Tursi
(Matera)
 
 
  

Il centro urbano di Tursi si è sviluppato a cominciare dal V secolo. Nel 968, in epoca bizantina, Tursi divenne capoluogo del thema di Lucania, e sede vescovile di rito greco. Dall'inizio del XVIII secolo e fino alla riforma borbonica del 1816 (eccetto che nel 1799, quando fu annesso al dipartimento del Crati, ossia alla Calabria cosentina), Tursi è stato il primo dei quattro ripartimenti dell'allora provincia di Basilicata, vi aveva sede il regio percettore di Basilicata e i suoi confini, estesi fino al mar Ionio, comprendevano la torre di Trisaja, a sud della foce del fiume Sinni, una delle sette torri costiere del Regno di Napoli a protezione della costa jonica lucana.  

Il territorio tursitano, di prevalenza collinare, confina a nord col fiume Agri e con il comune di Montalbano Jonico, a est con il comune di Policoro, a sud con il fiume Sinni e i territori di Rotondella, mentre a ovest con i territori di Sant'Arcangelo, Colobraro e Stigliano. Il settore urbano presenta un'altitudine che varia dai 346 m s.l.m. del vecchio centro storico che gravita attorno al castello, ai 210 m s.l.m. della moderna piazza Maria SS di Anglona, ai 170 m s.l.m. dei rioni più in basso.

Il nucleo abitativo del centro storico (Rabatana) è difeso naturalmente da tre voragini, di oltre cento metri, di origine franosa; il "fosso della Palmara" (a Iaramma) a nord, il "fosso di San Francesco" (u fòss d'San Francisch) a est e il "fosso della Cattedrale" (u fòss da Catr'dé) a ovest. 

Il borgo, nel corso dei secoli, si è sviluppato nella vallata sottostante alla Rabatana assumendo una forma allungata. Il centro abitato dista poco meno di 20 km dalla costa jonica lucana, ma la frazione Panevino verso il confine est del territorio, ne dista poco più di 6 km. 

La città è situata al centro di due dei quattro fiumi della Basilicata, l'Agri e il Sinni, originariamente navigabili. In età contemporanea i corsi dei rispettivi fiumi sono stati interrotti da due bacini artificiali, la diga di Gannano con una capacità di invaso complessiva di 2,6 milioni di m³, nei pressi della frazione Caprarico, interrompe il corso del fiume Agri e la diga di Monte Cotugno, il più grande bacino artificiale in terra battuta d'Europa, nei pressi del comune di Senise, interrompe il corso del fiume Sinni.

Da una sorgente posta sulla collina a est di Tursi scende il torrente Pescogrosso, quest'ultimo prende il nome dagli enormi massi ritrovati lungo il suo corso. Il torrente taglia in senso longitudinale la città a un'altitudine di 190 m s.l.m. e continuando il suo percorso verso est per una decina di chilometri sfocia, come affluente, nel fiume Sinni.  

Il territorio appartiene al Cenozoico antico ed è formato da rocce marnose, massa sedimentaria friabilissima costituita da argilla e calcare, di aspetto terroso e di colore giallo ocra. Le continue frane, determinate dall'estrema plasticità di tali rocce a ogni pioggia, hanno modificato costantemente nel tempo la morfologia del territorio stesso. La natura mutevole del terreno, piena di calanchi, ha donato al territorio un curioso impatto paesaggistico.

Molti storici concordano che il toponimo Tursi derivi da "Turcico", un uomo d'armi di origini bizantine, comandante della zona, il quale ampliò verso valle l'antico borgo saraceno, "Rabatana", donando alla nuova zona il nome di Toursicon,Tursikon o Tursicon, Τουρσικόν in greco. Di certo però è la prima menzione documentata che risale al 968 nella Relatio de legatione Constantinopolitana del vescovo Liutprando da Cremona, quando la città viene citata proprio con i nomi di "Turcico" e "Torre di Turcico".

Successivamente, con la pronuncia francese sotto il dominio normanno, divenne dapprima Tursico, poi Tursio e infine Tursi. Difatti, nella bolla papale redatta da papa Alessandro II nel 1068 la città viene menzionata sotto il toponimo "Torre di Tursio".

Un secolo più tardi, nel 1154, il geografo arabo Muhammad al-Idrisi durante la realizzazione della Tabula Rogeriana per conto di Ruggero II di Sicilia, nel testo Kitab nuzhat al-mushtaq fi'khtiraq al-'afaq, conosciuto come il libro del re Ruggero, indica la città sotto il toponimo di Tursah.

Scavi archeologici eseguiti nel territorio comunale, più precisamente nei siti di Valle Soriano e di Anglona, hanno accertato l'esistenza di insediamenti risalenti alla prima età del ferro e della preistorica Pandosia. Gli abitanti di queste zone erano denominati Enotri, in particolare però gli abitanti stanziati nell'intorno dei fiumi Agri e Sinni, venivano chiamati Coni o Choni. Successivamente, durante la colonizzazione ellenica dello stivale, la città degli Enotri, Pandosia, venne colonizzata da parte degli Ioni.

Pandosia, è considerata la più antica città della Siritide, difatti, l'Antonini basandosi su passi della Genealogie di Ferecide di Atene e su passi della Storia antica di Roma di Dionigi di Alicarnasso, ipotizza che fu fondata da Enotro, uno dei 23 figli di Licaone, molti secoli prima di Roma, e che lo stesso signoreggiò su tutta l'orientale parte della Lucania. Il Romanelli, basandosi su quanto emerso dalle tavole di Eraclea e dal Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, afferma che la Pandosia di Lucania sia il luogo in cui perse la vita Alessandro il Molosso, re d'Epiro e zio materno di Alessandro Magno, avvenuta nel 330 a.C., in una battaglia contro il popolo dei lucani.

Nel 281 a.C. l'area nella quale sorgerà Tursi, fu campo di battaglia tra i Romani e Pirro re d'Epiro, che corso in aiuto dei tarentini si accampò tra Heraclea e Pandosia. Questa battaglia passò alla storia principalmente per l'utilizzo di elefanti da guerra, ancora sconosciuti ai soldati della repubblica romana. Nel 214 a.C. fu teatro di un'ennesima battaglia nel corso della seconda guerra punica tra i Romani e Annibale, re dei Cartaginesi, per conquistare il dominio sul mediterraneo.

Pandosia venne distrutta tra l'81 a.C. e il 72 a.C. durante le guerre sociali condotte dal generale romano Lucio Cornelio Silla. Dalle rovine di Pandosia sorse, poco prima dell'era cristiana, Anglona (Anglonum). Lo storico Placido Troyli, esaminando le antiche fabbriche presenti nel territorio, fa derivare l'origine della città di Tursi, come filo diretto, dal decadimento di Pandosia, difatti, i ritrovamenti di zona "Murata", nel sito archeologico di contrada castello, indicano la preesistenza di un Oppidum.

