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Natura
e storia si intrecciano nel territorio del Vulture, tanto amato da
Federico II di Svevia. Qui l’uomo ha saputo tessere un rapporto proficuo
con la natura, rispettandola e mettendo a frutto i suoi doni sulle fertili
pendici del vulcano e delle colline.
Fin
dall’antichità la terra nel Nord-ovest della Basilicata, a metà strada
tra il Mar Tirreno e l’Adriatico, incastrata tra le colline e le
montagne, tra cui il vulcano spento Vulture che dà il nome alla zona, fu
un crocevia di genti e culture, a partire dai Dauni, dai Sanniti, dai
Lucani e dai Romani. La Via Appia, che collegava Roma a Brindisium
(attuale Brindisi), e la Francigena del Sud si intersecavano a Venusia,
l’attuale Venosa che diede i natali a Quinto Orazio Fiacco (65 a.C.- 8
a.C.), il poeta del Carpe diem, quam minimum credula postero “Cogli
l’attimo, confidando meno che puoi nel domani”, consiglio intriso di
filosofia epicurea.
Questa
zona della Basilicata d’altra parte va proprio visitata con l’animo
disposto a cogliere la mutevolezza dei suoi paesaggi: le colline ammantate
dai vigneti da cui si produce il vino rosso Aglianico DOCG, i campi
coltivati e ingialliti dal grano, i boschi alle pendici del Vulture. E qui
che si raccoglie uno dei prodotti più tipici della zona, il cosiddetto
“marroncino di Melfi”, una castagna dalla
forma tondeggiante e la buccia di color marrone lucido ricercatissima per
produrre marron glacé.
La
tradizione vuole che i castagneti ai piedi del Vulture siano sorti nel
periodo in cui dominava Federico II (1194-1250), l’Imperatore svevo che
amava questi luoghi e proprio nelle foreste sulle pendici del vulcano,
spingendosi forse fino ai Laghi di Monticchio, si dedicava al suo svago
prediletto, la falconeria.
Oggi
l’area è tutelata da una riserva naturale, il Parco naturale regionale
del Vulture, che come simbolo ha una farfalla, per la precisione una
Bramea, la falena dalle tinte sobrie che dal Neolitico vive nei boschi del
Vulture. Il punto privilegiato da cui partire per visitare questa zona è
Potenza, il moderno capoluogo che vanta il primato di essere il più alto
d’Italia.

Fuori
dalla mete turistiche più comuni, Il Vulture, è la scoperta di paesaggi
unici, talvolta celati, custodi di prodotti eno-gastronomici di
incredibile valore.
Laghi
vulcanici incastonati nella roccia come diamanti, Chiese che nascondono
capolavori, foreste a tratti impenetrabili rifugio dei Briganti e
incantevoli castelli di popoli lontani sono i testimoni di un antico
legame tra natura e vicende umane che, nel corso dei secoli, in questo
territorio, sembra sia stato più intenso che altrove.
Situato
nel Nord della Basilicata, dominato dal suo Vulcano spento, il Vulture è
la terra dell’Aglianico che proprio qui, grazie alla natura vulcanica
del terreno, raggiunge altissimi livelli espressivi.
Monte
Vulture
Il Monte
Vulture, con i suoi sette
colli e i due
laghi vulcanici, rappresenta uno dei luoghi più suggestivi della Basilicata.
Si
erge nella zona nord della Basilicata, al confine con la Puglia e la
Campania e si eleva fino a 1326
m di altezza.
È
l’unico Vulcano esistente
sul versante adriatico dell’Appennino
Centro Meridionale, le sue ultime manifestazioni vulcaniche
risalgono a 130.000 anni fa presso i due crateri che oggi accolgono i due
pittoreschi Laghi.
L’origine
vulcanica del Vulture ha condizionato il paesaggio e la stessa natura dei
nostri Luoghi. Lave, ceneri e lapilli hanno dato origine a terreni molto
fertili. Per questo motivo le pendici del vecchio vulcano sono avvolte da
rigogliosi boschi di querce, faggi e castagni che catturano l’umidità e
regolano il clima di tutta l’area circostante.
E’
la stessa matrice vulcanica del sottosuolo che rende il Vulture la terra
di uno dei vitigni più pregiati nel panorama enologico nazionale: l’Aglianico,
che in questo territorio raggiunge altissime vette espressive, grazie alla
particolare spugnosità del terreno.
La
natura vulcanica del suolo ha inoltre influenzato profondamente le falde
idriche, originando numerose sorgenti di acque minerali che vengono
imbottigliate ed esportate in tutta Italia e rappresentano una delle tante
attrazioni turistiche.
Immergendosi
all’interno dei suoi boschi, a tratti impenetrabili, percorrendo i vari
sentieri, è semplice essere catapultati nel passato, in quei luoghi che
furono il teatro delle gesta di cavalieri normanni, svevi e angioini e
che, nello scorso secolo, costituivano il rifugio sicuro del “Generale
Crocco” e dei suoi numerosi Briganti, braccati dall’esercito
dell’Italia ormai unita.
Laghi
di Monticchio
L’azione
vulcanica del Monte Vulture, cessata 130.000 anni fa, ha lasciato il posto
a due suggestivi laghi che evocano quiete e dolcezza: il
Lago Piccolo e il Lago Grande.
Il
Lago Piccolo, Riserva
Naturale dal 1984, rappresenta, insieme al Lago Grande e alla
foresta che avvolge il massiccio vulcanico, una realtà davvero unica dal
punto di vista naturalistico.
La
ninfea, per esempio, che ha un ruolo essenziale per il mantenimento degli
equilibri dell’ecosistema lacustre, trova qui il suo habitat naturale ed
è raro trovarla in altri luoghi del Meridione.
I
Laghi svolgono una particolare azione termoregolatrice creando microclimi
unici sui versanti interni del massiccio montuoso. Questo fenomeno,
denominato inversione delle fasce climatiche, permette, ad esempio, la
crescita della quercia ad una quota di altezza superiore a quella del
faggio e la coesistenza del faggio con il leccio.
I
due laghi hanno entrambi forma ellittica ma, se ad un primo sguardo
sembrano somigliarsi, in realtà hanno una conformazione molto diversa.
Il
Lago Grande ha una cavità ad imbuto con bassifondi estesi, mentre, il
Lago Piccolo presenta sponde piccole e profonde fin da subito.
Le
acque del Lago Piccolo, alimentate da sorgenti subacquee, giungono al Lago
Grande attraverso un ruscello, per poi defluire verso il fiume Ofanto
attraverso, un affascinante viaggio che, in alcuni punti, con delle
piccole cascate, raggiunge livelli di bellezza naturalistica davvero
singolari.
