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Il Comune
di Miglionico è situato in provincia di Matera a circa 20 chilometri dal
capoluogo. Percorrendo la strada che conduce a questo piccolo borgo di
antiche origini, lo sguardo è attratto immediatamente dal castello, che
si erge maestoso sullo sperone terminale della collina di Cencree a
guardia tra le valli dei fiumi Bradano e Basento.
Miglionico
è situata nella media valle
del Bradano, e sorge su una collina tra i fiumi Bradano e Basento nella
parte centro-orientale della provincia. Nel suo territorio si trova la riserva
regionale San Giuliano, in quanto il versante destro del fiume
Bradano e del lago di San Giuliano appartengono in parte al territorio del
comune.
Una
volta, quando non esisteva la strada
statale 407 Basentana, era via obbligata per chi dal litorale
jonico doveva addentrarsi nella Lucania per raggiungere Potenza e da lì
Napoli.
Le
origini di Miglionico sono remote, probabilmente risalenti ad una città enotria,
come testimoniato da tombe e vasi risalenti fino al VI
secolo a.C. rinvenuti nel suo territorio. Secondo la
tradizione Miglionico fu fondata da Milone,
dal quale deriverebbe anche il nome della città; questi fu un celebre
atleta di Crotone del VI
secolo a.C., vincitore nella battaglia contro Sibari,
e definito olimpionico in quanto più volte vincitore come lottatore nei Giochi
Olimpici.
Secondo
un'altra interpretazione invece il Milone fondatore di Miglionico fu Milone
di Taranto, un luogotenente di Pirro che
prese parte anche alla battaglia
di Heraclea, che giunto sulle colline tra il Bradano ed
il Basento vi
fondò una colonia militare chiamandola Miglionico. Milone munì
Miglionico di grandi mura, come recita la frase Milo Magnus Miles Me
Munivit Magnis Muris, rappresentata dalle sette M iniziali
presenti sullo stemma del comune. Dopo la colonizzazione greca, divenne
città lucana,
poi passò sotto i Sanniti fino
al 458 a.C.,
anno in cui fu espugnata dai Romani.
La storia di questo centro è strettamente legata a quella del suo
imponente castello.
- Castello
Il castello
del Malconsiglio fu costruito su un colle della città a partire
dall'VIII-IX
secolo, in una posizione strategica, noto per aver ospitato nel 1485 la Congiura
dei baroni. Ebbe due successivi ampliamenti, il primo nel 1110 ed
il secondo nel 1400.
Ha la forma di un parallelogramma,
fiancheggiato da sette torrioni,
alcuni quadrati (i più antichi), due bitorri e altre circolari, poste ai
vertici della costruzione.
L'entrata
attuale è posta a nord-est, mentre quella originaria distrutta dal terremoto
della Basilicata del 1857 era rivolta a sud. Al suo interno, e
precisamente al piano superiore, vi sono l'androceo ed
il gineceo,
il salone del Malconsiglio, dove si tenne la congiura, e la sala della
Stella o degli Spiriti, la parte più bella e segreta del castello, con il
soffitto a stella e con degli scrigni dove venivano custoditi i tesori ed
i documenti più preziosi.
Appartenne
nel tempo al conte Alessandro di Andria,
ai Sanseverino di Bisignano,
ad Ettore
Fieramosca, ai Pignatelli,
ai Caracciolo ed alla famiglia Revertera, duchi di Salandra.
Fin
dall'800 nel centro storico di Miglionico era nota la presenza di
ritrovamenti archeologici importanti purtroppo spesso devastati.
Il
castello "del Malconsiglio" è stato oggetto di scavi
archeologici, in occasione dei lavori di restauro, nel 2006 e nel 2007.
La
prima campagna di scavi ha individuato nel cortile interno alcune
vasche per lo spegnimento della calce del XVII-XVIII secolo e una
precedente fase di occupazione di VIII-III secolo a.C. documentata da una
struttura abitativa e da alcune sepolture in enchytrismoi.
All'esterno
nella zona adiacente al perimetro sono state rinvenute nella campagna del
2007 quattro tombe terragne con defunto rannicchiato, tipologia
ampiamente diffusa in area bradanica e in ambiente anaellenico, databili
al V e IV secolo a.C.
Nel
corso del 2011 sono stati eseguiti interventi archeologici in
relazione alla sistemazione di piazza Castello. I lavori hanno avuto
durata complessiva di circa due mesi ed hanno interessto un'area di circa
2200 m². Gli scavi del 2011 confermano quanto precedentemente rilevato
sull'occupazione antica della collina del castello.
Dalle
origini al XIV secolo - La prima fase evidenzia un impianto a
parallelogramma costituito da un solo livello fuori terra. Tale
considerazione oltre a verificare e prendere atto di quanto affermato dal
Ricciardi a proposito dell'antichità del piano terra rispetto al secondo
in relazione alla presenza, chiaramente individuabile tuttora, della
merlatura sulle murature perimetrali, scaturisce anche dalle differenze
tipologiche e spaziali degli ambienti, evidenti soprattutto nell'ala della
Sala del Malconsiglio: il piano terra e costituito da una successione di
ambienti coperti con volte a crociera con eleganti e slanciati archi
ogivali, mentre il piano superiore e caratterizzato da possenti arconi a
tutto sesto che scandiscono lo sviluppo della volta a botte.
La
zona sud-ovest ha un andamento rigorosamente quadrangolare, con l'ala
destra più ampia della sinistra, ma ambedue spazialmente ripartite
internamente in maniera perfettamente modulare, e il braccio trasversale
di unione che, proprio perché non mostra una tale geometrica regolarità,
desta qualche perplessità circa la contemporaneità costruttiva con le
altre due ali. Tale perplessità si evidenzia anche e soprattutto nella
mancanza di allineamento dello spigolo destro del fronte interno, che si
ritrova al secondo livello in corrispondenza dell'accesso alla "Sala
della Stella". Questa anomalia porterebbe a pensare che la
costruzione di questo lato sia avvenuta dopo la soprelevazione degli altri
due e che il muro di cinta fosse provvisto unicamente di camminamenti di
ronda. Alternativa a tale ipotesi, più attendibile, sarebbe il
considerare l'espediente d'angolo realizzalo dopo il terremoto per una più
efficace distribuzione degli accessi ai vari ambienti. D'altro canto, il
ballatoio attraverso cui si accede nella Sala della Stella e chiaramente
un'aggiunta moderna. Questa zona costituisce il nucleo residenziale del
castello.
Il
corpo ubicato a nord-est che contiene la porta di accesso originaria e il
cosiddetto mastio, dei quali parleremo in seguito, si sviluppa in forma
triangolare e costituendo una sorta di antemurale, è la zona riservata
agli armigeri. Le mura perimetrali di questo impianto sono costellate da
torri, circolari ai vertici, quadrangolari quelle intermedie. Un simile
impianto richiama analoghe fabbrichemilitari federiciane: non essendoci
alcun riferimento, però, nella pur copiosa letteratura relativa alle
opere fortificate di Federico II, del castello di Miglionico,
probabilmente la sua costruzione è posteriore a tale periodo e potremmo
farla risalire a cavallo della meta del XIV secolo.