Nel 410 i Visigoti di Alarico I invadono l'Italia, dal nord-est e saccheggiando città dopo città si dirigono verso la Calabria per poi risalire e saccheggiare Roma. Durante il loro corso, nel metapontino, costruirono una torre sulla collina a metà strada tra i fiumi Agri e Sinni, per meglio controllare le vallati circostanti. Nei loro saccheggi, semidistrussero Anglona, originando una piccola migrazione degli abitanti sopravvissuti ai saccheggi, verso rifugi rupestri presenti attorno alla torre, dando così inizio a un primordiale insediamento della città.

Attorno all'826, durante le campagne belliche degli islamici, in tutto il territorio meridionale dell'Italia ci furono numerose e violente incursioni arabe. I loro eserciti provenienti dal nordafrica erano in prevalenza di origine saracena.

Inizialmente queste incursioni erano destinate a depredare i villaggi e a fare prigionieri da utilizzare come schiavi nei centri dell'impero islamico. In seguito, superata l'iniziale differenza religiosa e culturale con le popolazioni autoctone, gli invasori attorno all'850 conquistarono gran parte della pianura metapontina e decisero di acquartierarsi, in zone dominanti e strategiche, per meglio controllare gli scambi commerciali all'interno del territorio.

Da esperti agricoltori di colture aride e abili artigiani, quali erano, i saraceni riuscirono in breve tempo a intrecciare pacifici rapporti con gli abitanti locali. Il fiorente scambio rese possibile lo sviluppo dei piccoli presidi militari in veri e propri quartieri residenziali attualmente denominate rabatane, tra i più importanti ci sono ancora oggi quello di Tursi, di Tricarico e di Pietrapertosa.

Nei successivi anni, i saraceni, abitarono il borgo, lo ingrandirono e furono proprio loro a dargli il nome, a ricordo del loro borgo arabo Rabhàdi. L'impronta saracena è ancora oggi presente nelle costruzioni, negli usi, nei costumi, nel cibo e nel dialetto della Rabatana.

Nell'890 i Bizantini sotto il comando di Niceforo Foca il vecchio riconquistarono i territori che una volta appartenevano all'Impero Romano d'Occidente e riuscirono, durante le guerre arabo-bizantine, a scacciare definitivamente l'impronta araba dalle terre lucane. Negli anni di dominio bizantino, il castello venne ingrandito e fortificato e il centro ebbe uno sviluppo sia demografico sia edilizio.

Il borgo cominciò a estendersi verso la valle sottostante. L'intero centro prese il nome di Toursikon, dal suo fondatore Turcico. Verso la fine del X secolo l'imperatore Basilio I costituì prima il thema di Langobardia e il thema di Calabria e successivamente, nel 968 il thema di Lucania con capoluogo Toursikon, completando così il piano di ellenizzazione della chiesa del Catepanato. 

Infatti, nella Relatio de legatione Constantinopolitana, scritta lo stesso anno, Liutprando da Cremona riferisce che in quel tempo il patriarca Polieucte di Costantinopoli ricevette dall'imperatore Niceforo II Foca l'autorizzazione a erigere la sede metropolita di Otranto, dando al metropolita Pietro la facoltà di consacrare i vescovi suffraganei di Acerenza, di Tursi (Turcico), di Gravina, di Matera e di Tricarico. 

Non è chiaro però se queste disposizioni abbiano avuto reale effetto, in quanto le Notitiae Episcopatuum del patriarcato ecumenico di Costantinopoli menzionano una sola sede suffraganea di Otranto, quella di Tursi. Tursi divenne così sede della diocesi di rito greco con cattedra vescovile presso la chiesa di san Michele Arcangelo dove nel 1060 si svolse il sinodo dei vescovi. Il primo vescovo noto di Tursi è il greco Michele, documentato in un atto testamentario del 1050.

Successivamente, verso la fine dell'anno Mille, una grossa migrazione dei Normanni, nelle vesti di pellegrini diretti verso luoghi sacri della cristianità e nelle vesti di mercenari pronti a combattere per un pezzo di terra, giunse nel sud Italia. Fu facile inserirsi nelle lotte interne tra Longobardi e Bizantini, ottenendo ben presto terre e benefici. 

I Normanni contribuirono  notevolmente alla crescita della città, proprio come fecero successivamente gli Svevi prima e gli Angioini poi.  

Tra il XIII secolo e il XIV secolo la vicina Anglona subì numerosi incendi, in particolare nel 1369 l'intero abitato fu dato alle fiamme. L'incendio fu così forte e devastante che ne decretò il declino. Il trasferimento dei cittadini dall'abitato di Anglona, per volontà della regina Giovanna I, portò a una significativa trasformazione di Tursi, che fino ad allora era solo riconducibile alla fortezza Rabatana. Si diede così inizio a una massiccia attività costruttiva fuori dal ponte della Rabatana, unico accesso al fulcro dell'abitato. 

Nel XVI secolo Tursi era tra le città più popolose della regione, con oltre diecimila abitanti. Nel 1543 vennero unite la diocesi di Anglona e quella di Tursi costituendo la diocesi di Anglona-Tursi, che dal 1546 ebbe cattedra a Tursi.

Nel 1552 Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero assegnò all'ammiraglio e statista Andrea Doria il Principato di Melfi. Alla sua morte, nel 1560 il titolo passò al nipote, il principe di Melfi Gianandrea Doria. Successivamente, nel 1594, Carlo Doria eredita dal padre la contea, poi ducato, divenendo il primo duca di Tursi. In quegli anni Carlo Doria fece costruire, a sue spese, nel rione Rabatana un'enorme scalinata in pietra (petrizza), tuttora utilizzata, che ha la particolarità di possedere lo stesso numero di gradini della scalinata presente all'interno di Palazzo Tursi a Genova.

In un documento del 1616 si evidenzia una disputa tra due famiglie nobili di Tursi, i Picolla e i Brancalasso nell'elezione del nuovo Camerlengo della Rabatana. Questa testimonianza porta alla luce l'esistenza di una carica pubblica dell'Universitas di Tursi, preposta in particolar modo alla sicurezza della Rabatana ponendo l'accento alla netta separazione oltre che fisica anche politico-istituzionale tra il borgo e il resto dell'abitato.

Nel gennaio del 1735 il sovrano Carlo III di Borbone è in visita alle terre lungo la costa ionica. La provincia di Basilicata allora comprendeva 117 comuni e 4 ripartimenti: Tursi, Maratea, Tricarico e Melfi. Nel 1769 i Doria persero i terreni che furono acquistati dalle nobili famiglie dei Donnaperna, Picolla, Panevino, Camerino e Brancalasso.  

