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La Basilicata è
una regione
italiana a statuto ordinario dell'Italia
meridionale con capoluogo Potenza.
Conta 533.140 abitanti. È detta anche Lucania, denominazione
che fu ufficiale dal 1932 al 1947 oltre a identificare anticamente
una regione dai
confini differenti, che inglobava gran parte di quella odierna.
Confina
a nord e a est con la Puglia,
a nord e a ovest con la Campania,
a sud con la Calabria,
a sud-ovest è bagnata dal mar
Tirreno (Golfo
di Policastro) e a sud-est dal mar
Ionio (Golfo
di Taranto). È divisa in due province: Potenza e Matera,
e comprende 131
comuni.
I
residenti della Basilicata sono noti come lucani e, in forme
meno diffuse, basilicatesi o basilischi.
Il
territorio della Basilicata è prevalentemente montuoso (47%) e
collinare (45%) con un'esigua percentuale pianeggiante (8%). Possiede
un'unica grande pianura: la Piana di Metaponto. I massicci del Pollino (Monte
Pollino - 2.248 m) e del Sirino (Monte Papa - 2.005 m), il Monte
Alpi (1.900 m), il Monte Raparo (1.764 m) e il
complesso montuoso della Maddalena (Monte
Volturino, 1.835 m) costituiscono i maggiori rilievi dell'Appennino
lucano.
Nell'area
nord-occidentale della regione è presente un vulcano non attivo, il monte
Vulture. Le colline costituiscono il 45,13% del territorio e sono
di tipo argilloso, soggette a fenomeni di erosione che danno luogo a
frane e smottamenti. Le pianure occupano l'8% del territorio. La più
estesa è la piana
di Metaponto che occupa la parte meridionale della regione,
lungo la costa
ionica.
I
fiumi lucani sono a carattere torrentizio e sono il Bradano,
il Basento,
l'Agri,
il Sinni,
il Cavone,
il Noce e
al confine con la Puglia e la Campania l'Ofanto.
Inoltre sono presenti torrenti di notevole importanza in regione fra cui
il torrente Sauro che confluisce nell'Agri e i torrenti Gravina
di Matera e di Picciano nel fiume Bradano. Tra i laghi,
quelli di Monticchio hanno origini vulcaniche, mentre quelli del Pietra
del Pertusillo, di San
Giuliano, di Monte
Cotugno e di Gannano sono stati costruiti artificialmente per
usi potabili e irrigui. Artificiale è anche il lago Camastra le
cui acque vengono potabilizzate. Le coste del litorale ionico sono basse
e sabbiose mentre quelle del litorale tirrenico sono alte e rocciose (Golfo
di Policastro).
La
Basilicata ha una grande diversità ambientale ed è suddivisa in sei
sotto-zone diverse:
-
Vulture-Melfese a nord-est con caratteristiche di altopiani
per lo più seminati a grano, mentre nella zona del Vulture abbiamo
alternanza di boschi e viti;
-
Potentino/Dolomiti
lucane a nord-ovest con una prevalenza di boschi e montagne
con un'altezza media di 1.200-1.500 metri;
-
Massiccio del Pollino/Monte
Sirino a sud-ovest, che rappresentano le vere montagne
lucane con altitudini anche superiori ai 2.000 metri e una forte
presenza di foreste e boschi;
-
Val d'Agri al centro-ovest, un altopiano che parte dai 600 m s.l.m. e
segue il corso del fiume
Agri fino a convergere nella piana di Metaponto;
-
Collina materana al centro-est che presenta collina e alta
collina con una grande presenza di argille brulle e calanchi;
-
Metapontino a sud-sud-est che è una vasta pianura
alluvionale dove si pratica un'agricoltura intensiva di tipo industriale
e una tipologia di costa di tipo bassa e sabbiosa.
Queste
diversità si enunciano sia a livello faunistico, sia a quello
floristico e infine a quello climatico.
L'intera
area della Basilicata è considerata a rischio
sismico moderato o elevato, specie in corrispondenza
dell'entroterra e dei rilievi dell'Appennino
lucano, sia a nord verso il confine con la Campania sia
a sud verso il
confine con la Calabria.
Relativamente minore è il rischio sismico sulle coste e nelle zone
pianeggianti. Il più grave terremoto mai registrato in Basilicata,
nonché uno dei più gravi nella storia della penisola, avvenne nel
1857, con epicentro Montemurro,
che provocò circa 11.000 vittime.
Il clima della
Basilicata cambia di zona in zona; infatti una caratteristica rilevante
è che la Regione è esposta a due mari. La parte orientale della
regione (non avendo la protezione della catena appenninica) risente
dell'influsso del mar
Adriatico, a cui va aggiunta l'orografia del territorio e
l'altitudine irregolare delle montagne. Ma nonostante la diversità, il
clima della regione può essere definito continentale, con caratteri
mediterranei solo nelle aree costiere. Infatti se ci si addentra già di
qualche chilometro nell'interno, soprattutto in inverno, la mitezza
viene subito sostituita da un clima rigido e umido.
Presenta
quattro aree climatiche così suddivise:
-
Pianura ionica del Metapontino,
dove a inverni miti e piovosi si alternano estati calde e secche, ma
abbastanza ventilate.
-
Costa tirrenica. Qui si riscontrano le stesse affinità con il
clima dell'area ionica, con la sola differenza che in inverno la
temperatura è leggermente più elevata e in estate è leggermente più
fresca e l'umidità è molto accentuata.
-
Collina materana, dove i caratteri climatici mediterranei si
attenuano notevolmente andando verso l'interno: già a partire dai
300-400 metri gli inverni divengono freddi e nebbiosi, e la neve può
fare la sua comparsa diverse volte all'anno da novembre a marzo
inoltrato. Anche qui le estati sono calde e secche, con escursioni
termiche giornaliere abbastanza elevate.
-
Montagna appenninica, che corrisponde quasi alla metà del
territorio regionale. Qui gli inverni risultano molto freddi, con
temperature che possono arrivare anche a -15 °C, soprattutto
oltre i 1 000 metri di quota, dove la neve al suolo rimane fino a
metà primavera, ma può rimanere fino alla fine di maggio sui rilievi
maggiori. A Potenza, capoluogo regionale posto a 819 metri s.l.m.,
l'inverno può essere molto nevoso, e le temperature possono scendere
anche di molti gradi sotto lo zero, risultando tra le città più fredde
d'Italia. Le estati sono moderatamente calde, anche se le
temperature notturne possono essere molto fresche. I venti più
frequenti provengono in prevalenza dai quadranti occidentali e
meridionali.
Origine
dei nomi della regione
Il
toponimo Basilicata è attestato la prima volta attorno al X
secolo: l'origine di tale nome ha diverse ipotesi:
- il
termine Basilikos in greco vuol
dire "funzionario del re" e deriva dalla parola greca Basileus,
denominazione del monarca e dunque degli imperatori bizantini detti
appunto Basileus e Basilissa
dei Romei (Re e Regina dei Romani); tuttavia sembra che
non siano mai esistiti funzionari bizantini chiamati Basilici alle
dipendenze degli imperatori, infatti le suddivisioni del regno
denominate thema,
erano circoscrizioni governate dai generali, e la provincia
civile-militare in questione era denominata Lucania anche in epoca
bizantina. La cronologia delle fonti dimostra che il termine si rinviene
per la prima volta nel Catalogo
dei baroni normanni del 1154, quindi indicherebbe a posteriori
una dipendenza della regione dell'Impero
romano d'Oriente, dato che questa era ormai occupata dai normanni
già dal 1150.
-
un'altra tesi fa derivare il nome dalla basilica di Acerenza,
il cui vescovo aveva la giurisdizione sull'intero territorio.

Lucania
(unitamente all'etnonimo Lucani) ha invece diverse radici filologiche:
- la
prima è «leucos», parola greca, trasmessa al latino che
significa: «bianco», «lucente», infatti una leggenda vuole che il
nome fosse dato da un popolo diretto verso Sud, una volta giunto in una
terra dalla quale si vedeva sorgere il Sole, e che il nome Lucania
indicasse quindi "Terra della Luce";
-
possibile è l'origine da «lucus», cioè "bosco sacro";
-
accreditata è anche l'ipotesi di origine dal greco «lycos»,
ossia "lupo"; se così fosse l'etimologia sarebbe del tutto
analoga a quella della tribù degli Hirpini (stanziata
immediatamente a nord dei Lucani), il cui etnonimo deriva dall'osco «hirpos» che
significava ugualmente "lupo".
Benché
lo statuto regionale preveda, esclusivamente, l'uso del vocabolo lucani per
identificare i suoi abitanti, vi è anche una certa diffusione
dell'etnico basilicatesi, soprattutto tra XIX e inizi XX secolo.
