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Adagiato
tra le vette del Monte Volturino, a 1000 m sul livello del mare, il
borgo di Marsicovetere è un sussurro che arriva dal passato, un
piccolo borgo che sembra uscito da un racconto antico. Le sue strade in
pietra raccontano storie di fatica e dignità, di generazioni cresciute
con poco ma con tutto: il cielo, la terra, la famiglia.
Il
piccolo centro storico, con i suoi archi e le stradine lastricate, quasi
sospeso tra terra e nuvole regala scorci che tolgono il fiato: balconi
fioriti, antichi portoni in legno scoloriti dal tempo, ogni passo è una
carezza alla memoria. Le strade acciottolate guidano i passi verso
panorami che si aprono all’improvviso su valli verdeggianti, dove il
silenzio è rotto solo dal canto degli uccelli.
Turismo
lento in questo paesino è sedersi su una panchina al tramonto e ascoltare
un anziano raccontare la storia del paese, è perdersi tra i sentieri del
monte Volturino lasciandosi guidare dai colori della natura. La natura
abbraccia il piccolo borgo con una dolcezza aspra, boschi, sentieri,
torrenti limpidi, l’aria sa di resina e di pane appena sfornato e se
chiudi gli occhi puoi sentire ancora il suono lontano della zampogna o il
rintocco delle campane che segnano le ore.

Il
nome presenta un’origine incerta, con diverse ipotesi che ne
spiegherebbero la derivazione, strettamente connesse alla teoria della
nascita dell’insediamento nel IX-X secolo, nel periodo di
riconquista bizantina dell’Italia meridionale operata da Niceforo
Foca, quando la città romana di Grumentum era già in
abbandono.
Pertanto,
il toponimo potrebbe risalire dal termine greco-bizantino Martzikon
o Martzion, con il suffisso -ikon, tipico dei
toponimi militari e amministrativi dell’Impero bizantino, spesso
utilizzato per indicare insediamenti fortificati o strategici. Questa
ipotesi è coerente con il contesto storico del IX-X secolo, quando i
Bizantini stabilirono nuove fortificazioni per difendere i territori
riconquistati dai Longobardi, e con l’uso frequente di suffissi
simili nei toponimi dell’Italia meridionale legati al dominio bizantino.
Un'altra
ipotesi lega il toponimo al vocabolo tardo latino marsicum,
che a sua volta si ricondurrebbe al longobardo marsik,
indicando un luogo paludoso o acquitrinoso. Questa spiegazione si collega
alle caratteristiche geografiche della Val d'Agri nell'Alto Medioevo,
che presentava zone con ristagni d’acqua o terreni umidi, derivati dalle
piene del fiume Agri e dalla conformazione della valle stessa.
Tale etimologia rifletterebbe quindi una denominazione descrittiva basata
sulla caratteristica ambientale del territorio circostante in
quell’epoca.
Un’ulteriore
teoria collega l’origine del nome al ver sacrum, rituale che
avrebbe condotto un gruppo di Marsi ad insediarsi in area
lucana. Diffusa dai topografi del XVIII secolo, l’ipotesi è stata
respinta dal Racioppi, evidenziando l’incongruenza cronologica e la
mancanza di prove storiche, linguistiche e archeologiche.
La
specificazione Vetere, dal latino Vetus, che
distingue Marsicovetere dalla vicina Marsico Nuovo, non si riferisce
necessariamente a insediamenti di epoche differenti, ma rifletterebbe il
confine in movimento tra le aree sotto il controllo bizantino e
longobardo. Questa distinzione rispecchia quindi un’evoluzione
geopolitica e militare della regione, legata alla competizione per il
controllo del territorio durante l’Alto Medioevo.

Marsicovetere
si trova in un’area abitata fin dall’antichità, come dimostrano i
reperti archeologici rinvenuti nella zona, che attestano la presenza di
insediamenti di epoca preromana e romana. Lo storico romano Strabone menzionò
una località chiamata Vertina, la cui identificazione con il
territorio di Marsicovetere fu proposta per la prima volta dal Pacichelli nel XVII
secolo. Questa ipotesi si basava principalmente sull’affinità verbale
tra Vetere e Vertina, un criterio ritenuto
debole e infondato dal Racioppi, che confutò tale teoria in mancanza
di riscontri storici, lasciando la collocazione di Vertina del tutto
ipotetica.
