Grottole
(Matera)
 
  

Il silente borgo rurale di Grottole sorge su un promontorio tra i fiumi Bradano e Basento e il suo nome evoca le “grotticelle”, locali in realtà ancora visibili lungo le pendici del paese e utilizzati dagli artigiani per plasmare dall’argilla vasi e brocche.

Il nome di Grottole, che deriva dalla parola latina “criptula”, rivela le origini antiche del centro abitato che iniziò a formarsi, in epoca preistorica, all’interno di piccole grotte.

Ancora oggi questi antri sono presenti nella zona sottostante il borgo e sono stati riadattati per creare dei laboratori per la produzione di vasi in argilla, oggetti che caratterizzano la produzione artigianale locale.   

Grottole ha origini remote tanto da essere uno dei centri più antichi della regione. I ritrovamenti di insediamenti preistorici, greci e romani sono una precisa testimonianza in tal senso. Il toponimo potrebbe derivare dal greco Kruptai, luoghi nascosti, e dal latino cryptulae ossia grotticelle, locali adibiti alla lavorazione dell'argilla, arte per la quale Grottole è rimasta famosa nei secoli.

In epoca magno-greca, Grottole faceva parte della VII regione metapontina, colonizzata dai Greci a partire dall'VIII secolo a.C. Fu fortificata dai Longobardi, dai quali riuscì a sottrarsi intorno all'anno 1000. 

Nel 1042, in epoca normanna, il feudo di Grottole passò sotto il dominio di Guglielmo Braccio di Ferro, e successivamente passò a Roberto il Guiscardo e poi ai conti Loffredo di Matera. Nel corso dei secoli il feudo di Grottole fu conteso da diverse Signorie. Carlo I D'Angiò l'assegnò a Ruggero di Lauro, conte di Tricarico, il quale aveva appoggiato la conquista angioina, e da questi passò ai Monteforte ed agli Orsini Del Balzo. 

Agli inizi del Cinquecento era un possedimento della famiglia Gaetani Dell'Aquila d'Aragona. 

Nel 1534 passò sotto il dominio dei marchesi Sanchez De Luna d'Aragona, i tesorieri del Regno di Napoli, mentre nel secolo successivo si susseguirono i Caracciolo, gli Spinelli di San Giorgio, fino al 1738 quando passò ai Sanseverino di Bisignano per matrimonio. 

Dopo il 1806 con la legge eversiva della feudalità i beni vennero divisi tra i discendenti dei Sanseverino e D. Rosa Miracco, una figlia naturale di Luigi Sanseverino 13º Principe di Bisignano, da sempre molto legato al feudo di Grottole. 

Solo nel 1874 Grottole si liberò dell'ultimo feudatario Principe Sanseverino. Il territorio comunale (l'antica universitas come venivano chiamati un tempo i comuni) era suddiviso in contrade.

Visitare il borgo

Vagando tra le strette viuzze lastricate ci si imbatte in scale, vicoli, archi e stradine in salita, mentre sulle antiche casette ad un piano dette “jrutt” svettano i suggestivi resti della maestosa chiesa dedicata ai Santi Luca e Giuliano, rimasta incompiuta e denominata “Diruta”.

Un borghetto suggestivo in cui ci si perde tra palazzi storici e architetture dall’elevato valore storico, come il castello feudale.

Il maniero sorge sulla sommità della collinetta della Motta, distaccata dal centro abitato, spicca il castello feudale con la sua torre centrale, a base quadrata, e diversi ambienti che formano il corpo vero e proprio del palazzo. Oggi si può ancora ammirare il pregevole e grande camino, posto proprio in prossimità della torre e decorato da stucchi.

Di notevole importanza a Grottole è poi l’artigianato locale incentrato sulla lavorazione dell’argilla che, plasmata, prende la forma di piatti, vasi e brocche.

Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore

La Chiesa di Santa Maria Maggiore sorge in uno dei punti più alti del paese. E' dedicata a Santa Maria e fu donata, nel primo decennio del XVI secolo, dal feudatario di Grottole, Onorato III Gaetano dell'Aquila d'Aragona ai frati domenicani, dopo essere stata tolta al clero secolare.

