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Brienza
è un comune situato a 713 m. s. m. Il terremoto del 1857 ne rovinò in
gran parte i fabbricati, poiché Brienza si trova in una zona
eminentemente sismica nel cosiddetto Vallo di Marsico. Il castello è in
gran parte diruto, come sono le vecchie case, abbandonate dai cittadini
emigrati; cadente è anche la povera casa di Mario Pagano, che fu tra i più
grandi patrioti condannati al patibolo dai Borboni nel 1799.
Nel
1532 Brienza contava 168 fuochi, cioè meno di mille abitanti; verso il
1800 raggiunse i 4300; numero che andò aumentando fino al 1881. Mentre
aumentava la sua popolazione, il paese si stendeva nell'altipiano
sottostante fino alla contrada Cerrona, e al di là del fiumicello
Pergola; ma l'incessante esodo dei suoi cittadini di là dall'Oceano ha
quasi arrestato l'edilizia e prodotto diminuzione di popolazione.
Il
territorio del comune comprende boschi di querce, di castagni e di faggi.
I terreni diboscati e i terreni coltivati, per la loro altitudine, dànno
scarsi prodotti di cereali, di vino e di olio, che servono al consumo
locale; nei boschi è diffusa l'industria del carbone e del taglio di
legname di castagno.
L'origine
di Brienza è quasi sicuramente longobarda: la radice burg (luogo
fortificato), dal toponimo latino Burgentia, suffragherebbe tale
ipotesi. Il primo nucleo abitato sembra risalire al VII secolo d.C. e
fu realizzato sul versante del colle che costeggia il corso del torrente
Pergola. Successivamente con l'aumento demografico avvenne l'espansione
anche sul versante che predomina l'attuale centro abitato. Sulla sommità
del colle molto probabilmente venne edificato in epoca longobarda un
mastio, inglobato in epoca normanna nel primo nucleo dell'attuale castello
Caracciolo. Il documento più antico a noi noto, che ci parli di un
castrum burgentiae risale all'anno 1097.
Storicamente
Brienza ha sempre fatto parte del Principato salernitano (poi
divenuto Principato Citra) e soltanto in epoca moderna è entrata a
far parte della Basilicata.
Nel
corso dei secoli il toponimo muta in Brienza. Secondo il Defenback, il
radicale della parola Brienza ossia “Brie” o “Bria” (che in
francese significa formaggio) indica un luogo “ubi fiunt boni casei”
(dove si producevano buoni formaggi), e ciò ci fa comprendere che la città
fosse una comunità di pastori e contadini di origine gotica.
Cronologia
di Brienza
-
VIII-IX secolo
d.C. Sorse probabilmente il convento di San Giacomo, che
sarebbe stato tenuto dai Benedettini e
abbandonato nel sedicesimo secolo.
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IX secolo A cavallo dei due secoli si innalzò la chiesa più antica di
Brienza, dedicata a San
Martino.
-
XI secolo. Intorno a tale periodo ad opera dei Normanni fu eretto
il primo nucleo dell'attuale castello, che più tardi verrà ampliato e
maggiormente munito dagli Angioini e
successivamente ristrutturato dai marchesi Caracciolo.
-
1080. Guglielmo, figlio del conte Roberto
di Montescaglioso, ereditò il feudo di Brienza.
-
1095/1097 Pietro,
abate della Trinità di Cava, ebbe in dono la chiesa e il monastero di San
Giacomo di Brienza.
-
XII secolo. Venne ultimata la chiesa di Santa Maria Assunta,
attuale Chiesa Madre. Nei secoli successivi l'abitato di Brienza poté
vantare ben sei parrocchie: Santa Maria Assunta, Santa Elisabetta, San
Martino, San Zaccaria, San Michele dei Greci e SS. Annunziata attuale
chiesa parrocchiale.
-
1130 La chiesa di San Giovanni fu donata all'abate di Cava da Guglielmo
di Montescaglioso.
-
1145 I documenti indicano in Giovanni di Marsico il priore del monastero
di San Giacomo.
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1156 I discendenti di Guglielmo di Montescaglioso, per aver dato manforte
alla ribellione del 1155-1156, persero le loro terre. A Brienza fu cerato
un feudo in capite de domino Rege.
-
1163 Il priore Giovanni di Marsico fece edificare la chiesa di San
Lorenzo.
-
1163-1179 Venne consacrata la chiesa di San Lorenzo e se ne affidò la
giurisdizione alla badia di Cava.
-
1166 La regina
Margherita, scomparso il marito Guglielmo
I, cedette il castello ad
Enrico di Navarra.
-
1178-1188 Mentre regnava Guglielmo
II il Buono, gruppi locali di milites aderirono
fedelmente alla missione in Terra Santa: è quanto si evince dalle
testimonianze riportate nel puntualissimo Catalogo
dei Baroni.
-
XIII secolo. Ai principi del secolo, sul monte omonimo, sorse il primo
nucleo della cappella dedicata al Santissimo
Crocifisso.
-
1222 Alla chiesa di San Zaccaria vennero elargiti privilegi da Ruggiero, vescovo
di Marsico Nuovo, che incaricò il diacono Luigi di redigere
l'inventario dei beni.
-
1269 Carlo
I d'Angiò assegnò a Rainaldo De Poncellis il feudo di
Brienza.
-
1280 A Rainaldo De Poncellis successe il figlio Giovanni, che esercitava
inoltre la propria autorità sui feudi di Andretta e Pescopagano.
-
XIV secolo Brienza passò al feudatario Mattia.
-
1412 Signore di Brienza era Roberto, quarto figlio di Gorrello Aurilia.
-
1428 Il 2 novembre la regina Giovanna II vendette il feudo di Brienza a
Petraccone Caracciolo per
circa mille once d'oro.