Alle
pendici dell’attuale abitato, in prossimità della Via Herculia, la
potente famiglia romana dei Bruttii Praesentes edificò
la Villa romana di Marsicovetere, estesa per oltre 1.700 m². Nel II
secolo la villa divenne residenza dell’imperatrice Bruzia
Crispina, moglie dell’imperatore Commodo. Essa sorgeva in una
posizione strategica, all'incrocio tra la via Herculia e due tracciati
trasversali: un percorso di collegamento con la via Popilia e un
aspro diverticolo che risaliva il corso del torrente Molinara in direzione
di Anxia.
Dopo
la caduta in disgrazia e la successiva esecuzione di Bruzia Crispina,
la villa passò sotto la gestione di procuratores imperiali,
incaricati dell’amministrazione dei beni appartenenti al patrimonio.
Rimase in uso fino al VII secolo, assumendo un ruolo centrale nella
gestione delle risorse agricole e nel controllo della rete viaria locale.
Questa funzione rifletteva l’importanza della regione nella struttura
amministrativa e viaria dell’Impero romano, consolidando il ruolo
dell’attuale Marsicovetere come centro strategico in epoca classica e
tardo-antica.
La
crisi del VI-VII secolo, dovuta prima alle guerre gotiche con
la diffusione della peste di Giustiniano e poi all'invasione
longobarda, comportò il declino dei siti di pianura a favore di
insediamenti più sicuri localizzati a quota più elevata. Ciò determinò
il popolamento del sito della Civita, anche detto Tempa
di San Nicola, un insediamento fortificato già abitato in epoche
precedenti. Qui è attestata anche la presenza di un edificio religioso,
probabilmente sorto sulle vestigia di un luogo di culto più antico,
menzionato ancora nel XVII secolo come Santa Maria La
Civita, ma che al tempo potrebbe essere stato dedicato a San
Nicola di Bari, il cui culto si diffuse a partire dall’VIII secolo.
Proprio
in questo periodo l’area della Val d'Agri, ancora soggetta ai Longobardi,
venne raggiunta da comunità monastiche in fuga dalla persecuzione
iconoclastica in atto nell’Impero bizantino. Nel territorio di
Marsicovetere si conserva un chiaro riferimento a tale fenomeno
nell’onomastica dell’area detta la Laura, dal greco Λαύρα,
localizzata a monte dell’attuale abitato. Si tratta di un sito che
probabilmente ospitava una piccola comunità monastica, rifugiatasi in un
agglomerato di grotte ancora oggi ben visibili.
Nei
decenni centrali del IX secolo l’area di Marsicovetere fu
coinvolta nel collasso della presenza longobarda in Lucania. Le guerre
intestine tra i principati favorirono l’ingresso dei Saraceni, che dal 836 effettuarono
incursioni sistematiche partendo dalle basi sulla costa jonica, fino
a consolidare avamposti collegati all’Emirato di Bari (847–871).
Una possibile testimonianza toponomastica di tale fase è il toponimo Monte
Saraceno, rilievo del gruppo del Volturino, collocato lungo la Via
Herculia e in posizione strategica tra l’Agri e il Basento,
con vasto controllo visivo fino alle Murge. L’instabilità generata
da queste incursioni portò all’abbandono degli insediamenti di pianura:
secondo la tradizione riportata dal Di Meo, la distruzione definitiva
di Grumentum si verificò nel 878, con rifugio dei
superstiti nei siti d’altura, tra cui la Tempa San Nicola,
che venne fortificata.
La
svolta politica e militare giunse con l’iniziativa dell'imperatore
Basilio I, che nel 882 affidò allo Strategos Niceforo
Foca il comando di una grande spedizione per ristabilire il controllo
bizantino sull’Italia meridionale. La Val d'Agri divenne uno
degli assi principali dell’avanzata bizantina negli anni 885–886,
poiché costituisce il più naturale corridoio di penetrazione da Taranto
verso i territori longobardi.
La
riconquista fu seguita da un’ampia riorganizzazione territoriale: i
Bizantini istituirono presidi lungo le principali vie di comunicazione e
nei punti d’altura strategici. In questo quadro, tra la fine del IX e
gli inizi del X secolo, l’area dell'odierna Marsicovetere appare
inserita nel sistema difensivo bizantino, identificabile con un phrourion,
ovvero un appostamento militare.