Per circa trecento anni fu in possesso dei frati della regola di San Domenico, che vi costruirono il convento annesso. Il cinquecentesco Convento Domenicano fu soppresso nel 1809 e nel corso dei secoli ha subito non poche deturpazioni. Attualmente è in quasi totalità di proprietà privata.

L'interno della chiesa è composto da tre navate, oltre al Cappellone del Santissimo Sacramento. Il Cappellone del SS. Sacramento, sede della Confraternita omonima, presenta una fossa sepolcrale risalente al XVII sec. ed un altare ligneo finemente lavorato, fiancheggiato da due aquile, con al centro una tela di scuola napoletana.

Tale opera, denominata Distribuzione dei Rosari è di Carlo Sellitto (1581-1614), e fu realizzata tra il 1611 e il 1613. Dei 15 pannelli originali che incorniciavano la tela, trafugati nel 1980, oggi rimane solo quello dell'Ascensione di Maria al cielo.

Proseguendo il percorso all'interno della chiesa, nella seconda campata sinistra è situata una scultura in pietra dorata, rappresentante una Madonna col Bambino, collocata precedentemente in una nicchia posta dietro la tela del Sellitto. Ai piedi della statua, una tela rettangolare raffigurante una Predicazione di San Domenico. Nella stessa navata sono presenti San Rocco in Trionfo ed il Crocifisso. Nella navata destra del tempio, si notano le tele di una Madonna con Bambino e Santi, del 1736, opera di Saverio Musso ed una tela di Madonna con Bambino con Sant'Antonio Abate e San Pietro Martire (1605) di Giovanni Angelo di Ambrogio di Saponara. La navata destra ospita anche l'altare ligneo del Crocifisso, con sculture di San Michele, Sacro Cuore e San Giacomo. Completano l'arredo artistico della navata il Fonte Battesimale ligneo, su base in pietra scolpita, proveniente dall'ex chiesa parrocchiale dei Santi Luca e Giuliano. Nella navata centrale si ammira l'altare maggiore, in marmo a tarsie, dietro il quale vi è il Coro ligneo del 1700, di pregiata fattura. Nel 1980 dei ladri trafugarono le 13 formelle del coro ligneo raffigurati santi e vescovi domenicani, restituite poi nel 1990 dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico. Sopra il coro è ubicata la Cantoria in legno dorato risalente al 1750, realizzata da Agostino Lucca di Laurenzana mentre l'organo è di Leonardo Carelli, organaro napoletano.

La parrocchia, inoltre, conserva un calice d'argento con bicchiere dorato sul cui piede è inciso lo stemma dei Sanseverino di Bisignano, dono della famiglia feudataria ai locali sacerdoti del tempo. Annessa al tempio vi è la casa canonica. Il campanile, per la sua imponenza, è visibile da gran parte del paese e ben osservabile dalla Basentana. La struttura, per lungo tempo, non è stata officiata, in quanto chiusa per ristrutturazione dopo il forte sisma del 1980. E' stata riaperta nel 1994.  

Chiesa di San Rocco

Realizzata nel 1400, la chiesa è situata in Viale della Resistenza ed era dedicata a Santa Maria la Grotta, perché il primo nucleo della struttura, costruito nel 1400, inglobava una grotta in parte visibile dietro il quadro dell’altare Maggiore.

E’ conosciuta attualmente come Chiesa di San Rocco, al quale il popolo grottolese dedicò statua e culto, dopo la terribile peste che colpì la popolazione nel 1655.

Annesso al tempio vi era un ospedaletto, la cui presenza è attestata la prima volta nella visita pastorale compiuta da Mons. Saraceno nel 1544.

La chiesa fu costruita in prossimità delle fortificazioni turrite del paese e si presume che il tempio avesse solo la navata grande e quella di destra. La navata di sinistra e la sagrestia sono state costruite, probabilmente, tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo.

La facciata si presenta a doppia capanna con tre rosoni rinascimentali. Sopra il portale maggiore in pietra sono posti tre bassorilievi che raffigurano l’annunciazione e lo stemma del Comune, mentre al vertice della facciata è posto il volto dell’Eterno Padre.