D’altra
parte, un'attenta lettura dei caratteri architettonici conforterebbe tale
tesi: portali e finestre archiacute, volte goticheggianti sono frequenti
al piano terra. E probabile, quindi, che i progettisti abbiano preso a
modello gli impianti svevi, e solo l'orografia del terreno abbia impedito
un impianto analogo a quello del castello di Lagopesole. Nuove e pressanti
esigenze di carattere difensivo avranno indotto i realizzatori ad avanzare
in maniera più concreta le torri rispetto al perimetro delle mura. La
ricostruzione ipotizzata di questa prima fase evidenzia tre elementi
fondamentali:

1)
Il perimetro sud-est della costruzione è privo dei manufatti che saranno
il risultato di ampliamenti successivi: a) il corpo compreso tra i due
alti barbacani può essere ricondotto a fasi cinque-seicentesche; b) il
fabbricato che si sviluppa a lato dell'attuale portale e una costruzione
riconducibile alla fine ottocento inizi novecento; c) la cosiddetta
cappella che le fonti storiche e i caratteri formali daterebbero al XIV
secolo, per evidenti considerazioni di carattere logistico (si veniva a
trovare all'esterno della cinta muraria), inducono a non accettare tale
stato di cose. Le varie trasformazioni e cambiamenti d'uso subiti da
questi ambienti (prima frantoio, poi falegnameria), impediscono, al
momento attuale, di chiarire il problema;
2)
Lungo il perimetro sud-est della costruzione, libero quindi dei manufatti
di cui sopra, si ergono altre tre torri, in analogia a quanto presente sul
lato opposto: due quadrangolari intermedie, una circolare posta
all'attacco del corpo quadrangolare con il triangolare. Il lato est quindi
del corpo triangolare e costituito unicamente dalla torre quadrangolare
intermedia al muro di cinta al quale, dalla parte interna, si addossa la
scalinata attraverso cui si accede sia al camminamento di ronda
sovrastante detto muro di cinta, sia a quelli che si sviluppano lungo
tutto il perimetro del castello: tale perimetro è caratterizzato, come già
riferito, da una merlatura ancora individuabile nella muratura. Sul fronte
interno di questa, sul lato settentrionale, al di sopra della copertura
dei locali oggetto di ricostruzione dopo il terremoto, sono evidenti i
fori per l'alloggiamento delle travature lignee di sostegno dei
camminamenti.
Al
vertice dell'area triangolare e molto probabilmente nel sito ove si apre
il portale di accesso, non originario, ma costruito dopo la confisca del
1829, e con evidenti segni di rimaneggiamenti dovuti presumibilmente alla
ricostruzione post-terremoto, si potrebbe supporre la presenza del mastio.
Una testimonianza in tal senso ci viene da Nicola De Ruggeri il quale, nel
1940, descrivendo il castello, lo cita munito di "sette torri, tre
quadrate, tre agli angoli formate da doppie torri, una diroccata a destra
entrando nel portone......).
Considerando
che anche il Ricciardi parla di sette torri e non essendo più esistenti
quelle inglobate negli ampliamenti cinque-seicenteschi dell'ala sud-est,
si potrebbe affermare, con una buona approssimazione, che l'area
dell'attuale portale è caratterizzata dalla presenza di questa torre, più
alta delle altre, dalla quale si può spaziare, oltre che sul territorio
circostante, anche sull'intero paese. Così impostato l'impianto di
Miglionico risponderebbe ai canoni delle costruzioni fortificate con la
costante presenza del mastio. Inoltre, questa torre serve anche quale
elemento di difesa dell'antica porta di accesso.
3)
L'antica porta di accesso, scomparsa a seguito delle ricostruzioni e
trasformazioni dei luoghi dopo il terremoto, si apriva sul lato nord del
corpo triangolare. Il Ricciardi la riporta ancora esistente al 1867, anche
se in fase di profonda trasformazione, e ci fornisce una descrizione della
stessa che permette di risalire, con buona approssimazione, al sito
originario: "Il suo ingresso adunque preceduto da un lungo e largo
spianato, oggi guarda il Nord-Est: ma l'antica sua Porta era però a
fianco della presente, cioè guardava il Sud.
Di
questa porta, già posta su di un masso di fabbricato ch'estendesi
d'innanzi come un davanzale, sul quale esser doveva un'antiporta, veggonsi
ancora in buono stato i pilastrini con l'architrave, di pietre intagliate.
Accanto del detto architrave ci stanno come due Tigri anco di viva pietra,
e nel sommo vedesi lo stemma baronale de Bisignani, formato da uno scudo
inclinato con una fascia a traverso, sopra del quale e posto un cimiero,
con morione abbassato, dalla cui sommità escono due grandi corna
bovine... Sul detto architrave vedevansi, inoltre, sino a non molti anni
addietro, gli antichi merli con le petriere sporgenti, ed uno stretto
loggiato per accorrere in giro, a difesa della porta. Ormai merli e
petriere sono scomparsi, ed ora mi dicono che va pure ad essere distrutta
la intiera porta per nuova costruzione, che sta facendo il proprietario.
Per questa antica porta adunque entratosi nell'atrio interno, nel bel
mezzo vedesi l'antico cisternone, e la lunga gradinata......".
Il
De Ruggeri, riprendendo quanto riferito dal Ricciardi, localizza la porta
alla sinistra dell'attuale accesso: "L'ingresso al castello è al
lato N.O., ma l'antica porta (cui accedevasi solo dopo aver attraversato
il ponte levatoio!?) a sinistra dell'attuale, a Sud. fu murata per la
sovrappostavi nuova antiartistica costruzione di cui innanzi. Questa
antica porta, in corrispondenza all'interno della corte, mostra lo stemma
dei Bisignano (che stava sull'arco superiore)
...." "Accanto alla detta antica porta (all'interno)
vedesi ancora a destra un avanzo di una sola delle tigri che la
fiancheggiavano." Come si può ben intendere, la porta cui fa cenno
il De Ruggeri, è l'arcata tompagnata, sulla sinistra dell'ingresso.
Considerando le ridotte dimensioni di questa, e gli spazi limitati di tale
luogo, con la presenza del mastio e la lunga scalinata che occupa quasi
interamente questo lato delle mura, risulta arduo localizzarvi la
porta.
Certamente
quello che avrà indotto il De Ruggeri a questa considerazione sarà stata
l'orientamento su citato: "Il suo ingresso (.......) oggi guarda il
Nord-Est.; ma l'antica sua Porta (........) guardava il Sud".