La
posizione del presidio rispondeva a precise esigenze di controllo militare
e amministrativo, poiché dominava le due vie d’accesso ai territori
bizantini per chi proveniva da Salerno. La prima era la Via
Herculia, che conduceva in direzione di Bari attraverso il diverticolo che
supera la gravina del torrente Jòme, tra il nuovo phrourion e
la preesistente civitas della Tempa San Nicola;
la seconda era la direttrice che da Grumentum portava a Taranto,
seguendo il corso del fiume Agri.
Con
l'avvento dei Normanni il borgo fu fortificato con castello e mura.
Nel maggio 1151 la presenza del castello e del borgo circostante è
attestata in un atto di donazione di « [...] Alexander Marsici
Veteris dominus...», il quale concedeva il Monasterium Sancti
Iohannis, in località Valloni, alla Badia di Cava. La
particolarità di tale documento è legata all'onomastica del luogo,
permettendo di affermare che nel XII secolo l'insediamento portava già
questo nome. Nel Catalogus baronum del 1152 Marsicovetere
rientrava nella Contea di Gravina e il predetto Alessandro è
menzionato come possessore del castello di Marsicovetere, a servizio del
conte Gilberto (cugino spagnolo della regina Margherita di Navarra).
Successore di Alessandro fu il fratello Bartolomeo, citato in un atto di
donazione del 1188, con il quale concesse la Ecclesiam Sanctae
Mariae, in località Molinara, alla Badia di Santo Stefano di Marsiconuovo.
Nel
successivo periodo svevo, a seguito dell’esilio impartito al Conte
Gilberto nel 1169, si suppone che il castello di Marsicovetere fosse
transitato dalla Contea di Gravina alla Contea di Marsiconuovo,
presumibilmente per ragioni di contiguità territoriale e per afferenza
alla medesima Diocesi. Se ne avrebbe testimonianza in epoca successiva,
dai Registri della Cancelleria Angioina, nei quali si menziona Ruggiero
Sanseverino, Conte di Marsico, come possessore di Marsicovetere prima del
1269. Pertanto, a seguito della Congiura dei Baroni, Marsicovetere
avrebbe seguito la vicenda della Contea di Marsico, confiscata ai Sanseverino e
concessa prima ad Enrico di Spernaia (1256), poi a Riccardo
Filangieri (1260 circa), per poi essere restituita al succitato
Ruggiero Sanseverino con l’avvento degli Angioini (1266).
Nel
1334 Marsicovetere fu rifugio di Angelo Clareno, punto di riferimento
dei Francescani spirituali, ricercato dall'Inquisizione e già
scomunicato dal 1317. Qui, nel convento di Santa Maria di Loreto, in
località Santa Maria dell'Aspro, introdusse l'ordine dei Fraticelli e
produsse un'effervescenza religiosa fondata su una spiritualità che
predicava il rinnovamento della vita in attesa dell'apocalisse (compiendo,
secondo alcune fonti, anche alcuni miracoli). Clareno morì il 15 giugno
1337 e la sua tomba divenne metà di frequenti pellegrinaggi.
Ben
altra importanza assunse Marsicovetere nell'età moderna, infatti re Ferdinando
I di Napoli donò, nel 1468, Marsicovetere ad Ettore Caracciolo
Pisquizi (patrizio napoletano e fratello di Sergianni
Caracciolo, primo ministro al tempo di Giovanna II) con il titolo di
Signore. Il primo a essere insignito del titolo di Principe di
Marsicovetere da re Filippo III di Napoli fu Salvatore
Caracciolo il 4 giugno 1646. Secondo una descrizione dei beni
feudali, effettuata dall'erario Giovanni Masino, i principi possedevano un
palazzo in paese, con un giardino (detto il Giardinello) e una
cappella intitolata a San Michele, oltre ad un palazzo in campagna
con numerosi vigneti intorno. Grazie alla presenza di una delle famiglie
più potenti del regno, Marsicovetere fu protagonista di una grande
espansione demografica (toccò la soglia dei 4 000 abitanti
a metà del XVI secolo), urbanistica (con l'edificazione del 1639 della
Chiesa di San Pietro, oggi dedicata ai Santi Pietro e Paolo) e
culturale (vi fu la nascita di un ceto borghese professionistico e
proprietario terriero). I Caracciolo sovvenzionarono a
Marsicovetere anche l'educazione per i poveri, come da testamento del
principe Nicola Caracciolo, nel 1777. Vi fu nella storia feudale di
Marsicovetere una breve parentesi dei di Palma nel 1627,
ma i Caracciolo lo riacquistarono immediatamente.