L’interno è a tre navate (18 m x 16 m), di cui quella centrale è senza dubbio la più ricca dal punto di vista artistico.

Nella navata di sinistra, interamente decorata con stucchi, vi è una prima campata, nella quale si trova l’altare del Patrono San Rocco con statua, una seconda, che accoglie l’altare e la statua della Madonna dell’Assunta, ed una terza, nella quale vi è l’altare della SS. Trinità con dipinto ad olio.

In fondo alla navata sinistra si trova la sacrestia, costruita nel 1658, come testimonia l’incisione sull’architrave.

Sopra il portale è posto un bassorilievo raffigurante un Drago a Sette Teste, che, nella tradizione biblica, assurge a simbolo eminente dello scatenamento di forze oscure e telluriche ed è perciò associato all’avvento dell’Anticristo, espressione del Male assoluto, quinta essenza dell’oscurità e latore di morte e distruzione.

Nella navata destra, gli altari presenti erano dedicati rispettivamente alla Madonna Annunziata e alla Glorificazione di Maria. Vi erano anche dei quadri. La terza campata accoglie la Cappella della Madonna, con bassorilievi delle Litanie del Santo Rosario.

La navata centrale è dominata dal dossale ligneo dorato, un tabernacolo a tarsie, mentre l’altare è fiancheggiato da due bassorilievi in pietra, raffiguranti lo stemma del Comune. Sovrasta l’altare il magnifico polittico ad olio su tela, retablo raffigurante le Sette Opere di Misericordia Corporali, più quattro pannelli sul basso, attribuiti all’artista Pietro Antonio Ferro e databili intorno al 1630. Al centro del retablo, la scultura lignea, dipinta e dorata, della Madonna col Bambino, alla quale è legata una leggenda popolare.

A sinistra vi è il pulpito, di noce massiccio, sorretto da una maestosa aquila, che ha tra gli artigli lo stemma di Grottole. Nel pannello frontale del pergamo, a rappresentare il sacrificio di Cristo, è scolpito un pellicano che nutre i suoi figli.

Presenti, nella navata centrale, due acquasantiere in marmo policromo e quattro fosse sepolcrali.

Anche l’organo e la cantoria, che sovrastano l’ingresso principale, sono degli inizi del 1700.

Santuario di Sant'Antonio Abate

Il santuario di S. Antonio Abate si erge nella parte più alta del bosco di Fosso Magno, all’estremità di un altopiano naturale. La chiesa è una delle più antiche costruzioni religiose esistenti nel territorio del comune di Grottole, dal quale dista circa 14 chilometri.

Edificata a partire dal 1371, per volere della regina Giovanna I, il tempio venne completato in pochi anni e, successivamente, ad esso venne aggiunto anche un piccolo ospedale, per la cura delle malattie contagiose, in special modo dell’Herpes zoster, che viene chiamato ancor oggi “fuoco di Sant’Antonio”. Una malattia curata soprattutto dai Monaci Viennesi dell’ordine del Tau, a cui venne affidata inizialmente la gestione del santuario di S. Antonio Abate.

Dalla sua fondazione, il santuario fu alle dipendenze dell’Ordine Costantiniano ed suoi i rettori furono nominati, tramite regia bolla, su proposta della Curia Ecclesiastica. Nel 1860, il santuario passò alle dipendenze della Diocesi di Matera.

La struttura architettonica del Santuario è molto semplice.

La chiesa ha una facciata a capanna, ingentilita da una finestra circolare; mentre, sul portone d’entrata, in una piccola nicchia, troviamo una statua policroma del Santo.

L’interno della chiesa è diviso in due navate. In fondo alla navata centrale, vi è l’altare maggiore, che accoglie la statua di Sant’Antonio Abate; mentre, nella navata laterale, troviamo semplici ex voto: foto, trecce di capelli, vestitini, abiti da sposa.

Accanto alla chiesa vi è l’antico “conventino”.

Monastero dei Cappuccini

Il Convento dei Frati Cappuccini di Grottole è dedicato alla Santissima Trinità. Antico luogo di culto, di penitenza e casa di noviziato, si erge su di una piccola collinetta in contrada Serre.