Riserva
Grotticelle e la Bramea di Hartig
La Riserva
Naturale Orientata di Grotticelle è la seconda area
protetta del Vulture. E’ stata istituita nel 1971 per
tutelare una parte di habitat
della Bramea (Acanthhobrahmea europea), una grande farfalla
notturna di un genere molto raro un tempo ritenuto assente in Europa.
La
Riserva si trova alle falde del Vulture e si estende per 209 ettari
passando dai 250 agli 800 metri di altitudine. Ed è proprio nella zona più
alta che troviamo le rovine del fortilizio della medievale
“Monticulus”, detto anche il “Castello
di Monticchio”.
Cascate
di San Fele
Chiudiamo
il nostro tour naturalistico con un’altra importante attrazione: le Cascate
di San Fele denominate “U Uatteniere”.
Il loro nome deriva dal termine dialettale utilizzato per indicare la
“gualcheria”, quel macchinario utilizzato negli antichi opifici che,
trovandosi a ridosso delle cascate, sfruttava la forza dell’acqua per
battere la lana al fine di renderla meno ruvida e più resistente.
Le
cascate sono il frutto dei salti di quota che il fiume
Bradano è costretto ad effettuare lungo il suo percorso verso
il mare Adriatico.
Per
vivere pienamente il sublime paesaggio, sono numerosi i sentieri che
possono essere percorsi che variano sia per difficoltà che per lunghezza.
In estate, alcune delle cascate sono persino balneabili.
Abbazia
San Michele
L'abbazia
di San Michele Arcangelo è un'abbazia che
sorge a Monticchio,
la cui costruzione risale all'VIII
secolo, intorno ad una grotta abitata da monaci
basiliani.
Fu eretta su una grotta scavata nel tufo,
nei pressi della quale sono stati ritrovati depositi votivi risalenti al
IV-III secolo a.C. L'abbazia passò poi ai benedettini (che
la abbandonarono nel 1456), ai cappuccini (che
fondarono una biblioteca e un lanificio) e, nel 1782 all'ordine
militare costantiniano, che ne fu proprietario fino al 1866.
L'intero complesso è costituito da un convento a più piani, una chiesa
settecentesca e la cappella di San
Michele arcangelo. La grotta dell'Angelo dedicata a san Michele è
adornata da affreschi risalenti alla metà dell'XI secolo ed era il luogo
dove si riunivano in preghiera i monaci italo-greci che anticamente
abitavano la zona. Da qui è possibile avere un suggestivo panorama
dei laghi
di Monticchio.
Nel
726 Leone
III Isaurico, imperatore d'Oriente, emanò il decreto contro il
culto delle immagini sacre. Questo decreto incrementò la fuga nei nostri
territori di parecchi monaci orientali, molti dei quali vennero a
ripopolare le città rese deserte per le guerre civili, le incursioni
saracene, i terremoti, le carestie, le pesti. Si diffusero infatti per
tutto il versante adriatico i monaci dell'ordine Basiliano. Anche la zona
del monte
Vulture fu raggiunta dai monaci
Basiliani, ancor prima della fine del 900, quando l’abate San
Vitale con il nipote e discepolo Elia capitò sul Vulture, proveniente
dalla Calabria, nei pressi di Rapolla, dove morì nel 994. Infatti, la
grande grotta del Vulture, posta a picco sul lago piccolo, e che ricordava
molto il santuario
di San Michele sul Gargano, fu abitata dai Basiliani, la loro
presenza è confermata da un piccolo oratorio dietro l’attuale altare di
San Michele.
In
un secondo momento arrivarono i Benedettini.
Il nuovo ordine, forte del braccio dei principi Longobardi, si diffuse in
questa zona e qui tra i laghi costruirono il monastero e la chiesa,
intitolata prima a san Pietro, poi a sant'Ippolito; tuttavia i motivi di
questo cambiamento sono sconosciuti e di questa costruzione restano solo
ruderi, particolarmente evidenti la torre campanaria, l'abside ed i muri
perimetrali.
I
Benedettini, infatti, abitavano la zona di Monticchio e
possedevano anche la chiesa suburbana di San Pietro, nei pressi di Melfi,
già prima dell’occupazione dei Normanni che,
insediatisi qui, dopo aver dato la chiesa in compenso nel 1043 a Guglielmo
Braccio di Ferro, scacciarono per sempre da Monticchio i romiti
Basiliani, accontentando i Benedettini.
A
Guglielmo Braccio di Ferro successe il fratello Roberto
il Guiscardo, che, raccogliendone l'eredità, conquistò vari
territori, provocando una coalizione antinormanna, alla quale partecipò
tra gli altri il papa
Leone IX, che corse in aiuto dei Bizantini. Ne uscì vincitore
Roberto, che sconfisse gli avversari nella battaglia
di Civitate sul Fortore, facendo prigioniero il papa e,
riconciliatosi, riuscì a farsi riconoscere tutti i suoi possessi
dichiarandosi vassallo della Chiesa. Infatti nel 1059,” l’accordo di
Melfi” tra Nicolò II e Roberto il Guiscardo riconobbe ai Normanni le
conquiste fatte e quante altre terre avessero eventualmente tolto agli
infedeli e agli eretici Greci, in cambio di aiuto militare alla Santa
Sede. In quegli stessi giorni, papa
Niccolò II, si recò a Monticchio, per consacrare con rito latino
la chiesa di San Michele.
Nel
1066, però, nel corso del secondo
Concilio di Melfi, i Normanni furono accusati di indebite
appropriazioni di beni spettanti a chiese e monasteri, tanto che, in
seguito, il nuovo papa
Gregorio VII li scomunicò, facendo sollevare le popolazioni
del posto, primi fra tutti quelli della valle dell’Ofanto e di
Monticchio ma la scomunica non fece paura ai Normanni che nel 1078,
assediato Monticchio, lo conquistarono.
Nel
corso del XII secolo, vi fu un declino della Badia a causa del nuovo
ordine degli “Umiliati” di Montevergine, fondato da san
Guglielmo da Vercelli che, per molto tempo, si stabilì nella
zona del Vulture nella valle
dell’Ofanto. La sua gloria incominciò il giorno in cui apparve a
San Guglielmo Cristo che gli ordinò di ritornare in mezzo agli uomini e
di diffondere la regola benedettina. Così fece il Santo, diventando
presto molto caro a tutti e molto famoso tra la gente del Vulture e della
Valle di Vitalba, con gravi preoccupazioni degli abati di Monticchio. La
congregazione di San Guglielmo, infatti, fiorì principalmente a spese
delle vecchie badie, che non ebbero più elargizioni di nuove terre e ogni
sorta di beneficio e quando il Santo morì nel 1147, il suo ordine
sopravvisse per molto tempo. Pertanto i monaci di Monticchio dovettero
lavorare molto per conservare l’importanza della loro badia e per
incrementare il pellegrinaggio.
