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Il parco
nazionale del Pollino, situato tra Basilicata e Calabria tra
le province di Cosenza, Potenza e Matera,
con i suoi 192.562 ettari, di cui 88.650 nel versante
lucano e 103.915 in quello calabro, è il parco
nazionale più
grande d'Italia;
prende il nome dall'omonimo massiccio
montuoso.
Si
estende tra il sud della Basilicata e il nord della Calabria e in esso è
inserito il gruppo montuoso del Pollino, il più elevato dell’Appennino
Meridionale. Il versante lucano del Parco è suddiviso in quattro vallate
principali: la Valle del Mercure, la Valle del Frido, la Valle del
Sarmento e la Valle del Sinni. Appartengono al territorio calabrese la
Valle del Raganello e la Valle del Coscile. Il Parco offre una moltitudine
di paesaggi incantevoli, con grandi aree incontaminate e differenti a
seconda dell’altitudine.
Il
Parco è consigliato a chi ama il trekking e l’escursionismo, a chi ama
il contatto diretto con la natura più incontaminata e selvaggia, a chi
ama l’alpinismo e il rafting, agli amanti del torrentismo più estremo e
a tutti coloro che hanno voglia di scoprire un territorio solitario e
silenzioso rotto solo dal vento che si infrange tra le foglie degli
alberi, o gustare sapori e sensazioni ormai dimenticate.
Dal
novembre 2015, con l'inserimento nella lista
globale dei geoparchi da
parte dell'UNESCO,
il parco del Pollino è considerato sito
patrimonio mondiale.
Il
parco nazionale del Pollino è stato istituito nel 1988,
mentre la perimetrazione provvisoria è del 1990,
così come le misure di salvaguardia.
Tra
gli anni 1993 e 1994 s'insediano gli organismi amministrativi e tecnici:
presidenza, consiglio di amministrazione e direzione; la sede dell'ente di
gestione è ubicata in Rotonda (PZ).
Il
parco si estende su 56 comuni (di cui 24 in Basilicata e 32 in Calabria),
9 comunità
montane e 4
riserve orientate: Rubbio in Basilicata, Raganello,
Lao e Argentino in Calabria.
Le
sue vette, tra le più alte del sud d'Italia, sono coperte di neve per
molti mesi dell'anno. Dalle cime, ad occhio nudo, si osservano le coste tirreniche e
il litorale ionico.
L'emblema
del parco è il pino
loricato; tale specie
è presente anche in numerose altre stazioni fitoclimatiche delle
montagne balcaniiche e greche.
Il
territorio del Parco comprende in tutto 56 comuni, 24 in Basilicata (22
nella provincia
di Potenza e 2
nella provincia
di Matera), e 32 in
Calabria (provincia
di Cosenza).
I
comuni in territorio lucano sono: Calvera, Castelluccio
Inferiore, Castelluccio
Superiore, Castelsaraceno, Castronuovo
di Sant'Andrea, Carbone, Cersosimo, Chiaromonte, Episcopia, Fardella, Francavilla
in Sinni, Latronico, Lauria, Noepoli, Rotonda, San Costantino Albanese, San Giorgio
Lucano (Mt), San
Paolo Albanese, San
Severino Lucano, Senise, Teana, Terranova
di Pollino, Valsinni (Mt), Viggianello.
I
comuni in territorio calabro sono: Acquaformosa, Aieta, Alessandria
del Carretto, Belvedere
Marittimo, Buonvicino, Grisolia, Castrovillari, Cerchiara di Calabria,
Civita, Francavilla
Marittima, Frascineto, Laino
Borgo, Laino
Castello, Lungro, Maierà, Morano
Calabro, Mormanno, Mottafollone, Orsomarso, Papasidero, Plataci, Praia
a Mare, San
Basile, San
Donato di Ninea, Sangineto, San Lorenzo Bellizzi, San
Sosti, Sant'Agata
di Esaro, Santa
Domenica Talao, Saracena, Tortora, Verbicaro.
