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Il centro
abitato sorge su una collina a 598 m s.l.m. nella
parte nord-occidentale della provincia in posizione dominante la valle del
torrente Salandrella, che costituisce il corso iniziale del fiume Cavone.
Il versante che si affaccia sulla valle della Salandrella è
caratterizzato da strapiombi e dai caratteristici calanchi argillosi,
mentre invece il versante opposto del territorio comunale, quello che si
affaccia sul torrente Gruso, è ricoperto da boschi di querce,
che si estendono per oltre 1000 ettari, uliveti e
frutteti.
Secondo
alcuni studiosi il nome deriverebbe dal composto greco Thalassa andros,
“mare-uomini”, e alluderebbe alla colonizzazione achea, proveniente
dalla Magna Grecia. Un’altra ipotesi farebbe derivare il nome dal greco
Acheloo, l’antico fiume figlio di Oceano, personificazione delle
inondazioni che, nella lotta con Ercole, assunse la forma di dragone
attorcigliato. Probabilmente la Salandrella, per il suo corso tortuoso, fu
identificato con il dio Acheloo. Una recente ipotesi fa derivare la
denominazione degli uomini che abitavano le zone nei pressi della
Salandrella, dal greco Acheloo Andros, “uomini dell’Acheloo”, da cui
Achelandros e quindi: Salandra.
Il
territorio di Salandra fu sede di stanziamenti Entri fin dal IX-VIII
secolo a.C., come documentano i resti di un antico villaggio sulla Timpa
Sant’Angelo e numerosi ritrovamenti di cocci di vasi, simili, nelle
decorazioni, a quelli ritrovati in molte altre zone del Materano. Alcuni
cocci di ceramica graffiata o impressa, rilevano che in questa zona
dovevano esistere degli insediamenti già in età neolitica. Reperti
analoghi sono stati ritrovati nella piana di San Giovanni. Un altro
insediamento che risale all’Età del ferro è quello di S.Vitale (tracce
di capanne e materiale in pasta figulina).

Il
suo territorio fu abitato dagli Enotri sin dall'VIII
secolo a.C., come
testimoniato dai resti di un antico villaggio in località Monte
Sant'Angelo. L'odierno abitato risale invece all'epoca normanna; le prime notizie ufficiali su Salandra si ritrovano in una bolla papale
del 1060. Nel 1119 la
contessa Emma di Sicilia, moglie di Rodolfo
di Montescaglioso e
figlia di Ruggero
I d'Altavilla,
concesse in dono il feudo di Salandra all'abbazia
benedettina di San Michele Arcangelo di Montescaglioso.
Successivamente in epoca sveva Salandra fu proprietà del barone Gilberto da Salandra, mentre in
epoca angioina passò alla famiglia Sangineto.
Nel 1381, in seguito al matrimonio di Margherita di Sangineto con Venceslao
Sanseverino, il feudo passò ai Sanseverino, conti di
Tricarico. Nel 1485 Antonello
Sanseverino, principe
di Salerno e capo
della Congiura
dei Baroni, fu privato
di tutti i suoi feudi dal re Ferdinando
I di Napoli; il feudo
di Salandra fu così venduto e ricomprato più volte negli anni
successivi.
Nel 1544 Salandra fu acquistata definitivamente da Francesco Revertera,
luogotenente della Regia
Camera della Sommaria;
i Revertera, diventati duchi di Salandra dal 1614, ne restarono proprietari fino al 1805. Nel 1656 il
paese fu colpito dalla peste, ed a seguito di quella calamità fu
proclamato patrono san
Rocco, il santo
taumaturgo. Nel 1799 partecipò attivamente ai moti per la Repubblica
Partenopea con
l'innalzamento dell'albero della libertà. Successivamente fu duramente
colpita dal terremoto
del 1857 che
sconvolse la Basilicata.
Nel 1861, durante il brigantaggio,
Salandra fu assaltata dai briganti capeggiati da Crocco e da Borjes:
anche se protetto dalla guardia nazionale, il paese fu invaso dai briganti
in quanto il popolo, ostile ai signori, aprì un varco ai briganti
consentendo loro di entrare nell'abitato. Infatti il paese, difeso dalla
Guardia Nazionale, fu attaccato il 6 novembre 1861 dalle masse di Crocco
che nelle sue memorie riporta: «Il paese è asserragliato; la guardia mobile e la guardia
nazionale forti di 200 fucili hanno occupato il castello feudale e
dall'alto della piccola rocca fanno una resistenza validissima. Abbiamo
dalla nostra qualche morto e diversi feriti…; ma il popolino è ostile
ai signori e dall'interno del chiuso paese mormora e minaccia. Ci viene
aperto il passaggio e noi avanziamo in città distruggendo e devastando. I
difensori del castello sono nostri prigionieri, qualcuno è malmenato,
qualche altro ucciso, i più sono salvi. Il saccheggio e l'incendio durano
tutta la notte; i morti sono parecchi, qualcuno è trovato
carbonizzato tra le fumanti macerie.» Ulteriori particolari sull'attacco
al paese sono riportati nel diario del Borjès che attribuisce il merito della conquista alla propria azione di
comando.
Negli
anni della seconda
guerra mondiale, tra
il 1940 e il 1943, Salandra fu uno dei comuni lucani in cui furono
confinati profughi
ebrei in internamento civile;
furono tutti liberati con l'arrivo dell'esercito alleato nel settembre
1943.