La
Badia di Monticchio, comunque, aveva un'importanza e una grandezza davvero
eccezionali e lo prova una bolla di Papa
Alessandro III del 2 aprile 1175 che elenca tutti i
possedimenti della badia. Questa grossa fortuna della badia incominciò a
crollare a partire dal 1220, quando papa
Onorio III incoronò imperatore Federico
II: la decadenza della badia non fu solo materiale, ma anche
spirituale.
L'abate
di Monticchio, Giovanni, avendo saputo che Carlo
d'Angiò si era impegnato in un rapporto vassallatico con la
Chiesa, prima della sua discesa in Italia e prima di restituire tutti i
beni precedentemente sottratti alla Chiesa, partì subito da Monticchio
per presentare al nuovo re la supplica della restituzione di tutti i beni
e privilegi della badia sugli antichi territori.
Riprese,
così, la fortuna della Badia; i suoi beni furono direttamente
amministrati dall'Abate e le rendite del territorio ma, anche questa
volta, non durò molto: le guerre tra Angioini e
Durazzeschi devastarono anche la regione del Vulture e il territorio della
Badia. Il benessere precipitò nuovamente, come precipitarono gli Angioini
per le lotte interne. Nel 1442 salì al trono di Napoli il re Alfonso
d'Aragona.
La
badia, ormai in misere condizioni ed in debito presso la Camera
apostolica, crollò materialmente nel grande terremoto che il 5 dicembre
1456 colpì tutta la zona del Vulture e quando l'ultimo abate dei
Benedettini morì sotto le macerie si chiuse la storia dei Benedettini.

Nel
1460, papa
Pio II pensò di dare, per la prima volta, la Badia ai
cardinali di Santa Romana Chiesa e nel 1506 prese possesso della Badia
l'abate commendatario cardinale Antonio
Carafa e dopo la sua morte gli succedette il nipote Giovanni
Girolamo Carafa, quindi, la commenda cadde nelle mani del
cardinale Marco
Sittico Altemps nipote di Pio IV.
Qualche
anno prima della morte, l'Altemps investì della Badia il parente
cardinal Federico
Borromeo, descritto da Alessandro Manzoni ne “I
Promessi Sposi”. Il cardinale, nel 1591, mandò a prendere
possesso della Badia Bernardino Calcagni; la Badia però era in gravi
difficoltà e altrettanto grosso era il disagio di natura spirituale,
infatti, i frati
agostiniani non avevano vocazione.
Il
cardinale mandò, allora, a Monticchio l'abate Giovanni Battista Besozzi,
il quale, constata la situazione disastrosa, manifestò al cardinale il
suo progetto di scacciare quei monaci e affidare la Badia ai padri
cappuccini. Il cardinale acconsentì e i cappuccini di Monticchio
incontrarono subito il favore dei paesi del Vulture.
L'intero
complesso è costituito da un convento a
più piani, una chiesa settecentesca e la cappella di
San Michele arcangelo. La storia della badia appare, fin dalle origini,
strettamente legata alla presenza di una comunità di Benedettini che è
insediata nell’istmo tra i due laghi, nell’abbazia di Sant'Ippolito.
Qui sono da collocare la maggior parte delle strutture utilizzate per
fornire assistenza ed ospitalità ai pellegrini. È probabile che questa
sia stata costantemente utilizzata per officiare i riti connessi al culto
dell'arcangelo e i numerosi ampliamenti nell'edificio sono da relazionare
alla costante crescita dell'insediamento ed al radicarsi del culto
nell'area del Vulture.
Nella
chiesa abbaziale la fase più antica è riconoscibile in una chiesa ad
aula unica absidata databile al IX-X secolo. Una seconda fase è da
ricondurre alla costruzione di una nuova chiesa a tre navate con
terminazione trilobata. Una terza evidenzia l'andamento di quest'ultima
con la trasformazione della chiesa preesistente in cripta della
nuova che presenta tre navate, la terminazione trilobata ed il transetto
sopraelevato successivamente interventi sulla chiesa, nell'XI secolo,
portano alla costruzione del campanile ed all'ulteriore prolungamento
delle navate. A seguito degli eventi bellici che coinvolgono il Vulture
nello scontro tra Svevi e Angioini si
innesca un lungo periodo di decadenza del monastero che determina
l'abbandono delle fabbriche e della chiesa, la quale intorno alla metà
del secolo XIV è ricostruita in forme più ridotte con una pianta ad aula
unica absidata.
La
piccola chiesa in grotta, invece, rivela ben presto dimensioni non adatte
ad accogliere il grande numero di pellegrini e perciò i monaci hanno
cercato di ampliare la chiesa-santuario. L’abbazia di S. Ippolito e il
santuario di San Michele, per quanto collocati in aree diverse, sono
collegati nella gestione dei flussi di pellegrini e delle attività che
interessano l’area. Un accidentato percorso collegava l'abbazia al
santuario fino a trasformarsi nell'ultimo tratto, lungo le pendici del
vulcano, in una ripida scala inglobata negli edifici circostanti la grotta
dell'Arcangelo.
Le
fasi edilizie evidenziano i momenti dello sviluppo del santuario. Nella
fase più antica il luogo di culto doveva essere limitato alla sola grotta
dove durante la prima metà del secolo XI era stata edificata una
piccola edicola,
decorata con affreschi. Nella parte sottostante la grotta e lungo il
sentiero che saliva dai laghi erano aperte piccole grotte scavate nella
roccia vulcanica, utilizzate come rifugio dei pellegrini e come sepolture.
Il
primo intervento finalizzato ad ampliare il santuario databile alla
seconda metà dell'XI secolo fu la costruzione di un'ampia piattaforma
sottostante l'edicola dell'Arcangelo. Un secondo e più vasto intervento
risale al XII secolo; la piattaforma è ampliata e la grotta è inglobata
in un corpo edificato. L'interno del santuario risulta scandito da più
livelli raccordati tra di loro da una serie di gradinate. L'avanzamento
del corpo della chiesa lungo il pendio della montagna determina
l'inglobamento nella fabbrica delle grotte sottostanti il santuario e
dell'ultimo tratto della scala che conduce verso i laghi. Gli ambienti
realizzati sono usati da monaci benedettini come una piccola foresteria
per l'alloggio degli addetti al servizio del santuario.