Fra
questi alcuni sono di interesse storico-archeologico: Castelluccio
Inferiore, Viggianello e Rotonda nel
versante lucano, e Castrovillari, Civita, Morano
Calabro, Laino
Borgo, Mormanno,
e Papasidero nel
versante calabrese.
Altri
comuni, importanti dal punto di vista socio-culturale, sono le comunità
albanesi che si
insediarono nel territorio tra il 1470 e il 1540.
Nel versante lucano si trovano San
Paolo Albanese e San
Costantino Albanese, mentre nel versante calabrese si trovano San
Basile, Lungro, Plataci, Frascineto e Civita.
Il
paese più alto del parco è Alessandria
del Carretto con i suoi 999 metri s.l.m.,
paese che ancora oggi conserva antiche tradizioni culturali e musicali.
Tra
gli edifici religiosi degni di nota si annoverano, in territorio calabro,
il complesso monastico della Madonna delle Armi a Cerchiara e ruderi di
conventi, come quello del Colloreto a Morano
Calabro, mentre in Basilicata,
nel comune di San
Severino Lucano, a
1537 metri di quota è situato il santuario della Madonna
del Pollino, meta di
un culto religioso profondamente radicato nella gente del luogo.
All'interno
della valle
del Mercure, in
territorio di Rotonda, sono stati ritrovati interessanti reperti paleontologici: Elephas
antiquus, Hippopotamus major.

Geologia
Il
confine calabro-lucano riveste un particolare interesse nella geologia
dell'Italia meridionale,
rappresentando la complessa fascia di raccordo tra i domini strutturali
dell'Appennino Calcareo auct. e le coltri
cristallino-metamorfico-sedimentarie dell'Arco
Calabro-Peloritano.
"Pollino
Geopark" - Il
17 novembre 2015, i 195 Stati membri dell'UNESCO,
nell’ambito della 38ª sessione plenaria della conferenza generale
dell'UNESCO, hanno riconosciuto la Rete
dei Geoparchi Mondiale quale
Progetto prioritario dell’UNESCO. Tutti i 120 membri della Rete Globale
dei Geoparchi hanno quindi ottenuto il riconoscimento di "Unesco
Global Geopark". Tra questi è presente il Pollino Geopark e
da ciò ne consegue che tutto il territorio del parco nazionale del
Pollino è entrato a far parte del Patrimonio dell’UNESCO.
Il
"Pollino Geopark" racchiude 69 geositi ricadenti
all’interno del proprio territorio, comprendendo circhi
glaciali, depositi
morenici (risalenti
all'ultima glaciazione
wurmiana),nevai, fossili di
Rudiste, particolari formazioni rocciose (come la successione
ofiolitica di
Timpa delle Murge e Timpa di Pietrasasso, ma anche le lave
a cuscino del
Monte Cerviero) grotte preistoriche (Grotta
del Romito), gole
scavate nella roccia calcarea (Raganello,
Lao, Rosa e Garavina), pianori carsici, doline,
profondi inghiottitoi (Abisso
del Bifurto), timpe e
vette che superano i 2000 metri di quota.
Oltre
ai siti di interesse geologico il Pollino Geopark comprende
anche numerosi siti di interesse non geologico, che mirano, insieme ai
geositi, a valorizzare l'intero territorio del parco nazionale del
Pollino, dal punto di vista geoturistico, naturalistico, culturale,
storico e archeologico, in modo da far conoscere e apprezzare tanta
bellezza.
Glacialismo
- L'attuale
profilo delle vette più elevate risulta fortemente modellato dall'azione
di antichi ghiacciai,
le cui tracce più evidenti si rinvengono sul versante nord-occidentale di
Serra Dolcedorme con la conca denominata Fossa del Lupo,
antica zona di accumulo delle masse ghiacciate che alimentavano
l'imponente ghiacciaio del Frido; sul versante nord-orientale
del Monte Pollino con i due circhi
glaciali separati
dal contrafforte nord-est della stessa montagna; e sul versante
settentrionale di Serra del Prete con il bello e vasto circo glaciale alla
cui base sporge l'accumulo frontale di detrito morenico ricoperto
da una fitta e vasta faggeta.