Tra
il 1647 e il 1648 Marsicovetere fu coinvolta nei
movimenti antifeudali scaturiti nel Regno dopo la rivolta napoletana di Masaniello.
Nell'autunno del 1647, data l'assenza del Principe Salvatore Caracciolo,
il popolo si ribellò, per opera di Matteo Cristiano da Castelgrande il
quale era in avanzata verso Rocca Imperiale. Nel dicembre 1647,
Francesco Caracciolo, Duca di Martina e Preside di Basilicata, insieme con
il Principe Salvatore Caracciolo, alla testa di 100 soldati, partì da Buccino alla
volta di Marsicovetere, attraversando per 60 miglia gli innevati monti
lucani con l'intento di stabilirvi un centro contro-rivoluzionario. Non
essendo al corrente della rivolta del popolo, una volta giunto vi trovò Ippolito
da Pastena e suo fratello Vincenzo alla testa di 400 rivoluzionari, i
quali erano in procinto di avanzare verso Melfi. Il 23 dicembre il
Duca di Martina fu sbaragliato e costretto a ripiegare di 50 miglia verso Picerno.
La
vittoria dei rivoluzionari a Marsicovetere fu fondamentale per bloccare
l'avanzata delle forze baronali verso i feudi del Metapontino (a sud)
e verso i feudi pugliesi (a nord) permettendo l'unione delle truppe di Matteo
Cristiano con quelle di Francesco Salazar, Conte di Vaglio, e di
Giovanni Grillo, Marchese di Montescaglioso, per le successive conquiste
di Matera e Altamura. Il 16 marzo 1648 le forze baronali ripresero Matera
e in poche settimane il potere feudale fu ristabilito in tutta la
Basilicata. Il Principe Salvatore Caracciolo rientrò in possesso di
Marsicovetere nell'aprile del 1647.
I
Caracciolo mantennero il feudo sino al 1777, quando i principi Nicola
e Antonio lo vendettero al marsicoveterese Bernardo Brussone per 34 000 ducati.
Nel 1778 le altre famiglie borghesi, impaurite dall'incombenza
dei Brussone, proclamarono Marsicovetere Terra Regia,
chiedendo al sovrano di riconoscere Marsicovetere quale appartenente al Regio
Demanio. Il 26 giugno 1782 la Regia Camera assecondò la
richiesta, con il benestare di re Ferdinando IV di Borbone.
Il
paese fu poi gravemente danneggiato dal violentissimo terremoto del
1857 che provocò ingenti danni soprattutto agli edifici di culto (la
chiesa madre, le cappelle rionali e gentilizie, il convento di Santa Maria
di Costantinopoli, il convento di Santa Maria di Loreto). Questo
avvenimento segnò per Marsicovetere l'inizio della crisi di fine
Ottocento, scortata da una ricostruzione difficile e in parte ancora non
conclusa (molti edifici di culto non furono più ricostruiti), che
produsse una massiccia emigrazione verso le Americhe.
Nel 1861 Marsicovetere
fu annessa al Regno d'Italia, nonostante i conflitti tra i briganti,
guidati dal temibile capobanca Angelantonio Masini, e le forze sabaude.
La
crisi durò sino agli anni cinquanta, quando iniziò lo sviluppo
dell'antica frazione di Pedali, che cambiò il nome in Villa
d'Agri di Marsicovetere con delibera municipale nº 4 del 18
gennaio 1955 e conseguente Decreto del Presidente della
Repubblica del 13 gennaio 1957, n. 97 (si parlò
addirittura di chiamarla Colombia o Columbus, in onore dell'On. Emilio
Colombo). L'inizio dello sviluppo della frazione partì con l'istituzione
del Consorzio di Bonifica dell'Alto Agri, che aveva come commissario il conte Prof.
Zecchettin. Tramite l'azione del Consorzio furono realizzate strade
carrabili, si incrementò la costruzione di acquedotti rurali e si
provvide alla regimazione del fiume Agri. Da tale data il comune ha subito
profondi cambiamenti con lo sviluppo delle imprese e del terziario. Villa
d'Agri rappresenta oggi il cuore pulsante della Val d'Agri e
tiene in vita Marsicovetere e la sua storia millenaria.