Nel 1848 durante la primavera dei popoli, Tursi vide il manifestarsi di moti demaniali che consentirono l'occupazione di vasti territori della mensa vescovile e dei demani "Pisone", "Monaca", "Pozzo di Penne", "Pantano" e "Stigliano". Il territorio tursitano si dimostrò una zona calda per i moti demaniali, dovuto alla vasta area agraria e coltivabile di cui disponeva l'abitato, tra le più ampie della zona. Difatti nel 1860 al primo manifestarsi di agitazioni, il vescovo di Anglona-Tursi, Gennaro Acciardi, fuggi dalla città per rifugiarsi a Napoli. Da lì, diramando una "pastorale contro il nuovo ordine politico", fu il promotore di un moto reazionario.  

Durante il 1861 con l'unità d'Italia nei boschi tra Policoro, Nova Siri, Rotondella e Tursi si attestano i primi fatti di brigantaggio. La banda del brigante Scaliero di Latronico, proprio nei pressi di Tursi, incrociò un drappello della guardia nazionale. Nella colluttazione perse la vita il milite Giuseppe Buglione. Altre bande nella zona dei boschi erano quelle del brigante Alessandro Marino, figlio naturale del barone Villani di Castronuovo, e la banda del brigante Antonio Franco di Francavilla in Sinni, entrambe si unirono nel 1862. Negli anni successivi, proprio il Marino verrà fucilato a Tursi nel 1864 dopo essere stato catturato durante uno scontro a fuoco con la guardia nazionale di Chiaromonte.

Questi episodi e alcune incursioni a danno dei contadini locali, costrinsero il municipio di Tursi ad avanzare più volte, nei confronti della sottoprefettura un'ingente richiesta di truppe; che vennero sempre respinte. Tant'è che nei mesi successivi il sindaco Egidio Lauria scrisse direttamente al prefetto di Potenza, il quale sollecitò il sottoprefetto nel disporre l'invio, a Tursi, sotto i suoi ordini, di un battaglione in arme. In realtà il sottoprefetto aveva da tempo carenza di truppe e impossibilitato all'invio di nuovi battaglioni non poté mai adempire alla richiesta del prefetto. Per questo, l'anno seguente, su ulteriore sollecitazione del sindaco, la sottoprefettura si mosse diversamente chiedendo ai carabinieri di Rotondella, alle truppe di Colobraro e alla guardia nazionale di Tursi di collaborare tra loro e organizzarsi con il sindaco, così da intraprendere azioni mirate contro le bande.

Nei primi anni del novecento, molti giovani tursitani persero la vita sul fronte durante la prima guerra mondiale. Nella seconda guerra mondiale i militi tursitani presero parte alla campagna italiana di Russia.

Visitare il borgo

Città natale di Albino Pierro, due volte candidato al Nobel per la letteratura Tursi sorge su una collina di formazione arenaria fra i fiumi Agri e Sinni. Pierro nei suoi versi in dialetto tursitano ne ha più volte decantato la millenaria bellezza. Per eternare la memoria del poeta è stato creato il Parco letterario Albino Pierro gestito dal Centro Studi Albino Pierro, dal parco si gode una suggestiva vista sui calanchi verso il santuario di Santa Maria D’Anglona. All’interno del Parco, il Museo della Poesia Pierriana comprende una mostra permanente di dipinti di artisti lucani come Nino Tricarico e Antonio Masini, i quali si sono ispirati alle poesie dell’illustre poeta tursitano.

L’antico borgo è circondato da dirupi, le “jaramme” come le definiva lo stesso Pierro. La Rabatana è uno splendido groviglio di case costruite con pietre e laterizi, tutt’intorno il paesaggio è dominato da blocchi di origine argillosa, noti come Calanchi dalle forme bizzarre e suggestive.

La comunità tursitana è custode di un prezioso patrimonio religioso che si compone di architetture sacre dislocate nei diversi quartieri della città.

Nel centro storico si distingue l’imponente costruzione della Cattedrale dell’Annunziata (XV sec.), mentre nell’omonimo rione sorge la chiesa di San Filippo Neri (1661). Nello storico Rione arabo della Rabatana si può ammirare la chiesa di Santa Maria Maggiore (IX – X sec.), mentre fuori dal centro abitato, a pochi chilometri da Tursi, svetta maestoso il Santuario di Santa Maria D’Anglona, monumentale nazionale dal 1931. Interessante è poi il quattrocentesco Convento dei Capuccini (1568) con annessa chiesa.  

SUDDIVISIONI STORICHE - Il centro abitato è suddiviso in diversi rioni, molti dei quali prendono il nome da una relativa chiesa o convento. Nella parte più storica della città vengono annoverati i rioni Rabatana, San Michele, San Filippo, Petto e Cattedrale edificati tra il X e il XVII secolo, i restanti, invece, sono di edificazione contemporanea.  

Tra i più storici troviamo la Rabatana che è stato il primo rione abitato di Tursi. Sorto nella parte più alta della città, attorno al castello, nel V secolo, è stato edificato in un punto strategico per il controllo delle vallati sottostanti (valle del Sinni e valle dell'Agri). Il rione ancora oggi risulta quasi a sé stante del resto dell'abitato, collegato di fatto solo dalla "petrizza". Nel rione sono presenti i resti del castello e la chiesa collegiata di Santa Maria Maggiore. 

La gradinata che porta in Rabatana è un'ampia e ripida strada che si estende sui burroni per oltre 200 metri di lunghezza. Chiamata in dialetto petrizze, poggia su un costone di timpa e all'origine era un selciato a gradini di pietre calcari. Carlo I Doria Del Carretto, nipote di Andrea Doria, duca di Tursi, nel 1600 fece costruire la strada a proprie spese al posto di un pericoloso viottolo, con lo stesso numero di gradini di un suo Palazzo a Genova che in seguito denominò Palazzo Tursi.

Il Piccicarello spicca inconfondibile alla base del castello, nei pressi della "petrizze" che conduce alla Rabatana. È costituito da un lembo di terra che dalla timpa del Castello si protende verso mezzogiorno. La timpa sporge sul fosso di San Francesco, circondato da precipizi. Nei tempi antichi consentiva la coltivazione di ortaggi e frutti vari. Il nome deriva dal proprietario del terreno, Francesco Donnaperna detto "Ciccarello".

La chiesa di Santa Maria Maggiore in Rabatana risale al X - XI secolo e, siccome nel corso dei secoli ha subito diversi interventi, ormai ha perso il suo originario stile, conservando soltanto la facciata quattrocentesca, mentre il resto della chiesa è stato rifatto in stile barocco nella prima metà del XVIII secolo.

