Val d'Angri

E' il più giovane dei parchi nazionali italiani - è stato istituto nel 2007 - e con i suoi 69 mila ettari è uno dei grandi polmoni verdi della Basilicata. Il Parco Nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Angri Lagonegrese comprende 29 comuni in provincia di Potenza ed è un incredibile intreccio di natura e storia. Montagne ricoperte da boschi fitti si alternano a morbide vallate, tra cui scorre una gran quantità d'acqua. Ci sono fiumi, come l'Agri, e laghi, quale il Pertusillo. 

Alcune fra le vette più belle e alte dell'Appennino meridionale si trovano qui: il monte Papa (2005 metri), nel massiccio del Sirino a sud-ovest; il Volturino (1835 metri) e il Madonna di Viggiano (1725 metri) a nord; il monte Raparo (1764 metri) a sud-est. In questo trionfo della natura, qua e là si stagliano i segni dell'uomo nei borghi arroccati come presepi, nei castelli e nei santuari solitari. Segni dell'uomo sono anche le aree archeologiche che testimoniano di zone abitate già in epoca preistorica.

Per conoscerlo si può percorrere la statale 598 che segue il fondovalle del fiume Agri, facendo poi diverse divagazioni. Partendo dalla costa lucana sullo Ionio - Metaponto, Scanzano o Policoro - il primo assaggio del parco è la Murgia di Sant'Oronzo che con i suoi due pinnacoli costituti da conglomerati di Castronuovo sembra una gigantesca porta naturale: due maestosi torrioni alti più di cento metri, che all'improvviso si innalzano verso il cielo creando in terra di Basilicata atmosfere da Grand Canyon.

Simbolo del parco, sono costellati di cavità naturali nelle quali nidificano nibbi reali, poiane, cicogne nere, corvi imperiali, mentre in altre zone vivono anche gufi reali e, fra le vette più elevate, aquile reali. Intorno alla Murgia, si può percorrere il Sentiero dei Briganti, un tuffo nella natura allo stato brado, dove fra le fitte leccete e le grotte si dice che si nascondessero i briganti seppellendovi grandi tesori.

Oltre che un luogo particolarmente suggestivo dal punto di vista geologico e naturalistico lo è anche sul piano storico perché tra le Murge di Sant’Oronzo vi è lo scorrimento del fiume Agri e la strada che era, ed è, da millenni anche punto di transito strategico di beni e persone, come dimostrano gli insediamenti magnogreci (tra i quali Serra Lustrante luogo del ritrovamento del più bel reperto in oro dell’antichità: la corona di Critonio, custodita nel museo di Monaco di Baviera) e gli insediamenti dei Monaci Basiliani, protagonisti della storia del monachesimo.  

Oltre la Murgia si aprono gli stupendi scenari del parco, anello di congiunzione fra altri due parchi nazionali di ragguardevole bellezza, il Pollino a sud e il Cilento Vallo di Diano a sud-est, in terra campana. Il cuore pulsante è la Val d'Agri, una delle aree più ricche della regione, dove si coltivano prodotti di prima qualità che rendono l'enogastronomia locale una vera prelibatezza. A ciò si è aggiunto nell'ultimo decennio la nuova ricchezza che giace nel sottosuolo, l'oro nero che fa della valle il più grande giacimento petrolifero italiano. 

Abbracciando aree ampie ed eterogenee, il parco presenta un'estrema varietà paesaggistica e naturalistica. È proprio questa varietà di ambienti la sua grande ricchezza, assieme alle tradizioni e alla storia dei suoi borghi, ben preservati e fermi nel tempo come tanti piccoli mondi antichi. Per rendersene conto, conviene lasciare la statale 598 e dirigersi verso San Martino D'Agri, dove il belvedere della Madonna della Rupe, sul monte Raparello regala viste mozzafiato. 

In primo piano la massiccia sagoma del monte Raparo (1746 metri) e in basso, sul versante opposto, il verde intenso della Val d'Agri interrotto solo dalla grande macchia azzurra del lago Pertusillo; tutt'intomo colline che via via cedono il passo ad alture più elevate ricoperte da leccete, querceti misti, soprattutto roveri e roverelli, cerri e folte faggete alle altitudini maggiori. Intorno al Raparo e al Raparello si aprono doline, grotte, sorgenti e aree ricche di icnofossili, testimonianza di come questi territori fossero un tempo ricoperti dalle acque: tutta la valle nel Pleistocene era infatti un enorme bacino lacustre. A quell'età remota risalgono molti resti di animali preistorici, soprattutto elefanti ed equidi, ora custoditi nel Museo Nazionale Archeologico dell'Alta Val d'Agri a Grumento Nova.  

