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Il centro
urbano di Tursi si è sviluppato a cominciare dal V
secolo.
Nel 968,
in epoca
bizantina, Tursi divenne capoluogo del thema
di Lucania,
e sede
vescovile di rito
greco.
Dall'inizio del XVIII
secolo e fino alla riforma borbonica del 1816 (eccetto che
nel 1799, quando fu annesso al dipartimento del Crati, ossia alla Calabria cosentina),
Tursi è stato il primo dei quattro ripartimenti dell'allora provincia di
Basilicata,
vi aveva sede il regio percettore di Basilicata e
i suoi confini, estesi fino al mar
Ionio, comprendevano la torre di Trisaja, a sud della foce del fiume
Sinni, una delle sette torri
costiere del Regno di Napoli a protezione della costa
jonica lucana.
Il
territorio tursitano, di prevalenza collinare,
confina a nord col fiume
Agri e con il comune di Montalbano
Jonico, a est con il comune di Policoro,
a sud con il fiume Sinni e
i territori di Rotondella,
mentre a ovest con i territori di Sant'Arcangelo, Colobraro e Stigliano.
Il settore urbano presenta un'altitudine che varia dai 346 m
s.l.m. del vecchio centro storico che gravita attorno al
castello, ai 210 m s.l.m. della moderna piazza Maria SS di
Anglona, ai 170 m s.l.m. dei rioni più in basso.
Il nucleo
abitativo del centro storico (Rabatana)
è difeso naturalmente da tre voragini, di oltre cento metri, di origine
franosa; il "fosso della Palmara" (a Iaramma) a nord, il
"fosso di San Francesco" (u fòss d'San Francisch) a est e il
"fosso della Cattedrale" (u fòss da Catr'dé) a ovest.
Il borgo, nel corso dei secoli, si è sviluppato nella vallata sottostante
alla Rabatana assumendo una forma allungata.
Il centro abitato dista poco meno di 20 km dalla costa
jonica lucana, ma la frazione Panevino verso il confine est del
territorio, ne dista poco più di 6 km.
La città
è situata al centro di due dei quattro fiumi della Basilicata,
l'Agri e il Sinni, originariamente navigabili.
In età contemporanea i corsi dei rispettivi fiumi sono stati interrotti
da due bacini artificiali, la diga
di Gannano con una capacità di invaso complessiva di 2,6
milioni di m³,
nei pressi della frazione Caprarico, interrompe il corso del fiume Agri e
la diga
di Monte Cotugno, il più grande bacino
artificiale in terra battuta d'Europa,
nei pressi del comune di Senise,
interrompe il corso del fiume Sinni.
Da una
sorgente posta sulla collina a est di Tursi scende il torrente
Pescogrosso, quest'ultimo prende il nome dagli enormi massi ritrovati
lungo il suo corso. Il torrente taglia in senso longitudinale la città a
un'altitudine di 190 m s.l.m. e continuando il suo percorso
verso est per una decina di chilometri sfocia,
come affluente, nel fiume Sinni.
Il
territorio appartiene al Cenozoico antico
ed è formato da rocce
marnose, massa sedimentaria friabilissima costituita da argilla e calcare,
di aspetto terroso e di colore giallo
ocra.
Le continue frane, determinate dall'estrema plasticità di
tali rocce a ogni pioggia, hanno modificato costantemente nel tempo la
morfologia del territorio stesso.
La natura mutevole del terreno, piena di calanchi,
ha donato al territorio un curioso impatto paesaggistico.
Molti
storici concordano che il toponimo Tursi derivi da "Turcico",
un uomo d'armi di origini bizantine, comandante della zona, il quale ampliò
verso valle l'antico borgo saraceno, "Rabatana", donando alla
nuova zona il nome di Toursicon,Tursikon o Tursicon,
Τουρσικόν in greco.
Di certo però è la prima menzione documentata che risale al 968 nella Relatio
de legatione Constantinopolitana del vescovo Liutprando
da Cremona, quando la città viene citata proprio con i nomi di
"Turcico" e "Torre di Turcico".
Successivamente,
con la pronuncia francese sotto il dominio normanno,
divenne dapprima Tursico, poi Tursio e infine Tursi.
Difatti, nella bolla papale redatta da papa
Alessandro II nel 1068 la città viene menzionata sotto il
toponimo "Torre di Tursio".
Un secolo
più tardi, nel 1154, il geografo arabo Muhammad
al-Idrisi durante la realizzazione della Tabula
Rogeriana per conto di Ruggero
II di Sicilia, nel testo Kitab nuzhat al-mushtaq
fi'khtiraq al-'afaq, conosciuto come il libro del re Ruggero, indica
la città sotto il toponimo di Tursah.

Scavi
archeologici eseguiti nel territorio comunale, più precisamente nei siti
di Valle Soriano e di Anglona,
hanno accertato l'esistenza di insediamenti risalenti alla prima età
del ferro e
della preistorica Pandosia.
Gli abitanti di queste zone erano denominati Enotri,
in particolare però gli abitanti stanziati nell'intorno dei fiumi Agri e
Sinni, venivano chiamati Coni o Choni.
Successivamente, durante la colonizzazione
ellenica dello stivale, la città degli Enotri, Pandosia,
venne colonizzata da parte degli Ioni.
Pandosia,
è considerata la più antica città della Siritide,
difatti, l'Antonini basandosi
su passi della Genealogie di Ferecide
di Atene e su passi della Storia antica di Roma di Dionigi
di Alicarnasso, ipotizza che fu fondata da Enotro,
uno dei 23 figli di Licaone,
molti secoli prima di Roma,
e che lo stesso signoreggiò su tutta l'orientale parte della Lucania.
Il Romanelli,
basandosi su quanto emerso dalle tavole
di Eraclea e dal Naturalis
Historia di Plinio
il Vecchio,
afferma che la Pandosia
di Lucania sia il luogo in cui perse la vita Alessandro
il Molosso, re d'Epiro e
zio materno di Alessandro
Magno, avvenuta nel 330
a.C., in una battaglia contro il popolo dei lucani.
Nel 281
a.C. l'area nella quale sorgerà Tursi, fu campo di battaglia tra i Romani e Pirro re
d'Epiro, che corso in aiuto dei tarentini si
accampò tra Heraclea e Pandosia. Questa battaglia passò alla storia
principalmente per l'utilizzo di elefanti
da guerra, ancora sconosciuti ai soldati della repubblica
romana. Nel 214 a.C. fu teatro di un'ennesima battaglia nel
corso della seconda
guerra punica tra i Romani e Annibale,
re dei Cartaginesi,
per conquistare il dominio sul mediterraneo.
Pandosia
venne distrutta tra l'81
a.C. e il 72
a.C. durante le guerre
sociali condotte dal generale romano Lucio
Cornelio Silla. Dalle rovine di Pandosia sorse, poco prima
dell'era
cristiana, Anglona (Anglonum).
