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La
colonia di Metaponto, nel cuore della Magna Grecia, si estende su un
territorio tra due fiumi. il Bradano e il Basento e il suo nome deriva
proprio da questo: tra due fiumi.
Durante
il IV millennio a.C. la costa ionica della Basilicata è interessata da
nuovi modelli socio-economici espressione delle prime società agricole
del Neolitico. Si verifica la nascita di villaggi formati da capanne
costruite con pali di legno e materiale vegetale rivestito da intonaco
argilloso. I siti neoliticidi Contrada Petrulla (Policoro), Cetrangolo
(Montalbano Jonico), San Salvatore, Pizzica-Pantanello, Saldone, Tavole
Palatine (Metaponto-Bernalda) si dispongono lungo i primi rilievi
costieri, in vicinanza di corsi d’acqua e terreni favorevoli
all’agricoltura.
La
fabbricazione di vasi in argilla è dettata dalla necessità di contenere
e conservare i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento del
bestiame. Recipienti di grandi dimensioni, sono utilizzati per la
conservazione di alimenti solidi, come il grano e l’orzo, e liquidi,
come il latte e l’acqua.
Durante
l’età del Bronzo le popolazioni indigene erano saldamente insediate
nelle zone interne; occupavano alture pianeggianti che costituivano delle
difese naturali su cui era possibile svolgere attività agricole; da qui
potevano controllare la costa e sfruttare i corsi fluviali come vie
interne di comunicazione; questa particolare posizione territoriale
favoriva i contatti con le più avanzate aree esterne del Mediterraneo.
In
questa fase insediativa alcuni siti hanno un ruolo centrale nel controllo
territoriale. Fino al periodo finale dell’età del Bronzo, siti come
Anglona situato in posizione dominante su una collina tra i fiumi Agri e
Sinni, Termitito su uno dei terrazzi sulla destra del fiume Cavone o San
Vito di Pisticci conservano un ruolo economico e politico predominante
sugli insediamenti minori. Si può supporre che avessero una complessa
struttura organizzativa interna, che svolgessero una vivace attività
commerciale confermata dall’eterogeneità dei reperti rinvenuti e che
fosse diffusa la coltivazione di ulivo e vite oltre alla pratica della
cerealicoltura. Ornamenti ed armi di metallo cominciano a circolare in
modo consistente, talvolta in associazione con le ceramiche anche tra
ambiti socio-culturali differenti e geograficamente distanti.
Questa
situazione muta in modo drastico durante le fasi finali dell’età del
Bronzo. Si osserva un modo nuovo di occupare il territorio: gli
insediamenti dell’entroterra vengono abbandonati a favore di abitati su
pianori costieri che sebbene non garantiscano una difesa naturale
permettono comunque di mantenere il controllo sulle valli fluviali.
Gli
insediamenti, infatti, sono legati topograficamente sia alle grandi
vallate fluviali, quali importanti vie di comunicazione che collegano la
costa ionica con l’area apulo-materana e l’area tirrenico-campana, sia
agli altri insediamenti dell’area ionica. Un ruolo importante, a tal
proposito, era svolto dai tratturi con andamento parallelo alla costa,
come quello c.d. preistorico che da Taranto giungeva nella Valle del
Crati, attraversando le Tavole Palatine, San Basilio, Acinapura, Cisterna,
Murge di Santa Caterina, Montesoprano, Amendolara
In
questa nuova fase assumono importanza gli abitati indigeni sulle colline
pianeggianti di Valle Sorigliano, tra Anglona e Policoro, e di San Teodoro
Incoronata di Pisticci, sulla destra del fiume Basento da cui
domina la valle. Tra la fine dell’VIII ed il VII sec. a.C.
quest’ultimo abitato è interessato da una graduale trasformazione
determinata da nuovi contatti commerciali e dall’arrivo di elementi
greci.
Riconducibili
allo stesso periodo sono i resti di un insediamento trovati nei pressi
dell’attuale Policoro; anche in questo caso sembrano testimoniare una
presenza greca, di tipo ionico, antecedente la colonizzazione della
Siritide; presenza che nel corso del VII secolo si sarebbe trasformata in
una polis identificata con Siris-Polieion. Il modello insediativo di
questi siti è costituito da piccoli nuclei di artigiani e commercianti
greci che operano in territorio indigeno e che si integrano nelle comunità
locali. Presso questi siti si provvedeva alla raccolta e alla
distribuzione di merci di origine greca e di manufatti prodotti in loco.