I
ghiacciai in ritiro, oltre ai depositi morenici, hanno abbandonato massi
di notevoli dimensioni, i cosiddetti massi
erratici.
Caratteristici perché isolati e lontani da probabili punti di caduta,
sono facilmente osservabili sui piani di Pollino e Acquafredda,
a un'altitudine compresa tra i 1.800 e i 2.000 metri di quota.
Il
nevaio del Pollino
- Nevai stagionali,
alcuni dei quali di notevoli dimensioni, sono presenti su tutte le vette
più alte del massiccio. Sul Monte Pollino, in particolare,
nell'avvallamento immediatamente a sud rispetto alla cima (nei pressi di
un'antica dolina), a quota 2.225 m slm, ne sorge uno che è facile
scorgere anche a fine agosto. Il 9 ottobre 2010 presso il suddetto nevaio
è stato installato un rilevatore di temperatura per un monitoraggio
diretto del microclima locale.
Riserve
naturali orientate
-
Valle
del Fiume
Lao (5.200 ha)
- Comune di Papasidero (CS)
-
Gole
del Raganello (1.600 ha)
- Comune di San
Lorenzo Bellizzi (CS)
-
Valle
del Fiume Argentino (3.980 ha)
- Comune di Orsomanno (CS)
-
Rubbio
(211 ha)
- Comune di Francavilla
in Sinni (PZ)
Flora
- Tra
tante altre specie arboree presenti nel parco vi sono l'abete
bianco, il faggio,
tutti e sette i tipi di aceri di cui l'acero
di Lobelius, il pino
nero, il tasso diverse
specie di querce, castagni, ed alle quote più elevate e sui pendii più
ripidi è presente il pino
loricato, specie
rarissima, che si adatta agli habitat più
ostili, dove altre specie molto rustiche (il faggio in primis) non
sono in grado di sopravvivere.
Fioriture
di Orchidee si
osservano soprattutto in primavera, insieme a quelle di viole, genziane,
campanule e, in estate, il raro giglio
rosso, oltre a molte
specie di piante
officinali ed aromatiche,
tra le quali la fanno da padrona le Labiatae,
con molteplici specie di menta ed
inoltre tutte le varietà di timo, santoreggia, lavanda, issopo,
le cui fioriture avvengono al culmine dell'estate.
Non
da meno sono da considerare le varie famiglie di frutti di bosco e di
specie arboree selvatiche che producono frutti e bacche come le mele
selvatiche, i vari Prunus,
le fragoline di
bosco e i lamponi di
cui sono disseminati i sentieri e le frequenti radure, laddove le
condizioni climatiche e di soleggiamento ne consentono la fruttificazione.
Riconoscimento UNESCO della
faggeta vetusta di Cozzo Ferriero, la faggeta vetusta più a Sud d'Europa.
Vi vive un antico albero, un pino
loricato, la cui età
è stata stimata al radiocarbonio in 1.230 anni da ricercatori dell’università
della Tuscia, i quali l'hanno chiamato Italus,
dal mitico eroe eponimo dell'Italia.
Fauna
- Anche
la fauna è varia, e comprende specie ormai estinte in altre zone
montuose. Fra i mammiferi presenti nel parco si segnalano il lupo
appenninico, il gatto
selvatico, la volpe,
il cinghiale,
il capriolo autoctono
di Orsomarso, la lontra,
il tasso (Meles meles),
lo scoiattolo
nero meridionale, il driomio.
L'avifauna
comprende l'aquila
reale, l'avvoltoio
capovaccaio, il falco
pellegrino, il biancone,
il falco lanario,
il nibbio reale,
il gufo reale,
il gufo comune, il gracchio
corallino, il corvo
imperiale, il picchio
nero e la rara coturnice.