La sua costruzione risale al 1601, per iniziativa dell'Università di Grottole, per la forte devozione dei cittadini verso i frati Cappuccini. Fu costruito nella stretta osservanza delle regole francescane e delle Costituzioni del 1536.

L'intero blocco del Convento è diviso in quattro settori che esprimono un modello di architettura semplice e lineare, adatto ad ospitare fino ad una quindicina di frati. Un modesto ingresso, accanto al portale più austero della chiesa, realizzato nel 1612 dallo scalpellino Giulio Carrara della Padula, introduce ad un chiostro a pianta quadrangolare, con un porticato sorretto da quattordici colonne ad arcate a tutto sesto, costruite parte in pietra e parte in laterizi. Al centro dell'area, pavimentata a ciottoli, vi è un pozzo ad arco con vera quadrata in pietra, oggi abbattuto, oltre a frammenti di un parapetto e, lateralmente, si osserva un pozzetto con funzione di scarico. 

Al primo piano si aprono 12 finestre poste lungo il corridoio che accoglie 23 celle, varie per forma e dimensione. Esistono celle ad un vano o a due, con teorie di intrecci a linee orizzontali dipinte sulle pareti, ancora visibili in piccole tracce. Al numero delle celle partecipa una cucina con focolare e due altri piccoli ambienti intercomunicanti, ove avvenivano gli incontri con i laici. Segue, poi, il refettorio, con volta a botte dove sono presenti due preziosi affreschi raffiguranti La cena in Emmaus e L'ultima Cena di nostro Signore, quest'ultimo con una dicitura latina Silentium e la data 1682. Probabilmente, l'autore, di cui non si ha ricordo, è di scuola napoletana. Accanto al refettorio c'è un piccolo ambiente con una scomoda gradinata in muratura che scende in luoghi sotterranei. 

Adiacenti al Convento, a sinistra, sono ancora visibili un grande arco in muratura, i resti di un vano rettangolare con un ordine di sedili in pietra attorno, dove i frati si recavano in pia meditazione, e poi la bottega del sarto, quella del falegname, la valchera, la libreria, un'aula scolastica, la foresteria, una piccola sala di attesa e la spelonca. Sulla navata laterale, a nord della Chiesa, sono visibili tre stanzette uguali per forma e dimensione, intercomunicanti, ciascuna illuminata da una grande finestra. Seguono poi, la dispensa, la stanza per la messa a punto dei pasti, la cucina e il forno a respiro con comignolo circolare ad anelli sovrapposti e decrescenti verso l'alto. Resistono ancora al tempo la cantina, con due palmenti del 1800, uno a sinistra e l'altro a destra, e la stalla con un minuscolo ambiente di servizio dotata di focolare.

A sud del Convento, in verticale con l'ingresso al refettorio e alla finestra della dispensa, si innalza una colombaia in mattoni con 32 abitacoli ad ingresso triangolare e, in alto, al centro, una finestra-luce romboidale. Annessa al Convento, troviamo la Chiesa dedicata alla SS. Trinità, di forma rettangolare e composta da due navate, una grande centrale, con volta a botte unghiata e l'altra con due altari e due nicchie a sinistra. A destra si sviluppa una navata più piccola, probabilmente aggiunta nel XVIII secolo, costituita da 4 cappelline, dotate anch'esse di altare barocco con nicchia. All?ingresso della chiesa, sulla cantoria, era sistemato un organo a canne di cui non è rimasta nessuna traccia.

Si crede all'esistenza di un cunicolo che, partendo dal sottosuolo del monastero, giungeva sulla strada del camposanto, inoltre, antiche leggende raccontano che con il buio della sera il monastero si popolava di fantasmi, voci e ombre oscure che apparivano e poi svanivano. Il convento fu soppresso una prima volta nel 1811, per effetto dell'art. 3 della legge del 13 febbraio 1807, con la quale Gioacchino Napoleone, Re di Napoli, obbligava i religiosi a lasciare i monasteri e a deporre l'abito dell'ordine.
Il convento ritornò ad essere luogo di ritiro e orazione nel 1825, con l'avvento della restaurazione Borbonica nel regno di Napoli. La soppressione definitiva di tutte le istituzioni monastiche avvenne nel 1867 con le leggi Mancini che disponevano, tra l'altro, la vendita dei beni all'asta pubblica.