Probabilmente lo storico, nel descrivere la porta antica la guarda
dall'esterno del fabbricato (e non poteva fare altrimenti essendo la
stessa inglobata in abitazioni private, e descrivendone le decorazioni che
evidentemente erano poste sul fronte esterno e non interno, in maniera così
dettagliata), mentre quella attuale la osserva dall'interno del cortile.
Gli elementi scultorei decorativi, descritti sopra, sono ancora presenti
all'interno dell'atrio, inseriti nella muratura della scalinata. Mentre
non è individuabile, al momento, alcun elemento che possa indicarci con
certezza la posizione della porta. Nella ricostruzione allegata, questa e
stata posizionata accanto all'attuale accesso, riconoscendo nella porzione
di muratura presente alla base del piedritto destro del portale i resti di
quel "Masso di fabbricato ch'estendesi d'innanzi come un
davanzale".

D'altro
canto, sul paramento esterno del muro di cinta si intravede una
discontinuità muraria che potrebbe far pensare ad un'apertura
successivamente tompagnata. Inoltre, lo spigolo di muratura che si eleva
da tale masso, chiaramente tagliato sino all'altezza in cui è costruito
con pietre squadrate, potrebbe costituire il fianco dell’antiporta.
Un'ultima considerazione da farsi per confortare la tesi della ubicazione
dell'antica porta riguarda la strada di accesso. L'unica strada che corre
sul lato orientale è quella che conduce alla Porta Pomarico (quella, cioè,
che sale dalla nuova fontana pubblica - Pila -, passando davanti al
Palazzo Comunale): ma questa giungeva nei pressi del castello, nel luogo
ipotizzato dal De Ruggeri per l'ubicazione della porta, attraverso un
sentiero abbastanza ripido.
Riferendoci,
invece, alla localizzazione della porta così come enunciata
precedentemente, l'attuale extramurale che costeggia il paese partendo
dalla fontana pubblica nei pressi del bivio per Grottole, giunge sin sotto
il castello e davanti alla porta alla quale si arriva dopo aver percorso
tre rampe a tornanti. In altre parole, l'ingresso si viene così a trovare
più alto del piano di posa delle mura perimetrali ed è accessibile
unicamente mediante i due terrapieni: chiunque tenta di entrare è esposto
al tiro delle sentinelle in condizioni di inferiorità e disagio. Analoga
situazione si riscontra nel castello di Lagopesole. Le sistemazioni della
strada e del piazzale anteriore hanno cancellato qualsiasi traccia di
questo stato di cose.
Dal
XIV secolo alla Congiura dei Baroni - Per
la ricostruzione della seconda fase si è preso, quale riferimento
temporale, il periodo storico della Congiura dei baroni. L'evoluzione
della tattica militare, sia offensiva che difensiva, fa sì che i
castelli, una volta edificati esclusivamente per ragion militari, assumano
nel tempo funzioni più prettamente residenziali e diventino l'espressione
della grandezza del Signore. Il castello del Malconsiglio incomincia ad
assumere l'aspetto di imponenza che tuttora conserva. Si costruisce il
piano superiore: le merlature scompaiono inglobate nella nuova muratura:
le torri si elevano e forse quelle d'angolo posteriori assumono la
configurazione attuale: l'inserimento della zona destinata ai collegamenti
verticali ne raddoppia il volume: la scalinata esterna diventa lo scalone
di accesso alla residenza comitale, mentre nuovi collegamenti vengono
realizzati per raggiungere le postazioni di difesa superiori (scalinata a
ridosso del muro perimetrale, interno al cortile, della Sala del
Malconsiglio). Il corpo triangolare conserva la propria fisionomia.

Dalla
Congiura all'abolizione della feudalità - Il
passaggio del feudo di Miglionico dai Sanseverino ai Revertera,
duca di Salandra,
determina la definitiva trasformazione del castello da fortificazione a
residenza baronale. Pur conservando l'impianto originario, il prevalere
del carattere residenziale modifica il sistema distributivo interno. Sul
fronte esterno del lato orientale, in adiacenza alla torre quadrangolare
intermedia, si costruisce il locale indicato dalle fonti storiche quale
"cappella".
Successivamente,
più a sud, sempre su questo lato del maniero, viene aggiunto il grande
corpo bastionato: infine le due ampie campate con volte a crociera
completano la quinta del castello.
Internamente,
sul lato destro del cortile, verso la meta del XVII secolo si realizza la
seconda scalinata con il ballatoio che permette l'accesso autonomo al lato
sud-ovest. Successivamente, forse per motivi esclusivamente estetici, su
questo ballatoio, mediante l'allargamento delle arcate di sostegno, si
innalzano cinque eleganti arcate a tutto sesto ed il portale di accesso al
termine della rampa. Ancora più tardi, sul lato opposto del cortile, e
per tutto lo sviluppo dell'ala, si aggiunge, quale affaccio sul cortile
degli ambienti residenziali, un loggiato, anch'esso ad arcate a tutto
sesto, ma con pilastri molto più massicci e privi di elementi decorativi,
in parte crollato a seguito del terremoto del 1980, ora in fase di
restauro.
Queste
trasformazioni producono alcune modifiche alla facciata precedente: gli
accessi a molti ambienti sono costruiti ex novo; le antiche finestre
anguste assumono dimensioni più ampie; i portali di accesso del piano
terra, in particolare quello del salone dell'ala nord-ovest, sono
occultati dalle strutture dei ballatoi. Comunque l'impianto originario
conserva la propria integrità planimetrica.
Dalla
confisca al "Centro di documentazione e ricerca per la storia del
Medioevo" - L'ultima
fase dello sviluppo del castello e quella che ha mutato in maniera
sostanziale il suo assetto, L'adeguamento a destinazioni abitative per più
nuclei familiari, la mancata assidua manutenzione, troppo onerosa per i
privati, il terremoto del 1857 e le ricostruzioni successive; le
demolizioni, e non ultimo il terremoto del 1980, riducono il castello
nello stato in cui si trovava prima del restauro. I segni di questi
cambiamenti e vicissitudini contrastano notevolmente con le
caratteristiche architettoniche proprie del castello, offuscando
l'immagine storica di un sito in cui si sono verificati avvenimenti di
tale rilevanza socio-politica.
L'antica
porta di accesso è inglobata, in un primo momento, in abitazioni private;
la sostituisce l'attuale portale che, come già detto, subisce gravi danni
dopo il terremoto del 1857 e viene ricomposto in maniera alquanto casuale;
successivamente, recuperati gli elementi decorativi che sono riutilizzati
come ornamento di pareti interne del cortile, la porta è completamente
distrutta per la costruzione di manufatti abitativi, dei quali, quelli
eretti all'esterno della cinta muraria, sul terrapieno ancora esistente,
sono demoliti negli anni venti-trenta: "All'esterno, meno le
antistrutture di case (per fortuna alcune a destra dell'ingresso abbattute
fascisticamente da un coraggioso Podestà)" riferisce il De
Ruggeri. Il terremoto del 1857 danneggia gravemente il complesso
fortificato e soprattutto provoca il crollo della volta della Sala del
Malconsiglio e conseguentemente anche di quella del piano terra: non
verranno più ricostruite. Sul lato ovest del cortile e innalzato un nuovo
ballatoio che collega i due precedentemente costruiti. Sulla sinistra del
portale attuale si erige, nei primi anni del secolo, un nuovo fabbricato
che, deturpando ulteriormente tale angolo, contrasta in maniera evidente
con l'aspetto di fortilizio dell'antico manufatto.