Tra
i rettili presenti vi sono la biscia
dal collare e la vipera.
E ancora sono presenti l'ululone,
la salamandra
pezzata, la rosalia
alpina, ecc...
Di
recente reintroduzione il cervo (nel
2002-03) e l'avvoltoio
grifone (nel
2002).
Questi
tipici paesi sono abitati da contadini, pastori, artigiani e da minoranze
etniche quali gli albanesi che hanno custodito gelosamente le loro
tradizioni, la loro lingua e i loro costumi. Più in alto spettacolari
vallate di alta quota, immense foresti verdeggianti di faggio, di
castagno, di cerro coperti di muschio, di funghi, di erbe aromatiche e
popolate dal lupo appenninico, dal capriolo, dall’aquila reale, dal gufo
nero, dal corvo imperiale.
Ancora
più in alto nelle solitarie vette maestose trovano rifugio, oltre che nei
Balcani, magnifici esemplari di Pino Loricato. Albero imponente ed
elegante, di straordinaria bellezza, propaggine dell’ultima glaciazione
deve il suo nome alla struttura della corteccia che ricorda vagamente le
loriche, piastre metalliche delle antiche corazze romane.
Dai
profili contorti, a causa del peso della neve e dei forti venti a cui è
sottoposto, il Pino Loricato simbolo del Parco, può essere considerato
per la sua rarità quasi un “monumento”, anche dopo la morte il suo
tronco perdendo la corteccia resta lì in piedi per anni a guardia del
territorio circostante.
Gli
arbëreshë

All'interno
del Parco nazionale del Pollino vivono delle comunità arbëreshë
appartenenti alla nazione sparsa italo-albanese che si formò a partire
dal XV secolo quando, per sfuggire all'invasione delle milizie turche,
alcuni nuclei di persone provenienti dall'Albania, dall'Epiro o dalla
Morea si stabilirono tra i monti della Basilicata e della Calabria in zone
isolate. In alcuni casi la loro permanenza fu persino ben accolta dai
feudatari aragonesi non solo perchè gli albanesi avevano aiutato a
scacciare gli Angioini, ma anche perchè erano disposti a lavorare una
terra aspra e difficile.
Il fatto
di continuare a celebrare la funzioni religiose secondo il rito
greco-bizantino causò agli arbëreshë alcuni problemi e
imposizioni come la conversione nel caso di matrimoni misti. Lo stesso
accadde per l'uso della lingua albanese che non venne abbandonata affinchè
non si perdesse.
I borghi
albanesi del Parco sono San Costantino Albanese e San Paolo Albanese -
altri tre sono nel Vulture: Barile, Ginestra e Maschito. A San Costantino
vivono 700 arbëreshë, a San Paolo meno di 300, cosa che fa del
comune il più piccolo della regione dove però le tradizioni sono molto
sentite. Proprio qui infatti il 16 agosto si festeggia San Rocco con il
trasporto di un piccolo trono e di fasci di spighe portati a spalla
durante la processione, al termine della quale giovani, anziani e gruppi
folcloristici si esibisono nel tipico ballo del
"falcetto".
A
Costantino Albanese l'identità albanese non vive soltanto nelle
architetture del paese, ma anche nelle funzioni religiose fortemente
legate al rito greco-bizantino, soprattutto in occasione delle tipiche
cerimonie nuziali o della festa della Madonna della Stella, la seconda
domenica di maggio, con l'esplosione dei Nusazit, pupazzi in
cartapesta. E si prepara ancora il Kulaç, una specie di pane dalla
forma circolare e schacciata tipico della Pasqua.