La
struttura sarà successivamente usata dai frati agostiniani una volta
abbandonato il complesso sui laghi. Il terremoto del 1456 avrebbe
semidistrutto l'abbazia di Sant'Ippolito eretta tra i due laghi
accelerando la decadenza della comunità monastica dei benedettini,
avvenuta nella prima metà del XVI secolo.

Intorno
alla metà del XVI secolo arrivano i frati agostiniani che nel 1593 sono
sostituiti da una piccola comunità di Cappuccini. Questi prendono
possesso del santuario nel 1608 e tentano di restaurare gli edifici. Ben
presto desistono dall'intento ed abbandonano Monticchio, salvo poi
ritornarci dopo la promessa del Cardinale di provvedere alla costruzione
di un nuovo convento ed al restauro della chiesa. Con il ritorno dei
cappuccini, l’ampliamento ed il restauro della fabbrica prosegue, ma è
condizionato dalle poche risorse disponibili. L’edificazione del nuovo
convento cappuccino, parte dalla ristrutturazione delle parti inferiori
dell’edificio preesistente e dal restauro delle fabbriche medievali, per
coinvolgere dopo le aree a destra ed a sinistra della chiesa.
I
primi interventi sulla chiesa sono attestati nel 1669 quando a causa della
caduta dei massi, il tetto della chiesa è sfondato ed il santuario in
parte crollato. Nel 1773, grazie all'opera del nuovo padre guardiano,
frate Michelangelo da Rionero, si registra una maggiore disponibilità di
risorse e dopo il 1791, un’accelerazione dei lavori, sia nel convento
che nella chiesa, conclusi intorno al 1805. La chiesa francescana si
presenta a tre navate coperte da una volta
a botte e l’interno decorato da un elegante apparato di
stucchi. La nuova sistemazione del sacello dell’Arcangelo
determina una sostanziale modifica della parte terminale del santuario
dove i Cappuccini, conservano l’edicola normanna, ma occultano
l’abside tardo medievale in un nuovo altare maggiore eretto all'interno
di un baldacchino nel
quale spicca la nuova statua dell’Arcangelo costruita per sostituire
l’effigie più antica. Sul lato destro dell’altare giunge la parte
terminale della Scala Santa con gli accessi agli ambienti per
l’assistenza ai pellegrini, mentre sul lato sinistro si apre il
collegamento con il convento dei frati.
I
recenti restauri del complesso hanno ulteriormente modificato il santuario
e l’area adiacente. Nella chiesa sono state rimosse tutte le
decorazioni barocche;
è stata riportata alla luce la gradinata di collegamento tra la chiesa e
l’edicola dell'Arcangelo mentre, dopo la demolizione della volta è
stata costruita una copertura
a capriate, apparentemente in legno, ma realizzate in cemento
armato.
Per
rendere possibile la vista dei laghi direttamente dalla chiesa, la
facciata tardo-medievale del santuario è stata aperta sul corridoio di
collegamento tra la foresteria ed il convento. Infine un piccolo ambiente,
collegato alla navata laterale sinistra, è stato trasformato in cappella
per conservarvi l'altare
maggiore rimosso dal presbiterio dopo
la distruzione della decorazione barocca.
Il
santuario, oggi, appare completamente inglobato nella chiesa e nel
convento eretto dai Cappuccini, all'interno di una stratificazione storica
e culturale, in un ambiente nel quale elementi naturali ed interventi
dell'uomo si sovrappongono con un risultato molto suggestivo.
Abbazia
San Ippolito
Le
rovine dell’Abbazia
Benedettina di San Ippolito, un antico edificio di culto risalente
all’età
paleocristiana, si trovano sulla lingua di terra che separa i due
Laghi di Monticchio.
L’Abbazia
di S. Ippolito (Benedettina) e l’eremo
Basiliano (Abbazia di San Michele) vissero a pieno lo scontro
tra Oriente e Occidente, fronteggiandosi sulle rive del Lago Piccolo
quando intorno all’anno 1000 maturò la divisione tra la chiesa latina
di Roma e quella Ortodossa di Costantinopoli.
L'abbazia
venne inizialmente intitolata a S. Pietro, quindi a S. Ippolito, vescovo
di Ostia, morto nel 250. Fin da principio l’abbazia riceve numerose
donazioni da parte dei signori longobardi e normanni ed esse consentono ai
monaci di ingrandire la fabbrica a partire dal XII secolo e renderla
"sontuosa, dotata di molte rendite" (De Marsico) provenienti da
un patrimonio comprendente terreni e case sparsi in tutta l’area del
Vulture e in molti centri della Puglia. Ciò porta i frati a "vivere
turpamente" e a "distruggere gli ideali di purezza monastica,
dentro e fuori." (Fortunato).
Inizia
la decadenza. Nuovi e giovani frati chiedono ed ottengono (1252) da papa
Innocenzo IV (1243-54) di poter praticare la rigida regola dei
Cistercensi.
Sopraggiunge
il terremoto del 1456 che sortisce due effetti: il crollo dell'abbazia e
l'allontanamento dei Benedettini nel quadro della riforma dell'Ordine
avviata dalla Santa Sede.
Del
complesso oggi sopravvivono le sue tracce perimetrali. Un poco di più
rimane di quella che fu la chiesa annessa, la quale conosce tre fasi di
costruzione, nei secoli IX-XI, allorché si arriva ad avere tre chiese
intersecanti:
-
l'atrio con fonte battesimale risalente al IX secolo;
-
di qui è visibile la seconda chiesa, ricavata dall'atrio e
presbiterio dell'originaria chiesa greca, che fu la prima
chiesa;
-
la terza chiesa, innestata al campanile, è a navata unica e con
piccola abside.
Tutt'intorno
sopravvivono le tracce perimetrali del convento semidistrutto dal
terremoto del 1456.
Abbazia
SS. Trinità e Incompiuta
Il
complesso della Santissima Trinità di Venosa è
un'incompiuta opera religiosa costituita da una "chiesa antica"
(o chiesa vecchia), a cui dà accesso l'entrata principale, e da una
"chiesa incompiuta" (o chiesa nuova), la cui costruzione
non fu mai portata a termine. L'abbazia contiene la stratificazione di
tracce ereditate principalmente da Romani, Longobardi e Normanni.
Vi
è controversia sulla data di fondazione, ma gli studi più recenti
riprendono le teorie di Daniel Bertaux secondo il quale l'abbazia (che
inizialmente comprendeva solo la Chiesa antica) venne innalzata
dai Benedettini prima
della venuta dei Normanni.