Da piazza Maria SS. di Anglona, a 346 metri di altezza, si scorgono i resti dell'antico castello costruito dai Goti, nel V secolo, per difesa del territorio: alcune parti del castello e i cunicoli sotterranei sono rimasti intatti.

I recenti scavi nei pressi del castello hanno messo alla luce scheletri, tombe, monete, frammenti di anfore e palle ogivali di piombo recanti la scritte EYHfIDA (greca) e APNIA (latina), usate, probabilmente, come pesi dei martiobarbuli, frecce molto usate nel mondo antico, da greci e romani in primis.

Da atti del 1553, tra la città di Tursi e il marchese Galeazzo Pinelli, si rileva che il castello era abitato fino al XVI secolo. Era costituito da due piani e due torri. Alcune stampe lo riportano di forma quadrangolare con torri nei quattro angoli.

Il castello aveva una superficie di oltre 5000 metri quadrati, misurando 200 palmi di larghezza e 400 palmi di lunghezza, e dentro le mura di cinta erano compresi un giardino, cantine, cisterne e comode abitazioni per i baroni. L'ingresso era regolato da un ponte levatoio.

Dimora di signori, principi e marchesi, durante i periodi di guerra diventava una fortezza. Per tradizione si crede all'esistenza di un cunicolo tra la chiesa di Santa Maria Maggiore e il suddetto castello, che nei tempi antichi consentiva ai Signori di recarsi indisturbati in chiesa.  

A sud, dopo la "petrizza" si trova il rione San Michele che prende il nome dall'omonima chiesa, ed edificato attorno al X secolo. Come struttura molto simile al precedente, ha case addossate l'una sull'altra e strade strette costruite in pietra. Nel rione è presente il palazzo Latronico, uno dei più grandi palazzi di Tursi, la chiesa di San Michele, ex cattedrale della diocesi e la casa natale del poeta Albino Pierro, ora adibita a biblioteca e parco letterario. 

Scendendo ancora la vallata verso sud, si trova il rione San Filippo che prende anch'esso il nome dall'omonima chiesa. Costruito attorno al XVII secolo, fino agli anni sessanta era il centro del paese e disponeva di tutti gli uffici pubblici in seguito spostati nell'attuale centro città. In questo rione è presente piazza Plebiscito, palazzo Brancalasso e la chiesa di San Filippo dedicata al culto del santo patrono. I viottoli, simili ai rioni precedente, sono in pietra e in prevalenza, stretti e ripidi. 

Il rione Petto o Pandosia edificato a est del precedente, prende il nome dall'estrema ripidità dei suoi viottoli. Le case del rione sono addossate le une sulle altre e quasi aggrappate alla ripida timpa sottostante. Il Petto collega il rione San Filippo al rione più recente Santi Quaranta. 

Il rione Cattedrale, prende il nome dalla presenza della cattedrale, è edificato a sud del rione San Filippo e ingloba di fatto la Catuba, zona esposta a ovest, e il Vallone, zona bassa e centrale della città. Nel rione sono presenti la cattedrale dell'Annunziata e il palazzo della curia diocesana che si affacciano sulla piazza Maria Santissima di Anglona, attuale centro della città. Sulla parte sud della piazza si affaccia anche l'attuale municipio e il monumento ai caduti.

Fuori dalla parte più storica della città troviamo il rione Costa, edificato a ovest del rione precedente. Nasce ai piedi della collina sulla quale spicca l'ex convento di San Rocco e prende il nome dalla posizione in cui è sorto, leggermente collinare, con un dislivello in salita. È separato orizzontalmente dal rione Piana tramite il corso principale detto via Roma. Lungo il corso sorgono la scuola media e la scuola elementare. 

Il rione Piana o Europa è stato edificato nello stesso periodo del rione Costa, e conserva la stessa struttura di abitazioni, costruite prevalentemente in tufo, e di strade, pavimentate con lastroni di pietra di tipo pavé. Sorge lungo la sponda destra del torrente Pescogrosso. Prende il nome Europa dalle sue vie intitolate a stati europei e il nome Piana poiché sorto in una zona estremamente pianeggiante. Nel 1983 il Pescogrosso straripò e molte abitazioni subirono gravi danni, solo successivamente vennero costruiti gli argini al torrente. 

Il rione Sant'Anna è stato edificato negli primi anni settanta lungo la sponda sinistra del torrente Pescogrosso. Prende il nome dal vecchio convento di Sant'Anna, struttura adibita poi a Istituto Professionale. 

Il rione Santi Quaranta è il più recente della città, le costruzioni sono cominciate verso la fine degli anni settanta. Edificato in una zona pianeggiante detta la "piana di Santi Quaranta", prosegue verso est lungo il corso del torrente. Prende il nome dalla piana omonima nella quale secondo un'antica leggenda furono trucidati 40 martiri cristiani; ma più probabilmente in ricordo ai Quaranta martiri di Sebaste. Nel rione è presente lo stadio, una scuola materna e la sede dell'ITCG "M. Capitolo" (Istituto Tecnico Commerciale, per Geometri e tecnico Turistico).  

Cattedrale dell'Annunziata

Dedicata alla Vergine Annunziata, la cattedrale venne eretta nel XV secolo, nel 1546 fu elevata a cattedrale della diocesi di Tursi-Lagonegro e in epoche successive ha subito vari rimaneggiamenti, l'ultimo dei quali dopo gli incendi del novembre 1988.

L'8 agosto 1545, con bolla papale, alla chiesa venne concesso il titolo di cattedrale, ruolo fino ad allora ricoperto dalla chiesa di San Michele Arcangelo.

A partire dalla seconda metà del XVII secolo subì vari ampliamenti e modifiche.

Nel 1718 la torre campanaria venne ricostruita su ordine dell'allora vescovo Domenico Sabbatino, come testimonia una targa commemorativa sulla quale venne inciso il seguente testo

«D.O.M.
Turrim hanc sacram diu dirutam
Praesul
Dominicus Sabbatinus Strongytem
Propriis sumptibus
construere et aedificare fecit
Anno Domini 1718»

Altri lavori si ebbero durante l'episcopato di Ettore Quarti che riguardarono a partire dal 1726 non solo la sacrestia, completamente ricostruita e dotata di armadi, ma anche la chiesa stessa che venne variamente abbellita. Nel 1728 terminati i lavori, prima venne indetto dal 29 aprile al 1º maggio un sinodo diocesano seguito da una nuova consacrazione il 2 maggio.

Nel 1934 si fece un ultimo restauro in seguito alla caduta di un cassettone della navata centrale, avvenuto nel 1931 durante una messa. I lavori riguardarono anche la facciata, dalla quale furono rimosse due statue in pietra dedicate rispettivamente a San Filippo Neri, patrono della città, e a sant'Andrea Avellino.