-
1438 Il potere locale veniva gestito da Giovanni Zurlo.
-
1459 Giacomo Caracciolo diventò signore di Brienza. La sua famiglia,
quasi senza interruzione, avrebbe governato nei secoli successivi.
-
1499 Re Federico
D'Aragona confermò il feudo a Perticone, figlio di Giacomo
Caracciolo.
-
1570-1571 Si edificarono la chiesa dell'Annunziata e il convento dei Frati
Minori Osservanti, commissionati dai Caracciolo e su disegno di
Cafaro Pignoloso di Cava
dei Tirreni.
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1574 Nel mese di giugno prese il via l'attività della confraternita del
Santissimo Rosario.
-
1609 La cappella della Madonna degli Angeli, successivamente affrescata da
Giovanni de Gregorio detto il Pietrafesa venne costruita nella zona rurale
che in seguito avrebbe ospitato anche un Lazzaretto.
-
1616 Si ha notizia di una violenta contestazione da parte del popolo
burgentino riguardo ai privilegi dei Caracciolo.
-
1648 Quattrocento soldati, per ordine del feudatario Giuseppe Caracciolo,
accorsero a sedare una rivolta scoppiata a causa di alcuni aggravi
fiscali.
-
1651 La popolazione venne decimata dalla peste.
-
1681 Il feudo si cedette a Francesco Campione.
-
XVIII secolo. Nel corso del secolo la chiesa dell'Annunziata venne
decorata da una serie di opere di Nicola La Sala, Francesco Maugieri, Nicola
Peccheneda e Giacomo
Colombo.
-
1709 Nacque in quell'anno Pietro
Giampietro detto il Pietrafesa, autore degli affreschi che
impreziosiscono il chiostro del convento dell'Annunziata.
-
1715-1720 La cappella di San Michele Arcangelo, meglio nota come San
Michele dei Greci, fu ricostruita grazie al sacerdote Gaetano Addobbato.
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1726 Marchese di Brienza era Litterio Giuseppe Caracciolo.
-
1736 I contadini occuparono le terre di Monte Pezzafarina e Croce
dell'Ausino.
-
1748 L'8 dicembre nacque Francesco
Mario Pagano, primogenito di Tommaso e di Marianna Pastore.
-
1754 Francesco
Saverio Bruno, figlio di Antonio e di Giovanna Restaino, venne alla
luce il 28 luglio. Lo attendeva una brillante carriera giuridica.
-
1760-1770 Si ampliò la chiesa madre.
1781
Luisa Labriola, consorte di Prospero Iannelli, mise al mondo il figlio Cataldo
Iannelli, oggi ricordato come valente archeologo.
-
1783 Litterio Caracciolo fece restaurare il Castello.
-
1795 Nacque, da Nicola Ferrarese e da Antonia Contardi, il figlio Luigi
Ferrarese. Avrebbe espresso il suo originale talento nella ricerca
psichiatrica.
-
1799 Il filosofo, giurista e letterato F. Mario
Pagano venne impiccato a Napoli,
in piazza
del Mercato, in quanto tra i principali esponenti della gloriosa e
purtroppo effimera repubblica Napoletana all'età di cinquantuno anni. A
nulla valsero le richieste giunte da più parti d'Europa al re Ferdinando
e la regina carolina di rendergli salva la vita in virtù della sua
scienza e della sua dottrina.
Era
il 29 ottobre. "Spariti e per sempre que' Governi che, con la strage
dei più preclari cittadini, s'affidavano di mantenerci nell'abiezione e
di toglierci così ogni speranza d'una ventura riscossa, i Brienzani
costituirono un comitato per erigere un monumento al grand'uomo. S'iniziò
subito una sottoscrizione, alla quale concorsero il Municipio, la
Provincia e il Governo: ma passarono molti anni, e solamente nel 1890 la
statua a Mario Pagano si poté inaugurare".
L'opera
bronzea, raffigurante il Pagano eseguita dallo scultore napoletano Achille
D'Orsi, domina tuttora il largo antistante il palazzo Municipale.
Il suo ultimo restauro risale all'ottobre del 1999, quando è stato
celebrato il bicentenario della rivoluzione napoletana.
-
1940-43 Negli anni della seconda
guerra mondiale, 13 profughi ebrei (tra cui alcune famiglie con
bambini) furono confinati in soggiorno coatto a Brienza. Furono tutti
liberati con l'arrivo dell'esercito alleato nel settembre 1943. Alcuni di
loro poterono già emigrare negli Stati Uniti nel luglio 1944. Gli altri
rimasero nell'Italia meridionale in attesa della fine della guerra.
Borgo
antico
Durante
il terremoto del 1857 il centro antico fu completamente
distrutto. Gran parte delle abitazioni crollarono, vi fu il cedimento
parziale del castello Caracciolo (Brienza) e 151 vittime. A
seguito di tale disastro fu abbandonata e la cittadina trasferita più a
valle. Il borgo è considerato uno delle città fantasma italiane.
In
questa parte antica del paese si conservano le tracce dei quartieri
residenziali con abitazioni disposte a schiera. Il nucleo più antico,
databile tra il VII e l’VIII secolo, è rappresentato dalla chiesa a
navata unica di San Martino, mentre nel X secolo si sviluppano le aree
residenziali distribuite nelle immediate vicinanze della chiesa di San
Nicola di piazza Piana (poi Santa Elisabetta, oggi Via Archi) e di San
Nicolò dell’Arco e nell’XI secolo intorno alla Chiesa di Santa
Maria Assunta (che divenne chiesa Madre nel 1683).
Accanto
alla torre, posta all’estremità della cinta di fortificazione nella
zona più ripida del pianoro, si apre la porta della Torricella, che
immette nell’area residenziale di San Michele dei Greci. In posizione
elevata, a controllo di tutto l’abitato e della sottostante vallata, è
il castello Caracciolo, la cui forma quasi triangolare, su tre piani, si
adatta alla conformazione della collina su cui si erge. Nella parte
sommitale dell’abitato, è posto il santuario del Santissimo
Crocifisso (Brienza) a unica navata, databile al 1237.