Visitare
il Parco del Pollino
Il Parco
del Pollino è un luogo dove arte, tradizioni e natura si sposano
alla perfezione andando a esaltare le bellezze di un territorio davvero
unico. Il parco del Pollino si trova a cavallo tra Basilicata e Calabria e
spazia dal mar Tirreno allo Jonio in un susseguirsi di bellissimi
paesaggi tra montagne che superano i duemila metri, boschi incontaminati,
gole profonde e alti pascoli. Il Pollino è però anche un luogo
ricco di storia e di autentici gioielli architettonici con i suoi
tanti borghi e paesi che conservano ancora vive le tracce di un passato in
cui il rapporto con l’ambiente circostante è sempre stato al
centro della vita quotidiana.
Il
parco del Pollino è oggi una meta ancora fuori dal circuito del
grande turismo di massa, ma comunque molto ricercata da chiunque voglia
godersi una vacanza diversa: all’insegna della vita all’aria aperta,
senza dubbio, ma anche in grado di regalare forti emozioni alla scoperta
di luoghi ancora integri dove il tempo sembra essersi fermato. Ecco dieci
tappe da non perdere nel vostro viaggio nel parco del Pollino.
Quasi
200mila ettari di natura incontaminata a cavallo di due regioni e compresi
tra due mari. Questo e molto altro ancora è il Parco
Nazionale del Pollino, oggi considerato l’area protetta più
estesa d’Italia. L’intera zona del Pollino è formata dai Massicci del
Pollino e dell’Orsomarso, la catena montuosa che fa parte
dell’Appennino meridionale a confine con la Basilicata e la Calabria e
vanta le vette più alte del Sud Italia continentale.
Il
parco nazionale del Pollino è però anche una terra d’acqua visto che
sono numerosi i fiumi che lo attraversano e che con la loro azione
incessante ne hanno profondamente segnato il paesaggio andando a disegnare
gole profonde e ampie vallate che non solo offrono ai visitatori un
panorama mozzafiato, ma sono diventate degli importanti centri per attività
sportive come il rafting. Un’eccellenza del parco nazionale del Pollina
è poi quella delle sue erbe officinali che, in mezzo alla natura
rigogliosa di queste zone e grazie a un sistema ecologico ancora
invariato, qui possono crescere in modo prospero.

GROTTA
DELLE NINFEE - A Cerchiara, paese
in provincia di Cosenza affacciato sulla piana di Sibari si trova uno
spettacolo della natura conosciuto e apprezzato fin dall’antichità: la
grotta delle Ninfe.
Secondo
la leggenda in questo luogo mistico si trovava addirittura il talamo di
Calipso, la nereide figlia di Atlante che si innamorò di Ulisse.
Vedendo
lo spettacolo della grotta delle Ninfe, d’altro canto, non è difficile
capire il perché si tratti di un luogo da sempre al centro di miti e
leggende, si tratta di una sorta di canyon strettissimo che taglia in due
un grande sperone roccioso all’interno del quale i raggi del sole fanno
fatica a filtrare.
Qui
scorre un ruscello che va a creare al centro della grotta una piscina di
acqua calda dove si formano fanghi dalle importanti proprietà
terapeutiche. Immergersi nelle acque della grotta delle Ninfe, circondati
dalle alte pareti calcaree, è un’esperienza davvero unica, oltre che
estremamente rilassante, ma non sempre possibile per motivi di sicurezza.
Nel paese di Cerchiara si trova comunque una grande piscina, questa a
pagamento a differenza della grotta a cui vi si può accedere
gratuitamente.
SAN
SEVERINO LUCANO - San Severino
Lucano, in provincia di Potenza, rappresenta la porta d’accesso
settentrionale al massiccio del Pollino, ma è soprattutto un pittoresco
borgo che si trova a metà tra il Tirreno e lo Jonio.
San
Severino Lucano è un paese di acqua, di montagne che superano i duemila
metri e di una natura ancora incontaminata che lo abbraccia rigogliosa.
Una
visita a San Severino sarà dunque dedicata principalmente alle escursioni
e alla scoperta di un territorio dall’incredibile bellezza e che è
possibile ammirare da una posizione privilegiata dallo splendido santuario
della Madonna del Pollino, una struttura religiosa settecentesca
appollaiata come un nido d’aquila a 1527 metri d’altezza e da cui si
gode di una vista straordinaria sulla Serra del Prete, la Serra di
Viggianello, il colle dell’Impiso e quello del Grattacielo.
