Tombe Takarkori
(Libia)

 

  

Non è un luogo qualsiasi: la grande volta di Takarkori, nel sudovest della Libia, nel cuore del Sahara, è uno straordinario palcoscenico naturale, elevato di oltre 100 metri sul fondovalle. Un panorama che toglie il fiato, dalle ultime pendici dell'Acacus fino ai primi contrafforti del Tassili algerino. Dal 2003, la missione archeologica dell'Università la Sapienza di Roma scava con pazienza i livelli di sabbia che testimoniano l'occupazione umana di gruppi di cacciatori-raccoglitori e pastori, in un arco di tempo di oltre 5 millenni, da 9.000 a 4.000 anni fa.

Qui, sorprendentemente e per la prima volta in un riparo sotto roccia, è stata ritrovata una piccola "necropoli", composta da 15 sepolture. I corpi sono deposti sul fianco in posizione rannicchiata, con le mani al volto o sul torace; li accompagnavano pochi oggetti di corredo: spilloni in osso, frammenti di ceramica, o ornamenti di pregio come una cuffia in perline di uova di struzzo. Le prime indagini antropologiche hanno rivelato una eccezionale particolarità: gli individui deposti, in uno spazio di pochi metri di ampiezza a ridosso della parete del riparo, sono tutti donne e bambini.

È la prima testimonianza incontrovertibile, per questa area e in quest'epoca, di una volontaria selezione - basata su genere ed età - nelle pratiche funerarie di questi gruppi umani.

Le indagini archeologiche e antropologiche per questo contesto eccezionale sono ancora in corso, ma alcuni dati sono già disponibili. In particolare, le analisi isotopiche effettuate su ossa e denti ci hanno permesso di identificare il luogo di origine e le dinamiche di mobilità di questi antichi sahariani: il segnale dello stronzio dei reperti scheletrici di Takarkori ha rivelato infatti una loro origine comune e la piena identità tra luogo di nascita e area di seppellimento. Questi aspetti di residenzialità, unitamente alla scelta di seppellire solo donne e bambini all'interno del riparo, lasciano ipotizzare una struttura matriarcale e matrilocale. Gli uomini di questo gruppo avevano forse origine diversa, ma sicuramente venivano sepolti altrove, nelle zone di fondovalle, lungo le sponde di laghi oramai disseccati. 

Gli aspetti archeologici, le caratteristiche funerarie e le informazioni basate sulla chimica delle ossa indicano una marcata omogeneità nel gruppo di Takarkori, largamente stanziale. Sono la testimonianza degli ultimi cacciatori-raccoglitori e dei primi pastori del Sahara, che vivevano per larga parte dell'anno nell'area del riparo: nel sito sono state riportate alla luce alcune capanne, recinzioni per ovicaprini, giacigli e resti di pasto. Questi pastori occuparono un'area di montagna nell'Olocene antico (tra circa 8.000 e 6.000 anni fa), sfruttando i pascoli di fondovalle ancora verdeggianti e le risorse degli specchi lacustri nelle vicinanze. Nello stesso riparo, negli stessi spazi abitati, hanno scelto di seppellire i propri defunti, in un dialogo tra vita e morte che non trova soluzione di continuità.

Le evidenze emerse sono eccezionali, e leggendo il panorama circostante il riparo ne emergono di nuove. I wadi e i terrazzi nelle vicinanze del Takarkori sono punteggiati da sepolture del tipo "megalitico": tumuli in pietra, spesso di grandi dimensioni e assai elaborati. In questo caso, le strutture sepolcrali spesso contengono un solo defunto, ma non sono rare le sepolture multiple, di diverso sesso ed età. A volte sono vuoti, dei cenotafi: luoghi eletti in ricordo di qualcuno morto altrove. Questi tumuli sono più recenti e testimoniano l'occupazione umana dal terzo millennio a.C., in un Sahara oramai divenuto il deserto che conosciamo oggi. Le indagini di laboratorio e i dati chimici su questi individui restituiscono un quadro molto più eterogeneo: origini e provenienze sono diverse e riflettono un complesso intrecciarsi di movimenti sul territorio.

La mobilità è certamente legata alla necessità di far fronte alla scarsità di risorse tipica dell'ambiente desertico. Forse il movimento delle cose si lega a quello delle persone come strategia di sopravvivenza; è verosimile che la circolazione di risorse fosse associata a scambi matrimoniali o, chissà, razzie. Questa eterogeneità nel segnale chimico delle ossa è vera soprattutto per gli individui di sesso femminile - sempre provenienti da luoghi esterni e spesso anche con caratteristiche fisiche diverse - suggerendo una mutata struttura sociale, verosimilmente patriarcale e patrilocale, e un nuovo rapporto con la morte. Il mondo dei morti è lontano da quello dei vivi: i tumuli sono nel deserto, emblema di una "non vita".

Col tempo, quindi, si assiste a un profondo mutamento nelle dinamiche insediative e funera­rie delle società sahariane. I primi pastori del neolitico antico, in un paesaggio ancora verde, vivono e muoiono nei ripari di montagna; gli ultimi pastori delle fasi più recenti in un ambiente oramai desertico separano il mondo dei morti da quello dei vivi e lo affidano agli spazi del Sahara. 

 

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