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Policoro,
l’antica Heraclea, sorge al centro del Golfo di Taranto, nelle vicinanze
del fiume Agri, sulla fertile pianura di Metaponto e a pochissimi
chilometri dal mare, nella profonda anima della costa ionica.
Il
mare e l’archeologia, la natura incontaminata del Bosco Pantano, il
profumo delle rinomate fragole e degli altri prodotti della terra, ma
anche eventi coinvolgenti, non possono che motivare un viaggio nel
poliedrico territorio di Policoro e della Magna Grecia, per una vacanza
dalle diverse sfaccettature, all’insegna della continua riscoperta del
passato.
Il
nome deriva dal greco antico Polychoron. La città moderna sorge a
poca distanza dalle rovine dell'antica città di Eraclea,
importante centro della Magna
Grecia sorto
nel VI
secolo a.C.,
dove nel 280
a.C. i
Romani combatterono Pirro.
La
città antica faceva parte della regione della Siritide,
in prossimità di Siris.
Secondo altre differenti interpretazioni storico-archeologiche, Siris si
situava nello stesso territorio di Eraclea. Infatti, secondo tali
ricostruzioni, la fondazione di Eraclea avvenne nei pressi dello stesso
abitato della florida e ricca Siris.
Durante
tutta l'età
repubblicana,
Eraclea viene colpita da tumulti sociali, giunti al culmine nel 72
a.C. con
il passaggio della ribellione di Spartaco.
I recenti scavi archeologici, della missione archeologica italo-francese
condotta dall'Università
degli Studi della Basilicata e
dall'École
pratique des hautes études,
hanno portato alla luce le testimonianze che attestano la ribellione di
Spartaco ad Eraclea.
Dagli
scavi archeologi é emerso che, durante il passaggio della ribellione di
Spartaco, la parte più ricca dell'acropoli di Eraclea fu assediata
attraverso l'utilizzo di armi da guerra.
Nell'età
imperiale cominciò
invece la sua decadenza. Vi hanno risieduto il poeta Archia e il grande
pittore Zeusi,
forse originario della città.
Dal
Medioevo si sviluppò un piccolo centro urbano nelle vicinanze del
Castello Baronale.
Dal 1300 a 1600, il feudo di Policoro, in piena decadenza diviene proprietà
della famiglia Sanseverino, con passaggi tra i vari discendenti. Un
principe di quella famiglia, nel 1600, per ottenere la guarigione di un
figlio da una grave malattia, donò il feudo ai Gesuiti, che lo tennero
per lungo tempo, trasformando il castello in monastero. Il 21 novembre
1772 i Gesuiti furono espulsi dal Regno delle due Sicilie dal re
Ferdinando IV di Borbone.
Tutti
i loro beni, compreso il feudo “disabitato” di Policoro, furono
incamerati dal Regio Fisco. Il feudo di Policoro venne venduto all'asta e
acquistato dalla nobildonna Maria Grimaldi, principessa di Gerace. Alla
fine di aprile del 1799, nei giorni 29 e 30, nell’ex monastero di
Policoro, trasformato di nuovo in castello, soggiornò il cardinale Ruffo,
ospite della principessa di Gerace, mentre risaliva il Regno con il suo
esercito di volontari per domare la rivolta contro la monarchia borbonica;
nel maggio del 1806 pernottò nel castello il re Giuseppe Bonaparte
durante il suo viaggio da Reggio Calabria a Napoli.
Nel 1959 cessò
di essere frazione di Montalbano
Jonico diventando
comune autonomo. A partire dagli anni '60 vi è stato un notevole
incremento demografico, grazie alla popolazione proveniente
dall'entroterra lucano stabilitasi nel comune, che ha portato Policoro ad
essere il terzo centro della regione per numero di abitanti, oltre che uno
dei più importanti a livello economico essendo posto al centro della
piana del Metapontino.
Il
Borgo

Oltre
al mare e all’archeologia Policoro vanta un borgo particolarmente
interessante che merita di essere visitato senza deludere.
Il
castello baronale
è situato
su un rilievo che domina il bacino dell'Agri nel suo ultimo tratto, in
continuità col crinale sul quale insistono i resti delle città di Siris
ed Herakleia. Il "Castello" di Policoro, con le circostanti
costruzioni di servizio, si pone quale ultima testimonianza di un grande
latifondo, passato nella proprietà di diverse ricche e importanti casate,
fino alla Riforma Fondiaria, negli anni cinquanta del Novecento.
