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Irsina,
antica Montepeloso,
è dal 2017 uno
dei borghi più belli d'Italia. Ha origini antiche e il suo
paesaggio ha fatto innamorare decine di stranieri che l’hanno scelta
come loro residenza. Custodisce la scultura attribuita all’artista
rinascimentale Mantegna:
SANT’EUFEMIA, tesoro di inestimabile valore e rara bellezza.
L’antico
borgo sorge su una posizione panoramica a circa 550 metri di altezza, tra
le valli del Bradano e
del Basentello.
Le
strette viuzze denotano l’antichità della città, i palazzi le donano
un aspetto aristocratico, creando un insieme di grande suggestione.
Il
toponimo, di origine latina, deriva da Irtini,
il popolo che per primo abitò il Monte Irsi, la collina di fronte
all’attuale città, oppure da Hirsum,
il luogo in cui sorgeva un tempio in onore di Santa Maria dell’Hirso.
Dal Medioevo fino al 1895 il nome di Irsina era Montepeloso, dal
greco plusos,
“terra ricca” in quanto fertile.

Irsina è
uno dei paesi più antichi della Basilicata, come testimoniano numerosi
reperti archeologici risalenti ai periodi greco e romano. Dal Medioevo fino
al 6 febbraio 1895 il
nome del paese era Montepeloso.
Fu
assediata ed invasa nell'895 dai Saraceni,
che nel 988 la
distrussero; fu ricostruita dal Principe Giovanni
II di Salerno e fu contesa tra i Bizantini ed
i Normanni.
Il
territorio di Irsina è al centro della battaglia
di Montepeloso, combattuta il 3 settembre 1041,
a breve distanza dalle rive del fiume Bradano.
L'esercito Bizantino è guidato da Augusto Bugiano (Boioannes); le forze
Normanne sono comandate da Atenolfo,
fratello del Principe di Benevento, che coordina anche i militari
Longobardi. I cavalieri sono guidati da Guglielmo d'Altavilla e da Argiro.
I Normanni lanciano la prima carica, mentre i Greci accusano il colpo e
cadono a centinaia.
Guglielmo
I d'Altavilla è infermo, ma lascia la sua tenda, posta sopra
una altura, e si lancia nella mischia. Secondo il cronista Guglielmo
di Puglia, i cavalieri normanni sbaragliano
le forze Bizantine e le truppe che provengono dalla Calabria,
dalla Sicilia e
dalla Macedonia ed
un gruppo di mercenari Pauliciani.
Secondo lo storico De Blosiis, l'eroe della battaglia è Gualtiero,
figlio del Conte Amico. I bizantini vengono ricacciati dalle truppe
Normanne, che risultano vincenti e, pertanto, la città passò sotto il dominio
normanno. I Normanni catturano Augusto Bugiano, lo trasferiscono a Melfi insieme
con le insegne bizantine e poi a Benevento lo consegnano ad Atenolfo.
Secondo
la cronaca di Amato di Montecassino, Tristano,
cavaliere al seguito della casata Altavilla nel territorio del Vulture, è
il primo Conte normanno di
Montepeloso, una delle dodici baronie di cui si compone la Contea
di Puglia.
Nel 1059 al Concilio
di Melfi I, il Pontefice Niccolò
II, eleva la Contea di Puglia a Ducato di Puglia e la affida alla
Casata Altavilla.
Il secondo Signore della città, nel 1068,
è Goffredo,
conte di Conversano, un nipote di Roberto
il Guiscardo.
Nel 1123 il papa
Callisto II con una bolla elegge
Montepeloso a sede vescovile, anche per contrastare la presenza bizantina
ancora forte nel paese. Nel 1132 i
cittadini aderiscono alla rivolta contro Ruggero
II e Montepeloso diviene feudo di Tancredi di Conversano,
conte di Brindisi,
ma l'anno successivo Ruggero II la punisce per essersi schierata con i
ribelli e la fa radere al suolo.
Nel
periodo svevo fu
annessa alla contea
di Andria e dopo la morte di Federico
II divenne un marchesato sotto
la signoria di Manfredi. Nel 1266,
dopo la battaglia
di Benevento, passò sotto il dominio degli Angioini che
la donarono a Pietro di Beaumont conte di Montescaglioso e
successivamente a Giovanni di Monfort. Il 5-1-1309 il
Re Carlo II
d'Angiò dona a suo genero Bertrando del
Balzo, signore di Berre in Provenza,
la contea di Montescaglioso di
cui Montepeloso faceva
parte. Si deve ai conti di Montescaglioso e duchi di Andria, a Francesco
II del Balzo la trasformazione in epoca umanistica della Cattedrale di
Irsina, e in particolare sotto il suo feudo venne concessa alla
chiesa da parte del De Mabilibus la donazione di alcuni corredi
ecclesiasitici, tra i quali la scultura da poco attribuita ad Andrea
Mantegna. Questo feudo resterà nella famiglia del
Balzo fino alla sua confisca da parte degli Aragonesi,
a seguito della congiura
dei baroni, per entrare nel possesso del re Federico
d'Aragona marito di Isabella
del Balzo duchessa di Andria.
Nel 1586 venne
acquistata dalla ricca famiglia genovese dei Grimaldi ed infine passò ai
Riario Sforza, che furono gli ultimi signori feudali di Montepeloso.
Nel 1799 aderì
ai moti repubblicani innalzando l'albero della libertà e diventando
cantone del dipartimento
del Bradano, amministrato dal commissario governativo Nicola
Palomba. Ben presto questi moti furono soffocati dalle truppe del
cardinale Fabrizio
Ruffo. Dopo l'unità
d'Italia fu interessata dal fenomeno del brigantaggio.
Durante
il ventennio fascista fu sede di confino per esponenti antifascisti.
Borgo
Antico
L’antico
borgo di Irsina, distrutto nel 988 dai saraceni, fu ricostruito dal
principe longobardo Giovanni II di Salerno, che munì la città di mura,
di torri difensive e della Cattedrale. Il borgo si sviluppò dapprima
nella zona del Casale, poi nella zona dei Greci. Le caratteristiche
morfologiche e tipologiche delle costruzioni, ancora ben visibili
percorrendo le strette viuzze dei quartieri, denotano la loro antica
origine.