Studiosi locali come Giustino
Fortunato, Giacomo
Racioppi, Tommaso
Claps e Giuseppe
Gattini, come altri eruditi quali Benedetto
Croce e Angelo
De Gubernatis ricorrevano all'uso del termine. Fu
Racioppi a proporne l'uso assieme a basilicaioti e basilicani,
benché questi ultimi mai trovarono spazio nel linguaggio comune. Più
raro l'appellativo basilisco, citato nel Deonomasticon
Italicum di Wolfgang
Schweickard (in cui vengono elencate altre varianti come basilicatense e basilicatino,
oltre al suddetto basilicatese) che circolò nei primi decenni
del 1900, talvolta con accezione negativa, soprattutto da parte di
stampa e avversari politici nei confronti di personalità come Francesco
Ciccotti, rivale ed ex collega di Mussolini ai tempi del Partito
Socialista, e Francesco
Saverio Nitti, in carica come primo ministro del regno italiano.
La
questione sulla denominazione territoriale era già dibattuta agli inizi
del XIX secolo. Nel 1820, fu avanzata nel parlamento
delle Due Sicilie la proposta di rinominare la province di
Basilicata e Principato
Citra (i cui territori corrispondevano grossomodo all'antica
Lucania), con gli appellativi di Lucania Orientale e Lucania
Occidentale. Il dibattito s'intensificò all'indomani dell'unità
d'Italia. Michele
Lacava fu uno dei maggiori promotori del ripristino di
Lucania che considerava «splendido e nazionale», al contrario di
Basilicata che riteneva «estranio ed oscuro», entrando in
contrasto con Racioppi che difendeva il nome attuale. Lacava considerò
Basilicata un nome imposto «in onore di Basilio
II, imperatore Bizantino, despota feroce ed ippocrita» e
riferì come Lucania fosse ancora vivo nella memoria degli abitanti a
distanza di secoli. Fortunato, strenuo sostenitore del toponimo
Basilicata, ritenne Lucania un ricordo del passato, rimarcando come i
confini delle due regioni fossero differenti ed ebbe a dire: «nato
basilicatese, basilicatese – e non lucano – spero morire». Durante
il periodo fascista il
territorio regionale riprese il nome Lucania, ma con la nascita
della Repubblica tornò a chiamarsi Basilicata. Carlo
Levi, che ivi soggiornò in epoca fascista e repubblicana,
testimoniò che i contadini con cui ebbe contatti privilegiarono, in
gran parte, il nome Lucania e furono più inclini nel presentarsi come lucani. Il
dibattito sull'identificazione della regione e dei residenti persiste
tuttora.
Regione
storica della Lucania
La Lucania antica
era ben più vasta dell'odierna Basilicata; oltre a questa infatti
comprendeva vasti territori appartenenti oggi ad altre due regioni: alla
Campania (Cilento e Vallo
di Diano nel Salernitano)
e alla Calabria (arrivava a Sibari,
Turi, e al fiume Lao, nel Cosentino).
Non comprendeva però le terre a est del fiume Bradano,
quindi la stessa Matera, né l'area più settentrionale del Vulture,
la cui principale città era Venusia,
all'epoca dei Dauni.
Tali
confini geografici riflettono la situazione posteriore alla scissione
fra Bruzi (antichi
abitanti della Calabria) e Lucani avvenuta
nel 356 a.C. con il confine fra le due regioni nell'istmo tra Turi e Cirella (Piccola
Lucania).
Prima
di questa data, le fonti dal V secolo in poi si riferivano a una vasta
area, chiamata convenzionalmente dai moderni Grande Lucania, che si
spingeva fino allo stretto
di Messina ed era abitata da genti di ceppo
italico. I suddetti confini nord-orientali della Lucania furono
poi mantenuti nell'istituzione delle regioni
augustee, avvenuta intorno al 7 d.C.: le terre dei Lucani (al di
qua del Bradano) entrarono a far parte della Regio
III Lucania et Bruttii, mentre Matera e il Vulture della Regio
II Apulia et Calabria.
Storia
La storia
della Basilicata si
svolge a partire dalle prime frequentazioni umane nel Paleolitico e
lo sviluppo delle comunità indigene, passando per la colonizzazione della Magna
Grecia, la conquista romana,
e i successivi domini bizantino, longobardo e normanno, per seguire poi
le vicende del Regno
di Napoli e per finire del Regno
d'Italia e della Repubblica
Italiana.
PREISTORIA
- I primi insediamenti umani scoperti in Basilicata risalgono al Paleolitico inferiore,
periodo in cui i territori in prossimità dei fiumi e dei bacini
lacustri costituivano l'habitat ideale per l'Homo
erectus e le sue attività vitali di caccia
e raccolta. Le testimonianze di questa prima fase di civiltà
sono emerse a Matera nei
pressi di Murgia Timone e nelle testimonianze della Cultura
di Serra d'Alto; anche a Venosa,
dove nei pressi di antichi specchi d'acqua sono stati ritrovati anche i
resti di specie faunistiche oggi estinte, e sopravvivenze di
lontanissime specie terziarie come
il Machairodus o
"tigre dai denti a sciabola".
Altri
ritrovamenti riguardano utensili
litici, come la punta musteriana ritrovata
in contrada "Panevino", frazione di Tursi,
oppure ciottoli decorati con incisioni geometriche, rinvenuti nella
"grotta dei Pipistrelli" e nella "grotta Funeraria"
di Matera.
Un insediamento costiero è emerso sul versante tirrenico, nelle grotte
presso la spiaggia di Fiumicello
di Maratea, dove agli utensili litici si accompagnano dei resti
di fauna pleistocenica.
In
Basilicata sono emersi diversi rifugi preistorici: le grotte di Latronico e
di "Pietra della Mola" a Croccia Cognato (Accettura)
e il riparo di Tuppo dei Sassi presso Filiano,
dove è venuto alla luce un esempio di pittura
rupestre del primo periodo post-glaciale o Mesolitico.
Nel V
millennio a.C. la cultura neolitica cominciò
ad irradiarsi lungo i corsi dei fiumi lucani, raggiungendo anche le aree
interne: i gruppi e le tribù non vivevano più nelle grotte, usate solo
saltuariamente come luoghi di culto o sepoltura, ma in villaggi di
capanne disposte circolarmente, provviste di fossati difensivi, porte e
palizzate. Tali evoluzioni sono state ben studiate nell'area di Tolve, Tricarico, Alianello, Melfi, Metaponto,
e nella Murgia Materana,
cogliendo anche informazioni di rilievo sia sull'habitat che
sull'economia dell'Homo
sapiens, basata sulla cerealicoltura e
l'allevamento bovino e caprino.
Risalgono
all'Eneolitico altri
reperti delle grotte di Latronico;
mentre i ritrovamenti della grotta di Cervaro, presso Lagonegro,
sono da associare a uso funerario. Sul promontorio di Capo
la Timpa, presso Maratea,
nasce nell'Età
del bronzo un insediamento commerciale stabile entro
capanne, il più antico centro di cultura appenninica sul mare
conosciuto.
Le
comunità indigene della prima età
del ferro erano organizzate in grossi villaggi ubicati sugli
altopiani, ai margini delle grandi pianure e dei corsi d'acqua, in
luoghi consoni alla pastorizia ed all'agricoltura. Agglomerati che
testimoniano questa fase sono considerati quelli di Anglona,
situata sul displuvio delle
fertili valli dell'Agri e
del Sinni, Siris ed
Incoronata-San Teodoro, sulla costa ionica;
sulla collina immediatamente sovrastante la costa sul finire dell'VIII
secolo a.C., si registra la presenza dei primi coloni
greci, provenienti dalla Grecia
insulare e dall'Anatolia,
spintisi al di qua del Mediterraneo alla ricerca di terre fertili da
coltivare.
Sul
versante tirrenico e nella conca del fiume
Noce, i ritrovamenti archeologici databili tra il XI-VIII
secolo a.C. sono quasi del tutto assenti. Ciò è dovuto
probabilmente alla nascita delle colonie magno-greche, che provoca un
nuovo assetto degli equilibri commerciali. Sopravvive invece una necropoli presso Castelluccio.
ETA'
CLASSICA ED ELLENISTICA - La prima colonizzazione greca avvenne con
la costruzione di Siris,
situata presso la riva del fiume omonimo oggi detto Sinni,
sul finire dell'VIII
secolo a.C., ad opera di profughi da Colofone,
fuggiti in Occidente per scampare alla dominazione Lidia.