Sul versante opposto del colle è la parte più antica del paese,
risalente al VII secolo, abbandonata a seguito del terremoto del
1857, dove è possibile ancora distinguere resti di mura a delimitazione
del perimetro della chiesa di S. Martino, del IX secolo. A fianco
della torretta di avvistamento posta a strapiombo su uno sperone roccioso
che si affaccia sul sottostante torrente Fiumicello, si trova la porta di
accesso secondaria (posterula) nota come porta della Torricella, che
introduce al rione di S. Michele dei Greci.
A
circa sei chilometri di distanza sul monte più alto tra quelli che
circondano Brienza è posto il Santuario del Santissimo Crocifisso
risalente, secondo la tradizione, al 1237, sebbene studi più recenti
sembrano suffragare l'ipotesi che l'edicoletta votiva da cui ha avuto
origine la chiesa sia stata realizzata alcuni decenni dopo. Si tratta di
un piccolo edificio ad unica navata con zona presbiteriale leggermente
rialzata e campanile in stile romanico posto sul retro, ad unica cella,
che conserva, al suo interno, alcuni affreschi settecenteschi. Dalla
sommita del Sacro monte si gode una vista a 360 gradi sull'intera vallata
sottostante.
Villa
rustica romana
In
località Sant' Elena presso Braide, nel 1984 venne rinvenuta una
"villa rustica" risalente al periodo romano repubblicano (I sec.
a.C). In seguito a scavi vennero rinvenuti tre ambienti pavimentati con
tessere bianche e nere di piccolo formato (opus signum), con motivi
e rombi e a meandri. Dei tre ambienti, il più grande, mostra un probabile
sistema di riscaldamento con caldaia ed era quasi sicuramente adibito a
cucina. Un secondo dotato di cisterna rivestita di intonaco
impermeabilizzante, di forma circolare con un foro centrale per il
deflusso dei liquidi a mezzo di una canaletta, rappresentava un'importante
riserva idrica. Il terzo ambiente è un deposito.
Successivi
scavi nella campagna del 1985 hanno permesso di portare alla luce altri
ambienti a sud e a est di quelli già scoperti precedentemente. Tre
ambienti a sud hanno come pavimentazione un battuto in malta e terra
compatta o cocciopesto. A est, in un ambiente più grande furono
recuperati reperti costituiti da un coltello in ferro, frammenti bronzei
di rivestimento di parti lignee, chiodi e abbondante ceramica a vernice
nera e acroma.
Nell
1988 una prospezione archeologica effettuata a mezzo di indagini
geofisiche, per tutta l'area circostante la villa indicò la presenza di
un'ampia area caratterizzata dalla presenza di rilevanze archeologiche.
Il
ritrovamento nella villa di un denario di M. Sergius Silus del
116/115 a.C. ha permesso di stabilire un terminus ante quem non
per la distruzione del complesso, che dagli altri reperti ed elementi
ritrovati è stato datato I sec. a.C.
Attualmente,
lo scavo onde evitare un deterioramento di quanto emerso, è ricoperto. In
nessuna area del comune è pubblicamente esposto quanto ritrovato.
Architetture
religiose
CHIESA
MADRE DI SANTA MARIA ASSUNTA - Il
primitivo luogo di culto di Brienza era la chiesa di San Martino, che però
tra i secoli XI e XII non era più sufficiente a
soddisfare le esigenze dei fedeli; così, ne venne costruita nel castello
una più capiente, la quale fu dedicata a santa Maria Assunta.
Nel XIII
secolo, all'epoca del vescovo di Marsico Nuovo Ruggero I, la
chiesa ricevette molto privilegi e le furono assegnati molti beni, tanto
che il parroco dovette essere affiancato pure da un economo che
amministrasse il patrimonio.
Questo
luogo di culto venne elevato al rango di chiesa madre nel 1683; nel 1761
la parrocchiale venne interessata da un ampio intervento di rifacimento e
modifica che le conferì un nuovo aspetto e in occasione del quale fu
realizzato il portale d'ingresso.
Nel
1857 un terremoto provocò delle lesioni alla chiesa e al campanile, il
quale non venne ripristinato nella sua interezza ma ridotto di dimensioni.
L'originario
soffitto in tavolato, decorato da un dipinto settecentesco con soggetto l'Assunzione,
venne rimosso nel Novecento e sostituito dal solaio intonacato e privo di
decorazioni.
L'edificio
venne restaurato in seguito all'evento sismico del 1980 e nel 2012 si
procedette all'adeguamento liturgico secondo le norme postconciliari
mediante l'aggiunta dell'ambone e dell'altare rivolto verso
l'assemblea.

La
facciata della chiesa, rivolta a nordest, presenta centralmente il
monumentale portale d'accesso, affiancato da due paraste e sormontato
dall'architrave, e sopra una nicchia con il bassorilievo della Vergine
Assunta e due finestre a tutto sesto ed è scandita da
quattro lesene con capitelli corinzi sorreggenti
il timpano di forma triangolare; sul lato sinistro vi è un'ala
secondaria caratterizzata dall'ingresso minore e da un oculo.
Annesso
alla parrocchiale è il campanile in pietra a base quadrata, la
cui cella presenta su ogni lato una monofora ed è
coperta dal tetto a quattro falde.
L'interno
dell'edificio è suddiviso in tre navate da pilastri sorreggenti
degli archi a tutto sesto e abbelliti da lesene, sopra le
quali corre la cornice modanata e aggettante su
cui si imposta un registro attico caratterizzato dalle finestre; al
termine dell'aula si sviluppa il presbiterio, delimitato da balaustre,
ospitante l'altare maggiore e chiuso dall'abside di forma
semicircolare.
