Area del Vulture

Natura e storia si intrecciano nel territorio del Vulture, tanto amato da Federico II di Svevia. Qui l’uomo ha saputo tessere un rapporto proficuo con la natura, rispettandola e mettendo a frutto i suoi doni sulle fertili pendici del vulcano e delle colline.

Fin dall’antichità la terra nel Nord-ovest della Basilicata, a metà strada tra il Mar Tirreno e l’Adriatico, incastrata tra le colline e le montagne, tra cui il vulcano spento Vulture che dà il nome alla zona, fu un crocevia di genti e culture, a partire dai Dauni, dai Sanniti, dai Lucani e dai Romani. La Via Appia, che collegava Roma a Brindisium (attuale Brindisi), e la Francigena del Sud si intersecavano a Venusia, l’attuale Venosa che diede i natali a Quinto Orazio Fiacco (65 a.C.- 8 a.C.), il poeta del Carpe diem, quam minimum credula postero “Cogli l’attimo, confidando meno che puoi nel domani”, consiglio intriso di filosofia epicurea.

Questa zona della Basilicata d’altra parte va proprio visitata con l’animo disposto a cogliere la mutevolezza dei suoi paesaggi: le colline ammantate dai vigneti da cui si produce il vino rosso Aglianico DOCG, i campi coltivati e ingialliti dal grano, i boschi alle pendici del Vulture. E qui che si raccoglie uno dei prodotti più tipici della zona, il cosiddetto “marroncino di Melfi”, una castagna dalla forma tondeggiante e la buccia di color marrone lucido ricercatissima per produrre marron glacé. 

La tradizione vuole che i castagneti ai piedi del Vulture siano sorti nel periodo in cui dominava Federico II (1194-1250), l’Imperatore svevo che amava questi luoghi e proprio nelle foreste sulle pendici del vulcano, spingendosi forse fino ai Laghi di Monticchio, si dedicava al suo svago prediletto, la falconeria. 

Oggi l’area è tutelata da una riserva naturale, il Parco naturale regionale del Vulture, che come simbolo ha una farfalla, per la precisione una Bramea, la falena dalle tinte sobrie che dal Neolitico vive nei boschi del Vulture. Il punto privilegiato da cui partire per visitare questa zona è Potenza, il moderno capoluogo che vanta il primato di essere il più alto d’Italia.

Fuori dalla mete turistiche più comuni, Il Vulture, è la scoperta di paesaggi unici, talvolta celati, custodi di prodotti eno-gastronomici di incredibile valore.

Laghi vulcanici incastonati nella roccia come diamanti, Chiese che nascondono capolavori, foreste a tratti impenetrabili rifugio dei Briganti e incantevoli castelli di popoli lontani sono i testimoni di un antico legame tra natura e vicende umane che, nel corso dei secoli, in questo territorio, sembra sia stato più intenso che altrove.

Situato nel Nord della Basilicata, dominato dal suo Vulcano spento, il Vulture è la terra dell’Aglianico che proprio qui, grazie alla natura vulcanica del terreno, raggiunge altissimi livelli espressivi.

Monte Vulture

Il Monte Vulture, con i suoi sette colli e i due laghi vulcanici, rappresenta uno dei luoghi più suggestivi della Basilicata.

Si erge nella zona nord della Basilicata, al confine con la Puglia e la Campania e si eleva fino a 1326 m di altezza.

È l’unico Vulcano esistente sul versante adriatico dell’Appennino Centro Meridionale, le sue ultime manifestazioni vulcaniche risalgono a 130.000 anni fa presso i due crateri che oggi accolgono i due pittoreschi Laghi.

L’origine vulcanica del Vulture ha condizionato il paesaggio e la stessa natura dei nostri Luoghi. Lave, ceneri e lapilli hanno dato origine a terreni molto fertili. Per questo motivo le pendici del vecchio vulcano sono avvolte da rigogliosi boschi di querce, faggi e castagni che catturano l’umidità e regolano il clima di tutta l’area circostante.

E’ la stessa matrice vulcanica del sottosuolo che rende il Vulture la terra di uno dei vitigni più pregiati nel panorama enologico nazionale: l’Aglianico, che in questo territorio raggiunge altissime vette espressive, grazie alla particolare spugnosità del terreno.

La natura vulcanica del suolo ha inoltre influenzato profondamente le falde idriche, originando numerose sorgenti di acque minerali che vengono imbottigliate ed esportate in tutta Italia e rappresentano una delle tante attrazioni turistiche.

Immergendosi all’interno dei suoi boschi, a tratti impenetrabili, percorrendo i vari sentieri, è semplice essere catapultati nel passato, in quei luoghi che furono il teatro delle gesta di cavalieri normanni, svevi e angioini e che, nello scorso secolo, costituivano il rifugio sicuro del “Generale Crocco” e dei suoi numerosi Briganti, braccati dall’esercito dell’Italia ormai unita.

Laghi di Monticchio

L’azione vulcanica del Monte Vulture, cessata 130.000 anni fa, ha lasciato il posto a due suggestivi laghi che evocano quiete e dolcezza: il Lago Piccolo e il Lago Grande.

Il Lago Piccolo, Riserva Naturale dal 1984, rappresenta, insieme al Lago Grande e alla foresta che avvolge il massiccio vulcanico, una realtà davvero unica dal punto di vista naturalistico.

La ninfea, per esempio, che ha un ruolo essenziale per il mantenimento degli equilibri dell’ecosistema lacustre, trova qui il suo habitat naturale ed è raro trovarla in altri luoghi del Meridione.

I Laghi svolgono una particolare azione termoregolatrice creando microclimi unici sui versanti interni del massiccio montuoso. Questo fenomeno, denominato inversione delle fasce climatiche, permette, ad esempio, la crescita della quercia ad una quota di altezza superiore a quella del faggio e la coesistenza del faggio con il leccio.

I due laghi hanno entrambi forma ellittica ma, se ad un primo sguardo sembrano somigliarsi, in realtà hanno una conformazione molto diversa.

Il Lago Grande ha una cavità ad imbuto con bassifondi estesi, mentre, il Lago Piccolo presenta sponde piccole e profonde fin da subito.