Tra i tanti laghi del passato non faceva parte il Pertusillo, bacino artificiale ricavato negli anni 50 con una diga sul fiume Agri. Circondato da boschi che si spingono fino a pelo d'acqua offre scorci suggestivi, oasi imperdibile per il birdwatching tra folaghe, germani reali, cavalieri d'Italia e aironi cenerini. Su di esso si specchia il borgo di Spinoso, cui fanno da sfondo le vette spesso innevate del Sirino: uno dei tanti immobili borghi sul capo dei colli che punteggiano questi paesaggi, paesini dal fascino arcano in cui il tempo scorre lentamente seguendo i ritmi della natura. Molti di essi furono, con le loro torri d'avvistamento e i loro castelli, roccaforti inespugnabili contro le incursioni saracene. Fra le fortezze più suggestive, il castello di origine normanna di Moliterno, cui fa da sfondo una magnifica faggeta, e i resti dell'antico castello di Marsico Nuovo, pittoresco groviglio di vicoletti e palazzi nobiliari, dove ha sede l'Ente Parco.  

Il Castello medievale è l’emblema per eccellenza di Moliterno, simbolo della dominazione normanna del paese dell’Alta Val d’Agri. Dall’altopiano su cui troneggia, domina tutta la valle e il borgo sottostante.

Dichiarato "Monumento di interesse nazionale", il sito è stato sottoposto a un importante intervento di restauro che ha visto il recupero degli apparati murari e delle torri. In particolare, la torre longobarda è stata resa agibile e funziona, su richiesta, come osservatorio panoramico.

Si ritiene che la sua edificazione sia iniziata a partire dall’VIII secolo, quando il pagus romano di Grumentum fu attaccato dai Saraceni e i suoi abitanti si rifugiarono sulle montagne. A quest’epoca si fa risalire la costruzione della torre cilindrica, ad opera dei Longobardi: una torre di avvistamento di forma circolare, alta 25 metri, che si sviluppa su tre piani e termina con una ghiera di merli quadri. Ogni piano è costituito da un unico ambiente con finestra; il pianterreno, in particolare, era adibito a carcere.

A partire dal XII secolo, a seguito dell’invasione dei Normanni, venne edificata tutta la parte del castello attualmente visibile dalla piazza del paese, insieme alla torre quadrata che è appunto detta Normanna. La torre cilindrica più piccola, situata in posizione diametralmente opposta alla Longobarda, venne innalzata in epoca successiva per mano degli Svevi. Le mura imponenti che si affacciano sulla vallata, in direzione di Sarconi, Grumento e del Lago di Pietra del Petusillo, sono di epoche più recenti.

Dal Pertusillo, abbandonando ancora una volta la statale del fondovalle, si può prendere verso sud (lungo la ex statale 103 e la provinciale 19) per arrivare sulle pendici del Sirino, dove si distende la Riserva regionale del lago Laudemio con i suoi scenari preistorici ideali per il trekking fra faggi, ontani e rare specie vegetali. La riserva segna il limite meridionale dell'espansione dei ghiacciai nel periodo Quaternario con il Laudemio che è il lago di origine glaciale più a sud d'Europa.

Lasciando il fondovalle dell'Agri verso nord (ex statale 103 e provinciale 11, molto panoramica), si giunge a Viggiano, famoso per le botteghe di zampegne e ciaramelle e per il santuario della Madonna Nera. 

Da qui, imboccando le provinciali 54 e 60, si giunge alla Riserva regionale dell'Abetina di Laurenzana, altro tempio naturalistico con i suoi 300 ettari di boschi dai magnifici esemplari di abete bianco con circonferenze anche di quattro metri, tra i quali è bellissimo passeggiare. Non lontano la vetta del Volturino, a cui conducono emozionanti sentieri fra folte faggete, proprio come quelle che si trovano nel vicino bosco di Rifreddo di Pignola, uno dei più fitti del circondario.  

Oltre che lungo gli itinerari paesaggistici e panoramici, il parco può essere visitato sul percorso dei santuari fondati nei secoli dai monaci sulle vette più inaccessibili e solitarie per sfuggire alle persecuzioni saracene, sede di devozione popolare e di pellegrinaggi seguitissimi. Un'occasione anche per toccare con mano il fascino degli antichi paesi, l'ospitalità della gente, i momenti di raccoglimento e quelli di festa collettiva, oltre che la gustosa cucina di queste terre.

Le tappe di questo itinerario del sacro comprendono 

- il Santuario della Madonna Nera di Viggiano - Il santuario fu eretto presumibilmente nel XIV secolo, nel luogo dove la leggenda vuole il ritrovamento del simulacro della Madonna. La leggenda narra che l'immagine sacra fosse venerata sin dagli albori del cristianesimo nell'antica città di Grumentum; quando questa fu distrutta dai Saraceni, la statua sarebbe stata nascosta in una buca, ancora oggi visibile alle spalle dell'altare maggiore e ritrovata grazie all'apparizione di misteriosi fuochi. Da allora si stabilì la tradizione di celebrare due volte l’anno la Madonna di Viggiano: la prima domenica di maggio, quando dal Santuario la statua viene trasferita sulla vetta, e la prima domenica di settembre, quando dal Monte ritorna in paese.