Architetture
religiose
CHIESA
MADRE DEI SANTI PIETRO E PAOLO - La chiesa madre dedicata ai Santi
Pietro e Paolo è stata completata nel 1639 ed è stata successivamente
oggetto di due importanti restauri dopo il terremoti del 1857 e del
1980. La forma architettonica è ascrivibile al primo periodo del barocco
napoletano. La pianta è a croce latina e a singola navata con otto
cappelle per ogni lato; il transetto, poco sporgente, è contenuto nel
corpo longitudinale della chiesa, la quale si chiude con un'abside
poligonale.
La
facciata è divisa da due ordini di lesene che si concludono con
due trabeazioni aggettanti: quella inferiore, di maggiore
lunghezza, è sormontata alle estremità da una coppia di volute capovolte
e di sculture in gesso (raffiguranti i Santi Pietro e Paolo); quella
superiore termina con il timpano. La continuità della superficie di
facciata è interrotta dall'ingresso e dalle aperture vetrate,
quadrangolari, e dalla nicchia centrale (un tempo sede della cosiddetta
"Madonna lignea").
Fino
alla metà del XX secolo il campanile terminava con una volta a
padiglione (comunemente detta "la cupola") che venne
maldestramente demolita per timore di un crollo; l'odierno campanile
termina invece con una cuspide ottagonale.
L'interno
è caratterizzato da due ordini sovrapposti di lesene ioniche che
inquadrano gli archi d'accesso alle cappelle laterali e le aperture
vetrate superiori; l'arco trionfale tra navata e transetto è oggi
sostituito da una semplice trabeazione, in seguito al crollo del 1857,
mentre permane quello tra transetto ed abside. La pavimentazione è in
piastre di cotto e il soffitto è scandito da fasce trasversali,
incorniciate e di differente cromìa.
La
decorazione interna è semplice nelle modanature in stucco e nell'assenza
di ornamenti policromi, persi a causa del terremoto. Gli altari seguono le
linee curve della nascente poetica barocca ed inquadrano dipinti di scuola
napoletana del XVIII secolo (i più rilevanti raffiguranti San
Giovanni Battista, San Bernardino e l'Incoronazione di Maria) e
sei effigi scultoree di differente periodo e natura, tra cui:
-
una "Madonna col Bambino" del XIV secolo, detta "Madonna
lignea" e ribattezzata "Madonna del Giubileo A.D. 2000",
opera di scuola angioina, «[…] quasi desunta da un avorio francese
nella nobiltà del volto angioino…»
-
una Madonna Assunta del XVIII secolo, intitolata "del
Volturino", che frontalmente in piedi su una nuvola e circondata da
teste alate di cherubini, è in atteggiamento di estasi con il ginocchio
destro poggiato sulla parte più alta delle nuvole, e con le braccia
aperte e con lo sguardo rivolto verso l'alto; veste una tunica gialla, su
cui scorre un'altra veste trapuntata di fiori e con una cintura alla vita,
completata da un manto azzurro e un velo color ocra;
-
una Madonna del Rosario del XVIII secolo, che veste un reale
manto a motivi floreali, intessuto in parte con fili d'oro.
La
chiesa possiede inoltre un fonte battesimale del XVI secolo sostenuto da
leoni in pietra, e un coro ligneo nella zona absidale databile al XVIII
secolo, restaurato nel 1999. La porta d'ingresso in bronzo fu donata nel
1893 dalla colonia marsicoveterese di Filadelfia.
CHIESA
DELLA BEATA VERGINE ADDOLORATA -
La chiesa della Beata Vergine Addolorata viene eretta tra il 1949 e il
1958 con la conseguente istituzione dell'omonima parrocchia che il 1 marzo
1958 si stacca dalla storica SS. Apostoli Pietro e Paolo del centro
storico.
La
chiesa segue le linee del razionalismo italiano degli anni
cinquanta ed è abbellita dal portale in pietra cinquecentesco che
apparteneva al monastero di Santa Maria di Costantinopoli.
All'interno
è custodita una tela del 1821 raffigurante l'Annunciazione dell'artista
Feliciano Mangieri, originariamente posta nel palazzo Tranchitella del
centro storico.