Le acque del Lago Piccolo, alimentate da sorgenti subacquee, giungono al Lago Grande attraverso un ruscello, per poi defluire verso il fiume Ofanto attraverso, un affascinante viaggio che, in alcuni punti, con delle piccole cascate, raggiunge livelli di bellezza naturalistica davvero singolari.

Riserva Grotticelle e la Bramea di Hartig

La Riserva Naturale Orientata di Grotticelle è la seconda area protetta del Vulture. E’ stata istituita nel 1971 per tutelare una parte di habitat della Bramea (Acanthhobrahmea europea), una grande farfalla notturna di un genere molto raro un tempo ritenuto assente in Europa.

La Riserva si trova alle falde del Vulture e si estende per 209 ettari passando dai 250 agli 800 metri di altitudine. Ed è proprio nella zona più alta che troviamo le rovine del fortilizio della medievale “Monticulus”, detto anche il “Castello di Monticchio”.

Cascate di San Fele

Chiudiamo il nostro tour naturalistico con un’altra importante attrazione: le Cascate di San Fele denominate “U Uatteniere”.
Il loro nome deriva dal termine dialettale utilizzato per indicare la “gualcheria”, quel macchinario utilizzato negli antichi opifici che, trovandosi a ridosso delle cascate, sfruttava la forza dell’acqua per battere la lana al fine di renderla meno ruvida e più resistente.

Le cascate sono il frutto dei salti di quota che il fiume Bradano è costretto ad effettuare lungo il suo percorso verso il mare Adriatico.

Per vivere pienamente il sublime paesaggio, sono numerosi i sentieri che possono essere percorsi che variano sia per difficoltà che per lunghezza. In estate, alcune delle cascate sono persino balneabili.

Abbazia San Michele

L'abbazia di San Michele Arcangelo è un'abbazia che sorge a Monticchio, la cui costruzione risale all'VIII secolo, intorno ad una grotta abitata da monaci basiliani. Fu eretta su una grotta scavata nel tufo, nei pressi della quale sono stati ritrovati depositi votivi risalenti al IV-III secolo a.C. L'abbazia passò poi ai benedettini (che la abbandonarono nel 1456), ai cappuccini (che fondarono una biblioteca e un lanificio) e, nel 1782 all'ordine militare costantiniano, che ne fu proprietario fino al 1866. L'intero complesso è costituito da un convento a più piani, una chiesa settecentesca e la cappella di San Michele arcangelo. La grotta dell'Angelo dedicata a san Michele è adornata da affreschi risalenti alla metà dell'XI secolo ed era il luogo dove si riunivano in preghiera i monaci italo-greci che anticamente abitavano la zona. Da qui è possibile avere un suggestivo panorama dei laghi di Monticchio.  

Nel 726 Leone III Isaurico, imperatore d'Oriente, emanò il decreto contro il culto delle immagini sacre. Questo decreto incrementò la fuga nei nostri territori di parecchi monaci orientali, molti dei quali vennero a ripopolare le città rese deserte per le guerre civili, le incursioni saracene, i terremoti, le carestie, le pesti. Si diffusero infatti per tutto il versante adriatico i monaci dell'ordine Basiliano. Anche la zona del monte Vulture fu raggiunta dai monaci Basiliani, ancor prima della fine del 900, quando l’abate San Vitale con il nipote e discepolo Elia capitò sul Vulture, proveniente dalla Calabria, nei pressi di Rapolla, dove morì nel 994. Infatti, la grande grotta del Vulture, posta a picco sul lago piccolo, e che ricordava molto il santuario di San Michele sul Gargano, fu abitata dai Basiliani, la loro presenza è confermata da un piccolo oratorio dietro l’attuale altare di San Michele.  

In un secondo momento arrivarono i Benedettini. Il nuovo ordine, forte del braccio dei principi Longobardi, si diffuse in questa zona e qui tra i laghi costruirono il monastero e la chiesa, intitolata prima a san Pietro, poi a sant'Ippolito; tuttavia i motivi di questo cambiamento sono sconosciuti e di questa costruzione restano solo ruderi, particolarmente evidenti la torre campanaria, l'abside ed i muri perimetrali.

I Benedettini, infatti, abitavano la zona di Monticchio e possedevano anche la chiesa suburbana di San Pietro, nei pressi di Melfi, già prima dell’occupazione dei Normanni che, insediatisi qui, dopo aver dato la chiesa in compenso nel 1043 a Guglielmo Braccio di Ferro, scacciarono per sempre da Monticchio i romiti Basiliani, accontentando i Benedettini.

A Guglielmo Braccio di Ferro successe il fratello Roberto il Guiscardo, che, raccogliendone l'eredità, conquistò vari territori, provocando una coalizione antinormanna, alla quale partecipò tra gli altri il papa Leone IX, che corse in aiuto dei Bizantini. Ne uscì vincitore Roberto, che sconfisse gli avversari nella battaglia di Civitate sul Fortore, facendo prigioniero il papa e, riconciliatosi, riuscì a farsi riconoscere tutti i suoi possessi dichiarandosi vassallo della Chiesa. Infatti nel 1059,” l’accordo di Melfi” tra Nicolò II e Roberto il Guiscardo riconobbe ai Normanni le conquiste fatte e quante altre terre avessero eventualmente tolto agli infedeli e agli eretici Greci, in cambio di aiuto militare alla Santa Sede. In quegli stessi giorni, papa Niccolò II, si recò a Monticchio, per consacrare con rito latino la chiesa di San Michele.

Nel 1066, però, nel corso del secondo Concilio di Melfi, i Normanni furono accusati di indebite appropriazioni di beni spettanti a chiese e monasteri, tanto che, in seguito, il nuovo papa Gregorio VII li scomunicò, facendo sollevare le popolazioni del posto, primi fra tutti quelli della valle dell’Ofanto e di Monticchio ma la scomunica non fece paura ai Normanni che nel 1078, assediato Monticchio, lo conquistarono.

Nel corso del XII secolo, vi fu un declino della Badia a causa del nuovo ordine degli “Umiliati” di Montevergine, fondato da san Guglielmo da Vercelli che, per molto tempo, si stabilì nella zona del Vulture nella valle dell’Ofanto. La sua gloria incominciò il giorno in cui apparve a San Guglielmo Cristo che gli ordinò di ritornare in mezzo agli uomini e di diffondere la regola benedettina. Così fece il Santo, diventando presto molto caro a tutti e molto famoso tra la gente del Vulture e della Valle di Vitalba, con gravi preoccupazioni degli abati di Monticchio. La congregazione di San Guglielmo, infatti, fiorì principalmente a spese delle vecchie badie, che non ebbero più elargizioni di nuove terre e ogni sorta di beneficio e quando il Santo morì nel 1147, il suo ordine sopravvisse per molto tempo. Pertanto i monaci di Monticchio dovettero lavorare molto per conservare l’importanza della loro badia e per incrementare il pellegrinaggio.