Una seconda leggenda vuole che sia stata la statua stessa a scegliere il luogo della sua permanenza: quando gli abitanti della vicina Marsicovetere portarono via il simulacro per dargli una sede nel loro paese, la Vergine da sola tornò nella cappella sul Monte di Viggiano.

L'attuale santuario è probabilmente di epoca cinquecentesca e si articola in più edifici, tra cui la chiesa e il campanile siti in un ampio piazzale pavimentato raggiungibile attraverso un lungo tratto di strada pedonale pavimentata. Entrambi gli edifici sono in muratura portante in opera quadrata, lasciata a facciavista esternamente ed intonacata di bianco internamente. 

L'interno è a navata unica, scandita da quattro campate voltate a crociera sorretta da semipilastri cruciformi in conci di pietra. Ai lati della navata, tra le campate individuate dai pilastri, si aprono delle nicchie non molto profonde su basamento liscio. All'estremità della navata si trova l'altare in pietra bianca, su cui si erge un crocifisso, e alla sua destra vi è la teca lignea, con doratura come rivestimento, dentro cui nel periodo dedicato è esposta la statua della Madonna. 

L'esterno è molto sobrio e semplice, quasi a voler riflettere l'asprezza e la difficoltà di raggiungimento del luogo, almeno in tempi antichi. Il prospetto principale è una semplice facciata a capanna, con tetto spiovente, priva di qualsiasi elemento decorativo, lasciata interamente a facciavista in conci di pietra. Il portale arcuato a tutto sesto è in asse con un oculus circolare con vetrata composita. 

L'illuminazione della navata è garantita oltre che dalla finestra circolare della controfacciata, anche da altre due finestre rettangolari che si aprono nelle arcate delle pareti laterali della navata, a ridosso della zona presbiteriale. Esternamente, sul lato ovest della chiesa, trova collocazione il campanile con cella campanaria aperta sui quattro lati. Anch'esso è in opera quadrata in conci di pietra ed è a pianta quadrangolare, con il basamento rastremato verso l'alto. Una semplice modanatura a toro scandisce l'inizio della torre campanaria, quadrata e rettilinea, semplicemente coperta da quattro falde in coppi di laterizio. I coppi in laterizio sono presenti anche sulla copertura a falde del santuario. 

A qualche metro di distanza dal santuario vero e proprio, si ergono degli altri edifici, in stile e tecnica costruttiva simile, che fungono da locali per la canonica e per altre esigenze religiose.

La devozione dei fedeli nel corso degli anni è rimasta intatta: stendardi portati dai pellegrini accompagnati da zampogne e organetti, il girare per tre volte intorno alla cappella del Monte prima di entrarvi, il toccare l’urna della Madonna con rami o fiori, il contendersi l’onore di portare a spalla la statua, restano segni di una fede semplice e sincera.

La statua lignea è fondamentalmente di stile bizantino, mentre la copertura in oro zecchino risale agli anni della dominazione spagnola (è molto simile difatti alla Madonna di Montserrat). La tipica coloritura bruna fu invece scelta dalle genti locali, che con questo colore volevano identificarla come la madre dell’intera Umanità d’Oriente e Occidente.

- il Santuario del Monte Saraceno a Calvello - Il santuario fu fondato intorno al 1150 dai Monaci Benedettini nei pressi di una grotta in cui la leggenda narrava fosse la dimora di un eremita. L'impianto architettonico visibile attualmente è però frutto di un rifacimento del XV secolo, mentre nel 1999 fu rifatto il portale ligneo principale. Nel 2010 fu sostituito l'arredo liturgico e venne aggiunto un altare mobile ligneo, caratterizzato da un blocco cubico delimitato da lesene dorate e da un paliotto con acronimo di Cristo. Fu aggiunto anche un ambone mobile ligneo caratterizzato dalle modanature orizzontali dorate. Tra il 2014 e il 2016 venne stonacata la facciata, lasciando la finitura originale in pietra a facciavista, venne impermeabilizzato il tetto e nell'occasione fu sostituito il campanile da una cella campanaria ubicata sulla falda sinistra del tetto

Il santuario architettonicamente rispecchia la semplicità e la povertà dei monaci ed è definito da un edificio con facciata a capanna costituito da falde asimmetriche molto pendenti. All'esterno è interamente realizzato in opera incerta con lacerti di grande pezzatura lasciati completamente a facciavista e completamente privo di qualsiasi tipo di decorazione, fatta eccezione per delle semplici modanature in corrispondenza degli stipiti dei portali di ingresso. 

La facciata è asimmetrica poichè è stato aggiunto un ulteriore ambiente a ridosso della chiesa, che internamente si presenta ad unica aula rettangolare, semplicissima nelle decorazioni ed interamente intonacata di bianco. Essa termina con un abside su cui è addossato l'altare in pietra policroma (risalente al XIX secolo) che ospita l'icona della Madonna. Sullo spiovente sinistro della facciata (quello più lungo e più pendente) si erge una torre campanaria che ospita tre archi con tre rispettive campane. Il tetto a falde è ricoperto da coppi in cotto, mentre all'intradosso vi è una volta a botte unica che copre tutta la navata.