Con la fondazione di Metaponto,
avvenuta nel 630
a.C. circa da parte di coloni di stirpe achea,
si estende la colonizzazione a tutta la costa ionica lucana fino al
primo entroterra (scavi archeologici di Timmari nei pressi di Matera).
Si
instaureranno due modelli coloniali sostanzialmente diversi, quello
acheo (Sibari, Metaponto)
basato sulla centralità della terra e dello spazio agrario e quello sirita meno
accentratore e maggiormente permeato dalle preesistenze indigene, anche
nella metodologia di sfruttamento della terra.
Molti
insediamenti, risalenti all'VIII-VII
secolo a.C., sono stati ritrovati nelle aree interne del Vallo
di Diano e della Val
d'Agri, ricche e numerose necropoli.
Risale all'VIII
secolo a.C. anche la necropoli di Colle
dei Greci presso Latronico.
I ritrovamenti consistono in utensili in argilla ben
depurata con disegni geometrici a tenda, ceramica enotria,
armi e accessori - connotazioni distintive dei guerrieri -, oggetti e parures femminili
che caratterizzavano lo status principesco di alcune donne della società
del tempo.
Sul
Tirreno rinasce il villaggio di Capo
la Timpa, accompagnato da un gemello costiero sul colle Palecastro di Tortora (comune
oggi sito in provincia
di Cosenza) e da un referente interno presso Rivello,
sulla cosiddetta Serra Città, che si suppone identificabile con la
città di Sirinos.
Questi centri, così come quello a Palinuro,
vanno inquadrati in uno schema di "colonizzazione indigena della
costa", in cui gli Enotri sfruttarono
la fondazione delle colonie greche sul Tirreno, in particolare Velia e Pyxous,
per riavviare i loro commerci marittimi.
Nel
corso del VI
secolo a.C. ognuna delle due città era ormai padrona di un
territorio molto vasto (chorà) che si estendevano nell'entroterra fino
a Pisticci, Bernalda e Montescaglioso e Matera per
Metaponto e fino ad Pandosia e Montalbano
Jonico, la cosiddetta Siritide,
per Siris.
Con gli
scavi condotti ad Alianello, Armento, Roccanova,
Incoronata, Cozzo
Presepe, Pisticci e Serra
di Vaglio, emerge come proprio la Lucania interna, in questa
fase, si caratterizzi quale importante crocevia di popoli e culture
diversi, così come evidenzia la diffusione di oggetti di lusso, di
chiara matrice etrusca,
e l'affermazione dei costumi e dell'organizzazione sociale ellenica (adozione
dell'armamento greco e comparsa della figura del cavaliere). Questa
convergenza di culture si imprimerà nel sostrato indigeno "enotrio",
portando allo sviluppo di una progredita cultura locale, come dimostrano
i ritrovamenti in particolare di Serra di Vaglio, dove, in particolare,
la presenza di un imponente santuario (l'area sacra di Braida), dalle
caratteristiche strutturali e stilistiche molto evolute, e di grandi
edifici decorati nello stile metapontino e poseidoniate,
testimoniano di una realtà civile e sociale molto ben strutturata e
certamente mediata dalle mature esperienze delle due città costiere.
Altro nodo importante era costituito dall'area del Melfese che,
grazie al fiume Ofanto,
incrociava importanti itinerari di scambi. Una conferma di questa
facilità e continuità di rapporti arriva dagli scavi effettuati nelle
grandi necropoli di Pisciolo e Chiuchiari e
in quelle di Ruvo
del Monte dove, i ricchi corredi funerari, presentano i
segni e le influenze del mondo dauno (i
vasi riccamente decorati), di quello etrusco (vasi
e candelabri in bronzo) e di quello greco (le
coppe ioniche e vasi di imitazione locale).
Fra
il VI ed
il V
secolo a.C. però, questo ipotizzabile equilibrio tra coloni
greci ed "Enotri"
viene intaccato, provocando una trasformazione improvvisa nel quadro
territoriale della Basilicata, dove alcuni degli insediamenti più
fiorenti, ricaduti nel raggio dei territori delle città greche
(chorai), scompaiono (l'Incoronata e Pandosia),
mentre altri, soprattutto nelle zone più interne della regione, si
fortificano presentando una loro evoluta strutturazione interna
(Pisticci, Ferrandina, Montescaglioso, Timmari, Garaguso, Ripacandida e Satriano):
a questo fenomeno risalgono le prime cinte fortificate e alcuni
importanti santuari, ubicati presso le sorgenti e prevalentemente votati
a divinità femminili.
Questa
trasformazione interna si colloca in un quadro storico estremamente
movimentato che, sul finire dell'età arcaica, vede gran parte
dell'Italia e dei suoi gruppi etnici coinvolti in una moltitudine di
conflitti ed avvicendamenti, che avrebbero azzerato e riformulato gli
equilibri territoriali costituitisi fino a quel momento. Le ostilità si
aprono tragicamente nel 510
a.C. con la distruzione di Sibari da
parte di Crotone:
con Sibari, di fatto, si distruggeva un'esperienza politica a forti
coloriture democratiche alla quale si opponeva, vittoriosamente, il
modello pitagorico e aristocratico di
Crotone, ispirato ad un acceso conservatorismo. Ma se la città fu
distrutta, provocando nuovi equilibri nella gestione dei traffici sul
Mediterraneo, le spinte democratiche, invece, le sopravvissero
determinando quei movimenti antioligarchici che tanto avrebbero inciso
nella ristrutturazione della società del tempo; lo stesso Pitagora venne
poi esiliato a Metaponto dove passò il resto della sua vita e in cui
avrebbe formato filosofi come Ippaso, Ocello
Lucano, Bindaice e Esara.
LA
CONQUISTA ROMANA - Dopo un paio di secoli in cui i Lucani
esercitarono di fatto una notevole egemonia sulla zona, con forti
contrasti con gli italioti di Taranto e di Siracusa, tra gli altri, gli
equilibri iniziarono a cambiare quando i Romani ebbero
i primi contatti con i Lucani intorno
al 330
a.C., quando costituirono un'alleanza "strumentale"
utile a fronteggiare la pressione esercitata dai Sanniti a
nord. L'alleanza, tuttavia, durò poco poiché i Romani manifestarono
ben presto forti mire espansionistiche verso sud.
Prima
nel 285
a.C. e poi nel 282
a.C., la città magno-greca di Thurii,
assediata dal principe lucano Stenio
Stallio chiese aiuto ai Romani. I Lucani, dapprima alleati
ma successivamente ribellatisi, vennero sconfitti dalle truppe del console Gaio
Fabricio Luscino, che stanziò nella città una guarnigione, come
riportano i Fasti
triumphales.
Successivamente,
i Romani, perlustrarono il mar
Ionio per eliminare eventuali imbarcazioni nemiche; proprio
durante una di queste perlustrazioni dieci navi d'osservazione romane,
contravvenendo ai patti, entrarono nel golfo
di Taranto. I tarentini,
irritati le respinsero distruggendone quattro e catturandone una.
Successivamente l'esercito e la flotta tarentina attaccò la città di
Thurii, allontanando la guarnigione romana che la presidiava. I Romani,
allora, organizzarono una missione diplomatica guidata dall'ambasciatore
Postumio. I diplomatici romani furono, però, derisi e oltraggiati dalla
popolazione tarentina. Fallita la missione diplomatica, Roma si sentì
in diritto di dichiarare guerra a Taranto.
In
difesa della città ionica sbarcò a Taranto Pirro,
re dell'Epiro che,
appoggiato dai Lucani, Bruzzi e Sanniti ottenne una vittoria di misura
nella battaglia combattuta fra Pandosia ed Heraclea nel 280
a.C., nei pressi dell'attuale Policoro. Pirro schierò sul campo
gli elefanti
da guerra, fino a quel momento sconosciuti ai Romani, i quali li
identificarono come "buoi lucani" ritenendoli una specie
autoctona. Dopo appena quattro anni, nel 275
a.C. Pirro venne sconfitto a Maleventum e
tornò in Epiro.
Taranto si arrese ai Romani nel 272
a.C., così il dominio della repubblica
romana si estese su tutte le colonie greche dell'Italia
meridionale. In conseguenza di ciò, nella regione lucana si ebbe un
declino economico, provocato dalla politica di sfruttamento dei
territori conquistati, acquisiti come suoli di proprietà dei vincitori.
Dopo un
tentativo di riscatto mediante l'aiuto fornito ad Annibale nel III
secolo a.C., l'ennesima sconfitta provocò un inasprimento della
sottomissione da parte dei romani e nel territorio lucano vennero
dedotte le colonie di Potentia e
di Grumentum, dove furono reclusi i ribelli lucani e brutii sottomessi
dai romani.