Da
roccaforte a residenza - L'architettura castellare in Basilicata è
ricca di notevoli complessi per la maggior parte poco conosciuti ed
indagati. I manufatti nella maggior parte dei casi portano i segni di
notevoli trasformazioni: le originarie roccaforti normanne, le poche
fabbriche sveve, i castelli angioini e aragonesi,
a partire soprattutto dal cinque-seicento, sono quasi tutte trasformate in
residenze gentilizie per le grandi famiglie comitali.
L'esistenza
di complessi fortificati nel territorio della regione trova riscontri in
documenti fin dal secolo IX e X e soprattutto in epoca normanna a partire
dalla metà del secolo XI. Spesso il toponimo degli
abitati è preceduto dalla specificazione di castellum o castrum che
indica la natura fortificata del luogo e già nell'ambito del territorio
circostante Miglionico molti centri portano questa definizione.
Alla
fine del sec. X essa è comune a Tricarico e Tolve coinvolti
in uno scontro con una banda di saraceni insediati nel castrum di Pietrapertosa;
nell'anno 889 il sito di una proprietà nei pressi del Bradano appartenente
al monastero longobardo
di San Vincenzo al Volturno è indicata come limitrofa al castellum Montis
Caveosi e per tutto il trecento il castrum Jugurij indica il sito di un
antico borgo fortificato nel territorio di Pomarico.
Dalla seconda metà del secolo XI i due termini, con molta più
precisione, indicano esclusivamente i nuclei fortificati mentre per i
centri abitati diventa prevalente l'uso del termine civitas e i nuclei
minori sul territorio, che con i centri maggiori costituiscono l'ossatura
del sistema insediativo sviluppatosi e consolidatosi a partire dalla fine
del secolo X, sono denominati casali.
La
costruzione delle più importanti roccaforti normanne nel territorio
lucano, il castello
di Melfi centro politico della nuova entità statuale, il
nucleo originario del castello di Lagopesole, risale alla prima metà del
secolo XI ma le tracce di una diffusa presenza di strutture castellari,
purtroppo quasi cancellate dalle trasformazioni successive, si rinvengono
in tutti gli abitati sedi di importanti famiglie comitali.
A Tricarico è
edificata la grande torre e
l'annesso castello poi
trasformato in convento francescano;
altri grandi strutture fortificate sorgono a Brienza,
ampliate e restaurate in epoca angioina e infine dai Caracciolo a
partire dal secolo XVI; a Moliterno il castello è ampliato in epoca
angioina e poi completamente ricostruito dai Carafa prima, e dai
Pignatelli nel XVI e XVII sec; a Laurenzana il
castello normanno sorge su una imponente rupe e sarà ampliato nel secolo
XV dai Dal Balzo e dai feudatari successivi, i Poderico e i Filangieri; a Lavello l'imponente
struttura attuale di epoca aragonese sorge su un preesistente edificio
normanno mentre a Montescaglioso il
castello edificato nei primi decenni del secolo XII è ristrutturato dalla
famiglia Cattaneo nel XVII secolo. In Basilicata un
aspetto particolare dell'architettura castellare è rappresentato dai
centri medioevali abbandonati i quali conservano tracce consistenti delle
originarie strutture fortificate. Uno dei complessi più imponenti
dell'intera regione è quello di Uggiano a Ferrandina.

Tra
la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo si estendono gli interventi
sui manufatti esistenti, e soprattutto si attiva una nuova committenza
legata all'affermarsi delle grandi famiglie feudatarie che in ogni paese
di Basilicata erigono
le proprie residenze o ampliano i castelli già esistenti intervenendo
spesso anche sulle cinte fortificate degli abitati, ampliate ed allargate.
Queste condizioni si affermano e si sviluppano soprattutto nella prima metà
del Trecento e nel secolo successivo quando la piccola feudalità angioina
degli ultimi decenni del Duecento è sostituita dalle grandi famiglie
legate ai D'Angiò prima e alla monarchia aragonese dopo.
I Sanseverino edificano
castelli e palazzi fortificati a Tricarico, Miglionico e Marsico,
i Del Balzo costruiscono il castello
di Venosa e restaurano quello di Montescaglioso, la famiglia
Tramontano innalza il castello
Tramontano a Matera e
i De Bernardo la fortezza di Bernalda.
Se gli impianti insediativi delle strutture normanne sono strettamente
correlati al luogo nel senso di assecondare con dislivelli ed un'apparente
disomogeneità delle strutture che si adeguano ai pendii ed alle asperità
orografiche, le poche costruzioni federiciane, si rapportano al sito per
adeguarlo ad un rigoroso impianto geometrico. La suggestione esercitata
dalle fabbriche imperiali sulla committenza successiva è notevole ed è
rintracciabile negli impianti a parallelogramma e quadrangolari di alcuni
complessi lucani, tra cui spicca il castello di Miglionico.
Il
grande manufatto è edificato sulla sommità di una collina prospiciente
il centro storico dal quale probabilmente era separato dal declivo
naturale del pendio che chiaramente è stato modificato con terreno di
riporto e la costruzione di un terrapieno per consentire il collegamento
tra abitato e castello. Il nucleo originario è costituito da tre ali
edificate ed assemblate secondo uno schema perfettamente quadrato di cui
il quarto lato, rivolto verso l'abitato non è occupato da edifici ma era
certamente definito da una cinta che conteneva l'ingresso. La struttura ha
torri circolari poste agli angoli intervallate da alcune torri quadrate
mentre la forma triangolare di un recinto aggiunto sul lato non edificato,
all'interno e all'esterno del quale si addossano successivi ampliamenti,
tra cui la chiesa completamente trasformata nel secolo scorso, è
determinato dal rapporto con l'orografia dell'area.
Al
piano terra l'impianto è scandito da una serie di ambienti modulari
coperti da volte a crociera mentre al piano superiore la scansione si
ripete con coperture a botte a sesto rialzato nel settore meridionale e a
crociera costolata nell'ala nord-occidentale. La presenza delle eleganti e
slanciate costolature nell'area della residenza comitale unitamente ad una
monofora tardo-gotica in un ambiente di raccordo, le piccole monofore
della cappella, quella sottostante il loggiato secentesco e i due portali
ogivali, uno per l'accesso al piano superiore e l'altro al pianoterra,
confermano la datazione del nucleo originario del complesso ai primi
decenni del sec. XIV.