Gli
abitati sono costituiti da gruppi di capanne infossate nel terreno,
generalmente, a pianta ellittica o circolare con struttura lignea
rivestita da intonaco argilloso, come testimoniato
nei siti dell’Incoronata - San Teodoro, di Tursi e di Santa Maria di
Anglona. All’interno delle capanne spesso sono presenti delle fosse di
servizio, utilizzate per l’alloggio dei grandi contenitori d’argilla
(pithoi) utilizzati per la conservazione delle derrate alimentari.
Lentamente
si afferma il modello coloniale; un modello che oltre alla fondazione
della polis, comporta l'occupazione e il controllo del territorio con la
credibile cacciata degli indigeni verso l’entroterra. Si verrà così a
determinare una netta contrapposizione economica e culturale che il tempo
renderà sempre più evidente tra la fascia costiera occupata intensamente
dai greci (paralìa), e l’entroterra lasciato all’occupazione indigena
(mesogaia).
La
fondazione di una colonia richiedeva una buona conoscenza dei luoghi e
un’attenta organizzazione logistica. Esigenze di tipo economico e
produttivo spingevano spesso i coloni a ricercare luoghi che avessero
caratteristiche climatiche simili a quelle della loro terra d’origine
per potervi impiantare le stesse colture. Con accurate indagini
paleobotaniche è stata provata la presenza della fava (Vicia faba),
alimento importante nella dieta alimentare, prodotta prevalentemente negli
orti domestici, e la veccia (Vicia), forse cibo per animali
Compaiono
inoltre l’uva e l’orzo, mentre l’assenza dell’ulivo è spiegata,
al momento, con l’esiguità dei campioni a disposizione. Contesti
leggermente più tardi, rispetto alle fasi iniziali d’impianto della
colonia, hanno restituito uva, grano con la buccia, orzo e veccia
Nella
seconda metà del VII secolo a.C. coloni greci provenienti dall’Acaia e
dalle regioni settentrionali del Peloponneso, fondano una nuova città tra
le foci dei fiumi Bradano e Basento, su sollecitazione dei Sibariti,
preoccupati della possibile espansione di Taranto nel golfo ionico.
La
fondazione di Metaponto avvenne intorno al 630 a.C. ad opera di coloni
Achei; in queste terre i coloni trovarono condizioni climatiche ottimali,
ampi terreni coltivabili, terre fertili e produttive, boschi che fornivano
legname in abbondanza, corsi d’acqua e la possibilità di usare vie
commerciali e di comunicazione sia interne che marittime.
Il primo
atto costitutivo della colonia consistette nel definire l’area urbana e
nell’occupare stabilmente il territorio circostante; attenzione
particolare venne rivolta all’area destinata alle coltivazioni per la
quale occorreva definire modalità che permettessero il sostentamento dei
coloni attraverso lo sfruttamento delle zone coltivabili. Lo spazio urbano
fu individuato in un’ampia superficie tra il mare e i due fiumi Bradano
e Basento, furono definite due macroaree con funzioni differenti: una
dedicata alle attività pubbliche e l’altra alla residenzialità ed alle
lavorazioni artigianali.
Suddivisero
poi il territorio circostante la polis (chora) in 2 principali aree
funzionali: una che comprendeva le zone incolte destinate all’uso
collettivo (koinè chora), una suddivisa in proprietà agricole destinate
ai coloni che le avrebbero abitate (idìa chora). Al suo interno trovano
significativa ubicazione i santuari (ierà chora) extraurbani. La zona
coltivata fu infatti divisa in piccoli lotti regolari in cui i coloni
edificarono la propria fattoria e vi si stabilirono. Sono state
individuate più di 1.000 fattorie che circondavano la città e fornivano
il necessario per il sostentamento dell’intera comunità locale e per
l’esportazione. Tra le produzioni più importanti sono da ricordare i
cereali, in particolare grano e orzo, il vino, oltre ai frutti di
stagione. Un ruolo significativo nella dieta alimentare è ovviamente
svolto dalle carni e dai derivati del latte, provenienti
dall’allevamento del bestiame. I limiti fisici della colonia erano
definiti dagli abitati indigeni presenti sulle prime colline
dell’interno, quali Pisticci, Montescaglioso, Pomarico, Montalbano. I
coloni attuarono poi una prima definizione degli assi stradali e
realizzarono canali di bonifica e di irrigazione.