Nel
Cinquecento, con la nascita di una borghesia cittadina e l’arricchimento
di alcune famiglie, si costruiscono i primi palazzi gentilizi sulle strade
che collegano il borgo antico con porta Maggiore, l’attuale porta
Sant’Eufemia.
Nei
secoli successivi la città si arricchisce di nuove costruzioni, sia di
tipo civile che religioso. I palazzi le donano un aspetto aristocratico e
creano un insieme urbano di grande suggestione. Anche le chiesette
disseminate in tutto il centro storico sono la testimonianza della
secolare potenza del paese e della diocesi.
L’antico
borgo di Montepeloso, oggi Irsina, sorge su una posizione panoramica a
circa 550 metri di altezza, tra le valli del Bradano e del Basentello. Per
la sua posizione strategica fu abitata dai tempi più antichi e fu spesso
sede di combattimenti anche violenti che non di rado ne causarono la
distruzione.
Non fu
risparmiata dalle invasioni barbariche che costrinsero le popolazioni
dislocate sulle rive dei due fiumi a rifugiarsi sul colle, dando vita
nell’800 d.C. al primo insediamento umano nella zona, con la costruzione
delle prime case-capanne.
La città
iniziò a prendere forma, sviluppandosi dapprima nella parte meridionale
(zona del Casale) fino alla porta d’accesso a nord, nella zona più
espugnabile, difesa da un ponte levatoio e da una catuva (rifugio
fortificato).
Dopo
la cacciata dei basiliani da Juso, nel 1300 gli abitanti, costretti, per
motivi di sicurezza, a rifugiarsi all’interno della fortificazione, si
insediarono nella zona dei Greci e costruirono le abitazioni con i pochi
materiali a loro disposizione: paglia, legno e pietra. Gli isolati e le
strette viuzze di questo quartiere offrono al visitatore scorci di
straordinario fascino con squarci di luce che creano effetti di
chiaroscuro rincorrendosi tra gli archi.
La
ricchezza derivata dalla fertilità del vasto agro, la operosità degli
abitanti, una certa stabilità politica nel corso del Cinquecento e del
Seicento consentirono condizioni di vita tali da favorire la costruzione
di palazzi importanti e solidi, ornati con stemmi ed epigrafi, i cui
ambienti erano distribuiti razionalmente per i vari usi. Al piano sotto il
livello stradale le cantine e le stalle, al piano terra i granai e i
locali per la servitù e al piano nobile, il primo, la famiglia del
proprietario.
Vennero
allargate le strade intra moenia (nelle mura) e create piazzette e corti
(cortili interni su cui si affacciavano più abitazioni tra sottani e
soprani) in cui si svolgeva all’aperto gran parte della giornata di
lavoro e di socializzazione delle famiglie. I palazzi gentilizi più
significativi sono D’Amato Cantorio, Arsia, Angeletti e Janora.
Tra il
Cinquecento e il Settecento a Montepeloso sorsero i più importanti
edifici religiosi: cinquecentesche sono la chiesetta di San Nicola De
Morgitiis, appartenuta all’omonima famiglia, e quella di San Rocco; nel
Seicento furono erette la chiesa del Purgatorio, lungo via Roma, abbellita
da dipinti napoletani, di Santa Lucia in largo SS. Salvatore, la chiesetta
di Sant’Andrea e della Annunziata alle spalle della Cattedrale.
Quest’
ultima, distrutta e ricostruita più volte, deve il suo aspetto attuale ad
un intervento del XVIII secolo, mentre il solo campanile conserva le forme
romaniche. Nell’impianto, tre navi con cappelle laterali, e nella
facciata, impostata secondo gli schemi sangalleschi, si rivela un gusto
accademico appartenente al maturo barocco napoletano. Settecentesca è
anche la cappella dell’Addolorata, con il bellissimo trittico ligneo.
Del 1717
è l’attuale edificio di San Francesco, riedificato sulla preesistente
costruzione del 1531, quando Papa Callisto III incaricò l’ordine di San
Francesco di costituire un convento con gli annessi servizi.
Grandi
emozioni si provano nell’attraversare i suoi vicoli e le sue piazze,
nell’ammirare le sue mura che si aprono nelle volte delle antiche porte
e s’innalzano nelle circolari torri di guardia.
Alla
caotica maglia del centro antico fa da contrasto un’ordinata città
ottocentesca che nasce e si sviluppa sull’asse della porta Maggiore. Lo
stesso asse funge da principio regolatore per la città moderna che
continua ad espandersi.
In
occasione della nascita della Repubblica Partenopea, avvenuta dopo i moti
del 1799, si organizzarono speciali cerimonie per piantare l’albero
della libertà nella piazza di S. Salvatore. Esso era costituito da un
tronco di faggio, di quercia o di ulivo e di un palo sulla cui sommità
era collocato un berretto frigio, usato dai rivoluzionari francesi.
Cattedrale
di Santa Maria Assunta

Pochi
luoghi dell’Italia meridionale possiedono preziose opere d’arte
rinascimentale come la Cattedrale di Santa Maria Assunta di Irsina. La
maestosa Chiesa, distrutta e ricostruita più volte, deve il suo aspetto
attuale ad un intervento del XVIII secolo, mentre il solo campanile
conserva le forme romaniche nella parte inferiore e gotiche nelle bifore
della parte superiore.
La
facciata, in stile barocco napoletano, presenta pregevoli decorazioni nel
portale e richiama l’impianto interno a tre navate. La sua architettura
è piuttosto insolita: nella parte posteriore ha infatti l’aspetto di
una fortezza e forma un unico corpo con le antiche mura di cinta della
città. Elemento originario dell’antica costruzione è la suggestiva
cripta, con pianta a croce greca. L’interno è uno scrigno di tesori
d’arte: vi si conservano le opere venete della preziosa collezione De
Mabilia, con la splendida statua del Mantegna.
La
Cattedrale testimonia l’importanza della città nei secoli e, per le sue
peculiarità architettoniche ed il valore delle opere conservate,
rappresenta senza dubbio uno dei monumenti più significativi della
Basilicata. Antichissime sono le origini di questa costruzione, che fu
distrutta, come d’altronde tutto l’antico centro abitato, nel 988 dai
Saraceni, e ricostruita dal principe Giovanni di Salerno. La sua esistenza
è documentata da una bolla di Callisto II del 1123. Nel 1133 fu
ricostruita e ampliata dopo un ulteriore saccheggio.