Fabbricati e terreni furono acquistati dai fratelli Giovanni e Domenico Andreucci, entrambi sacerdoti. Successivamente fu posseduto da Costantino e Tommaso Andreucci e da questi venduti poi, al notaio Gregorio De Felice, che alla sua morte, li lasciò in eredità al figlio Domenico, avvocato.

Nell'era fascista alcuni ambienti furono adibiti a stazione elioterapica, come testimoniano alcune espressioni di Benito Mussolini quale il motto credere-obbedire-combattere. Oggi i resti del convento sono di proprietà privata.  

Chiesa dei Santi Luca e Giuliano "Chiesa Diruta"

Nel centro storico, tra Viale della Resistenza e Via Garibaldi, si trovano i resti della Chiesa dei SS. Luca e Giuliano, detta comunemente Chiesa Diruta, il luogo di culto dedicato ai titolari della parrocchia. È doveroso evidenziare che il titolo della parrocchia, o meglio della Collegiata, è sempre stato quello dei Santi Luca e Giuliano, nonostante ancora oggi, dopo le numerose ricerche sul tema, non si sa per quale motivo il clero abbia scelto questo titolo: la devozione per San Luca è infatti documentata e testimoniata con altre espressioni religiose, mentre la devozione per San Giuliano non è per niente documentata.

Quest' opera alta 39 metri e larga 20, era la chiesa parrocchiale di Grottole, costruita a partire dai primi anni del 1500, iniziata a governarsi ed ufficiarsi già dal 1508 dopo che il clero ricettizio aveva perso la propria sede della Chiesa di Santa Maria Maggiore Maggiore data al Duca Onorato III Gaetano che a sua volta, nel luglio del 1509, la donò ai Frati Domenicani.

La chiesa Collegiata di Grottole fu sempre sotto la giurisdizione Ecclesiastica di Acerenza e non fu mai incorporata in spiritualibus alla cattedra di Matera.

Il tempio fu costruito sui resti di due piccole chiesette che per questo motivo furono rase al suolo.

Nella fase più antica, durata almeno una quindicina d'anni e documentata dal rivestimento a scarpa della torre che costeggia la fiancata, furono costruite le fondamenta, la struttura a croce latina, i muri perimetrali e le fogge di sepoltura. Una successiva fase è documentata dalla data 1595 riportata sull'architrave del portale principale realizzato da Giulio Carrara della Padula che mostra lo stemma del Comune di Grottole e le sculture in pietra dell'Eterno Padre e di 4 evangelisti. Attualmente una statuetta è depositata presso la Sovrintendenza ai Beni Artistici e Storici di Matera. Alla prima, è seguita, agli inizi del 1600, la fase con cui vennero completate le opere precedentemente in fase di costruzione.

Il suo aspetto è suggestivo e imponente. Il complesso mostra i segni di un bel tempio, con pianta a croce latina con cupola ellissoidale ed abside poligonale. È visibile la torre campanaria con lo stemma dei Del Balzo/Orsini, rappresentato da una stella cometa di 16 raggi.

La struttura subì i primi danneggiamenti in occasione dei terremoti del XVII secolo e in particolare di quello del 1694. Il tetto molto probabilmente crollò intorno alla seconda metà del 1700. Nel 1767 fu costruito un corpo laterale per contenere l'azione della struttura centrale. L'evento sismico del 1980 ha ulteriormente aggravato le condizioni della chiesa. E' costituita da una navata centrale, delimitata sui due lati da tre nicchioni con arco a tutto sesto, che si innesta nel transetto attraverso un ampio arco trionfale.

Nel 1726 la facciata principale era già completa, con due porte (una principale ed una secondaria). Il campanile era dotato di due grosse campane e di una più piccola facente parte dell'orologio e raggiungeva un'altezza di circa 50 metri. Vi erano 9 altari tutti ornati di statue e quadri, parte dei quali sono conservati nelle altre chiese cittadine.