- il Santuario della Madonna del Sirino a Lagonegro - Il Santuario in onore della Santissima Vergine, venne realizzato nel 1629. L’edificio sacro dedicato alla Madonna della neve o del Sirino si raggiunge percorrendo un sentiero di spettacolare bellezza, tra rocce e boschi di faggi. Il piccolo tempio ha forma quadrangolare ed è totalmente rivestito di pietre a secco. In una nicchia in legno sull’altare è deposta la statua della Vergine con il Bambino in trono mentre sorregge un globo, che dimora in questo luogo di pace e preghiera tutta l’estate. La statua della Madonna del Sirino viene trasportata, a spalla dai fedeli da Lagonegro  fino al monte Sirino alla quota di 1907 metri, ogni anno nella terza domenica di giugno

Il 4 agosto di ogni anno, la sacra effigie della Madonna di Sirino viene trasferita dalla Chiesa del Monte al paese di Lagonegro.

Il trasferimento avviene attraverso una toccante processione. La Madonna, seguita da numerosi devoti, raggiunge la Chiesetta della Madonna del Brusco, dove viene celebrata la Santa Messa. Durante la discesa della processione, i fedeli adornano di fiori gli altari presenti lungo il sentiero, sui quali la statua della Madonna viene adagiata.

Interessante far notare, l’interesse di un culto “laico” (di dubbia autenticità) tributato a Monna Lisa, la donna ritratta da Leonardo. La leggenda vuole che “La Gioconda” sia morta a Lagonegro nel 1506 di febbre infettiva durante il suo viaggio di ritorno dalla Calabria a Firenze. Ha la sua tomba in S. Nicola.

Nel territorio di Lagonegro la spiritualità ha il volto della Madonna del Sirino, che sull’omonimo monte, ogni anno, è protagonista di emozionanti pellegrinaggi.

Nella seicentesca cappella della Madonna della Neve, dimora tutta l’estate la sua statua, dopo la Madonna della neve fa il percorso inverso, verso la chiesa della Trinità, in piazza Grande, la terza domenica di settembre.

- il Santuario della Madonna della Rupe a San Martino D'Agri - La chiesa attuale è formata da un’unica grande navata affiancata da una serie di cappelle laterali ricavate in profondi archivolti. La terminazione della navata è data da un ambiente quadrangolare, mentre la copertura è formata da un solaio il cui intradosso, come tutto l’interno della chiesa, è decorato da un apparato realizzato nel 1963. L’interno della chiesa è decorato da un apparato in stucchi e gessi, tipici della seconda metà del secolo XIX: la pilastratura è alleggerita dalla presenza di lesene impostate su basamenti e concluse da capitelli corinzi decorati con festoni di fiori d’acanto. 

L’altare maggiore è realizzato in marmi policromi ed è databile tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX. Ai lati dell’altare maggiore sono presenti due locali utilizzati come uffici parrocchiali e sagrestia. L’esterno della chiesa è privo di particolari apparati decorativi. La facciata principale è scandita da quattro lesene giganti che sorreggono un timpano triangolare. Il portale d’ingresso in pietra è decorato da semplici modanature e porta l’iscrizione «A. D. 1893», relativa probabilmente alla realizzazione del manufatto a seguito del completamento della ricostruzione della chiesa distrutta dal terremoto del 1857.

 La copertura della navata centrale è realizzata con struttura a doppia falda coperta con coppi. Le coperture delle cappelle laterali si impostano a quote più basse e sono costituite da un’unica falda coperta con manto di coppi. L’imponente campanile è addossato al lato sinistro della facciata d’ingresso ed è suddiviso in quattro ordini. 

Non conserva particolari apparati decorativi, salvo semplici cornici marcapiano, ed è completamente realizzato in tufo del Raparo lasciato a vista. Nel 1908 fu costruita invece la piccola cappella di montagna a navata unica: la data è riportata sul portale d’ingresso della chiesetta.

La statua della Madonna è in legno intagliato, dipinto e dorato del secolo XV e di ignoto autore lucano. La Madonna è seduta su un piccolo trono e regge il Bambino, collocato al centro della composizione e sulle ginocchia. Il Bambino con la mano sinistra regge il globo e con la destra benedice. Ambedue le statue sono coronate e pesantemente dorate fino ad appiattire la percezione della composizione. Il braccio destro della Vergine è alzato e proteso in avanti a sorreggere un oggetto, attualmente un mazzo di fiori. 