L’attuale
edificio risale alla fine del XVIII secolo, quando fu riedificato; fu poi
riconsacrato dal Vescovo Mons. Lupoli il 26 settembre 1802.
La
maestosa Cattedrale sembra quasi invitare lo spettatore incuriosito ad
inoltrarsi nei meandri d’una lontana memoria spesso resa più suggestiva
dai racconti degli anziani, custodi di un’antica tradizione. La
facciata, realizzata con laterizi locali, appare ricca di decorazioni nel
portale e nel campanile, seppure l’insieme risulti semplice e
lineare.
L’elemento
più antico del prospetto è il campanile, nel quale convivono due stili:
di impostazione romanica la parte inferiore, più antica; di gusto tardo
gotico la parte superiore, riconoscibile nelle eleganti bifore e negli
archetti pensili. L’interno, in linea con le tendenze barocche,
perfettamente simmetrico e a croce latina, è a tre navate divise da
enormi pilastri, finemente stuccati, terminanti con absidi; il transetto
ha cupola centrale.
Degno di
attenzione è, dietro l’altare maggiore, il coro ligneo, finemente
intagliato e sormontato da un organo a canne dei primi dell’Ottocento,
tuttora funzionante. Da notare anche alcune tele di scuola napoletana
conservate nelle cappelle delle navate laterali.
Unico
elemento superstite dell’antica costruzione è la cripta, alla quale si
accede da due piccole porte ai due lati del transetto, che immettono a due
imponenti e simmetriche scalinate, dall’emozionante impatto visivo.
Costruita in pietra locale, ha un impianto simmetrico a croce greca ed è
sorretta da pilastri; nel lato verso Sud ingloba uno sperone della roccia
su cui poggia l’intera costruzione che ha resistito anche ai
bombardamenti del 1943; è stata usata come ossario fino all’editto
napoleonico del 1804 che imponeva la costruzione dei cimiteri fuori le
mura dell’abitato.


Nella
Cattedrale è custodito un tesoro di inestimabile valore: la statua di
Sant'Eufemia. La sua realizzazione sembra sia stata attribuita ad Andrea
Mantegna, che è conosciuto più come uno dei pittori più famosi del
Rinascimento; in realtà in gioventù, ha realizzato anche sculture.
La
donazione De Mabilia è arrivata nel piccolo centro lucano nel 1454, tramite il
presbitero e notaio Roberto De Mabilia (o De Mabilibus), originario di
Irsina, che commissionò ad alcuni artisti padovani una serie di opere
d’arte. La ricca donazione comprendeva, oltre alla ormai famosa statua
di pietra raffigurante Sant’Eufemia di Andrea Mantegna, la scultura
raffigurante la Madonna col Bambino attribuita a Nicolò Pizolo, un
Crocifisso ligneo di scuola donatelliana, un fonte battesimale in breccia
di Verona, tre codici miniati, un reliquiario d’argento contenente le
ossa del braccio della santa, il dipinto raffigurante Santa Eufemia del
Mantegna ora a Capodimonte, e un altro dipinto, la Dormitio Virginis.
La statua
di Sant'Eufemia è stata realizzata in pietra di Nanto, una pregiata
roccia tenera calcarea estratta nei Colli Berici in provincia di Vicenza,
quindi il materiale è la testimonianza di un'opera proveniente dal
Veneto.
Cappella
Ipogea della Chiesa di San Franceso d'Assisi
Negli
affreschi della cappella ipogea di San Francesco, ricavata all’interno
di una torre quadrangolare del castello normanno è chiaro il richiamo
alla pittura di Giotto non solo nelle architetture ma anche nella
spiritualità dei personaggi. L’ideazione colta voluta dai committenti,
i Del Balzo, rispecchia i temi cari alla pittura del Trecento: dalla
raffigurazione del Creatore alla Crocifissione, dall’Ultima Cena alla
Presentazione al Tempio. Affrescata tra il 1370 e il 1373 da artisti
aperti alle influenze umbre e marchigiane, denota influssi di tutte le
correnti pittoriche nazionali e internazionali che interessarono Napoli
nel XIV secolo.
Gli
elementi architettonici presenti nella cappella ipogea, quali le arcate,
la volta a botte e le monofore strombate, inquadrano la sua costruzione
nel XIII secolo, ad eccezione della porta di accesso che si apre nella
nicchia della parete occidentale e del frammento d’arco gotico rinvenuto
nell’absidiola della seconda nicchia della parete occidentale, elementi
questi che risalgono al XIV secolo, epoca in cui fu affrescata la
cappella.

Nata come
oratorio francescano, nel Trecento fu scelta come cappella gentilizia dai
Del Balzo che ebbero ad Irsina un ruolo fondamentale nella promozione di
importanti imprese artistiche tra cui la ideazione del ciclo pittorico,
voluto da Margherita e da sua figlia Antonia , ritratte tra i personaggi
raffigurati.
La
cappella, affrescata da artisti vicini a Roberto d’Oderisio, il più
famoso dei pittori giotteschi napoletani, denota molteplici influssi di
scuola fiorentina, senese, pisana, napoletana e romana, che si fondono con
richiami oltremontani e irlandesi, conformandosi alla sintesi delle varie
correnti pittoriche nazionali e internazionali che interessarono Napoli
nel XIV secolo.
Gli
affreschi, che si sviluppano lungo le pareti e sulla volta della cappella
le cui dimensioni sono m. 7 per m. 4, sconosciuti fino al primo Novecento,
furono descritti per la prima volta dall’ultima feudataria irsinese, la
contessina Margherita Nugent. Nella volta è raffigurata la figura di Dio
Padre. La rappresentazione ricorda le miniature celtico-irlandesi nel
volto gigantesco e appiattito, nella lunga barba bianca e negli occhi a
mandorla ravvicinati. Il Creatore è contornato da cerchi concentrici
multicolore rappresentanti l’universo ed è sorretto da quattro angeli.