La cattedrale è un imponente edificio a croce latina che misura circa 42 metri in lunghezza e 17 in larghezza, suddivisa in tre navate: quella centrale di 9 metri e quelle laterali di più di 4. La struttura, dotata di sacrestia e casa canonica, è in muratura portante e all'interno si trovano colonne con archi a tutto sesto. Sulla parete di fondo si trova l'altare maggiore dedicato alla Madonna di Anglona, alla sua destra, sotto l'arcata, si trova il fonte battesimale, realizzata da Giovanni Battista da Tursi nel 1754, e due bassorilievi in pietra raffiguranti l'Annunciazione risalenti al 1519. Sul soffitto della sacrestia si poteva ammirare il martirio di san Matteo, pittura del XVIII secolo attribuita a Ludovico De Majo.

Il presbiterio è rialzato di tre gradini rispetto alle navate, per limitare l'area liturgica del vescovo e dei sacerdoti. Di pregevole fattura e di inestimabile valore era l'organo a canne posto sull'altare maggiore, venne installato nel 1728 per ordine di mons. Quarti, che andò distrutto durante l'incendio dell'8 novembre 1988, assieme a molte altre opere di valore storico e artistico. Nel marzo 1987, il parroco don Giuseppe Labanca, con il contributo del clero e dei cittadini, fece elettrificare il movimento delle campane. Poche settimane prima dell'incendio, il 30 ottobre 1988, la cattedrale accolse la visita del cardinale Michele Giordano.

La notte dell'8 novembre 1988 la cattedrale subì un primo incendio, attribuito ad un corto circuito elettrico, che distrusse la sacrestia e danneggiò gli arredi e le pitture. Due giorni dopo, nella notte del 10 novembre, un secondo incendio distrusse completamente quello che rimaneva della cattedrale. Le luci all'alba dell'11 novembre mostrarono al popolo tursitano le mura e le macerie fumanti e i volti tristi e stanchi di tutti coloro che inutilmente avevano lottato contro la furia delle fiamme.

Già dal 1989 cominciarono i lavori di ricostruzione. Dieci anni dopo, il 25 dicembre 1999, grazie all'impegno costante del vescovo Rocco Talucci, la porta della cattedrale venne nuovamente aperta in occasione delle celebrazioni natalizie e del Giubileo del 2000.

Il 25 marzo 2000 avvenne la consacrazione e l'apertura al culto, anche se mancavano ancora molte opere di rifinitura. Il tetto venne completamente ricostruito, le nuove decorazioni ricordano le opere settecentesche dell'artista Delphino, distrutte durante l'incendio.

Nel 2004 sull'altare venne posizionato un enorme crocifisso in legno realizzato e donato dallo scultore Efia Marzotto di Mellaredo, di Pianiga. Il 1º maggio 2006 la cattedrale venne definitivamente inaugurata dal vescovo Francescantonio Nolè, la solenne cerimonia fu presieduta dal cardinale Michele Giordano, con la partecipazione degli arcivescovi mons. Ligorio, mons. Michele Scandiffio, mons. Antonio Cantisani, mons. Cozzi, mons. Franco, mons. Francesco Cuccarese, mons. Orofino e dai parroci della diocesi.

Dal 2008 al 2012 la cattedrale venne arricchita da numerose opere dell'artista Vincenzo D'Acunzo, in particolare, da quattro ovali degli evangelisti Luca, Giovanni, Marco e Matteo; dalla incoronazione della beata Vergine e dal polittico raffigurante il battesimo di Gesù.

La facciata della cattedrale è stata impreziosita da un portone in bronzo, del valore di 60 000 euro. Pesa circa 20 quintali, le rifiniture scolpite sul portone rappresentano al centro l'Annunciazione, ai lati sono rappresentate la Madonna di Anglona e San Filippo Neri, in basso: lo stemma del vescovo, lo stemma papale, il ritrovamento di Gesù, il primato di San Pietro, la Pentecoste, la Natività, le nozze di Cana, la Crocifissione, la cena di Emmaus, la presentazione di Gesù al tempio, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la Risurrezione e l'Assunzione di Maria. Le rifiniture sono opera dello scultore napoletano Eduardo Filippo, insegnante all'accademia delle Belle Arti di Cosenza. Il nuovo organo a canne venne donato alla comunità da mons. Francesco Cuccarese, padre molto legato al suo paese e ugualmente amato dai cittadini di Tursi. La sua vita pastorale lo ha da sempre tenuto lontano dalla sua terra, ma nonostante la distanza e gli innumerevoli impegni pastorali è sempre stato vicino alle situazioni difficili che la diocesi di Tursi ha trascorso.  

Santuario di Santa Maria Regina di Anglona

Il santuario di Santa Maria Regina di Anglona è un antico santuario mariano situato sul sacro colle di Anglona. Il santuario si trova su un colle a 263 m s.l.m., domina la vallata sottostante tra i fiumi Agri e Sinni. Dal 1931 è monumento nazionale. Il 17 maggio 1999 il santuario è stato elevato alla dignità di pontificia basilica minore da papa Giovanni Paolo II, a ricordo del sinodo dei vescovi.

Il santuario è tutto quello che resta dell'antica città di Anglona. La cattedrale è sorta tra l'XI e il XII secolo come ampliamento di un'antica chiesetta, risalente al VII-VIII secolo, corrispondente all'odierna cappella oratorio. Nella sua sede vescovile il 20 novembre 1092 sostò papa Urbano II.

A seguito di non ben chiari eventi, la parete nord della cattedrale crollò e andarono perduti gli affreschi che l'adornavano. Nel 1369 la città di Anglona subì un violento attacco e solo la cattedrale, dedicata alla Natività di Maria, venne risparmiata dalle fiamme. Nel 1543, con la bolla di papa Paolo III, l'originaria diocesi di Anglona cambiò nome in diocesi di Anglona-Tursi. Nel 1976 la diocesi divenne di Tursi-Lagonegro, Anglona venne soppressa e le fu affidata la denominazione di sede titolare, che conserva tuttora, e le fu anche assegnato un vescovo titolare.

Fino agli anni cinquanta il colle era frequentato da contadini, pastori e gente del luogo che utilizzavano i locali esterni al santuario come alloggio, rifugio, deposito e persino come stalle. Il luogo era gremito di gente soltanto nei giorni di festa. Successivamente, dopo gli scavi archeologici nella zona, le attenzioni della soprintendenza dei beni culturali aumentarono e con esso il flusso di pellegrini, studiosi e visitator.