Nel II
secolo a.C. i Romani dotarono la regione di infrastrutture
importanti: il prolungamento della via
Appia fino a Brindisi e
un tratti di acquedotto,
con lo sviluppo dei centri romani sul percorso della via, tra i quali Venosa,
che fu quindi patria del poeta latino Orazio.
A
questa si affiancò la Via
Popilia, che attraversava l'Appennino
lucano, attraversando Sirinos e Nerulum,
e una sua diramazione, che da Paestum congiungeva
le colonie tirreniche Velia, Buxentum,
Cesernia, Blanda
Julia e Laos a Cosenza.

MEDIOEVO
- Tra
il VI e
il IX secolo la
Lucania fece parte del longobardo ducato
di Benevento.
Contemporaneamente le incursioni saracene costringevano
le popolazioni lucane ad arroccarsi sulle montagne e sulle colline. Tricarico e Tursi conoscono
una dominazione araba di più lunga durata che inciderà profondamente
sulla struttura stessa degli abitati, che hanno conservato testimonianze
ancora oggi ben visibili nei quartieri della ràbata e della saracena a
Tricarico e della rabatana a
Tursi.
Nel 968,
dopo la conquista bizantina,
venne costituito il thema
di Lucania, con
capoluogo Tursikon finché,
tra l'XI e
il XII secolo,
il thema scomparve.
All'inizio
dell'XI secolo arrivano nell'Italia meridionale mercenari Normanni,
capitanati da Rainulfo
Drengot e i
membri della famiglia Altavilla,
che diretti in Terrasanta sostarono in queste regioni e, approfittando
delle guerre fra i vari ducati e principati, ne divennero padroni.
Nel
settembre del 1042, Guglielmo Braccio
di Ferro e i
normanni di Aversa si rivolsero al duca longobardo Guaimario
IV di Salerno per ottenere il riconoscimento ufficiale della conquista del
territorio e, in cambio, accettarono di prestare omaggio come vassalli.
Con la conquista
normanna, il thema scomparve
favorendo la nascita della Contea
di Puglia con
capitale Melfi ed
il territorio venne assegnato a dodici condottieri,
che dovevano governarla e giurarono di prestarsi assistenza reciproca.
I
feudi vennero attribuiti a seconda del rango e del merito; secondo la
cronaca di Amato di Montecassino: Asclettino Drengot diventa signore di
Acerenza con residenza nel castello di Genzano; Attolino a Lavello;
Drogone a Venosa. Ascoli
Satriano spettò
a Guglielmo, che si fregiò del titolo di conte già dal 1042,
sposo della nipote del duca di Salerno, fu comunque fin dall'inizio in
posizione dominante. Riepilogando, le dodici Signorie furono così
assegnate:
-
Ascoli in Capitanata (Guglielmo
d'Altavilla),
- Canne (Rodolfo
di Canne),
-
Civitate (Gualtiero,
figlio del conte Amico ed eroe della vittoria
di Montepeloso),
-
Monte
Sant'Angelo nel Gargano (Rodolfo
di Barbena)
-
Venosa (Drogone
d'Altavilla, fratello
di Guglielmo)
-
Montepeloso Irsina
(Tristano di
Montepeloso),
-
Acerenza (Asclettino
I Drengot, o
Asclettino minore, che risiede nel castello di Genzano)
- Lavello (Attolino)
-
Monopoli (Ugo Tuboeuf)
-
Trani (Pietro
di Trani su Trani),
-
Minervino, nella Murgia (Ramfredo),
-
Frigento in Irpinia (Erveo).
La
famiglia degli Altavilla partì da Melfi per conquistare l'intero
Mezzogiorno d'Italia e
la Sicilia,
determinando, di fatto, l'apice della fortuna di Melfi, che diventò un
centro del potere normanno e dove si tennero cinque concili,
organizzati da cinque diversi pontefici tra il 1059 e
il 1137.
Nell'estate del 1059,
infatti, Niccolò
II soggiornò
nella rocca fortificata e fu al centro di importanti avvenimenti: in
giugno stipulò il trattato
di Melfi, poi, dal 3
agosto al 25 agosto celebrò il concilio
di Melfi I ed
infine con il concordato
di Melfi riconobbe
i possedimenti conquistati dai Normanni.
Il
papa nominò duca di Puglia e Calabria Roberto
il Guiscardo, che
divenne vassallo della Chiesa. In tale vasto quadro Melfi, nel 1059,
divenne sede provvisoria del Ducato
di Puglia e Calabria in
attesa della conquista di Salerno (avvenuta
nel 1077),
e sempre a Melfi furono organizzati gli altri sinodi con una tabella
riepilogativa dei concili e degli accordi di Melfi.
Il papa
Alessandro II dal
1º agosto 1067 presiedette
il concilio di
Melfi II; ricevette il
principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, e i fratelli Roberto il
Guiscardo e Ruggero Altavilla. Nel corso del concilio
di Melfi III, del 1089,
il papa Urbano
II indisse la prima
crociata in Terra
santa, poi Pasquale
II nel 1101 convocò
il concilio di
Melfi IV e infine Papa
Innocenzo II nel 1137 celebrò
il concilio di
Melfi V, ultimo della
serie. Vi fu anche nel 1130 un Concilio
di Melfi non
riconosciuto dalla Chiesa, poiché organizzato dall'antipapa Anacleto II.
Tra
il XII e il XIII
secolo anche la
Lucania fu coinvolta nelle lotte tra Svevi e Angioini che
si contendevano l'Italia meridionale.
Federico
II condusse un'intensa attività legislativa: a Capua nel 1220,
a Messina nel 1221,
a Melfi nel 1224,
a Siracusa nel 1227 e a San Germano nel 1229,
ma soltanto ad agosto del 1231,
nel corso di una fastosa cerimonia tenutasi a Melfi, ne promulgò la
raccolta organica ed armonizzata secondo le sue direttive, avvalendosi di
un gruppo di giuristi quali Roffredo
di Benevento, Pier
della Vigna, l'arcivescovo Giacomo
di Capua ed Andrea
Bonello da Barletta.
Questo corpo organico, preso lungamente a modello come base per la
fondazione di uno Stato moderno, è passato alla storia col nome di Costituzioni
di Melfi o Melfitane anche se il titolo originale Constitutiones
Regni Utriusque Siciliae rende
più esplicita la volontà di Federico di riorganizzare il suo Stato,
il Regno
di Sicilia:
quest'ultimo, infatti, fu ripartito in undici distretti territoriali detti giustizierati,
poiché erano governati da funzionari di propria nomina, i giustizieri, che rispondevano del loro operato in campo amministrativo, penale e
religioso ad un loro superiore, il maestro
giustiziere, referente
diretto dell'imperatore che stava al vertice di questa struttura
gerarchica di tipo piramidale.
L'intensa
attività politica e militare, l'innovazione portata nella sua
legislazione del Regno di Sicilia, l'interesse per scienze e letteratura
fecero di Federico un personaggio mitico. L'amicizia praticata nei
confronti degli arabi (ebbe a lungo una Guardia personale costituita da
guerrieri arabi, e lui stesso parlava correntemente tale lingua)
unitamente alla lotta contro papa
Gregorio IX, che arrivò
perfino a definirlo anticipatore dell'Anticristo,
fecero crescere attorno a lui un alone di mistero e di leggende. Fu forse
il suo essere stato definito l'Anticristo (od il suo anticipatore) a dare
origine, dopo la sua morte, alla leggenda di una profezia secondo la quale
egli sarebbe ritornato dopo mille anni.
Federico
II nel 1225 giunse
nella regione del Vulture e
convocò a Melfi la dieta per
reperire i fondi straordinari da destinare alla crociata in
Terra santa. Nel maggio del 1231 l'imperatore
ritornò in Basilicata insieme a Pier
della Vigna, suo
collaboratore strettissimo, e all'arcivescovo di Capua, ai quali era stato
affidato il compito di raccogliere, in un unico corpo legislativo, le
disposizioni emanate nei vari centri del regno a partire dal 1220.
Nell'agosto di quell'anno venivano promulgate le Constitutiones
regni Siciliae, correntemente dette Costituzioni
di Melfi. Queste contenevano diversi provvedimenti, che per l'agricoltura prevedevano
contratti di locazione agevolati per i suoli demaniali incolti e un
controllo maggiore, tramite inventario, delle terre, delle masserie e
delle foreste regie (ristrutturazione delle antiche massarie
curiae, con norme rigorose per l'allevamento di bovini, ovini e suini
e per un adeguato sfruttamento delle risorse dei campi). Fu inoltre
condotta una generale ristrutturazione delle fortificazioni secondo
l'elencazione degli statuta officiorum e in questo
periodo si ebbe la costruzione di imponenti castelli come quello di Lagopesole (1242).
Con Federico II nacque il giustizierato
di Basilicata, del
quale Lauria ne
fu il primo capoluogo. Il giustizierato comprendeva quasi del tutto
l'odierna regione, con l'esclusione di Matera (che
entrerà solamente nel 1663) e alcune zone del Melandro e
del Pollino;
a quel tempo la Basilicata era comunque considerata un territorio
prettamente pugliese.
Alla
morte di Federico
II, le popolazioni
della Basilicata si divisero tra i sostenitori dei guelfi guidati da Carlo
d'Angiò e i
ghibellini di Corradino. Il primo aveva occupato l'Italia
meridionale e nel 1276 fece
radunare in Melfi tutti
i baroni del regno per un giuramento di fedeltà. Presto Matera si
ribellò agli angioini ma, sedata ogni rivolta, ritornò sotto il potere
costituito.
La
città di Potenza,
già funestata dal terribile terremoto del 18 dicembre 1273,
dopo essersi ribellata fu rasa al suolo da Ruggero Sanseverino per ordine
di Carlo d'Angiò. A Rivello uno
stendardo innalzato nel punto più alto della cittadina segnò l'inizio di
una rivolta in favore di Corradino;
poi Lavello e Montemilione furono
incendiate dalla parte angioina.
Il
29 settembre 1281 il
re Carlo d'Angiò ordinò a Giovanni d'Alzura, giustiziere incaricato
della Basilicata, di intensificare i controlli sui feudatari e sulle
Università (i liberi comuni) per stroncare sul nascere ogni segno di
simpatia per la rivolta
siciliana.
Nel
gennaio del 1283 la
rivolta sbarcò sulle
coste calabresi,
presto vennero segnalate piccole imbarcazioni aragonesi nel golfo
di Policastro. In
questo periodo la Basilicata contava tre fortezze sul mar
Tirreno: i castelli di Policastro e Scalea,
e Maratea,
città fortificata.
A
settembre, bande di almugaveri, risalendo la valle del Sinni,
razziarono la contea di Chiaromonte e
nello stesso
mese, Moliterno insorse
contro il suo vescovo, uccidendolo. Durante la primavera del 1284 le
bande siciliane comandate da Marco Fortuna invasero la Basilicata.
Rapidamente gli aragonesi conquistarono Scalea, Rotonda, Castelluccio, Lauria e Lagonegro.
Immediatamente tutti gli sforzi si concentrarono per riconquistare Scalea,
da dove partivano le bande che minacciavano i paesi vicini, fino a Marsico e Chiaromonte.
La
regione soffre in questo periodo anche una grave penuria di grano,
e ad aggravare le cose contribuisce anche la ribellione di Taranto,
da cui bande armate di aragonesi minacciano la costa ionica. Nel golfo
di Policastro la
situazione è ancora peggiore: fallito ogni tentativo di riprendere Scalea,
gli angioini persero anche Policastro.
Unico baluardo in mano ai francesi era Maratea,
che soffrì attacchi per molti mesi senza mai cedere la piazza ai nemici.
Dopo la morte di Carlo
d'Angiò, solo nel
gennaio del 1286 gli
angioini riuscirono a respingere gli aragonesi al di là del fiume
Lao.
LA
BASILICATA ARAGONESE E SPAGNOLA - Nel XIV
secolo la
Basilicata attraversò una profonda crisi demografica, per alcuni
attribuibili a terremoti ed epidemie per
altri alla "cacciata dei Saraceni" ordinata da Carlo
d'Angiò, in accordo
con il papa, che provocò in Basilicata la dispersione di tutte le comunità
arabe, come quelle residenti
a Castelsaraceno, Bella, Pescopagano, Tursi e Tricarico.
La politica religiosa del sovrano vide inoltre la costruzione di numerosi
conventi. Alla fine del XIV secolo la Basilicata fu coinvolta nelle
sanguinose lotte per la successione al trono fra Luigi
I d'Ungheria e Carlo
di Durazzo, con il
saccheggio della zona del Vulture da parte degli Ungheresi. Nel 1405 a Saponara la
strenua difesa opposta all'avanzata delle forze reali, convinse Ladislao
d'Angiò a
concedere al popolo un indulto (firmato il 14 aprile), che garantiva
un'esenzione fiscale e l'impegno del re a non infeudare il comune, che
divenne "città regia". Sergianni Caracciolo,
napoletano e ministro della
regina Giovanna II,
ottenne nel 1416 la
signoria sul Vulture-Melfese,
estendendo poi i domini della casata fino al Melandro e,
per qualche tempo, anche su Marsico e Miglionico.
La
Basilicata fu teatro della congiura
dei baroni, ordita nel 1485 dal
principe Antonello
Sanseverino consigliato da Antonello
Petrucci e Francesco
Coppola, ai danni del
re Ferrante
d'Aragona che
coinvolse molte famiglie feudatarie della fazione guelfa favorevoli agli
angioini, tra cui i Sanseverino,
i Sabia, i Caracciolo,
i Gesualdo i del
Balzo-Orsini, i
Telesca, i Guevara,
i Senerchia,
che si riunirono nel Castello
del Malconsiglio di Miglionico.
Nella
seconda metà del XV
secolo si ebbe
una generale ripresa economica: segnali di un incremento delle attività
commerciali si ebbero soprattutto in centri ben collegati come Venosa e Matera e
si registrò una sostanziale crescita demografica. A quest'ultima dovette
contribuire l'immigrazione dei profughi costantinopolitani in
seguito alla caduta della città sotto il dominio ottomano. Tra il 1450 e
il 1480 approdarono
alle coste ioniche numerosi gruppi di esuli greci e,
soprattutto, albanesi giunti
al seguito di Giorgio
Castriota Scanderbeg,
il condottiero che aveva combattuto dalla parte di Ferrante
d'Aragona. Queste
nuove comunità ripopolarono soprattutto la zona del Vulture-Melfese (Barile, Rionero, Maschito)
e poi si stabilirono a San
Chirico Nuovo, Ruoti e Brindisi
Montagna. A Matera,
invece, gli Schiavoni fondarono
un vero e proprio quartiere, scavando le abitazioni nella massa tufacea di
quella parte dei Sassi a
tutt'oggi nota con il nome di "Casalnuovo".
In
data 1º aprile 1502,
a Rionero avvenne
l'incontro tra Louis
d'Armagnac e Consalvo
Fernandez di Cordova,
rispettivamente comandanti degli eserciti francese e spagnolo, nel
tentativo di stipulare una pacifica spartizione del Regno
di Napoli, che non andò
a buon fine.
Nella
lotta tra Francia e Spagna per
il dominio sull'Italia, apertasi nel 1516,
la Basilicata subì nuove distruzioni, tra cui Con il dominio dell'Italia
meridionale l'imperatore Carlo
V di Spagna tolse
i loro domini ai feudatari precedenti, tra i quali i Caracciolo; i feudi
di Melfi, Candela, Forenza e Lagopesole andarono così ad Andrea
Doria "in
soddisfazione della rendita annua di 6.000 ducati" e in cambio dei
servigi resi alla corona, nel momento di massima ricchezza e splendore del
condottiero genovese
(Giovanni Simeone) e della sua città.
I
feudi dei Sanseverino furono
divisi fra le famiglie dei Carafa (principi
di Stigliano), Revertera, Telesca, Sabia, Pignatelli e Colonna. In
questo contesto si inserisce la tragica vicenda della poetessa Isabella
di Morra.
La
Basilicata fu in gran parte sottoposta alla giurisdizione di Salerno,
mentre Matera e la Murgia facevano ancora parte
della Terra
d'Otranto.
Con
l'avvento della nuova classe dirigente, estranea al territorio di cui
godeva il possesso, e con lo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico,
i feudi lucani furono considerati pura fonte di reddito e i nuovi baroni
prestarono scarsissimo interesse al miglioramento delle condizioni
economiche e sociali dei propri possedimenti. Vi furono anche casi di
rivolta contro gli abusi dei baroni: a Matera, ad esempio, i cittadini
sfiniti dalle esose contribuzioni richieste dal nuovo signore assegnato
dal re, il banchiere napoletano Giovan
Carlo Tramontano, nella notte di Natale del 1514 gli
tesero un agguato e lo uccisero, non consentendogli di ultimare il suo
imponente castello.
I
mercati dei centri urbani riuscivano in qualche modo a garantire un certo
vigore economico, mentre le campagne rimanevano invece in una condizione
di generale povertà, poiché gran parte della produzione agricola era
assorbita dall'autoconsumo delle famiglie e ben poco del prodotto poteva
essere destinato ai mercati esterni. Nel 1528,
i lanzichenecchi,
dopo il sacco di
Roma portano
nuove distruzioni, in particolare a Melfi,
il cui assedio passò alla storia come Pasqua di sangue.
Nella
seconda metà del XVI secolo la Basilicata conobbe un periodo di relativa
tranquillità e in quest'epoca si sviluppò un rigoglioso mercato
dell'arte legato alla committenza delle grandi famiglie baronali e
religiosa: opere di grande pregio saranno realizzate da Cima
da Conegliano, Simone
da Firenze e da
numerosi artisti locali fra cui Altobello
Persio, Giovanni
Todisco,
in Pietrafesa, Antonio Stabile e, più avanti, Carlo
Sellitto e Pietro
Antonio Ferro. In
campo letterario, Venosa vide
la nascita dell'accademia dei Piacevoli e dei Soavi e
l'accademia dei Rinascenti, quest'ultima fondata da Emanuele
Gesualdo, figlio del compositore Carlo,
mentre a Valsinni si
distinse Isabella
di Morra che,
piuttosto ignorata nel suo tempo, verrà rivalutata come una pioniera del Barocco e Romanticismo.
Nella
vita sociale e politica della provincia spagnola si ebbe l'emergere di una
nuova classe intermedia, per lo più appartenente a importanti famiglie
locali, ed impegnata a rappresentare i baroni, i vescovi e gli abati
nell'attività di amministrazione e gestione dei feudi. Contemporaneamente
al formarsi di questo nuovo corpo sociale si avviò un processo di
autonomia delle comunità cittadine: attraverso una procedura complessa, i
cittadini potevano riscattare la propria città pagando al potere regio la
somma altrimenti versata dal barone: in questo modo le terre passavano al
Regio Demanio e, senza l'intermediazione del barone, divenivano di
possesso comune e quindi "universali" (motivo per cui queste
comunità cittadine vennero all'epoca definite "Università").
Tali emancipazioni furono tuttavia poco frequenti in Basilicata: le città
regie furono pochissime e non sempre il riscatto riusciva duraturo, poiché
era molto costoso e comportava un notevole sacrificio economico da parte
dei cittadini: fra queste, oltre a Saponara,
che lo era già dal secolo precedente, e a Matera che
già si era riscattata più volte per liberarsi dal dominio feudale, ci
furono Lagonegro, Maratea, San
Mauro e Rivello.
La
situazione non migliorava invece per le campagne e le zone interne i cui
prodotti, quando riuscivano a superare la soglia del consumo personale,
erano nei mercati sottoposti ad una forte stagnazione dei prezzi. A questo
si aggiungeva un sistema fiscale basato essenzialmente sulle imposte
indirette sui
generi di consumo, quindi la farina, il vino, il formaggio, la carne
continuavano ad essere fortemente tassati; per evitare conflittualità con
i gruppi dirigenti mancava l'imposta diretta sui beni e i patrimoni, che
venne introdotta solo nel 1742 con
il catasto
onciario istituito
da Carlo di
Borbone.

Alla
metà del XVII
secolo le comunità
cominciarono con più insistenza a rivendicare i diritti nei confronti dei
baroni e dello strapotere ecclesiastico. In Basilicata l'assenza delle
dirette autorità dello Stato (poiché sottoposta alla provincia di
Salerno) e l'isolamento di molti centri abitati, favorirono
l'organizzazione e il diffondersi della rivolta di Masaniello,
scoppiata
a Napoli nel 1647.
La
sollevazione fu generalizzata e coinvolse tutta la regione: a Potenza il
principe Celano fu costretto a fuggire, mentre a Vaglio il principe
Salazar, uno dei capi della rivolta fuoriuscito dal carcere napoletano, si
pose alla testa dell'esercito rivoluzionario al fianco di Matteo
Cristiano. L'offensiva
fu determinata e nel gennaio del 1648 tutta
la Basilicata aveva aderito alla Repubblica e i poteri erano ufficialmente
passati al nuovo "governatore delle armi" in rappresentanza del
governo rivoluzionario di
Napoli, Matteo
Cristiano. La rivolta
venne sanguinosamente repressa e nella successiva primavera era già stata
stroncata.
Nel 1663 venne
creata una nuova Udienza per la Basilicata, per assicurarne un maggiore
controllo, con capoluogo a Matera.
La presenza del Tribunale della Regia
Udienza favorì
il formarsi di una classe di giurisperiti, impegnati nelle contese che
vedevano contrapporsi le Università e i baroni e la città si sviluppò
ulteriormente, raggiungendo con il circondario una popolazione di circa
60.000 abitanti. Esistevano vivaci contatti commerciali con i porti
pugliesi e un'attiva vita culturale: vi nacque il poeta Tommaso
Stigliani e nel
secolo successivo il musicista Egidio
Romualdo Duni.
LA
BASILICATA BORBONICA - Nel
1735, la Basilicata passa sotto il dominio dei Borbone
di Napoli. Nel 1742,
su proposta di
Bernardo
Tanucci, uomo fidato
di Carlo di
Borbone, si vagheggiò
persino Melfi come capitale del regno, poiché in una posizione
continentale e quindi maggiormente protetta, oltre ad essere una città «ove
spesso sono stati gli antichi Re». Tanucci
commissionò al marchese Rodrigo Maria Gaudioso, di stendere una relazione dettagliata
sulle condizioni economiche in cui versava il territorio.
Nelle
rilevazioni del "Catasto Onciario" della metà del Settecento,
la maggior parte della popolazione lucana era composta da braccianti e
contadini. Pochi esponenti della società locale riuscivano a raggiungere
posizioni economiche ragguardevoli, costituendo una nuova borghesia
rurale. L'influenza dei nuovi orientamenti liberali e repubblicani
dell'epoca dei lumi fu consistente in Basilicata, grazie soprattutto alla
vicinanza di Napoli che fu il centro propulsore dell'illuminismo nel
Mezzogiorno. Il giansenista Giovanni
Andrea Serrao venne nominato vescovo di Potenza da Ferdinando
di Borbone nel 1783,
nonostante l'opposizione del papa. Parte autorevole del movimento
cattolico riformatore
napoletano, il Serrao fu il fautore del nuovo orientamento liberale
introdotto nella formazione del giovane clero del seminario di Potenza e
l'ispiratore dei circoli progressisti della città.
L'inquietudine
sociale, mai sopita nel corso dei centocinquanta anni trascorsi dalla
"rivoluzione di Masaniello", esplose con rinnovato vigore nel 1799,
avendo come protagonisti personalità lucane come Mario
Pagano, Nicola
Palomba, Michele
Granata, Felice
Mastrangelo, Oronzo
Albanese, Francesco
Lomonaco e Onofrio
Tataranni.
Il
19 gennaio la popolazione di Avigliano scese
in piazza e di lì i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla
"Organizzazione democratica" guidata dai giovani fratelli
Michelangelo e Girolamo Vaccaro, di Avigliano.
Tra la fine di marzo e l'inizio di aprile si ebbe la controffensiva
borbonica, con una prima durissima repressione a Potenza, dove truppe
realiste assaltarono e saccheggiarono il seminario e il vescovado,
decapitando sia il rettore che il vescovo Serrao. A Tito si
ebbe un'accanita resistenza e venne uccisa la famiglia Cafarelli.
In
aprile la resistenza continuava nella parte nord occidentale della regione
fino al lungo assedio di Picerno dove
si erano concentrate tutte le forze insorte; il 15 maggio, caduta Picerno,
trovarono la morte i fratelli Vaccaro e almeno altri settanta fra uomini e
donne. Per la sua strenua resistenza, Picerno si guadagnò l'appellativo
di "Leonessa della Lucania". L'occupazione
di Melfi tra
il 29 ed il 31 maggio spense l'ultimo focolaio, seguito da una dura
repressione.
LA
BASILICATA RISORGIMENTALE - Durante
la conquista francese del Regno
di Napoli, nel 1806 in
seguito alle rivolte anti-napoleoniche in Calabria,
il re Giuseppe
Bonaparte ordinò
al generale Andrea
Massena di sedare
le rivolte. Di passaggio presso Lauria,
città murata che si opponeva al passaggio del suo esercito,
l'8 agosto Massena attaccò furiosamente per scardinarne la difesa; la
resistenza della popolazione locale causò il massacro
di 1.000 cittadini.
Nel
successivo dicembre, il colonnello Alessandro
Mandarini, ricevuto
ordine dai Borbone di
riorganizzare le forze legittimiste e opporre una resistenza all'avanzata
francese, fu protagonista di un lungo scontro
al Castello di Maratea,
che fu assediato dal generale Jean
Maximilien Lamarque.
Sedate
le ultime rivolte filo-borboniche, tra le trasformazioni introdotte in
Basilicata da Giuseppe
Bonaparte e dal
reggente Gioacchino
Murat, determinante fu
la decisione di trasferire la provincia: il fulcro delle attività
amministrative della regione si spostava così da Matera (filo
borbonica) a Potenza,
pare per l'appoggio garantito dai potentini alle truppe di occupazione
francesi. Nel giro di pochi anni, il paese che si estendeva ancora solo
nella parte più alta, dal Duomo alle prime case extra moenia presso
Porta Salza, dovette trasformarsi in città ed adeguare il suo assetto
urbanistico alle nuove importanti funzioni amministrative. Tra il 1806 e
il 1815,
inoltre, oltre 16.000 ettari di terre demaniali venivano divise, per
ordine di Giocchino Murat, in 13.000 quote assegnate ai coltivatori.
L'alleanza
tra i contadini e la giovane borghesia lucana che aveva animato le lotte
repubblicane del 1799,
avrebbe avuto parte di grande rilievo nella cospirazione antiborbonica
della prima metà dell'Ottocento. Da questo momento in poi si sviluppa in
Basilicata un forte contrasto sociale tra la base della popolazione e i
vertici di qualsiasi stato o bandiera. Questi patrioti postisi alla guida
della resistenza lucana potevano contare sull'ingente forza d'urto delle
popolazioni contadine, che muovevano istanze di libertà e richieste di
nuove leggi agrarie. Ma, come tutte le cose di terre sfortunate, l'epilogo
fu tragico e la repressione borbonica ed austriaca si scatenò violenta ed
impietosa.
Ma
questa repressione violenta non fece altro che alimentare e creare più
forti rancori sociali che sfoceranno in una forma di ribellione denominata Brigantaggio.
Non si spensero gli ideali di libertà e di uguaglianza che animavano
ovunque le lotte del Risorgimento nel Meridione. Nel 1848 dopo
l'insurrezione di Palermo nacque
a Potenza il "Circolo Costituzionale Lucano" guidato da Vincenzo
d'Errico e Nicola
Maffei, prese allora
in mano la situazione e riuscì rapidamente a far approvare un documento
che trasformava il Circolo in un "Comitato per la difesa della
Costituzione violata dal Re". Il Comitato guidò l'azione di difesa e
l'organizzazione militare degli insorti in Basilicata, promettendo la
quotizzazione delle terre demaniali; all'inizio di giugno venne
sottoscritta una "Dichiarazione di Principi Costituzionali", poi
approvata dalla Dieta provinciale e da quella federale, quest'ultima
indetta al Liceo di Potenza ed alla quale aderirono rappresentanti del Molise,
della Capitanata,
della Terra
d'Otranto e della Terra
di Bari. Nonostante una serie di insurrezioni fu ricostituito il trono dei Borbone
e tutti quelli che avevano creduto nella lotta e nella libertà,
soprattutto contadini, si ritrovarono con un pugno di mosche in mano.
Nell'agosto 1860 la
Basilicata fu travolta dall'innalzamento della bandiera dell'Italia unita.
Le vittoriose imprese garibaldine
in Sicilia avevano
risvegliato gli animi popolari e ovunque erano riprese le lotte per le
terre demaniali; a Matera gli scontri assunsero subito un carattere molto
violento poiché il popolo insorto uccise il conte
Gattini ed alcuni
suoi collaboratori. Prima che la situazione degenerasse, Albini,
Mignogna e Boldoni affrettarono l'iniziativa politica e a Corleto
Perticara, dove erano
da tempo ospiti di Carmine Senise, dichiararono decaduti i Borbone,
rendendo la Basilicata la prima provincia continentale del Regno
delle Due Sicilie a proclamare l'unità nazionale. Da Matera con
i mille era già partito il colonnello Giambattista
Pentasuglia che in precedenza aveva già partecipato alle tre guerre
d'indipendenza, decisiva per lo sbarco di Garibaldi fu una sua azione a
Marsala. Francesco II, insediatosi nel maggio del 1859,
vista l'impossibilità di controllare i moti esplosi in Sicilia con
Garibaldi e già estesisi a macchia d'olio nel Regno, tentò di guadagnare
alla propria causa i liberali moderati concedendo la costituzione del '48,
ma ormai era troppo tardi.
La
voglia di cambiamento e di innovazione fece aderire la migliore parte
della società lucana al processo che portò alla unificazione piemontese
anche se un recente revisionismo storico ha portato a valutare
negativamente quel coinvolgimento. Tra i promotori della svolta sabauda si
menzionano Giacinto
Albini, principale
artefice dell'insurrezione
lucana, Nicola
Mignogna, Carmine
Senise, i fratelli Pietro e Michele
Lacava, Camillo
Boldoni e
Francesco Scardaccione, che fu il primo Presidente della Provincia di
Basilicata (1861).
IL
BRIGANTAGGIO - I
contadini lucani nella loro secolare storia hanno avuto tre guerre
collocate nel tempo, la prima delle quali fu contro i greci che
conquistarono queste terre. Da un lato c'erano gli eserciti organizzati
degli Achei con le loro armi; dall'altro i contadini con le loro scuri, le
falci e i coltelli. La seconda guerra fu quella contro i Romani che
permise la diffusione della teocrazia statale con tutte le sue
incomprensibili leggi. Infine la terza e ultima fu quella dei briganti: i
contadini non avevano cannoni come "l'altra Italia" che li stava
sottomettendo, ma avevano la rabbia dovuta alla povertà, all'emigrazione,
all'ingiustizia sociale che il nuovo stato savoiardo stava perpetrando
nelle terre meridionali. (Carlo
Levi, Cristo
si è fermato a Eboli)
Per dieci
anni ci fu una cruenta lotta tra falci e zappe contro cannoni e fucili che
provocò la morte di migliaia di persone la distruzione di interi paesi e
la miseria totale e l'emigrazione. La questione
meridionale nasce ora e non si estinguerà fino ai nostri
giorni. Questa guerra civile interessò tutta la Basilicata e
le regioni limitrofe. L'alveo delle forze dei briganti divenne il Vulture e
il suo capo più rappresentativo fu Carmine
"Donatelli" Crocco di Rionero.
Disertore
dall'esercito borbonico perché reo d'aver ucciso un compagno, Crocco
aveva partecipato ai moti unitari del '60, ma non avendo ottenuto
l'amnistia riprese la strada del brigantaggio nei boschi. Crocco riuscì
ad aggregare attorno a sé un esercito di oltre duemila uomini, la maggior
parte dei quali contadini disillusi e minacciati dalle ordinanze del
Governo. A Crocco si unì il generale carlista Borjes,
ma dopo aver fallito il tentativo di occupare Potenza nel
novembre del 1861,
lo spagnolo fu disarmato ed allontanato da Crocco, finendo catturato e
fucilato dai bersaglieri presso Tagliacozzo.
Proprio
in quel periodo, tramite la mediazione di autorevoli esponenti della
borghesia locale si era giunti ad un accordo con Crocco ed altri
cinquecento briganti, convinti ad abbandonare il campo con promessa di
rifugio sicuro su un'isola. Questa ipotesi venne scartata
aprioristicamente dal governo che confermava invece la linea dura,
accusando anche di complicità coloro che avevano intentato la trattativa
e, ignorando qualsiasi forma di mediazione, nell'agosto 1862 il governo
promosse la legge Pica con la quale si istituivano i tribunali militari.
L'opposizione alla Camera fu
serrata da parte di tutta quella parte democratica del governo che aveva
dato credito alle conclusioni della Commissione
Parlamentare d'Inchiesta, inviata in Basilicata per cercare una
soluzione al problema, e che aveva terminato la sua esposizione
dichiarando che la ribellione dei briganti era in fondo "la protesta
selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari
ingiustizie". Nonostante l'opposizione del Massari e
del de
Sanctis, la legge
Pica venne approvata ottenendo il doppio risultato di
affermare l'egemonia delle forze conservatrici rispetto a quelle
democratiche e di accrescere la violenza dei briganti, contro i quali il
governo dovette impegnare complessivamente 120.000 soldati in una guerra
costosissima per il paese, sul piano sia economico che morale.
Il
comando delle truppe venne affidato al generale Emilio
Pallavicini, lo stesso che aveva fermato Giuseppe
Garibaldi sull'Aspromonte, mentre il Prefetto di Potenza Veglio
completava la linea telegrafica di collegamento tra il capoluogo e
Tricarico, Matera, Melfi e Lagonegro.
Il 13 marzo del 1864 veniva
catturato e fucilato presso Avigliano il
comandante dei briganti Ninco
Nanco mentre per la defezione di Giuseppe
Caruso, il Pallavicini riuscì a sorprendere la banda di Crocco
sull'Ofanto,
il 25 luglio. Ciò nonostante Crocco riuscì a fuggire con undici dei suoi
e a raggiungere incolume i territori dello Stato pontificio credendosi in
salvo. Ma così non fu, il clima politico era cambiato e proprio
"quel Gran Pio
IX", come egli stesso testimoniò più avanti, dopo la cattura
avvenuta a Veroli per mano delle truppe pontificie, lo fece rinchiudere
nelle Carceri
nuove di Roma.
Così terminavano gli anni più accesi della lotta brigantesca e Carmine
Donatelli detto Crocco, divenuto prigioniero italiano dopo la presa di
porta Pia fu condannato a morte a Potenza l'11 settembre del 1872,
graziato scontò il carcere a vita nel bagno di Portoferraio dove
dettò le sue memorie.
Anche
nella provincia
di Matera il fenomeno fu di non minore eclatanza ed ebbe come
episodio precursore l'uccisione
di un latifondista, il Conte Gattini, avvenuta l'8 agosto 1860 a Matera.
I contadini materani infatti si sollevarono contro i proprietari terrieri
a causa delle lentezze nella ripartizione delle terre demaniali ai
privati, ed alla vigilia dell'Unità cominciarono a essere aizzati da
quella parte della nobiltà, reazionaria e legittimista, che mal
sopportava la venuta del nuovo regime e che incalzata dalla storia andava
promettendo redistribuzioni di terre in caso di vittoria. Tra le varie
bande esistenti nel materano le più importanti erano quella di Rocco
Chirichigno, detto Coppolone, di Montescaglioso,
quella di Vincenzo
Mastronardi, detto Staccone, di Ferrandina,
quella di Eustachio
Fasano ed Eustachio
Chita detto Chitaridd a Matera. Quest'ultimo viene
considerato l'ultimo brigante in quanto anche dopo la sconfitta del
brigantaggio post-unitario continuò a operare in maniera isolata fino
alla sua uccisione avvenuta nel 1896.
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FENOMENO
SOCIALE DEL BRIGANTAGGIO IN BASILICATA
E
intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo
che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva
forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la
dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati
dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a
chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei
cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di
poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà
non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire
senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a
cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte
ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così
sempre sarà... Carmine
Crocco
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LA
CRISI DI FINE OTTOCENTO - Le conseguenze disastrose della linea
politica in atto si fecero presto evidenti. In Basilicata, in particolare,
il tasso di mortalità infantile era elevatissimo e le condizioni
ambientali estremamente degradate per la presenza di vaste zone malariche.
Per questi ed altri motivi fra il 1876 e
il 1900 ben
180.000 lucani abbandonarono la regione per emigrare al Nord o all'estero,
per lo più in America. L'ultimo intervento di bonifica di fatto portava
la firma dei Borboni e riguardava il Vallo di Diano, fra Basilicata e
Campania, di lì in poi nulla era stato fatto dal governo della
"nuova" Italia. I primi studi sulla persistenza della malaria
nel Sud, condotti dal dott. Michele Lacava e da Giovanni Pica, fra il 1885 e
il 1889,
dimostrarono che sui 125 comuni della Basilicata solo nove erano realmente
immuni dall'infezione, nella totale assenza di difese ed assistenza
sanitaria.
Del resto
la regione mancava di qualunque organizzazione infrastrutturale, la
viabilità era scarsa e questo aveva inciso non poco nell'aggravarsi dei
fenomeni di delinquenza sociale e nel penalizzare le attività produttive
e gli scambi. L'organizzazione dei trasporti per le derrate collegava solo
le principali aree produttive della regione, il Vulture e il Materano, con
i porti pugliesi di Taranto e Bari, ma escludeva il capoluogo e gran parte
delle aree interne. Non è un caso, difatti, che proprio a Matera nasceva
il primo Istituto di Credito autonomo della regione, la Banca Popolare
sorta per impulso del sotto-prefetto Prosdocimi nel 1879;
a questa fondazione ne seguirono altre e nel 1888 le
banche popolari della regione erano ben 45 e comprendevano circa 14.000
soci.
Negli
stessi anni nasceva anche la Lega Agraria, sorta per volere di
Francesco Paolo Materi, neo deputato e grosso proprietario terriero di
Grassano, che intendeva coadiuvare l'attività delle imprese agricole per
facilitare le azioni di credito. A testimonianza del rinnovato vigore
economico decretato dalla confisca e dalla vendita dei beni della Chiesa,
a Potenza, ad esempio, i Branca e gli Scafarelli si aggiudicarono 2.500
ettari di terra spendendo qualcosa in meno di un milione di lire che, se
vogliamo, corrispondeva ad un terzo dell'intero capitale versato dai
14.000 soci degli istituti di credito lucani nel 1888.
Nel 1901, Giuseppe
Zanardelli, a quel tempo presidente del consiglio, visitò il
meridione per studiarne i problemi. Zanardelli giunse a Moliterno e
fu accolto dal sindaco che lo salutò «a nome degli ottomila abitanti di
questo comune, tremila dei quali sono in America, mentre gli altri
cinquemila si preparano a seguirli». Zanardelli affrontò allora la
grave situazione della provincia proponendo una legge speciale con
cui si tentò di affrontare il problema agrario e le gravi carenze di
scuole con il conseguente analfabetismo.
LE
GUERRE MONDIALI E LA CRONACA RECENTE - Sotto il fascismo,
la Basilicata (che, nel ventennio, assunse il nome di Lucania) divenne
terra di confino per
gli oppositori poiché, a detta di Mussolini,
«non sufficientemente infetta da tutte le correnti perniciose della
società contemporanea». In effetti, nonostante numerosi episodi di
protesta e oltraggio al regime, il dissenso non si concretizzò mai in
movimenti di vasta portata sociale che avrebbero arrecato seri problemi
allo Stato. Vi furono tuttavia alcuni episodi di rivolta popolare,
come la rivolta
di San Mauro Forte avvenuta nel marzo 1940 (al cui termine si
contarono due vittime), dove diverse centinaia di contadini si ribellarono
al regime. Tra i confinati vi furono Carlo
Levi (la cui esperienza in terra lucana sarà da ispirazione
per il romanzo Cristo
si è fermato a Eboli), Eugenio
Colorni, Ursula
Hirschmann, Manlio Rossi Doria, Franco
Venturi, Camilla
Ravera, Guido
Miglioli.
Durante
la seconda
guerra mondiale alcune cittadine lucane, come Potenza, Lauria, Maratea,
furono bombardate dagli Alleatiː inoltre, il 21 settembre 1943 la
città di Matera insorse
contro l'occupazione nazista, risultando la prima città del
Mezzogiorno a partecipare attivamente alla guerra di liberazione. Attività
partigiane furono presenti anche in altri centri tra cui Rionero
in Vulture, dove il 24 settembre seguente diciotto civili furono
uccisi dalle rappresaglie naziste, ed Avigliano che
diede battaglia ai tedeschi il 9 ottobre. Nel dopoguerra vi furono diverse
agitazioni popolari per la redistribuzione delle terre ai contadini,
l'episodio più significativo fu l'occupazione delle terre avvenuta a Montescaglioso nel
dicembre 1949, seguita da una repressione che portò alla morte del
rivoluzionario Giuseppe
Novello.
Il 23
novembre 1980 la
Basilicata fu sconvolta da un grave
terremoto che colpì buona parte del territorio regionale. Nel 1993 fu
inaugurato a San
Nicola, frazione di Melfi, l'impianto industriale SATA,
ove risiede uno dei più importanti stabilimenti FIAT d'Europa. Sempre
nel 1993, i Sassi
di Matera vengono dichiarati patrimonio
dell'umanità tutelato dall'UNESCO,
primo sito nel mezzogiorno d'Italia e
quarto dell'intera nazione a ricevere tale riconoscimento.
Nel 2003 il decreto varato
dal governo
Berlusconi, che prevedeva un deposito unico nazionale di scorie
radioattive collocato in una salina di Scanzano
Jonico, provocò un'intensa protesta, con una manifestazione a cui
aderirono oltre 100.000 persone (pari a circa un quinto della
popolazione lucana) che ha portato nel gennaio del 2004 alla
modifica del decreto legge, sopprimendo la norma che prevedeva
l'ubicazione del deposito nel comune del materano.
Candidata
nel 2008, Matera è stata designata il 17 ottobre 2014 capitale
europea della cultura per il 2019, insieme alla città bulgara
di Plovdiv.
È la quarta città italiana (dopo Bologna, Firenze e Genova),
prima del Mezzogiorno,
a ricevere tale riconoscimento.
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