L'interno del tempio presentava, sul lato sinistro, l'altare del SS. Sacramento, l'altare di Santa Maria del Popolo, l'altare di Santa Maria La Grazia e l'altare di Sant'Antonio da Padova.

Vicino l'altare maggiore era il pergamo in legno lavorato, mentre dietro l'altare era sistemato il Coro. Vi era anche un decoroso organo a canne a nove registri. Sotto il Coro e sotto il pavimento, vi erano delle fosse sepolcrali tra le quali anche fosse gentilizie per la sepoltura dei membri appartenenti alle famiglie più nobili del paese. Nel lato destro, a partire dall'ingresso secondario, vi era l'altare della SS. Trinità, l'altare con cappella della SS. Annunciazione di Maria Vergine quindi l'altare dello Spirito Santo e, ultimo, l'altare della SS. Concezione.

Nel tempio vi erano inoltre, candelieri in argento sull'altare maggiore, suppellettili sacre, statuette e qualche dipinto nelle cappelle. In sacrestia vi erano un paio di grandi armadi per le suppellettili e vestiario per i sacerdoti.

L'edificio è stato officiato fino al 1750-60 e dopo fu abbandonato del tutto. Del fasto che questa chiesa ha rappresentato per circa trecento anni, oggi non resta che un rudere muto e silenzioso, del quale possiamo solo in parte immaginare il passato splendore.  

Castello Sichinulfo

Il castello Sichinulfo è una fortezza del IX secolo fatta costruire da Siconolfo di Salerno, signore di Salerno e Benevento sulla sommità di una collina a 540 metri s.l.m sulle colline della Basilicata orientale.

Le prime notizie circa il castello feudale si trovano in un volume scritto, nella prima decade del 1154, dal geografo arabo Muhammad al-Idrisi su incarico di re Ruggero II di Sicilia. Il libro, intitolato "Sollazzo per chi si diletta a girare il mondo". descrisse i paesi della Basilicata con riferimenti anche al paese di Grottole. Il "Kitab Rugiar" (Il libro di Ruggiero) fissa la costruzione del castello di Grottole nell'anno 604 d.C., per mano del popolo Longobardo di Benevento. Altra tradizione, invece, riportata da Tommaso Andreucci, vuole l'edificazione del maniero nel 851 d.C., questa volta per volere di Siconolfo, principe di Salerno, cioè dopo la divisione del territorio lucano tra i principati di Salerno e Benevento.

Il castello di Grottole sorge nel luogo anticamente noto come "Contrada della Motta", situato su una collinetta completamente distaccata dal resto dell'abitato. Il termine motta, nell'architettura difensiva medioevale, compare nel X secolo, ad indicare una collina artificiale (o naturale) eretta solitamente con il terreno di risulta proveniente dallo scavo del fossato che circondava l'altura stessa, munita di primitivi sistemi di difesa in terra e legno. La collinetta era più o meno articolata e di forma solitamente circolare o ellittica, contenuta all'interno di un recinto e, più tardi, di mura.

La Motta è dunque il luogo dei primi nuclei difensivi dei centri abitati e questo sta a significare l'antichità della funzione difensiva dell'altopiano, tanto che, ancora oggi, il castello di Grottole conserva l'aspetto di una fortezza, in passato ben difesa e di difficile assalto, posta a controllo delle valli del Basento e del Bradano.

Nel corso dei secoli l'edificio fu soggetto a continue successioni di famiglie feudatarie, arrivando ad essere possesso di famiglie nobili del Regno di Napoli.

Non sono state rintracciate notizie precise circa la datazione degli ampliamenti strutturali apportate all'immobile nel corso dei secoli. L'unico feudatario, che sicuramente si adoperò invece ad abbellire il castello, fu Carlo II Spinelli di San Giorgio. Altri lavori furono sicuramente effettuati dall'ultima famiglia feudale che detenne il castello