Il nucleo originario è costituito da una basilica paleocristiana sorta
tra il V e il VI secolo, ove in precedenza vi era un tempio
pagano dedicato a Imene.
Nel 1059 venne consacrata da papa
Niccolò II. Nello stesso anno Roberto
il Guiscardo volle rendere la chiesa il sacrario degli Altavilla e
fece portare all'interno le salme dei suoi fratelli Guglielmo
"Braccio di Ferro", Umfredo e Drogone (verrà poi anche
lui sepolto qui).
CHIESA
ANTICA - La
chiesa preserva un impianto in stile paleocristiano, strutturato da una
pianta basilicale romana con un'ampia navata centrale e l'abside posta sul
fondo, ma nel corso del tempo ha subito varie mutazioni a partire dal VII
secolo, fino agli apporti di ricostruzione e restauro ad opera di Longobardi (nel
X secolo) e Normanni (tra
il XI ed il XIII secolo).
L'ingresso
della chiesa, in stile
romanico, esibisce sul lato sinistro due sculture di leoni in
pietra e quattro sporgenze, che corrispondono ad altrettante facciate
sovrapposte l'una all'altra nel corso dei secoli. Da destra verso
sinistra: la prima sporgenza è di epoca normanna tra il XI e XII secolo;
la seconda è longobarda, datata il X secolo; la terza è del VIII-IX
secolo e la quarta è l'entrata laterale della Basilica Paleocristiana, al
momento chiusa.
Varcando
la soglia dell'edificio, si possono rimirare varie sculture di civiltà
eterogenee, perlopiù romane, e la cosiddetta Colonna dell'Amicizia,
opera romana sormontata da un capitello bizantino. La Colonna venne
chiamata così perché dice la tradizione che girarvi intorno tenendosi
per mano sia un presagio di eterna amicizia e per le giovani spose che si
comprimano tra colonna e parete, un augurio di fecondità.
Poco
prima dell'ingresso della chiesa, vi sono due facciate. La prima è
costituita da un portale realizzato dal Maestro Palmieri nel 1287 e, alla
sua sinistra, è osservabile un grande affresco del XV secolo che
raffigura San
Cristoforo. La seconda facciata è composta dal massiccio arco del
porticato, seguito da altri due archi, sovrastati da una galleria di
piccoli archi ciechi. Vicino alla facciata si trova la scalinata che
conduce al Monastero.

La
parte interna della chiesa occupa una superficie di circa 1000 metri
quadrati mentre l'altezza del soffitto, al centro dell'edificio, misura
poco più di 10 metri. L'impostazione architettonica è di tipo
paleocristiano. La navata centrale è divisa in altre quattro costituite
da grandi archi (otto a destra e sei a sinistra) larghi 10,15 metri,
escluso lo spessore dei pilastri. L'abside è
posta sul fondo e ha una forma semicircolare con raggio di 3,95 metri. Di
fronte ai due pilastri d'angolo della navata si ergono due colonne di
circa 5,40 metri, adornate da capitelli romani in stile corinzio.
Nella
navata destra si trova La Tomba degli Altavilla, luogo funerario
di Roberto
il Guiscardo, Guglielmo
Braccio di Ferro, Guglielmo del Principato, Umfredo, Drogone,
esponenti illustri della famiglia de Hauteville, che provenienti
dalla Normandia come
guerrieri mercenari agli inizi dell'anno mille, diedero l'avvio al primo
regno unitario nell'Italia meridionale. I corpi un tempo riposavano in
sarcofagi singoli, e le loro ossa vennero riunite nell'arca alla metà del
Quattrocento. Della tomba del Guiscardo, attraverso i documenti, ci è
noto l'epitaffio in cui egli era soprannominato Terror Mundi.
Nella
navata sinistra si trova invece la tomba di Alberada
di Buonalbergo (chiamata anche Aberada), moglie di Roberto
il Guiscardo. La donna sposò Roberto nel 1053 ma venne da lui
ripudiata per la principessa longobarda Sichelgaita
di Salerno. Aberada ebbe anche un figlio dal Guiscardo, Boemondo
I d'Antiochia, eroe della Prima
Crociata, che morì a Canosa nel
1111 ed ivi è sepolto. Sull'architrave del monumento campeggia
un'iscrizione in latino che attesta la sua sepoltura:
«GVISCARDI
CONIVX ABERADA HAC CONDITVR ARCA / SI GENITVM QVÆRES HVNC CANVSINVS
HABET»
«Aberada,
moglie del Guiscardo, è sepolta dentro quest'arca. Se cercherai il
figlio, Canosa lo possiede»
Accanto
alla tomba di Aberada vi è il sepolcro di Raffaele ed Emilio Acciaiuoli
(XV secolo), originari di Firenze e
signori Melfi.
Sempre nella navata sinistra troviamo una pavimentazione di mattoncini
appartenente alla Basilica Paleocristiana e, in successione ad un piano
inferiore, un mosaico sul pavimento di "domus romana" del
periodo imperiale (II-III secolo d.C.).
CHIESA
INCOMPIUTA - L'edificio
venne iniziato con l'impiego di materiali provenienti da monumenti più
antichi. Il suo progetto risale al XII secolo, in architettura normanna,
quando la Chiesa antica venne giudicata un luogo inadatto a contenere un
certo numero di fedeli, quindi si optò di architettare un vasto abside a
cappelle radiali, con il fine di creare un'unica grande basilica.
Si
ipotizza che i lavori, sovvenzionati dai Benedettini,
iniziarono verso la metà del 1100 ma il ritmo andò scemando a causa
dell'altalenante patrimonio dei Benedettini e anche perché questi furono
costretti ad abbandonare Venosa,
causa la soppressione del loro monastero da papa
Bonifacio VIII nel 1297. Costui assegnò, nello stesso anno,
il complesso ai "Cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni
di Gerusalemme" (in seguito noti come Cavalieri
di Malta), i quali avevano perso i propri possedimenti in Palestina durante
l'Ultima
Crociata.
L'Ordine
non prestò attenzione all'impianto monastico della nuova chiesa e
stanziò il proprio quartier generale all'interno di Venosa, nel
"Palazzo del Balì". Da quel momento la struttura non venne più
completata ma vennero attuati altri interventi come il portale nel XIV
secolo e il campanile a vela nel XVI secolo, ma a livello architettonico
la Chiesa incompiuta rimase tale. Oggi il monumento è affidato all'antico
ordine dei Padri Trinitari.