Secondo la tradizione locale, prima dei vari interventi di restauro la statua sarebbe stata del tipo della Madonna nera. Sul trono si legge un’iscrizione: «HOC SIMULACRUM ERAT VASTATUM ET FUSCUM PROPTER ANTIQUITATEM. AT ANNO D.NI 1679 DE EIUS BONIS FUIT APTUM ET COLORATUM, ASSISTENTE ARCHIPRESB. CARTOLANO PER LABELLA A MISSANELLO. AD HONOREM MAGIS AUGENDAM DEVOTIONEM HOC SIMULACRUM B. VIRGINIS, EX MOTU DOMINICI CARTOLANO CUN CONCORSO.» 

La statua, in base all’iscrizione, è stata restaurata una prima volta nel 1679. Altri interventi sono attestati nel 1712, quando fu realizzata l’ indoratura, nel 1876, nel 1918 ed infine nel 1956 quando, ad opera di artigiani di Ortisei, furono sostituite le teste della Madonna e del Bambino1. Questi due ultimi manufatti sono ancora conservati nella chiesa e confermano una datazione al secolo XV ed un’iconografia tardo-gotica desumibile dalla collocazione centrale del Bambino e dal panneggio caratterizzato dalla presenza di lunghe pieghe. 

L’originaria chiesa urbana di S. Maria della Rupe risaliva probabilmente all’epoca medievale: nel 1790 lo storico locale Francesco Saverio Roselli scorgeva nelle sue mura impronte dei secoli IX-X. Al tempo delle persecuzioni iconoclaste la statua, già venerata dal popolo, sarebbe stata sottratta ai persecutori e nascosta nel cavo di una rupe. Circa un secolo dopo un pastore sordomuto, Mario Conte, portando a pascolare le capre vide la buca, vi entrò e vi scoprì la statua. Tornatagli la favella, andò subito a riferire l’accaduto alla gente. Secondo un’altra versione, il pastore, vista la buca che nel fondo aveva dell’erba, vi scese conducendo con sé le caprette. A causa del freddo intenso, volle accendere un fuoco. Raccolse perciò degli sterpi ma, per quanti tentativi facesse, il fuoco si spegneva sempre mentre invece ardeva la terra sottostante. Meravigliato, picchiò con la mazza sul terreno e si accorse di battere sul legno di una cassa. Quando riuscì ad alzare il coperchio, scoprì che vi era conservata l’antica statua. Corse allora in paese a raccontare l’accaduto e tutti l’ascoltarono con grande meraviglia, dal momento che lo conoscevano sordomuto. Il clero ed il popolo si recarono quindi sulla rupe e riportarono il simulacro nell’antica chiesa del paese dove il culto verso la vetusta statua della Vergine riprese con rinnovata intensità. In seguito al sisma del 1857 la chiesa del paese crollò e sarebbe rimasta in piedi solo la nicchia dove era conservata la statua della Vergine. Nella platea della matrice chiesa di S. Lorenzo compilata nel 1729, la chiesa risulta in possesso del clero della predetta chiesa. 

- il Santuario della Madonna di Monteforte - Il santuario di Monteforte occupa un posto di grande rilievo nella fede e nella tradizione del popolo abriolano. Non c’è anziano, giovane o fanciullo che almeno una volta nella vita non abbia percorso a piedi la tortuosa stradina che s’inerpica su, fino in cima a 1447 metri, dove sorge la cappella dedicata alla Madonna. Con il restauro seguito al terremoto dell’80 si parla di riscoperta del santuario perché sulle pareti sono venuti alla luce stupendi affreschi celati per anni da strati di calce che ne hanno conservato in parte intatto lo splendore e la bellezza. Non è, però, la ricchezza e la preziosità artistica che fanno di Monteforte un luogo speciale per gli abitanti del posto; lo è sempre stato e lo sarà sempre e lo dimostra l’enorme folla che, puntuale negli anni, la prima domenica di giugno sale portando a spalle la statua lignea della Madonna Assunta che, lasciata la sua dimora abituale in Chiesa Madre, sosta fino al 15 di agosto nel santuario.

La tradizione del pellegrinaggio a Monteforte, secondo una prima ricostruzione storica, risale al secolo XVI quando il luogo, prima dimora di monaci eremiti, venne aperto al culto dei fedeli trasformandosi poi in cappella. E’ confermato dagli affreschi lungo le pareti commissionati dal fedeli a motivo di ex-voto alla Madonna. Come molti santuari mariani è posto in alto, costruito nove secoli fa, forse perché, percorrendo in salita la strada per arrivarvi lasciandosi alle spalle la realtà del vivere quotidiano, si avesse la sensazione di andare verso Dio, richiamati da una forza misteriosa, E lì, ad attendere l’uomo con il suo carico di gioia e dolore, fatica e sofferenza c’è Lei, la Madre di ogni vivente che aspetta fiduciosa chi con il cuore sincero percorre la strada che porta al Padre. 