La Badia di Monticchio, comunque, aveva un'importanza e una grandezza davvero eccezionali e lo prova una bolla di Papa Alessandro III del 2 aprile 1175 che elenca tutti i possedimenti della badia. Questa grossa fortuna della badia incominciò a crollare a partire dal 1220, quando papa Onorio III incoronò imperatore Federico II: la decadenza della badia non fu solo materiale, ma anche spirituale.

L'abate di Monticchio, Giovanni, avendo saputo che Carlo d'Angiò si era impegnato in un rapporto vassallatico con la Chiesa, prima della sua discesa in Italia e prima di restituire tutti i beni precedentemente sottratti alla Chiesa, partì subito da Monticchio per presentare al nuovo re la supplica della restituzione di tutti i beni e privilegi della badia sugli antichi territori.

Riprese, così, la fortuna della Badia; i suoi beni furono direttamente amministrati dall'Abate e le rendite del territorio ma, anche questa volta, non durò molto: le guerre tra Angioini e Durazzeschi devastarono anche la regione del Vulture e il territorio della Badia. Il benessere precipitò nuovamente, come precipitarono gli Angioini per le lotte interne. Nel 1442 salì al trono di Napoli il re Alfonso d'Aragona.

La badia, ormai in misere condizioni ed in debito presso la Camera apostolica, crollò materialmente nel grande terremoto che il 5 dicembre 1456 colpì tutta la zona del Vulture e quando l'ultimo abate dei Benedettini morì sotto le macerie si chiuse la storia dei Benedettini.

Nel 1460, papa Pio II pensò di dare, per la prima volta, la Badia ai cardinali di Santa Romana Chiesa e nel 1506 prese possesso della Badia l'abate commendatario cardinale Antonio Carafa e dopo la sua morte gli succedette il nipote Giovanni Girolamo Carafa, quindi, la commenda cadde nelle mani del cardinale Marco Sittico Altemps nipote di Pio IV.

Qualche anno prima della morte, l'Altemps investì della Badia il parente cardinal Federico Borromeo, descritto da Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”. Il cardinale, nel 1591, mandò a prendere possesso della Badia Bernardino Calcagni; la Badia però era in gravi difficoltà e altrettanto grosso era il disagio di natura spirituale, infatti, i frati agostiniani non avevano vocazione.

Il cardinale mandò, allora, a Monticchio l'abate Giovanni Battista Besozzi, il quale, constata la situazione disastrosa, manifestò al cardinale il suo progetto di scacciare quei monaci e affidare la Badia ai padri cappuccini. Il cardinale acconsentì e i cappuccini di Monticchio incontrarono subito il favore dei paesi del Vulture.  

L'intero complesso è costituito da un convento a più piani, una chiesa settecentesca e la cappella di San Michele arcangelo. La storia della badia appare, fin dalle origini, strettamente legata alla presenza di una comunità di Benedettini che è insediata nell’istmo tra i due laghi, nell’abbazia di Sant'Ippolito. Qui sono da collocare la maggior parte delle strutture utilizzate per fornire assistenza ed ospitalità ai pellegrini. È probabile che questa sia stata costantemente utilizzata per officiare i riti connessi al culto dell'arcangelo e i numerosi ampliamenti nell'edificio sono da relazionare alla costante crescita dell'insediamento ed al radicarsi del culto nell'area del Vulture.

Nella chiesa abbaziale la fase più antica è riconoscibile in una chiesa ad aula unica absidata databile al IX-X secolo. Una seconda fase è da ricondurre alla costruzione di una nuova chiesa a tre navate con terminazione trilobata. Una terza evidenzia l'andamento di quest'ultima con la trasformazione della chiesa preesistente in cripta della nuova che presenta tre navate, la terminazione trilobata ed il transetto sopraelevato successivamente interventi sulla chiesa, nell'XI secolo, portano alla costruzione del campanile ed all'ulteriore prolungamento delle navate. A seguito degli eventi bellici che coinvolgono il Vulture nello scontro tra Svevi e Angioini si innesca un lungo periodo di decadenza del monastero che determina l'abbandono delle fabbriche e della chiesa, la quale intorno alla metà del secolo XIV è ricostruita in forme più ridotte con una pianta ad aula unica absidata.

La piccola chiesa in grotta, invece, rivela ben presto dimensioni non adatte ad accogliere il grande numero di pellegrini e perciò i monaci hanno cercato di ampliare la chiesa-santuario. L’abbazia di S. Ippolito e il santuario di San Michele, per quanto collocati in aree diverse, sono collegati nella gestione dei flussi di pellegrini e delle attività che interessano l’area. Un accidentato percorso collegava l'abbazia al santuario fino a trasformarsi nell'ultimo tratto, lungo le pendici del vulcano, in una ripida scala inglobata negli edifici circostanti la grotta dell'Arcangelo.  

Le fasi edilizie evidenziano i momenti dello sviluppo del santuario. Nella fase più antica il luogo di culto doveva essere limitato alla sola grotta dove durante la prima metà del secolo XI era stata edificata una piccola edicola, decorata con affreschi. Nella parte sottostante la grotta e lungo il sentiero che saliva dai laghi erano aperte piccole grotte scavate nella roccia vulcanica, utilizzate come rifugio dei pellegrini e come sepolture.

Il primo intervento finalizzato ad ampliare il santuario databile alla seconda metà dell'XI secolo fu la costruzione di un'ampia piattaforma sottostante l'edicola dell'Arcangelo. Un secondo e più vasto intervento risale al XII secolo; la piattaforma è ampliata e la grotta è inglobata in un corpo edificato. L'interno del santuario risulta scandito da più livelli raccordati tra di loro da una serie di gradinate. L'avanzamento del corpo della chiesa lungo il pendio della montagna determina l'inglobamento nella fabbrica delle grotte sottostanti il santuario e dell'ultimo tratto della scala che conduce verso i laghi. Gli ambienti realizzati sono usati da monaci benedettini come una piccola foresteria per l'alloggio degli addetti al servizio del santuario.