L'ingresso,
travalicato da un arco semicircolare, evidenzia una lunetta decorata da
un'iscrizione propiziatoria che chiede la protezione di Dio sul Tempio e
sui monaci, nonché la pace dello spirito e del corpo. Sopra la lunetta si
trova l'agnello con la croce, ovvero il simbolo dell'Ordine dei Cavalieri
di Malta. All'interno dell'Incompiuta, si possono trovare varie
opere e ornamenti che appartenevano all'Anfiteatro Romano, come l'epigrafe
della scuola gladiatoria di Salvio Capitone, che presenta un elenco di
gladiatori che combattevano nell'Anfiteatro. Inoltre si possono ammirare
vari bassorilievi come la Stele Funeraria dei Cinna, famiglia del
console romano Lucio
Cornelio Cinna, il Gruppo di tre Vipere e varie sculture
normanne.
Castello
di Lagopesole
Il castello
di Lagopesole è un castello medievale di epoca federiciana situato
su una montagnetta alla quota di 820 m sul livello
del mare posta sullo spartiacque tra
i fiumi Ofanto e Bradano,
in Basilicata.
Il castello sorge nel borgo di Lagopesole che,
aprendosi a ventaglio sul fianco rivolto a sud della suddetta collina, fa
parte del comune di Avigliano,
in provincia
di Potenza.
Il
castello, imponente ed elegante, domina la valle che lo circonda. Visibile
da grande distanza regala ai visitatori un colpo d’occhio davvero
spettacolare.
La
sua straordinaria posizione venne, inizialmente, sfruttata dai bizantini
che, qui, costruirono il loro castrum. In seguito fu ampliato dai Normanni
e, intorno al XIII secolo, divenne la dimora
di Federico II dove poter praticare la caccia con i falchi.
In
seguito, fu la dimora di Manfredi, figlio illegittimo di Federico II e,
ultimo sovrano svevo del Regno delle Due Sicilie.
Il
Castello, infine, si trasformò in rifugio
dei Briganti quando, nel 1861, Carmine Crocco lo occupò con i
suoi uomini.
Lo
stato presente del castello riflette le modifiche apportate al progetto
normanno-svevo da Carlo
I d'Angiò; con questo regnante si ebbe il solo periodo di
prosperità del castello, che fu utilizzato come residenza estiva e
vi si ricevette Elena
Angelo Comneno di Epiro, moglie di Manfredi,
in un periodo compreso tra la cattura nel castello
di Trani (marzo 1266)
e il trasferimento nel castello
di Nocera dei Cristiani (marzo 1267).
Nell'Ottocento il
castello fu rifugio dei briganti capeggiati
da Carmine
Crocco, che il 7 aprile 1861 lo
occupò con 400 uomini.
Il
castello, restaurato negli anni
novanta, è oggi proprietà demaniale e sede del Corpo
Forestale dello Stato; ospita numerose attività culturali e dal
2000 accoglie l'Antiquarium realizzato
con i materiali medievali rinvenuti durante le campagne di scavo
effettuate nel cortile minore.
Il
castello, a pianta rettangolare, presenta due cortili: il minore, di epoca
altonormanna,
conserva al centro un mastio (donjon)
quadrato che curiosamente è fuori asse rispetto al resto della struttura,
che indica che molto probabilmente è anteriore alla costruzione del
castello antistante. La torre (il Donjon) è caratterizzata da una
muratura bugnata nella
parte superiore, fatto tipico per l'architettura sveva,
in questo caso l'edificio è molto probabilmente risalente all'epoca di Enrico
VI di Svevia. Anche le due teste (un uomo e una donna) scolpite lì
fanno pensare ai castelli degli Svevi nell'Alsazia,
costruiti nella fine del XII
secolo.
È
da notare anche la compattezza dell'edificio, tipica dei castelli
federiciani: Solo tre feritoie,
infatti, si aprono sulle pareti sud, est ed ovest, mentre su quella nord
c'è l'unico possibile accesso, a circa quattro metri dalla quota
di calpestio, cui corrispondono due grandi mensole in pietra
(probabili basi d'appoggio per un passaggio mobile) ed altre due mensole
figurate nella parte superiore. Il cortile maggiore, risalente
all'ampliamento iniziato da Federico
II di Svevia nel 1242 sui
resti di precedenti costruzioni normanno-sveve (a scopo militare) ed angioine (a
scopo residenziale), include una vasta cisterna ed una grande cappella.
Proprio
quest'ultima è una peculiarità che contraddistingue questo castello da
tutti gli altri attribuiti a Federico
II di Svevia; infatti la presenza al suo interno di questo luogo di
culto è l'unico esempio tra tutti quelli risalenti a quell'epoca
imperiale. La chiesa, in un austero stile
romanico che i restauri effettuati negli ultimi anni del XX
secolo hanno portato alla luce nel suo originario aspetto, ha
un'abside semi circolare e l'entrata decorata con il motivo dei denti di
sega, tipico dell'età angioina.

Castello
di Melfi
Il castello
di Melfi è
un castello
medievale dell'Italia
meridionale. La sua fondazione, almeno dagli elementi ancora
visibili, risale al periodo
normanno ma ha subito diverse modifiche nel corso del tempo,
soprattutto in epoca angioina e aragonese.
L'origine
del castello di Melfi risale alla fine XI secolo ad opera dei normanni,
sorto in posizione strategica che funge da punto di passaggio tra Campania e Puglia.
Il suo collocamento era indispensabile per difendersi dagli attacchi
esterni e come rifugio per gli alleati. La struttura fu luogo di
avvenimenti "storici" durante l'era normanna.
A Melfi,
capitale della contea
di Puglia, si tennero cinque
concili ecumenici, organizzati da cinque diversi pontefici tra il
1059 e il 1137. Nell'estate del 1059, papa
Niccolò II soggiornò nella rocca fortificata e fu al centro
di importanti avvenimenti: in giugno stipulò il trattato
di Melfi, poi, dal 3 agosto al 25 agosto celebrò il concilio
di Melfi I ed infine con il concordato
di Melfi riconobbe i possedimenti conquistati dai Normanni. Il
papa nominò Roberto
il Guiscardo duca
di Puglia e Calabria. La città di Melfi, passava un periodo
fulgido della storia: in tale circostanza fu promossa a Capitale del
Ducato di Puglia e Calabria. Roberto il Guiscardo, per sposare Sichelgaita
di Salerno vi mandò in esilio la prima moglie Alberada
di Buonalbergo.