Una strada faticosa, ma che riserva la gioia dell’arrivo a casa dopo lungo peregrinare. Sono questi sentimenti che si accendono anche oggi in tutti i fedeli che, dalla prima domenica di giugno e per tutte le domeniche fino al 15 di agosto, alle prime ore dell’alba muovono i propri passi verso il santuario per visitare Maria nella sua casa e per trascorrere con lei un po’ di tempo nella preghiera e nella meditazione. Silenzio rotto solo dal cinguettio degli uccelli e pace avvolgono il santuario, rendendolo luogo privilegiato per coloro che si vogliono appartare lasciandosi alle spalle, anche se solo per qualche ora, il frastuono del mondo che, certo, non aiuta a ritrovarsi e a pregare Dio. Novecento anni, eppure là in quel luogo solitario sembra che il tempo non abbia scalfito l’atmosfera di misticità che aleggia tra le mura del santuario, tra i più belli della diocesi, che custodisce una statua della Madonna più antica e più bella dell’intera regione.

Oggi la Madonna di Monteforte ha lasciato la sua dimora per motivi di sicurezza ed è custodita nella Chiesa Madre del paese dove la si può venerare ed ammirare in tutto il suo splendore incastonata in un’ancòna lignea del XVII secolo che le fa degna corona. Per Abriola e il suo popolo, Monteforte è il faro che dall’alto rischiara il cammino umano, è il baluardo che veglia sulla sua gente e la protegge vigile e silenzioso. E’ la per dare il suo ultimo saluto a chi parte e il suo primo benvenuto a chi torna; è parte della storia e del patrimonio spirituale scolpito nel cuore di tutti coloro che anche se solo per una volta ne hanno “assaporato” l’atmosfera di misticità. Da diversi anni Monteforte è stato insignito del titolo di santuario diocesano divenendo patrimonio per l’intera diocesi. Inserito negli itinerari spirituali del Giubileo è meta di pellegrinaggio per quanti vorranno appartarsi a pregare e ricevere l’indulgenza plenaria.

LA STATUA - L’eccesso di umidità causato sulla parete nord dagli sbalzi termici e dalle abbondanti nevicate dovette determinare il progressivo deteriorarsi dell’affresco medievale raffigurante, quasi sicuramente, una Madonna in trono.

Al di là degli effetti causati da quegli eventi naturali la frequentazione della cappella sicuramente subì una temporanea interruzione e un abbandono sin quando un nuovo impulso religioso spinse, sul finire del sec. XV, alla decisione di affidare a un artigiano del posto il compito di realizzare una statua lignea della Madonna prendendo a modello la pittura murale presente nella cappella di Monteforte.

Nello scolpirne il legno l’artista prescelto, pur attenendosi a quella tradizione figurativa, introdusse alcune modifiche espressive rispetto al sicuro ieratico misticismo dell’icona medievale. La statua lignea modella la Madonna in posizione rigida e frontale assisa sul trono. Abriola. Chiesa Madre. Statua lignea della Madonna, detta di Monteforte (fine sec. XV) nella nicchia dell’ancòna seicentesca. La mensa dell’altare è del 1743. (solo successivamente venne ornato sui rispettivi lati da tre cherubini e il Bambino collocato sulle ginocchia materne).

Presenta un busto pieno e ben modellato, una cotta con pieghe piatte e cinto in vita, maniche lunghe prive di guarnizioni e bernia abbinata alla cotta. Il capo è coperto da un leggero tessuto che scende sulle spalle. La Madonna volge lo sguardo fisso in avanti con le braccia tese in segno d’attesa. In quell’espressione ‘e il rinnovarsi del culto mariano, che sembra porre l’accento sull’invito alla conversione per riprendere un cammino di fede. La realizzazione della statua lignea della Madonna di Monteforte da parte di un ignoto artigiano locale assurge, per altri versi, a simbolico ma reale riconoscimento di un ceto, quello artigianale, maggiormente rappresentativo della comunità abriolana del Quattrocento, che, nel far proprio quel culto e quella tradizione votiva, contribuì a rinverdirla e radicarla. La nuova icona riaccese il culto e il pellegrinaggio attorno a Monteforte, dalla cui sommità la Madonna riluceva e splendeva come una stella.

Un percorso didattico e naturalistico denominato "Le tre Madonne" collega proprio i santuari di Viggiano, Calvello e Abriola. 

Grumentum, antica città di confine

Fondata dai Romani per proteggere le coste ioniche, fu distrutta dai Saraceni poco prima dell'anno 1000. Ad accrescere il fascino dei reperti, lo straordinario scenario naturalistico  

La Val d'Agri è uno dei principali scrigni archeologici della Basilicata, terra di incontro ma anche di scontro fra le diverse civiltà che nei secoli vi sono passate: Enotri e Lucani, la popolazione di ceppo sannitico affermatasi in Campania e Lucania a partire dal IV secolo a.C., e poi Greci e Romani. La valle, per la quale passava la via Herculia, era punto di snodo strategico fra la costa ionica delle colonie magnogreche e quella del Tirreno e della Campania etnisca, col fiume Agri, un tempo navigabile, che assicurava un collegamento diretto con lo Ionio.