L'edificio
nasce come monastero fortificato, intorno all'anno Mille, ad opera dei
Basiliani che ne fanno un centro di culto e di lavoro che irradia la
propria influenza nei territori circostanti, offrendo, oltre al conforto
per l'anima, l'insegnamento di tecniche agricole e delle arti in generale.
Nel 1791, la principessa Maria Grimaldi Gerace Serra acquista l'intero
latifondo, trasforma l'edificio in un casale nobiliare e dà il via alla
costruzione del piccolo borgo circostante. Nel 1893 l'intero latifondo
passa al Barone Berlingieri di Crotone che lo utilizza anche come
residenza di svago, organizzando, battute di pesca e di caccia nel bosco
paludoso. Con la Riforma Fondiaria, inizia il periodo di declino del
Castello che negli anni Ottanta appare abbandonato, per essere poi
restaurato.
La
struttura ha subito, nei secoli, notevoli trasformazioni delle quali è
difficile tracciare una precisa evoluzione. Testimonianza importante per
comprendere l'antica forma della struttura è una litografia settecentesca
che ci regala l'immagine di un edificio imponente con torri e torrioni, di
cui oggi rimane traccia nei contrafforti. Esternamente la struttura è
solida, ha un aspetto sobrio, un volume compatto puntellato di finestre
architravate ordinatamente disposte su una superficie liscia e continua
all'interno della quale spicca il portale d'ingresso. Un portale ad arco
inquadrato in un ordine di lesene trabeate. All'interno i volumi si
dispongono intorno ad un ampio cortile pavimentato, l'essenzialità delle
linee è spezzata da arcate a tutto sesto sul lato sud e da una torre
campanaria a base quadrangolare.

Interessante
il borgo Casilini che simboleggia la riforma agraria e la rinascita
di Policoro, perché costruito proprio negli anni ’50. Qui risiedevano i
dipendenti dell’azienda feudale del barone Berlingieri di Crotone.
Aggirarsi
tra le piccole abitazioni rimanda alle atmosfere intime di un tempo
passato, facendone quasi rivivere la quotidianità probabilmente trascorsa
nella piazzetta, con al centro una fontana, che circonda lo spazio
decorato dal verde. In serata le casette si illuminano e si animano tra i
wine bar in cui degustare vino locale e prodotti tipici, o acquistare
souvenir realizzati dalle botteghe artigiane.
Tutti
questi sono i luoghi in cui si sviluppa la vita e la quotidianità di
una città, un tempo fervido centro della Magna Grecia, oggi dimensione in
cui il visitatore può entrare a contatto diretto con la gente del posto,
scoprendone le abitudini e la cortesia.

Tra
gli edifici religiosi di maggior interesse a Policoro si distingue la chiesetta
della Madonna del Ponte.
Il
piccolo tempio dedicato alla Santa Protettrice della città ionica – che
sorge nei pressi del castello baronale noto anche come Palazzo Berlingieri
– risale al XVIII secolo ed è caratterizzato da una facciata di fattura
molto semplice, realizzata con linee leggermente ondulate tali da
conferire un carattere armonioso all’intero complesso architettonico.
All’interno
della chiesetta della Madonna del Ponte sono custodite due interessanti
statue in legno, l’una raffigurante proprio la Madonna del Ponte, la
quale è databile tra XIII e XIV secolo, l’altra di San Vito.
Policoro,
l’antica Heraclea, sorge al centro del Golfo di Taranto, nelle vicinanze
del fiume Agri, sulla fertile pianura di Metaponto e a pochissimi
chilometri dal mare, nella profonda anima della costa ionica.
Il
mare e l’archeologia, la natura incontaminata del Bosco Pantano, il
profumo delle rinomate fragole e degli altri prodotti della terra, ma
anche eventi coinvolgenti, non possono che motivare un viaggio nel
poliedrico territorio di Policoro e della Magna Grecia, per una vacanza
dalle diverse sfaccettature, all’insegna della continua riscoperta del
passato.
Passato
che ferve nel Museo Archeologico Nazionale della Siritide.
Il
Museo archeologico nazionale della Siritide è situato all'interno del
sito di Heraclea (Herakleia), nei pressi di Policoro, in Basilicata.