Il
paramento esterno in pietrame locale in molte parti evidenzia interventi
successivi seguiti forse a crolli o determinati da lavori di manutenzione
che in alcune aree si presentano come vere e proprie sopraelevazioni che
interessano le falde dei tetti la cui orditura è stata modificata: le
ipotesi di un ampliamento, nel senso di una sopraelevazione di tutto il
complesso, necessitano ovviamente di una verifica approfondita
direttamente sulle strutture.

L'area
dell'accesso ha subito notevoli trasformazioni anche in tempi recenti con
crolli e demolizioni effettuate subito dopo la vendita dell'immobile da
parte del comune che ne era venuto in possesso dopo le leggi abolitive
della feudalità. In questa zona, tra l'altro, sono presenti alcuni
elementi erratici, collocati sull'edificio adiacente all'accesso, una
costruzione tardo ottocentesca innalzata sui resti delle murature della
cinta e nell'archivolto in
tufo dell'ingresso. Una scultura tardo romanica di spoglio rappresentante
un leone proviene forse dal portale originario o da qualche altra
fabbrica, come anche le mensole trecentesche, analoghe ad alcune esistenti
nelle navate della Chiesa Madre che definiscono l'imposta dell'attuale
portale del castello mentre
lo stemma del Sanseverino di Bisignano apposto
lateralmente nell'attuale accesso era collocato sicuramente sull'ingresso
originario.
Al
lato meridionale più tardi sarà aggiunta un'altra costruzione,
contenente un'ampia sala oggi divìsa in due ambienti, che determina anche
la trasformazione in grande loggiato del corpo immediatamente antistante.
Le caratteristiche dell'edificio, anche se definito da strutture tipiche
degli impianti di difesa, sono quelle di un grande complesso la cui
funzione è tuttavia legata soprattutto alla residenza di una grande
famiglia comitale, elemento che con il passaggio del feudo di
Miglionico dal Sanseverino alla famiglia Revertera che
lo acquista nel 1624,
determina la definitiva trasformazione del castello in residenza
baronale.
Ai
decenni successivi all'acquisto risale il nuovo sistema distributivo del
complesso, organizzato in una prima fase lungo un profondo loggiato
addossato al lato settentrionale del cortile che più tardi è arricchito
da una serie di archivolti in tufo, e successivamente è prolungato verso
gli altri lati del quale quello rivolto a sud è caratterizzato da un
porticato coperto a crociera.
Chiesa
di Santa Maria Maggiore
Fu eretta
a partire dal XIV
secolo sul sito di una preesistente chiesa; successivamente
tra il 1515 ed
il 1534 fu
ampliata con l'aggiunta delle cappelle laterali. Al 1533 risale
anche il campanile situato sul lato sinistro. La chiesa fu di rito
ortodosso fino al 1729, quando venne introdotto il rito
latino.
La
facciata, all'altezza dell'apice del timpano, presenta una Madonna
con Bambino risalente al XVI
secolo. Il portale d'ingresso intagliato nella pietra è attribuito
all'artista Nicola
da Melissano e rievoca il primitivo impianto della chiesa. Sul
lato sinistro della chiesa il portale laterale barocco è sormontato da
una lunetta che custodisce una raffigurazione in pietra della Pietà,
opera di Altobello
Persio. Sempre sul lato sinistro vi è il campanile a pianta
quadrata a tre ordini, avente un bassorilievo situato
nel secondo ordine con i Santi Pietro e Paolo e l'Eterno Padre.
L'interno,
a tre navate, ha avuto diverse ristrutturazioni nel corso dei secoli.
All'interno della chiesa vi sono diverse opere di notevole importanza:
- il polittico di Cima
da Conegliano, splendida opera risalente al 1499 e
formata da 18 tavole racchiuse in una maestosa cornice lignea in pioppo;
- un
crocifisso del 1629 realizzato
dal Padre francescano Umile
da Petralia;
- il
grande organo barocco, composto di 321 canne, realizzato nel 1749 dal
maestro Rubino da Castellaneta utilizzando le canne di un organo
cinquecentesco, restaurato nel 1993.
Nella
chiesa sono inoltre conservate diverse tele databili tra il XVI ed
il XVII
secolo, tra le quali nell'abside vi
sono una Madonna con Bambino in gloria tra i santi Eligio e Carlo
Borromeo ed un'altra raffigurante l'Assunzione, entrambe attribuite
ad Alessandro
Fracanzano, padre dei più noti Cesare e Francesco;
una Deposizione dalla croce databile anch'essa tra il XVI ed il
XVII secolo, opera di un allievo di Antonio
Stabile, situata vicino al secondo altare della navata sinistra;
una tela di Pietro
Antonio Ferro del 1607 raffigurante la Madonna con
Bambino e i santi Bartolomeo e Martino, anch'essa nell'abside; la Madonna
del Rosario firmata da Girolamo Todisco e datata 1634,
sul primo altare della navata destra.
Nella
navata destra vi sono anche la cappella con l'altare di Sant'Antonio da
Padova, con due bassorilievi risalenti al XVI secolo; sull'altare vi è la
statua lignea del Santo.
Chiesa
di Santa Maria delle Grazie
La Chiesa
di Santa
Maria delle Grazie fu riedificata e ricostruita così
come si presenta attualmente dal Conte Ettore Fieramosca. Nonostante le
modeste dimensioni, l’edificio contiene pregevoli manufatti dello stile
barocco di quel tempo. Durante il recente restauro sono venuti alla luce
alcuni affreschi molto belli e importanti.
Sulla
parete destra dell’altare vi è l’affresco della “Natività
di Maria Vergine” del Sodoma, un
pittore che lavorava alle dipendenze del Papa. Un altro affresco
distaccatosi in parte durante il terremoto del 1980, presenta la sinopia
“Natività
di Gesù“.
Nella
parte alta e centrale dell’altare c’è lo stemma di Miglionico, mentre
sulla parete destra vi è l’affresco che rappresenta il venerabile “Padre
Eufemio da Miglionico”. Prezioso arredo di questa cappella
è la cantoria veneta. Dietro di essa vi sono ancora due dipinti
penitenziali: la “Venuta
biblica del profeta Giona con la balena” ed un altro
dipinto che rappresenta la Chiesa scossa dal peccato (un grosso diavolo
scuote un barcone con dentro Papa, vescovi e fedeli).
L’esterno
della chiesa è in stile amalfitano e con due campane nella vela, di cui
la più piccola è del 1060 ed è ritenuta una delle più antiche della
Basilicata.
Madonna
della Porticella
La
cappella delimita il confine tra Miglionico e Pomarico, situata sui ruderi
di un tempio pagano, dedicato alla Dea Demetra. Vi sono, all’interno
della cappella, delle pitture seicentesche raffiguranti la Madonna di
Costantinopoli, il Pantocratore e la Madonna del latte.