Fra gli scontri più cruenti, quello che si svolse nel 207 a.C. durante la Seconda guerra punica nei pressi dell'antica Grumentum, che vide contrapposti l'esercito romano di Claudio Nerone e quello cartaginese di Annibaie. Ad avere la peggio fu Annibale, nonostante i suoi mastodontici elefanti.

Grumentum venne fondata dai Romani nella prima metà del III secolo a.C. (recenti studi ritengono però che fosse frequentata già da Enotri e Lucani) allo scopo proprio di sbarrare ogni passaggio dallo Ionio, una città di confine dunque con la Magna Grecia. A pianta ortogonale, la città rimase attiva fino al VI secolo per poi essere definitivamente distrutta dai Saraceni nel IX secolo.

Le sue vestigia si possono ammirare nel Parco Archeologico di Grumentum, ritenuto uno dei più importanti e meglio conservati del Sud Italia tanto da essersi guadagnato il soprannome di "piccola Pompei della Basilicata". Ad accrescere il fascino dei reperti è lo scenario naturalistico in cui si trovano, sulle sponde selvatiche del lago Pertusillo, una macchia d'azzurro circondata da folti boschi e da alture cui si aggrappano graziosi borghi-presepe. Uno di questi è Grumento Nova, intricato saliscendi di vicoletti e autentico balcone naturale sulle rovine dell'antica città.  

L'AREA ARCHEOLOGICA - L'impianto urbanistico della città, risalente alla fondazione del III secolo a.C. è di forma allungata, in dipendenza dalle condizioni orografiche della collina, e si articola su tre vie principali parallele, intersecate ad angolo retto da vie secondarie. La città era circondata da mura con sei porte, su un perimetro di circa 3 km e occupava una area di circa 25 ettari, di cui solo un decimo è stato riportato in luce.

- Foro chiuso da portici e con resti di due templi sui lati sud e nord, identificati ipoteticamente con il capitolium (principale tempio cittadino) e con un Cesareum (tempio dedicato al culto imperiale). Sul lato ovest si trovano i resti di una basilica e forse di una curia (luogo di riunione del consiglio cittadino).

- Terme repubblicane - Nei pressi del foro, lungo il decumano orientale, si trovano anche i resti di un edificio termale di età repubblicana. Un’iscrizione menziona due praetores duoviri, Q. Pettius e C. Maecius che fecero edificare a spese pubbliche le terme. La struttura termale è in opus reticolatum. Il calidarium è diviso in due ambienti separati da sedili in muratura, entrambi pavimentati a mosaico, bianco e policromo. Quello policromo consiste in una larga cornice decorata a greche che racchiude un’altra cornice costituita da una treccia a due capi su fondo scuro. Essi poggiano su un pavimento con suspensurae. Sono stati rinvenuti anche i resti del forno per il riscaldamento della pavimentazione. Il frigidarium circolare, con sedili ai lati, è stato riutilizzato in età moderna e contemporanea per la costruzione di palmenti per la pigiatura dell’uva e la fermentazione del mosto. Il rifornimento d’acqua era garantito, oltre che dall'acquedotto di età augustea, da una cisterna, anch'essa riutilizzata. Gli stessi locali sono stati destinati ai servizi per i visitatori del Parco.

- Teatro di epoca augustea, vicino al quale si trovano i resti di due piccoli templi di epoca imperiale e quelli di una ricca domus, denominata "Casa dei mosaici" per la presenza di pavimenti a mosaico del IV secolo in alcuni ambienti;

- Terme imperiali - Costruite in età augustea. Il mosaico in bianco e nero, decorato con creature marine, tritoni e Scilla e quello limitrofo con motivi geometrici sono stati datati al III-IV secolo a.C.

- Acquedotto

- L’anfiteatro anfiteatro viene già menzionato dagli eruditi locali nel Settecento: esso era rimasto visibile e riconoscibile all’interno del tessuto urbano della città romana ormai scomparsa. Le indagini vere e proprie del monumento ebbero inizio nel 1981, dopo che il terremoto del 1980 ne ebbe aggravato i pericoli di crollo. L’anfiteatro è datato al I secolo a.C.. Esso venne innalzato in una posizione periferica, lungo il limite nord-orientale del perimetro urbano, in prossimità di una via di accesso attraverso la quale gli spettatori provenienti dalla valle potevano affluire senza passare all’interno della città. Gli assi dell’anfiteatro risultano allineati agli assi stradali. Il dislivello tra la terrazza centrale e quella orientale della collina su cui sorgeva Grumentum venne sfruttato per addossarvi la parte occidentale dell’edificio. La parte orientale poggia su una sostruzione interamente artificiale. La tecnica costruttiva della fase iniziale, ovvero quella repubblicana, è l’opus incertum. Le parti in opus reticulatum regolare sono da ritenersi successive. L’anfiteatro ha due soli ordini di gradini, sostenuti da terrapieni e da un corridoio voltato nella parte occidentale e da sostruzioni artificiali in quella orientale. L’arena è stata ricavata tagliando e spianando la collina e non presenta ambienti sotterranei. Il corridoio che la circonda si interrompeva solo in corrispondenza degli ingressi principali, dove era sbarrato da cancelli in quanto destinato ad immettere animali attraverso le sei aperture chiuse da griglie di cui si conservano in parte le soglie.

