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Castelsaraceno sorge
a 916 m s.l.m. nella
parte sud-occidentale della provincia. Ha una altimetria che va da un minimo
di 702 m (Acqua di San Giovanni) ad un massimo di 1900 m (cima del
monte Alpi).
L'orizzonte
di Castelsaraceno si allarga solo a nord-est verso un'ampia ed irregolare
vallata; è limitato ad est da una linea orizzontale di serre, da cui
emergono il Tuppetto ed il monte Asprella; a sud dal monte Alpi; poco più
lontano dal monte Armizzone, seguito dall'Armizzoncello; verso ovest da
Pietra Marina e da Castelveglio; a nord dal massiccio del Raparo, che
protegge in parte il paese dai venti boreali.
L'antico
centro abitato è abbarbicato ad uno sperone roccioso "La Tempa",
un'appendice del poggio Castelveglio (1152 m). La sua posizione rivela,
con molte probabilità, l'esistenza di uno stanziamento saraceno; difatti si
trova tra la convessità del torrente Racanello, dominata a nord dalla
scoscesa balza del Monticello, ed il suo confluente di destra, torrente
"Uaddone". Le
abitazioni, strette l'una all'altra, sono appoggiate sulla roccia digradante
e fanno un tutt'uno con essa.
I
segni della struttura urbana medievale sono evidenti solo nelle vie ripide e
tortuose, nei vicoli ciechi, nei cosiddetti "supporti",
nell'antico rudere chiamato Il Campanaro e nella toponomastica Vocca a
porta, che lascia supporre l'esistenza di una porta d'ingresso alla
fortezza.
Confina
a nord-est con San
Chirico Raparo (10 km),
a est con Carbone (19 km),
a sud con Latronico (26 km),
a sud-ovest con Lauria (33 km),
a nord-ovest con Moliterno (25 km)
e con Sarconi (19 km),
a nord con Spinoso (24 km).
Edificato
nel 1031 dai Saraceni presso
l'antica Planula come vedetta, fu distrutto tredici anni dopo da un
terremoto. Dopo essere stato abbandonato dai Normanni,
passò sotto il dominio dei Mango di San Chirico, che lo donarono nel 1086
agli Abati dell'Abbazia di San Michele Arcangelo. Nel XV
secolo passò ai
Carafa, subendo angherie e soprusi. In seguito fu dominio dei Sanseverino.
Seguì le sorti di numerosi feudi finendo ai baroni Picinni Leopardi,
signori del luogo.
Negli
anni della seconda
guerra mondiale, tra il 1940 e il 1943, 2 fratelli ebrei triestini di origine polacca
furono confinati in soggiorno coatto a Castelsaraceno. Furono liberati con
l'arrivo dell'esercito alleato nel settembre 1943.
Visitare
il borgo
“Castrum
Saracenum”, roccaforte saracena, c’è tutta la sua storia nel nome di
Castelsaraceno, splendido borgo che sorge alle pendici del monte Alpi, nel
cuore del Parco Nazionale del Pollino, immerso nella natura incontaminata.
Lontani
dal frastuono della quotidianità ci si perde nel suo centro abitato
abbarbicato ad uno sperone roccioso denominato “La Tempa”, dove le
abitazioni appaiono strette l’una all’altra, divenendo un tutt’uno con
la roccia cui sono adagiate. Arrivando a Castelsaraceno non si resiste alla
tentazione di “arrampicarsi” alle stradine ripide e tortuose nei vicoli
ciechi.
Trovarsi
qui nel mese di giugno significa vivere un’atmosfera incantata in
occasione del rito arboreo della “’Ndenna” che si svolge in occasione
della festa patronale di Sant’Antonio.
Tra
le strette e ripide vie e nei vicoletti ciechi di Castelsaraceno svettano le
sagome di diverse architetture religiose e civili meritevoli di attenzione.
Ma
davvero affascinante è l’antico borgo saraceno, sul punto più alto del
paese, che appare quasi distaccato dal resto. Poco o nulla resta
dell’antica cinta muraria, quasi del tutto integrata alle nuove
abitazioni, per quanto siano ancora visibili i tratti di una torre
quadrangolare, costruita dai saraceni intorno al X secolo.