La
progettazione e la realizzazione di una fitta rete di canali viene
tutt’oggi considerata una delle opere più importanti realizzate dai
greci sia per le qualità ingegneristiche dell’opera che per gli effetti
benefici che ebbe sul territorio. I canali vennero interamente scavati e
manutenuti in modo da assicurare un costante flusso dell’acqua e da
evitare fenomeni di erosione e accumulo di detriti sul fondo. L’intera
rete si sviluppava dall’attuale Bernalda fino alla costa ed era tanto
fitta da arrivare fin quasi all’odierna città di Pisticci, per una
lunghezza totale di 1650 Km di canali scavati. Parti di essi hanno
dimensioni molto grandi ed è tutt’ora possibile ammirarli [uno largo
circa 8 metri, completamente scavato nella roccia e abbastanza profondo].
Diversa
è la vicenda che intorno al 650 a.C ha determinato la colonizzazione di
Siris, presso la foce del fiume Sinni, ad opera di coloni ionici. Secondo
la tradizione letteraria in questo luogo, già abitato da genti ioniche,
si sarebbero riversati cittadini Ioni di Colofone in fuga. Questo episodio
caratterizzerebbe l’esperienza coloniale di Siris; infatti con ogni
probabilità venne qui a stanziarsi una parte consistente di popolazione
con una propria struttura sociale e una definita organizzazione politica.
Questo avvenimento nella tradizione letteraria assume caratteristiche
cruente, ai colofoni viene infatti attribuita l’uccisione dei precedenti
abitanti del luogo; inoltre fonti archeologiche testimoniano
l’estinzione in questo stesso periodo dell’insediamento indigeno di
Anglona; che per le proprie caratteristiche rappresentava un punto
nevralgico per il controllo delle valli lungo i fiumi del Sinni e
dell’Agri.
Lo
stanziamento di un gruppo di coloni ionici determinò una cesura in
un’area sotto controllo acheo; da una parte c’era infatti Metaponto e
dall’altra la colonia di Sibari. Questa situazione fu risolta con la
forza dalle colonie achee che distrussero Siris e ne occuparono il
territorio intorno al 570-560 a.C.
A
seguito della distruzione anche di Sibari avvenuta nel 510 a.C. il
territorio posto tra i fiumi Agri e Sinni fu a lungo conteso tra le altre
città italiote. Nel 433 a.C. si giunse finalmente alla fondazione di una
nuova colonia che prese il nome di Herakleia sulla destra del fiume Agri
vicino la costa. La colonia in un primo momento era comune ai Thurini e ai
Tarantini i due maggiori contendenti, e venne creata dove era Siris; per
volontà dei tarantini poi i coloni furono trasferiti ad Herakleia, ed il
sito precedente sul fiume Sinni fu utilizzato come porto della nuova
colonia. I risultati che emergono dagli scavi lasciano supporre che questo
territorio sia stato occupato con una certa continuità dal periodo
compreso tra la conquista achea di Siris e la fondazione della nuova
colonia.
Un vero
e organico sviluppo urbano Herakleia lo ebbe solo a partire dal 370 a.C.
quando divenne sede della Lega Italiota; da questo momento in poi la
colonia si mostra sempre molto attiva sul piano culturale ed economico e
gli sviluppi nell’edilizia urbana e religiosa lo dimostrano.
È
possibile individuare tre settori che presentano soluzioni urbanistiche e
funzionali differenti che sembrano sfruttare le caratteristiche
morfologiche di ciascun sito: la collina del Castello identificata come
acropoli anche se non presenta le caratteristiche tipiche di centro
politico e religioso essendo per lo più caratterizzata da nuclei
abitativi con soluzioni del tipo fornace-abitazione-isolato [si tratta di
un elemento che contrappone Herakleia a Metaponto dove queste attività
erano concentrate in specifici rioni e non venivano svolte all’interno
dell’abitato] e da un esiguo numero di edifici pubblici.