Nel
castello di Melfi furono organizzati altri Sinodi: il papa
Alessandro II dal primo agosto 1067 presiedette il concilio
di Melfi II; ricevette il Principe longobardo di Salerno, Gisulfo
II, e i fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero
I di Sicilia. Nel corso del concilio
di Melfi III, nel 1089, il papa
Urbano II indisse la prima
crociata in Terra Santa, poi Pasquale
II nel 1101 convocò il concilio
di Melfi IV ed infine papa
Innocenzo II nel 1137 celebrò il concilio
di Melfi V, ultimo della serie. Vi fu anche nel 1130 un concilio
di Melfi non riconosciuto dalla Chiesa, perché organizzato dall'antipapa
Anacleto II, che istituì il regno
di Sicilia.
Con la
venuta degli svevi, Federico
II diede grande importanza al castello di Melfi e ne apportò
alcuni restauri. Nel 1231,
il maniero fu il luogo di promulgazione delle costituzioni
di Melfi, codice legislativo del regno
di Sicilia, alla cui stesura parteciparono Federico II assieme a
persone come il suo notaio Pier
della Vigna ed il filosofo e matematico Michele
Scoto. La struttura fu anche deposito delle tasse riscosse in Basilicata e
prigione, ove tra i vari detenuti ci fu anche il saraceno Othmàn di Lucera,
che nel 1240 fu costretto a pagare 50 once d'oro al giustiziere di Capitanata per
ritornare in libertà. Nel 1232,
Federico II ospitò al castello il marchese di Monferrato e la nipote Bianca
Lancia, che divenne sua moglie e da cui ebbe il figlio Manfredi.
Nel 1241,
il sovrano svevo rinchiuse nell'edificio due cardinali e vari vescovi
francesi e tedeschi, che avrebbero dovuto far parte di un concilio papale
che prevedeva la sua destituzione.
Con la
caduta degli svevi e l'arrivo dei nuovi dominatori angioini,
il castello di Melfi subì massicci ampliamenti e restaurazioni, oltre ad
essere eletto da Carlo
II d'Angiò residenza ufficiale di sua moglie Maria
d'Ungheria nel 1284.
Fu ancora soggetto a modifiche nel cinquecento sotto il governo aragonese e
divenne proprietà prima degli Acciaiuoli,
poi dei Marzano,
dei Caracciolo ed infine dei Doria,
ai quali appartenne fino al 1950.
Il castello dovette subire due violenti terremoti nel 1851 e
nel 1930 ma,
a differenza di altri monumenti di Melfi che furono gravemente
danneggiati, il castello ne uscì quasi incolume. Al giorno d'oggi,
l'edificio ospita il Museo
archeologico nazionale del Melfese, inaugurato nel 1976.
Il
castello di Melfi, avendo riportato numerose fasi costruttive nell'arco
dei tempi, presenta una forma architettonica multistilistica, sebbene
abbia conservato il suo aspetto prettamente medievale. È composto da
dieci torri di cui sette rettangolari e tre pentagonali:
- Torre
dell'Ingresso
- Torre
dello Stendardo o dei Cipressi
- Torre
della Secretaria o Della Terrazza
- Torre
del Baluardo del Leone
- Torre
dell'Imperatore o dei Sette Venti
- Torre
senza nome, restano solo i ruderi
- Torre
di Nord Est o Torrita Parvula
- Torre
delle Carceri o di Marcangione
- Torre
della Chiesa
- Torre
dell'Orologio
Il
castello di Melfi è formato da quattro ingressi, di cui solo uno è
tuttora agibile. Il primo, situato a nord est vicino alla Torre Parvula,
era collegato direttamente con la campagna ed è murato; il secondo,
anch'esso murato e collocato nei pressi della Torre della Chiesa, si apre
nello spalto; il terzo a sud ovest, presente vicino al Baluardo del Leone,
era l'ingresso principale nell'epoca angioina e permetteva di raggiungere
il fossato e la città. Il quarto, l'unico attivo, fu aperto dai Doria e
funge da accesso al paese attraverso un ponte, in tempi remoti levatoio.
L'interno, sebbene trasformato dai Doria,
tra il XVI ed il XVIII secolo, in un palazzo baronale, conserva ancora
alcuni tratti strutturali in stile normanno-svevo.
Oltrepassato
il ponte si nota un portale settecentesco che contiene un'epigrafe che
rende onore alle gesta di Carlo
V d'Asburgo e Andrea
Doria. Procedendo si accede al cortile dove è possibile recarsi
alle scuderie ed ai cortili "dello Stallaggio" e "del
Mortorio", tutte opere angioine realizzate tra il 1278 ed
il 1281 per
volere di Carlo
II d'Angiò. Sempre in stile angioino sono la "Sala del
Trono" (che ospita il Museo),
innalzata sul lato settentrionale, la sottostante "Sala degli
Armigeri". Da menzionare anche la "Sala delle Scodelle",
luogo in cui furono proclamate le costituzioni
di Melfi.
Castello
di Venosa

Il
Castello di Venosa venne edificato da Pirro del Balzo nel 1470, così come
riportato dall’epigrafe sovrapposta ai fregi di uno stemma posto sulla
parete della torre Ovest,
Mis
fuit, o lector, cernis per carmina factor inclita prole satus dux orbi
bautia Pyrrhus
Il
mio costruttore, o lettore, lo scopri dai versi, fu Pirro, il signore
discendente dalla nobile progenie dei del Balzo
di
fronte alla porta principale della città, Porta Fontana e dove, sulla
medesima torre, vi è lo stemma del sole raggiante dei Balzo. La città di
Venosa pervenne a Pirro del Balzo, figlio del duca di Andria Francesco, a
seguito del matrimonio avvenuto nel 1459 con Maria Donata Orsini, figlia
del duca di Taranto Gabriele Orsini. Pirro del Balzo pensò di fortificare
la città con un castello e una cinta muraria per meglio proteggerla da
invasioni e scorrerie.
L’edificazione
del Castello di Venosa, costruito nel punto più eminente del borgo alla
confluenza del vallone del Reale e del vallone del Ruscello, e lo scavo
del fossato in conformità alle nuove dottrine fortificatorie, comportò
la demolizione della cattedrale romanica di San Felice, a sua volta
edificata nell'XI secolo sui resti di alcune cisterne romane, e del
quartiere che la circondava, su un’area vasta oltre diecimila metri
quadrati. Per una maggiore difesa della struttura, Pirro fece inoltre
sistemare l’ingresso con ponte levatoio sul lato est-sud (l’attuale
ingresso fu costruito agli inizi del XVII secolo) e intorno alle torri
realizzò un profondo e inaccessibile fossato che non fu mai riempito
d’acqua.