- Necropoli - Fuori dalle mura si sono rinvenute tombe monumentali. Le fonti letterarie ed epigrafiche di età tardoantica e altomedioevale disponibili per Grumentum sembrano indicare una continuità di vita del centro fino al V secolo d.C.: la Tabula Peutingeriana riporta un collegamento diretto con Taranto; nei pressi è attestata la via Herculia, documentata da un gruppo di miliaria che ne attestano ripetuti interventi di manutenzione almeno fino all'età di Arcadio; la sede vescovile è menzionata nel V e VI secolo dai pontefici Gelasio I, Pelagio I e Gregorio Magno; la necropoli indagata davanti alla chiesetta extraurbana di San Marco è stata datata al VII secolo; la menzione del territorio di Grumentum dall'Anonimo Ravennate alla fine del VII secolo e da Guidone agli inizi del XII secolo. Nel XII secolo venne inoltre redatta l'agiografia di un martire grumentino, san Laviero. A partire dall'XI secolo si consolidano e si sviluppano insediamenti di altura: Saponara, Marsico Nuovo, Marsico Vetere, Moliterno, etc. Questo nuovo assetto poleografico dell'antico territorio grumentino è ancora attuale, modificato di recente dalla nascita di una rapida viabilità di fondovalle, che ha determinato l'immediato sviluppo di piccoli centri di pianura (Villa d'Agri, Sarconi, etc.). A partire dal XVI-XVII l’area archeologica venne nuovamente occupata per attività vitivinicole con la costruzione di case rurali.

- La chiesa di Santa Maria Assunta era situata nella parte settentrionale dell’abitato romano, in prossimità dell'anfiteatro e orientata rispetto alla sua viabilità. Sul lato orientale sono state rinvenute nel 1978 alcune sepolture medievali, purtroppo prive di corredo. Non si hanno ancora certezze né sulla data d'impianto, né sulle successive fasi edilizie di questo edificio. Un esiguo frammento di affresco parietale, conservatosi nella navata centrale e raffigurante un volto di santa ai piedi di una Madonna dalle dimensioni sensibilmente maggiori, permette ipotizzare una sua utilizzazione come luogo di culto nel periodo altomedioevale.

Di Grumentum rimangono preziose testimonianze romane a partire dall'anfiteatro ellittico risalente al I secolo a.C. che durante i giochi trasformava la città in un crocevia di gladiatori, mercanti, ricchi aristocratici e genti provenienti da luoghi lontani. Ben visibili anche i resti dell'acquedotto, del teatro di età giulio-claudia ristrutturato nel II-III secolo d.C., del decumano, del II secolo d.C., su cui si affaccia la domus patrizia della Casa dei Mosaici. E poi di luoghi sacri come il tempio dedicato alla divinità egizia Arpocrate, delle terme, dell'area forense, del Capitolium dedicato alla triade capitolina Giove, Giunone e Minerva, e della basilica, luogo di mercato e giustizia. Resti che secondo alcuni studi rappresenterebbero appena il venti per cento del patrimonio archeologico della città, che rimane in gran parte sottoterra, per venire poco alla volta alla luce a mano a mano che proseguono gli scavi.

D'altronde, questa è una terra che, quando si scava, ci sono buone probabilità di trovare qualcosa. Ne sono un esempio i lavori di costruzione della rete di raccolta del petrolio fra i pozzi petroliferi e il Centro Oli di Viggiano oltre a quelli relativi all'oleodotto Viggiano-Taranto, che collega i pozzi della valle con le raffinerie pugliesi, attraversando la regione per 135 chilometri. Grazie alla collaborazione fra Eni e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata, è stato possibile individuare 100 siti archeologici fra cui diverse necropoli ricche di reperti. Alcuni di questi reperti sono ora esposti nel Museo Archeologico dell'Alta Val d'Agri, situato nei pressi del sito archeologico di Grumentum.

Tra i pezzi forti del museo spicca la raffinata testa marmorea di Livia Drusilla, moglie e poi sacerdotessa di Augusto, del I secolo d.C., e poi le collezioni di monete, coniate anche da una zecca locale, gli ex voto, i corredi tombali, i vasi a figure rosse. Il percorso espositivo, che a breve sarà arricchito da una nuova ala in costruzione, è suddiviso in tre sezioni: preistoria, età arcaica ed ellenistica, periodo romano. Nella sezione dedicata alla preistoria c'è anche un interessante nucleo paleontologico con importanti fossili animali fra cui zanne e molari di Elephas antiquus ed equidi che circa 120mila anni fa frequentavano il lago pleistocenico che ricopriva l'intera valle.

Fonte:
Bell'Italia