Qui
sono conservate diverse opere di pregio, tra le quali la tela ritraente la Madonna
con Bambino assieme a Sant'Agostino, eseguita nel 1784 da Nicola
Peccheneda, dello stesso autore pure la pala raffigurante Sant'Antonio
Abate, datata 1797, e la statua con soggetto la Madonna col
Bambino, intagliata nel XIV secolo.
Al
di sotto della parrocchiale è presente una cripta, anch'essa composta da
tre navate.
CAPPELLA
DELLA MADONNA DEL CARMINE - Un tempo di proprietà della famiglia
Caracciolo e da questi nel corso dell'800 ceduta a Mons. Michele Falce.
Attualmente fa parte del palazzo Falce, la cappellina dedicata alla
Madonna del Carmine custodisce un'importante tela raffigurante San
Pasquale attribuibile al Giampietro.
CHIESA
DI SAN GIUSEPPE - Nella contrada Maschito, fuori le mura, di Brienza,
nella prima metà del 1600 fu edificata la chiesa di San Giuseppe per
volontà di don Giacomo Manzolillo. Grazie ai fondi raccolti da don Rocco
Di Fiore, nel 1741 la chiesa fu ristrutturata e abbellita. In seguito, nel
1750 fu inserita nella facciata, già impreziosita da un imponente portale
in pietra, un’edicola con la statua lapidea del busto di San Giuseppe
con in braccio il Bambin Gesù.
La
statua riporta la firma dell’esecutore “Andreas”, probabilmente
Andrea Carrara di Padula. Nello stesso anno, l’artista Pietro di
Gianpietro abbellì l’interno della chiesa con una serie di affreschi
sulla vita di San Giuseppe. Di pregevole fattura è anche il soffitto
ligneo completamente dipinto, realizzato da un autore ignoto. Nel XIX
secolo, in occasione della costruzione della ss. 95, la chiesa fu
ridimensionata, assumendo così la sua definitiva e attuale struttura a
pianta centrale.
CHIESA
DELL'ANNUNZIATA - Chiesa a unica navata dalla volta affrescata con
l'immagine di Gesù Cristo e dei quattro Evangelisti. Risalente
al 1571 e già appartenuta ai Padri Minori Osservanti, è opera di Cafaro
Pignoloso di Cava dei Tirreni, attivo pure a Marsico Nuovo, ove eresse il
palazzo di don Francesco Santomango.
Due
altari marmorei laterali appartennero alla famiglia Caracciolo e ne
portano lo stemma gentilizio. L'ebanista Nicolò La Sala autore del coro e
del pulpito ligneo volle lasciare il suo ritratto sul primo stallo a
sinistra del coro dove è riportata la firma e la data di realizzazione
(1727) sullo stallo all'estremità opposta del coro è inciso lo stemma
della famiglia Caracciolo.
Fra
le opere conservate, vi è una tela con un Sant'Antonio abate firmato
da Nicola Peccheneda e datato 1797 e realizzato per l'altare
della famiglia Fedele, un pulpito ligneo del 1735, di Antonio la Sala di
Potenza, con confessionale sottostante, e un coro a 29 stalli alle spalle
dell'altare maggiore.

CAPPELLA
DI MARIA SANTISSIMA DELLE GRAZIE O MADONNA DI SCHIAVI - La cappella,
dedicata a Maria Santissima delle Grazie, fu costruita nel
1950 in località Schiavi. L’edificazione della chiesetta fu voluta
dall’arciprete don Catello Petrone e fu finanziata dal popolo, dal
clero, dal comune di Brienza e da papa Pio XII. Per il completamento
della fabbrica fu utilizzato anche del materiale di spoglio proveniente
dalla chiesa di San Martino, in particolare il portale dell’ingresso
principale situata nell’antico borgo di Brienza.
La
cappella, consacrata nel 1951, rimase molto danneggiata dal sisma del 1980
e fu ricostruita nel 2001. L’impianto si presenta ad aula rettangolare
con tre archi a tutto sesto che sostengono l’unica navata. Accanto alla
cappella si trova la sagrestia, che in passato veniva utilizzata come
alloggio dal sacerdote durante il settenario, in preparazione alla festa
della Madonna, che si celebra tutt’oggi la quarta domenica di agosto.
CHIESA
DI SAN MICHELE DEI GRECI - Nel rione detto Dei Greci,
sorge la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, in
seguito denominata San Michele Dei Greci, in quanto nel
XVI secolo si stanziò in quella zona una piccola comunità di origine
greca che dopo pochi anni prese in carico la chiesa e gli uffizi religiosi
iniziarono ad essere celebrati secondo il rito greco-ortodosso.
La
cappella, eretta in epoca medievale, visse un periodo florido grazie ai
lasciti e alle donazioni laicali attestate nel XV secolo, la perdita dei
quali ne causò un progressivo abbandono. Nel 1941 la chiesa fu chiusa al
pubblico per cadere lentamente nell’abbandono, così come, in seguito al
terremoto del 1980, accadde per il rione e per l’intero borgo.
Le
piccole dimensioni dell’unica navata, in cui la zona presbiteriale è
separata dall’aula destinata ai fedeli da un arco a tutto sesto, si
contrappongono al profondo ambiente ipogeo dove erano ospitate le terre
sante (fosse cimiteriali).
Inoltre,
la chiesa è abbellita, lungo il suo perimetro interno, da affreschi
raffiguranti scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento, disposte
su tre registri diversi, e da elementi floreali, antropomorfi, classici e
architettonici, che decorano e rendono l’ambiente uno scrigno nascosto.