Sulla
piazza principale del paese, non lascia indifferente il visitatore il
Palazzo Baronale, costruito nel XV secolo dai Sanseverino e dimora di altri
feudatari che lo hanno rimaneggiato. L’edificio conserva il portale
bugnato ed immette in un ampio cortile. Interessanti sono la Chiesa di San
Rocco (XVI sec.), la chiesa madre dello Spirito Santo (1542) e la chiesa di
sant’Antonio, di epoca tardo rinascimentale.
Le
chiese di Castelsaraceno possono rientrare in un interessante itinerario
culturale per le diverse opere artistiche in esse conservate e per le stesse
caratteristiche architettoniche.
Da
non perdere, in paese, è la chiesa madre di Santo Spirito del XVI-XVII
secolo, che conserva un trittico del cinquetesco pittore D’Amato, della
scuola napoletana di Raffaello, e un polittico su tela raffigurante San
Leonardo del pittore Ippolito Borghese. Interessante è poi la chiesa
di San Rocco, con all’interno una pregiata statua lignea del Beato Stefano
Seno.
Nell’omonimo
rione, nella parte bassa del paese, sorge la chiesa di Sant’Antonio, dalla
facciata semplice e campanile a vela. All’interno spicca uno splendido
altare barocco riccamente decorato, una statua raffigurante la Madonna con
Bambino e un Cristo ligneo.
Sul
monte Raparo un punto di osservazione privilegiato è costituito dal
santuario della Madonna santissima della Rupe che sorge sul monte!Raparello,
offrendo al visitatore una vista molto suggestiva sull’intera Valle
dell’Agri.

Il
museo della pastorizia, nasce dall’esigenza di mostrare l’antico
universo pastorale nell’ottica globale della vita, delle espressioni
culturali, delle manifestazioni simboliche dell’intera comunità, e in
stretta connessione con l’ambiente storico-naturalistico di
Castelsaraceno.
Il
percorso allestito, è tematizzato in cinque ambienti di visita dedicati al Contesto,
al Tempo,
allo Spazio,
ai Saperi ed
alla Memoria;
è integrata la pannellistica didascalica con postazioni di consultazione
multimediale e ambienti immersivi; inoltre sono stati arredati un ufficio e
un’aula didattica dotata di 8 PC e una LIM. Entrando nel museo, una
scenografia per immagini introduce il Contesto di Castelsaraceno dal punto
di vista socio-economico e culturale.
Nell’area
espositiva dedicata ai Saperi,
le testimonianze sono trasmesse, tramite interviste, dagli stessi abitanti
del luogo che così diventano i narratori e divulgatori della cultura
locale. Ad arricchire la sala, quattro vetrine con oggetti d’epoca
ricostruiscono specifiche tematiche.
L’area
espositiva della Memoria ospita
quattro video emblematici: la transumanza, la tradizionale festa della ‘Ndenna,
la giornata tipo del pastore e la lavorazione artigianale delle fuscelle.
La
sezione dedicata allo Spazio racconta
gli strumenti di lavoro del pastore attraverso oggetti d’epoca restaurati,
e mediante la postazione multimediale degli “oggetti narranti”, dove è
possibile interagire con alcune riproduzioni degli oggetti per ascoltare
degli evocativi video-racconti.
La
stanza del Tempo è
infine dedicata ad una proiezione panoramica immersiva che avvolge e
trasporta il visitatore nel magico scenario lucano. L’ambiente diviene
polisensoriale grazie all’audio sincronizzato e al diffusore di fragranze,
odori connessi con la natura rappresentata in simultanea.

A Castelsaraceno si
trova il ponte tibetano più lungo del mondo: 586 metri di lunghezza e 80
d’altezza, a mezz’aria sul canyon attraversato dal torrente Raganello, a
metà tra il Parco
Nazionale del Pollino e
il Parco
Nazionale dell’Appennino Lucano-Val d’Agri Lagonegrese,
e non a caso si chiama “Ponte tra i due Parchi”.
Un’opera
ingegneristica imponente con un sistema di controllo degli accessi
automatizzato costituito da quattro funi portanti da 35 mm, 2 funi di
sicurezza da 20 mm, 1160 gradini in grigliato di acciaio zincato, 5500 metri
di cavi in acciaio tra strutture ed ancoraggi, oltre 24000 chilogrammi di
acciaio tra gradini, portali di irrigidimento e piastre di ancoraggio, con
un potenziale flusso giornaliero di 400 passaggi, l’infrastruttura vanta
il pregio di essere la più lunga al mondo nel suo genere.