La struttura sarà successivamente usata dai frati agostiniani una volta abbandonato il complesso sui laghi. Il terremoto del 1456 avrebbe semidistrutto l'abbazia di Sant'Ippolito eretta tra i due laghi accelerando la decadenza della comunità monastica dei benedettini, avvenuta nella prima metà del XVI secolo.

Intorno alla metà del XVI secolo arrivano i frati agostiniani che nel 1593 sono sostituiti da una piccola comunità di Cappuccini. Questi prendono possesso del santuario nel 1608 e tentano di restaurare gli edifici. Ben presto desistono dall'intento ed abbandonano Monticchio, salvo poi ritornarci dopo la promessa del Cardinale di provvedere alla costruzione di un nuovo convento ed al restauro della chiesa. Con il ritorno dei cappuccini, l’ampliamento ed il restauro della fabbrica prosegue, ma è condizionato dalle poche risorse disponibili. L’edificazione del nuovo convento cappuccino, parte dalla ristrutturazione delle parti inferiori dell’edificio preesistente e dal restauro delle fabbriche medievali, per coinvolgere dopo le aree a destra ed a sinistra della chiesa.

I primi interventi sulla chiesa sono attestati nel 1669 quando a causa della caduta dei massi, il tetto della chiesa è sfondato ed il santuario in parte crollato. Nel 1773, grazie all'opera del nuovo padre guardiano, frate Michelangelo da Rionero, si registra una maggiore disponibilità di risorse e dopo il 1791, un’accelerazione dei lavori, sia nel convento che nella chiesa, conclusi intorno al 1805. La chiesa francescana si presenta a tre navate coperte da una volta a botte e l’interno decorato da un elegante apparato di stucchi. La nuova sistemazione del sacello dell’Arcangelo determina una sostanziale modifica della parte terminale del santuario dove i Cappuccini, conservano l’edicola normanna, ma occultano l’abside tardo medievale in un nuovo altare maggiore eretto all'interno di un baldacchino nel quale spicca la nuova statua dell’Arcangelo costruita per sostituire l’effigie più antica. Sul lato destro dell’altare giunge la parte terminale della Scala Santa con gli accessi agli ambienti per l’assistenza ai pellegrini, mentre sul lato sinistro si apre il collegamento con il convento dei frati.

I recenti restauri del complesso hanno ulteriormente modificato il santuario e l’area adiacente. Nella chiesa sono state rimosse tutte le decorazioni barocche; è stata riportata alla luce la gradinata di collegamento tra la chiesa e l’edicola dell'Arcangelo mentre, dopo la demolizione della volta è stata costruita una copertura a capriate, apparentemente in legno, ma realizzate in cemento armato.

Per rendere possibile la vista dei laghi direttamente dalla chiesa, la facciata tardo-medievale del santuario è stata aperta sul corridoio di collegamento tra la foresteria ed il convento. Infine un piccolo ambiente, collegato alla navata laterale sinistra, è stato trasformato in cappella per conservarvi l'altare maggiore rimosso dal presbiterio dopo la distruzione della decorazione barocca.

Il santuario, oggi, appare completamente inglobato nella chiesa e nel convento eretto dai Cappuccini, all'interno di una stratificazione storica e culturale, in un ambiente nel quale elementi naturali ed interventi dell'uomo si sovrappongono con un risultato molto suggestivo.

Abbazia San Ippolito

Le rovine dell’Abbazia Benedettina di San Ippolito, un antico edificio di culto risalente all’età paleocristiana, si trovano sulla lingua di terra che separa i due Laghi di Monticchio.

L’Abbazia di S. Ippolito (Benedettina) e l’eremo Basiliano (Abbazia di San Michele) vissero a pieno lo scontro tra Oriente e Occidente, fronteggiandosi sulle rive del Lago Piccolo quando intorno all’anno 1000 maturò la divisione tra la chiesa latina di Roma e quella Ortodossa di Costantinopoli.

L'abbazia venne inizialmente intitolata a S. Pietro, quindi a S. Ippolito, vescovo di Ostia, morto nel 250. Fin da principio l’abbazia riceve numerose donazioni da parte dei signori longobardi e normanni ed esse consentono ai monaci di  ingrandire la fabbrica a partire dal XII secolo e renderla "sontuosa, dotata di molte rendite" (De Marsico) provenienti da un patrimonio comprendente terreni e case sparsi in tutta l’area del Vulture e in molti centri della Puglia. Ciò porta i frati a "vivere turpamente" e a "distruggere gli ideali di purezza monastica, dentro e fuori." (Fortunato). 

Inizia la decadenza. Nuovi e giovani frati chiedono ed ottengono (1252) da papa Innocenzo IV (1243-54) di poter praticare la rigida regola dei Cistercensi.          

Sopraggiunge il terremoto del 1456 che sortisce due effetti: il crollo dell'abbazia e l'allontanamento dei Benedettini nel quadro della riforma dell'Ordine avviata dalla Santa Sede.

Del complesso oggi sopravvivono le sue tracce perimetrali. Un poco di più rimane di quella che fu la chiesa annessa, la quale conosce tre fasi di costruzione, nei secoli IX-XI, allorché si arriva ad avere tre chiese intersecanti:

- l'atrio con fonte battesimale risalente al IX secolo;

- di qui è visibile la seconda chiesa, ricavata dall'atrio e presbiterio dell'originaria chiesa greca, che fu la   prima chiesa; 

- la terza chiesa, innestata al campanile, è a navata unica e con piccola abside.

Tutt'intorno sopravvivono le tracce perimetrali del convento semidistrutto dal terremoto del 1456.

Abbazia SS. Trinità e Incompiuta

Il complesso della Santissima Trinità di Venosa è un'incompiuta opera religiosa costituita da una "chiesa antica" (o chiesa vecchia), a cui dà accesso l'entrata principale, e da una "chiesa incompiuta" (o chiesa nuova), la cui costruzione non fu mai portata a termine. L'abbazia contiene la stratificazione di tracce ereditate principalmente da Romani, Longobardi e Normanni.