SANTUARIO
DELLA MADONNA DEL VOLTURINO - Il nuovo santuario della Madonna Assunta
è stato consacrato nel 2008, tre anni dopo la posa della prima pietra. Il
santuario è sede del simulacro della Madonna Assunta dall'ultima domenica
di maggio al 15 agosto di ogni anno.
L'esterno
è completamente rivestito in pietra di Gorgoglione mentre
l'interno è caratterizzato dal contrasto tra le due pareti longitudinali
della navata: una semplicemente intonacata e scandita dalle vetrate e
l'altra completamente rivestita in pietra e interrotta da un portale del
Seicento che è d'accesso alla sagrestia. All'esterno del santuario vi è
un altare posto sulla sommità di un declivio dove avvengono le
celebrazioni all'arrivo e alla partenza della Madonna.
I
MONASTERI - Gli unici monasteri rimasti sono quello di Santa
Maria di Costantinopoli, sito ai piedi del centro storico e commissionato
dal principe Ettore Caracciolo nel 1575 al celebre architetto Pignaloso
Cafaro, e quello di Santa Maria di Loreto (anche detto di Santa Maria
dell'Aspro), del '300, dove visse gli ultimi anni della sua vita Angelo
Clareno. In epoca bizantina, si insediarono, sulle pendice del monte S.
Nicola, i monaci di rito greco che costruirono i monasteri di S. Elia e di
S. Giovanni di cui oggi restano pochissime tracce.
ALTRE
OPERE
-
Cappella del Purgatorio, a ridosso della Chiesa Madre, risalente al XVII
secolo;
-
Cappella di Sant'Antonio Abate, presso il Palazzo della Peschiera, già
esistente nel 1736, come si evince da un inventario dei beni del principe
Domenico Caracciolo, e restaurata nel 1825;
-
Cappella di Sant'Antonio di Padova, in via Pedali le grotte, del
1770;
Cappella
della Madonna delle Nevi, lungo via Porta Maggiore, del 1830.
Architetture
civili
VILLA
DELL'IMPERATRICE - La villa romana di Marsicovetere è una villa
rustica scoperta nel 2006 in località Barricelle, abitata dal
II secolo a.C. al VII secolo d.C., monumentalizzata in età imperiale allorché
fu di proprietà dei Bruttii Praesentes, una famiglia lucana che
diede i natali fra gli altri all'imperatrice Bruzia Crispina, moglie
di Commodo nel 178.
Si
tratta di un sito archeologico i cui primi reperti sono stati rinvenuti
nel 2006 nel corso di uno scavo eseguito dall'Eni per la costruzione
di un oleodotto. I lavori di scavo sono poi proseguiti a cura della Soprintendenza
per i Beni Archeologici della Basilicata. Fino al gennaio 2012 erano stati
messi in luce circa 2000 m² di un vasto complesso edilizio
corrispondente al modello di villa rustica residenziale e produttiva
delineato da Catone e Varrone, ossia al modello di una
costruzione comprendente tre aree: nella zona nord-orientale la pars
rustica, destinata al personale di servizio; nella zona sud-orientale
la pars fructuaria, comprendente gli impianti dedicati alla
produzione soprattutto di olio di oliva e tessuti di lana;
nella zona occidentale, la pars urbana, molto ampia e
riccamente decorata, comprendente le residenze dei proprietari e degli
amministratori della tenuta.
CASTELLO
- Fino all'età moderna vi era un castello medioevale nella zona più alta
dell'abitato, proprio all'estremità di un caratteristico dirupo roccioso.
Successivamente, in data ignota, venne abbattuto per far spazio a un mulino
a vento.
Oggi
di tutto ciò rimangono solto parte delle mura, una torre e la porta
d'accesso principale. Quest'ultima è percorsa da via Castello, su cui
sono visibili tre portali in pietra, rispettivamente del 1731, del 1806 e
del 1811.
MONUMENTO
AI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE - Il Monumento ai caduti
marsicoveteresi della Prima Guerra Mondiale, posto al Belvedere di
corso Vittorio Emanuele II, opera di Giuseppe Ciocchetti del 1924.