Le
escursioni da fare, a piedi, in bici o a cavallo, poi certo non mancano
attorno a San Severino Lucano, da non perdere in questo caso sono i tanti
sentieri che conducono verso nord nel bellissimo Bosco Magnano, ma anche
alla scoperta della selvaggia gola del Frido.
VIGGIANELLO
- A poco più di 500 metri sul
livello del mare, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino si trova
Viggianello, un antico avamposto romano nelle terre dei lucani che, secolo
dopo secolo, si è trasformato di pari passo con la terra che lo circonda.
Ancora
oggi Viggianello è un borgo dalla forte impronta bizantina e normanna.
Bizantini erano i monaci che disseminarono il territorio di celle
monastiche con chiesa in comune che sono ancora ben visibili ai piedi del
centro storico, mentre normanna è l’origine dell’insediamento attuale
in collina.
Questa
lunga e ricca storia ha lasciato un’architettura molto ricca con chiese
e palazzi gentilizi che conservano al loro interno importanti opere
d’arte.
Da non
perdere è senza dubbio la quattrocentesca cappella di San Sebastiano, di
origine bizantina come diverse altre cappelle sparse nella campagna,
oppure la chiesa madre dedicata a Santa Caterina d’Alessandria. Per
quanto riguarda le opere d’arte, da segnalare è Madonna con Bambino in
marmo bianco di Pietro Bernini, il padre di Gian Lorenzo, custodita nel
convento di Sant’Antonio a ’Pantana’.
PAPASIDERO
- Questo antico borgo medievale
arroccato alle falde del mote Ciagola, nell’Alto tirreno cosentino, è
ormai da tempo una tappa obbligata per tutti gli amanti della vita
all’aria aperta e, in particolare, del rafting.
Ogni anno
tantissimi appassionati giungono a Papasidero per
lanciarsi tra le correnti del fiume Lao sia a bordo dei gommoni, ma anche
per cimentarsi nel kayak, nel canyoning o nell’acqua trekking. Se
Papasidero, d’altronde, è la forza della natura a farle da padrona, qui
sono conservate anche importanti tracce di insediamenti che risalgono
addirittura al Paleolitico.
Tutto
ruota in questo caso attorno al sito archeologico delle grotte del Romito
e ai suoi straordinari ritrovamenti. Di grande fascino a Papasidero sono
però anche i tanti edifici religiosi a partire dallo splendido santuario
della Madonna di Costantinopoli, costruito a partire dal 1600 al di sotto
di una grande rupe posta sul fiume Lao.
Una
posizione davvero unica a cui si accede grazie a un sentiero a gradoni
lastricati e attraversando un suggestivo ponte ad arco sul Lao.
GROTTE
DI ROMITO - Una finestra sulla
preistoria nel cuore del parco del Pollino. A Papasidero si trova la
meravigliosa Grotta
del Romito che, assieme al Riparo del Romito, costituiscono
uno dei più importanti giacimenti dell’Italia meridionale risalenti al
tardo Pleistocene.
All’interno
di uno stretto canyon a poco distanza dal fiume Lao sono conservate
importanti tracce della presenza di homo sapiens a partire dalla fine del
Paleolitico, ma anche nel Mesolitico e nel Neolitico.
Oggi la
grotta e il riparo sono separati da un muro realizzato quando la caverna
fu utilizzata come dormitorio, ma in epoca preistorica i due ambienti
erano un’unica, grande abitazione e i segni di questa lunga
frequentazione sono ancora ben visibili tra strumenti litici e ossei,
graffiti e scheletri.