Trovandosi il castello di Grottole in un luogo nettamente separato dal resto dell'abitato, il paese doveva provvedere autonomamente alla sua difesa e non contare sull'ausilio del maniero, che al massimo poteva aiutare, in caso di pericolo, come punto di vedetta. Per questo motivo esisteva una cerchia urbana, primo elemento difensivo, consistente in una muratura fortificata, di varia forma e spessore, che circondava l'abitato. Essa rappresentava un elemento ornamentale, talvolta scomodo, in tempo di pace, ed un valido strumento di salvaguardia in tempo di guerra. Di questa cinta di difesa non restano che pochi tratti in pietra, sparsi per il paese, visibili assieme alle quattro e più torri difensive, ormai indelebilmente modificate dal tempo e quasi irriconoscibili. La torre più notevole è quella che oggigiorno corrisponde all'attuale campanile della chiesa dei Santi Luca e Giuliano (Chiesa Diruta). Tale torre fu in seguito ampliata e modificata tanto da essere inglobata all'interno dell'edificio religioso, prendendo la funzione di campanile con orologio.

Descrizione storica - Questa è la descrizione del castello fatta in data 1 settembre 1894, per conto della filiale di Potenza della Banca d'Italia:

"Il Castello...ha superficie totale di 1500 mq, comprendenti 96mq di cortile scoperto, 60mq di gradinate e sporgenti coperti al pian terreno, 71 mq costituenti un cortile ad androne coperto a volta. Il fabbricato confina a nord - est col vigneto detto Pescara. La porta principale, arcuata, è ovest, ed immette in un piccolo cortile coperto, in fondo al quale si sviluppa esposta ad un androne per il quale si accede al cortile scoperto. Sul lato destro di questo cortile, vi sono tre gradini ed un ripiano, dal quale si sviluppano a destra e a sinistra due scalinate. Quella a destra mette nella parte del primo. Quella a sinistra ad un pianerottolo scoperto, munito di ringhiera di ferro, che si sviluppa lungo tre lati del cortile ed è sostenuto da pilastri e da archi in muratura. Da questo pianerottolo si accede al resto del primo piano destinato per uso di abitazione. Il Castello è formato da piano terreno di 19 ambienti, e piano superiore di 28. Agli ambienti del piano terreno si accede a mezzo di porte prospicienti nel cortile e androne coverti, e nel cortile scoperto. Sulla estrema sinistra di chi guarda il suo prospetto principale esiste una piccola gradinata scoperta, la quale immette in altri due ambienti costituenti quasi un primo piano, mentre innanzi ad una porzione del suddetto prospetto, e verso l'estremo di destra, evvi un piccolo orto a secco difeso da un muro di cinta, confinante, ad est col fabbricato, in esame, a sud col vigneto Pescara, e a nord col piazzale. Sul piccolo cortile coperto, di cui sopra si è parlato, si leva una grande Torre di pianta quadrata della altezza di m 21, mentre il restante fabbricato ha l'altezza di m 10. La muratura del descritto stabile, è di pietra calcare mista a Tufo collegati con malta di calce e sabbia, e volte a mattoni coprono gli ambienti di cui è costituito. Il tetto è di embrici disposti sugli estradossi delle volte coprenti il piano superiore. Lo stato di solidità dello intero fabbricato è soddisfacente." (Archivio della Banca d'Italia)

In aggiunta alla descrizione del paragrafo precedente, possiamo aggiungere:

All'interno del Castello, di notevole prestigio è il grande camino sito, nella stanza precedente quella che immette alla torre, sovrastato da una grande conchiglia in stucco che custodisce al suo interno uno stemma, forse quello dei Sanseverino di Bisignano. Rilevanti sono anche gli affreschi delle volte e delle pareti delle stanze adiacenti alla torre, ormai poco visibili perché ricoperti da strati d'intonaco. A piano terra, sotto un grande arco sorretto da una colonna, c'era un forno a legna, oggi diroccato, utilizzato per la cottura del pane ed abbeveratoio-lavabo in pietra. Le carceri invece, furono costruite all' inizio, sulla destra, di "Salita Castello", col tempo utilizzate come abitazioni.

Il castello possiede inoltre una cantina ed una stalla, nei vani sotterranei.

Proprietari - Gianvilla, Sanchez, Caracciolo, Sanseverino, Pisciscelli-Zurlo, Gaetano Dell’Aquila D’Aragona, Sanchez De Luna, D’Aragona, Spinelli di San Giorgio, Caracciolo di Melissano. 