Lo storico Placido
Troyli, esaminando le antiche fabbriche presenti nel
territorio, fa derivare l'origine della città di Tursi, come filo
diretto, dal decadimento di Pandosia, difatti, i ritrovamenti di zona "Murata", nel sito archeologico
di contrada castello, indicano la preesistenza di un Oppidum.
Nel 410 i Visigoti di Alarico
I invadono l'Italia, dal nord-est e saccheggiando città
dopo città si dirigono verso la Calabria per
poi risalire e saccheggiare
Roma. Durante il loro corso, nel metapontino,
costruirono una torre sulla
collina a metà strada tra i fiumi Agri e Sinni, per meglio controllare le
vallati circostanti.
Nei loro saccheggi, semidistrussero Anglona,
originando una piccola migrazione degli abitanti sopravvissuti ai
saccheggi, verso rifugi rupestri presenti
attorno alla torre, dando così inizio a un primordiale insediamento della
città.

Attorno
all'826, durante le campagne
belliche degli islamici, in tutto il territorio meridionale
dell'Italia ci furono numerose e violente incursioni arabe.
I loro eserciti provenienti dal nordafrica erano
in prevalenza di origine saracena.
Inizialmente
queste incursioni erano destinate a depredare i villaggi e a fare
prigionieri da utilizzare come schiavi nei centri dell'impero islamico.
In seguito, superata l'iniziale differenza religiosa e culturale con le
popolazioni autoctone, gli invasori attorno all'850 conquistarono gran
parte della pianura metapontina e decisero di acquartierarsi, in zone
dominanti e strategiche, per meglio controllare gli scambi commerciali
all'interno del territorio.
Da
esperti agricoltori di colture aride e abili artigiani, quali erano, i
saraceni riuscirono in breve tempo a intrecciare pacifici rapporti con gli
abitanti locali.
Il fiorente scambio rese possibile lo sviluppo dei piccoli presidi
militari in
veri e propri quartieri residenziali attualmente denominate rabatane,
tra i più importanti ci sono ancora oggi quello di Tursi, di Tricarico e
di Pietrapertosa.
Nei
successivi anni, i saraceni, abitarono il borgo, lo ingrandirono e furono
proprio loro a dargli il nome, a ricordo del loro borgo arabo Rabhàdi.
L'impronta saracena è ancora oggi presente nelle costruzioni, negli usi,
nei costumi, nel cibo e nel dialetto della Rabatana.
Nell'890
i Bizantini sotto
il comando di Niceforo
Foca il vecchio riconquistarono i territori che una volta
appartenevano all'Impero
Romano d'Occidente e riuscirono, durante le guerre
arabo-bizantine, a scacciare definitivamente l'impronta araba dalle
terre lucane. Negli anni di dominio bizantino, il castello venne
ingrandito e fortificato e il centro ebbe uno sviluppo sia demografico sia
edilizio.
Il borgo
cominciò a estendersi verso la valle sottostante. L'intero centro prese
il nome di Toursikon, dal suo fondatore Turcico.
Verso la fine del X
secolo l'imperatore Basilio
I costituì prima il thema
di Langobardia e il thema
di Calabria e
successivamente, nel 968 il thema
di Lucania con capoluogo Toursikon,
completando così il piano di ellenizzazione della chiesa del Catepanato.
Infatti, nella Relatio de legatione Constantinopolitana, scritta lo
stesso anno, Liutprando
da Cremona riferisce che in quel tempo il patriarca Polieucte
di Costantinopoli ricevette dall'imperatore Niceforo
II Foca l'autorizzazione a erigere la sede metropolita di
Otranto,
dando al metropolita Pietro la facoltà di consacrare i vescovi
suffraganei di Acerenza,
di Tursi (Turcico), di Gravina,
di Matera e
di Tricarico.
Non è chiaro però se queste disposizioni abbiano avuto reale effetto, in
quanto le Notitiae
Episcopatuum del patriarcato
ecumenico di Costantinopoli menzionano una sola sede
suffraganea di Otranto, quella di Tursi.
Tursi divenne così sede della diocesi di rito
greco con cattedra
vescovile presso la chiesa di san Michele Arcangelo dove
nel 1060 si svolse il sinodo
dei vescovi.
Il primo vescovo noto di Tursi è il greco Michele, documentato in un atto
testamentario del 1050.
Successivamente,
verso la fine dell'anno
Mille, una grossa migrazione dei Normanni,
nelle vesti di pellegrini diretti verso luoghi sacri della cristianità e
nelle vesti di mercenari pronti a combattere per un pezzo di terra, giunse
nel sud
Italia.
Fu facile inserirsi nelle lotte interne tra Longobardi e
Bizantini, ottenendo ben presto terre e benefici.
I Normanni contribuirono
notevolmente alla crescita della città, proprio come fecero
successivamente gli Svevi prima
e gli Angioini poi.
Tra
il XIII
secolo e il XIV
secolo la vicina Anglona subì
numerosi incendi, in particolare nel 1369 l'intero abitato fu dato alle
fiamme. L'incendio fu così forte e devastante che ne decretò il declino.
Il trasferimento dei cittadini dall'abitato di Anglona, per volontà della
regina Giovanna
I, portò a una significativa trasformazione di Tursi, che fino
ad allora era solo riconducibile alla fortezza Rabatana. Si diede così
inizio a una massiccia attività costruttiva fuori dal ponte della
Rabatana, unico accesso al fulcro dell'abitato.
Nel XVI
secolo Tursi era tra le città più popolose della
regione, con oltre diecimila abitanti.
Nel 1543 vennero unite la diocesi
di Anglona e quella di Tursi costituendo la diocesi di
Anglona-Tursi, che dal 1546 ebbe cattedra a Tursi.
Nel 1552 Carlo
V, imperatore
del Sacro Romano Impero assegnò all'ammiraglio e statista Andrea
Doria il Principato di Melfi. Alla sua morte, nel 1560 il
titolo passò al nipote, il principe di Melfi Gianandrea
Doria. Successivamente, nel 1594, Carlo Doria eredita dal padre
la contea, poi ducato, divenendo il primo duca di Tursi.
In quegli anni Carlo Doria fece costruire, a sue spese, nel rione Rabatana
un'enorme scalinata in pietra (petrizza), tuttora utilizzata, che ha la
particolarità di possedere lo stesso numero di gradini della scalinata
presente all'interno di Palazzo
Tursi a Genova.
In un
documento del 1616 si evidenzia una disputa tra due famiglie nobili di
Tursi, i Picolla e i Brancalasso nell'elezione del nuovo Camerlengo della
Rabatana.
Questa testimonianza porta alla luce l'esistenza di una carica pubblica
dell'Universitas di
Tursi, preposta in particolar modo alla sicurezza della Rabatana ponendo
l'accento alla netta separazione oltre che fisica anche
politico-istituzionale tra il borgo e il resto dell'abitato.
Nel
gennaio del 1735 il sovrano Carlo
III di Borbone è in visita alle terre lungo la costa
ionica. La provincia
di Basilicata allora comprendeva 117 comuni e 4
ripartimenti: Tursi, Maratea, Tricarico e Melfi.