Il
capolavoro della grotta del Romito è senza dubbio la grande figura di
toro, lunga circa 1,20 metri, incisa su un masso di circa 2,30 metri di
lunghezza e inclinato di 45 gradi. Un disegno, di proporzioni perfette ed
eseguito con tratto sicuro. Nella grotta è inoltre possibile osservare,
nel luogo del loro rinvenimento, delle riproduzioni di sepoltura datate
all’incirca 9.200 anni prima della nascita di Cristo.
MORANO
CALABRO - Più ci si avvicina a
Morano Calabro, più si ha l’impressione di avvicinarsi a un presepe
meravigliosamente cesellato dalle sapienti mani di un maestro artigiano.
Morano
Calabro si trova arroccato sulla cima di un colle con il castello e la
chiesa che sovrastano le fila di case che degradano dolcemente verso
valle. Sullo sfondo, infine, a incorniciare questo panorama da sogno ci
sono le vette dei monti Pollino, Serra Dolcedorme e Serra del Prete che
superano tutte i duemila metri.
Morano
Calabro è un borgo dalla storia millenaria che, secolo dopo secolo, è
sempre riuscito a conservare intatte le proprie tradizioni e il proprio
stile di vita.
Oggi
Morano Calabro è una tappa sicuramente suggestiva nel vostro viaggio alla
scoperta del parco del Pollino. A Morano Calabro non solo è bello
perdersi tra vicoli e stradini che salgono e scendono ripidi lungo i
pendii del colle, ma lo è anche scoprire le tante opere d’arte che qui
sono conservate. Se d’altro canto gli scorci di Morano Calabro rapirono
la fantasia persino di un genio del Novecento come Maurits Escher,
che ha lasciato un eredità una splendida rappresentazione speculare del
paese, il borgo conserva anche autentici capolavori firmati, per esempio,
da Bartolomeo Vivarini e da Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo.
SANTUARIO
DELLA MADONNA DI COSTANTINOPOLI - Addossato,
quasi incastrato, tra la costa del monte e la sponde del fiume Lao, il
santuario della Madonna di Costantinopoli è un luogo dotato di un fascino
mistico a cui non si piò restare indifferenti.
Qui
secolo dopo secolo è passata la storia di questi luoghi e le sue tracce
sono ancora ben visibili non solo nell’architettura degli edifici che
formano il santuario o nelle opere d’arte che vi sono conservate, ma
anche dalla devozione che gli abitanti portano verso il Santuario della
Madonna di Costantinopoli.
Per
raggiungere la chiesa, che si trova a poche centinaia di metri dal centro
di Papasidero, si deve attraversare un ponte risalente all’inizio del XX
secolo, ma sotto la cui campata è ancora ben visibile quello medievale
detto della Rognosa.
Proprio
questo antico nome ha portato gli storici a ipotizzare la presenza
nell’area dove ora sorge il santuario, di una piccola chiesa tardo
medioevale di cui è riprodotto l’impianto nell’affresco della Vergine
omonima custodito nella cappella di Santa Sofia, dove compare un edificio
a navata unica e campaniletto a vela, che durante l’epidemia del 1656
venne utilizzata come lazzaretto. Dopo quella calamità la Vergine di
Costantinopoli fu eletta patrona cittadina e si procedette così
all’ampliamento del santuario.
MUSEO
ETNICO ARBERESH DI CIVITA -
Nell’ex municipio di Civita si trova un museo davvero particolare che
permette ai suoi visitatori di conoscere a fondo la storia e le tradizioni
degli albanesi d’Italia, gli arbeshe.
Si tratta
di popolazioni che si stabilirono in tutto il Sud Italia, ma in
particolare in Calabria, tra il XV e il XVII secolo e da allora hanno
sempre conservato la propria cultura, la propria lingua e le proprie
tradizioni.
A questa
comunità e alla sua lunga e ricca storia da più di 30 a Civita è
dedicato il Museo
etnico Arbëresh al cui interno sono raccolte diverse
testimonianze sulla civiltà contadina locale e in particolare della
comunità di tradizione albanese. Il museo si sviluppa su due piani e si
compone di quattro sale: sala dell’accoglienza, sala del telaio, sala
dei totem, sala del costume.
Passeggiando
per il museo si possono osservare da vicino i tradizionali costumi
albanesi, ma anche una rassegna fotografica e testimonianze sui paesi
dell’etnia arbëresh in Italia, una raccolta iconografica sui riti
bizantini e una biblioteca di testi albanesi. Molto belli, infine,
un’icona della Madonna di Odigitria e gli appunti di un cantastorie
sulla Storia di Skanderbeg.
CASTELLO
DI VALSINNI - Arte e letteratura,
storia e leggenda: tutto questo e molto altro ancora contribuiscono a
creare il fascino del Castello
di Valsinni.
Attorno a
questo imponente edificio si sviluppa tutta la parte storica del borgo di
Valsinni, un vero gioiello dove tra antichi edifici addossati uno
all’altro spicca la bella chiesa Madre dedicata a Santa Maria Assunta.
La particolare conformazione di questo luogo, inoltre, ha prodotto una
particolarità architettonica: i gafi, aperture coperte che passano sotto
le case per aggirare i dislivelli.
A rendere
celebre Valsinni è però soprattutto il suo castello a cui addirittura
Benedetto Croce dedicò un cantico poetico a Isabella Morra, poetessa
cinquecentesca che, reclusa nelle stanze del castello portò avanti un
amore platonico con il cavaliere spagnolo Diego Sandoval fino a che i suoi
fratelli, venuti a conoscenza di questi mormorii, non avevano accolto il
legame che univa i due poeti e per motivi di ”onore” oltre che
politici attuarono una sanguinosa vendetta.
Una
storia funesta che nel 1928, come detto, ispirò Benedetto Croce, ma a cui
anche Dacia Maraini dedicò uno spettacolo teatrale e che il borgo di
Valsinni ricorda ogni anno con tanti eventi dedicati.
Gli
arbëreshë
All'interno
del Parco nazionale del Pollino vivono delle comunità arbëreshë
appartenenti alla nazione sparsa italo-albanese che si formò a partire
dal XV secolo quando, per sfuggire all'invasione delle milizie turche,
alcuni nuclei di persone provenienti dall'Albania, dall'Epiro o dalla
Morea si stabilirono tra i monti della Basilicata e della Calabria in zone
isolate. In alcuni casi la loro permanenza fu persino ben accolta dai
feudatari aragonesi non solo perchè gli albanesi avevano aiutato a
scacciare gli Angioini, ma anche perchè erano disposti a lavorare una
terra aspra e difficile.
Il fatto
di continuare a celebrare la funzioni religiose secondo il rito
greco-bizantino causò agli arbëreshë alcuni problemi e
imposizioni come la conversione nel caso di matrimoni misti. Lo stesso
accadde per l'uso della lingua albanese che non venne abbandonata affinchè
non si perdesse.
I borghi
albanesi del Parco sono San Costantino Albanese e San Paolo Albanese -
altri tre sono nel Vulture: Barile, Ginestra e Maschito. A San Costantino
vivono 700 arbëreshë, a San Paolo meno di 300, cosa che fa del
comune il più piccolo della regione dove però le tradizioni sono molto
sentite. Proprio qui infatti il 16 agosto si festeggia San Rocco con il
trasporto di un piccolo trono e di fasci di spighe portati a spalla
durante la processione, al termine della quale giovani, anziani e gruppi
folcloristici si esibisono nel tipico ballo del
"falcetto".
A
Costantino Albanese l'identità albanese non vive soltanto nelle
architetture del paese, ma anche nelle funzioni religiose fortemente
legate al rito greco-bizantino, soprattutto in occasione delle tipiche
cerimonie nuziali o della festa della Madonna della Stella, la seconda
domenica di maggio, con l'esplosione dei Nusazit, pupazzi in
cartapesta. E si prepara ancora il Kulaç, una specie di pane dalla
forma circolare e schacciata tipico della Pasqua.
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