CHIESA
DI SAN MARTINO - In Località San Martino, dove in epoca medievale
sorse il primo nucleo abitato di Brienza, fu eretta intorno al VIII-IX
secolo d.C. la chiesa dedicata a San Martino, la quale, successivamente,
fu nota anche come chiesa della Madonna delle Grazie, per una scultura
lignea della Vergine del XIV secolo che vi si venerava. In seguito al
rovinoso terremoto del 1857 l’intero borgo antico fu quasi raso al
suolo, miracolosamente la cappella fu l’unico edificio subì pochi
danni, infatti preservò la sua struttura a pianta longitudinale e a
navata unica.
All’interno
era adornata da due altari: l’altare maggiore, abbellito dalla tela
raffigurante San Martino di Tours e l’altro altare, dedicato alla Beata
Vergine delle Grazie impreziosito dalla sopra citata scultura lignea. La
chiesa fu luogo di culto fino al 1942, anno in cui durante la celebrazione
di una messa il campanile, nel corso di un violentissimo temporale fu
colpito da un fulmine, che provocò il decesso di una donna, diversi
feriti e un incendio che danneggiò gravemente la struttura. A seguito di
questo evento luttuoso la chiesa fu sconsacrata con conseguente abbandono
del luogo.
CHIESA
SANTA MARIA DEGLI ANGELI - Un vero e proprio gioiello, sulla vecchia
strada che collegava Brienza a Pietrafesa, è la cappella Santa Maria
degli Angeli (dedicata alla Vergine), eretta nel 1622 a circa un
chilometro e mezzo dall’abitato di Brienza, per volere della
cittadinanza.
Qualche
anno dopo, nel 1629 la rustica facciata fu impreziosita da un portale
rinascimentale in pietra locale, sul cui frontone si trova lo stemma di
Brienza, che fa riporta al diritto di proprietà dell’università
(Comune). Adiacente alla chiesetta si trovano due cappelle gentilizie, di
proprietà delle famiglie Paternoster e Perrelli, e un vecchio stabile di
due piani, adibito a lazzaretto in occasione di diverse epidemie, come la
peste del 1656.
La
chiesa si presenta ad unica navata rettangolare, divisa in tre ambienti:
la navata e il presbiterio divisi da una pergula (alta balaustra in legno
tipica delle chiese delle origini) e un Diaconicon (piccolo ambiente
riservato agli officianti). La navata e il presbiterio conservano un
pregevolissimo ciclo di affreschi opera di Giovanni De Gregorio, detto il
Pietrafesa. Il presbiterio si presenta rialzato rispetto all’aula
destinata ai fedeli che a sua volta presenta un soffitto lignieo a
cassettoni.
Verso
la metà del XX secolo, la chiesa (oramai sconsacrata) è stata chiusa al
culto, di recente sono stati effettuati lavori di ristrutturazione e
restaura che hanno riportato all’antico splendore il ciclo di affreschi.
CHIESA
DI SAN ZACCARIA - La chiesa di San Zaccaria, documentata per la prima
volta nel 1222, non ha conservato la struttura originaria a causa delle
numerose modifiche subite nel corso del tempo. L’edificio fu
ristrutturato per la prima volta nel 1571, ad opera dell’architetto
Antonio Donato Cafaro di Cava de’ Tirreni, mentre nel 1750 subì
l’ampliamento della navata nella zona prospiciente l’altare maggiore,
dando così alla chiesa l’impianto definitivo.
Nello
stesso anno, la facciata principale fu impreziosita dal monumentale
portale lapideo scolpito dal maestro scalpellino Andrea Carrara, che firmò
e datò l’opera. Il violento terremoto del 1857 danneggiò l’intera
struttura e in particolare fece crollare l’imponente campanile che fu
ricostruito e ridimensionato per motivi di sicurezza.
La
chiesa, rialzata rispetto al piano stradale, ha un impianto longitudinale
a navata unica. Dopo il sisma del 1980, i lavori di restauro hanno
riportato alla luce diversi affreschi, uno dei quali datato 1586. Inoltre
la chiesa è arricchita da preziose tele, realizzate tra il 1600 e il
1800, fra le quali la Circoncisione di Gesù, della seconda
metà del XVII secolo. Allo stesso periodo risale l’antica scultura del
Crocifisso, collocata sull’altare maggiore.
SANTUARIO
DEL SANTISSIMO CROCIFISSO - Il Santuario del SS. Crocifisso del
Sacro Monte di Brienza è uno fra i più antichi Santuari dell'Italia
meridionale e meta di pellegrinaggio sin dal 1238. Il Sacro Monte è
situato nel Parco nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri
Lagonegrese, dominante sulla Valle del Melandro.
La
devozione al SS. Crocifisso risale ai primi anni del 1200.
L'istituzione della cappella sull'omonimo monte risale al 1238 quando,
a seguito di un miracolo avvenuto nei paraggi, il popolo di Brienza in
segno di devozione e riconoscenza costruì la piccola chiesa.
Proprio
nel 1238, il territorio di Brienza viene concesso da Federico
II di Svevia ad un nuovo feudatario, Gentile da Preturo, signore
di Tito e di Calvello. Fu quindi per trovare conforto ai
propri affanni quotidiani che i Brienzani eressero quel primo tempietto
che, come avviene ancora oggi la prima domenica di maggio e la
terza domenica di settembre, cominciarono ad affollare quel luogo,
tanto che intorno al 1375 fu istituito il “subpatronato del
Crocifisso”, un'associazione laica che si prefiggeva lo scopo di
sostenere e diffondere il culto del Crocifisso.
Del 1659 è
il primo intervento documentato sulla cappella del Crocifisso,
quando, come testimonia l’iscrizione posta sull’architrave della
porta di ingresso, fu ristrutturata presumibilmente per rendere grazia a Dio dello
scampato pericolo costituito dalla pestilenza del 1656 o del
rovinoso terremoto del 1646.

