidio francese del 1528, quando la cittadina venne ripopolata da vari individui, tra cui una colonia di albanesi venuta a Melfi per un editto dell'imperatore Carlo V. La colonia introdusse questi piccoli pani azzimi, distribuiti durante la messa.

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