Agli angoli degli angeli quattro cornici lobate raffigurano i simboli dei
quattro evangelisti: l’angelo di San Matteo, il leone di San Marco,
l’aquila di San Giovanni e il bue di San Luca. Al centro, sul pilastro
della parete orientale, meno rovinata e più integra delle altre, è
rappresentata la scena più drammatica del ciclo, la Crocifissione, che
risente degli influssi giotteshi, senesi e bizantini. Cristo pende dalla
croce reclinando il capo sul petto e ricadendo con le braccia e con il
busto in avanti. La tragicità della scena è visibile sul volto
sofferente e nei due angeli, raffigurati in rapida discesa sul costato del
Cristo. Ai suoi piedi la Vergine e il Battista sono quasi compressi nel
pilastro.




Al lato
destro del Crocifisso, nella nicchia cieca, vi è la Presentazione al
Tempio, con l’edificio sacro al centro della scena. Qui il richiamo alla
pittura di Giotto è non solo nell’architettura piena di archi,
pilastrini, guglie, pinnacoli e motivi decorativi cosmateschi, ma anche
nella spiritualità dei personaggi. Sotto l’edicola si assiste alla
consegna del Bambino Gesù da parte di Simeone a Maria e Giuseppe, alla
presenza della profetessa Anna e di due sacerdoti. Trecentesca è la
tipica cuffia dai lobi appuntiti che indossa il santo falegname.
Sul
pilastro a destra della Presentazione è dipinto il fondatore
dell’ordine francescano, San Francesco d’Assisi, che nella mano
sinistra regge la Croce e nella destra un libro chiuso da cerniere
metalliche. Nella lunetta a sinistra del Cristo in Croce è affrescata
l’Incoronazione della Vergine che ricorda Simone Martini e la pittura
senese, con Cristo in procinto di posare la corona d’oro sul capo della
Vergine. Intorno a loro ci sono nove angeli ritratti con vivo realismo
nelle vesti, nelle ali multicolori, nei visi paffuti e negli strumenti
musicali. Sette di questi sono musicanti, gli altri due, disposti ai lati
di Maria e Gesù, in abiti fiammeggianti, consegnano rose bianche.
Nella
parte curva del sottarco sono stati rappresentati, nei due rombi, i
ritratti femminili delle committenti Margherita e Antonia Del Balzo,
rispettivamente duchessa di Taranto e futura regina di Trinacria.
L’ultima parete termina con la raffigurazione di Santa Maria Maddalena,
che con la mano sinistra ricopre con un velo trasparente la pisside con
gli unguenti. Sulla parete meridionale è raffigurato il Pontefice Urbano
V, che siede frontalmente su un trono squadrato, decorato con motivi
cosmateschi. Il Papa regge il calice contenente le teste dei Santi Pietro
e Paolo ritrovate nel 1367 nella Basilica Lateranense. Grande più del
doppio delle altre figure affrescate nella cappella, è un omaggio dei
frati francescani al Pontefice per la sua benevolenza verso l’ordine.
Sotto la finestra, si scorge l’Ultima Cena, quasi completamente
rovinata. A sinistra della scena si riconosce Cristo, con San Giovanni che
piange sulle sue spalle, Giuda, inginocchiato, di spalle
all’osservatore. Sullo sfondo della composizione sono presenti archetti
pensili e architetture gotiche.
Nella
parte superiore della parete meridionale c’è l’Annunciazione, divisa
in due da una monofora. Del dipinto, purtroppo, rimane solo il lato
sinistro, con un’edicola occupata dall’angelo Gabriele genuflesso e
benedicente, di fronte al quale doveva campeggiare l’Annunziata. Chiari
sono i rimandi a Duccio di Buoninsegna, Simone Martini e Ambrogio
Lorenzetti, la cui arte ritorna nello splendido Angelo Annunciante. A
Giotto, invece, guardano le architetture.

Gli
affreschi della parete nord sono andati distrutti a causa di un varco
praticato nel muro e successivamente richiuso. Gli unici due affreschi
sopravvissuti sono la Dormitio Virginis, con echi cavalliniani (di Pietro
Cavallini), e San Ludovico da Tolosa. Nella Dormitio Virginis la Madonna
è al centro della composizione distesa sul letto, mentre due angeli e i
dodici apostoli le porgono l’ultimo saluto con smorfie di dolore sui
loro visi. Completano la decorazione ventiquattro medaglioni con i
ritratti dei Patriarchi e dei Profeti Maggiori e Minori realizzati sulle
pareti orientale e occidentale.
Gli
affreschi irsinesi vanno attribuiti a frescanti di diretta ascendenza
toscana e ad artisti meridionali che hanno avuto rapporti, oltre che con
modelli di scuola toscana e romana, anche con l’arte internazionale
della seconda metà del XIV secolo.
In alcuni
antichi manoscritti si narra che i frati francescani fecero del loro
convento un luogo imprendibile e sicuro, tanto che i signorotti locali vi
facevano custodire i propri tesori. Infatti, fino a qualche tempo fa, gli
anziani del luogo recitavano questa filastrocca: “A Montepeloso, nel
grande castello, ci stava un tesoro assai bello, era il tesoro di Santo
Francesco sempre tenuto allo fresco. Rubini, topazi e acquemarine stavano
tutti nelle cantine. O mio Signore, cerca e trovi, scava la terra, sradica
i rovi e quando il tesoro tu troverai, ricco e felice per sempre
vivrai”.
Chiese
minori
Passeggiando
per i suggestivi vicoli e le amene piazzette del borgo antico,
all’improvviso, tra una casa e l’altra compare la semplice bianca
facciata di una chiesetta. Sant’Andrea, Santa Lucia, il Purgatorio, San
Nicola de Morgitiis, San Nicola dei poveri, San Rocco, l’Annunziata,
l’Addolorata, sono le cappelle che la devozione popolare ha voluto
erigere a fianco delle case, quasi numi tutelari della quotidiana fatica e
custodi di sogni e di speranze.
Esse sono
il segnale incancellabile del ruolo della Chiesa nei secoli, ma anche la
testimonianza della fede e della profonda attenzione verso la religione
del popolo montepelosino che curava la pulizia e il decoro di questi
luoghi santi.
Fuori del
centro storico, lungo la via principale, si incontra la rinascimentale
Chiesa di Sant’Agostino con l’annesso convento, mentre dal belvedere
si distinguono nel verde della campagna la chiesa della Pietà e quella
arroccata sul monte di Irsi.
CAPPELLA
DELL'ADDOLORATA - La cappella in onore della Santa Vergine, ubicata a
ridosso della chiesa Cattedrale, fu eretta nel 1700, durante il vescovato
di monsignor Potenza (1718/1738), per volontà del Canonico S. B. Trabace.