Abufina e Selepino - Anche il maniero di Grottole, come un po' tutti gli altri disseminati in Italia ed in Europa, possiede una propria leggenda.

Guardando il torrione, in particolar modo il finestrone che si affaccia verso il paese, nelle notti di luna e nei mesi primaverili e a giugno, è facile vedervi la figura dai capelli biondi di Abufina, la più bella e sfortunata ragazza di Grottole: ella parlerà del suo amore, un amore tragicamente interrotto, tra lei ed il suo paladino.

Un giorno Abufina ricamava seduta, vicino alla finestra del torrione, bianca nelle carni come latte e fulva come la messe quando è sul punto di essere mietuta. Pensava a Selepino, il suo amato, che combatteva in terra lontana, quando ad un tratto sentì lo scalpitio di un cavallo. Era un messo, il quale portava un messaggio che diceva: “Vieni, Abufina, vieni da me; io che uccido i nemici, me l’amore mi uccide; vieni, Abufina, vieni da me: insieme con te al castello di Grottole sol tornerò; fà presto, fà presto…”.

Abufina partì, ma durante il viaggio, il suo cavallo bianco, nel guadare le pietre scintillanti, ma scivolose, del Basento, si impennò e la giovane fu travolta dalle correnti del fiume, morendo. Per ricordarla ed onorarne la memoria, il signore del castello, fece murare completamente la porta d'ingresso che portava alla stanza dove Abufina passava il tempo della sua lunga attesa e vi fece installare una lapide (di cui era possibile vedere, fino agli inizi del XX secolo, dei frammenti con le seguenti parole):

"Ad Abufina la Bella che corse, cui fu dolce morire d'amore questa torre che fu tua dimora parli sempre alle genti di te. Ogni amante ti porga un saluto e ti stringa al cuore l'amata"

La leggenda si conclude dicendo che ancora oggi il Basento, sentendosi in colpa e dispiaciuto per aver distratto il cavallo ed essersi preso la vita della giovane fanciulla, ogni tanto mormora il nome di Abufina.

Tutt'oggi a Grottole, nel periodo del Patrono paesano di San Rocco, vi sono dei festival a carattere medievale con rievocazioni alla leggenda di Abufina e Selepino.

Bosco Coste

Bosco Coste che si affaccia sulla valle del Bradano e rappresenta un luogo perfetto per immergersi nella natura fatta di macchia mediterranea e di specie floristiche e faunistiche molto rare. 

Qui si trova anche un’area verde attrezzata perfetta per organizzare un pic nic, giostrine per bambini e anche un ristorante.

All’interno di Bosco Coste si può fare un percorso ad anello di 5 chilometri perfetto per fare trekking, passeggiare a cavallo o in mountain bike.

Riserva Regionale di San Giuliano

Grottole, insieme ai comuni di Miglionico e Matera, rientra nella splendida Riserva regionale di San Giuliano.

La storia della riserva è legata alla nascita dell’omonimo invaso artificiale, che comprende il lago di San Giuliano, circondato da una fascia di bosco, tratti fluviali a monte e a valle del lago artificiale. Proprio sulle sponde del lago, nell’agosto 2006, è stato rinvenuto uno scheletro fossile di balena risalente al Pleistocene.

La riserva è dotata di un centro visite Museo Naturalistico e un’aula didattica all’aperto, uno spazio ideale per i più piccoli. Qui è possibile praticare arrampicata sportiva, tiro con l’arco, birdwatching e vari percorsi naturalistici.

Nello stesso territorio, a pochi chilometri dall’abitato di Grottole, si estende l’area boschiva denominata “Le Coste”, che a sua volta comprende uno spazio attrezzato dotata dei confort necessari anche a famiglie con bambini che vogliano trascorrere piacevoli giornate all’aperto.

Di notevole impatto sono inoltre la cosiddetta Foresta e l’altopiano di Sant’Antonio Abate, peraltro poco distante da un’interessante area archeologica, circondato di macchia mediterranea e specie floristiche e faunistiche molto rare.

Fonte: