Sono le
parole di Leonardo Sinisgalli, uno dei più importanti poeti lucani del 900.
Il
Vulture - melfese e l'Altopiano dei Li Foj
Il Vulture è
un vulcano spento
situato nella parte settentrionale della provincia
di Potenza. La montagna, che raggiunge i 1 326 m di altitudine,
sorge in posizione nord, nord-est rispetto ai monti Santa Croce (1.407 m),
Pierno (1.268 m), Caruso (1.228 m)
e Costa Squadra (1.342 m), dai quali è separata dalla Fiumara
di Atella, affluente del fiume Ofanto.
Da
novembre 2017 fa parte del parco
naturale regionale del Vulture.
«Il
Vulture fu un vulcano ardente, tremendo. Ha trenta miglia di circonferenza; è
lungi trenta miglia dalla più vicina sponda dell'Adriatico. Ha per confini al
sud il fiume di Atella, all'est quel di Rapolla, all'ovest e al nord l'Ofanto.
Chiude nel suo recinto Melfi, Rionero, Rapolla, Barile, Atella e molti
villaggi.»
Vulcano
isolato e in posizione esterna rispetto ai coevi complessi vulcanici
tirrenici, orientato verso l'avampaese
apulo, il Vulture è stato attivo fino al Pleistocene superiore,
ossia fino a circa 130.000 anni or sono, con lunghe fasi di quiescenza.
Fenomeni vulcanici secondari si sono verificati anche in epoca contemporanea,
fino al 1820.
I
versanti dell'edificio vulcanico sono interamente ricoperti da una fitta e
rigogliosa vegetazione favorita dalla naturale fertilità dei terreni che si
sviluppano da rocce vulcaniche. Immersi in uno scenario verdeggiante, a
un'altitudine di circa 660 m s.l.m.,
si distendono i due laghi
di Monticchio, tipici laghi vulcanici occupanti il principale cratere
dell'edificio vulcanico esistente durante la sua fase finale di attività.
Estesi
e pregiati sono i boschi di castagno: Marroncino
di Melfi D.O.P. è la denominazione
protetta delle prelibate castagne che si producono in questi
luoghi.
Nella
zona del Monte Vulture si estendono oltre 1500 ettari di vitigno rosso
Aglianico. L'Aglianico
del Vulture è infatti annoverato tra i migliori vini rossi
d'Italia. Le aziende del settore nel territorio sono circa quaranta e
producono, annualmente, circa due milioni e mezzo di bottiglie.
Alle
pendici sorgono numerosi stabilimenti per l'imbottigliamento dell'acqua
minerale oltre a numerosi centri abitati, tra i quali: Melfi, Rapolla, Barile, Rionero
in Vulture, Ripacandida,
Ginestra ed Atella.

I Monti
Li Foj sono un gruppo
montuoso, posto nel cuore dell'Appennino
lucano, in posizione mediana rispetto ai gruppi montuosi del Santa
Croce e della Maddalena.
Costituiscono un altopiano la
cui cima maggiore misura 1.365 m s.l.m.,
dominando le valli dei fiumi Marmo e Melandro.
Tra le bellezze naturali si annoverano il piano della Nevena e il lago
Romito.
A
partire dal 2006 le sommità dell'altopiano costituiscono un sito
di interesse comunitario per la regione biogeografica del
Mediterraneo, a ragione della lussureggiante flora ivi
presente: faggio, abete
bianco, cerro, acero, tiglio,
oltre a diverse specie di prateria montana.
La fauna si
presenta altrettanto variegata: gufo
reale, biancone, picchio, balia
dal collare, salamandrina.
Eppure,
il S.I.C. non rende pienamente giustizia del patrimonio naturale presente
nell'area montana. Risultano infatti escluse dalla protezione tanto le zone
umide dei laghi Romito e Scuro quanto le vetuste faggete
poste in prossimità del piano della Nevena. Queste ultime, in
particolare, conservano ancora la struttura dei tagli d'epoca borbonica (ceppaie
e capitozze).
D'altronde,
si tratta di peculiarità che non erano sfuggite agli illustri naturalisti
Gavioli e Corbetta, che tra la fine dell'Ottocento e l'immediato secondo
dopoguerra studiarono approfonditamente questi luoghi.
Altro
punto d'interesse è dato dalla buona conservazione degli habitat naturali,
favorita da un rapporto virtuoso tra uomo ed ambiente. Ciò ha permesso di
custodire - ed in parte tramandare - un sistema agro-silvo-pastorale unico,
basato sull'integrazione sostenibile delle risorse ambientali.
Così,
se è vero che negli ultimi decenni si è verificato un progressivo
depauperamento delle razze suine peculiari
dell'arco
appenninico meridionale, gli allevamenti bovini di
razza podolica, tuttora operanti a pochi chilometri dal capoluogo di regione,
così come la summenzionata conservazione delle cosiddette ceppaie
borboniche rappresentano, invece, un ottimo esempio di arricchimento
della biodiversità e
di conservazione delle tradizioni locali.
Comprensorio
Sellata - Volturino - Viggiano e Monti della Maddalena
Situata in
posizione sud, sud-ovest rispetto alla città di Potenza,
l'area dei monti Pierfaone, Volturino e Viggiano va
a costituire, insieme ai Monti della Maddalena, un complesso sistema
montuoso, vera ossatura centrale dell'Appennino
lucano.
L'intero
comprensorio può essere suddiviso in due dorsali principali, di cui la più
aspra ed imponente è costituita dal M. Pierfaone e M. Arioso (1.740
m e 1.715 m), M. Serra di Calvello e M. Calvelluzzo (1.568
m e 1.701 m), M.
Volturino e del M. Viggiano (1.836 m e 1.725 m).
La catena
denominata della Maddalena, posta a spartiacque tra la regione campana e
quella lucana, e le cui cime si presentano più dolci e meno elevate, culmina
nella Serra Longa e nel monte Cavallo che raggiungono, rispettivamente, 1.503
e 1.401 metri d'altitudine. La catena dei Monti della Maddalena comincia a
nord col rilievo collinare montuoso del Monte San Giacomo (969 m slm) nel
territorio dei comuni di Caggiano,
Auletta e Salvitelle, in Provincia di Salerno. A sud dell'abitato di Caggiano l'altezza
media dei rilievi aumenta. Qui incontriamo l'accidentata sagoma del Monte
Capo la Serra, noto per il suo caratteristico ciuffo di alberi sulla
vetta ovest (Castagni di Palacìna). Il monte raggiunge con la vetta est la
quota di 1141 m slm. Sempre nel comune di Caggiano è
localizzato il Monte Sierio (1286 m slm).
Dette
dorsali, aprendosi a ventaglio con direzione nord-ovest/sud-est, delimitano
l'alta valle
del fiume Agri, dividendo quest'ultima dall'altra vasta e profonda
piana intermontana dell'Appennino
lucano: il Vallo
di Diano.
Sellata -
Monte Pierfaone, si trova nei boschi del Parco Nazionale dell'Appennino
Lucano,(Monte Pierfaone, alto m 1744). Le quote spaziano dai 1350 metri
della Sellata fino ai 1744 m del Monte Pierfaone e ai 1700 m del Monte
Arioso, in un contesto panoramico circondato dai monti Volturino e Viggiano.
ll Sellata-Arioso è un comprensorio sciistico formato da due località,
Abiola e Sasso
di Castalda nel cuore della Basilicata, a pochi chilometri da Potenza.
Il
passo della Sellata è una strada panoramica dalla quale si può ammirare la
cresta del Monte Pierfaone. Nella vallata sottostante si intravede la frazione
di Arioso e il colle dove sorgeva il casale medioevale di Castel Glorioso. La
parte bassa della vallata è attraversata dal tratto iniziale del fiume
Basento. Vi è la presenza di un fitto bosco di faggio con esemplari altissimi
che formano una galleria di verde, e dopo un centinaio di metri, si arriva al
passo della Sellata. Questo passo a 1255 metri di quota si divide in quattro
strade, tutte belle da percorrere, che raggiungono Pignola, Abriola, la
frazione di Arioso ed i campi da sci di Pierfaone. È possibile anche
effettuare escursioni nel bosco di Rifreddo e al Santuario
di Monteforte.
Due
diramazioni poste sulla direttrice sud-ovest/nord-est - dunque con andamento
trasversale rispetto a quella costituita dai monti Pierfaone, Volturino e
Viggiano - sono costituite dalle cime del M. Serranetta (1.476 m)
e Monteforte (1.444 m) a nord, e da quelle del Monte
Pilato (1.612 m), Monte Caldarosa (1.391 m) e Monte
Sant'Enoc (1.489 m) a sud.
Infine, più
spostate ad est - e di nuovo con andamento nord-ovest/sud-est - sono il Monte
Caperino (1.455 m), e Monte Impiso (1.319 m) e le
caratteristiche guglie delle Piccole
Dolomiti lucane.
In realtà
appare difficoltoso delimitare con certezza i confini fisici di tale vasto ed
articolato sistema montuoso: alcuni studiosi, infatti, lo estendono
all'imponente massiccio
del Sirino (2.006 m) e al Monte Raparo (1.764 m),
considerando questi ultimi come estreme propaggini meridionali dello stesso
comprensorio.
Gran parte
dell'area montuosa è entrata a far parte del Parco
nazionale della Val d'Agri e Lagonegrese: monti Arioso, Pierfaone,
Calvelluzzo, Volturino,
Viggiano, Raparo, Sirino e
il versante lucano dei Monti della Maddalena.
Buona parte
del territorio è ammantata da lussureggianti foreste, che sul lato nord si
affacciano ad anfiteatro sul pianoro del Pantano di Pignola,
ove si spiega l'omonimo lago (oggi
oasi del WWF).
I boschi sono
costituiti prevalentemente da varie specie di cerro,
farneto e, nei luoghi più umidi, pioppo, salice ed acero.
Al di sopra
dei 1.000/1.200 m domina il faggio,
che in questi luoghi si presenta con esemplari imponenti dai caratteristici
tronchi colonnari lisci, a cui si associa, nelle località più umide e
fredde, il nordico abete
bianco.
La Sellata è
caratterizzata dalla presenza di querce e faggi, con un sotto bosco ricco di
agrifoglio, si possono trovare anche ginestre, biancospino e pruno selvatico.
Queste
montagne offrono un sicuro riparo ad una ricca fauna:
il sempre più raro lupo appenninico,
ma anche la volpe,
il riccio,
lo scoiattolo,
il daino e
il cinghiale;
tra i rapaci si annoverano il nibbio (bruno e reale),
la poiana,
il gheppio.
Il Volturino,
con i suoi 1.836 m d'altitudine,
costituisce la cima più elevata dell'intero comprensorio, ed è visibile in
tutta la sua maestosità sia dal versante sottostante il comune di Calvello che
dalla valle del fiume
Agri. Sino a primavera inoltrata
le sue vette, con i loro ripidi contrafforti, appaiono abbondantemente
innevate.
Secondo i
geologi F. Boenzi e G. Palmentola, un ampio pianoro tipico del glacialismo e
dei climi periglaciali si estende in una conca semicircolare situata in
prossimità della cresta del versante est, a 1.800 m di quota. In
proposito, anche il De Giorgi scrive di una probabile esistenza in loco di un
antico circo
glaciale.
Su questi
monti è possibile praticare gli sport
invernali in tre diversi comprensori sciistici: Sellata-Arioso,
Volturino e Viggiano.
A venti
chilometri da Potenza, nel cuore del Parco
nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri Lagonegrese, sorge la
località turistica della Sellata. Le nevicate abbondanti, la posizione
panoramica e le strutture di cui è dotata ne fanno una delle più
interessanti stazioni sciistiche dell'Appennino
meridionale: circa otto km di piste servite da cinque impianti di
risalita (tappeti, sciovie ed
una seggiovia).
In
particolare, il versante sud (skiarea Sellata, 1.450 m - 1.731 m)
usufruisce di una sciovia e di una seggiovia serventi quattro piste, mentre
quello rivolto a nord (skiarea Arioso, 1.600 m - 1.713 m) è dotato
di tre impianti di risalita al servizio di cinque piste immerse in alte e
fitte faggette.
Qui, proprio a causa dell'esposizione particolarmente favorevole, il manto
nevoso dura più a lungo.
La stazione
sciistica del Monte Volturino è servita da uno skilift ed
una seggiovia, lunga 1.200 metri, che arriva nei pressi della vetta. Sulla
pista principale, lunga 2,6 km, si svolgono diverse gare
invernali.
Gli impianti
sciistici della Montagna Grande di Viggiano partono da una quota di 1.410 m. s.l.m. e
si compongono di due sciovie ed una manovia poste
al servizio di varie piste.
Monti
del Cilento e Monti Alburni
Il parco
nazionale del Cilento, Vallo
di Diano e Alburni è
un parco
nazionale istituito nel 1991,
mentre nel 1995 è
istituito l'ente per la sua gestione. L'area
naturale protetta di circa 36 000 ettari,
interamente compresa nella provincia
di Salerno, è stata successivamente estesa fino a portare la sua
superficie a 181 048 ettari, corrispondendo oggi alla parte
meridionale della provincia, compresa tra la piana
del Sele a nord, la Basilicata a
est e a sud e il mar
Tirreno ad ovest. Comprende, in tutto o in parte, i territori di 8 comunità
montane e 80 comuni.
Dal 1998 è patrimonio
dell'umanità dell'UNESCO (con
i siti archeologici di Paestum e Velia e
la Certosa di
Padula), dal 1997 è Riserva
della biosfera e dal 2010 è
il primo parco nazionale italiano a diventare geoparco.
Il
profilo orografico è
ovunque marcato, spesso aspro. Poche e povere in estensione sono le zone
pianeggianti, per lo più in corrispondenza dei fiumi principali, l'Alento sulla
costa e il Tanagro nel
Vallo di Diano. Altri fiumi del parco hanno carattere torrentizio e corso
nervoso, come il Mingardo,
il Bussento e
lo stesso Calore,
affluente nel Sele a
nord del parco, che ne ospita solo il tormentato corso superiore (Gole
del Calore). Le cime più importanti sono: Cervati (1898 m), Alburni (1742
m), Gelbison,
detto Sacro Monte (1705 m), Motola (1700
m), Monte
Centaurino (1433 m), Cocuzzo (1411
m), Bulgheria (1224
m), Monte
Stella (Cilento) (1131 m). La costa è bassa e sabbiosa dal Sele
ad Agropoli,
e poi sul litorale tra Casal
Velino ed Ascea;
altrove, è alta e rocciosa, spesso crivellata di meravigliose grotte e
insenature.
Nel parco
sono state censite circa 1.800 specie vegetali, di cui una di interesse
comunitario, la primula
di palinuro, e 25 habitat. Essendo al centro del Mediterraneo, tra
areali diversi per climi e temperature, anche la presenza di certe specie
altrove comuni è in questo caso degna di menzione. Nel parco convivono
infatti: betulle, abete
bianco e bosso.
Di
particolare interesse è la vegetazione delle rupi costiere. Essa comprende
tra l'altro il raro giglio
marino; a diretto contatto con il mare vive l'endemica statice
salernitana, mentre sulle rupi vivono la primula di Palinuro, il garofano
delle rupi, la Centaurea,
l'Iberide florida,
la campanula
napoletana. Nel 2011 è
stata anche scoperta la presenza lungo le scogliere di Palinuro di
esemplari di Bassia
saxicola, una pianta cespugliosa estremamente rara e di cui si era in
precedenza riscontrata la presenza solo in enclavi sulle isole di Ischia e Stromboli.
Nella fascia
costiera tra Palinuro e Montecorice,
con un ristretto arenale a
distribuzione puntiforme, in corrispondenza di conglomerati e affioramenti
rocciosi e di macereti xerotermici
calcarei e ultra-basici sono
state individuate alcune stazioni di un endemismo esclusivo del Cilento, la ginestra
del Cilento.
La gariga ad ampelodesma è
il popolamento più diffuso nella fascia costiera, fino a 700 metri di quota.
Presenti ginestra, ginepro
fenicio, cisto
di Montpellier, ginestra
del Cilento, con l'onnipresente lentisco
arbustivo e sparzio
villoso. Sempre nella macchia, presenza di corbezzolo
arbustivo, erica, mirto, terebinto, cisto
di Montpellier. Dove è sopravvissuta all'antropizzazione, anche
foreste di quercia spinosa, carrubo e olivo
selvatico, e qua e là, raramente, palme
nane. Infine, si segnala il sito di interesse comunitario della pineta
di Sant'Iconio, relitto di boschi certamente più estesi di pino
d'Aleppo (oggi di nuovo in espansione perché spesso usato nei
rimboschimenti).
Nelle aree
interne predominano i boschi di latifoglie decidue, leccete, cerri, roverelle, aceri,
il Platanus
orientalis originario di Velia, carpini
neri, ornielli e castagni.
Al di sopra dei 1.000 m in genere preceduto da una fascia di ontano
napoletano, domina incontrastato il faggio,
con il raro crespino
dell'Etna, e le sassifraghe.
In
ambiente rupestre, "in condizioni ecologiche veramente estreme", si
segnala un rarissimo endemismo a
distribuzione puntiforme, la finocchiella di Lucania, specie casmofita
segnalata in alcune isolate stazioni, come località Limbida, sulle
pareti calcaree occidentali del Monte
Bulgheria, non lontano da Palinuro e sulle pareti calcaree presso la
gola del torrente Sammaro,
tra Sacco e Roscigno.
Inoltre,
nell'area protetta del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano sono
presenti 254 specie di orchidee selvatiche delle 319 segnalate in tutta Europa
e nel bacino del Mediterraneo.
Il vasto
territorio del parco offre alle specie animali una grande pluralità di
ambienti. Non deve dunque stupire la ricchezza e varietà degli esemplari
presenti: le sole indagini sulle specie di interesse comunitario ne hanno
individuate 63. Alcune di queste sono considerate di interesse prioritario:
sono Osmoderma eremita e Rosalia alpina, invertebrati, e, tra i Vertebrati,
il Lupo.
Più in generale, si hanno al 2003 circa 600 segnalazioni di specie.
Tra i mammiferi le
specie più interessanti sono il molosso
di Cestoni, l'istrice,
la faina,
lo scoiattolo,
e la lontra,
poi la lepre
appenninica, l'arvicola
di savi, un piccolo roditore preda della volpe e
della martora come l'arvicola
rossastra, o il topo
selvatico e il topo
dal collo giallo, o ancora come il topo
quercino. Queste sono anche le prede del gatto
selvatico, la cui presenza rappresenta un'altra emergenza naturalistica
di grande interesse. Non raro è il ghiro.
Numerosissimi i cinghiali,
presenti anche i cervi (introdotti nuovamente nel 2004) e i caprioli
introdotti
nel 2003, da allora la popolazione è cresciuta e non si ha un esatto numero
dei caprioli presenti nel parco al momento. Altra presenza interessante nel
parco è sicuramente quella del lupo grigio appenninico, presente nei boschi e
nelle foreste collinari (anche ad alta quota) non troppo vicine a centri
abitati densamente popolati da umani.
Oltre al
molosso di Cestoni, sono presenti numerose specie di pipistrelli, tra le quali miniottero, vespertilio
maggiore, vespertilio
di Capaccini e vespertilio
di Blyth. Inoltre, nel cuore del Cilento sono presenti anche i lupi
grigi appenninici, altra presenza interessante. Tra l'avifauna sono diffusi i
rapaci come l'aquila
reale, il biancone,
il falco
pellegrino, il lanario,
il corvo
imperiale, il gufo
reale e Strix
aluco. Di grande interesse è la presenza dell'astore.
Sempre tra i rapaci, falco
pecchiaiolo, Nibbio
bruno, Nibbio reale. Tra gli uccelli in generale, comuni sono il picchio
nero, il picchio
muratore e la tottavilla,
il succiacapre,
il calandro e l'averla
piccola, la ghiandaia
marina, la balia
dal collare, e nei pressi dei corsi d'acqua il martin
pescatore, il merlo
acquaiolo e il corriere
piccolo. Infine, occorre segnalare un nucleo svernante del raro gabbiano
corso.
Tra i rettili
sono presenti il cervone,
il biacco,
la vipera e
la natrice.
Nelle acque fredde vivono anche anfibi come
la rara salamandrina
dagli occhiali, endemismo italiano, e la più comune salamandra,
poi il tritone
italiano, l'ululone
dal ventre giallo, la rana
appenninica, la rana
agile, e il rospo.
Numerosi sono stati i casi di avvistamento di Caretta
caretta lungo le coste sabbiose di Marina
di Camerota (nel 2020 è avvenuto l'ultimo caso di nidificazione e
deposizione in tali coste). La fauna marina è molto varia e complessa: sono
stati segnalati, oltre alle varie specie di pesci, anche alcuni cetacei come
il Tursiope,
il Capodoglio comune e
la Stenella
Striata. Segnalati gran parte dei Ciprinidi di interesse comunitario,
come il barbo,
non autoctono, l'Alburnus
albidus e il vairone,
poi l'odonato e
alla foce del Mingardo il nono.

I Monti
Alburni sono un massiccio
montuoso carsico dell'Appennino
lucano (o, secondo altre fonti, dell'Appennino
campano), posto tra la valle
del Sele e quella del Tanagro.
Per la loro morfologia ricca di doline, grotte,
cavità e inghiottitoi,
notevole soprattutto dal lato occidentale (ad es. dalla piana
del Sele), sono conosciuti come le Dolomiti campane.
La natura
carsica del complesso ha favorito la formazione di un gran numero di grotte e
cavità (circa 2000) tra le quali sono famose quelle di Castelcivita,
le più estese del sud
Italia, e di Auletta-Pertosa ("grotte
dell'Angelo"), costellata di stalattiti e
che contiene un lago sotterraneo di acqua plumbea e gelida.
Il nome della
catena è dato dal "Monte Alburno" che segna il confine tra i Comuni
di Ottati, Sicignano e Petina,
la cui vetta raggiunge i 1742 m s.l.m.. Noto anche come Monte
Panormo per le ampie vedute panoramiche, è stato menzionato da Virgilio
nelle sue Georgiche.
Dalla gente del luogo i suoi monti venivano creduti Titani provenienti
dall'antistante Mar
Tirreno per sfuggire all'ira di Nettuno. Nel
territorio cilentano il
Panormo è il terzo monte per altezza, preceduto dal Monte
Cervati (1.899 m) e dalla Cima di Mercori (1.788 m). Il monte
appare spesso innevato da inizio dicembre a metà aprile.
Ricco di
sentieri e mulattiere, la catena degli Alburni costituisce oggi il
cuore del Parco
nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Al centro di essi, su
una strada che congiunge Sant'Angelo
a Fasanella a Petina e Polla si
trova un rifugio, il Casone d'Aresta (1.169 m), e poco lontano la
scultura rupestre dell'Antece.
Il
Lagonegrese e il massiccio del Sirino - Il Monte Alpi e i Monti la
Spina - Zaccana

Il parco
nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri Lagonegrese è stato istituito
nel 2007 ed
è, in ordine cronologico, il penultimo parco
nazionale italiano.
L'iter
che ha portato alla costituzione del parco ha avuto una durata più che
decennale.
Comuni
- Abriola, Anzi, Armento, Brienza, Calvello, Carbone, Castelsaraceno, Gallicchio, Grumento,
Nova, Lagonegro, Lauria, Laurenzana, Marsico Nuovo, Marsicovetere, Moliterno, Montemurro, Nemoli, Paterno, Pignola, Rivello, San
Chirico Raparo, San
Martino d'Agri, Sarconi, Sasso
di Castalda, Satriano
di Lucania, Spinoso, Tito, Tramutola, Viggiano.
Il
suo perimetro si staglia su una larga parte dell'Appennino Lucano, lungo un
articolato confine che dalle vette dei monti Volturino e Pierfaone si
estende fino al massiccio
del Sirino, che comprende alcune delle maggiori cime dell'Appennino
meridionale. Tra questi due complessi, imponenti e frastagliati, si
aprono a ventaglio le cime più dolci del massiccio
della Maddalena, una catena montuosa, dal profilo dolce e meno elevato,
che racchiude l'alta valle del fiume
Agri. La sua posizione geografica ne fa un perfetto corridoio
ambientale tra le due grandi riserve naturali del parco
nazionale del Pollino e del parco
nazionale del Cilento e Vallo di Diano, al centro del sistema regionale
delle aree
protette.
Il
territorio è ricco di boschi.
Dal punto di vista vegetazionale e floristico,
la fascia altitudinale inferiore presenta il querceto sempreverde e le
boscaglie termofile con roverella, carpino
bianco, frassino, orniello.
Nelle fasce superiori sono diffusi i cerri e
le faggete miste
con agrifoglio, acero di
Lobelio o abete
bianco. Da sottolineare la residua abetina di
Laurenzana.
Tra
i vari animali presenti vanno segnalati in particolare il lupo,
il cervo, il capriolo italico il cinghiale e
la lontra lungo
il fiume Agri.
Il massiccio
del Sirino è un massiccio
montuoso della Basilicata che
comprende alcune tra le maggiori cime dell'Appennino
meridionale (Appennino
lucano): Monte Papa (2005 m), Cima De Lorenzo (2004 m), Timpa
Scazzariddo (1930 m) e Monte Sirino (1907 m),
rappresentando l'estrema propaggine meridionale del Parco
nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri Lagonegrese.
La
denominazione del massiccio prende il nome dalla vetta principale, che è
superata in altezza solamente dal monte Papa. Il nome Sirino deriva
a sua volta dal nome antico del fiume che vi nasce, Siris, l'attuale Sinni,
la cui radice sanscrita significa scorrere, fluire. Alla foce del fiume,
collegata al mar Ionio nel
tratto costiero tra Policoro e Rotondella,
anticamente era situata la città di Siris.
Quando, nel V
secolo a.C., fu vinta e distrutta dai tarantini,
gli abitanti furono spinti nell'entroterra in direzione dell'alta valle del
fiume, costituendo quei popoli sirini menzionati da Plinio che
diedero poi il nome alla montagna.
Dall'aspetto
imponente, ma compatto, il gruppo
montuoso è situato a ridosso del mar
Tirreno dominando il Golfo
di Policastro, nella parte sud occidentale della regione Basilicata
(comuni di Lagonegro e Lauria)
e sovrasta le valli solcate dai fiumi Noce, Sinni ed Agri.
Dalle
sue vaste e spoglie praterie di vetta, lo sguardo spazia verso il le guglie
irte e selvose dei monti La
Spina e Zaccana, l'imponente acrocoro del Pollino,
il vasto ed immacolato bosco Magnano, i ripidi contrafforti del monte
Alpi e del Raparo.
Come
la gran parte della vicina dorsale costituita dai monti Pierfaone, Volturino e
Viggiano, anche l'origine di questo massiccio è antichissima, ascrivibile ad
un periodo anteriore alla sollevazione della stessa catena
appenninica.
Importanti
resti di fossili appartenuti
ad animali preistorici (mammouth, rinoceronti, orsi,
grosse tigri, jene, rettili imponenti),
così come le tracce umane nella grotta di Latronico,
documentano dal punto di vista archeologico i
segni di un'antichissima presenza umana ed animale.
A
causa dell'influenza dovuta alla vicinanza del Tirreno,
il gruppo è investito da precipitazioni particolarmente
abbondanti (tra le più copiose dell'intero arco appenninico): da 2.000 a
2.500 mm in
media all'anno, che d'inverno si
trasformano in una spessa e candida coltre
nevosa, la cui fusione, peraltro, è piuttosto attardata.
Per
tale motivo tutto il territorio del Sirino è ricchissimo d'acque: dalle sue
pendici sgorgano molteplici sorgenti,
che vanno ad alimentare numerosi corsi
d’acqua oltre che deliziosi laghetti.
Il massiccio segna lo spartiacque appenninico tra
i bacini dei
fiumi Agri e Sinni ad
est e dei fiumi Calore e
Noce ad ovest.
Il Remmo o Laudemio,
posto ad un'altitudine di
1.525 m, è il lago di origine glaciale più
meridionale d'Italia:
esteso per poco più di due ettari ed immerso in una fitta ed alta faggeta,
il bacino si è formato a seguito dello sbarramento costituito dalla morena frontale
di un grande ghiacciaio,
che nel Quaternario scendeva
per circa quattro chilometri dal
lato nord del monte Papa (2.005 m), sino ad arrivare in località
Petinachiana.
Anche
il lago (o stagno) Zapano è di origine glaciale: la conca
che lo delimita è dovuta alla morena frontale di un secondo ghiacciaio che,
incuneandosi nella valle del Cacciatore, scendeva dal lato nord occidentale
del monte Sirino (1.907 m).
Infine,
un ghiacciaio più piccolo occupava il vallone Niello, muovendosi dal versante
meridionale del monte Papa.
Situato
alle pendici del massiccio, ad una quota di 788 m e con una superficie di
circa cinque ettari (variabile
a seconda delle precipitazioni), il lago
Sirino è un tipico lago di sbarramento che assume una forma
irregolarmente ellittica. Le sue acque limpide sono alimentate da una piccola
sorgente a monte, dalle piogge abbondanti
e da piccoli affioramenti scaturenti dal versante sud occidentale della
montagna.
Il
clima in vetta è rigorosamente appenninico, caratterizzato da inverni rigidi
con nevicate abbondanti (che persistono fino a tarda primavera), ed estati
fresche e ventose. D'inverno in prossimità della vetta si possono verificare
temperature estremamente basse, con punte inferiori di −10 °C, mentre
d'estate è raro raggiungere i 20 °C e le giornate si presentano quasi sempre
ventose. Le precipitazioni sono abbondanti tutto l'anno, con picchi superiori
ai 2.000 mm. Queste condizioni climatiche hanno permesso un eccezionale
sviluppo della flora, con enormi foreste e bacini naturali, come il Lago
Sirino e il Laudemio.
Particolarmente
ricche si presentano la flora e
la fauna.
Al di sopra dei 900 m fitti boschi di faggio si
alternano a quelli di ontano (con le caratteristiche foglie cuoriformi), carpino, pioppo ed abete
bianco; al di sotto di tale quota è l'habitat della quercia e
del castagno.
Tra
le specie animali in
via d'estinzione è segnalata la presenza del lupo
appenninico e del capriolo;
tra i volatili, quella del gufo
reale, dell'aquila
reale, del falco
pellegrino e del nibbio, con le due specie, bruno e reale.
Piuttosto comuni sono i colombacci, le ghiandaie,
i picchi rossi
maggiori e i picchi
verdi, le cornacchie
grigie e i corvi
imperiali.

Il monte
Alpi, con le sue due cime gemelle Pizzo Falcone (1900 m)
e Santa Croce (1893 m), è annoverabile tra i rilievi più alti dell'Appennino
lucano e ne costituisce una delle aree più interessanti ed
intatte dal punto di vista ambientale e naturalistico.
Estrema
propaggine settentrionale del parco
nazionale del Pollino, l'Alpi è posto a guardia dell'alta valle del
fiume Sinni,
a sud del monte
Raparo (1761 m), ad est del massiccio
del Sirino (2005 m) e a nord, nord-est rispetto al gruppo dei monti
La Spina-Zaccana (1652 m e 1580 m).
Molto
simile ai complessi montuosi della placca abruzzese-campana, il monte Alpi è
paragonabile ad una grossa zolla di calcare cretacico, dalla caratteristica
forma cuneiforme, che emerge in modo brusco dai terreni che lo circondano, di
formazione più recente.
Da
ognuna delle sue vette si possono osservare, simultaneamente, a nord l'alta val
d'Agri, ad est il sistema dei calanchi argillosi degradanti verso il mar
Ionio, ad ovest il Sirino,
la costa tirrenica e le vette più alte del Cilento;
a sud, infine, i monti Zaccana e la Spina oltre che l'imponente acrocoro del Pollino,
e in condizioni ideali anche la Sila.
Nella
zona sono tuttora operanti diverse cave per l'estrazione di materiale
destinato all'edilizia e
la lavorazione dell'originale pietra grigia di Latronico, utilizzata come
marmo ornamentale.
Sulle
sue ripide pareti è possibile affrontare diverse vie alpinistiche di
varia difficoltà, di roccia e,
nel versante Nord, di misto.
Alle
pendici del massiccio sorgono borghi piccoli e pittoreschi, tra cui Latronico e Castelsaraceno.
Non
esiste nessun elemento che dimostri che il suo nome sia legato con la catena
alpina del Nord Italia ma sembra che derivi dalla parola locale
"arpo", poi trasformata nelle varie trascrizioni delle carte
geografiche ufficiali in Alpi. L'arpo è un falcetto usato dalle popolazioni
locali per il taglio delle erbe o del frumento quando si raccoglieva ancora a
mano, associato al monte per la forma che assume visto dall’alto
congiungendo le tre cime principali che lo compongono. Va però considerato
che il toponimo "Alpe" non è tipico solo della catena alpina, ma
anche dell'appennino, in particolare tosco emiliano da interpretarsi nel senso di territorio comune, compascolo,
tant'è che il luogo era considerato di libera raccolta del legname.
Esso
è rappresentato nel simbolo dello stemma araldico del Comune di Latronico il
quale è composto da tre cime sormontate da tre stelle.
Il
clima è quello tipico di alta montagna, freddo e nevoso in inverno, mite e
ventilato in estate. Le precipitazioni sono abbondanti per tutto l'anno, con
un massimo nelle stagioni intermedie.
La
flora è largamente caratterizzata dalla presenza della pianta simbolo del parco
nazionale del Pollino, il pino
loricato.
Dove
le rocce lasciano spazio a morbide ondulazioni argillose, si possono osservare
degli esemplari di agrifoglio nella
variante insolita di portamento arboreo.
Tra
le altre specie floristiche si annovera la presenza di tassi colossali
ultracentenari.
La
fauna del massiccio è in gran parte assimilabile a quella della restante
parte del parco nazionale del Pollino. A titolo esemplificativo, si possono
citare, tra i mammiferi: il lupo,
il cinghiale,
il tasso,
l'istrice, il gatto
selvatico e lo scoiattolo nella
sua variante meridionale, di colore scuro; tra gli uccelli, numerose sono le
specie tipiche degli ambienti di montagna tra cui spiccano diverse specie di
rapaci diurni e notturni.
È
stata accertata nel corso degli anni la presenza di fossili come un esemplare
di Istiophoridae del
genere makaira (noto agli appassionati di pesca come marlin)
lungo 235 cm,
alto 95 cm e dal rostro di 30 cm, risalente a circa
30 milioni di anni fa. È ubicato a circa 970 m
s.l.m. sopra la contrada Iannazzo e sotto la cava di pietra.
Il Monte
La Spina (1652 m) e il Monte Zaccana (1590 m), sono
collocati nell'Appennino
lucano meridionale all'interno del Parco
nazionale del Pollino. Situati tra i comuni di Lauria e Castelluccio
Superiore in provincia
di Potenza, insieme al vicino Monte
Alpi (1905 m), rappresentano la propaggine settentrionale
dell'area protetta più grande d'Italia.
Il monte La
Spina ha forma spigolosa e appuntita. Il versante occidentale è
caratterizzato da pareti ripide e rocciose, mentre il versante orientale è
costituito da pendii più morbidi ed accessibili. La sua configurazione
ricorda una “spina” di rosa. Il monte Zaccana ha forma allungata ed è
ricoperto completamente dalla vegetazione, tranne in alcune pareti rocciose
del versante occidentale. Qui nasce il torrente Peschiera che dopo 17 km
confluisce nelle acque del torrente Frido in territorio di San
Severino Lucano. Dalle vette è possibile avere una panoramica sulle
sottostanti Valle del Sinni a
sud-est e Valle
del Mercure a sud-ovest, nonché sul massiccio
del Pollino e massiccio
del Sirino.
La
specie di maggior interesse è costituita dal raro pino
loricato, che ne delimita verso ovest il confine di espansione in
Italia. Le piante dell'albero sono relativamente giovani, ed infatti La
Spina-Zaccana, è segnalata tra le aree del Parco in cui maggiore è la
rigogliosità della specie. Tutto questo in coincidenza sia della tutela
ottenuta nel 1993 con la costituzione del Parco nazionale, e sia della
notevole riduzione d'impatto dell'uomo. Infatti, i tagli dei pini loricati per
ricavarne legname prezioso sono ormai un ricordo lontano, e la specie ora
giovane, ha ripreso vigore. Tuttavia non mancano esemplari secolari
risparmiati dai tagli indiscriminati del passato.
Tra le altre
specie d'interesse da segnalare la presenza di orchidee autoctone.
Elemento di
rilievo per la fauna,
invece, è la presenza del lupo
appenninico che ripopola i boschi in concomitanza della presenza
del cinghiale.
Importante è
la presenza dell'endemico scoiattolo
meridionale. Tra le altre specie è presente la volpe,
la puzzola,
la faina,
la lepre,
il picchio
verde, e tra i rapaci il gufo
reale, il nibbio
reale, la poiana e
lo sparviere.
Il
massiccio del Pollino e i Monti dell'Orsomarso
Il Massiccio
del Pollino è un massiccio
montuoso compreso nell'Appennino
Calabro e nell'Appennino
lucano, posto lungo il confine di Basilicata (provincia
di Potenza) e Calabria (provincia
di Cosenza) a cavallo tra i mari Ionio e Tirreno,
con andamento trasversale nord-est/sud-ovest rispetto all'Appennino e diverse
cime che superano i 2.000 m s.l.m. d'altitudine: Serra
Dolcedorme (2.267 m), Monte
Pollino (2.248 m), Serra
del Prete (2.181 m), Serra
delle Ciavole (2.130 m e 2.127 m), Serra
di Crispo (2.054 m), Il Monte
Mula 1 935 m.s.l.m. ed il Monte
Montea 1.825 metri. È parte integrante del parco
nazionale del Pollino (Pollino Geopark) che è anche il più
grande parco
nazionale italiano. Il Massiccio del Pollino include anche il gruppo
dei Monti di
Orsomarso, che segnano le ultime propaggini dell'Appennino
lucano, punto dove inizia l'Appennino
calabro.
Il
suo nome, per alcuni deriva dal latino pullus, giovane animale,
da cui mons Pullinus, monte dei giovani animali. Ciò, forse, è dovuto
all'antica consuetudine di condurre, a partire dalla fine della stagione
primaverile, gli animali al pascolo sui prati verdeggianti dei pianori più
elevati. Altri studiosi fanno derivare il nome dal latino mons
Apollineus, monte di Apollo,
Dio della salute e progenitore dei medici, a causa probabilmente delle grandi
quantità e varietà di erbe medicinali e aromatiche spontanee che vegetano
lussureggianti sul massiccio, in una apoteosi di profumi e di colori.

Parte
integrante nonché cuore dell'omonimo Parco
nazionale istituito nel 1992 (Pollino Geopark dal 2015), la
più grande area
protetta italiana,
comprendente al suo interno anche il monte
Alpi (1.900 m), i monti
La Spina (1.652 m) e Zaccana (1.580 m)
oltre che la vicina catena montuosa dell'Orsomarso (1.987 m),
la vista dalla cima spazia dalla Sila e
alla Piana di
Sibari a sud, ai due mari ad est ed ovest, ai gruppi montuosi
della Basilicata (Massiccio
del Sirino), fino al Metapontino a
nord-est.
Il
confine Calabro-Lucano riveste
un particolare interesse nella geologia
dell'Italia meridionale, rappresentando la complessa fascia di
raccordo tra i domini strutturali dell'Appennino Calcareo auct. e le coltri
cristallino-metamorfico-sedimentarie dell'Arco Calabro-Peloritano.
Le rocce
calcaree e calcareo dolomitiche costituiscono la vera ossatura del
massiccio. Tutte le cime più alte e le dorsali principali, quindi, sono
fortemente soggette a erosione e
fenomeni legati al carsismo,
che ne modellano continuamente l'aspetto, appartiene alla seconda orogenesi.
Il territorio è disseminato di grotte,
come quella del Romito, nella quale sono stati rinvenuti graffiti risalenti
al Paleolitico,
e canyon, tra i quali spettacolari sono quelli scavati dal torrente Raganello
e dal fiume Lao a
seguito dello scorrere impetuoso delle acque dovute al disgelo conseguente
all'ultima glaciazione.
Altri
importanti fenomeni carsici sono costituiti dall'inghiottitoio denominato
Abisso del Bifurto - la più profonda e impressionante voragine dell'Italia
meridionale, che scende nelle viscere del Sellaro per oltre 650 metri; le
grotte di Serra del Gufo; i suggestivi piani di Pollino, Ruggio e Iannace,
ricchi di doline e inghiottitoi.
In
prossimità delle cime principali (in particolare sulle cime del Pollino,
Serra del Prete e Serra di Mauro), alla base delle doline,
si aprono degli enormi inghiottitoi,
veri e propri raccoglitori-convogliatori di acque meteorologiche, che
contribuiscono ad alimentare le copiose sorgenti disseminate su tutto il
territorio.
Campi
modellati dall'azione millenaria delle acque sono visibili sulle zone
sommitali della Timpa di San Lorenzo oltre che sulla cresta della Madonna del
Pollino. Infine, forme bizzarre di roccia scolpita dal carsismo si innalzano
presso il Piano Iannace.
Anche
l'altopiano denominato Piano Ruggio (1.500 - 1.600 metri),
suggestivamente incastonato tra Timpone della Capanna, Coppola di Paola, Serra
del Prete e monte Grattaculo (quest'ultimo dal nome piuttosto curioso), è
munito di diversi inghiottitoi che ne impediscono l'allagamento. Ideale per
brevi escursioni, oltre che per lo sci
di fondo, questo luogo ameno affascinò a tal punto il grande statista
italiano di origine trentina Alcide
De Gasperi, da indurlo a crearvi un rifugio (che, per questo motivo,
porta il suo nome). Sorgenti di origine carsica sono quelle del Frida, in
località Mezzana e quelle del Mercure, presso Viggianello.
L'attuale profilo delle vette più elevate risulta fortemente modellato
dall'azione di antichi ghiacciai,
le cui tracce più evidenti si rinvengono sul versante nord-occidentale di Serra
Dolcedorme con la conca denominata Fossa del Lupo, antica
zona di accumulo delle masse ghiacciate che alimentavano l'imponente ghiacciaio
del Frido; sul versante nord-orientale del Monte
Pollino con i due circhi
glaciali separati dal contrafforte nord-est della stessa montagna;
e sul versante settentrionale di Serra
del Prete con il bello e vasto circo glaciale alla cui base sporge
l'accumulo frontale di detrito morenico ricoperto da una fitta e vasta
faggeta.
I
ghiacciai in ritiro, oltre ai depositi
morenici, hanno abbandonato massi di notevoli dimensioni, i cosiddetti massi
erratici. Caratteristici perché isolati e lontani da probabili punti
di caduta, sono facilmente osservabili sugli splendidi piani di Pollino e
Acquafredda,
a un'altitudine compresa tra i 1.800 e i 2.000 metri di quota.
Nevai stagionali,
alcuni dei quali di notevoli dimensioni, sono presenti su tutte le vette più
alte del massiccio. Sul Monte Pollino, in particolare, nell'avvallamento
immediatamente a sud rispetto alla cima (nei pressi di un'antica dolina), ne
sorge uno che è facile scorgere anche a fine agosto. Il 9 ottobre 2010
presso il suddetto nevaio è stato installato un rilevatore di temperatura per
un monitoraggio diretto del microclima.
A
causa dell'altitudine, qui le temperature sono molto più basse rispetto alle
zone costiere, e il clima assume già i tipici caratteri continentali-alpini.
Gli inverni si presentano rigidi e nevosi con nevicate abbondanti che
persistono fino a primavera inoltrata. Nel corso dell'inverno le temperature
minime possono scendere fino a -20 °C, mentre le massime si attestano sui -5 °C, con un tasso di umidità al di sopra del 90%. D'estate si ha un
clima fresco e ventilato, per via delle brezze montane, e temperature massime
di circa 18 °C, anche se non mancano temporali, che quando si sviluppano
possono essere anche abbastanza violenti. Ciò è dovuto principalmente dal
contrasto fra le masse d'aria fresca e calda.
Particolarmente
ricche si presentano la fauna e
la flora,
spesso caratterizzate da associazioni
biocenotiche veramente originali.
Tra
gli animali in
via d'estinzione si segnala la presenza del lupo
appenninico, del gufo
reale, del capriolo e
dell'aquila reale.
Man mano che ci si muove dalle quote più basse, è possibile ammirare fitti boschi di castagno che,
più in alto, vengono sostituiti da vari tipi di querce e
dal faggio.
Tra i 1.000 e i 1.600 metri di quota, è possibile imbattersi in uno
straordinario ambiente boschivo costituito da faggi, aceri e abeti
bianchi, rara associazione arborea visibile in particolare nelle
località di lago Duglia e Casino Toscano.
Il
senso dell'aver accorpato in un unico Parco
nazionale i distinti, anche se vicini, sistemi montuosi costituiti
dai monti Alpi e la Spina, dal massiccio del Pollino e dai monti
dell'Orsomarso sta nella natura ancora quasi del tutto incontaminata dei
relativi territori. A riprova di ciò, è ancora oggi possibile avvistare la lontra
di fiume, specie animale che non può vivere se non in luoghi immuni da
qualsivoglia tipo di inquinamento.
Tali
montagne, inoltre, costituiscono gli unici habitat naturali rimasti
in Italia in cui è ancora presente il pino
loricato: pregiata specie arborea simbolo dell'omonimo parco naturale
che, aggrappata alle cime più elevate e scoscese, resiste pervicacemente alle
dure condizioni meteorologiche ivi insistenti, in tal modo dimostrando una
notevole capacità di adattamento alle condizioni più estreme. L'importanza
di questo albero si riscontra nel fatto che in Europa rimane
superstite in colonie residue, oltre che su questo territorio, solo sui Balcani;
e ciò, tra l'altro, suggerisce un'antica continuità geografica tra la penisola
italiana e quella balcanica.
Pollino
Geopark - Il 17 novembre 2015, i 195 Stati membri dell'UNESCO,
nell’ambito della 38ª Sessione Plenaria della Conferenza Generale
dell'UNESCO, hanno riconosciuto la Rete
dei Geoparchi Mondiale quale Progetto prioritario dell’UNESCO.
Tutti i 120 membri della Rete Globale dei Geoparchi hanno quindi ottenuto il
riconoscimento di Unesco Global Geopark. Tra questi è presente il Pollino
Geopark e da ciò ne consegue che tutto il territorio del Parco del
Pollino è entrato a far parte del Patrimonio dell’UNESCO.
Il
Pollino Geopark racchiude 69 geositi ricadenti
all’interno del proprio territorio, comprendendo circhi
glaciali, depositi
morenici (risalenti all'ultima glaciazione
wurmiana),nevai, fossili di
Rudiste, particolari formazioni rocciose (come la successione
ofiolitica di Timpa delle Murge e Timpa di Pietrasasso, ma anche i pillow
lava del Monte Cerviero) grotte (Grotta
del Romito), gole (Garavina, Raganello,
Lao e Rosa), pianori carsici, doline, inghiottitoi (Abisso
del Bifurto), timpe e vette che superano i 2000 metri di quota.
Oltre
ai siti di interesse geologico il Pollino Geopark comprende anche
numerosi siti di interesse non geologico, che mirano, insieme ai geositi, a
valorizzare l'intero territorio del Parco Nazionale del Pollino, dal punto di
vista geoturistico, naturalistico, culturale, storico e archelogico, in modo
da far conoscere e apprezzare tanta bellezza.
I Monti
di Orsomarso sono una catena
montuosa situata nella fascia più meridionale dell'Appennino
lucano, in territorio calabrese. Si estendono dalla Piana di Campotenese a
nord, fino al Passo
dello Scalone a sud. Tutta la zona è sita all'interno del Parco
nazionale del Pollino.
Le Montagne
di Orsomarso sono più basse rispetto a quelle del Pollino,
ma l'imponenza non è da meno. Cime rocciose dominano valli ricche di selve di faggio,
e soprattutto si domina la costa tirrenica, il Golfo
di Policastro, i monti della Basilicata,
della Campania e la maggior parte di quelli calabresi, dalla Serra
Dolcedorme (2267 m) alle cime boscose della Sila.
Da nord verso
sud le cime più significative sono: il Monte
Palanuda (1632 m), il Monte
Caramolo (1827 m), attorno al quale si estende l'affascinante Piano
di Novacco, circondato da dolci montagne e da faggete.
Sempre dalle pendici di questi monti nasce il Fiume
Argentino, affluente del Lao,
che forma una delle più alpestri valli appenniniche, circondata da alti
picchi e da foreste.
A sud
dell'Argentino si hanno le cime più elevate del gruppo: Cozzo
del Pellegrino (1987 m), Monte
La Mula (1935 m). Questi due nomi ricordano le cime di alcune
tra le montagne forse più nevose della Calabria con pendici macchiate di neve
fino a primavera inoltrata. Questa è una delle zone italiane più ricche di
precipitazioni. Più di 2000 mm annui di pioggia e neve. Tale situazione
trae origine dagli influssi umidi provenienti dal Mediterraneo occidentale,
che venendo a contatto con l'aria fredda dei rilievi a ridosso della costa
tirrenica si condensano dando vita a cospicue precipitazioni.
A sud del Monte
La Mula si elevano le ultime propaggini dell'Appennino
Calabro. Si tratta dell'area più eccezionale da chi ama l'alpinismo, e
questo dimostra che anche in Calabria è possibile arrampicare come sulle
Alpi. È la corte di Montea (1825 m),
una cima dalle caratteristiche dolomitiche, molto amata dagli alpinisti
meridionali, e anche per questo la più frequentata.
Il Monte
La Mula è ricco di vene metallifere, oggi abbandonate, ma dalle
quali dalla preistoria fino al secolo XIX sono stati estratti numerosi
metalli, tra i quali rame, ferro e oro. Il toponimo Mula è stato anche
interpretato come derivato dalla radice Accadica “mul”, che indica il
pianeta Venere, oggetto di culto nelle religioni mesopotamiche (G. Tripodi: Some
archaic toponyms of Middle Eastern origin in Western Europe. Complessità
8, 2013 p.284). Il toponimo potrebbe dunque testimoniare la frequentazione di
questo territorio da parte di genti di provenienza orientale ben prima della
colonizzazione greca.
Accanto alla
Mula sta il Monte
Frattina (1535 m), un belvedere sul mare e sulle maggiori
cime dei Monti di Orsomarso. A
sud di Monte
Frattina si eleva
infine il Monte
La Caccia (1744 m), che come la Montea si
manifesta in maniera eccezionale con le pareti rocciose tra le più imponenti
dell'Appennino. Nella letteratura alpina, la sola testimonianza storica per quanto
riguarda questa parte di dorsale risale al 1898 dalla penna dell'appassionato
alpinista Vincenzo Campanile:
«Per
dieci minuti rimasi ad ammirare quel selvaggio luogo e le pareti delle tre
vette del Monte Farmaco (forse Montea), specialmente quella della Pietra
Berciata, che imponenti si presentano al mio sguardo […]. Ogni altra parete,
di tutta la superficie della montagna, è verticale, è molte di esse sono
solcati da piccoli canali, vie che i sassi, cadendo dall’alto, percorrono,
con poca sicurezza per l’alpinista.»
Il Monte
La Caccia è anche l'ultima montagna dell'Appennino
lucano e lascia posto all'ultima fascia appenninica: quella dell'Appennino
calabro e quindi alla Catena
Costiera
Il clima
varia dal versante e dall'altitudine. Risulta maggiormente più piovoso il
lato tirrenico, dove, anche a bassa quota, si registrano più di 1400 mm
annui. Fino a 500 metri domina un clima di tipo mediterraneo, meno caldo e più
umido il versante occidentale. In questo piano l'inverno si presenta
abbastanza mite e piovoso, l'estate è molto calda e siccitosa, specialmente
l'area orientale.
Più in alto,
fino a 1000 metri si ha un clima temperato fresco di tipo appenninico di
transizione. L'inverno è freddo, ma non rigido, piovoso e con neve nei
periodi più freddi dell'anno; l'estate è calda, ma meno siccitosa rispetto
al piano basale. Dai 1000 metri si entra completamente nel piano montano. Fino
a 1800 metri il clima è tipicamente montano: l'inverno è rigido, nevoso,
mentre l'estate è fresca e ventilata, con qualche temporale pomeridiano. Le
precipitazioni superano i 2000 mm annui.
Dai 1800 fino
alle cime più alte, il clima diventa tipicamente alpino: l'inverno è molto
rigido, ventoso, nevoso, con periodi di ghiaccio intensi. L'estate è
anch'essa molto fresca, sempre molto ventilata, con nebbie e piogge improvvise
anche nei periodi più caldi. Clima questo delle aree sommitali tipico delle
cime appenniniche.
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