Vi è controversia sulla data di fondazione, ma gli studi più recenti riprendono le teorie di Daniel Bertaux secondo il quale l'abbazia (che inizialmente comprendeva solo la Chiesa antica) venne innalzata dai Benedettini prima della venuta dei Normanni. Il nucleo originario è costituito da una basilica paleocristiana sorta tra il V e il VI secolo, ove in precedenza vi era un tempio pagano dedicato a Imene. Nel 1059 venne consacrata da papa Niccolò II. Nello stesso anno Roberto il Guiscardo volle rendere la chiesa il sacrario degli Altavilla e fece portare all'interno le salme dei suoi fratelli Guglielmo "Braccio di Ferro", Umfredo e Drogone (verrà poi anche lui sepolto qui).

CHIESA ANTICA - La chiesa preserva un impianto in stile paleocristiano, strutturato da una pianta basilicale romana con un'ampia navata centrale e l'abside posta sul fondo, ma nel corso del tempo ha subito varie mutazioni a partire dal VII secolo, fino agli apporti di ricostruzione e restauro ad opera di Longobardi (nel X secolo) e Normanni (tra il XI ed il XIII secolo).

L'ingresso della chiesa, in stile romanico, esibisce sul lato sinistro due sculture di leoni in pietra e quattro sporgenze, che corrispondono ad altrettante facciate sovrapposte l'una all'altra nel corso dei secoli. Da destra verso sinistra: la prima sporgenza è di epoca normanna tra il XI e XII secolo; la seconda è longobarda, datata il X secolo; la terza è del VIII-IX secolo e la quarta è l'entrata laterale della Basilica Paleocristiana, al momento chiusa.

Varcando la soglia dell'edificio, si possono rimirare varie sculture di civiltà eterogenee, perlopiù romane, e la cosiddetta Colonna dell'Amicizia, opera romana sormontata da un capitello bizantino. La Colonna venne chiamata così perché dice la tradizione che girarvi intorno tenendosi per mano sia un presagio di eterna amicizia e per le giovani spose che si comprimano tra colonna e parete, un augurio di fecondità.

Poco prima dell'ingresso della chiesa, vi sono due facciate. La prima è costituita da un portale realizzato dal Maestro Palmieri nel 1287 e, alla sua sinistra, è osservabile un grande affresco del XV secolo che raffigura San Cristoforo. La seconda facciata è composta dal massiccio arco del porticato, seguito da altri due archi, sovrastati da una galleria di piccoli archi ciechi. Vicino alla facciata si trova la scalinata che conduce al Monastero.

La parte interna della chiesa occupa una superficie di circa 1000 metri quadrati mentre l'altezza del soffitto, al centro dell'edificio, misura poco più di 10 metri. L'impostazione architettonica è di tipo paleocristiano. La navata centrale è divisa in altre quattro costituite da grandi archi (otto a destra e sei a sinistra) larghi 10,15 metri, escluso lo spessore dei pilastri. L'abside è posta sul fondo e ha una forma semicircolare con raggio di 3,95 metri. Di fronte ai due pilastri d'angolo della navata si ergono due colonne di circa 5,40 metri, adornate da capitelli romani in stile corinzio.

Nella navata destra si trova La Tomba degli Altavilla, luogo funerario di Roberto il Guiscardo, Guglielmo Braccio di Ferro, Guglielmo del Principato, Umfredo, Drogone, esponenti illustri della famiglia de Hauteville, che provenienti dalla Normandia come guerrieri mercenari agli inizi dell'anno mille, diedero l'avvio al primo regno unitario nell'Italia meridionale. I corpi un tempo riposavano in sarcofagi singoli, e le loro ossa vennero riunite nell'arca alla metà del Quattrocento. Della tomba del Guiscardo, attraverso i documenti, ci è noto l'epitaffio in cui egli era soprannominato Terror Mundi.

Nella navata sinistra si trova invece la tomba di Alberada di Buonalbergo (chiamata anche Aberada), moglie di Roberto il Guiscardo. La donna sposò Roberto nel 1053 ma venne da lui ripudiata per la principessa longobarda Sichelgaita di Salerno. Aberada ebbe anche un figlio dal Guiscardo, Boemondo I d'Antiochia, eroe della Prima Crociata, che morì a Canosa nel 1111 ed ivi è sepolto. Sull'architrave del monumento campeggia un'iscrizione in latino che attesta la sua sepoltura:

«GVISCARDI CONIVX ABERADA HAC CONDITVR ARCA / SI GENITVM QVÆRES HVNC CANVSINVS HABET»

«Aberada, moglie del Guiscardo, è sepolta dentro quest'arca. Se cercherai il figlio, Canosa lo possiede»

Accanto alla tomba di Aberada vi è il sepolcro di Raffaele ed Emilio Acciaiuoli (XV secolo), originari di Firenze e signori Melfi. Sempre nella navata sinistra troviamo una pavimentazione di mattoncini appartenente alla Basilica Paleocristiana e, in successione ad un piano inferiore, un mosaico sul pavimento di "domus romana" del periodo imperiale (II-III secolo d.C.). 

CHIESA INCOMPIUTA - L'edificio venne iniziato con l'impiego di materiali provenienti da monumenti più antichi. Il suo progetto risale al XII secolo, in architettura normanna, quando la Chiesa antica venne giudicata un luogo inadatto a contenere un certo numero di fedeli, quindi si optò di architettare un vasto abside a cappelle radiali, con il fine di creare un'unica grande basilica.

Si ipotizza che i lavori, sovvenzionati dai Benedettini, iniziarono verso la metà del 1100 ma il ritmo andò scemando a causa dell'altalenante patrimonio dei Benedettini e anche perché questi furono costretti ad abbandonare Venosa, causa la soppressione del loro monastero da papa Bonifacio VIII nel 1297. Costui assegnò, nello stesso anno, il complesso ai "Cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme" (in seguito noti come Cavalieri di Malta), i quali avevano perso i propri possedimenti in Palestina durante l'Ultima Crociata.

L'Ordine non prestò attenzione all'impianto monastico della nuova chiesa e stanziò il proprio quartier generale all'interno di Venosa, nel "Palazzo del Balì". Da quel momento la struttura non venne più completata ma vennero attuati altri interventi come il portale nel XIV secolo e il campanile a vela nel XVI secolo, ma a livello architettonico la Chiesa incompiuta rimase tale. Oggi il monumento è affidato all'antico ordine dei Padri Trinitari.