Al
contrario, la vallata mediana ricca di acqua e di vegetazione e pertanto
poco adattabile ad insediamenti abitativi, era la zona dedicata alla
funzione pubblica e al culto; gli scavi infatti, hanno portato alla luce
edifici destinati a tali funzioni e hanno individuato differenti aree di
culto. La terza parte è costituita dalla terrazza meridionale; è questa
l’unica parte dell’antica Herakleia occupata dalla città moderna; si
tratta della zona con la più scarsa documentazione archeologica. Alcuni
indizi inducono a pensare che in questa zona fosse ubicato un quartiere di
vasai.
Due
limiti naturali all’estensione della chora di Herakleia potrebbero
essere facilmente individuati nei fiumi Sinni e Cavone. Un documento
epigrafico importante che fornisce molte informazioni circa la gestione e
l’organizzazione dello spazio agricolo è costituito dalle Tavole di
Eraclea;
Le
cosiddette Tavole di Heracleia, lunga iscrizione in bronzo innalzata dai
cittadini riuniti in assemblea, è un documento epigrafico di eccezionale
importanza, vera e propria miniera di informazioni su aspetti del
paesaggio agrario antico.
Il lotto
di terra (kleros) dalla forma rettangolare è attribuito al
colono-cittadino per diventare capo-famiglia autonomo. L’aggiunta di
nuovi coloni alla realtà della polis si riflette sul paesaggio agrario
che subisce modifiche per la messa a coltura di nuovi terreni (eschatiai),
utilizzati in precedenza per la raccolta di legname e per il pascolo.

I
santuari rurali, distribuiti nei punti strategici della chora, in
corrispondenza di risorse idriche o in connessione a segmenti di viabilità,
questi luoghi di culto sono dedicati principalmente a divinità femminili
del mondo agricolo, che rimandano ai concetti di fertilità e rinascita,
come Artemide, Hera, Demetra e Persefone. Ne sono testimonianza i siti di
San Biagio, Pantanello, Sant’Angelo Vecchio, Incoronata, luoghi
“politici” di incontro e di mediazione oltre che sedi di culti
religiosi.
La
fattoria rappresenta l’unità minima di questo sistema di occupazione
del territorio. Piccoli impianti rurali autonomi sono distribuiti più o
meno uniformemente sulle terrazze marine e lungo le valli dei fiumi e dei
loro affluenti. Sono testimoniate a partire dalla fine del VII secolo
a.C., ma diventano un fenomeno diffusissimo soprattutto nel IV secolo a.C.
Nella zona centrale questi insediamenti comunicano con il centro urbano di
Metaponto attraverso una rete di strade parallele e canali.
Le
abitazioni sono generalmente modeste strutture con ampio spazio dedicato
alla produzione agricola. Sono costruite in mattoni crudi impostati su
zoccolature di pietra per proteggere i muri dall’umidità del terreno. I
tetti sono prevalentemente coperti di tegole poggiate su travature lignee.
È
possibile che i greci, insediandosi nella fertile pianura di Metaponto,
abbiano portato in Occidente modelli agricoli e abitudini alimentari della
madrepatria, anche con l’intento di ricreare una ambiente familiare,
discostandosi per alcuni aspetti precedenti forme locali di sfruttamento
del territorio.
Il
Santuario rurale di Pantanello, dove il deposito archeologico ha
conservato un vasto campione di resti paleobotanici e di pollini, fornisce
un’ampia documentazione in tal senso. Una cospicua parte di essa si
riferisce ai cereali, per i quali è stato possibile identificare quattro
specie: farro, frumento, orzo, panico.
Il
cereale più importante per i coloni greci è l’orzo, come risulta anche
dalle Tavole di Heraclea. Esso viene indicato anche come il mezzo di
pagamento in natura per l’affitto del terreno. Il suo valore di mezzo di
scambio è talmente forte da far decidere di apporre l’immagine di una
spiga di orzo sulle monete di Metaponto. Il fico, l’olivo e la vite sono
le tre principali piante da frutto coltivate nel territorio di Metaponto
dai coloni greci. I fichi sono considerati frutti sacri e sono presenti in
molte celebrazioni di feste legate alla primavera e alla produzione
agricola. La vite e le scene di vendemmia nelle raffigurazioni del mondo
greco sono associate al culto di Dioniso. Al dio, spesso rappresentato sui
grandi crateri figurati o nelle riproduzioni plastiche in cortei con
menadi e satiri e in scene di banchetto, sono dedicate numerose ricorrenze
religiose legate ai cicli agrari della vite e alla produzione del vino.