Tradizioni
e folclore
Il
rito della'"Ndenna" si svolge in occasione della festa patronale
di Sant'Antonio durante le prime tre domeniche di giugno.
Durante queste tre giornate vengono raccolte ed assemblate, in una sorta di
matrimonio della natura, le componenti di un albero della Cuccagna chiamato
dai Castellani appunto "Ndenna"(Antenna). Il rito affonda le
radici nella storia antica di questo paese fondato all'inizio del 2°
Millennio dell'era Cristiana e con tutta probabilità trae le proprie
origini da qualche precedente festa contadina legata al rapporto tra l'uomo
e la terra.
Il
rito: La prima domenica di giugno, in un bosco di alta montagna sul passo
Armizzone, viene scelto, tagliato e trasportato con l'ausilio di camion e
furgoni un pino, chiamato in seguito "cunocchia" che
rappresenterà al culmine della festa del Patrono la sommità
dell'"ndenna". Il trasporto per le vie del paese della cunocchia
grazie alle braccia dei tanti fedeli del santo rappresenta un momento di
grande partecipazione dell'intera popolazione.
La
seconda domenica viene localizzato e trasportato un albero di altezza non
inferiore a 20 m, dal bosco in località Favino, che viene prescelto
per diventare poi l'"ndenna". In questa occasione, che da sola
rappresenta uno dei momenti più significativi della festa di S.Antonio,
viene effettuato il trasporto dell'albero fino nella piazza intitolata al
Santo patrono. Il trasferimento di questo grande albero e di alcuni minori
che serviranno successivamente ad issarlo al centro della piazza è avvenuto
fina dall'antichità grazie agli allevatori della zona attraverso l'uso di
"paricchi" di possenti Buoi. In epoca recente si sono affiancati
anche i moderni mezzi meccanici, anche se l'ingresso nella piazza è stato
sempre appannaggio della motrice "animale".
Nell'ultima
delle tre domeniche dedicate al Santo, vengono quindi assemblate la
"cunocchia" e l'"ndenna" che attraverso l'ausilio di
sole forze umane, viene issata e fissata in un buco appositamente scavato
ogni anno all'interno della piazza.
Culmine
della festa, oltre ai riti religiosi ad essa legati in onore di S. Antonio,
è la raccolta dei "tacchetti" che sono listarelle di legno legati
ai rami della "cunocchia", su cui i fedeli del Santo dichiarano le
proprie offerte, quasi sempre rappresentate dai prodotti dei campi o degli
allevamenti della zona, ma qualche volta anche da beni di consumo quotidiano
o di prodotti di elettronica come televisori o altro.
La
raccolta dei "taccetti" fino a qualche anno fa veniva effettuata
con due modalità. La prima consisteva nell'utilizzo delle armi da fuoco
(fucili) imbracciate dai cacciatori della zona e non solo che avevano a
disposizione 2 tentativi per cercare di abbattere qualche ramo e
impossessarsi quindi dei tacchetti presenti. Tale modalità per via di
precise leggi sulla sicurezza è stata abbandonata malgrado le emozioni che
suscitava.
La
seconda che è attualmente anche l'unica modalità, consiste nella scalata a
forza di braccia dell'albero, da parte dei giovani del paese e non solo.
Ovviamente i rischi legati a questa pratica ne hanno da sempre fatto il
momento forse più emozionante del rito e dell'intera festa. Fino a qualche
anno or sono si costituivano vere e proprie squadre che al segnale convenuto
spingevano letteralmente il proprio beniamino per consentiorgli di
affrontare la scalata per primo. I "sorpassi" tra gli scalatori
quando chi precedeva era a corto di fiato sono sempre stati il momento più
emozionante perché spesso si svolgeva a qualche decina di metri d'altezza.
Molti
sono gli articoli e le ricerche di cui è stata oggetto la Festività di
Sant'Antonio e della "Ndenna" da parte degli studiosi delle
antiche tradizioni popolari di questa parte d'Italia.

Fonte:
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