La struttura attuale del santuario, datata tra l'XI secolo ed il XII secolo, è l'ampliamento di una prima chiesetta, del VII-VIII secolo. La costruzione, in tufo e travertino, presenta elementi architettonici di notevole importanza quali, l'abside, il campanile e il portale in stile romanico. L'esterno absidale è sicuramente la parte più cromatica e più raffinata dell'intero edificio, si ammirano ornamenti ad intagli, archetti pensili, lesene e un finestrone centrale adornato. 

Sulle pareti esterne numerose formelle con figure di animali a rilievo, di provenienza ignota, creano un effetto davvero suggestivo. Il tetto a più falde e l'armonia dei volumi, conferiscono al santuario un aspetto piacevole ed imponente.

Il portale in stile romanico è formato da un'arcata a tutto sesto arricchita da intagli e rilievi. Anche sul fronte del portale si trovano formelle di tufo calcareo con bassorilievi che raffigurano i simboli dei quattro evangelisti, Marco il leone, Luca il bue, Giovanni l'aquila, Matteo l'angelo. A sinistra della facciata spicca il campanile anch'esso in stile romanico, di forma quadrangolare, poco slanciato e in cima adornato da quattro bifore.

La chiesa è a croce latina e dispone di tre navate, la centrale larga e molto alta, mentre le due navate esterne, strette e basse. In origine il santuario era ricco di pregevoli affreschi che raffiguravano episodi del vecchio e nuovo Testamento, sulle colonne sono tuttora presenti figure di Santi. I recenti restauri stanno riportando alla luce affreschi ormai quasi perduti. Sulla parete destra della navata centrale sono ben visibili scene del vecchio testamento. Oggi sulle pareti si possono ammirare il martirio di San Simone, la Torre di Babele, la creazione dell'Eden con Adamo ed Eva, l'uccisione di Abele e molte altre scene bibliche. Sui pilastri sono dipinte le figure di Santa Lucia, San Leonardo, San Vito Martire, San Rocco e San Giovanni Battista.

Nel XIII secolo è stato ampliato l'abside, ad opera di Melchiorre da Montalbano che fu chierico di Anglona. Risalgono al XV secolo invece il rifacimento dell'ala sinistra e la ricostruzione dell'episcopio.

Un'antica leggenda narra di un giovane pastorello che, mentre pascolava il suo gregge sulla sommità della collina "Variante", a metà strada tra Tursi ed Anglona, vide avvicinarsi una "bellissima Signora", che gli chiese di recarsi in paese, per invitare gli abitanti del luogo ad andarLa a prendere. La gente prima incredula, poi sempre più curiosa si dirige sulla sommità della collina dove ritrova la statua della Madonna e la riporta nel suo santuario. Nel luogo del ritrovamento fu costruito un capitello votivo in mattoni e, a ricordo dell'avvenimento, vi fu posta una croce in legno. Da allora tutti gli anni, l'ultima domenica di aprile, la Madonna viene portata a spalle per un percorso di oltre 10 km, dal santuario alla cattedrale di Tursi.

La statua che oggi si venera è stata realizzata alla fine del Settecento su incarico del vescovo Salvatore Vecchioni e raffigura la Madonna in posizione frontale, seduta sul trono, che tiene sul braccio sinistro il Bambino Gesù. La mano destra della Vergine è protesa in avanti e stringe uno scettro d'argento. La Madonna veste una tunica rosa e un manto celeste ed è ricoperta da un velo celeste decorato con stelle e bordi dorati. Gesù Bambino è vestito di bianco e benedice con la mano destra, mentre con la mano sinistra regge un globo terrestre d'oro sormontato da una croce.

Il 19 maggio 1901, la Vergine Maria venne incoronata "Regina di Anglona" dal vescovo Carmelo Pujia. Nel 1946 la Madonna di Anglona venne proclamata Patrona massima di Tursi e di tutta la diocesi. Il 1951, nella ricorrenza del cinquantesimo anno dall'incoronazione, il vescovo Pasquale Quaremba ricordò l'avvenimento con solenni festeggiamenti e pellegrinaggi in tutti i paesi della diocesi, donò, inoltre, il nome della Madonna alla piazza che era in costruzione, da allora fu denominata "Piazza Maria Santissima di Anglona", attuale centro della città di Tursi. Il pellegrinaggio della statua tra i paesi della diocesi venne ripetuto anche nel 1983.

L'8 settembre 2001 ricorreva il centenario dell'incoronazione della Regina di Anglona e molti furono i fedeli accorsi da ogni parte della diocesi, presso il santuario, dove su di un grande palco il cardinale Michele Giordano, alla presenza di mons. Francesco Cuccarese e dei vescovi Francescantonio Nolè, Rocco Talucci e Vincenzo Franco, ripose le corone, ristrutturate per l'occasione, sulla testa del Bambino e della Madonna. Un grande afflusso di fedeli, oltre diecimila, festeggiò l'avvenimento sul colle.

Tutti gli anni, dall'1 all'8 settembre, si svolgono sul colle di Anglona funzioni religiose, concerti musicali e fiere di ogni genere. Il giorno otto è il giorno dedicato alla Madonna, sul colle accorrono migliaia di fedeli da ogni parte della diocesi, per festeggiarla con messe solenni, veglie di preghiera, canti, fuochi di artificio e processioni. Molti tursitani emigrati tornano dai paesi più lontani per essere presenti e partecipare alla festa più sentita dal popolo della diocesi, il quale manifesta la devozione alla Vergine con atti votivi ed usanze di origine antica.

Chiesa di Santa Maria Maggiore

La chiesa di Santa Maria Maggiore nel rione Rabatana risale al X - XI secolo.

Nel corso dei secoli la chiesa ha subito diversi interventi tanto da perdere il suo originario stile. Nella prima metà del XVIII secolo è stata rifatta in stile barocco, conservando soltanto la facciata quattrocentesca.

L'interno è a tre navate con soffitto a cassettoni e un transetto che non oltrepassa le navatelle laterali. Sopra la porta d'ingresso principale un affresco raffigura la strage biblica di Sennacherib. In alto, sulle pareti laterali, sono raffigurati gli evangelisti san Luca e san Marco.

A sinistra entrando si trova il fonte battesimale con vasca in pietra lavorata e cupola tronco piramidale in legno massello, del XVI-XVII secolo. La sacrestia è arredata con massicci armadi lignei.

Nella chiesa si possono ammirare un'acquasantiera in pietra lavorata, datata 1518, un crocifisso in legno del XVI secolo e le pitture del coro del 1900. In fondo alla navatella di sinistra, la cappella del trittico trecentesco del maestro di Offida, che raffigura la Vergine in trono col Bambino e scene della vita di Gesù e della stessa vergine.