Era la sede della congrega dell’Addolorata, composta da dieci sacerdoti
e sedici nobili laici.
Elemento
importante è il trittico ligneo del 1700 raffigurante la Madonna, San
Michele e San Giovanni Battista che fino al 1945 sovrastava un altare in
marmi policromi trasferito nella chiesa di San Francesco, dove è tuttora.
Sulle pareti laterali, in due nicchie posizionate in prossimità del
trittico, vi sono le statue lignee raffiguranti San Pietro e San Pasquale
Baylon; nella parte inferiore della parete sinistra, in posizione più
distanziata rispetto alla nicchia, interessanti epigrafi, una delle quali,
datata, in italiano descrive un lascito per la dote delle fanciulle povere
del paese. Sulla parete di destra un epitaffio in latino.
CHIESA
DI SANT'ANDREA - Il primo documento ufficiale in cui compare la chiesa
di S. Andrea è una bolla del 1592 del Vescovo Dragomanno con la quale
vengono istituite quattro nuove parrocchie e precisamente: S. Nicola dei
Poveri (oggi trasformata in abitazione), S. Andrea, SS. Salvatore e S.
Nicola de Morgitiis.
La
cappella si presenta ad unica navata, la parete di fondo presenta una
nicchia centrale e due aperture laterali che immettono nella piccola
sacrestia.
La
facciata è chiusa da una finestra campanaria e presenta un fregio nella
parte terminale su cui è posta l’iscrizione
“IN
HONOREM S. ANDREA APOLI E C.F. (P?) ASC(A)NIUS ABBATI A.S. MDCLXV”;
ciò
testimonia che nel 1665 la chiesa è stata ristrutturata. Parzialmente
distrutta dal terremoto del 1980, è in attesa di restauro.
CHIESA
DI SAN NICOLA DE MORGITIIS - Situata nella parte Meridionale del borgo
antico, la chiesa dedicata a San Nicola di Bari era di proprietà della
famiglia De Morgitiis ed inglobata nella struttura del loro palazzo. La
cappella passò poi alla famiglia Abbate.
La
facciata principale è costituita da un’unica fascia verticale
rettangolare sormontata da un timpano triangolare con cornicione. Il sisma
del 1980 ha alterato lo stato di conservazione, tanto da rendere inagibile
la struttura.
SANTUARIO
DELLA MADONNA DELLA PIETA' -Situato fuori le mura nella contrada
Peschiera, il santuario è stato eretto nel tardo Cinquecento,
probabilmente commissionato da cultori dell’arte romana, come si evince
dai richiami michelangioleschi della sua struttura.
La
pianta, come la maggior parte della piccole chiesette, è centrale e
allungata.
Il primo
documento che certifica l’esistenza della chiesa è una veduta
prospettica contenuta nel testo Regno di Napoli in prospettiva del 1703 a
cura di G. B. Pacichelli.
Il sisma
del 1980 ha aggravato la situazione di degrado provocando delle lesioni
sui lati e sulla facciata, ma un recente restauro ha permesso il recupero
della struttura.
CHIESA
DI IRSI - La Chiesa di Santa Maria d’Irsi fu ricostruita nel 1756
con il contributo degli abitanti di Montepeloso, come si legge
nell’iscrizione sul portale che recita “Ex devocione civium
A.D.1756”. A valle di Monte Irsi negli anni ’50 del secolo scorso
venne costruito l’attuale villaggio di Santa Maria d’Irsi dove si
trova il Santuario della Madonna d’Irsi o Maria SS. della Divina
Provvidenza.
CHIESA
DI SAN ROCCO - I diversi restauri subiti dalla piccola cappella di San
Rocco, purtroppo, non permettono di fare un’ipotesi sulla data di
costruzione della stessa.
La chiesa
ha per gli irsinesi un valore sociale e di devozione perché legata alla
festività di San Rocco che si tiene a metà Agosto.
CHIESA
DELLA MADONNA DEL CARMINE (O DEL PURGATORIO) - La chiesa, eretta su un
locale preesistente sotto il vescovo Orsini tra il 1738 ed il 1755, si
affaccia su via Roma.
Il
prospetto ben conservato, arretrato e rialzato rispetto alla strada, è
costituito da un’unica fascia verticale sormontata da un timpano
triangolare di impostazione barocca.
Pregevoli
sono l’abside intagliato e l’altare in marmo con un altorilievo che
raffigura la Madonna del Carmine che redime le anime dal Purgatorio. Si
conservano, inoltre, due dipinti di Andrea Miglionico rappresentanti
“San Michele e Angeli” e la “Madonna del Carmine” del secolo
XVIII, e quattro tele, una di Francesco Polino che ritrae “S. Pasquale
Baylon”, una seconda con “San Giovanni Battista” del secolo XVIII,
un’altra raffigurante le “Nozze di Cana”, di un allievo del
Caravaggio, ed, in ultimo, una ritraente la “Pietà” di un allievo di
Jacopo Palma. Inoltre acquamanili di un marmoraro locale.

CHIESA
DI SAN SALVATORE (O DI SANTA LUCIA) - Situata nell’omonima piazza,
un tempo centro politico ed amministrativo della città, la cappella di S.
Salvatore appartiene alle quattro chiese istituite nel 1592 ed era sede
della congrega dei nobili.
Ha una pianta ad unica navata. Nonostante nel corso dei secoli abbia
subito diversi interventi conservativi, il portale rivela la sua origine
rinascimentale.
Oggi la
struttura è in buono stato perché recentemente restaurata ed aperta al
culto di Santa Lucia.
CHIESA
DELL'ANNUNZIATA - Dedicata in origine a San Basile e alla Madonna
della Neve, la chiesetta dell’Annunziata fu fondata nel 1424 dal
benefattore M. Del Giudice-Vitale che fondò anche un ospizio ancora
visibile di fronte alla stessa chiesa. Dal 1714 ospitò la Congrega dei
massari e foresi (contadini), ma, estintasi quest’ultima, la cappella fu
chiusa al culto.