La
prima sezione è dedicata alle testimonianze neolitiche, che provengono
dalle grotte di Latronico e dal altre aree della zona e consistono in
ceramiche dipinte a fasce rosse risalenti al VI-III millennio a.C.
La
seconda sezione si centra invece sull'età del bronzo, a cui appartengono
il corredo funerario di una tomba del 2000 a.C. rinvenuta a Tursi e le
ceramiche micenee del 1200 a.C. Altri reperti provengono dagli scavi
intorno all'antica colonia magnogreca di Siris con testimonianze del
tempio arcaico e della necropoli consistenti in statuette votive,
decorazioni e bassorilievi e elmi.
La
terza sezione è tutta dedicata alla città di Heraclea: sono presenti
anche qui statuette votive, laminette bronzee e anche monete mognogreche e
romane, matrici per il vasellame, crateri, coppe, vasi e una matrice a
rullo per decorare i vasi dei cortili delle case.
Nella
quarta sezione sono situati i reperti delle necropoli magnogreche tra cui
spicca la Tomba di Policoro con numerosi grandi vasi a figure rosse di
tema mitologico.
La
quinta e ultima sezione è dedicata alle popolazioni enotrie e lucane
stanziate lungo i corsi dei fiumi Agri e Sinni. I reperti provengono dai
corredi delle necropoli di Anglona, Chiaromonte, Tursi e Armento e Aliano
con un corredo funebre di un principessa e circa mille tompe risalenti a
circa VII-VI a.C.
Riserva
naturale orientata Bosco Pantano di Policoro
La riserva
naturale orientata Bosco Pantano di Policoro è un'area
naturale protetta,
istituita nel 1999
e occupa una superficie di 500 ettari,
di cui 21 sono oasi del WWF
Italia detta Oasi
WWF Policoro Herakleia.
Il
territorio alterna una zona paludosa a canneti,
il Pantano di Policoro, al bosco
planiziale di
Policoro, che conserva solo una piccola parte di una delle foreste
planiziali più importanti dell'Italia meridionale: il Bosco di Policoro
è ciò che resta dei due nuclei dei boschi del Pantano soprano e
del Pantano sottano.
Nel
1931 vennero censiti 1600 ettari di bosco; oggi ne restano 680 e subiscono
l'attività antropica e la siccità.
Il
Pantano di Policoro è un'importante area di sosta per numerosi uccelli
migratori,
di cui sono state censite circa 170 specie. Tra esse sono ben
rappresentati l'airone bianco maggiore, l'airone cenerino, la garzetta, il
chiurlo maggiore e la spatola.
Tra
i rapaci troviamo:
l'allocco, il barbagianni, la civetta, il falco di palude, il gheppio
comune, il nibbio bruno, il nibbio reale e la poiana.
Nel
canale è attestata di recente la presenza della lontra, specie a rischio
di estinzione, mentre sugli argini pesca il martin pescatore.
Degne
di nota le popolazioni di tartarughe: sono presenti la tartaruga comune (Caretta
caretta),
la tartaruga di terra e la tartaruga palustre. Il Centro recupero animali
selvatici dell'oasi dl
WWF cura le tartarughe
marine in
difficoltà,
così come le testuggini, ossia le tartarughe terrestri.
Nel
bosco vivono oltre 2.000 specie. Tra i mammiferi che
popolano la riserva ci sono la faina, la martora e il tasso.
Tra
i rettili, oltre alle tartarughe, si segnalano il biacco, il cervone e
l'orbettino.
Tra
gli insetti è
presente il raro coleottero Rosalia
alpina,
specie di interesse comunitario particolarmente vulnerabile, motivo
d'istituzione del SIC e della zona
di protezione speciale.
Le specie di coleotteri presenti nella Riserva rappresentano il 20% delle
specie italiane.
Tra
le piante,
si trovano la barba di frate, la calcatreppola, il ravastrello marittimo,
la gramigna della spiaggia. Si trovano ancora il finocchio marino,
l’euforbia marittima, il giglio marino. La macchia mediterranea annovera
il lentisco, il ginepro coccolone , la fillirea, il rosmarino, il mirto e
il cisto.
Si
può osservare allo stato spontaneo la liquirizia.
La
vegetazione arborea è composta da frassino, ontano nero, pioppo bianco,
cerro, acero campestre, alloro, melo selvatico, biancospino, fico,
sanguinella e alaterno.
Fonte:
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