La
costruzione del castello fu l’occasione per una nuova riorganizzazione
urbanistica della città, che nei secoli successivi al XVI cambierà ben
poco, se si eccettuano le sostituzioni edilizie ottocentesche e le gravi
manomissioni del Novecento.
Gli
interventi sul castello si protrassero anche dopo la morte del Principe
avvenuta nel 1487 e continuarono per un secolo circa, anche se alcuni
ambienti cambiano destinazione d’uso, come le torri che vennero
destinate a segrete, così come si evince da un graffito del 1503 inciso
da un prigioniero nella torre Ovest.
Dopo
la discesa di Carlo VIII e la lotta tra francesi e spagnoli per la
conquista del Regno di Napoli, la vita riprende a Venosa nella metà del
Cinquecento, quando ne diviene Principe nel 1561 Luigi Gesualdo conte di
Conza, che ha ricevuto in dote il feudo dalla moglie Isabella Ferrillo,
che l’aveva a sua volta acquistato nel 1543.
Con
i Gesualdo, tra la metà del 1500 e gli inizi del secolo successivo, prima
con Carlo, il principe autore dei famosi “madrigali”, e poi con suo
figlio Emanuele, il castello si trasforma in accogliente dimora signorile
pronta ad ospitare principi mecenati, intellettuali ed artisti. In questo
periodo venne anche istituita una scuola di diritto ed una di medicina,
mentre nell’Accademia dei Piacevoli ed in quella dei Rinascenti, il cui
ispiratore fu proprio Emanuele Gesualdo, poeti e intellettuali si
incontravano per leggere i loro versi e discutere di poesie.
A
questa fase corrisponde la realizzazione del primo piano del corpo tra le
torri Nord ed Ovest detto il “quarto del Cardinale” (“quarto
vecchio”), mentre solo alla fine del Cinquecento si incomincia a
costruire il “quarto nuovo” tra le torri Nord ed Est.
Un
secolo più tardi dalla costruzione, nell’area antistante il Castello,
che attualmente ospita l’omonima piazza e rappresenta il fulcro della
vita pubblica della città, i portici, che inizialmente fungevano la
“lizza” (stalle), cambiano destinazione ospitando le botteghe dei più
diversi artigiani, pizzicagnoli, mercanti di stoffe, droghieri e sei
osterie, mentre al centro veniva elevata una colonna sulla cui sommità
era sistemato un leone in pietra.
Nel
corso del Seicento e nei primi decenni del Settecento, si impose la
necessità di aggiornare la stima del feudo a seguito degli avvicendamenti
dei suoi intestatari.
Quando
intervennero le leggi di eversione della feudalità, Venosa apparteneva
alla famiglia Caracciolo, de’ Principi di Torella; poi la proprietà del
Castello passò a don Camillo Bozza di Barile e nell’anno 1899 fu
acquistato dal Comune di Venosa a seguito di pubblica asta.
Il
XX secolo ha visto il castello protagonista delle vicende storiche che si
sono susseguite dal fascismo, al secondo dopoguerra, per arrivare agli
anni ’70 e ’80 con l’attenzione da parte della Soprintendenza e con
l’avvio di importanti restauri.

Le
quattro torri cilindriche agli angoli, inizialmente coronate da merlature
e probabilmente da tetti conici, sono sostenute da ridotti che
costituiscono la scarpa del fossato, utilizzati come prigioni, e tutto
l'edificio, a cui si accede tramite un ponte levatoio, è circondato da un
profondo fossato.
All'interno
si apre un ampio cortile circondato da un loggiato rinascimentale. Di
fronte al castello c'è invece una piazza porticata e una fontana
monumentale concessa a Venosa da Carlo
I d'Angiò.
Oggi
il Castello ducale di Pirro del Balzo si presenta come un perfetto
contenitore culturale che ospita il Museo Archeologico Nazionale, la
Biblioteca e l’Archivio storico comunali, eventi e manifestazioni
culturali ed artistiche ospitate negli spazi delle sale al primo piano e
nel cortile.
Storie
di briganti e Museo del brigantaggio
Negli
anni che succedettero la proclamazione del Regno d’Italia, in tutto il
Meridione nella clandestinità dei boschi si formarono bande di briganti
per organizzare azioni criminose contro i Sabaudi a loro volta autori di
soprusi e discriminazioni sociali.
L'’annessione
del Regno delle Due Sicilie al Regno d'Italia non tardò a diffondere un
malcontento che non fu solo sociale, ma aveva anche un alto valore
politico perchè Francesco II (1836-1894), cacciato dal trono delle Due
Sicilie nel 1861, sobillava il popolo contro i Savoia per poter
riprendersi il suo Regno.
Ad
accendere gli animi del popolo vi erano stato inoltre l'assegnazione
disattesa delle terre demaniali a causa del forte debito sabaudo,
l’aumento delle tasse e del prezzo dei beni di prima necessità. Tutto
questo non tardò a dare fuoco alla miccia delle prime rivolte capeggiate
da bande brigantesche a cui si unirono ben presto renitenti alla leva,
disertori, soldati dell’ex esercito borbonico e soprattutto contadini,
pastori e braccianti.
La
Basilicata diede asilo a diverse bande di briganti, in particolare la zona
del Vulture che, data la conformazione orografica, offriva nascondigli sìcui
nella boscaglia. Quei luoghi fecero da base all’azione di Carmine Crocce
(1830-1905), uno tra i più scaltri e noti briganti del Risorgimento
italiano. Originario di Rionero in Vulture, il bandito, ex militare
dell’esercito borbonico, riuscì con segreti arruolamenti a radunare
sotti di sé circa 2.000 uomini e, all’inizio del 1861, la sua banda era
provvista cavalli.
Il
successo di un moto di rivolta capeggiato da Crocco, che nell'aprile del
1861 portò all'occupazione di tutto il Vulture (vennero utilizzati metodi
violenti, rapimenti, ricatti ed efferati assedi), diede il via ad azioni
simili delle bande brigantesche della Calabria, della Campania,
dell'Abruzzo e della Puglia. Tali azioni sovversive vennero sedate solo
intorno al 1864: nella sola Basilicata furono incarcerate per complicità,
sospetto o aderenze ai briganti 2.400
persone e mandate al confino 525, tra cui 140 donne. Crocco venne
arrestato e condannato all’ergastolo.
Del
suo Vulture conosceva ogni anfratto, bosco e grotta e questo gli permise
di nascondersi. In particolare, ancora oggi una breve passeggiata porta
dall’Abbazia di San Michele, affacciata sul Lago Piccolo di Monticchio,
ai luoghi impervi dove i briganti si rifugiavano nelle grotte in attesa di
agire.

Fonte:
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