CHIESA
E CONVENTO DI SANT'AGOSTINO - La fondazione della chiesa, ad unica
navata e con soffitto a capriata, inizialmente dedicata a San Vito, risale
alla metà del secolo XVI. Il convento degli Agostiniani annesso alla
chiesa, fondato nel 1570, si sviluppa intorno al chiostro quadrangolare
sul quale si affiacciano gli ambienti un tempo adibiti a mensa, botteghe e
celle.
Nella chiesa è conservato il dipinto raffigurante le Nozze di Cana di
Andrea Miglionico realizzato nel primo decennio del Settecento.
Palazzi
storici
I
più importanti palazzi, ornati di caratteristici bugnati, stemmi ed
epigrafi, furono costruiti ad Irsina tra il Cinquecento ed il Settecento,
quando l’assestamento politico e il conseguente miglioramento della
situazione economica della città ne favorirono la costruzione.
I palazzi
gentilizi più imponenti, palazzo D’Amato Cantorio e palazzo Janora,
sorsero su via Roma, la via che collegava le piazze più significative del
borgo, piazza San Francesco e piazza Castello. Su via Sant’Angelo è
situato il palazzo Arsia. Da ricordare, sicuramente, il palazzo vescovile
e il palazzo Rizzi.
PALAZZO
RIZZI - Passeggiando per le vie del centro storico, si possono
ammirare altre costruzioni come palazzo Rizzi, anch’esso rivestito a
bugnato, in via Antica Tribuna che attestano la ricchezza e la dinamicità
della società montepelosina nel tempo.
PALAZZO
VESCOVILE - Il palazzo vescovile, addossato alla Cattedrale di Santa
Maria Assunta, ingloba la cappella di San Basilio, dove sono custodite le
epigrafi che testimoniano la presenza ad Irsina del Vescovo.
La curia
di Montepeloso ha seguito le vicende che hanno caratterizzato la
cittadina: nel 1068 la bolla di Alessandro II la incluse ad Acerenza, nel
1133 fu rasa al suolo come tutta la città, da Ruggero II.
La
ricostruzione si fa risalire al XV sec., quando, nel 1451, vi fu
ripristinata la cattedra vescovile per volontà di Francesco II del Balzo.
Raggiunse
le dimensioni attuali nel XIX secolo.
PALAZZO
NUGENT - Il palazzo Nugent è stato edificato sul precedente castello
medioevale risalente al XIV-XV sec. ed ingloba la porta Maggiore, o di
Sant’Eufemia, principale punto di accesso alla città.
Nel XVIII
sec. i feudatari di Montepeloso, i Riario Sforza, trasformarono la
fortezza in residenza della famiglia.
La
struttura, difesa all’esterno da un’alta cortina muraria, si sviluppa
intorno ad una corte quadrangolare alla quale si accede dal portale
finemente lavorato. Il pozzo è decentrato rispetto alla sua posizione
usuale al centro del cortile.
Sulla
corte si affacciano le tre ali del palazzo che si sviluppa su due livelli:
al primo ci sono locali con volte a botte destinati a magazzini, al
secondo gli appartamenti del feudatario.
PALAZZO
D'AMATO CANTORIO - L’epoca di costruzione del palazzo D’Amato
Cantorio è riferita al XV sec. Il prospetto architettonico è arricchito
da un paramento in bugnato. Sul portale di accesso in pietra modanata è
presente lo stemma della famiglia D’amato, originaria di Amantea, che
riporta nella parte superiore tre stelle, in quella centrale una fascia e
nella parte sottostante un cuore.
Nel
vestibolo d’ingresso, su cui si affacciano locali adibiti in passato a
stalle e cantine, si trova una cisterna e una scala esterna in pietra
decorata, posta sulla destra dell’atrio che conduce al piano superiore,
dove si dipanano diversi ambienti con elementi d’arredo d’epoca in
discreto stato di conservazione.
PALAZZO
ARSIA - In via Sant’Angelo, una strada parallela a via Roma e
tuttora processionale si trova il cinquecentesco palazzo appartenuto alla
famiglia Arsia proveniente da Lucera, nel foggiano.
Sull’architrave
all’ingresso reca un motto araldico “IN CERERIS STUDIO ARSIA NOS
PROLES”, cioè: “nell’amore e nell’agricoltura è fondata la
nostra famiglia degli Arsia”. Un accesso a destra nell’androne porta
ai locali adibiti a stalla e cantine nelle quali sono conservate botti di
rovere che venivano assemblate al suo interno.
Salendo
la prima rampa su un portale a sinistra c’è un’altra iscrizione
recante lo stemma vescovile e la dicitura “NOS ALMAE CETERIS PREDO;
MEMOR IPSA LABORUM; HAEC TRIBUTI DIVITIS GERMINA BLANDA MEIS”, tradotta:
“non da approvazioni, ma dalla nostra fatica questi chicchi che la
divina Cerere ci ha donati, gradevoli al contatto delle nostre mani”.
L’ultima iscrizione posta sull’architrave del portone centrale recita
così “HINE DISCE VIATOR; EST QUOD DO CERTUM; QUOD TENEO AMBIGUUM”,
“Impara, o visitatore, che quello che diamo agli altri è ben usato,
mentre ciò che conserviamo per noi è meno sicuro”.
PALAZZO
JANORA - Il palazzo fu la residenza dello storico irsinese Michele
Janora, l’autore di “Memorie storiche, critiche e diplomatiche della
città di Montepeloso”, in cui analizzò la storia montepelosina dalla
sua nascita al cambio di toponimo da Montepeloso ad Irsina del 1895.
Anche il
palazzo Janora, come il palazzo Cantorio, si affaccia su via Roma e, come
il primo, ha un prospetto in bugnato.
Paesaggio
e bosco di Verrutoli
Irsina è
circondata da un paesaggio di rara bellezza. Dai belvedere del borgo
antico è possibile ammirare un territorio mai monotono, caratterizzato da
verdi colline e rilievi montuosi ricchi di boschi. Di sicuro interesse
sono anche gli insediamenti e le chiese ubicate nelle immediate adiacenze
della cinta fortificata.
Guardando
le colline irsinesi colpisce la macchia del bosco di Verrutoli, luogo
ancora selvaggio, ricovero di un gruppo di daini che vive liberamente
nella riserva.
  Il
bosco, a circa 10 chilometri da Irsina, è in una zona ideale per chi è
alla ricerca di sentieri ormai in disuso, attraverso aree che mantengono
inalterata la bellezza e l’integrità del paesaggio. La primavera,
precoce e lunga, è sicuramente la stagione migliore per visitare la zona
e fare una gita fuori porta.