Nella
parte interna, in sinopia la Madonna del Carmine, San Rocco e angeli che
liberano dalle fiamme le anime purganti e rappresentano la funzione
caritativa dei monaci bianchi nei periodi di peste, colera, tifo.
’affresco
di San Vincenzo Ferrer a medaglione reca visibili segni di coloro che
avevano terminato lunghi periodi di penitenza.
Una
grande festa viene celebrata qui nella seconda domenica di settembre. La
tradizione contadina suggerisce, in questa occasione, di consumare
all’aperto “il galluccio” arrostito alla brace e irrorato di ottimo
vino locale, con pane cotto nei forni delle “casedde”, frutta varia e
soprattutto i celebri e gustosi fichi di Miglionico.
Convento
di San Francesco (ex castello di Santa Sofia)
Con
la Bolla "Merita Vestrae Religionis", Papa Eugenio IV nel 1439 concede
l'assenso pontificio per l'erezione del convento di S. Francesco entro
le mura del paese. Il Principe Antonio di Sanseverino e gli
abitanti del luogo sostengono le spese della costruzione. Dopo la
parentesi di alcuni anni in cui è retto dai Conventuali con il
titolo di S. Salvatore, il convento passa, con breve dello stesso
Pontefice (1444), al governo dei Frati Osservanti con il titolo di S.
Francesco.
Non
si comprende chiaramente dalle fonti se i Conventuali abitassero in un
luogo diverso da quello ove sorse il convento degli Osservanti oppure
avessero occupato quest'ultimo temporaneamente dal 1439 al 1444. Si parla
di un cenobio nelle pertinenze della mensa arcivescovile di cui sono stati
rinvenuti ruderi. Può darsi che nel 1439 gli Osservanti abbiano ottenuto
l'autorizzazione a fondare un proprio convento sul cenobio di S. Salvatore
e che, al loro posto, invece, si siano stanziati i Conventuali. Una
volta allontanati questi ultimi, gli Osservanti si adattarono inizialmente
nel cenobio in attesa che venisse costruito il convento vero e proprio
sull'ala del Castello di S. Sofia.
I Frati
Minori dell'Osservanza rimangono nel convento fino al 1626,
quando vi si insediano i Minori Riformati che costituiscono un
noviziato dei frati dell'Osservanza e della Riforma. Soppresso nel 1812 e
poi ancora nel 1865, il Convento diventa proprietà del Municipio che ne
trasforma la facciata.

La
preesistenza di strutture appartenenti all'antico castello di S. Sofia sul
luogo dove sorge il complesso conventuale di S. Francesco, impedisce di
realizzare l'impianto quadrangolare, consueto nei conventi francescani
della Provincia di Matera: i corpi di fabbrica si dispongono in modo
variamente articolato intorno al chiostro che, perimetrato dalla
successione di arcate a sesto ribassato, conserva il pozzo centrale con
vera circolare. I Padri Riformati provvedono nel sec. XVII ad
ampliare il complesso con la costruzione di nuove celle e a restaurare i
dormitori.
Il
chiostro annesso alla chiesa del Crocifisso è decorato da un ciclo
pittorico attualmente in pessimo stato di conservazione: oltre al fatto di
essere quasi completamente ricoperto da uno strato di intonaco, presenta
numerosi sollevamenti e cadute di colore a causa delle infiltrazioni di
umidità. Dal momento che solo una lunetta (delle due liberate
dalla scialbatura di intonaco) è oggi leggibile, rimandando un giudizio
critico a quando tutti i dipinti saranno riportati alla luce, vogliamo in
questa sede solo segnalare la presenza di questo ciclo che rivestirà
indubbiamente un notevole interesse documentario
nell'economia di questa indagine sulle fabbriche francescane nella
regione. La lunetta in questione raffigura il tema dell'Adorazione dei
Magi: la Madonna sorregge un Bambino Gesù guizzante e proteso verso
il dono che uno dei Magi, barbuto e ammantato come un antico filosofo, gli
sta offrendo. Il dipinto murale è stato certamente eseguito alla metà
circa del XVII secolo da un artista meridionale attivo nella
Regione che sembra qui trascrivere in grande, in affresco, una
composizione ideata per un dipinto su tela.
Il
municipio di Miglionico, alcuni anni fa, era ospitato nel vecchio convento
francescano, al cui fianco si trova la chiesa di San Francesco,
chiusa al culto, dopo il terremoto del 5 maggio 1990. Durante i lavori di
restauro, iniziati nel 1999, è stata ritrovata la salma di Padre
Eufemio da Miglionico la quale è stata successivamente inumata nella Chiesa
Madre di Santa Maria Maggiore (1999).
Nella
casa di proprietà di Bonaventura Asprella, abitata dalla famiglia
del defunto Nicola Ventrelli, in largo convento, sulla facciata
della quale vi è una nicchietta con dentro una statuina, nacque il più
importante musicista di Miglionico, Don Marc'Antonio Mazzone, vissuto tra
il 1556 e il 1626. Organista molto noto al nord Italia, visse anche a
Mantova e a Venezia. E’ autore, tra l’altro, di un Magnificat.
L’altro
musicista locale, figlio del nobile latifondista potentino Don Emanuele
Stabile e di Donna Caterina De' Ruggieri, Francesco Stabile (1801-1860),
nacque, invece, nella cosiddetta "caserma vecchia", dove
attualmente abitano le famiglie di Michele Ribellino e Michele Porpora.
Sulla
stradina che porta dietro l’ex convento si trova la Porta Suillina. Di
ritorno dall’oriente, dove aveva debellato Mitridate, re del Ponto,
Silla passò da Miglionico, percorrendo la via Appia, mentre tornava a
Roma per difendere i suoi interessi.
Sull’altura
del Pian dell’Oste svernò Pirro, re dell’Epiro, durante la guerra tra
Roma e Taranto (282 a.C.). In quella località furono ritrovati una
batteria da cucina e zanne di elefanti che attualmente si trovano nel
museo "Domenico Ridola" di Matera.
Tutto
il complesso dell’ex convento era un castello normanno: il Castello di
Santa Sofia. Nel 1456 fu assegnato ai frati francescani ed era l’unico
convento che si trovava all’interno delle mura del paese.
Poco
prima dell’ex macello, sulla destra, vi sono degli archi murati che
erano le prigioni del castello. Quando una persona veniva arrestata, era
posta nella prigione più bassa (arco inferiore); quando, invece, era
condannata a morte, in quella più alta (arco superiore) dove veniva
lasciato morire da solo, senza che avesse la possibilità di instaurare
alcun rapporto con le persone.
Nei
pressi della porta dell’ex macello, vi è una neviera. Quando nevicava,
i monaci vi accumulavano tanta neve, facendo degli strati anche con la
paglia. Il tutto si conservava fino all'estate. I francescani, in caso di
necessità, distribuivano il ghiaccio ai cittadini che ne facevano
richiesta.