Si
tratta di una scultura a colonna lapidea sulla cui sommità è posta una
statua bronzea raffigurante un'aquila dalle ali spiegate che sovrasta una
corona di foglie di quercia e ulivo, al di sotto della quale vi è un
gladio con la punta rivolta verso il basso; la colonna poggia su un
basamento quadrangolare a gradini recante le iscrizioni commemorative e
l'elenco dei caduti; il monumento è circondato da una recinzione ai cui
angoli interni sono stati posti quattro ordigni bellici inesplosi e sul
cancello d'accesso è posta una lastra in bronzo riportante a rilievo il Bollettino
della Vittoria. (Recinzione rimossa nel 2020 a seguito di un restauro del
monumento);
ALTRE
OPERE - Tra le altre opere antecedenti al XX secolo, si annoverano:
-
Palazzo della Peschiera, in località Villa d'Agri, fu costruito dai
Caracciolo nel XVII secolo e passò poi alle famiglie Piccininni e
D’Ottavio, nell'area del palazzo è attestata già nel 1736 la cappella
di Sant'Antonio Abate, la cui forma attuale risale al 1825.
-
Palazzo Piccininni in via Salita Piccininni;
-
Palazzo Tranchitella nel rione Santissima Annunziata;
-
I palazzi Ziella e Rossi su corso Vittorio Emanuele II.
Tra
le altre opere della prima metà del XX secolo, si annoverano:
-
la Fontana a Marsicovetere, lungo corso Vittorio Emanuele II, donata da
Rocco Antonio Di Gilio, chimico farmacista, rappresentante della Colonia
Marsicoveterese di Chicago;
-
effigie dell'Annunciazione, nell'omonima piazza lungo corso Garibaldi. È
composta dalla croce in pietra dell'antica cappella abbattuta nel 1965,
una targa commemorativa e una raffigurazione sacra;
-
i Portici in piazza Zecchettin, riqualificati nel 2009;
-
la Villa Comunale Marconi nell'omonima piazza, riqualificata nel 2019.
Monte
Volturino
Il Monte
Volturino - il cui nome deriva dal latino vultur (avvoltoio)
- è una cima situata al centro dell'Appennino lucano che s'innalza
sino a toccare i 1.836 metri d'altitudine s.l.m. al centro di un
vasto ed articolato gruppo montuoso, di cui costituisce la terza vetta più
elevata della Basilicata. La montagna è visibile in tutta la
sua maestosità sia dalla Val d'Agri sia dalla val Camastra.
L'intero
comprensorio montuoso si configura come una serra dentata le cui cime
principali, cima nord (1.805 m), vetta centrale (1.800 m) e quella
principale (1.836 m) - in un avvicendarsi di picchi e dirupi, si
presentano l'una (quella esposta a nord) spoglia, aspra e rocciosa,
le altre due (spostate più a sud) pulite, verdi e rotondeggianti.
Il
ricco patrimonio forestale si compone di faggi, castagni, cerri, aceri e carpini.
All'ombra
dei faggi, molti dei quali secolari, crescono gli ellebori, le dentarie,
le stelline odorose, le orchidee selvatiche e i ciclamini.
L'amenità
dei luoghi e la lontananza dai grossi centri abitati contribuiscono alla
conservazione di specie animali ormai rare come la lontra, il lupo e
il gatto selvatico.
Durante
le escursioni nei boschi, è facile avvistare ricci, volpi, faine, scoiattoli e cinghiali.
Tra i volatili si registra la presenza della ghiandaia e del nibbio
reale. Per cinque-sei mesi all'anno le sue vette, con i loro ripidi
contrafforti, appaiono abbondantemente innevate.
Secondo
i geologi F. Boenzi e G. Palmentola, un pianoro tipico del glacialismo e
dei climi periglaciali si estende in una conca semicircolare situata in
prossimità della cresta del versante est, a circa 1.800 m di quota;
a tale proposito, anche il geologo De Giorgi scrive di una probabile
esistenza in loco di un antico circo glaciale.
Villa
d'Agri
Villa
d'Agri è la maggiore frazione di Marsicovetere. Al 2023 contava 3595 abitanti,
più della metà dell'intero comune.
L'abitato
sorge in pianura, a valle del centro storico. Il territorio si sovrappone
a quello dell'antica frazione Pedali, che cambiò il nome in quello
attuale all'inizio degli anni '50 del XX secolo.
E'
attraversata dalla Strada statale 276 dell'Alto Agri, che localmente
assume la denominazione di "Via Nazionale", e ne costituisce uno
dei principali assi stradali. Dispone inoltre di un accesso diretto alla Strada
statale 598 di Fondo Valle d'Agri, tramite lo svincolo "Villa
d'Agri" situato a sud-ovest.

Fonte:
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