Il quadro si fa risalire alla scuola di Giotto ed ha un pregevole valore artistico. Il 1545, la cattedra vescovile da Santa Maria Maggiore venne trasferita nella chiesa di San Michele ove rimase per un anno, mentre nel 1546, con bolla del papa Paolo III, fu trasferita presso la chiesa dell'Annunziata e, sempre con bolla di Paolo III, la chiesa di S. Maria Maggiore fu elevata a collegiata insigne con relativo clero come per la cattedrale dell'Annunziata.

La cripta, del VII-VIII secolo, nel 968 ha ospitato la cattedra vescovile della Diocesi di Tursi in quanto era l'unica chiesa esistente in Tursi. 

L'ipogeo è sottostante al presbiterio e si compone di tre piccoli vani comunicanti. Un vano custodisce l'altare dedicato a santa Maria Maddalena e il sarcofago in pietra con lo stemma di san Giorgio della famiglia De Giorgiis, passato poi alla famiglia Doria.

Gli affreschi della cappella rappresentano storie di santi e iscrizioni in latino riguardanti la morte e la sepoltura in loco di due giovani della famiglia De Giorgiis. Gli affreschi sono attribuiti a Giovanni Todisco che li eseguì, tra il 1547 e il 1550, per conto della Famiglia De Giorgiis. 

Dalla cappella si accede al presepe di pietra datato 1547-1550. Il presepe è attribuito ad Altobello Persio, di Montescaglioso, che ha lasciato significative tracce della sua arte scultorea a Matera e dintorni.

Chiesa di San Filippo Neri

Edificata nel 1661 in stile barocco è dedicata al culto santo patrono della città. La chiesa è situata in piazza Plebiscito nel rione San Filippo. L'edificio ha tre navate e conserva opere dell'artista tursitano Francesco Oliva. San Filippo Neri fu acclamato protettore di Tursi durante il seicento mentre nella città imperversava la peste e il colera. 

Negli stessi anni, a metà del XVII secolo nel rione Petto venne costruito l'oratorio San Filippo. L'edificio dell'oratorio si sviluppa su tre livelli, nell'Ottocento ospitò i frati missionari di San Vincenzo de Paoli.  

Chiesa di San Michele Arcangelo

È situata nell'omonimo rione e dedicata al culto di San Michele Arcangelo. Costruita attorno al X secolo. 

Nel 1060 vi ha avuto luogo il sinodo dei vescovi. Le pareti interne sono addobbate con quadri e sculture di Antonio Cestone. Fino all'8 agosto 1545 ricoprì il ruolo di cattedrale della diocesi.  

Altre chiese

Il convento di San Francesco d'Assisi, dell'Ordine dei Frati Minori Osservanti, risale alla prima metà del XV secolo, più precisamente al 1441, sito sulla collina omonima, a est del centro abitato, domina sul rione Santi Quaranta.

Nel Seicento divenne seminario di tutte le arti liberali. Sin dalla sua fondazione aveva accolto un noviziato, un professorato e uno studio di filosofia. Nel 1609 la struttura venne ampliata e arricchita con una biblioteca. Durante il XIX secolo il convento cadde in abbandono, fino a quando nel 1894 venne adibito a cimitero. Nel 1914 fu definitivamente chiuso, viceversa la chiesetta interna venne utilizzata fino agli anni cinquanta. 

All'interno della chiesetta, si sono rinvenute alcune antiche pitture datate 1377. Ciò ha fatto supporre che la chiesetta fosse preesistente. Secondo altre fonti, però, le pitture sarebbero state eseguite nel XVI secolo e rappresenterebbero un evento miracoloso avvenuto nel 1377. 

Nel 1991 è stato dichiarato monumento nazionale dal ministro Ferdinando Facchiano.

Il convento di San Rocco, dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, risale alla fine del XVI secolo, più precisamente al 1589 è ubicato sulla collina omonima a ovest del centro abitato. Negli anni novanta il vescovo mons. Rocco Talucci concesse l'uso del convento alla Fondazione Exodus Onlus di don Antonio Mazzi, per il recupero dei tossicodipendenti. I ragazzi della fondazione, provenienti da ogni parte d'Italia, hanno riqualificato il convento e migliorato la zona circostante. Il 16 agosto, nel giorno della festa del santo, è consuetudine recarsi al convento per ascoltare la funzione e fare una processione nei dirtorni del convento.

Tra le altre chiese troviamo la chiesa della Madonna delle Grazie edificata tra il XVII e il XVIII secolo in stile barocco. È ubicata nei pressi di via Eraclea, ai piedi del centro storico. Presenta un ampio frontale, con tre porte d'ingresso, sormontato da una monofora campanaria. Dietro l'altare, si conserva un'antica statua di legno della Madonna col Bambino risalente al settecento. 

Nella frazione Caprarico è prensete la chiesa di Maria Santissima Regina del Mondo, mentre nella frazione Panevino troviamo la chiesa della Madonna del Rosario.

Palazzo Brancalasso

Il palazzo del barone Brancalasso, semplicemente chiamato "Palazzo del Barone" è situato al centro di piazza Plebiscito, nel rione San Filippo, la sua costruzione è velata da un pizzico di mistero. 

Un'antica leggenda narra che il palazzo fu costruito in una sola notte da demòni e spiriti degli inferi, i quali, non potendo far ritorno in tempo nel loro regno, si materializzarono alle luci dell'alba sul tetto dell'edificio sotto forma di statue. In realtà in una notte venne delimitato il perimetro del palazzo alla cui costruzione si opponevano i proprietari dei fondi vicini.

 Le tre statue posizionate su di esso simboleggiano la giustizia, la pace e la carità.

Palazzo Latronico

È situato in pieno centro storico, nel rione San Michele, è probabilmente il più grande palazzo di Tursi ed è dotato di un ampio atrio con gradinata interna in pietra e di una caratteristica torre del belvedere. 

Il palazzo è stato abitato dalla famiglia Latronico fino agli anni sessanta.  

Palazzo Pierro

È stata la casa del poeta Albino Pierro, edificata nel rione San Michele. L'abitazione denominata dal poeta, nelle sue poesie, ‘U Paazze è una costruzione composta da un seminterrato e due piani in elevazione. 

Gode di un ampio panorama che spazia dal torrente Pescogrosso al convento di San Francesco sino ai dirupi del rione Rabatana. Luoghi, questi, di grande ispirazione per il poeta. 

Dopo la morte di Pierro, la casa è stata adibita, ai piani superiori, a "Biblioteca Pierro" dove sono custoditi molti dei libri utilizzati dal poeta e tutte le opere originali. 

Questo palazzo è meta di turisti e studiosi poiché oltre alla biblioteca, ospita anche il "parco letterario Albino Pierro". La targa marmorea installata dal comune dopo la morte del poeta riporta una citazione tratta dall'epigafre dell'opera Ci uéra turnè.