L'ingresso, travalicato da un arco semicircolare, evidenzia una lunetta decorata da un'iscrizione propiziatoria che chiede la protezione di Dio sul Tempio e sui monaci, nonché la pace dello spirito e del corpo. Sopra la lunetta si trova l'agnello con la croce, ovvero il simbolo dell'Ordine dei Cavalieri di Malta. All'interno dell'Incompiuta, si possono trovare varie opere e ornamenti che appartenevano all'Anfiteatro Romano, come l'epigrafe della scuola gladiatoria di Salvio Capitone, che presenta un elenco di gladiatori che combattevano nell'Anfiteatro. Inoltre si possono ammirare vari bassorilievi come la Stele Funeraria dei Cinna, famiglia del console romano Lucio Cornelio Cinna, il Gruppo di tre Vipere e varie sculture normanne.

Castello di Lagopesole

Il castello di Lagopesole è un castello medievale di epoca federiciana situato su una montagnetta alla quota di 820 m sul livello del mare posta sullo spartiacque tra i fiumi Ofanto e Bradano, in Basilicata. Il castello sorge nel borgo di Lagopesole che, aprendosi a ventaglio sul fianco rivolto a sud della suddetta collina, fa parte del comune di Avigliano, in provincia di Potenza.

Il castello, imponente ed elegante, domina la valle che lo circonda. Visibile da grande distanza regala ai visitatori un colpo d’occhio davvero spettacolare.

La sua straordinaria posizione venne, inizialmente, sfruttata dai bizantini che, qui, costruirono il loro castrum. In seguito fu ampliato dai Normanni e, intorno al XIII secolo, divenne la dimora di Federico II dove poter praticare la caccia con i falchi.

In seguito, fu la dimora di Manfredi, figlio illegittimo di Federico II e, ultimo sovrano svevo del Regno delle Due Sicilie. 

Il Castello, infine, si trasformò in rifugio dei Briganti quando, nel 1861, Carmine Crocco lo occupò con i suoi uomini.

Lo stato presente del castello riflette le modifiche apportate al progetto normanno-svevo da Carlo I d'Angiò; con questo regnante si ebbe il solo periodo di prosperità del castello, che fu utilizzato come residenza estiva e vi si ricevette Elena Angelo Comneno di Epiro, moglie di Manfredi, in un periodo compreso tra la cattura nel castello di Trani (marzo 1266) e il trasferimento nel castello di Nocera dei Cristiani (marzo 1267).

Nell'Ottocento il castello fu rifugio dei briganti capeggiati da Carmine Crocco, che il 7 aprile 1861 lo occupò con 400 uomini.

Il castello, restaurato negli anni novanta, è oggi proprietà demaniale e sede del Corpo Forestale dello Stato; ospita numerose attività culturali e dal 2000 accoglie l'Antiquarium realizzato con i materiali medievali rinvenuti durante le campagne di scavo effettuate nel cortile minore.

Il castello, a pianta rettangolare, presenta due cortili: il minore, di epoca altonormanna, conserva al centro un mastio (donjon) quadrato che curiosamente è fuori asse rispetto al resto della struttura, che indica che molto probabilmente è anteriore alla costruzione del castello antistante. La torre (il Donjon) è caratterizzata da una muratura bugnata nella parte superiore, fatto tipico per l'architettura sveva, in questo caso l'edificio è molto probabilmente risalente all'epoca di Enrico VI di Svevia. Anche le due teste (un uomo e una donna) scolpite lì fanno pensare ai castelli degli Svevi nell'Alsazia, costruiti nella fine del XII secolo.

È da notare anche la compattezza dell'edificio, tipica dei castelli federiciani: Solo tre feritoie, infatti, si aprono sulle pareti sud, est ed ovest, mentre su quella nord c'è l'unico possibile accesso, a circa quattro metri dalla quota di calpestio, cui corrispondono due grandi mensole in pietra (probabili basi d'appoggio per un passaggio mobile) ed altre due mensole figurate nella parte superiore. Il cortile maggiore, risalente all'ampliamento iniziato da Federico II di Svevia nel 1242 sui resti di precedenti costruzioni normanno-sveve (a scopo militare) ed angioine (a scopo residenziale), include una vasta cisterna ed una grande cappella.

Proprio quest'ultima è una peculiarità che contraddistingue questo castello da tutti gli altri attribuiti a Federico II di Svevia; infatti la presenza al suo interno di questo luogo di culto è l'unico esempio tra tutti quelli risalenti a quell'epoca imperiale. La chiesa, in un austero stile romanico che i restauri effettuati negli ultimi anni del XX secolo hanno portato alla luce nel suo originario aspetto, ha un'abside semi circolare e l'entrata decorata con il motivo dei denti di sega, tipico dell'età angioina.

Castello di Melfi

Il castello di Melfi è un castello medievale dell'Italia meridionale. La sua fondazione, almeno dagli elementi ancora visibili, risale al periodo normanno ma ha subito diverse modifiche nel corso del tempo, soprattutto in epoca angioina e aragonese.

L'origine del castello di Melfi risale alla fine XI secolo ad opera dei normanni, sorto in posizione strategica che funge da punto di passaggio tra Campania e Puglia. Il suo collocamento era indispensabile per difendersi dagli attacchi esterni e come rifugio per gli alleati. La struttura fu luogo di avvenimenti "storici" durante l'era normanna.

A Melfi, capitale della contea di Puglia, si tennero cinque concili ecumenici, organizzati da cinque diversi pontefici tra il 1059 e il 1137. Nell'estate del 1059, papa Niccolò II soggiornò nella rocca fortificata e fu al centro di importanti avvenimenti: in giugno stipulò il trattato di Melfi, poi, dal 3 agosto al 25 agosto celebrò il concilio di Melfi I ed infine con il concordato di Melfi riconobbe i possedimenti conquistati dai Normanni. Il papa nominò Roberto il Guiscardo duca di Puglia e Calabria. La città di Melfi, passava un periodo fulgido della storia: in tale circostanza fu promossa a Capitale del Ducato di Puglia e Calabria. Roberto il Guiscardo, per sposare Sichelgaita di Salerno vi mandò in esilio la prima moglie Alberada di Buonalbergo.