Nel 1769 i Doria persero
i terreni che furono acquistati dalle nobili famiglie dei Donnaperna,
Picolla, Panevino, Camerino e Brancalasso.
Nel 1848
durante la primavera
dei popoli, Tursi vide il manifestarsi di moti demaniali che
consentirono l'occupazione di vasti territori della mensa
vescovile e dei demani "Pisone",
"Monaca", "Pozzo di Penne", "Pantano" e
"Stigliano".
Il territorio tursitano si dimostrò una zona calda per i moti demaniali,
dovuto alla vasta area agraria e coltivabile di cui disponeva l'abitato,
tra le più ampie della zona. Difatti nel 1860 al primo manifestarsi di
agitazioni, il vescovo di Anglona-Tursi, Gennaro Acciardi, fuggi dalla
città per
rifugiarsi a Napoli.
Da lì, diramando una "pastorale contro
il nuovo ordine politico", fu il promotore di un moto reazionario.
Durante
il 1861 con l'unità
d'Italia nei boschi tra Policoro, Nova
Siri, Rotondella e
Tursi si attestano i primi fatti di brigantaggio.
La banda del brigante Scaliero di Latronico,
proprio nei pressi di Tursi, incrociò un drappello della guardia
nazionale. Nella colluttazione perse la vita il milite Giuseppe
Buglione.
Altre bande nella zona dei boschi erano quelle del brigante Alessandro
Marino, figlio naturale del barone Villani di Castronuovo,
e la banda del brigante Antonio
Franco di Francavilla
in Sinni, entrambe si unirono nel 1862.
Negli anni successivi, proprio il Marino verrà fucilato a Tursi nel 1864
dopo essere stato catturato durante uno scontro a fuoco con la guardia
nazionale di Chiaromonte.
Questi
episodi e alcune incursioni a danno dei contadini locali, costrinsero il
municipio di Tursi ad avanzare più volte, nei confronti della sottoprefettura un'ingente
richiesta di truppe; che vennero sempre respinte.
Tant'è che nei mesi successivi il sindaco Egidio Lauria scrisse
direttamente al prefetto di
Potenza,
il quale sollecitò il sottoprefetto nel disporre l'invio, a Tursi, sotto
i suoi ordini, di un battaglione in arme.
In realtà il sottoprefetto aveva da tempo carenza di truppe e
impossibilitato all'invio di nuovi battaglioni non poté mai adempire alla
richiesta del prefetto. Per questo, l'anno seguente, su ulteriore
sollecitazione del sindaco, la sottoprefettura si mosse diversamente
chiedendo ai carabinieri di
Rotondella, alle truppe di Colobraro e
alla guardia nazionale di Tursi di collaborare tra loro e organizzarsi con
il sindaco, così da intraprendere azioni mirate contro le bande.
Nei primi
anni del novecento,
molti giovani tursitani persero la vita sul fronte durante
la prima
guerra mondiale. Nella seconda
guerra mondiale i militi tursitani presero parte alla campagna
italiana di Russia.
Visitare
il borgo

Città
natale di Albino Pierro, due volte candidato al Nobel per la letteratura
Tursi sorge su una collina di formazione arenaria fra i fiumi Agri e
Sinni. Pierro nei suoi versi in dialetto tursitano ne ha più volte
decantato la millenaria bellezza. Per eternare la memoria del poeta è
stato creato il Parco letterario Albino Pierro gestito dal Centro Studi
Albino Pierro, dal parco si gode una suggestiva vista sui calanchi verso
il santuario di Santa Maria D’Anglona. All’interno del Parco, il Museo
della Poesia Pierriana comprende una mostra permanente di dipinti di
artisti lucani come Nino Tricarico e Antonio Masini, i quali si sono
ispirati alle poesie dell’illustre poeta tursitano.
L’antico
borgo è circondato da dirupi, le “jaramme” come le definiva lo stesso
Pierro. La Rabatana è uno splendido groviglio di case costruite con
pietre e laterizi, tutt’intorno il paesaggio è dominato da blocchi di
origine argillosa, noti come Calanchi dalle forme bizzarre e suggestive.
La
comunità tursitana è custode di un prezioso patrimonio religioso che si
compone di architetture sacre dislocate nei diversi quartieri della città.
Nel
centro storico si distingue l’imponente costruzione della Cattedrale
dell’Annunziata (XV sec.), mentre nell’omonimo rione sorge la chiesa
di San Filippo Neri (1661). Nello storico Rione arabo della Rabatana si può
ammirare la chiesa di Santa Maria Maggiore (IX – X sec.), mentre fuori
dal centro abitato, a pochi chilometri da Tursi, svetta maestoso il
Santuario di Santa Maria D’Anglona, monumentale nazionale dal 1931.
Interessante è poi il quattrocentesco Convento dei Capuccini (1568) con
annessa chiesa.
SUDDIVISIONI
STORICHE - Il
centro abitato è suddiviso in diversi rioni,
molti dei quali prendono il nome da una relativa chiesa o convento.
Nella parte più storica della città vengono annoverati i rioni Rabatana,
San Michele, San Filippo, Petto e Cattedrale edificati tra il X e
il XVII
secolo, i restanti, invece, sono di edificazione contemporanea.
Tra
i più storici troviamo la Rabatana che è stato il primo rione abitato di
Tursi. Sorto nella parte più alta della città, attorno al castello, nel V
secolo, è stato edificato in un punto strategico per il
controllo delle vallati sottostanti (valle
del Sinni e valle
dell'Agri). Il rione ancora oggi risulta quasi a sé stante del
resto dell'abitato, collegato di fatto solo dalla "petrizza".
Nel rione sono presenti i resti del castello e la chiesa
collegiata di Santa Maria Maggiore.
La
gradinata che porta in Rabatana è un'ampia e ripida strada che si estende sui burroni per oltre 200 metri di lunghezza. Chiamata
in dialetto petrizze, poggia su un costone di timpa e all'origine era un selciato a gradini di pietre calcari. Carlo
I Doria Del Carretto,
nipote di Andrea
Doria, duca
di Tursi, nel 1600 fece costruire la strada a proprie spese al posto di un pericoloso
viottolo, con lo stesso numero di gradini di un suo Palazzo a Genova che
in seguito denominò Palazzo
Tursi.
Il
Piccicarello spicca inconfondibile alla base del castello, nei pressi
della "petrizze" che conduce alla Rabatana. È costituito da un
lembo di terra che dalla timpa del Castello si protende verso mezzogiorno.
La timpa sporge sul fosso di San Francesco, circondato da precipizi. Nei
tempi antichi consentiva la coltivazione di ortaggi e frutti vari. Il nome
deriva dal proprietario del terreno, Francesco Donnaperna detto
"Ciccarello".
La chiesa
di Santa Maria Maggiore in Rabatana risale al X - XI
secolo e, siccome nel corso dei secoli ha subito diversi
interventi, ormai ha perso il suo originario stile, conservando soltanto
la facciata quattrocentesca, mentre il resto della chiesa è stato rifatto
in stile
barocco nella prima metà del XVIII
secolo.
Da
piazza Maria SS. di Anglona, a 346 metri di altezza, si scorgono i resti
dell'antico castello costruito dai Goti, nel V
secolo, per difesa del territorio: alcune parti del castello e
i cunicoli sotterranei sono rimasti intatti.
I
recenti scavi nei pressi del castello hanno messo alla luce scheletri,
tombe, monete, frammenti di anfore e palle ogivali di piombo recanti la
scritte EYHfIDA (greca) e APNIA (latina), usate,
probabilmente, come pesi dei martiobarbuli, frecce molto usate nel mondo
antico, da greci e romani in primis.
Da
atti del 1553, tra la città di Tursi e il marchese Galeazzo Pinelli,
si rileva che il castello era abitato fino al XVI secolo. Era costituito
da due piani e due torri. Alcune stampe lo riportano di forma
quadrangolare con torri nei quattro angoli.
Il
castello aveva una superficie di oltre 5000 metri quadrati, misurando 200
palmi di larghezza e 400 palmi di lunghezza, e dentro le mura di cinta
erano compresi un giardino, cantine, cisterne e comode abitazioni per i baroni.
L'ingresso era regolato da un ponte levatoio.
Dimora
di signori, principi e marchesi,
durante i periodi di guerra diventava una fortezza. Per tradizione si
crede all'esistenza di un cunicolo tra la chiesa di Santa Maria Maggiore e
il suddetto castello, che nei tempi antichi consentiva ai Signori di
recarsi indisturbati in chiesa.

A sud, dopo la "petrizza" si trova il rione San Michele che
prende il nome dall'omonima chiesa, ed edificato attorno al X
secolo. Come struttura molto simile al precedente, ha case
addossate l'una sull'altra e strade strette costruite in pietra. Nel rione
è presente il palazzo Latronico, uno dei più grandi palazzi di Tursi, la
chiesa di San Michele, ex cattedrale della diocesi e la casa natale del
poeta Albino
Pierro, ora adibita a biblioteca e parco letterario.
Scendendo ancora la vallata verso sud, si trova il rione San Filippo che
prende anch'esso il nome dall'omonima chiesa. Costruito attorno al XVII
secolo, fino agli anni sessanta era il centro del paese e
disponeva di tutti gli uffici pubblici in seguito spostati
nell'attuale centro città. In questo rione è presente piazza Plebiscito,
palazzo Brancalasso e la chiesa di San Filippo dedicata al culto del santo
patrono. I viottoli, simili ai rioni precedente, sono in pietra
e in prevalenza, stretti e ripidi.
Il rione Petto o Pandosia edificato a est del precedente, prende il nome
dall'estrema ripidità dei suoi viottoli. Le case del rione sono addossate
le une sulle altre e quasi aggrappate alla ripida timpa sottostante. Il
Petto collega il rione San Filippo al rione più recente Santi Quaranta.
Il rione Cattedrale, prende il nome dalla presenza della cattedrale, è
edificato a sud del rione San Filippo e ingloba di fatto la Catuba, zona
esposta a ovest, e il Vallone, zona bassa e centrale della città. Nel
rione sono presenti la cattedrale
dell'Annunziata e il palazzo della curia
diocesana che si affacciano sulla piazza Maria Santissima
di Anglona, attuale centro della città. Sulla parte sud della piazza si
affaccia anche l'attuale municipio e il monumento ai caduti.
Fuori
dalla parte più storica della città troviamo il rione Costa, edificato a
ovest del rione precedente. Nasce ai piedi della collina sulla quale
spicca l'ex convento di San
Rocco e prende il nome dalla posizione in cui è sorto,
leggermente collinare, con un dislivello in salita. È separato
orizzontalmente dal rione Piana tramite il corso principale detto via
Roma. Lungo il corso sorgono la scuola media e la scuola elementare.
Il rione Piana o Europa è stato edificato nello stesso periodo del rione
Costa, e conserva la stessa struttura di abitazioni, costruite
prevalentemente in tufo,
e di strade, pavimentate con lastroni di pietra di tipo pavé.
Sorge lungo la sponda destra del torrente Pescogrosso. Prende il nome
Europa dalle sue vie intitolate a stati europei e il nome Piana poiché
sorto in una zona estremamente pianeggiante. Nel 1983 il Pescogrosso
straripò e molte abitazioni subirono gravi danni, solo successivamente
vennero costruiti gli argini al torrente.
Il rione Sant'Anna è stato edificato negli primi anni
settanta lungo la sponda sinistra del torrente
Pescogrosso. Prende il nome dal vecchio convento di Sant'Anna,
struttura adibita poi a Istituto Professionale.
Il rione Santi Quaranta è il più recente della città, le costruzioni
sono cominciate verso la fine degli anni settanta. Edificato in una zona
pianeggiante detta la "piana di Santi Quaranta", prosegue verso
est lungo il corso del torrente. Prende il nome dalla piana omonima nella
quale secondo un'antica leggenda furono trucidati 40 martiri cristiani; ma
più probabilmente in ricordo ai Quaranta
martiri di Sebaste. Nel rione è presente lo stadio,
una scuola materna e la sede dell'ITCG "M. Capitolo" (Istituto
Tecnico Commerciale, per Geometri e tecnico Turistico).

Cattedrale
dell'Annunziata
Dedicata
alla Vergine
Annunziata, la cattedrale venne
eretta nel XV
secolo, nel 1546 fu
elevata a cattedrale della diocesi
di Tursi-Lagonegro e
in epoche successive ha subito vari rimaneggiamenti, l'ultimo dei quali
dopo gli incendi del novembre 1988.
L'8
agosto 1545,
con bolla
papale, alla chiesa
venne concesso il titolo di cattedrale,
ruolo fino ad allora ricoperto dalla chiesa
di San Michele Arcangelo.
A
partire dalla seconda metà del XVII
secolo subì
vari ampliamenti e modifiche.
Nel 1718 la torre
campanaria venne
ricostruita su ordine dell'allora vescovo Domenico
Sabbatino, come
testimonia una targa commemorativa sulla quale venne inciso il seguente
testo
«D.O.M.
Turrim hanc sacram diu dirutam
Praesul
Dominicus Sabbatinus Strongytem
Propriis sumptibus
construere et aedificare fecit
Anno Domini 1718»
Altri
lavori si ebbero durante l'episcopato di Ettore
Quarti che
riguardarono a partire dal 1726 non
solo la sacrestia,
completamente ricostruita e dotata di armadi, ma anche la chiesa stessa
che venne variamente abbellita. Nel 1728 terminati
i lavori, prima venne indetto dal 29 aprile al 1º maggio un sinodo
diocesano seguito
da una nuova consacrazione il
2 maggio.
Nel 1934 si
fece un ultimo restauro in seguito alla caduta di un cassettone della navata centrale,
avvenuto nel 1931 durante
una messa.
I lavori riguardarono anche la facciata, dalla quale furono rimosse due
statue in pietra dedicate rispettivamente a San
Filippo Neri, patrono
della città, e a
sant'Andrea
Avellino.
La
cattedrale è un imponente edificio a croce
latina che
misura circa 42 metri in lunghezza e 17 in larghezza, suddivisa in tre
navate: quella centrale di 9 metri e quelle laterali di più di 4. La
struttura, dotata di sacrestia e
casa canonica,
è in muratura
portante e
all'interno si trovano colonne con archi
a tutto sesto. Sulla
parete di fondo si trova l'altare
maggiore dedicato
alla Madonna
di Anglona, alla sua
destra, sotto l'arcata,
si trova il fonte
battesimale,
realizzata da Giovanni
Battista da Tursi nel 1754,
e due bassorilievi in
pietra raffiguranti l'Annunciazione risalenti
al 1519.
Sul soffitto della sacrestia si poteva ammirare il martirio
di san Matteo,
pittura del XVIII
secolo attribuita
a Ludovico
De Majo.
Il presbiterio è
rialzato di tre gradini rispetto alle navate, per limitare l'area
liturgica del vescovo e
dei sacerdoti.
Di pregevole fattura e di inestimabile valore era l'organo
a canne posto
sull'altare maggiore,
venne installato nel 1728 per
ordine di mons. Quarti, che andò distrutto durante l'incendio dell'8
novembre 1988,
assieme a molte altre opere di valore storico e artistico. Nel marzo 1987,
il parroco don Giuseppe
Labanca, con il
contributo del clero e dei cittadini, fece elettrificare il movimento
delle campane. Poche settimane prima dell'incendio, il 30 ottobre 1988,
la cattedrale accolse la visita del cardinale Michele
Giordano.
La
notte dell'8 novembre 1988 la
cattedrale subì un primo incendio, attribuito ad un corto
circuito elettrico,
che distrusse la sacrestia e danneggiò gli arredi e le pitture. Due
giorni dopo, nella notte del 10 novembre, un secondo incendio distrusse
completamente quello che rimaneva della cattedrale. Le luci all'alba
dell'11 novembre mostrarono al popolo tursitano le mura e le macerie
fumanti e i volti tristi e stanchi di tutti coloro che inutilmente avevano
lottato contro la furia delle fiamme.
Già
dal 1989 cominciarono
i lavori di ricostruzione. Dieci anni dopo, il 25 dicembre 1999,
grazie all'impegno costante del vescovo Rocco
Talucci, la porta
della cattedrale venne nuovamente aperta in occasione delle celebrazioni
natalizie e del Giubileo
del 2000.
Il
25 marzo 2000 avvenne la consacrazione e l'apertura al culto, anche se
mancavano ancora molte opere di rifinitura. Il tetto venne completamente
ricostruito, le nuove decorazioni ricordano le opere settecentesche
dell'artista Delphino,
distrutte durante l'incendio.
Nel 2004 sull'altare
venne posizionato un enorme crocifisso in
legno realizzato e donato dallo scultore Efia
Marzotto di Mellaredo,
di Pianiga.
Il 1º maggio 2006 la
cattedrale venne definitivamente inaugurata dal vescovo Francescantonio
Nolè, la solenne
cerimonia fu presieduta dal cardinale Michele
Giordano, con la
partecipazione degli arcivescovi mons.
Ligorio, mons. Michele
Scandiffio, mons. Antonio
Cantisani, mons.
Cozzi, mons. Franco, mons. Francesco
Cuccarese, mons.
Orofino e dai parroci della diocesi.
Dal 2008 al 2012 la
cattedrale venne arricchita da numerose opere dell'artista Vincenzo
D'Acunzo, in particolare, da quattro ovali degli evangelisti Luca, Giovanni, Marco e Matteo;
dalla incoronazione
della beata Vergine e
dal polittico raffigurante
il battesimo
di Gesù.
La
facciata della cattedrale è stata impreziosita da un portone in bronzo,
del valore di 60 000 euro. Pesa circa 20 quintali, le rifiniture
scolpite sul portone rappresentano al centro l'Annunciazione, ai lati sono
rappresentate la Madonna di Anglona e San Filippo Neri, in basso: lo
stemma del vescovo, lo stemma papale, il ritrovamento di Gesù,
il primato di San
Pietro, la Pentecoste,
la Natività,
le nozze
di Cana, la Crocifissione,
la cena di Emmaus, la presentazione di Gesù al tempio, la moltiplicazione
dei pani e dei pesci, la Risurrezione e
l'Assunzione
di Maria. Le
rifiniture sono opera dello scultore napoletano Eduardo
Filippo, insegnante
all'accademia
delle Belle Arti di Cosenza.
Il nuovo organo a canne venne donato alla comunità da mons. Francesco
Cuccarese, padre molto legato al suo paese e ugualmente amato dai
cittadini di Tursi. La sua vita pastorale lo ha da sempre tenuto lontano
dalla sua terra, ma nonostante la distanza e gli innumerevoli impegni
pastorali è sempre stato vicino alle situazioni difficili che la diocesi
di Tursi ha trascorso.
Santuario
di Santa Maria Regina di Anglona
Il santuario
di Santa Maria Regina di Anglona è un antico santuario
mariano situato
sul sacro colle di Anglona.
Il santuario si trova su un colle a 263 m s.l.m.,
domina la vallata sottostante tra i fiumi Agri e Sinni.
Dal 1931 è
monumento nazionale.
Il 17 maggio 1999 il
santuario è stato elevato alla dignità di pontificia
basilica minore da papa
Giovanni Paolo II, a
ricordo del sinodo
dei vescovi.
Il santuario è
tutto quello che resta dell'antica città di Anglona.
La cattedrale è
sorta tra l'XI e
il XII
secolo come
ampliamento di un'antica chiesetta, risalente al VII-VIII
secolo,
corrispondente all'odierna cappella oratorio.
Nella sua sede vescovile il 20 novembre 1092 sostò papa
Urbano II.
A
seguito di non ben chiari eventi, la parete nord della cattedrale crollò
e andarono perduti gli affreschi che l'adornavano. Nel 1369 la
città di Anglona subì un violento attacco e solo la cattedrale, dedicata
alla Natività di Maria, venne risparmiata dalle fiamme. Nel 1543,
con la bolla di papa
Paolo III,
l'originaria diocesi
di Anglona cambiò
nome in diocesi di Anglona-Tursi.
Nel 1976 la
diocesi divenne di Tursi-Lagonegro,
Anglona venne soppressa e le fu affidata la denominazione di sede
titolare, che
conserva tuttora, e le fu anche assegnato un vescovo
titolare.
Fino
agli anni
cinquanta il
colle era frequentato da contadini, pastori e gente del luogo che
utilizzavano i locali esterni al santuario come alloggio, rifugio,
deposito e persino come stalle. Il luogo era gremito di gente soltanto nei
giorni di festa. Successivamente, dopo gli scavi
archeologici nella
zona, le attenzioni della soprintendenza dei beni
culturali aumentarono
e con esso il flusso di pellegrini,
studiosi e visitator.
La
struttura attuale del santuario,
datata tra l'XI
secolo ed il XII
secolo, è
l'ampliamento di una prima chiesetta, del VII-VIII
secolo. La
costruzione, in tufo e travertino,
presenta elementi architettonici di notevole importanza quali, l'abside,
il campanile e
il portale in stile
romanico. L'esterno
absidale è sicuramente la parte più cromatica e più raffinata
dell'intero edificio, si ammirano ornamenti ad intagli, archetti pensili,
lesene e un finestrone centrale adornato.
Sulle
pareti esterne numerose formelle con figure di animali a rilievo, di
provenienza ignota, creano un effetto davvero suggestivo. Il tetto a più
falde e l'armonia dei volumi, conferiscono al santuario un
aspetto piacevole ed imponente.
Il portale in stile
romanico è
formato da un'arcata a tutto sesto arricchita da intagli e rilievi. Anche
sul fronte del portale si trovano formelle di tufo calcareo con
bassorilievi che raffigurano i simboli dei quattro evangelisti,
Marco il leone, Luca il bue, Giovanni l'aquila, Matteo l'angelo.
A sinistra della facciata spicca il campanile anch'esso
in stile
romanico, di forma
quadrangolare, poco slanciato e in cima adornato da quattro bifore.
La
chiesa è a croce
latina e dispone
di tre navate, la centrale larga e molto alta, mentre le due navate
esterne, strette e basse. In origine il santuario era ricco di pregevoli affreschi che
raffiguravano episodi del vecchio e nuovo
Testamento, sulle
colonne sono tuttora presenti figure di Santi.
I recenti restauri stanno riportando alla luce affreschi ormai quasi
perduti. Sulla parete destra della navata centrale sono ben visibili scene
del vecchio
testamento. Oggi
sulle pareti si possono ammirare il martirio di San Simone, la Torre
di Babele, la
creazione dell'Eden con Adamo ed Eva,
l'uccisione di Abele e
molte altre scene bibliche. Sui pilastri sono
dipinte le figure di Santa
Lucia, San Leonardo, San
Vito Martire, San
Rocco e San
Giovanni Battista.
Nel XIII
secolo è stato
ampliato l'abside,
ad opera di Melchiorre
da Montalbano che
fu chierico di
Anglona. Risalgono al XV
secolo invece il
rifacimento dell'ala sinistra e la ricostruzione dell'episcopio.
Un'antica
leggenda narra di un giovane pastorello che, mentre pascolava il suo
gregge sulla sommità della collina "Variante", a metà strada
tra Tursi ed Anglona,
vide avvicinarsi una "bellissima Signora", che gli chiese di
recarsi in paese, per invitare gli abitanti del luogo ad andarLa a
prendere. La gente prima incredula, poi sempre più curiosa si dirige
sulla sommità della collina dove ritrova la statua della Madonna e
la riporta nel suo santuario.
Nel luogo del ritrovamento fu costruito un capitello
votivo in
mattoni e, a ricordo dell'avvenimento, vi fu posta una croce in
legno. Da allora tutti gli anni, l'ultima domenica di aprile, la Madonna
viene portata a spalle per un percorso di oltre 10 km, dal santuario alla cattedrale
di Tursi.
La
statua che oggi si venera è stata realizzata alla fine del Settecento su
incarico del vescovo Salvatore
Vecchioni e
raffigura la Madonna in posizione frontale, seduta sul trono, che tiene
sul braccio sinistro il Bambino Gesù. La mano destra della Vergine è
protesa in avanti e stringe uno scettro d'argento. La Madonna veste una
tunica rosa e un manto celeste ed è ricoperta da un velo celeste decorato
con stelle e bordi dorati. Gesù Bambino è vestito di bianco e benedice
con la mano destra, mentre con la mano sinistra regge un globo terrestre
d'oro sormontato da una croce.
Il
19 maggio 1901,
la Vergine
Maria venne
incoronata "Regina di Anglona" dal vescovo Carmelo
Pujia. Nel 1946 la
Madonna di Anglona venne proclamata Patrona massima di Tursi e di tutta la
diocesi. Il 1951,
nella ricorrenza del cinquantesimo anno dall'incoronazione, il vescovo Pasquale
Quaremba ricordò l'avvenimento con solenni festeggiamenti e pellegrinaggi
in tutti i paesi della diocesi, donò, inoltre, il nome della Madonna alla
piazza che era in costruzione, da allora fu denominata "Piazza Maria
Santissima di Anglona", attuale centro della città di Tursi. Il
pellegrinaggio della statua tra i paesi della diocesi venne
ripetuto anche nel 1983.
L'8
settembre 2001 ricorreva
il centenario dell'incoronazione della Regina di Anglona e molti furono i
fedeli accorsi da ogni parte della diocesi, presso il santuario, dove su
di un grande palco il cardinale Michele
Giordano, alla
presenza di mons. Francesco
Cuccarese e dei vescovi Francescantonio
Nolè, Rocco
Talucci e Vincenzo
Franco, ripose le
corone, ristrutturate per l'occasione, sulla testa del Bambino e
della Madonna. Un grande afflusso di fedeli, oltre diecimila, festeggiò
l'avvenimento sul colle.
Tutti
gli anni, dall'1 all'8 settembre, si svolgono sul colle di Anglona
funzioni religiose, concerti musicali e fiere di ogni genere. Il giorno
otto è il giorno dedicato alla Madonna,
sul colle accorrono migliaia di fedeli da ogni parte della diocesi, per
festeggiarla con messe solenni, veglie di preghiera, canti, fuochi di
artificio e processioni. Molti tursitani emigrati tornano dai paesi più
lontani per essere presenti e partecipare alla festa più sentita dal
popolo della diocesi, il quale manifesta la devozione alla Vergine con
atti votivi ed usanze di origine antica.
Chiesa
di Santa Maria Maggiore
La chiesa
di Santa Maria Maggiore nel rione Rabatana
risale al X - XI
secolo.
Nel
corso dei secoli la chiesa ha subito diversi interventi tanto da perdere
il suo originario stile. Nella prima metà del XVIII
secolo è stata
rifatta in stile
barocco, conservando
soltanto la facciata quattrocentesca.
L'interno
è a tre navate con
soffitto a cassettoni e un transetto che
non oltrepassa le navatelle laterali.
Sopra la porta d'ingresso principale un affresco raffigura la strage biblica di Sennacherib.
In alto, sulle pareti laterali, sono raffigurati gli evangelisti san
Luca e san
Marco.
A
sinistra entrando si trova il fonte
battesimale con
vasca in pietra lavorata e cupola tronco piramidale in legno massello, del
XVI-XVII
secolo. La sacrestia è
arredata con massicci armadi lignei.
Nella
chiesa si possono ammirare un'acquasantiera in pietra lavorata, datata 1518,
un crocifisso in legno del XVI secolo e le pitture del coro del 1900.
In fondo alla navatella di sinistra, la cappella del trittico trecentesco
del maestro
di Offida, che
raffigura la Vergine in trono col Bambino e scene della vita di Gesù e
della stessa vergine.
Il
quadro si fa risalire alla scuola di Giotto ed
ha un pregevole valore artistico.
Il 1545,
la cattedra vescovile da Santa Maria Maggiore venne trasferita nella
chiesa di San Michele ove rimase per un anno, mentre nel 1546,
con bolla del papa
Paolo III, fu
trasferita presso la chiesa dell'Annunziata e, sempre con bolla di Paolo
III, la chiesa di S. Maria Maggiore fu elevata a collegiata insigne con
relativo clero come per la cattedrale dell'Annunziata.
La
cripta, del VII-VIII
secolo, nel 968 ha
ospitato la cattedra vescovile della Diocesi
di Tursi in
quanto era l'unica chiesa esistente in Tursi.
L'ipogeo è
sottostante al presbiterio e
si compone di tre piccoli vani comunicanti. Un vano custodisce l'altare
dedicato a santa Maria Maddalena e il sarcofago in
pietra con lo stemma di san
Giorgio della
famiglia De Giorgiis, passato poi alla famiglia Doria.
Gli
affreschi della cappella rappresentano storie di santi e iscrizioni in
latino riguardanti la morte e la sepoltura in loco di due giovani della
famiglia De Giorgiis. Gli affreschi sono attribuiti a Giovanni
Todisco che li
eseguì, tra il 1547 e
il 1550,
per conto della Famiglia De Giorgiis.
Dalla
cappella si accede al presepe di
pietra datato 1547-1550.
Il presepe è attribuito ad Altobello
Persio, di Montescaglioso,
che ha lasciato significative tracce della sua arte scultorea a Matera e
dintorni.
Chiesa
di San Filippo Neri
Edificata
nel 1661 in stile
barocco è
dedicata al culto santo patrono della
città. La chiesa è situata in piazza Plebiscito nel rione San Filippo.
L'edificio ha tre navate e conserva opere dell'artista tursitano Francesco
Oliva. San
Filippo Neri fu
acclamato protettore di Tursi durante il seicento mentre
nella città imperversava la peste e
il colera.
Negli
stessi anni, a metà del XVII secolo nel rione Petto venne costruito
l'oratorio San Filippo. L'edificio dell'oratorio si sviluppa su tre
livelli, nell'Ottocento ospitò
i frati
missionari di San
Vincenzo de Paoli.
Chiesa
di San Michele Arcangelo
È
situata nell'omonimo rione e dedicata al culto di San
Michele Arcangelo.
Costruita attorno al X
secolo.
Nel
1060 vi ha avuto luogo il sinodo dei vescovi. Le pareti interne sono
addobbate con quadri e sculture di Antonio Cestone.
Fino all'8 agosto 1545 ricoprì il ruolo di cattedrale della diocesi.
Altre
chiese
Il
convento di San
Francesco d'Assisi,
dell'Ordine dei Frati
Minori Osservanti,
risale alla prima metà del XV
secolo, più
precisamente al 1441, sito sulla collina omonima, a est del centro
abitato, domina sul rione Santi Quaranta.
Nel Seicento divenne
seminario di tutte le arti liberali. Sin dalla sua fondazione aveva
accolto un noviziato, un professorato e uno studio di filosofia. Nel 1609
la struttura venne ampliata e arricchita con una biblioteca.
Durante il XIX
secolo il
convento cadde in abbandono, fino a quando nel 1894 venne adibito a cimitero.
Nel 1914 fu definitivamente chiuso, viceversa la chiesetta interna venne
utilizzata fino agli anni cinquanta.
All'interno
della chiesetta, si sono rinvenute alcune antiche pitture datate 1377. Ciò
ha fatto supporre che la chiesetta fosse preesistente. Secondo altre
fonti, però, le pitture sarebbero state eseguite nel XVI
secolo e
rappresenterebbero un evento miracoloso avvenuto nel 1377.
Nel
1991 è stato dichiarato monumento nazionale dal ministro Ferdinando
Facchiano.
Il convento di San
Rocco, dell'Ordine
dei Frati Minori Cappuccini,
risale alla fine del XVI
secolo, più
precisamente al 1589 è ubicato sulla collina omonima a ovest del centro
abitato. Negli anni
novanta il
vescovo mons. Rocco
Talucci concesse
l'uso del convento alla Fondazione
Exodus Onlus di don
Antonio Mazzi, per il
recupero dei tossicodipendenti. I ragazzi della fondazione, provenienti da
ogni parte d'Italia, hanno riqualificato il convento e migliorato la zona
circostante. Il 16 agosto, nel giorno della festa del santo, è
consuetudine recarsi al convento per ascoltare la funzione e
fare una processione nei dirtorni del convento.
Tra
le altre chiese troviamo la chiesa della Madonna
delle Grazie edificata
tra il XVII e
il XVIII
secolo in stile
barocco. È ubicata
nei pressi di via Eraclea, ai piedi del centro storico. Presenta un ampio
frontale, con tre porte d'ingresso, sormontato da una monofora campanaria.
Dietro l'altare, si conserva un'antica statua di legno della Madonna
col Bambino risalente
al settecento.
Nella frazione Caprarico
è prensete la chiesa di Maria Santissima Regina del Mondo, mentre
nella frazione Panevino troviamo la chiesa della Madonna
del Rosario.
Palazzo
Brancalasso
Il
palazzo del barone Brancalasso, semplicemente chiamato "Palazzo del
Barone" è situato al centro di piazza Plebiscito, nel rione San
Filippo, la sua costruzione è velata da un pizzico di mistero.
Un'antica
leggenda narra che il palazzo fu costruito in una sola notte da demòni e
spiriti degli inferi, i quali, non potendo far ritorno in tempo nel loro
regno, si materializzarono alle luci dell'alba sul tetto dell'edificio
sotto forma di statue. In realtà in una notte venne delimitato il
perimetro del palazzo alla cui costruzione si opponevano i proprietari dei
fondi vicini.
Le
tre statue posizionate su di esso simboleggiano la giustizia, la pace e la
carità.
Palazzo
Latronico
È
situato in pieno centro storico, nel rione San
Michele, è probabilmente il più grande palazzo di Tursi ed è
dotato di un ampio atrio con gradinata interna in pietra e di una
caratteristica torre del belvedere.
Il
palazzo è stato abitato dalla famiglia Latronico fino agli anni sessanta.
Palazzo
Pierro
È
stata la casa del poeta Albino
Pierro, edificata nel rione San Michele. L'abitazione denominata
dal poeta,
nelle sue poesie, ‘U Paazze è una costruzione composta da un
seminterrato e due piani in elevazione.
Gode
di un ampio panorama che spazia dal torrente Pescogrosso
al convento di San Francesco sino ai dirupi del
rione Rabatana.
Luoghi, questi, di grande ispirazione per il poeta.
Dopo
la morte di Pierro, la casa è stata adibita, ai piani superiori, a
"Biblioteca Pierro" dove sono custoditi molti dei libri
utilizzati dal poeta e tutte le opere originali.
Questo
palazzo è meta di turisti e studiosi poiché oltre alla biblioteca,
ospita anche il "parco
letterario Albino Pierro". La targa marmorea installata
dal comune dopo la morte del poeta riporta una citazione tratta
dall'epigafre dell'opera Ci uéra turnè.
«Uèra
turnè cchi ssèmpe addu' ci scùrrete,
come nd'i ddrùpe ll'acque, 'a vita mèje»
«Vorrei
tornare per sempre dove scorre,
come fra i dirupi l'acqua, la vita mia»
(epigrafe
sulla casa natale di Albino
Pierro)
Castello
Costruito
dai Goti attorno
al V secolo per
difesa del territorio è situato su una collina a 346 m s.l.m.,
difeso naturalmente da tre voragini, di oltre cento metri, di origine
franosa; il "fosso della Palmara" (a Iaramma) a nord, il
"fosso di San Francesco" (u fòss d'San Francisch) a est e il
"fosso della Cattedrale" (u fòss da Catr'dé) a ovest. Oggi
sono solo rimasti i resti di quello che fu un castello gotico, alcune
parti però, come i cunicoli sotterranei, sono rimasti intatti fino
all'inizio del Novecento.
Scavi
archeologici, in contrada Castello, hanno portato alla luce, scheletri,
tombe, monete, frammenti di anfore e palle ogivali di
piombo recanti la scritte EIETHIDE (greca) e APNIA (latina),
queste opere sono attualmente esposte nel Museo
archeologico nazionale della Siritide di Policoro.
Da
atti del 1553, tra la città di Tursi e il marchese Galeazzo
Pinelli, si scopre che il castello è stato abitato fino al XVI
secolo e che misurava 400 palmi di lunghezza e 200 di
larghezza, con una superficie di 20.000 palmi quadrati, tra cui 15 000
adibiti a giardino, cantine e cisterne, mentre i restanti 5 000 per
una comoda abitazione. Era costruito su due piani e aveva due torri
cilindriche a tre piani.
Dentro
le mura di cinta erano presenti un giardino, delle cantine, alcune
cisterne e comode abitazioni per i baroni;
l'ingresso era regolato da un ponte
levatoio. Fu dimora di numerosi signori, principi e marchesi,
ma durante i periodi di guerra diventava una fortezza. Un'antica
tradizione crede all'esistenza di un cunicolo tra la chiesa
di Santa Maria Maggiore nel rione Rabatana e
il castello, che doveva consentire ai signori di recarsi in chiesa indisturbati.
Piazze
Tra
le piazze principali dell'abitato troviamo piazza Maria Santissima di
Anglona, costruita nel 1951 dal genio
civile di Matera,
originariamente come consolidamento dell'argine del torrente, costituisce
l'attuale centro cittadino.
Ospita
la cattedrale
dell'Annunziata, la curia
vescovile, la sede del municipio e il monumento ai caduti. Confina
e ingloba di fatto, piazza cattedrale, piazza del mercato coperto, piazza
del monumento costruita nel 1955 per onore ai caduti e piazza terrazzo sul
Pescogrosso costruita nel 2001.
Nella
parte storica, in rione San Filippo è presente piazza Plebiscito,
considerata il vecchio centro cittadino fino agli anni sessanta. Sulla
piazza si affaccia la chiesa del santo
patrono della città, San Filippo e il palazzo Brancalasso.
Monumento
ai Caduti
La
città di Tursi ha contribuito con molti uomini durante la prima e
la seconda
guerra mondiale, e proprio in onore ai caduti tursitani che l'amministrazione
comunale, guidata dall'allora sindaco Armando
Di Noia, fece erigere il monumento.
Il
monumento ai caduti è situato in piazza monumento e la costruzione risale
al 1970. Sui lati del cippo marmoreo si leggono i nomi dei caduti sul
fronte e la seguente iscrizione:
«I
nostri morti per la patria non sono degli assenti, sono degli
invisibili,
che
fissano i loro occhi pieni di gloria, nei nostri pieni di lacrime»
(Tursi,
AI SUOI CADUTI, 1970)
Siti
archeologici
ANGLONA
- Il sito archeologico ubicato nei pressi di Anglona, ha portato alla
luce un'acropoli di
origine bizantina, che sarebbe stata costruita sulle rovine dell'antica
città di Pandosia. Sulla
collina e ai piedi del versante nord, in zona conca d'oro, sono stati
rinvenuti dei busti della dea Demetra e
statuette della Sfinge alata.
In
una tomba sono stati rinvenuti: una collana di pasta
vitrea, diversi anelli, due orecchini con pendagli a piramide in
oro di stile tarentino, un'anfora e
due scodelle decorate con palmette, appartenute a una giovane donna. Tale
corredo data, con una certa approssimazione, la tomba al III
secolo a.C. Gli ori e le monete di argento rinvenuti negli
strati inferiori del santuario campestre dedicato al culto di Demetra
risalgono alla metà del IV
secolo a.C.
VALLE
SORIGLIANO - Il sito archeologico di valle sorigliano, ubicato nei
pressi di Anglona ha
portato alla luce un'intera necropoli datata all'età
del ferro.
In
particolare nella tomba 31 sono stati ritrovati 2 scalpelli, una scure,
un'ascia in bronzo (composizione questa, simile alla tomba 84) e una
grande falce in ferro con manico bronzeo lungo 44 cm., indice che la
popolazione era impegnata da un lato in guerre e dall'altro nella gestione
delle attività economiche.
Nella
stessa zona sono state scoperte altre tombe a cumulo risalenti alla prima
metà dell'VIII
secolo a.C., e alcune necropoli ellenistiche e romane,
che custodivano ricchi corredi.
COZZO
SAN MARTINO - Il sito archeologico di cozzo San Martino è ubicato nel
circondario del comune, a sud del castello. Sono stati rinvenuti, in una
necropoli, alcuni reperti dell'età
del bronzo.
CONTRADA
CASTELLO - Il sito ubicano nei pressi del castello dove è stata
rinvenuta un'acropoli costituita su uno sperone roccioso di sabbie
risalente al medio età del bronzo.
Scavi
archeologici nei pressi dei resti del castello gotico di Tursi, hanno
portato alla luce scheletri, tombe, monete frammenti di anfore e
palle ogivali di
piombo recanti la scritte EYHfIDA (greca) e APNIA (latina),
queste ultime, usate come armi di lancio durante un assedio al castello.
Tradizioni
e folclore
Molte
tradizioni tursitane si rifanno ad avvenimenti religiosi. La più
conosciuta è la Festa
della Madonna di Anglona che ricorre ogni 8 settembre. La
domenica dopo Pasqua,
invece, la statua settecentesca che raffigura la Madonna viene portata a
spalla per un percorso di oltre 10 km, dal santuario
di Anglona alla cattedrale dell'Annunziata di Tursi e il 1º
maggio nel tragitto inverso. Il 26 maggio ricade la festa
patronale dedicata a San
Filippo Neri.
La
sera del 18 marzo è tradizione bruciare le frasche, creando così grandi
falò. La gente del luogo chiama l'evento u umnnàrie riferito al falò
di San Giuseppe.
Nel
periodo natalizio, dagli anni
settanta, viene allestito il presepe vivente tra i vicoli del rione
Rabatana.
Fonte:
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