Irsina è
circondata dalla valle del fiume Bradano, il quindicesimo fiume italiano
per lunghezza (120 chilometri).
La scelta
del sito testimonia la capacità dell’uomo del passato di valutare la
localizzazione più idonea per stanziarsi. Oltre che assicurare la difesa,
il centro abitato dominava la vallata da un’altura, geologicamente molto
stabile, in quanto costituita da conglomerati.
Il
territorio di Irsina è composto in prevalenza da un ricco paesaggio
agricolo caratterizzato dalla diffusa coltivazione cerealicola, ma anche
da un’area boschiva, la riserva del monte Verrutoli.

Il bosco,
a circa 10 chilometri dalla città verso l’entroterra lucano, ricovero
di un gruppo di daini che vive liberamente nella riserva, è in una zona
ideale per le escursioni di chi è alla ricerca di sentieri ormai in
disuso, attraverso aree che mantengono ancora inalterato il loro fascino
legato soprattutto alla bellezza degli ambienti e all’integrità del
paesaggio agricolo. Nel bosco vi è anche una zona attrezzata per picnic.
In ogni
stagione il paesaggio irsinese assume connotazioni diverse, tutte
egualmente fascinose e ammalianti; ma la primavera, precoce e lunga, è
sicuramente il periodo migliore per visitare la zona se si è attratti
dagli aspetti del territorio più strettamente paesaggistici e
naturalistici, per il rosso dei papaveri e il giallo delle margherite che
si amalgamano col verde dei campi. In estate ci si trova di fronte ad un
tappeto dorato di spighe mature che ondeggiano al vento, interrotte a
tratti da costruzioni rurali e antichi tratturi che rendono ancora più
affascinante il paesaggio. In autunno il terreno, diventato brullo, rende
il panorama quasi uniforme nei colori del marrone e del nero delle grandi
distese seminate a grano.
Quando
vite, olivo e grano hanno preso il posto delle originarie foreste di
querce e della macchia mediterranea, progressivamente si è avuta la
riduzione e l’estinzione della fauna e il conseguente aumento delle
specie legate all’uomo e agli spazi aperti, come quaglie e colombi,
anche se non è improbabile imbattersi in nibbi e falchi.
Percorso
delle fontane: i bottini
Il
percorso delle fontane è uno dei tragitti più suggestivi delle campagne
irsinesi.
In
contrada Fontana, appena fuori della città, i “Bottini”, cunicoli
sotterranei ad altezza d’uomo, seguono l’andamento della falda
acquifera. L’acqua, captata dal sottosuolo, si deposita in vasche di
decantazione e, dopo essere stata purificata, viene incanalata fino alla
settecentesca fontana esterna, dalla quale sgorga, fresca e pura, da
tredici bocche.
 Quasi
unico nel suo genere, il sistema Bottini costituisce un enorme patrimonio
rupestre per il territorio di Irsina. Lo spesso strato di sedimenti
alluvionali e i sovrastanti strati argillosi impermeabili hanno creato una
situazione geomorfica tale da consentire l’accumulo di grandi quantità
di acqua che alimentano sorgenti esterne al centro abitato.
Per
aumentare la disponibilità di acqua potabile la popolazione locale ha
canalizzato le acque sorgive, ha costruito abbeveratoi per gli animali e
vasche per lavare la biancheria usate fino alla fine degli anni ’30 del
Novecento, quando a Irsina fu costruito l’acquedotto.
Le
fontane che circondano tutto il centro abitato sono state rese più
imponenti nel XVII sec., con la realizzazione di veri e propri sistemi di
captazione e fontanili monumentali alimentati da una rete di cunicoli: i
Bottini.
Proprio
essi riforniscono la grande fontana di via delle Puglie, sulla strada
statale che collega Irsina a Gravina e Matera. Nello strato inferiore
presentano meandri di cunicoli, percorribili ad altezza d’uomo.

Le
gallerie seguono l’andamento della falda e le vasche di accumulo e di
decantazione consentono il deposito della notevole quantità di calcare
presente nell’acqua alimentata dalle sorgenti sotterranee e dal continuo
gocciolio attraverso le fessure del terreno. Un sistema di aerazione,
costituito da calotte, fa aumentare la tensione superficiale delle pareti
e favorisce la captazione delle acque che vengono convogliate verso la
monumentale fontana esterna.
Allo
stesso livello stratigrafico della Fontana, sulla strada che porta a
Grassano, si trova la fontana-abbeveratoio di Festole, anch’essa di
acqua perenne, proveniente da una vasca di raccolta in cui si decanta,
dopo essere fuoruscita da un pozzo collettore in cui il livello
dell’acqua si mantiene costante.
Altre
fontane che servivano sia da abbeveratoio che per lavare i panni, sempre
di acqua sorgiva, si trovano in zona Peschiera (fontana Peschiera) e verso
il cimitero, dopo porta Arenacea.
Sito
di Santa Maria di Juso

La Chiesa, detta
Santa Maria Nova, in contrapposizione all’antica Cattedrale, Santa Maria
Veteris, venne costruita dai monaci basiliani che si insediarono in quella
che era una delle più fertili zone del paese e che ancora oggi viene
denominata contrada degli orti o dei “Greci”.
Sorta su
un insediamento monastico greco, fu donata nel 1133 dal re Ruggero II
all’abbazia francese della Chaise-Dieu, che ne fece la sede di un
priorato, e costituì la più lontana delle dipendenze casadeiane e
l’unica a sud di Lucca.
I “siti
casadeiani” sono quelle località sede di edifici religiosi (abbazie,
priorati, semplici chiese e relative pertinenze) che nel Medioevo ebbero
un rapporto di dipendenza con l’Abbazia francese della Chaise-Dieu in
Alvernia.
A
Montepeloso i monaci francesi restaurarono le chiese e risistemarono il
territorio: rimboschirono, piantarono frutteti e riattivarono le
coltivazioni agricole con canali irrigui.
Questo,
però, non bastò per stabilire con i montepelosini rapporti amichevoli, a
maggior ragione quando Ruggero II donò al priorato casadeiano di Santa
Maria Nuova anche la chiesa di Santa Maria Vecchia, cioè la Cattedrale,
con tutti i suoi possessi e le dipen¬denze, tra cui spiccava la chiesa di
Irsi, dove i Casadeiani costruirono un monastero simile a quello di Santa
Maria Nuova, retto dal medesimo priore.