Un
po’ più avanti, sulla destra, vi è una torre normanna (costruita a
mucchio di fieno: la base è più larga del resto della torre). Stando su
di essa, è possibile vedere la Torre di Fino (rione Torchiano) e
un’altra che si trova a porta Grottole. Queste torri erano in
collegamento con tutte le altre adiacenti le mura. Il paese, quindi, era
ben protetto da eventuali attacchi nemici. Miglionico, infatti, aveva 25
torri perimetrali con tre tipi di mura: melaniane, miloniane e medioevali.
Il
campanile, in Largo Pinerolo, era la torre del castello (mastio) che, poi,
i frati francescani trasformarono in campanile nel 1500, dopo averne
tagliata la parte più alta.
L’attuale
Largo Pinerolo era la corte del castello in cui c’erano diverse botteghe
artigiane e le case dei popolani. Sulla destra, entrando nella corte, vi
era un forno adibito a cuocere un po’ di tutto: un giorno della
settimana si infornava il pane, un altro giorno i fichi, un altro le
mandorle, ecc. L’uso del forno avveniva per prenotazioni
Palazzo
Corleto

Dei
tre castelli che dominavano dalla collina di Miglionico il territorio
circostante, il più famoso per gli episodi storici e per l’ampiezza
resta senza dubbio, attualmente, quello conosciuto con l’appellativo di
“Malconsiglio”. Ma degli altri due, dei quali uno riconvertito nelle
strutture murarie in convento francescano nel quattrocento, si parla meno
spesso. Soprattutto, infatti, dell’ultimo, individuabile con il nome di
Palazzo Corleto.
Siamo
in prossimità di una delle tre porte di accesso alla cittadina. Con
precisione Porta Grottole, che si mostra preceduta nella antiche vedute da
un ponte a quattro arcate e questo fino all’ottocento. In questo secolo
difatti si sfrutta tale passaggio, un tempo provvisto di ponte levatoio,
per stendere una lingua di strada brecciata per l’accesso più agevole
all’abitato. L’intero paese è circondato all’epoca da un triplice
ordine murario.
La
cinta è intervallata da torri di avvistamento e alle tre punte
dell’abitato, determinate queste dalla conformazione morfologica della
collina, sorgono tre fortezze. Le trasformazioni, conclusi i periodi di
belligeranza, l’ultimo nel periodo post-unitario con il brigantaggio,
autorizzarono la riconversione degli ambienti e delle strutture murarie da
castellane a residenziali. Questa la sorte riservata a tali testimonianze
del passato.
Inutile
dire che la morfologia architettonica dell’insieme ne risente
fortemente. Le torri sono imbalsamate nelle nuove murature, gli spaziosi
saloni interni finiscono per essere suddivisi in più ambienti, le volte
vengono ribassate, nuove scalinate si dipartono sugli esterni
compromettendo le facciate, le finestre si abbassano e s’ingrandiscono e
le prigioni diventano cantine. Questo è quel che accade a Palazzo
Corleto, che da fortino di avvistamento e difesa è divenuto prima dimora
di uomini fidati del signore del piccolo centro collinare e poi di una
famiglia di proprietari terrieri come i Corleto. Siamo ancora
nell’ottocento all’epoca dei passaggi.

Gli
ultimi signori di Miglionico che rispondono al nome dei Revertera lasciano
il castello del Malconsiglio. Le grandi famiglie comitali cominciano a
perdere i privilegi tenuti per secoli. Gli stravolgimenti sociali, l’esigenza
di leggi liberali, di costituzione fanno il resto. E palazzo Corleto è
simbolo di questo avvicendamento, di questo passaggio di poteri o meglio,
è simbolo di un mutamento degli stessi.
Le
famiglie in causa sono appunto quella dei Corleta, si badi bene con la
“a” finale nei documenti anagrafici fino ai primi decenni del XIX
secolo e i De Novellis. Sono proprio questi ultimi che abitano il
complesso almeno dal seicento. Risultano essere i membri di tale famiglia
cari ai Sanseverino e ai Revertera, che li riempiono di privilegi,
comprese le residenze in tali punti strategici dell’abitato.
Un
protocollo notarile del 1623 parla di una “Nomina a presentazione di
Cappellano Beneficato nella Chiesa di S. Angelo dentro le mura di
Miglionico, e di S. Giovanni ante portam latinam extra moenia fatta da D.
Antonio Novelli di Miglionico, e Barone di Grassano in persona del figlio
Clerico D. Gennaro Novelli, che erano di jus patronato di esso D.
Antonio”. E la chiesa di S. Angelo fa parte del complesso. Un tunnel,
con imbocco da un locale attiguo a uno dei due portali del plesso, sbuca
sotto l’abitato, fuori dal perimetro dalle mura di cinta. Un passaggio
segreto? Di quello splendore che doveva essere, di quella storia e di
quell’ampiezza si perdono le tracce appena vi s’insedia Don Andrea
Corleta nella prima metà dell’ottocento. La volta della “galleria”
con medaglioni paesaggistici e treni a vapore, databile alla metà del
secolo XIX, considerato che la prima linea ferroviaria in Italia fu la
Napoli-Portici inaugurata il 3 ottobre 1839, è testimonianza di quel
gusto mutato. L’agiatezza di tale famiglia deriva dai possedimenti
terrieri.
Illustri
sono le figure dei sindaci, dei consiglieri provinciali, dei prelati che
contribuiscono ad arricchire con la loro cultura le numerose stanze e
l’intero complesso architettonico e naturalmente a mutarlo. La
superficie del palazzo, che si piega sull’angolo del crinale, si estende
su circa 5000 mq e consente di realizzare numerosissimi ambienti al suo
interno, dispiegati su più livelli. La mortalità infantile, nella
famiglia, annovera fra le cause frequenti le correnti d’aria,
inevitabili per la numericità degli ingressi e per le finestre e
balconi.
La
costruzione, a ridosso dell’ampio giardino con vista panoramica, di un
palazzo a cinque piani, nella seconda metà del novecento e
l’istallazione di una pompa di benzina ai piedi del colosso sono solo il
preavviso di un degrado strutturale ed estetico che inevitabilmente si
abbatterà sul plesso man mano abbandonato, determinando il crollo delle
strutture murarie in buona parte. Qualche torre circolare e qualche foto
d’epoca ricordano la maestosità del fortino, ma oggi che ci resta solo
uno scheletro da ridisegnare, ricostruire, proteggere, recuperare, il
problema diviene impellente.
Architetture
militari
Dall'antica
cinta muraria che circondava il paese, sono ancora visibili numerose
torri; una di queste è la Torre di Fino.
Torre
di Fino è chiamata così, perché qui aveva termine il paese.
Era una torre di guardia dalla quale si vedevano le torri del castello
medioevale e quelle del castello di Santa Sofia.
Nello
spazio adiacente la torre, dopo la seconda guerra mondiale, furono
abbattute le vecchie mura di cinta per far posto ad un
prefabbricato adibito a scuola elementare.