Agli
inizi del III secolo a.C. Roma fa sentire la sua presenza. Nel 280 a.C.
nel territorio di Herakleia si svolse la battaglia tra l’esercito romano
e Pirro, da cui quest’ultimo uscì vincitore anche se a costo di
numeroso perdite; la guerra volse però in favore dei romani e Pirro e i
suoi furono successivamente sconfitti.Nel II secolo a.C., a seguito
dell’esito della guerra annibalica, la situazione economica e
demografica si presenta in grande trasformazione. Metaponto cessa di
esistere come comunità autonoma, e viene probabilmente amministrata come
parte di una praefectura romana. L’insediamento continua ad essere
frequentato esclusivamente all’interno dell’area fortificata, nota
come Castrum, mentre il resto della città mostra i segni di un completo
abbandono. Buona parte del territorio agricolo viene confiscata e
trasformata in ager publicus romanus. Sorgono importanti complessi
agricoli a Termitito, Montalbano e a Pizzica-Pantanello. Cambia in maniera
sostanziale il modo di abitare e sfruttare la campagna, precedentemente
popolata in modo capillare. Si abbandona il vecchio sistema di divisione
sviluppatosi nel periodo coloniale, che prevedeva la presenza di numerosi
contadini residenti su un lotto di terreno di cui erano proprietari e che
amministravano con una conduzione di tipo familiare. La fattoria greca, di
piccole e medie dimensioni, viene sostituita dalla villa rustica, a volte
di dimensioni considerevoli, dotata di una pars domestica, residenza dei
proprietari, e una pars rustica, destinata alle diverse attività
produttive connesse all’agricoltura e all’allevamento.
Di
Metaponto verrà a perdersi anche il nome e al suo posto comparirà il
toponimo Turris Ostium (che corrisponde alla denominazione medievale di
Torre a Mare) che identifica questo luogo per la sua funzione portuale.
Invece Herakleia passò dalla parte dei romani ed ebbe in questo modo la
possibilità di stipulare con Roma un’alleanza a lei favorevole che
manterrà anche in seguito preferendola alla cittadinanza romana; e quindi
anche se perse il suo ruolo come centro della lega italica, continuò ad
espandersi e a curare il proprio territorio e la propria economia .La
guerra sociale, tra il 91 e l’89 a.C., segna l’inizio di una crisi
diffusa che investe l’intero territorio per lungo tempo. Tra il I secolo
a.C. e il I secolo d.C., in epoca augustea, il territorio metapontino
sembra mostrare i segni di una parziale ripresa con la costruzione sul
territorio di ville e grandi fattorie e con alcuni interventi di edilizia
pubblica all’interno dell’area del Castro.
A
differenza di altre realtà urbane, come Grumentum e Venosa, Metaponto, ed
Heraclea non ebbero alcun ruolo politico ed economico significativo in età
imperiale romana. La crisi iniziata con la guerra sociale fu, per molti
aspetti lenta ed irreversibile.Nelle immediate vicinanze delle fattorie vi
erano fornaci ed officine che provvedevano alla produzione dei prodotti
artigianali o alla lavorazione di quelli agricoli.
L’impoverimento
delle risorse produttive e il diffondersi della malaria provocano la
riduzione del numero e delle dimensioni degli insediamenti, nonché,
talvolta, la loro totale scomparsa, e lo spostamento dei nuclei abitativi
superstiti in posizioni elevate, riproponendo un modello insediamentale
“arrocato” e di difesa, già noto in quest’area nell’età del
bronzo e nella prima età del ferro, ossia prima della colonizzazione
greca di VIII secolo. L’economia resta povera e l’unica vera fonte di
sopravvivenza è data dalle attività agro-pastorali.
Con
l’arrivo dei Longobardi e dei Bizantini, il frazionamento insediamentale
ed economico non viene meno, ma viene rafforzato da esigenze difensive ed
amministrative del territorio, che determinano una organizzazione
topografico a “maglia stretta”, con la creazione di città
fortificate, castra, castelli e torri.
Con la
caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C., la Basilicata
attraversa un periodo di grave crisi socio-economica. Saccheggiata e
depredata da orde barbariche, mostra i segni di una graduale ripresa solo
a partire dal VI secolo, con la diffusione del monachesimo di matrice
greco-bizantina. Le caratteristiche geomorfologiche ed idriche della piana
costiera, unitamente all’abbandono del territorio e all’affermazione
del latifondo, provocano nel corso dei secoli un progressivo
deterioramento dell’ambiente. Mutano il clima e il manto vegetazionale.
Alla cerealicoltura si sostituisce spesso il pascolo e si diffonde il
fenomeno malarico, che rende inabitabile la pianura fino alla
riappropriazione da parte dell’uomo moderno. Nasce dunque non solo
l’esigenza di prosciugare ma soprattutto la necessità di eliminare le
cause che provocano l’impaludamento e l’abbandono.
Nel 1951
nel Metapontino si avvia una politica di esproprio e assegnazione delle
terre, e i poderi con le prime case coloniche diventano una realtà
diffusa e significativa del nuovo paesaggio che si sta creando.
Parco
Archeologico di Metaponto
Oggi, il Parco
Archeologico con i resti, di quanto si è salvato dalle continue
spoliazioni del passato, della polis greca, il Museo Nazionale del
Metapontino con reperti dalla preistoria alla tarda antichità e il Tempio
extraurbano di Hera, meglio conosciuto con il nome di Tavole
Palatine, offrono al visitatore la possibilità di conoscere da vicino la
cultura della Magna Grecia.
L’interesse dei coloni greci è rivolto anche a tutto il territorio
circostante, la chora, estremamente fertile, che immediatamente divenie
oggetto di lavori per la creazione delle necessarie infrastrutture, e
dell’erezione dei santuari extraurbani che rappresentano i segni più
appariscenti della presenza di queste nuove genti e segnano i confini
della polis di Metaponto. Il più importante di questi santuari, l’unico
rimasto in piedi, è quello denominato Tavole Palatine, un imponente
tempio con colonnato di tipo dorico, 12 colonne sul lato lungo e 6 su
quello corto, realizzato nel tardo VI secolo a.C. e posto in prossimità
di una sorgente sacralizzata come era uso nel mondo greco. Il tempio
dedicato ad Hera, protrettice dei confini, conserva oggi in alzato 15
colonne.
In
antichità era un luogo di culto, un tempio dedicato alla moglie di Zeus,
il padre degli Dei che si collocava fisicamente all'esterno della città;
un tempio in stile dorico che è rimasto così dall'epoca antica,
innescando una serie di racconti mitici e di immaginario e legato a
diverse vicessitudini nel corso del Medioevo sino ai giorni nostri.
Il nome
Tavole Palatine si deve probabilmente al ricordo delle lotte contro i
Saraceni dei Palatini di Francia. Il tempio era anche chiamato
"Scuola di Pitagora" in memoria del grande filosofo
Pitagora.
Da una
ricognizione della zona delimitata tra Bradano e Basento sono emersi
reperti che attestano la presenza di numerose fattorie, questo permette di
asserire che almeno la metà degli abitanti vivevano nella campagna
circostante, divisa in lotti regolari, che rappresentano i possedimenti
delle fattorie dei vari coloni, suddivisa non più tardi della prima metà
del V secolo a.C.
Lo sviluppo monumentale dell’asty, cioè del centro urbano di Metaponto,
si attua nei decenni centrali del VI secolo a.C., quando l’intero spazio
è ridisegnato secondo una rigida regolarità geometrica. Un grande asse
(plateia) centrale nord-sud diventa il principio generatore dell’intero
impianto e separa i due maggiori spazi pubblici dell’agorà e
dell’area sacra.
In quest’ultima ci sono i resti di quattro templi principali, di cui i
maggiori, tempio A e B hanno un orientamento non arcaico ma, ruotando
leggermente verso est, si allineano alle nuove geometrie dell’impianto
urbano.
Mantengono, invece, l’originario orientamento arcaico i due templi
minori C e D. Pochi blocchi sono rimasti del tempio C, forse dedicato ad
Atena, databile al 580 a.C.
Il tempio A, dedicato a Hera è eretto in stile dorico verso la metà del
VI secolo a.C.. Una pianta maestosa composta da 8 colonne sul fronte e 17
sui lati lunghi. Il vicino tempio B, dedicato ad Apollo Likaios, ha
dimensioni leggermente più ridotte ed è sempre in stile dorico. Del
tempio D resta solo la trincea di fondazione, ma i numerosi pezzi erratici
permettono di datarlo al 470 a.C. e di asserire che fosse in stile ionico
e dedicato ad Artemide. Al centro dell’area sacra un altro piccolo
tempio è intotolato a Dioniso.
Nell’agorà
si distinguono il manteion intitolato ad Apollo e l’imponente
struttura emiciclica del teatro con gradinate in pietra che, nel corso
della seconda metà del del IV secolo a.C., sostituisce la struttura
circolare arcaica denominata ekklesiasterion, destinata ad ospitare le
assemblee cittadine.
La
mancanza di un pendio collinare impose l’invenzione di un rilievo
artificiale mantenuto da un muro di contenimento con gli ingressi alla
parte alta delle gradinate.

Il teatro
di Metaponto costituisce un unicum, il modello architettonico anticipa le
forme del futuro anfiteatro romano. In prossimità del teatro vi sono
anche i resti del tempio dedicato a Zeus Agoraios, protettore
dell’agorà.
Sul lato opposto dell’attuale strada di accesso sono i resti del castrum
romano utilizzato nel corso del III secolo a.C.. La consegna della città,
da parte dei metapontini, ad Annibale nel 212 a.C. e il ritiro
di quest’ultimo nel Bruzio segna per Metaponto l’inizio di una crisi
demografica ed economica irreversibile, gli edifici sacri si riducono a
ruderi e diventano cave per produrre calce o recuperare materiali da
costruzione.
La scoperta del quartiere dei ceramisti nel settore nord-orientale della
città con i resti delle fornaci, permette di localizzare con certezza la
prima scuola lucana la cui attività si sviluppa tra il 450-440 e 380-370
circa a.C. dal Pittore di Pisticci al laboratorio dei Pittori di
Dolone e di Creusa. La produzione figurata metapontina si diffuse
soprattutto nella chora e nel vicino entroterra indigeno. Il primo
ceramografo italiota a dipingere vasi a figure rosse su fondo nero fu il
cosidetto Pittore di Pisticci che per primo introdusse, nel IV secolo
a.C., lo stile a figure rosse.
Nel quartiere dei ceramisti di Metaponto gli archeologi hanno individuato
le fornaci e le buche con gli scarti della lavorazione, dai vasi cotti
mali alle prove di cottura, dai sostegni per impilare i vasi durante la
cottura ad una numerosa quantità di frammenti decorati e non.
Oggi è visibile una grande fornace che si compone di un corridoi di
alimentazione e di una camera di cottura di forma circolare, ricoperta da
una cupola di mattoni di argilla cruda con una piccola apertura per il
controllo dello stato di cottura. I vasi una volta modellati e decorati
con la vernice, venivano cotti ad una temperatura di 800°-900° per non
meno di 36 ore. Fondamentale era mantenere costante la temperatura che
consentiva la trasformazione chimica dei materiali contenuti
nell’argilla e nella vernice. L’immissione di aria nella fornace
permetteva l’ossidazione della vernice e faceva assumere al vaso una
colorazione rossa. Successivamente si privava la fornace dell’ossigeno
introducendo legna verde, in modo che i minerali della vernice
restituissero l’ossigeno assumendo il colore nero. Successivamente si
introduceva nuovamente aria per far tornare le parti del vaso non
verniciate al colore rosso.
Negli ultimi anni all’archeologia tradizionale si è aggiunto lo studio
delle impronte digitali con l’aiuto del Servizio di polizia scientifica.
Lo studio delle impronte digitali lasciate sui vasi, rinvenuti nella
discarica denominata del Pittore di Dolone, ha permesso di
individuare diversi artigiani e di capire quali erano state le loro
mansioni all’interno del laboratorio, dal modellatore al verniciatore
ognuno di loro era specializzato in un fase della lavorazione.

Fonte:
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