Altro
momento importante per la cappella del Crocifisso è la
realizzazione dell'affresco raffigurante il compianto sulle spoglie
di Gesù morto, terminato nel 1773 da autore ignoto. Con
atto del Notaio Antonio Bruno di Brienza, del 10 novembre 1759 la
concittadina Laura Labriola donava alla Chiesa un cofanetto
contenente una sacra reliquia del legno della Croce autenticata
dal sigillo delle autorità vaticane, a testimonianza della grande
attenzione per il Crocifisso, che nel tempo, aumentava sempre più nei
brienzani.
Soltanto
nel 14 luglio del 1814 l'ultimo Vescovo di Marsico e Grumento dichiarò
“il monte dove trovasi eretta tal cappella, Monte Sacrato”, dopo
che furono accertate le numerosissime e segnalate grazie che i fedeli
ottenevano dall'immagine del Cristo miracoloso, che in essa si venerava
specialmente accompagnando Gesù dal paese al Monte.
Il
Santuario è collocato sul Monte Sacrato omonimo, a 1100 m s.l.m. La
chiesa ad unica navata, a pianta rettangolare, ha una forma di croce
latina con squarci di affreschi che risalgono al XVIII secolo.
Oltrepassata la porta principale, lo sguardo è colpito dal soffitto
ligneo grigio-verde, decorato da cornicette romboidali dorate ed al centro
una colomba bianca.
Lateralmente
si trovano, da entrambi i lati, due altari e al di sopra delle rispettive
mensole dove sono collocati due dipinti: uno raffigurante Maria
Addolorata a destra, datato 1879 e Gesù in
preghiera nell'orto dei Getsemani a sinistra, datato 1874.
L'abside,
sormontato da un arco trionfale decorato a gessetti, presenta una volta
totalmente affrescata: il soggetto rappresentato è Gesù al
momento dell'Ascensione.
Nell'altare
maggiore si può ammirare il più importante degli affreschi presenti
nella cappella. Datato al 1733, tale affresco rappresenta Pietà e
suscita particolare interesse la cura nel dettaglio, come i segni di
frustate sul corpo di Gesù e la precisa resa delle fisionomie
dei personaggi. Al centro regna indiscusso il mesto volto della Madonna
che con atteggiamento di rassegnazione compiange la morte del Figlio.

I
festeggiamenti al SS. Crocifisso del Sacro Monte di Brienza sono
fra i più sentiti dalla popolazione locale e dei dintorni, e si
organizzano nel seguendo modo: rito di andata a maggio ascendente dalla
Chiesa madre di Brienza al Santuario in cima al Monte Sacrato, e rito
discendente di ritorno a settembre, quando dal Monte si torna in città.
Nella
prima domenica di maggio (originariamente il giorno 3, ricorrenza
liturgica dell'Invenzione della Croce) si compie il pellegrinaggio del SS
Crocifisso al Monte Sacrato. Dalla Chiesa della SS. Annunziata fino al
Santuario sul monte (originariamente dalla Chiesa Madre dell'Assunta),
lungo un percorso di circa 5 km, prende vita una solenne processione:
la Madonna Addolorata accompagna il figlio Gesù in processione fino al
largo San Nicola allo Spineto dove, dopo una funzione religiosa, le due
immagini si separano.
La
Madonna Addolorata rientra nella chiesa dell'Annunziata mentre Gesù
Crocifisso viene portato a spalla fino al Santuario per un cammino ripido
e faticoso segnato dalle colonnette della Via Crucis. Il lungo ed
intenso pellegrinaggio non di certo intimorisce i fedeli, fra i quali c'è
ancora chi, oltre alla Sacra Immagine di Gesù, porta sul proprio capo i
cinti: antiche e pesanti strutture di legno alle quali vengono applicate
delle candele votive, decorate a seconda della propria fantasia e gusto
artistico.
Giunti
al Santuario, il SS. Crocifisso resterà lì esposto alla pietà e alla
devozione dei fedeli fino alla terza domenica di settembre: è questo il
periodo particolare nel quale i devoti di un tempo approfittavano della
Santa Messa domenicale per recarsi in pellegrinaggio al Sacro Monte.
Ancora
oggi, tuttavia, tanti sono i fedeli che anche da paesi limitrofi vi si
recano, per cercare una grazia o ancor più la Santa Indulgenza.
Le
celebrazioni della terza domenica di settembre, giorno del rientro solenne
nella chiesa madre di Brienza, e che cade qualche giorno dopo la festa
liturgica dell'Esaltazione della croce, sono le più importanti e vedono
testimoni migliaia di pellegrini. Durante il Santo Ottovario - otto giorni
prima della processione di ritorno - i fedeli possono ottenere le indulgenze
plenarie e parziali.
Trascorsi
questi giorni, la domenica mattina, dopo la Messa Solenne e la
benedizione, il Cristo viene disteso su un telo di porpora,
secondo il rito della "Vestizione", e preceduto dal clero e
dalle confraternite e seguito dai giovani che portano sul capo "i
cinti" e dal resto dei fedeli, ridiscende dal monte verso la chiesa
dell'Annunziata.
Mentre
la processione scende dal Santuario a monte verso Brienza, dalla Chiesa
Matrice si avvia una seconda processione che accompagna la Madonna
dell'Addolorata, vestita di nero e seguita da fanciulle nella stessa
tenuta, incontro al Figlio: il commosso momento dell'incontro,
accompagnato dai sacri canti, detto "l'affrontata", avviene alle
porte del paese, qui le due processioni si fondono diventando un unico
corteo.