L’alluvione
del 19 settembre 1976 provocò una frana che interessò l’area della
torre e svelò l’esistenza di una necropoli con arredi vascolari,
oggetti di bronzo, ornamenti militari, muliebri e infantili del VI secolo
a.C. che si trovano, attualmente, nel Museo "Ridola" di
Matera.
Nella
campagna sottostante, nella Valle dei Templi, si trova la Cappella
della Trinità (ricca di affreschi) in cui, nel periodo pagano,
era adorato Eracle (Ercole). Ciò testimonia che il popolo lucano ha
sempre amato la sua forza e non ha mai preferito essere sottomesso mai a
nessuno (i fatti, però, sono sempre andate diversamente!).
Continuando
il cammino per andare al castello, attraverso stradine medioevali, si
arrivanei pressi dei bagni pubblici, dove ci sono i resti delle mura del
paese. La prima che sivede era una torre melaniana, la seconda, in
mezzo, in parte caduta, una romana e, dietro, una medioevale.

Riserva
regionale San Giuliano
La
storia della Riserva Naturale Orientata Oasi San Giuliano è legata alla
nascita dell'omonimo
invaso artificiale creato per scopi irrigui dallo sbarramento del fiume Bradano negli
anni tra il 1950 ed
il 1957 grazie
al programma economico di aiuti del piano
Marshall. La presenza
del lago ha attirato sin dal principio numerose specie di uccelli
acquatici, rendendo necessarie iniziative volte alla tutela dell'area. Così
nel 1976 il
lago di San Giuliano è diventato Oasi di protezione della fauna, e
nell'anno successivo è stato apposto il vincolo paesaggistico.
Nel 1989 il WWF
Italia ha
ottenuto, tramite convenzione con il Consorzio
di Bonifica di Bradano e Metaponto,
concessionario dell'area, la gestione naturalistica, istituendo un'oasi. Dal 1991 il
tratto della gravina del
Bradano che si trova a valle dell'invaso è entrato a far parte del Parco
della Murgia Materana e
quindi del Patrimonio mondiale dell'umanità UNESCO.
Il
territorio della riserva comprende il lago vero e proprio, che si estende
per 9.3 km² ed
ha una capacità di circa 100 milioni di metri cubi di acqua, e i tratti
fluviali a monte e a valle del lago artificiale. La diga omonima, che ha
un'altezza di 38,3 metri,
è ad una quota di massimo invaso di 101,6 m s.l.m..
Il lago è ricco di insenature, è circondato da una fascia di
rimboschimento, e la sponda sinistra, sul versante di Matera,
è più pianeggiante e digrada più leggermente verso il lago, mentre la
sponda destra, sul versante di Miglionico e Grottole,
è più ondulata e digrada più ripidamente sul lago. Il tratto di fiume a
monte del lago ha caratteristiche tipiche dell'ecosistema fluviale,
mentre a valle dello sbarramento il fiume scorre in una gravina profonda
a tratti anche 50 metri.

Nell'agosto 2006 è
stato rinvenuto, sulle sponde del lago, parte dello scheletro fossile di
una balena risalente
al pleistocene e
originariamente lunga circa 27 metri. Dopo lo scavo, completato nel 2011,
i resti dell’animale sono stati consolidati, frazionati in blocchi,
protetti con camicie di gesso e collocati all’interno di casse lignee
costruite su misura e protette da un imballaggio di argilla espansa e
schiuma di poliuretano, per essere trasportate presso la sede materana
dell’allora Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della
Basilicata, dove sono rimaste fino al 2013, quando sono state trasferite
presso il Museo Archeologico nazionale “Domenico Ridola” di Matera.
Nel novembre 2022 è stato avviato un cantiere di consolidamento e
restauro del fossile, finalizzato alla sua musealizzazione.
I
primi interventi hanno riguardato l’omero dell’arto destro, la bulla
timpanica e alcuni reperti riconducibili alla fauna e alle piante
acquatiche dell’ecosistema in cui la balena è stata ritrovata. Questi
resti fossili sono esposti, da dicembre 2022, in un percorso espositivo
multimediale dedicato dal titolo “Giuliana degli Abissi” allestito
presso il Museo Ridola.
Nel
tratto fluviale a monte dell'invaso la vegetazione tipica è quella
igrofila, con pioppi, salici e tamerici;
tale tipo di vegetazione è presente anche nel tratto a valle dello
sbarramento sul fondo della gravina. Alla sommità delle pareti rocciose
della gravina, invece, la vegetazione tipica è quella xerofila.
Intorno al lago la fascia di rimboschimento è costituita prevalentemente
da pino d'Aleppo, cipresso ed eucalipto,
mentre tra il rimboschimento ed il lago emergono, a seconda dei livelli di
acqua presenti nell'invaso, vasti prati periodicamente sommersi.
Grande
importanza ha all'interno della riserva la presenza dell'avifauna soprattutto
durante lo svernamento e le migrazioni. Si contano infatti circa 180
specie di uccelli, molte delle quali sono classificate come specie rare.
Tra le specie acquatiche vi sono aironi
cinerini, garzette, svassi, folaghe.
In inverno compaiono l'airone
bianco maggiore, il cormorano,
il moriglione,
il fischione,
la volpoca,
l'oca
selvatica e
la rara moretta
tabaccata. Tra i
rapaci sono comuni il nibbio
reale, il nibbio
bruno, la poiana,
qualche esemplare di falco
pescatore e
tra le pareti della gravina qualche capovaccaio.
Tra i passeriformi è da citare il pendolino,
simbolo dell'oasi del WWF. Infine tra i mammiferi sono presenti l'istrice,
il tasso,
il gatto
selvatico e
la faina,
oltre a qualche esemplare di lontra.
Nel
corso degli anni sono avvenuti anche eventi ornitologici ritenuti
eccezionali come ad esempio la presenza nell'autunno del 1989 della
casarca, raro esemplare di anatra, o lo svernamento completo, da novembre a marzo
del 1994,
di un adulto di pellicano. A metà dicembre del 1995 sono
stati inoltre osservati per alcuni giorni 12 eleganti cigni reali in sosta
nell'Oasi.
Nel dicembre 2010 un
esemplare della rarissima albanella pallida trovato ferito nei pressi del territorio di San Giuliano è stato affidato
al Centro Recupero Animali Selvatici della Riserva.
Il
lago artificiale è stato interessato negli anni passati anche a
ripopolamento, ovvero immissioni, di carpe, tinche, carassi, persico
trota, persico sole, pesce gatto e triotti.

Eventi
A partire
dall'estate del 2011,
tra il centro storico e la corte del Castello
del Malconsiglio si svolge la rievocazione storica della
Congiura dei
baroni; il centro antico è riadibito a borgo medioevale con gli
antichi mestieri, spettacoli di falconeria, disfide e corteo storico fino
al castello.

Fonte:
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