Piazza
Marconi, a Salandra, rappresenta il punto di inizio del nucleo medioevale,
dove sorge la chiesa della Santissima Trinità, gli antichi palazzi e il
castello.
Del
maniero, risalente al XVII secolo, sono visibili in realtà solo i suoi
ruderi, in particolare due arcate e pochi resti delle mura.
Una buona
parte del territorio di Salandra è costituito da zone di elevato
interesse storico e archeologico, in particolare i resti di un antico
villaggio sulla Timpa Sant’Angelo e numerosi ritrovamenti di cocci di
vasi lasciano intendere che il comune del materano è stato sede di
stanziamenti a partire dai secoli IX-VIII a.C.
Chi
arriva a Salandra non può non visitare il chiostro del Convento dei
Padri Riformati, (o di San Francesco): attualmente sede del municipio,
fu edificato a partire dal 1573 per
volere di Francesco Revertera, signore di Salandra, e la sua costruzione
fu sostenuta anche da numerose offerte da parte della popolazione. Il
convento, dedicato inizialmente a Sant'Antonio e
poi a San
Francesco, comprendeva un seminario e fu a lungo sede di Università
di Teologia. Vi fu educato anche padre Serafino da Salandra, definitore
della provincia di Basilicata e custode dell'ordine dei Riformati, nonché
poeta.
La chiesa
di Sant'Antonio, annessa al convento. È caratterizzata da un elegante
portale settecentesco abbellito da sculture raffiguranti due leoni in stile
romanico.
Al suo
interno vi sono numerose opere di interesse artistico, tra cui un
Polittico di Simone
da Firenze del 1530 raffigurante
l'Annunciazione, un altro Polittico del 1580 opera
di Antonio
Stabile ed una lunetta raffigurante la Madonna col
Bambino opera di Pietro
Antonio Ferro, il pregevole organo della cantoria datato 1570,
uno dei più antichi tra quelli funzionanti in Italia, un altare del XVII
secolo, numerose tele tra cui l'Ultima Cena, Madonna con
bambino, S. Antuono, S. Francesco, S. Gennaro, S.
Giovanni Battista, S. Giovanni da Capestrano, S. Leonardo, S.
Nicola, S. Rosa, S. Vescovo e S. Vito, tutte
attribuite a Domenico
Guarino, e statue del XVI e XVII
secolo.

La chiesa
Madre, intitolata alla Santissima Trinità, fu edificata tra l'XI ed
il XII
secolo; fu quasi completamente distrutta dal terremoto del 1857 e
ricostruita. La chiesa ha un piccolo campanile con tre campane e l'interno
è ad una navata.
La chiesa
della Madonna del Monte: si trova a 7 km dal
paese sulla strada che porta alla stazione ferroviaria ed alla Basentana.
La chiesetta sorge nel luogo dove la leggenda narra che un pastore, mentre
abbatteva un albero, vide al suo interno l'immagine della Madonna. La
cappella è stata ingrandita alla fine dell'ottocento,
e l'immagine della Vergine è custodita nella nicchia dell'altare. La
festa si celebra l'ultima domenica di maggio.
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