Nel castello di Melfi furono organizzati altri Sinodi: il papa Alessandro II dal primo agosto 1067 presiedette il concilio di Melfi II; ricevette il Principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, e i fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia. Nel corso del concilio di Melfi III, nel 1089, il papa Urbano II indisse la prima crociata in Terra Santa, poi Pasquale II nel 1101 convocò il concilio di Melfi IV ed infine papa Innocenzo II nel 1137 celebrò il concilio di Melfi V, ultimo della serie. Vi fu anche nel 1130 un concilio di Melfi non riconosciuto dalla Chiesa, perché organizzato dall'antipapa Anacleto II, che istituì il regno di Sicilia.

Con la venuta degli svevi, Federico II diede grande importanza al castello di Melfi e ne apportò alcuni restauri. Nel 1231, il maniero fu il luogo di promulgazione delle costituzioni di Melfi, codice legislativo del regno di Sicilia, alla cui stesura parteciparono Federico II assieme a persone come il suo notaio Pier della Vigna ed il filosofo e matematico Michele Scoto. La struttura fu anche deposito delle tasse riscosse in Basilicata e prigione, ove tra i vari detenuti ci fu anche il saraceno Othmàn di Lucera, che nel 1240 fu costretto a pagare 50 once d'oro al giustiziere di Capitanata per ritornare in libertà. Nel 1232, Federico II ospitò al castello il marchese di Monferrato e la nipote Bianca Lancia, che divenne sua moglie e da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1241, il sovrano svevo rinchiuse nell'edificio due cardinali e vari vescovi francesi e tedeschi, che avrebbero dovuto far parte di un concilio papale che prevedeva la sua destituzione.

Con la caduta degli svevi e l'arrivo dei nuovi dominatori angioini, il castello di Melfi subì massicci ampliamenti e restaurazioni, oltre ad essere eletto da Carlo II d'Angiò residenza ufficiale di sua moglie Maria d'Ungheria nel 1284. Fu ancora soggetto a modifiche nel cinquecento sotto il governo aragonese e divenne proprietà prima degli Acciaiuoli, poi dei Marzano, dei Caracciolo ed infine dei Doria, ai quali appartenne fino al 1950. Il castello dovette subire due violenti terremoti nel 1851 e nel 1930 ma, a differenza di altri monumenti di Melfi che furono gravemente danneggiati, il castello ne uscì quasi incolume. Al giorno d'oggi, l'edificio ospita il Museo archeologico nazionale del Melfese, inaugurato nel 1976.

Il castello di Melfi, avendo riportato numerose fasi costruttive nell'arco dei tempi, presenta una forma architettonica multistilistica, sebbene abbia conservato il suo aspetto prettamente medievale. È composto da dieci torri di cui sette rettangolari e tre pentagonali:

- Torre dell'Ingresso

- Torre dello Stendardo o dei Cipressi

- Torre della Secretaria o Della Terrazza

- Torre del Baluardo del Leone

- Torre dell'Imperatore o dei Sette Venti

- Torre senza nome, restano solo i ruderi

- Torre di Nord Est o Torrita Parvula

- Torre delle Carceri o di Marcangione

- Torre della Chiesa

- Torre dell'Orologio

Il castello di Melfi è formato da quattro ingressi, di cui solo uno è tuttora agibile. Il primo, situato a nord est vicino alla Torre Parvula, era collegato direttamente con la campagna ed è murato; il secondo, anch'esso murato e collocato nei pressi della Torre della Chiesa, si apre nello spalto; il terzo a sud ovest, presente vicino al Baluardo del Leone, era l'ingresso principale nell'epoca angioina e permetteva di raggiungere il fossato e la città. Il quarto, l'unico attivo, fu aperto dai Doria e funge da accesso al paese attraverso un ponte, in tempi remoti levatoio. L'interno, sebbene trasformato dai Doria, tra il XVI ed il XVIII secolo, in un palazzo baronale, conserva ancora alcuni tratti strutturali in stile normanno-svevo.

Oltrepassato il ponte si nota un portale settecentesco che contiene un'epigrafe che rende onore alle gesta di Carlo V d'Asburgo e Andrea Doria. Procedendo si accede al cortile dove è possibile recarsi alle scuderie ed ai cortili "dello Stallaggio" e "del Mortorio", tutte opere angioine realizzate tra il 1278 ed il 1281 per volere di Carlo II d'Angiò. Sempre in stile angioino sono la "Sala del Trono" (che ospita il Museo), innalzata sul lato settentrionale, la sottostante "Sala degli Armigeri". Da menzionare anche la "Sala delle Scodelle", luogo in cui furono proclamate le costituzioni di Melfi.

Castello di Venosa

Il Castello di Venosa venne edificato da Pirro del Balzo nel 1470, così come riportato dall’epigrafe sovrapposta ai fregi di uno stemma posto sulla parete della torre Ovest,

Mis fuit, o lector, cernis per carmina factor inclita prole satus dux orbi bautia Pyrrhus

Il mio costruttore, o lettore, lo scopri dai versi, fu Pirro, il signore discendente dalla nobile progenie dei del Balzo

di fronte alla porta principale della città, Porta Fontana e dove, sulla medesima torre, vi è lo stemma del sole raggiante dei Balzo. La città di Venosa pervenne a Pirro del Balzo, figlio del duca di Andria Francesco, a seguito del matrimonio avvenuto nel 1459 con Maria Donata Orsini, figlia del duca di Taranto Gabriele Orsini. Pirro del Balzo pensò di fortificare la città con un castello e una cinta muraria per meglio proteggerla da invasioni e scorrerie. 

L’edificazione del Castello di Venosa, costruito nel punto più eminente del borgo alla confluenza del vallone del Reale e del vallone del Ruscello, e lo scavo del fossato in conformità alle nuove dottrine fortificatorie, comportò la demolizione della cattedrale romanica di San Felice, a sua volta edificata nell'XI secolo sui resti di alcune cisterne romane, e del quartiere che la circondava, su un’area vasta oltre diecimila metri quadrati. Per una maggiore difesa della struttura, Pirro fece inoltre sistemare l’ingresso con ponte levatoio sul lato est-sud (l’attuale ingresso fu costruito agli inizi del XVII secolo) e intorno alle torri realizzò un profondo e inaccessibile fossato che non fu mai riempito d’acqua.