La
concentrazione di vasti poteri signorili ed ecclesiastici nelle mani dei
monaci suscitò attriti continui con il clero e i signori locali, che
aspiravano al ripristino dell’autonomia della sede vescovile. Armati di
forconi e bastoni, d’intesa con la milizia del duca Francesco del Balzo,
gli abitanti di Montepeloso diedero nel 1370 l’assalto ai monaci
barricati nel priorato di Santa Maria di Juso. Poiché la Chaise-Dieu non
aveva più i mezzi e l’autorità di un tempo, i casadeiani finirono per
disinteressarsi di quella loro lontanissima dipendenza, tant’è che il
monastero riacquistò la sua autonomia e fu amministrato dalla Santa Sede
fino alla metà del XV secolo, quando le due chiese della città furono
riunite nel vescovato di Andria.
L’incuria
dei secoli successivi non ha lasciato quasi pietra degli edifici
monastici, ma la memoria del sito di Juso, della sua ricchezza e potenza,
della sua fitta rete di relazioni europee è sopravvissuta grazie alle
pergamene che, sfidando i secoli, sono giunte a noi, in parte conservate
negli archivi francesi della Haute-Loire, e in parte nell’archivio della
Curia vescovile di Irsina, restaurate nel 2006 ad opera dei monaci
dell’Abbazia di Noci (BA) a seguito dell’interessamento del
responsabile della Curia don Nicolino Di Pasquale.
Eventi
La
maggior parte delle tradizioni irsinesi è legata a manifestazioni
religiose, nate in passato come momenti di festa dopo il lavoro nei campi
e diventate oggi occasioni di svago e incontro di irsinesi ed emigrati,
che in numero sempre crescente tornano per le vacanze nel proprio paese.
Tra le più antiche la festa di Sant’Eufemia, il pizzicantò e i
sand’Rocc.
FESTA
DI SANT'EUFEMIA - Sicuramente la più antica tradizione di Irsina è
la festa di Sant’Eufemia, uno degli appuntamenti più importanti della
Basilicata e della vicina Puglia, caratterizzata da grande calore umano e
forte spirito di aggregazione. La festa si svolge dal 14 al 17 settembre.
Il giorno più importante è il 16 settembre, quando le autorità civili e
militari e il Comitato Feste raggiungono la Cattedrale in corteo d’onore
per consegnare al Vescovo le chiavi della città.
Il
momento più emozionante è rappresentato dalla consegna delle stesse
chiavi dalle mani del Vescovo alla custode della città, Sant’Eufemia,
davanti al sagrato della Chiesa, gremito di gente commossa. Segue una
lunga processione di fedeli che per le vie del paese portano a spalla
l’immagine di Sant’Eufemia, la reliquia del suo braccio e l’icona di
Maria S.S. Madre della Divina Provvidenza.
Fanno da
cornice alla festa spettacoli pirotecnici, esibizione di famose bande,
luminarie lungo il corso e, a conclusione della festa, un concerto di
musica leggera.
FESTA
DELLA PIETA' E "PIZZICANTO'" - La secolare festa della
Pietà, che attualmente si celebra con una processione lungo le vie del
centro abitato l’ultima domenica di maggio, in passato si svolgeva con
un corteo che dalla chiesetta della Madonna della Pietà, situata nella
zona degli orti, appena fuori il paese, portava la sacra immagine in
Cattedrale.
In
quest’occasione avveniva, e ancora avviene, il tradizionale
“pizzicantò”, gioco che prevede la disposizione di due squadre di
giovani in cerchio, in un doppio piano, a formare una piramide umana, in
cui cinque persone fanno da base tenendosi ben saldi per le braccia e
quattro montano sulle loro spalle.
Si
procede in ampi giri circolari, allietando i fedeli in processione con un
canto tipico in dialetto che recita: “Voi che state sotto state attenti
a mantenerci, perché se ci fate cadere prenderete tante botte” e i
ragazzi di sotto rispondevano: “Voi che state sopra siate forti a
sorreggervi perché se poi cadrete noi che stiamo sotto vi riempiremo di
botte”. Il gioco deve rifarsi quando si perde l’equilibrio e la
piramide crolla. In passato c’erano diverse squadre definite in base al
mestiere dei partecipanti: contadini, muratori, operai.

I
"SAND'ROCC" - Unica nel suo genere è la tradizione dei
“Sand’Rocc”, edicole votive in onore di San Rocco. Ogni anno, il
giorno di ferragosto in vari quartieri del centro storico le donne che vi
abitano preparano in locali seminterrati, garage e cantine, gli altarini
in onore del Santo di Montpellier per renderli visitabili dalla sera del
15 all’alba del 17. Per due notti si resta svegli a cantare filastrocche
in dialetto sulla vita e i miracoli di San Rocco.
Così, al
suono della fisarmonica, le tarantelle si alternano a mazurche e
quadriglie che poi cedono il posto a balli moderni, mentre spettatori
incuriositi osservano il candore delle lenzuola e delle tovaglie finemente
ricamate in gioventù e tirate fuori dalla cassa del corredo per questa
occasione.
Sugli
altari vengono collocate immagini e statuette del Santo, mentre la stanza
viene abbellita con piante ornamentali e col profumato basilico. Curiosi e
fedeli, rallegrati da pizzica e liscio e, non di rado, rifocillati con
frittelle, passeggiano godendosi lo spettacolo. Intanto una commissione
giudica i vari “Sand’Rocc” per l’assegnazione dell’ambito
premio: l’agnello.
Fino agli
anni Cinquanta i cittadini di Montepeoloso organizzavano in onore di
Sant’Eufemia una sorta di gara che prevedeva la realizzazione di un
“solco di Sant’Eufemia”, tracciato con aratri a mano con l’aiuto
di animali. L’obiettivo era realizzare il solco più dritto e lungo. Il
luogo scelto per la dimostrazione era la vallata della Cappella sotto
piazza Castello. La gioia dei vincitori era enorme, non per quello che
c’era in palio, ma soprattutto per la fierezza di essere “i
migliori” e per qualche giorno sulla bocca di tutti.
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