«Uèra turnè cchi ssèmpe addu' ci scùrrete,
come nd'i ddrùpe ll'acque, 'a vita mèje»

«Vorrei tornare per sempre dove scorre,
come fra i dirupi l'acqua, la vita mia»

(epigrafe sulla casa natale di Albino Pierro)

Castello

Costruito dai Goti attorno al V secolo per difesa del territorio è situato su una collina a 346 m s.l.m., difeso naturalmente da tre voragini, di oltre cento metri, di origine franosa; il "fosso della Palmara" (a Iaramma) a nord, il "fosso di San Francesco" (u fòss d'San Francisch) a est e il "fosso della Cattedrale" (u fòss da Catr'dé) a ovest. Oggi sono solo rimasti i resti di quello che fu un castello gotico, alcune parti però, come i cunicoli sotterranei, sono rimasti intatti fino all'inizio del Novecento. 

Scavi archeologici, in contrada Castello, hanno portato alla luce, scheletri, tombe, monete, frammenti di anfore e palle ogivali di piombo recanti la scritte EIETHIDE (greca) e APNIA (latina), queste opere sono attualmente esposte nel Museo archeologico nazionale della Siritide di Policoro. 

Da atti del 1553, tra la città di Tursi e il marchese Galeazzo Pinelli, si scopre che il castello è stato abitato fino al XVI secolo e che misurava 400 palmi di lunghezza e 200 di larghezza, con una superficie di 20.000 palmi quadrati, tra cui 15 000 adibiti a giardino, cantine e cisterne, mentre i restanti 5 000 per una comoda abitazione. Era costruito su due piani e aveva due torri cilindriche a tre piani. 

Dentro le mura di cinta erano presenti un giardino, delle cantine, alcune cisterne e comode abitazioni per i baroni; l'ingresso era regolato da un ponte levatoio. Fu dimora di numerosi signori, principi e marchesi, ma durante i periodi di guerra diventava una fortezza. Un'antica tradizione crede all'esistenza di un cunicolo tra la chiesa di Santa Maria Maggiore nel rione Rabatana e il castello, che doveva consentire ai signori di recarsi in chiesa indisturbati.

Piazze

Tra le piazze principali dell'abitato troviamo piazza Maria Santissima di Anglona, costruita nel 1951 dal genio civile di Matera, originariamente come consolidamento dell'argine del torrente, costituisce l'attuale centro cittadino. 

Ospita la cattedrale dell'Annunziata, la curia vescovile, la sede del municipio e il monumento ai caduti. Confina e ingloba di fatto, piazza cattedrale, piazza del mercato coperto, piazza del monumento costruita nel 1955 per onore ai caduti e piazza terrazzo sul Pescogrosso costruita nel 2001. 

Nella parte storica, in rione San Filippo è presente piazza Plebiscito, considerata il vecchio centro cittadino fino agli anni sessanta. Sulla piazza si affaccia la chiesa del santo patrono della città, San Filippo e il palazzo Brancalasso.  

Monumento ai Caduti

La città di Tursi ha contribuito con molti uomini durante la prima e la seconda guerra mondiale, e proprio in onore ai caduti tursitani che l'amministrazione comunale, guidata dall'allora sindaco Armando Di Noia, fece erigere il monumento. 

Il monumento ai caduti è situato in piazza monumento e la costruzione risale al 1970. Sui lati del cippo marmoreo si leggono i nomi dei caduti sul fronte e la seguente iscrizione:

«I nostri morti per la patria non sono degli assenti, sono degli invisibili, 

che fissano i loro occhi pieni di gloria, nei nostri pieni di lacrime»

(Tursi, AI SUOI CADUTI, 1970)

Siti archeologici

ANGLONA - Il sito archeologico ubicato nei pressi di Anglona, ha portato alla luce un'acropoli di origine bizantina, che sarebbe stata costruita sulle rovine dell'antica città di Pandosia. Sulla collina e ai piedi del versante nord, in zona conca d'oro, sono stati rinvenuti dei busti della dea Demetra e statuette della Sfinge alata. 

In una tomba sono stati rinvenuti: una collana di pasta vitrea, diversi anelli, due orecchini con pendagli a piramide in oro di stile tarentino, un'anfora e due scodelle decorate con palmette, appartenute a una giovane donna. Tale corredo data, con una certa approssimazione, la tomba al III secolo a.C. Gli ori e le monete di argento rinvenuti negli strati inferiori del santuario campestre dedicato al culto di Demetra risalgono alla metà del IV secolo a.C.  

VALLE SORIGLIANO - Il sito archeologico di valle sorigliano, ubicato nei pressi di Anglona ha portato alla luce un'intera necropoli datata all'età del ferro. 

In particolare nella tomba 31 sono stati ritrovati 2 scalpelli, una scure, un'ascia in bronzo (composizione questa, simile alla tomba 84) e una grande falce in ferro con manico bronzeo lungo 44 cm., indice che la popolazione era impegnata da un lato in guerre e dall'altro nella gestione delle attività economiche. 

Nella stessa zona sono state scoperte altre tombe a cumulo risalenti alla prima metà dell'VIII secolo a.C., e alcune necropoli ellenistiche e romane, che custodivano ricchi corredi.

COZZO SAN MARTINO - Il sito archeologico di cozzo San Martino è ubicato nel circondario del comune, a sud del castello. Sono stati rinvenuti, in una necropoli, alcuni reperti dell'età del bronzo.  

CONTRADA CASTELLO - Il sito ubicano nei pressi del castello dove è stata rinvenuta un'acropoli costituita su uno sperone roccioso di sabbie risalente al medio età del bronzo. 

Scavi archeologici nei pressi dei resti del castello gotico di Tursi, hanno portato alla luce scheletri, tombe, monete frammenti di anfore e palle ogivali di piombo recanti la scritte EYHfIDA (greca) e APNIA (latina), queste ultime, usate come armi di lancio durante un assedio al castello.  

Tradizioni e folclore

Molte tradizioni tursitane si rifanno ad avvenimenti religiosi. La più conosciuta è la Festa della Madonna di Anglona che ricorre ogni 8 settembre. La domenica dopo Pasqua, invece, la statua settecentesca che raffigura la Madonna viene portata a spalla per un percorso di oltre 10 km, dal santuario di Anglona alla cattedrale dell'Annunziata di Tursi e il 1º maggio nel tragitto inverso. Il 26 maggio ricade la festa patronale dedicata a San Filippo Neri.

La sera del 18 marzo è tradizione bruciare le frasche, creando così grandi falò. La gente del luogo chiama l'evento u umnnàrie riferito al falò di San Giuseppe.

Nel periodo natalizio, dagli anni settanta, viene allestito il presepe vivente tra i vicoli del rione Rabatana.

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