La costruzione del castello fu l’occasione per una nuova riorganizzazione urbanistica della città, che nei secoli successivi al XVI cambierà ben poco, se si eccettuano le sostituzioni edilizie ottocentesche e le gravi manomissioni del Novecento. 

Gli interventi sul castello si protrassero anche dopo la morte del Principe avvenuta nel 1487 e continuarono per un secolo circa, anche se alcuni ambienti cambiano destinazione d’uso, come le torri che vennero destinate a segrete, così come si evince da un graffito del 1503 inciso da un prigioniero nella torre Ovest.

Dopo la discesa di Carlo VIII e la lotta tra francesi e spagnoli per la conquista del Regno di Napoli, la vita riprende a Venosa nella metà del Cinquecento, quando ne diviene Principe nel 1561 Luigi Gesualdo conte di Conza, che ha ricevuto in dote il feudo dalla moglie Isabella Ferrillo, che l’aveva a sua volta acquistato nel 1543.

Con i Gesualdo, tra la metà del 1500 e gli inizi del secolo successivo, prima con Carlo, il principe autore dei famosi “madrigali”, e poi con suo figlio Emanuele, il castello si trasforma in accogliente dimora signorile pronta ad ospitare principi mecenati, intellettuali ed artisti. In questo periodo venne anche istituita una scuola di diritto ed una di medicina, mentre nell’Accademia dei Piacevoli ed in quella dei Rinascenti, il cui ispiratore fu proprio Emanuele Gesualdo, poeti e intellettuali si incontravano per leggere i loro versi e discutere di poesie.

A questa fase corrisponde la realizzazione del primo piano del corpo tra le torri Nord ed Ovest detto il “quarto del Cardinale” (“quarto vecchio”), mentre solo alla fine del Cinquecento si incomincia a costruire il “quarto nuovo” tra le torri Nord ed Est.

Un secolo più tardi dalla costruzione, nell’area antistante il Castello, che attualmente ospita l’omonima piazza e rappresenta il fulcro della vita pubblica della città, i portici, che inizialmente fungevano la “lizza” (stalle), cambiano destinazione ospitando le botteghe dei più diversi artigiani, pizzicagnoli, mercanti di stoffe, droghieri e sei osterie, mentre al centro veniva elevata una colonna sulla cui sommità era sistemato un leone in pietra.

Nel corso del Seicento e nei primi decenni del Settecento, si impose la necessità di aggiornare la stima del feudo a seguito degli avvicendamenti dei suoi intestatari.

Quando intervennero le leggi di eversione della feudalità, Venosa apparteneva alla famiglia Caracciolo, de’ Principi di Torella; poi la proprietà del Castello passò a don Camillo Bozza di Barile e nell’anno 1899 fu acquistato dal Comune di Venosa a seguito di pubblica asta.

Il XX secolo ha visto il castello protagonista delle vicende storiche che si sono susseguite dal fascismo, al secondo dopoguerra, per arrivare agli anni ’70 e ’80 con l’attenzione da parte della Soprintendenza e con l’avvio di importanti restauri.

Le quattro torri cilindriche agli angoli, inizialmente coronate da merlature e probabilmente da tetti conici, sono sostenute da ridotti che costituiscono la scarpa del fossato, utilizzati come prigioni, e tutto l'edificio, a cui si accede tramite un ponte levatoio, è circondato da un profondo fossato. 

All'interno si apre un ampio cortile circondato da un loggiato rinascimentale. Di fronte al castello c'è invece una piazza porticata e una fontana monumentale concessa a Venosa da Carlo I d'Angiò.

Oggi il Castello ducale di Pirro del Balzo si presenta come un perfetto contenitore culturale che ospita il Museo Archeologico Nazionale, la Biblioteca e l’Archivio storico comunali, eventi e manifestazioni culturali ed artistiche ospitate negli spazi delle sale al primo piano e nel cortile.

Storie di briganti e Museo del brigantaggio

Negli anni che succedettero la proclamazione del Regno d’Italia, in tutto il Meridione nella clandestinità dei boschi si formarono bande di briganti per organizzare azioni criminose contro i Sabaudi a loro volta autori di soprusi e discriminazioni sociali.

L'’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d'Italia non tardò a diffondere un malcontento che non fu solo sociale, ma aveva anche un alto valore politico perchè Francesco II (1836-1894), cacciato dal trono delle Due Sicilie nel 1861, sobillava il popolo contro i Savoia per poter riprendersi il suo Regno. 

Ad accendere gli animi del popolo vi erano stato inoltre l'assegnazione disattesa delle terre demaniali a causa del forte debito sabaudo, l’aumento delle tasse e del prezzo dei beni di prima necessità. Tutto questo non tardò a dare fuoco alla miccia delle prime rivolte capeggiate da bande brigantesche a cui si unirono ben presto renitenti alla leva, disertori, soldati dell’ex esercito borbonico e soprattutto contadini, pastori e braccianti.

La Basilicata diede asilo a diverse bande di briganti, in particolare la zona del Vulture che, data la conformazione orografica, offriva nascondigli sìcui nella boscaglia. Quei luoghi fecero da base all’azione di Carmine Crocce (1830-1905), uno tra i più scaltri e noti briganti del Risorgimento italiano. Originario di Rionero in Vulture, il bandito, ex militare dell’esercito borbonico, riuscì con segreti arruolamenti a radunare sotti di sé circa 2.000 uomini e, all’inizio del 1861, la sua banda era provvista cavalli. 

Il successo di un moto di rivolta capeggiato da Crocco, che nell'aprile del 1861 portò all'occupazione di tutto il Vulture (vennero utilizzati metodi violenti, rapimenti, ricatti ed efferati assedi), diede il via ad azioni simili delle bande brigantesche della Calabria, della Campania, dell'Abruzzo e della Puglia. Tali azioni sovversive vennero sedate solo intorno al 1864: nella sola Basilicata furono incarcerate per complicità, sospetto o aderenze ai briganti 2.400 persone e mandate al confino 525, tra cui 140 donne. Crocco venne arrestato e condannato all’ergastolo.

Del suo Vulture conosceva ogni anfratto, bosco e grotta e questo gli permise di nascondersi. In particolare, ancora oggi una breve passeggiata porta dall’Abbazia di San Michele, affacciata sul Lago Piccolo di Monticchio, ai luoghi impervi dove i briganti si rifugiavano nelle grotte in attesa di agire.

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