La
lunga processione giunge infine, fra preghiere e suoni di ciaramelle e
zampogne, in piazza dove si volge il cosiddetto volo dell'angelo. Il
momento del volo dell'angelo, rito forse connesso al culto di San
Michele, rappresenta l'aspetto finale di questa solenne cerimonia: un
bambino, vestito da angelo, appeso per la schiena a una carrucola, con il
ginocchio in genuflessione, sospeso a mezz'aria su un cavo teso fra due
palazzi frontali, viene calato per sette volte sul Crocifisso e
sulla Madonna, mostrando al popolo dei fedeli i sette simboli della Passione:
incenso, calice, corona di spine, spada, croce, lancia, cero e recitando
nello stesso tempo strofe sulla Passione.

Castello
Caracciolo
Il
castello sorge a settentrione, sul ripido colle maggiore della cittadina
ed è circondato da due fiumi il Torrente Pergola e il Fiumicello. Di
origine medievale il castello è stato modificato e ampliato a più
riprese nel corso della storia.
L'aspetto
attuale è il risultato di un restauro effettuato a seguito del sisma
del 1980. Attualmente è proprietà del Comune di Brienza che sta
eseguendo i lavori di restauro e portando avanti un processo di
rigenerazione urbanistica che riguarda tutto il borgo
medievale sottostante al maniero. Il borgo come il castello
furono storicamente parte del Principato
di Citra fino al 1811, quando passarono a far parte del
territorio della attuale Regione Basilicata.
La
maestosa mole del Castello copre una superficie di oltre tremila metri
quadri per piano. La forma a grande nave è data dalla conformazione
topografica del colle che chiuso dai due fiumi si erge come una penisola
nella valle. Al castello si accedeva attraverso una gradinata scoperta che
partendo dal sottostante Palazzo della Amministrazione, saliva al
terrapieno alla base della torre quadrata. Gli appartamenti dei marchesi
erano posti al terzo piano, mentre il secondo e il primo piano erano
destinati alla servitù ai magazzini e all'armeria. Nei magazzini venivano
conservate derrate alimentari e in particolar modo vi era un ampio spazio
a cantina dotata di grandi fusti.
Da
un documento storico del 1625 emerge come il mobilio fosse in legno di
noce, curato e ben lavorato. Il castello era fornito di forno, lavanderia,
cisterna e una cappella privata per con annessi spazi per guardaroba. La
torre circolare, fu nei secoli destinata a carcere, chiusa da un cancello
e sorvegliata da guardie armate. Un nuovo e più ricco mobili fu
acquistato da Litterio Caracciolo, che nell'ampliare il castello lo
arricchì di numerose opere d'arte. Buona parte di queste ricchezze e
mobili sono state vendute dai proprietari che lo amministravano nel
novecento e molti decori come i portali furono predati dopo l'abbandono
dovuto al sisma
del 1857.
Le
prime evidenze storiche dell'esistenza del castello si hanno con un
documento dove Federico
II assegna il forte a Gentile da Petruno nel 1237.
Sicuramente però l'origine del maniero è più antica e dalle ricerche
storiografiche emerge che una prima forma di incastellamento vi poteva già
essere quando le popolazioni longobarde fondarono il primo insediamento
sul colle, nel VII sec., nel rione chiamato "Torricella".
Successivamente la proprietà passò dagli angioini alla famiglia dei De
Porcellis, che lo amministrarono per un breve periodo per poi cederlo ad
un ramo della nobile famiglia Caracciolo, originaria di Napoli.
Nel
1561 il "Mastio" per volere di Marcantonio Caracciolo fu
trasformato in carcere, mentre il resto del castello mantenne sempre la
funzione residenziale. I Caracciolo ampliarono pian piano il castello e lo
resero un loro insediamento stabile. Nel 1783, Litterio Caracciolo ampliò
e arricchì la rocca di numerose opere d'arte. Nell'occasione rifondò,
nel 1788, il “Monte del S.S. Rosario di Brienza”, istituzione benefica
che aveva lo scopo di assistere i poveri del luogo, cui forniva
medicamenti gratuiti, assicurando quattro maritaggi all'anno. Istituì
altresì la Scuola Normale per l'insegnamento ai bambini di ogni ceto
sociale.
I
Caracciolo rimasero proprietari del feudo e
del castello fino al 1875, anno in cui l'ultima esponente della famiglia,
Maria Giulia Caracciolo, lo lasciò in regalo al Barone Luigi Barracco. Il
forte a seguito del sisma del 1857 versava in stato di abbandono, il
Barone Baracco e i suoi eredi non ebbero la forza economica per avviare
dei lavori di restauro, nel 1912 lo vendettero ai signori Francesco De
Luca e Gustavo Dominici di Napoli.
Qualche
anno dopo, De Luca dono il maniero al Sig. Vincenzo Mastroberti di
Brienza, mentre l'archivio Caracciolo Rossi di Brienza contenente numerosi
atti venne donato da Adolfo Baracco a Ernesto Pontieri, quest'ultimo
all'epoca era presidente della Società Napoletana di Storia e Patria.
Oggi la preziosa documentazione è conservata presso la sede dell'Archivio
di Stato di Napoli.
Tra
le tante storie vale la pena di ricordare quella detta del Bidibù, ovvero
di "Bianca da Burgentia", figlia naturale di Ulrico,
principe del feudo.
Verso
la metà del Trecento si
dice che vivesse, in un lusso sfarzoso nel castello di Brienza, una
bellissima principessa di nome Bianca. Ella era solita dare delle feste
alle quali si presentava vestita solo dei suoi gioielli, verso i quali
aveva un attaccamento morboso. Si narra che il "suo tesoro"
fosse custodito in una stanza segreta la cui ubicazione era conosciuta
solo da Bianca e dalla sua fedele ancella.
Il
fasto in cui viveva non riusciva a colmare la spaventosa solitudine delle
365 stanze del castello. Il principe Ulrico, organizzava per lei, feste e
tornei alla quale lei partecipava solo accontentarlo, e per un senso di
strana vendetta verso gli uomini che dai paesi vicini accorrevano per
vederla e fargli proposte di matrimonio.
Da
tempo, però, Bianca riservava le sue attenzioni per Alessio, un giovane
ragazzo normanno, che di ritorno dalle crociate in Terra Santa si era
perso nelle selve lucane. Lei lo aveva scorto ferito e sanguinante e dopo
averlo accolto nel castello aveva iniziato a curare le sue ferite. Il
sentimento genuino dell'amore fece breccia nel cuore dei due giovani
immediatamente. I boschi che circondavano il castello iniziarono a
diventare il loro rifugio segreto. Alessio aveva da poco iniziato a
chiamarla scherzosamente Bidibù quando forse per l'invidia di qualcuno
non accadde l'irreparabile.
Accadde
allora che Alessio venne incarcerato nella torre del castello con l'accusa
di omicidio e Bianca che si scoprì avere con lui una relazione fu
allontanata dal castello di Burgentia e mandata per un periodo di
riflessione in un paese sulla costa calabra, Amantea.
Durante
il viaggio verso Amantea, Bianca e il suo seguito di ancelle furono
catturate da dei pirati turchi e condotti ad Algeri per essere venduti
come schiavi. Un pascià, vista la bellissima Bianca, se ne invaghì e la
riscatto per condurla nel suo palazzo a Bisanzio. A Burgentia, intanto,
liberato dal carcere e messo a corrente dell'accaduto Alessio partì per
l'Africa per liberarla e cercare di condurla nel suo castello.
La
favola qui si interrompe e vari finali tragici vedono i due separati per
sempre o ritrovatisi ma impossibilitati a tornare a Burgentia. Si racconta
a tal proposito che nel Castello di Brienza vi sia ancora nascosta da
qualche parte la stanza 366, del tesoro di cui solo Bianca e la sua
ancella conoscevano l'ubicazione.
Nel XIX
secolo lo scrittore napoletano Domenico Bolognese (1818-1889)
scrisse un dramma lirico, "Rodolfo da Brienza", accompagnato
dalle musiche di Achille Pistilli (1820-1889). Diviso in tre atti e
ambientato nel Castello Caracciolo, venne messo in scena per la prima
volta a Napoli nel 1846. Fu nella prima rappresentazione, al Real Teatro
del Fondo di Napoli, interpretato dal tenore Malvezzi, dai baritoni
Casaccia e Benedetti, dal basso Gionfrida e dal soprano Brambilla.
La
trama è la seguente: Nel 1644 il castello fu "teatro" di
un'altra intricata vicenda. Proprietario del castello era il marchese
Rodolfo, costretto per necessità finanziarie a cedere il castello e il
podere circostante al barone Tiburzio, che gliene lasciava
provvisoriamente l'uso. Rodolfo, innamorato di Clorinda, sua pupilla e
ospite (a sua volta innamorata del fattore Eugenio) dopo aver appreso dal
suo confidente Enrico di un incontro amoroso tra Clorinda ed Eugenio,
adirato, scacciò Eugenio. Costui rivelò di essere in realtà il Barone
di Laurente, incaricato dal fratello di Clorinda, in cambio della sua
mano, di scoprire come Rodolfo la trattasse, avendo avuto sentore del
fatto che il marchese aveva dissipato tutte le ricchezze provenienti dalla
dote della sorella.
Il
perfido Enrico, che tramava di sopprimere il fattore Eugenio, consiglio al
marchese di duellare per la mano di Clorinda. Ne conseguì un duello tra
Enrico ed Eugenio, da questo però ne uscì vittorioso Eugenio. Sconfitto
il suo fidato consigliere, il Marchese dovette acconsentire al matrimonio
tra Clorinda ed Eugenio. Questi si sposarono e perdonarono al marchese
Rodolfo tutte le sue malefatte.
Altri
luoghi di interesse
VIA
DEGLI ARCHI - La stradina deve il suo nome alla presenza di tre archi
a tutto sesto, l’ultimo dei quali (a sesto ribassato) è stato ricavato
scavando nella roccia. In questo rione erano presenti alcune chiese oggi
non più esistenti e invece è giunto ai nostri giorni l’edificio
religioso che ospitava la ruota degli esposti. Le suore che gestivano
questa struttura appartenevano ad uno dei numerosi conventi presenti a
Brienza sin da tempi remoti.
IL
CHIAZZINO - Lo slargo antistante il settecentesco palazzo Marrone è
così denominato perché forma quasi una piccola piazza che si trova in
posizione rialzata rispetto all’antistante piazza del sedile. Il palazzo
vanta un bellissimo portale d’ingresso ad arco realizzato in pietra e
costituito da decorazione a bassorilievo nei conci, dove a sinistra si può
vedere una scena di caccia, a destra un pescatore ed al centro la data
1713 e la lettera "M", (queste ultime data e lettera) oggi non
più presenti.
Nella
chiave di volta è presente una maschera apotropaica che aveva la funzione
di proteggere la casa allontanando, col suo aspetto mostruoso, gli spiriti
maligni. Nelle formelle presenti alla base dei preditti è raffigurata una
colomba che stringe nel proprio becco un serpente: si tratta di una
simbologia tipica della cristianità delle origini, ossia il bene (la
colomba) che prevale sul male (il serpente).
PIAZZA
DEL MUNICIPIO - Al centro della piazza campeggia il monumento bronzeo
a Francesco Mario Pagano (Brienza, 1748-1799), giurista, filosofo e
martire della Repubblica partenopea (inaugurato nel 1890). Sullo sfondo si
ergono il convento dei Frati minori osservanti (opera di Cafaro Pignoloso,
1571), oggi sede municipale, e l'annessa chiesa dell'Annunziata, coeva. Il
12 marzo 2011 è stata inaugurata "Piazza dell'Unità d'Italia".

Fonte:
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